Nicolas De Crécy | La Repubblica del Catch

Questo è l’anno in cui ho scoperto quanto sia divertente leggere delle storie raccontate tramite disegni e fumetti, e oggi vi parlo de “La Repubblica del Catch” del fumettista francese Nicolas De Crécy (Eris edizioni, 222 pagine, 17 €), una storia assolutamente strampalata e surreale dove il filo conduttore è la bellezza della musica.

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Titolo: La Repubblica del Catch

L’Autore: Nicolas De Crécy è uno dei maestri visionari del fumetto in lingua francese, è attivo dall’inizio degli Anni Novanta con il suo inconfondibile stile

Traduzione dal francese: Fay R. Ledvinka

Editore: Eris edizioni

Il mio consiglio: è una bella graphic novel per chi cerca una storia assolutamente visionaria, strampalata e bizzarra

E’ mio amico… In realtà, ne ho solo uno… un pinguino. Non è molto affettuoso, ma mi fido di lui. Non è neanche troppo loquace, ma va bene così, si esprime con la musica. Debussy, Schubert, questa gente qua… Io, non ne conosco uno. E, cosa strana, la musica lo fa andare avanti… non saprei come altro dirlo. E’ un fenomeno particolare, non ne ho mai parlato a nessuno, quando lui suona, è una forza, forse la forza della musica, che suona il pianoforte. [La Repubblica del Catch, Nicolas De Crécy]

Prendete una città dove succedono cose strane, una specie di metropoli. Degli spettri – buoni – che vivono in un fabbricato abbandonato. Un ometto tenero e timido che vende pianoforti ma non sa suonarli, un pinguino che non parla ma suona benissimo. Aggiungete una famiglia mafiosa e combattiva, uno sport cruento e violento, agitate il tutto e otterrete la trama e i personaggi de “La Repubblica del Catch” di Nicolas De Crécy.

Mario è un timido personaggio, un po’ buffo bassotto e col riportino, che vende pianoforti. Il suo unico amico è un pinguino, che quando si mette al pianoforte suona melodie bellissime capaci di incantare tutti, e – cosa strana – lo strumento e il pinguino iniziano a camminare, anzi correre.

Mario ha una famiglia oppressiva e crudele, in particolare un nipote precoce e malvagio, benché sia ancora piccino ordisce dei piani degni del più cattivo mafioso della città. La famiglia vorrebbe che anche Mario praticasse il catch, una lotta sanguinosa che ricorda un po’ lo spettacolare wrestling. Ma Mario non ne ha nessuna intenzione, preferisce vivere in pace, vendendo pianoforti e ascoltando la suadente musica del pinguino.

La famiglia, però, non lascia correre e se la prende con Mario. Inizieranno così una serie di avventure bislacche e bizzarre, personaggi inquietanti e incredibili, mentre il pianoforte del pinguino navigherà e correrrà per le vie della città a prestare aiuto al povero Mario vessato dalla famiglia.

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La storia di Mario è quella che, tra le righe, incarna un po’ quella di tutti noi. Quante volte ci siamo sentiti oppressi da qualcuno “più forte”, che ci ha obbligati e costretti a fare qualcosa che non avevamo voglia di fare. Esistono quasi sempre, per fortuna, delle vie di fuga: Mario ha la musica, suonata dall’unico amico pinguino, e sogna – sempre timidamente – la bella Bérénice, la quale però preferisce Ares, uno dei campioni di catch della città.

Attraverso disegni in bianco e nero, ma tratteggiati con cura, Nicolas De Crécy racconta la storia del piccolo Mario che cerca, sempre utilizzando la sua innata bontà d’animo, il suo posto nel mondo. E’ difficile mettersi al riparo dai soprusi, nella vita, purtroppo questi sono quasi una costante. Ma ci sono gli amici e le vie di fuga: bisogna solo saperle riconoscere.

Kent Haruf | Crepuscolo

Si ha quella sensazione, quando si legge un romanzo di Kent Haruf, di venir presi per mano e accompagnati in un luogo dove all’apparenza non succede nulla, se non la vita delle persone comuni. Leggere Crepuscolo di Kent Haruf (NN Editore, 314 pagine, 17 €) è un’emozione che cresce pagina dopo pagina.

