Kim Thúy | Il mio Vietnam

Nell’aria, risuonavano solo i messaggi del governo diffusi dagli altoparlanti per ricordare il giorno delle grandi pulizie, quando tutti insieme gli abitanti del quartiere dovevano tirare fuori la scopa per sistemare le strade; oppure per annunciare un processo (…); oppure per denunciare le famiglie che avevano celebrato un matrimonio con troppa allegria o pianto con troppo sentimento per la perdita di un caro… Non sapevo che mia madre approfittasse di questi annunci pubblici per sussurrare all’orecchio di Hà l’indirizzo di un passatore che avrebbe organizzato la nostra partenza dal Vietnam [Il mio Vietnam, Kim Thúy, trad. Cinzia Poli]

Il suo nome in significa “minuscola”: Vi è la quarta figlia di una famiglia benestante di Saigon, la femmina dopo tre maschi.

Il nonno di Vi, Antoine Lê Văn An, ha studiato presso i francesi, diventando uno stimato giudice e creando un notevole e solido patrimonio economico. Grazie alla stima e ai soldi, il padre di Vi, unico figlio maschio di Antoine Lê Văn An, ha vissuto da sempre nella bambagia, circondato da tate che anticipavano i suoi desideri e da ogni sorta di lusso, diventando, da adulto, una persona piuttosto capricciosa e imprevedibile.

Durante le vacanze estive, i Lê Văn An frequentano una tenuta distante dalla città, a Đa Lat, ed è qui che il padre di Vi incontra la donna che diventerà sua moglie. Se il nonno aveva incontrato una donna meravigliosa, una donna al cui passaggio tutti i capi si voltavano per guardarla, al contrario il padre di Vi sposa una donna bruttina, naso schiacciato, mascella squadrata, pelle scura come quella di una contadina, ma con una forza di volontà incredibile.

La madre di Vi è una donna decisa, dura a tratti, capace di mandare avanti una famiglia con una precisione quasi militare. Soprassede anche i tradimenti del marito, vive per la sua famiglia, inghiotte amari bocconi e brilla della luce riflessa del marito bellissimo.

Ma si sa che la vita spesso gioca brutti scherzi e succede che all’improvviso una situazione favorevole si trasformi in una tragedia. Così, prima che i gemelli vengano chiamati a partecipare ad una saguinosa guerra, la madre di Vi inizia ad raccogliere informazioni circa la possibile fuga dal Vietnam.

La sua amica Hà, una donna maltrattata dal marito che ha voglia di reinventarsi un futuro, passa alla madre di Vi le informazioni necessarie per abbandonare il Vietnam; fuggono, madre e figli, dalle lussureggianti terre vietnamite, si lasciano alle spalle la loro cultura, le loro certezze e i loro affetti. La barca solca le acque del Golfo del Siam e approda in Malesia. Il campo profughi malesiano sarà solo la prima tappa di quello che, per la minuscola Vi, diventerà un lungo viaggio.

Il mio nome non mi predestinava ad affrontare le tempeste in alto mare e ancor meno a condividere una baracca in un campo profughi in Malesia con un’anziana signora che ha pianto giorno e notte per un mese senza spiegarci chi fossero i quattordici bambini che erano con lei (…) Quando le parole avevano cominciato a sfiorare le labbra incolori della donna ridotta a un fantasma, mia madre mi ha mandata fuori per salvaguardare l’innocenza dei miei otto anni [Il mio Vietnam, Kim Thúy, trad. Cinzia Poli]

I boat people passano dalla loro barca di legno alla nave cargo che li porterà in Malesia (fonte: Wikipedia, autore senza nome, immagine di pubblico dominio)

Il mio Vietnam” di Kim Thúy (trad. C. Poli, Nottetempo, 142 pagine, 15 €) è un breve romanzo che ha come protagonista una bambina che a otto anni si vede costretta ad abbandonare la sua terra per andare dall’altra parte del mondo ad inventarsi una nuova vita. La storia di Vi è la rielaborazione del passato vissuto da Kim Thúy stessa: l’autrice, a dieci anni, ha lasciato il Vietnam per rifugiarsi in Canada, dove è diventata avvocato e quindi critico gastronomico.

Leggere “Il mio Vietnam” è come fare il giro del mondo, saltellando qua e là, perché la protagonista Vi, dopo essere fuggita dal Vietnam ed essersi rifugiata in Canada, ha la possibilità di viaggiare: Brasile, Stati Uniti, Cambogia, Francia, Inghilterra, Cina, Hong Kong, Italia, Giappone… Raccontando la storia di Vi – e di se stessa – con tono brillante e gioviale, “Il mio Vietnam” è una lettura che scorre in fretta.

Vi ricorda con spensieratezza gli anni dell’infanzia, quelli in cui si sentiva “la custode del tempo” semplicemente perché aveva il permesso di voltar pagina al calendario; racconta della fuga, vista con gli occhi di una bambina che non comprende completamente che, forse, non rivedrà più la sua casa. Parla del Canada, dell’accoglienza calorosa riservata ai vietnamiti (la stessa calorosa accoglienza che i canadesi riservarono agli ugandesi, raccontata nel romanzo “Dove l’aria è più dolce” di Tasneem Jamal).

Infine, racconta della sua passione per lo studio e il momento in cui torna in Vietnam, anni dopo la fine della guerra. Il Vietnam che Vi trova non è più il suo Vietnam, è un mondo diverso, ribaltato, nuovo. Un luogo dove la gente non ha dimenticato il calore mortale dei gas usati dagli americani o il sibilo delle pallottole, ma dove si cerca di andare avanti e guardare al futuro; per volontariato, dopo il lavoro, Vi inizia a frequentare un orfanotrofio, un luogo triste ma anche pieno di speranza. Ed è in questo luogo, tra le mura dell’orfanotrofio, che scopre un dettaglio della vita di suo padre, l’unico membro della famiglia a non aver – probabilmente – mai lasciato il Vietnam. Mentre culla un neonato abbandonato o cambia una fasciatura, Vi aspetta.

Aspetta che da quella porta entri una parte del suo passato, quella ancora da chiarire.

Mio padre pensava che la vita fosse giusta nel ricompensare mia madre con la nostra presenza e punire lui con la nostra assenza (…) Forse aveva capito che avevo bisogno di silenzio per sentire di nuovo la sua voce, e di tempo per ripercorrere il cammino fino a lui [Il mio Vietnam, Kim Thúy, trad. Cinzia Poli]

Titolo: Il mio Vietnam
L’Autrice: Kim Thúy
Traduzione: Cinzia Poli
Editore: Nottetempo
Perché leggerlo: perché “Il mio Vietnam” è un libro scorrevole e brillante, che racconta come il destino favorevole possa volgere all’improvviso a sfavore, ma anche che esiste per tutti una seconda possibilità per riscattarsi

(© Riproduzione riservata)

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Marilynne Robinson | Gilead

Ammesso che tu abbia qualche ricordo di me, mi capirai meglio grazie a quello che ti sto raccontando. Se potessi guardarmi con gli occhi di un uomo fatto anziché con quelli di un bambino, noteresti senz’altro in me un che di crepuscolare. Mentre leggi queste pagine, spero tu capisca che quando parlo della lunga notte che precedette questi miei giorni di felicità, più che la sofferenza e la solitudine ricordo la pace e il conforto: sofferenza, certo, ma mai senza conforto; e solitudine, ma mai senza pace [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Gilead” di Marilynne Robinson (trad. Eva Kampmann, Einaudi, 257 pagine, 12 €), scritto nel 2004 e vincitore del Pulizer Prize of Fiction 2005, è il primo volume di una trilogia incentrata sugli abitanti di Gilead, immaginaria cittadina rurale del Midwest americano. “Gilead” si svolge nel 1957 ed è incentrato sulla figura del reverendo John Ames, la voce narrante.

Il reverendo John Ames ha quasi settantasette anni e sente di essere prossimo alla morte. Sapendo che non avrà la possibilità di veder crescere suo figlio, decide di scrivergli una lettera diario.

Nella lettera s’intrecciano personaggi, luoghi ed episodi che riaffiorano dai ricordi del reverendo Ames. Storie che si legano l’una con l’altra, come i rami nodosi di una vecchia quercia, e che vanno a comporre un preciso ritratto di Ames, dai suoi sentimenti alle sue paure, dai suoi dubbi alla sua umiltà.

Quando ero piccolo, la gente credeva che fossi più grande e spesso pretendeva da me di più – più buonsenso, di solito – di quanto fossi in gredo di tirar fuori all’epoca. Divenni molto bravo a fingere di capire, un’abilità che mi è servita ad andare avanti nella vita. Ti dico questo perché coglio che tu ti renda conto che sono tutt’altro che un santo (…) Godo di molto più rispetto di quanto non meriti [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Parla della sua famiglia originaria del Maine ma vissuta in Kansas, di sé stesso, del suo rapporto con la religione e il sacerdozio, delle rare amicizie, dell’amore che prova per la moglie e per il figlio, il tutto descritto con struggente sentimento e commozione. Ciò che il reverendo John Ames ha vissuto è stato filtrato attraverso i suoi occhi e il suo cuore di pastore di anime, è un uomo che ha sempre rispettato il prossimo, che ha perdonato chi ha sbagliato e che si è privato dei suoi magri guadagni per aiutare chi era in difficoltà.

