Laia Jufresa | Umami

Ho scritto: Umami. È un po’ scemo come titolo (…) Ma per ora penso di lasciarlo perché, allo stesso tempo, Umami è il titolo perfetto. Cercare di raccontare chi è stata mia moglie è necessario e impossibile quanto spiegare l’umami: quel sapore che satura le papille gustative senza, proprio per questo, lasciarsi distinguere, oscillando con soddisfazione tra il salato e il dolce, un po’ così, un po’ cosà (…) È il titolo perfetto perché nessuno lo capirà come io non ho mai capito davvero Noelia Vargas Vargas. Forse per questo non mi sono mai stancato di lei. Forse l’amore è proprio questo. E così è la scrittura: lo sforzo di descrivere a parole una persona sapendo che per gli altri resterà comunque un caleidoscopio: i suoi mille riflessi nell’occhio di una mosca [Umami, Laia Jufresa, trad. Giulia Zavagna]

A Villa Campanario, in un cortile condiviso da più famiglie, si incrociano le vite e i destini di una serie di personaggi molto originali e diversi tra loro. C’è Alfonso, un agronomo ricercatore rimasto vedovo; ci sono la piccola Pina e il suo papà Beto; una coppia di artisti, Daniel e Daniela, che ha un bambino che si chiama semplicemente Bebè; Marina, una pittrice che inventa colori; Chela, una donna che torna dopo molto tempo a Villa Campanario in una notte piovosa; Ana e i suoi due fratelli maschi, la madre Linda Walker e il marito messicano.

È l’intraprendente Ana a comparire per prima nel romanzo, nel 2004: Ana vuole realizzare una milpa, un antico ed ecologico sistema di agricoltura messicano che prevede di coltivare assieme mais, fagioli e zucca, i tre alimenti principali della dieta messicana. Alfonso, agronomo, è felice di aiutare Ana a realizzare la milpa nel fazzoletto di terra in centro al complesso di Villa Campanario; Pina, l’amica di Ana le dà una mano, gli altri inquilini restano a guardare. I fratelli di Ana sono in Michigan, dalla abuela americana, vicino al lago dove anni prima la sorellina Luz aveva avuto un terribile incidente.

Nel suo romanzo d’esordio “Umami” (trad. Giulia Zavagna, Edizioni SUR, 247 pagine, 16.50 €) Laia Jufresa sceglie un modo interessante per raccontare i rapporti tra i personaggi: lo fa suddividendo il romanzo in quattro parti e ogni parte segue un ordine temporale inverso, partendo dal 2004 e tornando indietro sino al 2000; ogni anno è affidato ad un personaggio in particolare: Ana, in prima persona, ci racconta del 2004, l’anno della milpa; Marina racconta del 2003, l’anno in cui Chela torna a Villa Campanario, ma la narrazione è in terza persona; Alfonso, in prima persona, rappresenta il 2002, l’anno della morte di Noelia, sua moglie, l’anno in cui decide di scrivere un libro dal titolo Umami che l’abbia come protagonista; il 2001 è affidato, nuovamente in prima persona a Luz, che racconta dell’estate in Michigan, l’estate del suo incidente mortale; infine, il 2000 è affidato a Pina, l’amica di Ana, in un momento delicato della sua vita.

Sradicata, è questo che mamma dice di sé quando ci sono visite e beve vino rosso e la lingua e i denti diventano neri. Da bambina, mi immaginavo piccole radici che le spuntavano dai piedi, riempiendo di terra le sue lenzuola (…) Ho visto delle sue foto di quando aveva la mia età, con il violoncello tra le gambe e i piedi scalzi. Era facile svanire così. Disfarsi come schiuma. Facile scappare ed essere salvata. A me, quando mi siedo, mi si uniscono le cosce e c’è sempre qualcosa che mi spunta dal bordo dei pantaloni, o della sedia, o della bocca. E non ne so niente di ritmo. Né di avventure. Se scappassi, finirei per tornare [Umami, Laia Jufresa, trad. Giulia Zavagna]

Umami è quel sapore indefinito, un mescolio tra il dolce e il salato, potrebbe quasi essere quel sapore che dà corpo e gusto ai cibi. Una pastasciutta senza condimento sono semplicemente carboidrati insapori, ma aggiungiamo pomodorini, parmigiano, basilico o altre verdure, improvvisamente cambia sapore e diventa molto più appetibile.