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Titolo: Crepuscolo

L’Autore: Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani. Ha ricevuto diversi riconoscimenti tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speziale alla PEN/Hemingway Foundation

Traduzione dall’inglese: Fabio Cremonesi

Editore: NN editore

Il mio consiglio: per chi è già stato a Holt, sarà di nuovo come tornare a casa, dove si incontrano vecchi amici e conoscenze. Consiglio di leggere Crepuscolo dopo aver letto Canto della pianura

Intanto all’esterno della casa, fuori dalla stanza silenziosa in cui erano seduti, il buio iniziò ad avvolgere le strade. Presto i lampioni si sarebbero accesi tremolando, sfarfallando, per illuminare tutti gli angoli di Holt. E ancora più in là, fuori città, sugli altipiani, le luci blu dei lampioni nei cortili avrebbero brillato dagli alti pali sulle fattorie e sugli allevamenti isolati nella campagna aperta e brulla, si sarebbe alzato il vento, avrebbe soffiato negli spazi aperti senza trovare ostacoli sui vasti campi di grano invernale, sugli antichi pascoli e sulle strade sterrate, portando con sé una polvere pallida mentre il buio si avvicinava e scendeva la notte. E loro erano ancora seduti insieme nella stanza, in silenzio (…) fra le braccia, in attesa. [Crepuscolo, Ken Haruf, trad. F. Cremonesi]

In Colorado c’è un paesino che si chiama Holt. D’inverno è sferzato dai freddi venti che portano spesso nevischio e ghiaccio, d’estate è illuminato da un sole che fa brillare gli sterminati campi di grano. Victoria è una ragazza che ha dovuto crescere in fretta e ora ha da pensare al suo futuro e a sua figlia Katie; lascia la casa dei fratelli McPheron, Harold e Raymond, quei due uomini timidi, all’apparenza rudi, ma dal cuore immenso.

DJ è un ragazzino che vive con il nonno, ferroviere in pensione, un po’ testone ma affezionato al nipote; Mary Wells è una giovane madre che deve prendere delle decisioni molto importanti, per sé stessa e per le figlie, Emma e Dena. Betty e Luther sono due coniugi che vivono ai margini, in una roulotte con i due figli Joy Rae e Richard, una famiglia bisognosa a carico dei servizi sociali e seguita da Rose Tyler.

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George Ault, “Daylight at Russell’s Corners” (1944)

Crepuscolo è un romanzo dove all’apparenza sembra non accadere nulla, se non la semplice vita di un paesino immerso nelle pianure del Colorado. C’è chi soffre, chi impara ad amare, chi a camminare con le proprie gambe, chi cade e cerca di rialzarsi, chi cade e si rialza e chi non ce la fa.

Narrato in terza persona, Haruf conduce il lettore attraverso un turbine di storie e di vite che non possono che affascinare. La dura vita di campagna, quella dei fratelli McPheron; la difficile vita di chi non sa badare a se stesso, come Betty e Luther; i ragazzi che hanno dovuto crescere velocemente, come Victoria, DJ e Dena. Insomma, Crepuscolo è uno di quei romanzi ai quali è impossibile non affezionarsi ai personaggi, alle situazioni, addirittura al paese stesso, Holt, descritto con cura attraverso le stagioni.

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Rockwell Kent, “December 8, 1941”, (1941).

Se Benedizione era il romanzo della morte, quella di Dad Lewis, ferramenta di Holt, e se Canto della pianura era il romanzo della vita, quella che nasce da Victoria, in Crepuscolo vengono tirate le fila di alcune vite lasciate in sospeso; non mancano i lutti e le rinascite, le difficoltà e le soddisfazioni. C’è sia la vita che la morte, in Crepuscolo, e c’è l’amore che alla fine vince su tutto.

Una volta arrivati, sotto il cielo che impallidiva, andarono alla scuderia, ai recinti del bestiame e alla stalla per controllare che tutto andasse bene, e bovini e cavalli sembravano a posto. Quindi risalirono a casa attraverso il vialetto coperto di ghiaia. Ma l’eccitazione della giornata era ormai passata (…) Alle dieci accesero il vecchio, massiccio televisore in cerca di un notiziario qualsiasi proveniente da qualunque punto dal mondo, prima di salire le scale e buttarsi a letto sfiniti, ciascuno nella propria stanza ai due lati del corridoio, confortati oppure no, demoralizzati oppure no, da ricordi e pensieri familiari logorati dal tempo [Crepuscolo, Ken Haruf, trad. F. Cremonesi]

Catherine Lacey | Nessuno scompare davvero

Nessuno scompare davvero” di Catherine Lacey (SUR editore, 243 pagine, 16.50 €) è il romanzo d’esordio di questa giovane autrice americana. Non è un libro semplice da leggere: spesso il meccanismo narrativo sembra incepparsi e si cade in un vortice di ripetizioni, mentre a tratti è davvero interessante, tanto che nella mia copia sono stati sottolineati interi paragrafi.