Andrew Wyeth (1943)

Il reverendo Ames descrive suo nonno, John Ames a sua volta sacerdote, un uomo dai modi coloriti che sosteneva i Free Soiler ad affermare il diritto al voto schierandosi come antischiavista, dichiarandosi a favore della guerra per liberare gli schiavi, e richiamava i fedeli in chiesa sparando un colpo di pistola in aria. Scrive di suo padre, John Ames anch’esso uomo di religione, pacifista convinto e spesso in conflitto con il padre, eppure sempre pronto al perdono, tanto da scendere in Kansas con il figlio adolescente per cercare la tomba di suo padre John Ames: durante gli ultimi anni della sua vita, il vecchio Ames era tornato in Kansas a predicare e da laggiù non era mai tornato.

Mio padre nacque in Kansas, come me, perché il vecchio si era spinto fin laggiù dal Maine col solo scopo di aiutare i Free Soiler ad affermare il diritto al voto, in quanto si doveva votare sulla costituzione che avrebbe deciso se il Kansas sarebbe entrato a far parte dell’Unione degli Stati Uniti come stato schiavista o antischiavista (…) ovviamente, molti abitanti del Missouri che volevano annettere il Kansas al Sud fecero la stessa cosa. Perciò, per un certo periodo la situazione fu completamente fuori controllo. Un’esperienza da dimenticare, diceva mio padre. Non gli piaceva sentir accennare a quei tempi, e questo fatto fu causa di rancori tra lui e il genitore [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Descrive la sua gioventù spensierata con le marachelle combinate con l’amico Robert Boughton, l’ammirazione smisurata per il fratello maggiore Edward, uomo con teorie e idee contrapposte a quelle del padre; racconta della piccola Louise, una bambina con le trecce che da adulta diventerà sua moglie, ma disgraziatamente perirà in seguito al parto di Rebecca, la loro sfortunata primogenita.

Il reverendo Ames descrive gli anni solitari dopo essere diventato vedovo, le serate infinite, le pie donne di Gilead sempre pronte a fargli trovare un pasto caldo; dopo le bravate giovanili, anche Boughton è diventato un sacerdote e nella lettera diario vengono riportate molte costruttive discussioni a sfondo religioso con l’amico sacerdote Boughton. Intere pagine vengono riservate al rapporto tra il sacerdote Boughton e suo figlio, John Ames “Jack” Boughton, pecora nera della famiglia Boughton e figlioccio del reverendo John Ames.

Uno dei personaggi più interessanti, benché sia il più silenzioso ed elusivo, è Lila, la giovane moglie del reverendo Ames, descritta con una delicatezza incredibile. Nella lettera, il reverendo Ames usa solo parole commoventi per raccontare l’attimo in cui ha conosciuto la donna che sarebbe diventata la sua seconda moglie, incontrata nel 1947, durante una funzione. Il reverendo è immediatamente attratto da Lila, egli capisce che quella donna rappresenta qualcosa di unico e la avvicina, invitandola al circolo biblico.

Pian piano la donna si avvicina alla religione, impara a vivere assieme alle persone e diventa una voracissima lettrice. Lila ha un passato turbolento, del quale il reverendo non scrive molto. Durante una lumiosa giornata, mentre sono in giardino, la donna propone al reverendo di sposarla.

Cominciò a venire a casa mia insieme ad alcune delle altre donne per prendere le tende da lavare, o sbrinare la ghiacciaia. E poi cominciò a venire da sola per prendersi cura del giardino. Lo fece diventare bellissimo e rigoglioso. E una sera, quando la trovai là, vicino alle splendide rose, le chiesi: – Come potrò sdebitarmi di tutto questo? E lei mi rispose: – Dovrebbe sposarmi – . E lo feci. [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Andrew Wyeth (1963)

Ma la gioia più grande per il reverendo Ames è la nascita del figlio. È ormai anziano, Ames, ha quasi sett’anni quando diventa padre: è felice ma allo stesso tempo la paura di morire prima che al piccolo restino ricordi di lui. Nel descrivere i momenti della loro vita quoditiana, si percepisce un amore fortissimo e straordinario, un sentimento profondo, autentico, emozionante.

Tu e tua madre eravate seduti sul dondolo, avvolti in una trapunta. Lei ha detto: – Forse questa è l’ultima serata mite -. Mi ha fatto posto al suo fianco, mi ha sistemato la trapunta sulle ginocchia e ha appoggiato la testa sulla mia spalla (…) E così siamo rimasti seduti al buio per un po’, tu più o meno addormentato mentre tua madre ti carezzava i capelli [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Per il figlio, il reverendo Ames è disposto a tutto, anche a giocare con lui nonostante gli accacchi dell’età e mentre lo tiene in braccio prega per il suo futuro, per lui augura solo il meglio. Non ci sarà, accanto a lui, gli anni che li dividono sono troppi e il tempo scorre fin troppo in fretta; ma il reverendo prega affinché il figlio diventi un uomo intelligente, buono e misericordioso.

Pregherò per tu diventi un uomo coraggioso in un paese coraggioso. Pregherò perché tu trovi un modo per renderti utile [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Come avrete intuito dalla mia recensione, “Gilead” è un romanzo che mi è piaciuto moltissimo, che mi ha emozionata, commossa e colpita. Le vicissitudini dei pochi personaggi legati alla cittadina di Gilead sono filtrate dagli occhi e dai sentimenti del reverendo Ames, che restituisce al lettore un ritratto unico di alcuni abitanti della cittadina del Midwest degli anni Cinquanta. Lo stile di Marilynne Robinson è coinvolgente, studiato nei minimi dettagli, ogni parola usata è calibrata, nulla è lasciato al caso o allo sproposito. I personaggi, pochi appunto, sono caratterizzati con un dettaglio incredibile e vengono indagati in profondità, presentati con le loro paure e sicurezze, certezze e debolezze.

Solo un personaggio è evanescente, pur raccontandone le gesta. È il figlio di Amese e Lila, il bambino di sette anni che rappresenta la gioia del padre, ma non viene descritto in quanto bambino, bensì immaginato dall’anziano padre quando sarà un vecchio.

(…) quando sarai vecchio come me, forse ti verrà in mente di scrivere una sorta di resoconto personale, come sto facendo io (…) Perché mi piace pensarti vecchio? Quella prima fitta dell’artrite nel tuo ginocchio la immagino con tutta la tenerezza di quando mi ha mostrato il tuo dente dondolante. Sii assiduo con le tue preghiere, vecchio mio [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Eppure, benché possa sembrare che “Gilead” parli di morte – da quella del nonno a quella repentina della voce narrante – io in questo romanzo ho trovato la vita e la speranza, tanta speranza, la fiducia nel futuro e la certezza che tutti possiamo cambiare in meglio.

Andrew Wyeth (1998)

La vita del figlio che continuerà e che un giorno diventerà adulto; la speranza e la fiducia in un futuro radioso per tutti; e la certezza che se si vuole, se si lavora duramente, si può cambiare. Potrà cambiare Jack Bougthon come è cambiata Lila quando ha incontrato il reverendo Ames. Ma questo lo scoprirò solo ritornando a Gilead, ritornando a casa.

Titolo: Gilead
L’Autrice: Marilynne Robinson
Traduzione dall’inglese: Eva Kampamann
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché Gilead è come una trapunta calda quando a settembre iniziano le prime serate fredde. Perché racconta un’America rurale che esiste solo più nei ricordi, o nelle lettere polverose che si disfano se le si legge. Perché il reverendo Ames, col suo gran cuore, è uno dei personaggi più belli e meglio riusciti incontrati nei tanti romanzi americani che ho letto.

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Lauren Groff | Arcadia

Tu sei nato nella Carovana, dice Abe a bassa voce, quanto eravamo ancora un manipolo di groupie che seguiva Handy nei suoi giri (…) Eravamo due dozzine, al massimo. Andavamo ai concerti, restavamo per le riunioni che si tenevano dopo. Ovunque andassimo, incontravamo comuni, alcune lavoravano, altre no. A forza di vedere iurte, cupole geodetiche, capanne sudatorie e case occupate nei ghetti, cominciammo a pensare che anche se tutti stavano facendo cose simili, noi volevamo fare qualcosa di diverso dagli altri. Qualcosa di pur. Volevamo vivere con la terra, non su di essa (…) Volevamo che il nostro amore fosse un faro col quale illuminare il mondo [Arcadia, Lauren Groff, trad. T. Pincio]

Briciola è un bambino minuscolo come un bruscolino, primo nato di quella che diventerà la comune di Arcadia. Abe e Hannah, i genitori di Briciola, sono due giovani che sentono di doversi allontanare dal mondo, quel mondo fatto solo di falsità, inganni e guerre, per unirsi alla carovana di Handy, un uomo mosso dalla voglia di creare una comune unica nel suo genere, Arcadia appunto.