Umami è quella sensazione che dà corpo anche ai sentimenti: lo sa bene Alfonso, che ha amato la moglie Noelia fino all’ultimo giorno; lo sa Ana, che provava affetto per Luz, la sua sorellina scomparsa; lo sa Pina, alla quale manca immensamente la madre Chela.

Ma Umami è anche il sapore del ricordo di chi non c’è più: Alfonso scrive un libro per ricordare Noelia; Ana realizza una milpa ma i suoi pensieri spesso corrono a Luz; Pina si finge adulta e forte, ma il ricordo della madre è sempre presente. Umami è un romanzo intimo, delicato e sempre in bilico tra un sapore e l’altro, tra nostalgia e ricordo, tra consapevolezza e commozione.

Titolo: Umami
L’Autrice: Laia Jufresa
Traduzione dallo spagnolo: Giulia Zavagna
Editore: Edizioni SUR
Perché leggerlo: perché Umami è un romanzo intimo, delicato e sempre in bilico tra un sapore e l’altro, tra nostalgia e ricordo, tra consapevolezza e commozione

(© Riproduzione riservata)

Valeria Luiselli | Volti nella folla

La letteratura messicana quest’anno mi ha riservato parecchie sorprese: dai romanzi alla poesia, ho scoperto autori e autrici molto interessanti. “Volti nella folla” di Valeria Luiselli (trad. E. Tramontin, la Nuova frontiera, 171 pagine, 16.50 €) è un romanzo dove luoghi ed emozioni si intrecciano e il risultato è davvero unico.

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Sapevo che non era molto sensato riporre alcun tipo di fiducia negli oggetti e che non appena ci abituiamo alla presenza silenziosa di una cosa, questa si rompe o sparisce. Anche i legami con le persone che mi circondavano erano segnati da questi due modi della temporaneità: rompersi o sparire. L’unica cosa che rimane di quel periodo sono gli echi di alcune conversazioni, una manciata di idee ricorrenti, poesie che mi piacevano e che leggevo e rileggevo fino a impararle a memoria. Tutto il resto è un’elaborazione posteriore. I miei ricordi di quella vita non possono contenere molto di più. Sono impalcature, strutture, case vuote. [Valeria Luiselli, Volti nella folla, trad. E. Tramontin]

La protagonista è una giovane traduttrice messicana: ha una casa da gestire, un marito che forse la tradisce e due figli, la più piccola poco più di una neonata; oggi vive a Città del Messico, ma anni prima aveva lavorato a New York in campo editoriale: nella Grande Mela aveva incontrato personaggi davvero strambi e aveva tradotto e cercato di far pubblicare il poeta Gilberto Owen. È per mettere in ordine i suoi ricordi che inizia a scrivere un romanzo.

Un romanzo orizzontale, raccontato verticalmente. Un romanzo che si deve scrivere dal di fuori per poterlo leggere dal di dentro. [Valeria Luiselli, Volti nella folla, trad. E. Tramontin]

Così, tra una pappa e una fiaba, leggiamo della gioventù della traduttrice messicana. Le persone che ha incontrato a New York, i luoghi dove ha vissuto, le esperienze surreali che ha fatto. E la grande passione e testardaggine che ha avuto nel cercare di far conoscere il poeta Owen: la ragazza fa ricerche in biblioteca, cerca di ricostruirne la vita, vuole guardare le stesse cose che vide Owen, cerca di viverne gli stessi luoghi dove è stato lui.

Tutto iniziò in un’altra città e in un’altra vita. Non posso scrivere quindi questa storia come vorrei, come se stessi ancora lì e fossi soltanto quell’altra persona. Faccio fatica a parlare di strade e di volti come se li stessi vedendo ancora ogni giorno. Non trovo i tempi verbali adatti. Ero giovane, avevo le gambe forti e magre. (Avrei voluto iniziare come finisce Festa mobile di Hemingway). [Valeria Luiselli, Volti nella folla, trad. E. Tramontin]

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Skyline di New York City (foto: Philippe Henzler, unsplash.com)

È con particolare leggerezza e poesia che Valeria Luiselli intreccia tre storie di vita: quella della traduttrice a New York, in un tempo che fu, quella della traduttrice oggi, mamma e moglie, e quella di Gilberto Owen. Alternando queste vite, si dipana tutta la vicenda. Quando la protagonista parla del suo passato si percepisce tutta la nostalgia di un qualcosa che non verrà più: non che non sia felice ad essere una mamma, ma si guarda indietro e sa che non rivivrà mai più quella New York, né potrà essere così spensierata e folle come un tempo.