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Titolo: Nessuno scompare davvero

L’Autrice: Catherine Lacey è nata a Tupelo, nel Mississippi, nel 1985, e vive a New York. È stata scelta dalla rivista Granta come una delle migliori nuove voci del 2014, ed è stata finalista allo Young Lions Award, il premio della New York Public Library per i migliori autori under 35. Nessuno scompare davvero il suo romanzo d’esordio, è stato incluso fra i migliori libri dell’anno dal New Yorker, dall’Huffington Post, da Vanity Fair e da Time Out.

Traduzione dall’inglese: Teresa Ciuffoletti

Editore: SUR

Il mio consiglio: questo romanzo mi è piaciuto. E’ necessario leggerlo con lo spirito giusto e prendere il personaggio di Elyria per quello che è: una donna insoddisfatta che non sa cosa vuole dalla vita.

Quello che volevo era stare da sola; stare da sola non era quello che volevo. Non volevo desiderare niente; volevo desiderate tutto. Volevo desiderare una vita normale: il solito marito, la solita casa, le solite strade, i soliti marciapiedi, i soliti rumori e così via. Ma avevo rinunciato a tutta quella roba. Me n’ero andata. Era la scelta giusta, credevo, tranne che nei casi in cui ero convinta del contrario, cosa che mi succedeva sia spesso che di rado. [Nessuno scompare davvero, Catherine Lacey]

La protagonista del romanzo “Nessuno scompare davvero” è Elyria, una ragazza giovane che porta il nome di una città dell’Ohio dove la madre non è mai stata. Elyria ha un lavoro stabile come sceneggiatrice di soap opera e vive a New York con Marito. All’apparenza, nella vita di Elyria non manca nulla: ci sono sicurezze e certezze, economiche e affettive. Eppure, un giorno Elyria si imbarca su un volo di sola andata per la Nuova Zelanda, decisa a cercare una persona vista solo una volta, per pochi minuti, che le aveva detto qualcosa del tipo Se capiti in Nuova Zelanda, io ti ospito nella mia fattoria.

Inizia così, sin dalle prime pagine del romanzo, il viaggio di Elyria verso la Nuova Zelanda. Ma il viaggio che intraprende la protagonista non è solo fisico, è soprattutto un on the road mentale. “Nessuno scompare davvero” è narrato in prima persona e i lettori si ritrovano in balia dei pensieri della ragazza. Elyria insiste su un punto in particolare, di se stessa: il bufalo. Il bufalo è quella sensazione che non la abbandona mai, quei sentimenti che la gettano preda della rabbia, dell’insicurezza, dell’incapacità di decidere. Il bufalo vive con lei e la ossessiona, salvo quando lei fugge dai problemi, allora l’animale si calma ed Elyria con lui.

(…) perché il fatto è che nessuno può salvare nessuno e non so cos’è che ci salva, cosa ci rende delle brave persone, cosa ci tiene ancora a quel lato dell’essere umano che dà un senso alle cose piuttosto che al lato irragionevole, malsano, al bufalo impazzito che ognuno porta dentro (…) [Nessuno scompare davvero, Catherine Lacey]

Pagina dopo pagina, si viene a scoprire che la situazione famigliare di Elyriaqualche riga fa sembrava perfetta! – in realtà non è così buona: ci sono infatti una madre molto assente e preda delle dipendenze, la morte della sorella adottiva e il matrimonio con Marito (solo alla fine si saprà il vero nome) un uomo che forse lei non ama davvero e ha sposato per un solo motivo.