Dopo aver girovagato attraverso gli Stati Uniti, nel 1968 gli arcadi trovano posto nello stato del New York. Qui parcheggiano i pullmini, il Pink Piper e i caravan, finalmente si fermano per creare Arcadia. Briciola è piccolissimo e di quel periodo ricorda la fame, le difficoltà, il freddo e soprattutto la depressione invernale della mamma. I primi anni di Arcadia sono difficili: inventarsi un mondo nuovo non è facile. Nell’ideale mondo di Arcadia nessun animale viene sfruttato – gli arcadi sono vegan; se vai a letto con una donna diventi suo marito e puoi avere più di un coniuge; qui circolano liberamente droghe leggere e pesanti; puoi sentirti libero ma devi lavorare per il bene della comune.

Col tempo Arcadia cresce, vengono realizzati dei fabbricati fissi e abbandonati quelli mobili; quando Casa Arcadia viene inaugurata e la voce si sparge per tutto lo stato e oltre. Sono molti i giovani che arrivano a popolare Arcadia, attratti principalmente dalla libertà sessuale e dalla possibilità di assumere droghe.

Anche Briciola, nel frattempo, cresce e dimostra giorno dopo giorno una sensibilità fuori dal comune. Briciola si rende conto che Arcadia è un sogno che non potrà vivere a lungo, ma Arcadia è il suo guscio perché Briciola non è mai uscito dalla comune, non ha mai visto il mondo, pur sapendo chi è il Presidente degli Stati Uniti e cosa succede in Vietnam.

Molte cose smettono di funzionare ad Arcadia e iniziano i primi aspri attriti tra gli arcadi. Handy non ha mai lavorato, troppi cappelloni vengono solo per approfittare dell’ospitalità, di soldi i genitori di Briciola non ne hanno mai avuti e la fame è uno spettro sempre presente, specialmente quando il clima di guasta e vanno persi ettari di coltivi.

La fine del sogno degli arcadi è questione di tempo e quando la magia di Arcadia s’infrange, Briciola e i suoi genitori lasciano la comune e, spaventati, decidono di affrontare il mondo. Scelgono di andare a  New York, sono gli anni Ottanta, molte cose sono cambiate dal 1968, l’anno in cui Abe e Hannah sono entrati nella comune; per Briciola, invece, sarà una dura prova scoprire cosa c’è nel mondo al di fuori di Arcadia.

Sorge il sole. Con la luce del giorno vede spuntare nel finestrino il riflesso del suo viso. Scorge così poco in quell’immagine: una bella frangia di capelli dorati, il collo lercio di una maglietta. Un po’ di fragile e pallida carne sopra ossa appuntite e occhi così grandi, in quel suo viso, che minacciano di inghiottire il mondo che sfila in un vortice di apparizioni fugaci, quello stesso mondo che minaccia di inghiottirli [Arcadia, Lauren Groff, trad. T. Pincio]

The Arcadian Pastoral State, Thomas Cole (1834)

Arcadia” di Lauren Groff (trad. Tommaso Pincio, 371 pagine, 16.90 €) è un libro molto bello, delicato, tenero e crudele allo stesso tempo, scritto e tradotto in modo eccellente. Suddiviso in quattro parti racconta la storia di Briciola e della comune Arcadia dagli anni Sessanta al 2018, ovvero dagli anni luminosi dei sogni degli hippies ad un futuro alquanto apocalittico dove un’epidemia di influenza polmonare si abbatte sulla popolazione di una Terra sovrasfruttata.

La bellezza del romanzo “Arcadia” risiede nelle stupende descrizioni di luoghi e sentimenti che Lauren Groff dipinge con notevole maestria e nelle riflessioni che necessariamente scaturiscono da un simile testo. Realizzare una comune perfetta e autonoma è un’utopia: è impossibile, o quasi, pensare di allontanarsi dal mondo per inventare a tutti gli effetti un mondo nuovo; lo era negli anni Sessanta e lo sarebbe ancora oggi. Arcadia è come un essere che si evolve, che cresce, che muta e durante la sua evoluzione riflette drammaticamente la società dalla quale gli arcadi fuggivano.

Handy, il capo, è il primo dei fannulloni che rifugge il duro lavoro sin dall’inzio di Arcadia. Un copione che si osserva spesso nelle istituzioni, dove chi è a capo di qualcosa è sempre colui che lavora meno degli altri. Con il passare del tempo, Arcadia vede aumentare la propria popolazione: è quello l’inizio della fine. Troppe persone da sfamare e da sistemare: in Casa Arcadia, la struttura fissa e riscaldata, non c’è posto, per cui gli ultimi arrivati vengono alloggiati nelle carovane mobili. Iniziano le proteste: perché i primi arcadi possono stare a Casa Arcadia e gli altri nelle gelide roulotte? Come nella nostra società: i primi e i più furbi meglio alloggiano, agli altri restano le briciole.

Inoltre, gli abitanti di Arcadia hanno spesso patito la fame: è molto difficile impostare un’economia basata su agricoltura e autoproduzione, vegana per di più, le fatiche sono alte e il risultato scarso.

Le droghe, il sesso libero e la troppa libertà sono stati tre elementi che hanno causato la rovina di Arcadia; troppa libertà, si sa, nuoce a chi non la sfrutta usando la testa e la consapevolezza. Per questo Arcadia muore lentamente: la gente se ne va, per via della fame, per via della polizia sempre più presente con i controlli antidroga; così anche Briciola e la sua famiglia vanno via: per Briciola sarà uno shock essere buttato nel mondo fuori Arcadia.

Arcadia è un guscio protettivo, quasi un grembo materno, ad Arcadia il piccolo Briciola è legato con un cordone ombelicale. Reciderlo gli causa paure, terrore e grande infelicità. Il mondo fuori è terribile e lui lo sa già prima di uscire da Arcadia, ma lo affronta e non saranno poche le difficoltà che di nuovo troverà sul suo cammino.

Lauren Groff è stata eccezionale nel descrivere la crescita formativa di Briciola: seguiamo la sua vita dalla nascita nel caravan sino all’età adulta, quando è padre a sua volta di Grete e lavora come fotografo a New York. “Arcadia” è anche un perfetto romanzo di formazione, che segue tappa per tappa la crescita e la maturazione del piccolo Briciola. Cambia anche stile narrativo la Groff, man mano che Briciola cresce si alza la nebbia posata ridosso gli eventi e i personaggi che circondano il piccolo e diventa via via più chiaro, dagli aspetti negativi a quelli positivi.

In questa recensione mi sono volutamente concentrata sulle riflessioni scaturite dalle prime due parti del romanzo perché sono quelle più belle e più ricche; nella terza e nella quarta parte Briciola affronta il mondo reale, con le sue difficoltà, affronta tre drammi famigliari ma accanto avrà Grete, una figlia straordinaria avuta dall’amore della sua vita, Helle la figlia ribelle di Handy. Le parti terza e quarta più che riflessive sono descrittive, la Groff racconta cosa succede ai personaggi una volta usciti da Arcadia, drammi ed eventi che il lettore vuole conoscere, soprattutto se come me si è affezionato a Briciola, Abe e Hannah.

“Arcadia” è un ottimo romanzo, ben riuscito, che consiglio a chi ama la letteratura americana e a chi ha voglia di leggere un libro che porta a riflettere: Arcadia non è solo una comune degli anni Sessanta fondata da un manipolo di hippies un po’ sballati, Arcadia siamo anche noi e nel romanzo della Groff spesso mi ci sono ritrovata.

Titolo: Arcadia
L’Autrice: Lauren Groff
Traduzione dall’inglese: Tommaso Pincio
Editore: Codice edizioni
Perché leggerlo: per chi ama la letteratura americana e per chi ha voglia di leggere un libro che porta a riflettere: Arcadia non è solo una comune degli anni Sessanta fondata da hippies sballati, Arcadia siamo anche noi
Suggerimento musicale: From Yesterday, Thirdy Seconds To Mars (2006)

(© Riproduzione riservata)

Olja Savičević | Addio, cowboy

Daniel mio fratello è morto a diciotto anni sotto il treno Intercity sulla tratta Osijek-Zagabria-Spalato saltando dal cavalcavia di cemento sopra i binari. Quel mattino non è andato a scuola, è partito in direzione della litoranea, lungo il ruscello asciutto, poi è passato sotto il tunnel segreto sotto la strada e sul famoso sentiero di ghiaia fino alla ferrovia, immagino chiaramente. (…) A volte passo sotto quel cavalcavia, su e giù, salgo e guardo tutto quello che lui ha visto: il Quartiere che inghiottiva l’erba dorata, gli ulivi che si arrampicavano sulla collina spoglia, i gabbiani che planavano dalla discarica e dal macello; le vigne spruzzate di verde rame, velenoso e dal colore infantile, sulle quali maturava l’uva scura, e il cespuglio della rosa canina carico di frutti e di spine [Addio, cowboy, Olja Savičević, trad. E. Copetti]

Dada è una studentessa fuori corso da anni che da Zagabria, dove studia e lavoricchia, ritorna a Spalato a casa della madre. Il padre di Dada è morto da tempo, un cancro legato all’inalazione di polvere di amianto lo ha portato via troppo giovane; la madre di Dada, chiamata solamente Ma, ha lavorato come cuoca e poi è scivolata nella depressione. La sorella di Dada è un’insegnante, già separata dal marito, brillante ma feroce a tratti, ironica e laconica; Daniel, il fratello minore, è morto a diciotto anni suicida sotto un treno. Nessuno conosce il motivo di questo gesto.