La presa di coscienza di quest’affermazione può far male, può far vacillare le nostre certezze: siamo sempre noi, certo, ma siamo necessariamente diversi. Sono cambiate le priorità, i modi di vedere le cose: la vita è la nostra ma se ci guardiamo indietro ci sembra di aver vissuto quella di un’altra persona.

A volte, prima di ritornare nella sua cittadina, veniva nel mio appartamento a farsi un altro bagno e cenavamo con gli avanzi di quello che aveva cucinato il venerdì. Parlavamo dei libri che aveva venduto; parlavamo dei libri in generale. A volte, la domenica, facevamo l’amore. [Valeria Luiselli, Volti nella folla, trad. E. Tramontin]

*

Titolo: Volti nella folla

L’Autrice: Valeria Luiselli è nata nel 1983 a Città del Messico. Oltre a scrivere romanzi collabora con diverse testate giornalistiche americane

Traduzione dallo spagnolo: Elisa Tramontin

Editore: la Nuova frontiera

Perché leggerlo: “Volti nella folla” è un romanzo pregno di nostalgia, della sensazione che il passato non tornerà più. Leggetelo se almeno una volta nella vita vi siete chiesti quante esistenze possiamo vivere. 

La nuova poesia dell’America latina | a cura di Loretto Rafanelli

Qualche mese fa su La Lettura, l’inserto del Corriere della Sera, ho letto la segnalazione di un libro di poesie sudamericane. Leggo poco la poesia, forse perché ho sempre un po’ il timore di non comprenderla appieno, però l’idea di fare un lungo viaggio dal Messico sino al Cile accompagnata da nuove voci ispanofone, mi allettava molto. Così, eccomi qui a recensire “La nuova poesia dell’America latina” a cura di Loretto Rafanelli (Algra Editore, 260 pagine, 23 €, testo spagnolo a fronte).

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Titolo: La nuova poesia dell’America latina

Traduzione a cura di: Loretto Rafanelli

Editore: Algra Editore

Il mio consiglio: per chi ama la poesia e per chi vuole conoscere autori e autrici latino americane poco noti o sconosciuti in Italia

Tuttavia, qui è il Sud. Le vie
iniettate di indigenti,
l’architettura contorta
di una stazione di treno dismessa,
i passi fassi dei bambini poveri
e certa sporcizia ferma nelle unghie.Qui è il Sud e non perché sia miserabile;
non è il Sud perché i cani abbaiano
per paura, più che per abitudine.
Qualche punto in una mappa può essere il Sud
sempre e quando tiene frecce che segnalano
verso fuori.
Gustavo Adolfo Chaves, poeta costaricano

L’America latina è un luogo che esercita un grande fascino e negli ultimi anni in Italia, fortunatamente, sono giunte parecchie voci, sia attuali che classiche. Molti degli Autori sudamericani da noi poco conosciuti, sono molto famosi in patria, tanto da rappresentare la loro identità nazionale. Per esempio, nell’aeroporto di Managua, in Nicaragua, ci sono i volti del Augusto César Sandino, che rovesciò la dittatura dei Somoza, e il poeta Rubén Darío.

La poesia, quindi, nel subcontiente sudamericano è molto sentita, da una buona parte della popolazione. Le poesie circolano con facilità senza bisogno di traduzioni, grazie al fatto che molti Stati parlano lo spagnolo. Se sono ben noti poeti come il Nobel Pablo Neruda o il romanziere Gabriel Gracia Marquez, sono meno noti i giovani poeti e questa raccolta è senza dubbio un ottimo strumento per conoscere queste nuovi voci.

I nuovi scrittori latino americani scelti per questa antologia rappresentano diciotto Stati centro e sudamericani: di che cosa parlano, questi nuovi poeti e poetesse? I temi sono molteplici e le poesie di non sempre semplice comprensione: alcuni autori parlano dell’amore, altri della difficoltà di vivere, degli spettri delle vecchie dittature, della denuncia sociale, della violenza sulle donne e gli argentini della terribile storia dei desaparecidos.