Io e mio marito non eravamo più due individui che s’inserivano con facilità l’uno nella vita dell’altro, eravamo un’allusione a quegli individui, ed è per questo che spesso lo sorprendevo che mi guardava come se a malapena mi conoscesse. Noi non esistevamo, non quel noi che pensavamo sarebbe esistito per sempre. [Nessuno scompare davvero, Catherine Lacey]

Elyria si muove in Nuova Zelanda quasi completamente in autostop, accettando passaggi da sconosciuti ai quali non riesce a dire ‘no‘; incontra personaggi bizzarri, tra cui gli abitanti di una comune in stile hippy; si racconta alle persone più improbabili; ma quello che non la lascia mai è quel senso di inadeguatezza, di incapacità di decisione, di totale indifferenza verso gli altri e soprattutto l’impossibilità di capire cosa davvero vuole dalla sua vita.

(…) era tanto facile trovarsi una vita improvvisata, una vita che non contemplasse né il passato né il futuro. [Nessuno scompare davvero, Catherine Lacey]

A volte chiama quella che convenzionalmente si definisce ‘casa’ o ‘famiglia’, ma il più delle volte confessa di essere sola. Elyria è sola, ma non è una solitaria: è una persona che cerca continuamente la compagnia degli altri, anche se sconosciuti o sbagliati. Quello che più mi ha colpito del personaggio di Elyria è il suo essere normale e il suo incarnare paure che, bene o male, abbiamo provato tutti. Sfido chiunque ad essersi sempre sentito sicuro, nella propria vita.

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La catena montuosa del Ben Ohau si riflette sulla spiaggia di Tekapo, Nuova Zelanda (foto: Shaun Muckle, Wikipedia Creative Commons).

Per questo motivo, non biasimo la protagonista del romanzo “Nessuno scompare davvero“. E’ ovvio che i problemi non si risolvano facendo finta di nulla, o sperando che qualcuno li risolva per noi o peggio fuggendo dall’altra parte del pianeta; questo comportamento, lo dice Elyria stessa, è sbagliato. Eppure, ci sono persone così insicure che messe alle strette, non riescono a far altro che scappare. Forse è un retaggio primitivo: di fronte al pericolo o ai cambiamenti radicali si può reagire solo in tre modi: affrondandolo, scappando, soccombendo. Elyria ha scelto di scappare, per poi pentirsi e sentirsi ancora peggio.

Come scrivevo poche righe fa, la narrazione è affidata a Elyria, che parla in prima persona. Leggendo si ha la sensazione di entrare in loop nei pensieri della protagonista, e in alcuni capitoli sembra non accadere nulla o quasi. In altri punti della storia, ci si sente trascinati e tra le righe vengono fuori ragionamenti affascinanti.

Dopo Taupo e un paio di passaggi arrivai a Wellington e feci tutta la strada fino al traghetto e mi misi a guardare il molo. Mi tornò in mente una cosa che aveva detto non chi sul viaggio, e cioè che a volte il corpo si muove troppo velocemente per l’anima e l’anima ci mette un casino di tempo a raggiungerlo perché anima e corpo non si parlano tra loro, per cui pensai che forse era il caso di fermarsi e aspettare l’anima, e mi rendevo conto di quanto fosse melodrammatico tutto ciò ma decisi di fregarmene perché dopotutto non l’avevo mica detto io per prima quella cosa, e anche se mi ricordavo chi era stato ero abbastanza sicura che si trattasse di un tipo vecchissimo o europeo o entrambe le cose: un tipo affidabile, insomma. [Nessuno scompare davvero, Catherine Lacey]

Io credo che di persone come Elyria ne esistano più di quanto possiamo immaginare: persone insoddisfatte della propria vita, della famiglia, del loro lavoro o dell’aspetto fisico. Se questi non scappano è per motivi di denaro, di possibilità, perché sanno che i problemi non si risolvono scappando e li lasciano semplicemente in stand-by oppure perché anche loro sanno che alla fine nessuno scompare davvero.

Anna Rottensteiner | Sassi vivi

La recenti vicende storiche italiane non si studiano mai abbastanza: pur avendo visitato molte volte il Trentino-Alto-Adige, non mi sono mai informata molto a proprosito della sua travagliata vicenda politica e sociale. Proprio per questo ho scelto di leggere “Sassi vivi” di Anna Rottensteiner (Keller editore, 128 pagine, 13€) un romanzo a tratti crudo ma romantico, delicatissimo e lieve che racconta di sentimenti modellati dagli eventi storici degli Anni Trenta e Quaranta.