È estate quando Dada torna da Zagabria per prendersi cura di Ma. La depressione la sta schiacciando. Mamma e figlia vanno al mare, seguendo la polverosa litoranea, i fabbricati abbandonati, le erbacce che crescono dappertutto senza che nessuno se ne curi; la periferia di Spalato è tutt’altra cosa rispetto alla località balneare per turisti. E oltre ad aiutare Ma, Dada vuole capire perché suo fratello Daniel si è ammazzato.

Lo spettro della guerra; lo spettro del suicidio di Daniel e i motivi di quell’orrendo gesto; la morte del padre a causa del cancro; la depressione di Ma; l’arroganza della sorella; quella sensazione di incompiutezza che perseguita Dada, incapace di finire ciò che inizia, dallo studio alle storie d’amore con i ragzzi; e soprattutto, il misterioso Herr Professor che una un turbolento passato, si dice, da pedofilo o da attore porno. E infine, i cowboy tanto amati da Daniel.

Ho imparato qualcosa sulla contemporaneità: che il ricordo è il presente di tutti gli avvenimenti mandati a memoria. Il nastro si avvolge avanti-indietro. Fw-stop-rew-stop-rec-play-stop, si ferma nei punti importanti, alcune immagini tremano immobili, congelati in una pausa duratura, non chiare. Ma il ricordo è un montatore sabotatore, che in una stanza sul retro taglierà e incollerà, ricomporrà fino alla fine o almeno fino all’Alzheimer [Addio, cowboy, Olja Savičević, trad. E. Copetti]

Addio, cowboy” di Olja Savičević (tradotto da Elisa Copetti, L’Asino d’Oro Edizioni, 233 pagine, 16 €) è un romanzo fortemente nostalgico, cupo benché ambientato nella luminosa estate croata, pieno di riflessioni sul passato e misteri da risolvere nel presente.

Lo stile narrativo della Savičević è a tratti chiaro e a tratti nebuloso, ed è ricco di flash back che spesso disturbano il filo della narrazione; il romanzo è scritto in prima persona nella prima parte (Eastern), in terza persona nella seconda (Western) e di nuovo in prima persona nell’ultima parte (Adio). La voce di Dada, che racconta la storia, è dolce e stridula allo stesso tempo, in funzione di ciò che racconta. Sullo sfondo c’è una Croazia grigia dove l’ombra della guerra dei Balcani oscura ancora gli animi, una Spalato polverosa dove molte persone vivono esistenze davvero drammatiche.

La concentrazione dei drammi nella vita di Dada mi ha rallentato la lettura; si susseguono troppe disgrazie nella vita di questa ragazza e della sua famiglia: prima la morte del padre, quindi il suicidio del fratello e la depressione della madre. Vengono raccontati episodi piuttosto violenti, e ci sono personaggi viscidi e ambigui come Herr Professor. Infine, Dada stessa: perché non provare a reagire, nonostante le disgrazie? Dada non ha minimamente idea di cosa fare nella vita, se proseguire a studiare o se cercarsi un lavoro o se continuare a bivaccare alle spalle degli altri. Ne viene fuori un personaggio abbastanza insopportabile.

Insomma, “Addio, cowboy” è un romanzo che personalmente ho apprezzato solo a metà. Interessanti le descrizioni della periferia di Spalato, per rendersi conto che la Croazia è anche questo, non solo mare e spiagge da sogno; ma lo stile della Savičević e le eccessive sfortune di Dada non mi hanno fatto godere appieno della lettura.

Titolo: Addio, cowboy
L’Autrice: Olja Savičević
Traduzione dal croato: Elisa Copetti
Editore: L’Asino d’oro edizioni
Perché leggerlo: per scoprire una Croazia lontana dal turismo, dove lo spettro della guerra ancora incombe
Suggerimento musicale: I cowboy non mollano, Max Pezzali (2013)

(© Riproduzione riservata)

Nona Fernández | Chilean electric

Non so come tutto sia cominciato. Non ricordo se lei me l’abbia raccontato o meno. Forse ci fu una cerimonia. Qualcuno fece un discorso dall’alto di una pedana montata per l’occasione o sulla scalinata della cattedrale. Probabilmente si parlò del progresso, dei tempi venturi, del futuro che stava arrivando e che si sarebbe manifestato lì in quella notte, nella penombra del chilometro zero della città, nell’ombelico del paese (…) velocemente per non svelare il trucco, ognuno dei lampioni installati nella piazza si accese nello stesso momento regalando al pubblico un numero di illusionismo al quale prima d’allora nessuno aveva mai assistito. La gente ammutolì. Restammo a bocca aperta, così mi disse. Non volava nemmeno una mosca, tutto era silenzioso mentre osservavamo le lampadine accese [Chilean electric, Nona Fernández, trad. R. D’Alessandro]

Una bambina riceve dalla nonna ciò che di più prezioso possa trasmettere: i ricordi. Forse si tratta di ricordi non proprio reali, forse sono ricordi falsati, come spesso capita a molte persone; ma la cerimonia della luce, l’installazione delle prime lampadine che illuminarono Santiago del Cile nel 1883, è un qualcosa di magico.

La città illuminata come a giorno anche nelle ore notturne è incredibile per molti cileni; nella notte a Plaza de Armas le ombre vengono sconfitte da quelle piccole lampadine luminose e tremolanti, i volti e i pensieri delle persone che assistono alla cerimonia vengono illuminati quella notte.

Per molti, l’arrivo della luce elettrica in Cile è sinonimo di progresso e dell’avvento di un grande futuro radioso. Quello che i cileni non sanno, in quella notte inghiottita dalla potenza della luce, quello che non sanno è che qualche anno dopo arriveranno persone capaci di spegnerla, la luce: la spegneranno con rapimenti e pestaggi, crudeltà e dittatura. Spegneranno spensieratezza e speranze verso il futuro, e spegneranno con la forza gli ideali del Presidente Salvador Allende.

Per molti anni Salvador Allende fu per me soltanto una voce. Sapevo che era stato l’ultimo presidente eletto dal paese, sapevo che era morto all’interno della Moneda, però non avevo mai visto nessuna sua immagine, era solo un’ombra oscura e sfocata. In casa mia non c’erano foto di Allende. In nessuna casa di nessun amico, di nessun parente, di nessun vicino. E se c’erano, stavano ben nascoste (…) Per questo, durante i miei primi anni di vita, Allende non ebbe volto né corpo, ebbe solo una voce [Chilean electric, Nona Fernández, trad. R. D’Alessandro]

Murales cileno (foto: Federica, Una ciliegia tira l’altra – Blog)

Chilean electric” dell’autrice cilena Nona Fernández (trad. Rocco D’Alessandro, Edicola ediciones, 102 pagine, 10 €) è un bel romanzo breve ma molto intenso che consiglio volentieri, uno di quei libri capace di trasmettere emozioni e di parlare al cuore di chi lo legge.

L’arrivo della luce elettrica a Santiago del Cile nel 1883 è il pretesto che la Fernández utilizza per raccontare la storia di sua nonna, la guerra del salnitro, della morte di Salvador Allende, degli anni lunghi e difficili della dittatura di Pinochet, del destino del Cile e di come tutto questo abbia interessato anche la sua famiglia.

Io non ho mai visto una lucciola. E non so nemmeno se in Cile esistano (…) Quando penso a quelle lucciole inesistenti mi viene voglia di avventurarmi e decifrare la scena che mi ha regalato mia nonna, raccontandomi che la storia del Cile può essere divisa allo stesso modo a partire dalla cerimonia della luce. Un prima e un dopo. I tempi dell’ombra e i tempi della luce. Potrei dire che ci sono state cose fondamentali che sono state giustamente illuminate, metre altre sono state tristemente abbagliate e bruciacchiate dalle lampadine della piazza [Chilean electric, Nona Fernández, trad. R. D’Alessandro]

La luce fa scomparire le lunghe ombre e illumina con il suo calore le porzioni buie e fredde della terra. Allo stesso modo i ricordi, nostri e quelli che ci vengono raccontati, gettano luce sul passato e ci aiutano a sentirci partecipi di qualcosa che non abbiamo potuto vivere.

Possono essere ricordi positivi, pieni di luce, o ricordi negativi, fatti solo di ombre lunghe; ma sono i ricordi le cose più preziose, quelli che ci permettono di far vivere per sempre le persone che abbiamo amato.