Ogni voce rappresenta una piccola porzione di questo vasto areale, e le poesie scelte dal curatore Loretto Rafanelli indagano ogni aspetto della realtà quotidiana.

Sogno:
stiamo in qualche luogo
tu papà e io
mi racconti che ieri ti accusarono
mi dici che di sicuro ti stanno per venire a cercare
ti prego: la fuga
andiamo lontano
ti dico: molto lontano
ma mi rispondi che…il sangue dei compagni non si negozia
e non c’è alternativa
Julían Axat, poeta argentino

Molte poesie, dicevo, sono sibilline e di difficile interpretazione. Altre, al contrario, sono immediatamente comprensibili e corrono dritte al cuore, con il loro trasporto e sentimento.

I miei giorni sono un lento specchio intatto che aggroviglia
impassibile
nelle sue fragili fibra la tua immagine
Alì Calderón, poeta messicano

La nuova poesia dell’America latina” è un raccolta poetica decisamente interessante per chi ha la curiosità di conoscere giovani autori centro e sudamericani, per scoprire nuovi talenti letterari oltre ai notissimi poeti e scrittori felicemente tradotti in italiano. E’ un libro sicuramente di nicchia, che mira ad uno specifico pubblico; peccato per diversi refusi e qualche piccolo pasticcio nella traduzione.

Vicente Alfonso | Le ossa di san Lorenzo

Tra i ricordi più particolari del mio viaggio a Praga c’è la visita al Labirinto degli Specchi sulla collina di Petřín, un piccolo spazio dove entrando si ha la sensazione di vedersi riflessi all’infinito e deformati rispetto alla realtà. Leggere “Le ossa di san Lorenzo” di Vicente Alfonso (trad. F. Cremonesi, 200 pagine, 17 €) è stato come rivivere quelle sensazioni, e se vorrete seguirmi alla scoperta di un Messico inquietante e affascinante, scoprirete il perché.

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© Il giro del mondo attraverso i libri

Titolo: Le ossa di san Lorenzo

L’Autore: Vicente Alfonso è nato a Torreón nel 1977. Ha davvero un fratello gemello e sua mamma è stata un magistrato, ma le somiglianze con il protagonista del libro terminano qui. “Le ossa di san Lorenzo” ha vinto il Premio International de Novela Sor Juana Inés de la Cruz 2014

Traduzione dallo spagnolo: Fabio Cremonesi

Editore: NN editore

Il mio consiglio: affascina, trascina, inquieta, distorce la realtà. Una lettura per chi si vuole mettere alla prova e ha voglia di giocare con l’Autore per cercare di capire quale sia la realtà giusta. Un romanzo dall’incantesimo narrativo perfetto

La realtà è una; le sue letture, infinite. Il mago e il suo pubblico hanno interpretazioni diverse dei fatti. Per gli spettatori l’esibizione è unica e inspiegabile: un istante di fede. Per chi esegue il trucco invece la magia è precisione, allenamento. Fluidità ottenuta a forza di ripetere i movimenti. Conoscere la tecnica, quel meccanismo nascosto fatto di molle e pulegge, ha un prezzo altissimo per il mago: lo rende scettico. Però in cambio gli consente di far credere agli altri [Le ossa di san Lorenzo, V. Alfonso, trad. F. Cremonesi]

Quando Alberto Albores, pscoterapeura, decide di approfondire la vicenda dell’omicidio di Farid Sabag e di scrivere un libro sul suo paziente Remo Ayala, quest’ultimo e il suo gemello Rómulo riposano già da tempo sotto il fico del giardino della casa del loro padre.

Il medico inizia a raccontare la storia dei gemelli Ayala, partendo dalla versione di Remo. Dalla prematura scomparsa della madre Rosario agli anni rinchiuso nel collegio gesuita, Remo è un fiume in piena di ricordi e confessioni; parla degli anni trascorsi con il Grande Padilla, un mago che organizzava gli spettacoli itineranti, racconta della bellissima Magda, giovane amata da entrambi i gemelli; arrivando sino alla notte dell’omicidio di Farid Sabag e al momento in cui, febbrilmente, Remo dissotterra delle ossa bruciate per dimostrare un fatto cruento al dottor Albores.

Albores cerca di ricostruire una storia, ma ben presto – ascoltando anche altri personaggi – si rende conto che di verità non ce n’è una sola e compaiono persone che hanno identità che non corrispondono ai racconti di Remo e situazioni che non si avvicinano alla realtà.