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Titolo: Sassi vivi

L’Autrice: Anna Rottensteiner è nata nel 1962 a Bolzano, ha studiato letteratura tedesca e slava a Innsbruck e ha poi lavorato per librerie e case editrici. Dal 2003 dirige il centro di letteratura Literaturhaus am Inn. Sassi vivi è il suo primo romanzo. A febbraio 2016, è uscito il suo secondo libro Nur ein Wimpernschlag.

Traduzione dal tedesco: Carla Festi

Editore: Keller edizioni

Il mio consiglio: una lettura molto interessante che apre una finestra su di un difficile periodo storico così vicino a noi e così importante da non dover assolutamente essere dimenticato.

All’inizio erano solo piccoli sassi che Dora si portava a casa dai nostri vagabondaggi nei boschi in cerca di bacche o di erbe. Camminava per il bosco, protesa leggermente in avanti, scrutando il terreno, sollevava con precauzione l’un o l’altro sasso da terra, stando attenta a non staccarlo con troppa forza dalla sua nicchia. Lo ripuliva bene dal terriccio e dai piccoli insetti, lo teneva stretto tra le mani e lo tastava. Sento il suo calore, mi diceva, dai, tocca anche tu. [Sassi vivi, Anna Rottensteiner]

1939. Il giovane Franz è uno studente sud tirolese che vive con la sua mamma in un maso in montagna, parecchi chilometri da Bolzano. Franz non ha più il padre e spesso, dopo la scuola, segue la campagna e cura gli animali del maso. All’improvviso, arriva un professore di origini siciliane ma che vive a Roma e non sapendo dove stare, viene accolto nel maso di Franz, ma il paesino è molto piccolo, le malelingue si divertono a parlare male della mamma di Franz e del professore ‘italiano’. Un giorno, giunge da Roma la figlia del professore, Dora, la quale fa immediatamente amicizia con Franz.

Dora e Franz, però, non potrebbero essere più diversi: Dora ama il duce, lo ammira, ascolta con attenzione i suoi discorsi alla radio, sogna di vederlo affacciarsi a Palazzo Venezia ed è convinta che sia un bene per l’Italia, che grazie a lui il Paese progredirà e prospererà. Franz, al contrario, ha subito l’italianizzazione forzata durante i primi anni del fascismo, ha provato sulla sua pelle cosa vuol dire dover abbandonare i propri valori, tradizioni, cultura e lingua: i cognomi tedeschi sono stati italianizzati a forza, sono state chiuse le scuole germanofone e soppressi i giornali di lingua tedesca.

Con l’ascesa di Hitler e i patti con il duce, ai sud tirolesi vengono date le Opzioni: diventare cittadini tedeschi sotto il Terzo Reich oppure diventare cittadini italiani e rinunciare alla cultura sud tirolese. La mamma di Franz non sceglie e continua a vivere nel maso. La situazione precipita: Franz non può più permettersi di andare a scuola e Dora ritorna a Roma ad ascoltare le parole del suo amato duce.

Molti anni dopo, Franz e Dora si incontreranno di nuovo, in una situazione molto pericolosa e una serie di eventi terribili e violenti faranno capire a Dora tutti gli errori che ha commesso in passato.

La storia che Dora custodiva dentro di sé, sepolta e nascosta, ci aveva messi tuttavia sulla stessa strada. Dovunque andremo, ci andremo insieme, mi disse una volta. Ma quella storia che aveva dentro di non le dava pace. Nella primavera e nell’estate successive al nostro primo viaggio a Roma, nella baia cominciò a prendere forma un’altra importante figura. Quella di suo padre. [Sassi vivi, Anna Rottensteiner]

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Santa Maddalena di Funes, Bolzano (foto: Claudia)

Il romanzo “Sassi vivi” inizia in un luogo molto lontano dall’Italia: Dora e Franz sono assieme, sono trascorsi molti anni dalla II Guerra Mondiale e vivono su di un’isola in Finlandia. Dora colleziona sassi, li cerca in spiaggia, li porta a casa e poi li riporta in spiaggia, disponendoli come a creare delle piccole torri.

La narrazione è affidata a Franz, che in prima persona racconta, attraverso un lungo flashback, la sua infanzia al maso con la mamma, l’arrivo del professore siciliano e di Dora, fino ad arrivare all’espozione dei cadaveri del duce e di Claretta Petacci in Piazza Loreto a Milano.