Ogni primo dicembre si metteva sul tavolo della cucina a sistemare le decorazioni natalizie (…) le lucine colorate cominciavano ad accendersi e a spegnersi in un tintinnio rapido e fugace. Prima quelle rosse, poi le verdi, poi le gialle. Oppure tutte insieme (…) Ognuna di quelle lampadine rappresenta una storia, una di quelle che mi raccontava di sera per farmi addormentare. Oguna è un racconto, o meglio la traccia di quel racconto (…) Questo è il vero regalo che ci tramanda l’albero di Natale che qualche volta abbiamo decorato insieme ai nonni [Chilean electric, Nona Fernández, trad. R. D’Alessandro]

Titolo: Chilean electric
L’Autrice: Nona Fernández
Traduzione dallo spagnolo: Rocco D’Alessandro
Editore: Edicola ediciones
Perché leggerlo: perché è un romanzo breve che vibra d’emozioni come la luce tremolante delle prime lampadine elettriche che fecero brillare Santiago del Cile
Suggerimento musicale: Gracias a la vida di Violeta Parra (1966)

(© Riproduzione riservata)

Sarah Perry | Il serpente dell’Essex

STRANE NOTIZIE, dicevano, un serprente mostruoso con occhi grandi come una pecora è emerso dalle acque dell’Essex ed è risalito fino ai boschi di betulle e ai parchi dei villaggi! (…) Era l’epoca del serprente, fosse esso fatto di squame e tendini, o di legno e tela, o fosse solo il frutto delle farneticazioni di qualche folle; i bambini venivano tenuti lontani dalle sponde del fiume, e i pescatori si rammaricavano di non avere attività migliore! Poi scomparve, così com’era arrivato, e per quasi due secoli non se ne seppe più niente, fino al terremoto, quando qualcosa sott’acqua venne liberato! [Sarah Perry, Il serpente dell’Essex, traduzione Chiara Brovelli]

Dopo aver seppellito il marito, Cora Seaborne decide di lasciare Londra e di trasferirsi per qualche tempo nell’Essex, una regione a sud-est dalla capitale inglese. Assieme a Francis, il figlio autistico, e alla fedele cameriera Martha, Cora prende dimora a Colchester, un luogo dove stanno venendo alla luce molti fossili lungo la costa.

Appassionata da sempre di scienze naturali e seguace delle teorie dei naturalisti Darwin e Lyell, Cora Seaborne rimane entusiasta della storia del serpente dell’Essex: pare che un terremoto abbia risvegliato un temibile mostro che ora infesta le acque dell’estuario del Blackwater, a sud-ovest di Colchester.

Cora non si lascia scappare l’opportunità di indagare a proposito del serpente: la donna spera che si tratti di un ittiosauro come quello trovato dalla paleontologa Mary Anning, confermando la teoria che vuole che non tutti i rettili preistorici si siano estinti. Inseguendo le tracce del mostro, Cora si sposta ad Aldwinter, sonnolenta cittadina sull’estuario del Blackwater dove si sono registrate diverse misteriose morti, incontra il reverendo William Ransome, forte oppositore della presenza del mostro.

Nel frattempo, il piccolo Francis vaga da solo per le paludi, alla ricerca di piccoli tesori da raccogliere; Martha conosce prima Spencer e poi Edward, i quali le spiegano la drammatica situazione di scioperi e assegnazione di case popolari a Londra; Stella Ransome, la moglie del reverendo, scopre di avere una malattia grave; il dottor Luke Garrett, brillante stella della chirurgia londinese, subisce un incidente che modificherà pesantemente la sua carriera. E intanto, mentre Cora e William discutono e prendono posizioni opposte, nelle paludi continuano ad accadere cose strane.

Eppure le cose non vanno come dovrebbero. La casa alla Fine del Mondo sta affondando nella palude, e nel focolare vuoto crescono i funghi. Il molo è tranquillo: meglio rischiare un inverno di magra che veleggiare su acque contaminate. Giungono voci da Point Clear e da St Osyth, da Wivenhoe e Brightlingsea: la bestia che vive nel Blackwater è stata avvistata da un pescatore al cambio della marea, una sera, e dopo quell’episodio il poveretto è uscito di senno (…) [Sarah Perry, Il serpente dell’Essex, traduzione Chiara Brovelli]

Chiaro di luna, John Atkinson Grimshaw (fonte: Wikipedia)

Il serpente dell’Essex” di Sarah Perry (trad. C. Brovelli, Neri Pozza, 458 pagine, 18 €) è un libro che purtroppo mi ha delusa e annoiata in misura eguale, ora proverò a spiegare il motivo di questi sentimenti negativi nei confronti del romanzo.

Spesso dò molto peso a trama, copertina e ambientazione. Un mostro che emerge dalle acque paludose e semina panico e paura in una sonnolenta cittadina posta alla foce dell’estuario del Blackwater; una copertina spettacolare che ricalca quella orginale dell’edizione inglese; l’ambientazione nella campagna dell’Essex, cupa anche in estate. Ecco, questi sono i fattori che mi hanno convinta a precipitarmi ad acquistare il romanzo e ad iniziarlo quasi immediatamente.

Il romanzo di Sarah Perry è suddiviso in quattro parti e la vicenda si svolge in un arco temporale che va da gennaio a novembre: “La notte di San Silvestro” (tra gennaio e marzo), “Quanto è in suo potere” (aprile e maggio), “Vegliate in ogni momento” (giugno e agosto) e “I momenti finali della ribellione” (settembre e novembre). La prima parte è decisamente intrigante e avvincente: l’Autrice introduce velatamente la storia del serpente dell’Essex risvegliato probabilmente dal terremoto occorso qualche tempo prima; vengono introdotti i personaggi chiave, Cora e William, e i personaggi secondari. Queste pagine instillano vera curiosità nel lettore che vuole sapere cosa o chi sia questo essere che infesta le paludi e provoca misteriose morti.

Peccato, però, che le altre tre parti siano più scialbe e poco interessanti rispetto alla prima: il ritmo rallenta, scorrono pagine e pagine in cui non succede nulla o quasi e la lettura diventa difficoltosa. L’Autrice si focalizza sui personaggi secondari sviluppando (troppe) trame secondarie, generando così confusione e distogliendo l’attenzione dal mostro delle paludi dell’Essex che quasi viene messo da parte; viene citato ogni tanto, giusto per non dimenticare che la sua presenza aleggia ancora. Ma a parte brevi apparizioni e qualche fattaccio strano, non succede comunque nulla e il mistero fatica a risolversi.

Pur avendomi annoiata, due punti positivi il romanzo li ha: le descrizioni dell’Essex e di Londra vissute attraverso le stagioni che vanno dall’inverno all’autunno e la caratterizzazione dei due personaggi protagonisti, Cora e William.

Cora è una donna che disubberisce alle consuetudini dell’epoca, oltre a vestire quasi da uomo e andare alla ricerca di fossili, non crede in Dio né lo teme e si sente votata alla scienza di Darwin e Lyell. William è un pastore di anime, per cui ha una visione opposta a quella di Cora, e spesso si ritrova a discutere con lei e il confine tra l’odio e l’amore verso questa donna sono decisamente labili.

Il serpente dell’Essex” non ha quindi soddisfatto le mie aspettative: potrebbe essere un ritratto della società inglese di fine Ottocento, ma l’essere che vive nelle paludi dell’Essex non è il vero protagonista e forse, proprio perché io mi aspettavo una sua presenza più massiccia e invadente, sono rimasta molto delusa.

Titolo: Il serpente dell’Essex
L’Autrice: Sarah Perry
Traduzione dall’inglese: Chiara Brovelli
Editore: Neri Pozza
Perché leggerlo: per avere un bel ritratto della società inglese di fine Ottocento, per chi è interessato al dibattito scienza e fede, per chi vuole immergersi nell’uggiosa e tetra campagna inglese

(© Riproduzione riservata)

A Lisbona, omaggio letterario e sentimentale

Il viaggiatore non è un turista, è un viaggiatore. C’è una grande differenza. Viaggiare significa scoprire, il resto significa semplicemente trovare. Viaggio in Portogallo, José Saramago, trad. R. Desti

Tramonto a Cais do Sodré, Lisbona (foto: Claudia)

Questo piccolo Portogallo baciato dal mare e dal clima mi ha sempre affascinata. Sarà che Portogallo è terra di confine e di grandi esploratori, sarà che questo paese affacciato sull’Oceano Atlantico ha dato natali a grandi scrittori e ne ha ispirati molti altri, sarà che ho amato molto il libri ambientati nello stato lusitano e nelle sue ex- colonie.

Sulle emozioni che il Portogallo mi ha trasmesso avrei da scrivere molto, moltissimo. Ho scattato innumerevoli fotografie, ho inseguito tramonti, ho tremato di freddo alla sera lungo il Tago, ho preso aerei, pullman, treni, traghetti; percorso salite e discese da vertigini. Ho tanti di quei ricordi che sento la necessità di raccontare molto, perché in fondo come scrive Ricardo Reis, eteronimo di Fernando Pessoa, siamo racconti che raccontano racconti.

Ho realizzato un itinerario letterario in cinque tappe per omaggiare le bellezze artistiche e letterarie di Lisbona. L’itinerario che ho studiato per unire arte e letteratura è facilmente percorribile utilizzando i tram storici 28E e 15E e facendo qualche passo a piedi tra una tappa e l’altra; vi indicherò tre locali dove fermarvi per fare una gustosa pausa gastronomica. Al termine dell’articolo vi lascerò qualche suggerimento pratico per organizzare il viaggio.

Siete pronti per partire?