Come una tomba sotto la quale dovrebbe riposare Rosario, la madre dei gemelli, ma con inquietante lucidità i ragazzi scoprono che forse sotto quella lapide non giace nessuno; come i misteri legati alla figura della Niña Cande, una specie di santona vestita di bianco, bellissima, che ha i miracolosi poteri di guarire le persone. Come le contrastanti versioni la notte dell’omicidio di Farid Sabag al Último Trago. Come la Notte degli Apostoli al collegio dei gesuiti e l’incendio della sala proiezioni. Come Zamora, ossessionato dalla figura della Niña Cande, che studiando gli ex-voto in una chiesa aspetta la notte di san Lorenzo.

Come si costruiscono i ricordi? Cambiano, si assestano, maturano con il tempo? O si cancellano a poco a poco come giornali al sole? Può darsi che a volte i fatti si vadano sedimentando nella memoria come acqua torbida, all’inizio ci impedisce di vedere ciò che intuiamo essere vicino. In ogni caso, ricostruire un fatto a partire da varie fonti è come radersi di fronte ad uno specchio rotto: le versioni differiscono in certi dettagli e coincidono in altri [Le ossa di san Lorenzo, V. Alfonso, trad. F. Cremonesi]

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Altare messicano in onore della Santa Muerte, Tropenmuseum (fonte: Niels, Wikipedia, CC BY-SA 2.0)

Quando ho letto le prime trenta pagine de “Le ossa di san Lorenzo” sono rimasta spiazzata: non comprendevo il nesso tra i vari personaggi, gli eventi, i capitoli erano in parte narrati in prima persona, in parte in terza. Così, l’ho ricominciato. Ed è in quel momento che ho iniziato a capire che la realtà non era una sola, i personaggi fornivano la loro versione e non è detto che fosse quella giusta. Anzi, il più delle volte era la verità sbagliata.

Le ossa di san Lorenzo” di Vicente Alfonso è un romanzo che mette alla prova il lettore: la storia dei gemelli Ayala e dei personaggi che ruotano loro attorno è come un rebus da decifrare; molte sono le domande che sorgono durante la lettura ma non tutte sono destinate ad ottenere una risposta soddisfacente. Si possono tentare molte interpretazioni, eppure chi può dare la conferma che quella che crediamo sia la nostra realtà sia davvero corretta?

Attraverso lettere scritte al magistrato Ayala, spezzoni di racconto narrati dal dottor Alberto Albores, i pensieri di Zamora, rivelazioni durante le sedute di psicoterapia, ricordi di Magda ed ex-voto, Vicente Alfonso dà vita ad un incantesimo narrativo pressoché perfetto e ci consegna un libro che non è solo originale, ma è geniale. Perché incastrare alla perfezione vite, storie, fantasmi, morti, ossa, guaritrici e anche un pizzico della storia del Messico, non è semplice: è magia, come quella del Grande Padilla, che esce dalle pagine e brilla attraverso le parole che abbiamo la fortuna di leggere.

(…) mi inquieta pensare che, se avessi preso altre decisioni, questa storia sarebbe andata in un’altra direzione. Immagino succeda sempre così: sembra semplice uscire dal labirinto, una volta che si è trovata la strada. [Le ossa di san Lorenzo, V. Alfonso, trad. F. Cremonesi]

(© Riproduzione riservata)

Alexandra Scheiman | Il diario perduto di Frida Kalho

Non so bene quando vidi un dipinto o sentii parlare per la prima volta della pittrice messicana Frida Kahlo. Forse avevo visto uno dei suoi tantissimi autoritratti, o un suo quadro piuttosto bizzarro.

Alla GAM di Torino c’è una libreria specializzata in arte che è favolosa: approfittando dello sconto del 15% perché sono tesserata Musei Torino, ho comprato di recente una monografia della Taschen su Frida. Sfogliandolo distrattamente in treno mi sono detta: “mamma mia che quadri! Oltre che strani sono pure inquietanti”.

Già.

Ma mica lo sapevo io quanto aveva sofferto Frida in vita sua. I tradimenti di Diego Rivera. Gli aborti. L’incidente con il tram. Mica lo sapevo io quello che questa povera donna aveva patito.