Nei primi capitoli il lettore si trova spiazzato, perché Franz racconta la storia saltando dal presente al passato, dall’infanzia nel maso con la mamma ai giorni in cui era militare presso Salò, man mano che si entra nel flusso del racconto le vicende diventano più fluide, i personaggi più famigliari e le emozioni si fanno più intense. Il libro benché sia molto breve narra con vivacità e coinvolgimento un pezzo della nostra storia, un frammento che pochi conoscono. Una lettura molto interessante che apre una finestra su di un difficile periodo storico così vicino a noi e così importante da non dover assolutamente essere dimenticato.

Éric Faye | Sono il guardiano del faro

Ci sono luoghi che da sempre mi hanno affascinata. Il faro, per esempio, è uno di questi: mi è sempre sembrato un luogo fuori dal tempo e dallo spazio, un po’ misterioso, cupo ma dispensatore di luce, e il suo guardiano l’ho sempre visto come un’entità romantica. Attratta dalla bella copertina, dal titolo e dalla nuovissima casa editrice, ho letto “Sono il guardiano del faro” Éric Faye (traduzione di Valentina D’Onofrio, Racconti edizioni, 150 pagine, 14 €).

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Titolo: Sono il guardiano del faro

L’Autore: Éric Faye è uno scrittore e saggista francese. “Sono il guardiano del faro” ha vinto il Prix des Deux Magots nel 1998

Traduzione dal francese: Valentina D’Onofrio

Editore: Racconti edizioni

Il mio consiglio: è un’ottima raccolta di racconti, molto raffinati e sofisticati, per chi cerca una prosa che la potenza di una poesia

Non si partiva più dai porti; non ci si arrivava che dall’entroterra. Pensavo ai guardiani del faro sotto la notte oceanica, alle città tagliate fuori dal mondo, ai monasteri perduti; a tutti gli uomini che, volutamente o no, facevano esperienza di un ritiro, di uno scalo all’io profondo. Linee invisibili a occhio nudo collegavano quei punti e una parte di me viveva l’estinzione dei fuochi sul monte Athos, un crepuscolo sul mare o la nostalgia di un guardabarriere. Sul dirupo delle solitudini, l’ibernazione diventava un rifiugio per anime in pena. [Sono il guardiano del faro, Éric Faye]

Un treno corre all’infinito senza mai giungere alla stazione, luogo che per i viaggiatori diventa sempre più inarrivabile e irreale. Un viaggiatore s’intestardisce a visitare la città di Taka-Maklan, fermata purtroppo soppressa sulla linea ferroviaria a causa di problemi legati all’abitato stesso. Ci sono persone che cercano di scalare muri – frontiere – sempre più alte e irraggiungibili, fino ad arrendersi e a vivere negli anfratti del muro stesso. Un uomo trova un’agendina che predice il suo futuro. Una donna, una sirena, quasi annegata si ritrova su una spiaggia della penisola greca, dove sorge il Monte Athos.

I mercanti di nostalgia riesumano ricordi in un originale mercatino dell’usato. L’ultimo rappresentante della sua specie si rende conto, con orrore, di essere davvero rimasto l’ultimo. Un uomo attende la sua amata per lungo tempo, rendendosi conto che forse non tornerà mai più. Infine, il guardiano di un faro costruito su uno scoglio nel mezzo di un oceano impetuoso racconta la sua storia e le sue frustrazioni.

Ho sempre sognato una società in cui il numero di parole assegnato a ciascuno nella vita venisse limitato, contatore alla mano. Ci sarebbe da ridere. Alcuni diverrebbero muti prima ancora della pubertà, altri risparmierebbero le parole, farebbero fruttare i propri silenzi come investimenti, eredità ai loro rampolli chiacchieroni. Per quanto mi riguarda non ho niente da dire, ma forse alcuni, dal momento che si parlerebbe meno ma bene, sceglierebbero parole più precise, troverebbero il modo per dire tutto in una parola sola come in cento [Sono il guardiano del faro, Éric Faye]

E’ sempre difficile parlare di una raccolta di racconti, c’è il rischio di rivelare troppo, soprattutto riguardo quei racconti che si sviluppano in poche pagine. Con la sua scrittura fluida, poetica benché sia una forma di prosa, Éric Faye ha la capacità di trasportare lontano, mentre si legge, e a tratti di inquietare un po’.