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Prima tappa: Cemitério dos Prazeres, Campo de Ourique
Accompagnati da: Requiem di Antonio Tabucchi (Feltrinelli, trad. S. Vecchio, 139 pagine, 8 €)
Mezzo di trasporto: tram 28E, capolinea Campo de Ourique

Attraversai il portale ed entrai. Nel cimitero non c’era nessuno, solo un gatto a passeggiare tra le prime tombe. Alla mia destra, subito dopo l’entrata, vicino al portale, c’era una piccola casa e la porta era aperta. Con permesso, dissi, posso entrare? (…) Il signore cosa desidera?, mi domandò, il cimitero è chiuso, apre solo tra un po’, adesso è ora di pranzo, io sono il guardiano (…) Che razza d’idea venire al cimitero a quest’ora e con questo caldo, disse il Guardiano del Cimitero, non passerebbe per la testa a nessuno. È che qui c’è un mio amico, risposi (…) mi piaceva fargli una visita, mi piaceva fargli una domanda. E pensa che lui le rispondera?, disse il Guardiano del Cimitero, guardi che i morti sono molto silenziosi, permetta che glielo dica, li conosco bene io.

Cemitério dos Prazeres, Lisbona (foto: Claudia)

Il nostro viaggio letterario attraverso Lisbona incomincia qui, al Cemitério dos Prazeres, in Campo Ourique. Il Cemitério fu aperto nel 1835 ed è considerato il cimitero monumentale della città di Lisbona; ospita le tombe delle famiglie dei nobili lusitani, di artisti ed intellettuali, tra i quali lo stesso Antonio Tabucchi.

Entrati nel Cemitério verrete accolti dal personale e dai numerosi gatti che vivono qui; per evitare di perdervi nella distesa di tombe e statue, chiedete al guardiano del cimitero di indicarvi la tomba di Antonio Tabucchi. Troverete la tomba di Antonio Tabucchi e rimarrete sorpresi a scoprire che si tratta di una semplice casetta in marmo con l’iscrizione “Escritores portugueses II“. Sì, per i portoghesi Tabucchi è stato uno scrittore portoghese.

Proseguiamo l’itinerario uscendo dal Cemitério dos Prazeres e saltando sul tram 28E. Qui il tram fa il capolinea, non dovreste avere problemi a trovare un posto a sedere; nel caso non trovaste posto seduti, reggetevi forte perché la guida dei tramvieri di questa linea è molto… pittoresca!

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Seconda tappa: Chiesa do Carmo, Chiado
Accompagnati da: Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares eteronimo di Fernando Pessoa (Feltrinelli, trad. A. Tabucchi e M. J. de Lancastre, pagine 279, 8 €)
Mezzo di trasporto: tram 28E, fermata Chiado

Diventato una pura attenzione dei sensi, fluttuo senza pensiero e senza emozione. Mi sono svegliato presto; sono uscito per strada senza idee fatte. Osservo come se riflettessi. Vedo come se pensassi. E una leggera nebbia di emozione sorge assurdamente dentro di me; la bruma che sta svanendo sembra infiltrarsi lentamente dentro di me. Sento involontariamente che sto pensando alla mia vita. È successo successo senza che me ne accorgessi. Credevo soltanto di vedere e di sentire, di non essere altro, in tutto questo mio ozioso itinerario, che un riflettore di immagini, un paravendo bianco dove la realtà proietta colori e luce invece di ombre. Ma senza saperlo ero di più.

Chiesa do Carmo, Lisbona (foto: Claudia)

Per raggiungere la chiesa do Carmo dobbiamo scendere dal tram 28E alla fermata Chiado, quindi percorrere Rua Serpa Pinto, svoltare su Traversa Carmo, giungere nella piazzetta cinta da Largo do Carmo ed eccoci. La chiesa do Carmo fu una delle maggiori chiese gotiche di Lisbona, costruita nel 1389, ma danneggiata pesantemente dal terremoto del 1775. La sua ricostruzione venne interrotta nel 1834, anno in cui vennero soppressi alcuni ordini religiosi, così la chiesa ricorda un’antica nave naufragata.

La chiesa do Carmo è un luogo mistico e silenzioso nel pieno centro del Chiado, un quartiere vivace e chiassoso. Nel nostro itinerario leggiamo le parole di Bernardo Soares, uno dei molti eteronimi di Pessoa, nella navata centrale della chiesa del Carmo. Nel passo citato, non si fa menzione del Carmo, ma non abbiamo difficoltà ad immaginare un inquieto Fernando Pessoa che riflette tra le rovine della chiesa del Carmo.

Il viaggio prosegue, lasciamo i silenzi del Carmo al nostro Fernando Pessoa.

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Terza tappa: Praça Rossio, centro
Accompagnati da: Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi (Feltrinelli, 214 pagine, 7.50 €)
Mezzi di trasporto: i nostri piedi

Eppure Pereira lo invitò a pranzo, sostiene, e scelse un ristorante del Rossio. Gli parve una scelta adatta a loro, perché in fondo erano due intellettuali, e quello era il caffé e il ristorante dei letterati, negli anni venti era stato una gloria, ai suoi tavolini si erano fatte le riviste di avanguardia, insomma, ci andavano tutti (…) Discesero in silenzio l’Avenida da Liberdade e arrivarono al Rossio. Pereira scelse un tavolino all’interno (…) Si guardò intorno, ma non vide nessun letterato, sostiene. I letterati sono tutti in ferie, disse per rompere il silenzio, forse sono in vacanza (…) Forse stanno semplicemente in casa loro, rispose Monteiro Rossi, non devono avere molta voglia di andare in giro, con i tempi che corrono. Pereira sentì una certa malinconia, sostiene, pensando a quella frase.

Praça Rossio (foto: Claudia)

Dalla chiesa do Carmo per arrivare in Praça Rossio, anche detta Praça Dom Pedro IV, bastano pochi minuti a piedi; si scende da Rua do Carmo, quindi si svolta su Rua 1° de Dezembro e dopo aver percorso un breve tratto su Rua Áurea, eccoci in una delle più eleganti e raffinate piazze di Lisbona.

Il Rossio è stato per secoli il centro della vita cittadina: qui si celebravano corride, esecuzioni capitali, auto da fé, parate militari e mercati. Prima del grande terremoto del 1775, Praça Rossio era circondata da maestosi edifici del Cinquecento, da un ospedale, un convento e chiese. Oggi si presenta come una piazza squadrata circondata di verde e di edifici tipici dell’architettura pombalina.

È in questa piazza che il dottor Pereira dà appuntamento a Monteiro Rossi e dato che s’incontrano per una pausa pranzo, perché non fermarci anche noi a mangiare qualcosa di tipico? Vi suggerisco due locali in Rua dos Sapateiros: A Licorista O Bacalhoeiro ai numeri 222-224 e Restaurante Uma al numero 177. Le omelette di formaggio e le crocchette di bacalhau del primo sono insuperabili, mentre l’arros de marisco del secondo è un capolavoro gastronomico.

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Quarta tappa: Miradouro Nossa Senhora do Monte, Alfama
Accompagnati da: A Lisbona con Antonio Tabucchi di Lorenzo Pini (Giulio Perrone, 174 pagine, 12 €)
Mezzi di trasporto: tram 28E, fermata Graça

Graça è come un piccolo paese a sé (…) La Graça mantiene ancora il carattere autentico della sua origine operaia, che risale a inizio Ottocento (…) Miradouro da Nossa Senhora do Monte, ore 17. Boa viagem Lisboa espera por ti, c’è scritto in blu, su piastrelle di ceramica, nel muro accanto alla chiesa di São Gens, in cima alla collina della Graça (…) Qualcuno suona una chitarra (…) A guardare Lisbona dal suo belvedere più alto sembra di poterla abbracciare.

Miradouro Nossa Senhora do Monte, Lisbona (foto: Claudia)

Ora che avete mangiato alcune specialità portoghesi, ci va una bella passeggiata. Da Praça Rossio giungiamo a piedi a Praça Martim Moniz, passando per Praça Figueira e Rua J. das Regras. La fermata Martim Moniz è il capolina orientale del tram 28E per cui dovreste trovare posto a sedere.

Scesi dal tram, fermata Graça, verrete catapultati in una Lisbona molto più tranquilla, benché Graça sia a poche fermate dalla Catedrale di Sé. A Graça si viene per salire sui suoi miradouros e per ammirare le maestose azulejos della Chiesa da Graça.

Una volta ammirate le azulejos e il chiostro in rovina di Nossa Senhora da Graça, preda delle erbacce ma fascinoso come non mai, saliamo a piedi verso il Miradouro Nossa Senhora do Monte, uno dei più alti della città, seguendo la ripidissima Calçata do Monte. Quasi sicuramente troviamo un ragazzo che suona una melodia che si farà sempre più malinconica man mano che la giornata volgerà al termine; da quassù si ha la sensazione di abbracciare Lisbona: dal Castelo di San Jorge al ponte XXV Abril, scorgerete il Cristo Rei e le lunghe Avenidas.

Il sole tramonta lentamente, le luci della città si accendono un po’ per volta. È il ponte XXV Abirl l’ultimo ad accendere le luci regalando uno spettacolo a dir poco unico. Difficile scordare un tramonto come questo, uno di quelli che una volta a casa provocheranno quel famoso sentimento che si può dire solo in portoghese: saudade.