Titolo: Il diario segreto di Frida Kahlo

L’autrice: Alexandra Scheiman è una psicologa messicana, questo è il suo primo romanzo

Editore: Rizzoli

Il mio consiglio: Sì, se vi può appassionare la vita di una delle pittrici più eccentriche del Novecento.

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“Il cervo ferito” Frida Kahlo (1946) Il cervo con la testa di Frida rappresenta le speranze deluse della pittrice dopo l’ennesima operazione alla spina dorsale che, malauguratamente, non pose fine alle sue pene.

“Il diario perduto di Frida Kahlo” è un ottimo romanzo per entrare pian pianino nel mondo della grande pittrice messicana. Il libro è decisamente scorrevole, ben tradotto in italiano, e decisamente coinvolgente.

La Scheiman inizia a raccontarci la vita di Frida sin dalla tenera età, presentandoci per primi i genitori: una donna messicana dalla notevole bellezza e un uomo tedesco naturalizzato messicano tanto cambiarsi il nome da Wilhelm in Guillermo. Frida cresce con dei piccoli problemi di salute, ma niente di grave, sino a quell’incidente che cambierà per sempre la sua vita in modo drammatico e sconvolgente: mentre viaggiava su un bus per tornare a casa, un tram tagliò loro la strada, cozzando contro il bus e facendo sì che la piccola Frida si distruggesse molte ossa, tra cui bacino e vertebre.

La vita di Frida cambia, il suo fidanzatino Alexander se ne va e lei resta sola. Inizia a dipingere in questo periodo, per sfogare la frustrazione di non poter uscire di casa. Pian piano inizia a guarire e così incontra il già famoso pittore Diego Rivera: se ne innamora subito.

Diego però non è l’uomo perfetto, anzi. Ha 18 anni più di lei, è già divorziato, ha già dei figli e ama tutte le donne, tradendole a vicenda. Ma per Frida lui è Diego il pittore, il comunista, l’artista, colui col quale dividere passioni, arte, politica e discorsi appassionati.

Lo sposa. Anzi, a dirla tutta, lo sposerà ben due volte!

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“Diego nei miei pensieri” Frida Kahlo (1943) Frida amò Diego per tutta la vita, nonostante i tradimenti e gli inganni. Lo amò così tanto che dopo essersi separata da lui lo risposò.

Frida e Diego si trasferiscono negli USA per motivi di lavoro, e negli Stati Uniti Frida ripone molte speranze: pensa che i medici possano aiutarla a guarire dai suoi terribili mali e la possano aiutare a realizzare il suo sogno più grande: diventare mamma. Ma Frida è costretta ad abortire perché il suo bacino è troppo piccolo e il feto non cresce. Da qui escono i quadri inquietanti dove lei riversa nel letto pensa al suo bambino morto, il piccolo Dieguito.

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“Il letto volante” Frida Kalho 1932 Per dipingere con precisione il feto del piccolo Dieguito Frida chiese ai dottori di procurargliene uno della stessa età sotto formalina.

Frida ritorna in Messico e conoscerà Lev Trozkij, esiliato russo dal regime di Stalin; vola ad esporre in Europa, dove a Paraigi conoscerà Picasso, Dalì ed Ernest Hemingway. Di ritorno in Messico divorzia da Diego ma entro un anno lo risposa. In patria inizia ad insegnare in una scuola d’arte per ragazzi disagiati e continua la sua opera di raccolta firme per la pace e purtroppo subisce altre operazioni alla schiena (ben sette). Morirà nel 1954 nella Casa Azul dove nacque, oggi questa casa è il Museo Frida Kalho.

La vita di Frida è senz’altro stata affascinante e particolare, lei così strana e bizzarra, ma così pronta a scoprire e viaggiare pur con tutti i suoi dolori, fisici e psicologici.

Il romanzo è, dicevo, scritto molto bene decisamente documentato e interessante. Un buon modo per avvicinarsi all’arte di Frida. Oltre a questo libro, consiglio la monografia della Taschen (dalla quale ho preso i dipinti che ho inserito nel post): KAHLO di Andrea Kettenmann.

Inoltre, per chi dopo queste letture si appassionasse all’eclettica artista messicana, in Italia quest’anno sono in programma due mostre: una in corso a Roma e una a Genova partirà in autunno.

Quella di Roma me la perderò, ma a Genova andrò di sicuro!