Le parole che usa Faye per scrivere i suoi racconti hanno il sapore della poesia e della salsedine, dalle pagine traspare il profumo delle alghe e del sole. Sono spesso viaggiatori, o solitari, i personaggi di Faye: i viaggiatori si spostano soprattutto in treno, mentre i solitari si arroccano in fari sperduti o si rendono conto di essere rimasti soli, o perché sono gli ultimi della specie, oppure perché la persona con la quale avevano appuntamento con arriverà.

Leggere una prosa essenziale che sa di poesia e profuma di mare e libertà non è così scontato: i temi affrontati nei nove racconti scelti ritornano con ciclicità e con precisione Éric Faye li analizza e rianalizza. Sono racconti che a prima vista sembrano semplici, ma che letti tra le righe permettono di riflettere molto.

Il sentimento di aver messo la sua vita tra parentesi, d’averla appesa a un filo a sgocciolare, non gli era poi così sgradito. Non voleva far altro che acquattarsi sul fondo, questo viaggio era solo un pretesto per fuggire, un modo per rendersi conto che non aveva legami da nessuna parte. Gli uomini di questo posto erano stati risucchiati in un buco nero. Ne approfittavano per fare pulizia, uccidere gli antichi demoni, cacciare i fantasmi dal loro piedistallo e chiudere le ferite aperte. Ma lui? Non aveva nulla di particolare da dimenticare, non aveva niente di suo, a parte un nome e un cognome [Sono il guardiano del faro, Éric Faye]

 (© Riproduzione riservata)

Librinpillole: le letture di luglio

Librinpillole è la rubrica che vi racconta e vi consiglia i libri che ho letto nel mese appena trascorso. Buone letture!

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Le letture di luglio!

Il mese di luglio, nonostante i suoi trentun giorni, è trascorso in fretta. Complice il bel tempo ho avuto modo di ritornare in pista con la mountain bike e sono riuscita a portare a termine l’obiettivo che mi ero prefissata: quello di non comprare più libri almeno per un mese. E’ infatti dal 24 giugno che non acquisto più nuovi libri.

Ora con agosto diventerà difficile mantenere il proposito, perché tra qualche giorno andrò alla Fiera del Libro di Fenestrelle (TO) e so già che i ghiotti sconti mi tenteranno parecchio.

Le letture di luglio mi hanno portato parecchie sorprese e sono più che soddisfatta; ho iniziato a leggere le bellissime graphic novel di Bao Pubblishing, e questo mese ne ho lette ben due. E non ho nessuna intenzione di smettere di leggerle, anzi, credo che prima o poi utilizzerò il buono che mi hanno regalato proprio per acquistare nuovi fumetti Bao.

Passando alle mie letture, sei libri e due graphic novel, ecco cos’ho letto:

Da quassù la Terra è bellissima di Toni Bruno (Bao Pubblishing): la graphic novel di Toni Bruno è composta da poco più di duecento pagine di bellissime tavole, con disegni dall’inquadratura prettamente cinematografica e atmosfere ben ricostruite, tanto da dare la sensazione al lettore di essere davvero tornato indietro nel tempo, catapultato in una storia originale ma non così inverosimile.

Come ti scopro l’America di Emanuela Crosetti (Exorma edizioni): io ho adorato questo libro, in ogni sua singola parola e lo consiglio a chi ama l’America più vera, quella lontana dalle scintillanti luci di New York; gli spazi fatti solo di cielo infinito; i viaggi on the road, pieni di imprevisti e di emozione; le curiosità legate alla storia americana e per chi a volte prova la seducente nostalgia per luoghi che non ha mai vissuto.

Sul mare. Racconti di sole e di vento di Autori Vari (Lindau): è una bella e suggestiva raccolta di racconti che include classici contemporanei; consigliato a chi ama il mare in ogni sua forma, anche quando è burrascoso, a chi vuole sognare ad occhi aperti i ricordi che ha vissuto e custodisce con gelosia.

Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati di Davide Bacchilega (Las Vegas Edizioni): è uno dei gialli più coinvolgenti e incalzanti che ho letto negli ultimi tempi. Procuratevelo se amate il genere giallo e se siete affascinati all’idea di una Romagna nebbiosa, umida e fredda, senza gente abbronzata in spiaggia e discoteche aperte tutta la notte, ma piena di crimini e criminali.