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Quinta tappa: Monastero dos Jerónimos, Belém
Accompagnati da: Viaggio in Portogallo di José Saramago (Feltrinelli, trad. R. Desti, 472 pagine, 12 €)
Mezzi di trasporto: tram 28E e 15E, fermata Monastero dos Jerónimos

Il viaggiatore si riempie di buon’aria il petto, come chi issa le vele per prendere il vente del largo, e fa rotta verso il Monastero dos Jerónimos (…) una meraviglia di architettura (…) Produssero molto gli architetti del manuelino. Mai nulla di più perfetto di questa volta della navata né di tanto ardito come quella del transetto. Tantissime volte il viaggiatore ha fatto professione di fede di una certa rudeza naturale della pietra, ma adesso si deve arrendere davanti alla decorazione raffinatissima, che sembra un merletto imponderabile, dei pilastri, incredibilmente sottili per il carico che sopportano (…) Il chiostro è bellissimo (…)

Monastero dos Jerónimos, Lisbona (foto: Claudia)

Per raggiungere uno dei luoghi più suggestivi di Lisbona dobbiamo tornare alla fermata Graça e riprendere il tram 28E in direzione Praça do Comércio e scendere alla fermata Rua da Conceição, quindi percorrere a piedi la stupenda Rua Augusta e giungere in Praça do Comércio. Qui dobbiamo saltare sul tram 15E per un lungo tratto: la nostra fermata è Monastero dos Jerónimos.

Scesi dal tram lo si vede immediatamente, l’immenso complesso del monastero, il monumento più importante della città di Lisbona, capolavoro dell’arte manuelina e Patrimonio mondiale dell’UNESCO. Fondato nel 1502 da Dom Manuel I, era abitato dai monaci che assistevano i marinai in transito sull’estuario del Tago, fornendo anche assistenza spirituale prima dei lunghi e pericolosi viaggi per mare; fortunatamente, la struttura non fu danneggiata dal terremoto del 1775, ma nel 1883 la comunità religiosa si sciolse e il monastero venne abbandonato.

Entrare nel monastero oggi, in quel chiostro silenzioso dove luci e ombre giocano sui lastricati di calcare disegnando geometrie fantasiose, è un’esperienza bellissima. Nel chiostro inferiore si trova la tomba di Fernando Pessoa, mentre nella chiesa di S. Maria di Belém si trovano le tombe del navigatore Vasco de Gama e del poeta Camões, colui che descrisse Cabo da Roca come il luogo “ove la terra finisce e il mare comincia”.

*

Siamo giunti alla fine di questo viaggio letterario e sicuramente sarà quasi ora di fare un’altra gustosa pausa. Riprendiamo il tram 15E e scendiamo alla fermata Cais do Sodré; pochi metri a piedi ed ecco la Manteigaria ovvero la Fábrica de Pastéis de Nata, quel tipico dolcetto portoghese fatto di sfoglia e crema all’uovo.

Calorico, certo, ma direi che dopo questo viaggio ce lo siamo proprio meritato.

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Suggerimenti per il viaggio:

Come arrivare a Lisbona
Molte compagnie aeree servono l’Aeroporto Humberto Delgado di Lisbona, tra cui le compagnie low cost Blue Air, EasyJet, Ryanair e Vueling

Dove mangiare
A Licorista O Bacalhoeiro (cosa mangiare: crocchette di bacalhau, omelette al formaggio, polpo alla griglia)
Restaurante Uma (cosa mangiare: arros de marisco)
Manteigaria Fábrica de Pastéis de Nata

Guide turistiche consultate
Lisbona Cartonville, Touring Club Italiano, 9.90 €
Lisbona, Touring Club Italiano, Guide d’Europa, 19.50 €

Tram panoramici
28E e 15E (www.carris.pt)

Informazioni e costi dei luoghi citati
Cemitério dos Prazeres: ingresso gratuito
Convento do Carmo: ingresso a pagamento (4 €)
Praça Rossio: ingresso gratuito
Miradouro Nossa Senhora do Monte: ingresso gratuito
Monastero dos Jerónimo: ingresso a pagamento (10 €)

Il blog va in vacanza: ci rileggiamo a settembre!

Il blog va in vacanza! Ecco, finalmente l’ho scritto!

Da qualche giorno rifletto se pubblicare contenuti sul blog ad agosto: le visite sono sempre numerose ma io ho deciso di staccare perché dopo una pausa si lavora meglio, e anche se la cura del blog non è un lavoro a tutti gli effetti, io credo che per scrivere buoni articoli servano tempo e soprattutto concentrazione.

In questi mesi addietro “Il giro del mondo attraverso i libri” mi ha dato molte soddisfazioni: lettrici e lettori che mi hanno fatto i complimenti per questo lavoro di diffusione della lettura, nuove case editrici mi hanno dato fiducia e offerto collaborazioni (scoprirete presto quali sono!) e le visualizzazioni sono alte. Tutto questo mi fa piacere perché significa che c’è chi crede in me e nel mio lavoro; ci sono tante persone che leggono i libri o si avvicinano alla lettura e cercano un suggerimento (quasi) personalizzato.

Quindi ho deciso che tornerò a scrivere a settembre. Durante queste settimane in cui non verrà aggiornato, il blog sarà consultabile per cercare spunti e consigli di lettura. Potete consultare gli archivi mese per mese, oppure la sezione ‘Il mondo in un libro‘ dove troverete libri ambientati in più di novanta Paesi del mondo. Se avete fretta e non potete sfogliare le pagine del blog, potete utilizzare il bottone ‘Cerca‘ inserendo una o più parole chiave.

Ho molti romanzi da leggere, ma non so ancora quali leggerò e mi lascerò guidare dal mio solito istinto. Appunterò citazioni e impressioni su un taccuino, e da settembre troverete on line tutte le recensioni dei romanzi letti ad agosto. I canali social, invece, non andranno in vacanza: essi mi impegnano molto meno tempo, per cui aggiornarli non sarà un problema. Quindi, potrete seguire le mie letture in diretta sulla pagina Facebook Il giro del mondo attraverso i libri e su Instagram seguendo claudia_giromondolibri.

Altro? Certo. Il mio viaggio vero e proprio. Viaggiare con i libri è bellissimo ma a volte sento il bisogno di volare più lontano. Come sapete, quando viaggio non riesco a leggere perché preferisco utilizzare il tempo per vedere più cose possibili e curiosare in giro.

Ma quest’anno porterò con me un libro che ho già letto. Curiosi? È un libro che celebra la capitale europea che mi ospiterà, una storia che mi ha emozionata, che scuote gli animi e dimostra che le persone possono cambiare e che ognuno di noi, nel nostro piccolo, può fare qualcosa per il proprio Paese. Il romanzo è il magnifico “Sostiene Pereira” di Antonio Tabucchi (Feltrinelli) e la città che visiterò è Lisbona.

Accompagnata da questo libro e dal dottor Pereira giungerò alla fine dell’Europa continentale, ammirerò i tramonti sull’Oceano e sul Tago, proverò quella sensazione che si definisce saudade, infine andrò alla ricerca della copia di “Sostiene Pereira” scritta in portoghese (e possibilmente usata).

Prometto che quando tornerò vi racconterò le letture di agosto e le emozioni scaturite dal viaggio in Portogallo che sogno da tempo!

Auguro a voi lettrici e lettori buone vacanze e buone letture!

Claudia

Tom Drury | La fine dei vandalismi

Fecero una passeggiata tra i boschi fino a un dirupo presso il grande lago. “Non sapevo che ci fossero posti del genere” disse Louise. Il vento soffiava loro in faccia e tra i capelli, e quella sera a Dan venne il mal d’orecchio. Il giorno dopo aveva più di trentotto di febbre, perciò andarono da un medico dell’isola, che disse a Dan di mettersi della senape nell’orecchio. Louise e Dan, allora, presero un traghetto per tornare sulla terraferma, comprarono degli antibiotici a Escanaba e tornarono a casa (…) Erano le undici e un quarto di una mattina limpidissima quando furono di ritorno a Grafton. Gli allibratori clandestini avevano lasciato la zona e, nel luogo in cui un tempo si trovava la casa mobile di Dan, la soia cresceva a file ricurve [Tom Drury, La fine dei vandalismi, trad. G. Pannofino]

Lo sceriffo Dan Norman si innamora di Louise Darling, sposata con Charles ‘Tiny’ Darling, durante l’iniziativa per la raccolta di sangue alla stazione dei pompieri di Grafton. Louise è una fotografa che lavora presso uno studio a Grafton, mentre Tiny è un uomo che si aggiusta facendo più danni che lavori onesti.

Mary Monrose, la madre di Louise, ama Hans Cook, un uomo che cura i dolori alla cervicale con l’LSD; Mary è una donna molto severa che al consiglio comunale durante la discussione riguardante il cane mordace di Alvin propone delle soluzioni drastiche. Ma è anche una madre che qualche volta fa emergere un lato gentile verso la figlia Louise, al contrario della fredda madre di Tiny.

Il giovane Albert Robeshaw, ultimogenito del vecchio Robeshaw, si innamora perdutamente di Lu Chiang, una studentessa orginaria di Taiwan in America per uno scambio culturale temporaneo (anche se, in realtà, la famiglia che la ospita le assegna il compito di tenere in ordine il pollaio e curare le galline).

