Yvonne Vera | Il fuoco e la farfalla

Mi sono resa conto di aver poco e niente sull’Africa per cui sono andata in biblioteca per rimediare. Ho chiesto al bibliotecario dei romanzi ambientati in Africa scritti da autori africani e il poveretto è andato un po’ nel pallone; mi ha spiegato infatti che non esiste una sezione “narrativa africana” come potrebbe esistere “narrativa inglese” perché in Africa le lingue ufficiali possono essere inglese, francese e portoghese in base a quale nazione li aveva colonizzati, per cui gli autori africani sono sparsi in tutta la biblioteca apparentemente a casaccio. Un altro aspetto negativo della colonizzazione.

L’unico autore nato in Africa che conosco – ma non ho mai letto – è Wilbur Smith per cui mi sono avvicinata alla sezione dove a farla da padrone c’era il famoso scrittore bianco; appoggiato ai suoi libri, timido e impacciato, c’era “Il fuoco e la farfalla” di una certa Yvonne Vera, ovviamente mai sentita. Lo sfoglio per vedere se corrisponde alla mia richiesta: l’autrice era africana e il romanzo è ambientato in Africa. Ottimo, lo prendo.

Titolo: Il fuoco e la farfalla

L’autrice: Yvonne Vera (19 Settembre 1964 – 17 Aprile 2005) nata a Bulawayo, è stata una scrittrici più acclamate dello Zimbabwe, vincitrice del Commonwealth Writer’s Prize, lo Zimbabwe Pubblisher’s Literary Award. I suoi romanzi sono noti per la sua prosa poetica, gli argomenti che tratta sono difficili e le donne protagoniste hanno caratteri forti, che riflettono il difficile passato dello Zimbabwe. Per queste ragioni, la Vera è stata molto studiata e apprezzata dagli studiosi di letteratura africana post-coloniale. Muore di meningite dovuta all’AIDS a soli 40 anni.

Editore: Frassinelli

Il mio consiglio: a chi vuole dedicare ad un libro molto tempo, a chi vuole assaporare ogni frase con lentezza, per chi vuole conoscere realtà molto diverse dalla propria e per chi non ha paura di leggere un romanzo di non immediata comprensione

Fumbatha guarda il levarsi del sole nel fiume, in esso la sua propria immagine riflessa. Vede il bagliore crescere ed espandersi sulla superficie del fiume prima di alzare gli occhi verso il cielo. Questo è il mattino. Il sole è nel fiume finchè non trova la via per uscirne e avanza nel cielo cui appartiene, scivolando di traverso finchè sale e scompare dal fiume dentro la sponda, e l’acqua luccica e sfavilla di raggi obliqui.
Dove può, il fiume scava antiche storie fuori dal suolo. Un pezzo di vecchia terracotta rotta. Una collana di vetro. Braccialetti con segni che raccontano nascite, matrimoni, morte. Un messaggio nascosto. Un invito, tentatore e non rivelato.

Ho scelto di iniziare la mia recensione con la citazione del fiume. Questo perché per tutta la durata della lettura del romanzo di Vera mi sono immaginata la sua storia come le acque placide di un fiume che scorre. Vera introduce la sua storia con due capitoli apparentemente scollegati tra loro, come se fossero dei flashback o come se volessero aiutare il lettore ad immedesimarsi nella storia. Così, veniamo introdotti nel primo capitolo al lavoro di due uomini che falciano un prato e nel secondo veniamo catapultati nel 1898 quando i coloni inglesi impiccarono 17 uomini ad un albero.

Proprio come il fiume che scorrendo mette in luce dei tesori sepolti o della spazzatura, mentre leggiamo Vera ci svela i caratteri difficili dei suoi personaggi, ci racconta le loro vicende e spesso intermezza con dei capitoli che raccontano la vita quotidiana degli abitanti di Bulawayo; come il capitolo sul viaggio nelle scompartimento di un treno in quarta classe o i bambini che giocano tra i copertoni malandati e cercano gli arcobaleni nelle chiazze di gasolio.

Così conosciamo i protagonisti, Fumbatha e Phephelaphi. I due si sono cosciuti nel fiume, quando lei sorge dalle acque come una sirena e prende in giro Fumbatha perchè non sa nuotare. Lui molto più vecchio di lei, ma l’amore è immediato.

Come quando in un fiume si forma un gorgo e l’acqua apparentemente torna indietro, veniamo sbalzati dal 1948 al 1946 e sembra che gli eventi seguano un corso proprio. Vera ci svela un po’ di futuro, ma poi ci riporta al presente e continua con la narrazione. E continua a svelare pian piano la sua trama, dandoci solo qualche inizio alla volta. Così il lettore capisce che lavoro faceva la madre di Phephelaphi e perchè è stata uccisa da un colpo di pistola sulla soglia di casa. Oppure, capiamo perché Zandile, l’amica di Gertrude la madre di Phephelaphi, la prende subito con sé in casa quando la madre muore.

Phephelaphi sembra felice perchè ha un uomo che la ama e sta per essere ammessa alla scuola delle infermiere, le prime infermiere nere diplomate nello Zimbabwe. Ma qualcosa mina il suo sogno: dentro di lei sta crescendo una creatura che lei non può tenere, non può partorire, altrimenti verrà esclusa dalla scuola delle infermiere. In questo modo, il rapporto con Fumbatha s’incrina e come uno specchio s’infrange. Le rivelazioni di Zandile, a fine romanzo, faranno il resto per confondere Phephelaphi.

E’ un romanzo difficile che tratta temi difficili. La prostituzione, una piaga così diffusa nello Zimbabwe che ha appena chiesto l’indipendenza; l’integrazione tra bianchi e neri (i neri non potevano usare i marciapiedi dei bianchi); il tema dell’aborto; la povertà di un popolo che è stato prosciugato dalle sue risorse.

E’ un romanzo difficile da leggere, spesso mi sono trovata spiazzata come se fossi stata su una barca e avessi trovato una risacca. A volte sono rimasta affascinata e incantata dalla prosa poetica di Yvonne Vera, certi paragrafi sconcertano e lasciano spazio a molte riflessioni. Non è un romanzo di immediata comprensione: serve molta determinazione e forse non l’ho compreso nemmeno io tutto appieno.