Quando Louise chiede il divorzio a Tiny, Dan Norman dichiara il suo amore per Louise e le chiede di andare a vivere con lui. Alla festa contro i vandalismi, Tiny arriva su di giri e vedendo Dan abbracciare teneramente Louise, distrugge il monumento contro gli atti vandalici realizzato dagli studenti di miss Thorsen e corre a rifugiarsi dal fratellastro Jerry, decidendo poi di andare a vedere il Gran Canyon e di cercare fortuna sugli altopiani del Colorado.

“Cos’è che stavi scrivendo?” disse Dan mentre uscivano, e lei gli porse un foglietto su cui aveva scritto, quattro volte: Dimostrami amore. “Lo farò” disse lui. [Tom Drury, La fine dei vandalismi, trad. G. Pannofino]

La vita scorre lenta nei paesi della contea di Grouse County; le stagioni si susseguono: le piogge di aprile danno spazio alle torride estati, le quali introducono tiepidi autunni che scivolano in nevosi e gelidi inverni. Albert e i suoi amici commettono buffi atti per attirare l’attenzione degli adulti; una donna abbandona un neonato in un carrello di un supermercato; Tiny torna a Grouse County per spiare la vita di Louise; Joan Grower cerca di instillare la religione nel cuore delle persone; Johnny Withe sfida Dan Norman alle elezioni per la carica di sceriffo della contea.

A Dan sembrava di averla sposata senza conoscerla, di non averla conosciuta neanche dopo e forse di essere destinato a non conoscerla mai, ma quelle cose sparse avevano su di lui una specie di potere magico. [Tom Drury, La fine dei vandalismi, trad. G. Pannofino]

La fine dei vandalismi” di Tom Drury (trad. G. Pannofino, NN Editore, 384 pagine, 19 €) è romanzo composto dalle tante fotografie delle vite di chi abita nei piccoli paesini sparsi in un immaginario, ma realistico, Midwest americano dalla fine degli anni Ottanta ai primi anni Novanta, Grouse County.

Primo di una trilogia, “La fine dei vandalismi” è privo di una trama vera e propria, ma le fotografie letterarie che Drury scatta ai personaggi della contea di Grouse County sono nitide e precise, e le vicende si compenetrano mentre gli abitanti di Grafton, uno dei paesini della contea, interagiscono tra loro.

Usando uno stile coinvolgente e talvolta divertente e scanzonato, Tom Drury riesce a descrivere con grande sensibilità anche episodi drammatici e con molta tenerezza l’amore che Dan prova per Louise e quello (impossibile) che Albert prova per Lu Chiang.

La fine dei vandalismi” introduce il lettore a Grouse County ed è un libro da assaporare lentamente per seguire vicente, storie e sviluppi degli abitanti di Grafton e dintorni, sullo sfondo dell’incessante trascorrere del tempo e dell’alternarsi delle stagioni. Un romanzo bello, poetico, struggente e a tratti drammatico, che mette in scena la vita nelle sue mille sfaccettature.

Titolo: La fine dei vandalismi
L’Autore: Tom Drury
Traduzione dall’inglese: Gianni Pannofino
Editore: NN editore
Perché leggerlo: perché “La fine dei vandalismi” è un romanzo bello, poetico, struggente e a tratti drammatico, che mette in scena la vita nelle sue mille sfaccettature

(© Riproduzione riservata)

Michael Harvey | Brighton

Kevin uscì dall’area di battuta e fissò i fantasmi che aleggiavano sull’infield vuoto. Crescere a Brighton significava essere legati al passato. Alcuni di questi legami ti lasciavano poco spazio, erano un circolo vizioso e autodistruttivo, che preva le misure di chiunque ci si imbattesse. Altri legami erano più labili e indistinti, e finivano per coinvolgere i nuovi amici e la famiglia, il denaro, il potere, anche l’infamia. Ma tutti avevano come fulcro quel posto. Un posto tentacolare, che ti afferrava nella sua morsa. Un luogo di buio e di luce [Michael Harvey, Brighton, trad. N. Manuppelli]

Kevin Pearce, vecchia promessa del baseball, è un reporter investigativo che ha conquistato il prestigioso premio Pulizer per un’inchiesta sull’omicidio di Rosie Tallent avvenuto a Brighton, del quale era stato accusato un uomo di colore dimostratosi poi innocente.

Kevin conosce bene Brighton, un sobborgo di Boston, perché è il luogo in cui è cresciuto e dove, nel 1975, aveva assistito a due omicidi piuttosto violenti. L’uno aveva coinvolto una persona molto vicina a Kevin, il secondo aveva coinvolto il suo presunto assassino, un nero di nome Curtis Jordan; Kevin dopo quell’episodio aveva lasciato Brighton per entrare in una scuola prestigiosa e per allontanarsi dalla violenza.

Dopo aver ricevuto la notizia del premio Pulizer, Kevin Pearce torna a Brighton per comunicarlo alla vedova dell’uomo accusato ingiustamente dell’omicidio della Tallent, ma una volta ritornato a Brighton i fantasmi del suo passato iniziano nuovamente a tormentarlo.

Brighton è un luogo che non si può scordare ed è ancora molto, molto violento e razzista nei confronti dei neri. Kevin incontra sua sorella Bridget e i suoi vecchi amici Bobby e Finn. Tutti coloro che sono rimasti a Brighton sono caduti nella spirale della violenza, tutti vogliono fare soldi in fretta e in modo semplice; nessuno lavora onestamente, nessuno va in giro disarmato, nessuno si fa scrupoli se bisogna pestare qualcuno o se c’è da regolare un conto in sospeso.

L’omicidio di una poliziotta sotto copertura, Sandra Patterson, collegato alla morte di un’altra donna di nome Chrissy McNabb, impegnano Lisa, la compagna di Kevin, e il giornalista stesso che inizia ad indagare. Le morti della Patterson e della McNabb sono simili a quelle di Rosie Tallent e della persona vicina a Kevin uccisa nel 1975. Persino l’arma parebbe la stessa, come la modalità di uccisione: quindi queste persone sono state uccise tutte dalla stessa mano?

Negli anni Settanta, non c’era modo di confonderla. Rumorosa, nera, povera e maleodorante. Piena di droga e disperazione. Straccioni e vagabondi fermi agli angoli della strada che vendevano coca a dieci centesimi a bustina; mamme adolescenti sedute in veranda nel tardo pomeriggio a guardare i figli e attendere che il peggio passasse; vecchi uomini neri che giocavano rapide partite a scacchi bevendo birra doppio malto chiusa in sacchetti di carta; fratelli che guidavano auto superaccessoriate a dieci miglia all’ora giù per le strade, con le mani sul volante nella miglior posa da teppisti. Questa era Fidelis. La vita [Michael Harvey, Brighton, trad. N. Manuppelli]

“Brighton” di Michael Harvey (trad. N. Manuppelli, Nutrimenti editore, 365 pagine, 19 €) è un romanzo che contiene tutte le caratteristiche necessarie per essere classificato come thriller impostato come un classico cold case. Un uomo piuttosto pacato e tranquillo come Kevin Pearce – affermato reporter vincitore del premio Pulizer – torna a Brighton dopo molto tempo e scopre che tutto è rimasto come ricordava e che i suoi vecchi amici – e persino sua sorella – sono diventati dei criminali, uomini e donne senza nessuno scrupolo, cresciuti nella violenza, imbebiti di violenza, che non conoscono null’altro che violenza.

Harvey cattura l’attenzione del lettore grazie al vecchio caso d’omicidio, quello del 1975 ai danni della persona vicina a Kevin (continuo a scrivere così per non rivelarvi l’identità di questa persona: rovinerei il gusto della lettura), che forse non è stato realmente commesso dall’uomo accusato e giustiziato, il nero Curtis Jordan; e chi ha ucciso la persona vicina a Kevin molto probabilmente ha ucciso di nuovo, e col tempo è diventato sempre più abile e preciso.

“Brighton” inizia nel 1975 con uno stile molto avvincente che tiene incollato il lettore alle pagine; prosegue con una parte centrale più lenta e spenta, dove vengono introdotti molti personaggi legati specialmente alla malavita di Boston e dintorni, e si chiude con una terza parte ricca di suspance dove in ogni secondo si ha la sensazione che accadrà qualcosa di brutto e dove, infine, viene risolto il caso da Kevin Pearce grazie all’aiuto dell’amico Bobby.

È un buon libro onesto nel senso che il lettore può arrivare alle stesse conclusioni di Kevin Pearce. È scritto bene benché sia poco coinvolgente nella parte centrale (dove però vengono forniti dettagli importanti per la risoluzione del caso) e ogni personaggio alla fine incontra il suo destino, mentre ogni evento trova la sua spiegazione.

Brighton” di Michael Harvey è un romanzo che consiglierei di mettere in valigia tra le letture estive agli amanti del genere thriller.

Titolo: Brighton
L’Autore: Michael Harvey
Traduzione dall’inglese: Nicola Manuppelli
Editore: Nutrimenti
Perché leggerlo: perché è un buon thriller, onesto e scrito bene, dove ogni personaggio alla fine incontra il giusto destino, buono e cattivo che sia

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