Freezer di Veronica “Veci” Carratello (Bao Publishing): è una graphic novel che racconta la storia di una famiglia assolutamente fuori dal comune e l’avventura che si intraprende nel diventare adulti; una vicenda divertente e coinvolgente, disegnata in modo impeccabile e simpatico.

Il tramonto birmano. La mia vita da principessa shan di Inge Sargent (add editore): è un ottimo romanzo per avvicinarsi alla cultura birmana e shan, per scoprire la storia di un popolo oppresso da un regime autoritario, che non ha mai perso la speranza di un futuro migliore.

Scende la notte tropicale di Manuel Puig (Sellerio): è un libro bellissimo permeato di nostalgia, quella nostalgia di eventi sia belli che brutti che hanno caratterizzato le nostre vite. E’ una storia, all’apparenza semplice, di due anziane sorelle argentine, è la dolcezza di una notte calda e tropicale, di un tramonto in riva al mare.

Le cose che restano di Jenny Offill (NN Editore): per chi ama le notti stellate che mettono nostalgia, per chi crede nelle storie anche se sono un po’ inverosimili; chi ama le scienze perché hanno (quasi) una risposta per tutto, e chi ama i romanzi con i protagonisti così perfetti da sembrare veri.

Il mese di agosto lo trascorrerò quasi tutto in Piemonte, perché per le vacanze estive partitò a fine mese. Agosto è un mese che amo e odio allo stesso tempo: rallentare il ritmo è giusto, però dove vivo io è proprio una moria… vedere negozi e attività chiuse un po’ di tristezza me la mette, ecco.

Per fortuna ho i libri, la mountain bike e i miei sogni: mi nutro soprattutto di questi ultimi, mentre attendo che agosto lasci il posto a settembre, il mio mese preferito; andrò in vacanza, perché io il mare a settembre lo adoro; si ritornerà alla normalità, usciranno libri che attendo con trepidazione e inizierò a sognare il mio prossimo viaggio che – senza anticipare nulla per scaramanzia – mi porterà in un luogo (o forse due!) che desidero visitare da sempre!

E voi, avete partecipato a qualche evento letterario, fiera del libro o presentazione questo mese? Quali libri avete letto a luglio e quali vi porterete in vacanza? Quali mi consigliate?

L’appuntamento con Librinpillole è per il prossimo mese, con tante (spero belle!) nuove letture!

(© Riproduzione riservata)

Jenny Offill | Le cose che restano

Inizia con una dedica, la mia copia de “Le cose che restano” di Jenny Offill (NN Editore, trad. G. Guerzoni, 235 pagine, 17 €). Ho potuto ascoltare e incontrare Jenny Offill alla Grande Invasione di Ivrea e sul frontespizio del libro l’autrice americana, sorridendo, mi ha scritto: “To Claudia, I hope you see a monster in the lake…“. Allora non avevo ancora letto “Le cose che restano“, ma avevo già apprezzato “Sembrava una felicità“: ora che li ho letti entrambi posso dire che Jenny Offill, a mio avviso, si conferma una bravissima narratrice.

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Titolo: Le cose che restano

L’Autrice: Jenny Offill è autrice del romanzo “Sembrava una felicità” e diversi libri per bambini. Insegna scrittura creativa alla Columbia University, alla Queen University e al Brooklyn College. “Le cose che restano”, il primo romanzo, è stato scelto come Notable Book dell’anno dal New York Times ed è stato finalista al LA Time Award for First Fiction

Traduzione dall’inglese: Gioia Guerzoni

Editore: NN editore

Il mio consiglio: per chi ama le notti stellate che mettono nostalgia, per chi crede nelle storie anche se sono un po’ inverosimili; chi ama le scienze perché hanno (quasi) una risposta per tutto, e chi ama i romanzi con i protagonisti così perfetti da sembrare veri.

Il lago nero della morte, lo chiamava mia madre quando ci andavamo di notte. Nuotava come una tartaruga, con me sulla schiena. C’erano poche stelle in cielo. Superammo a nuoto la fine del molto, verso il buio che era il Canada. Il cielo era grigio sporco striato di bianco. Sembrava che qualcuno l’avesse strizzato per farne gocciolare tutti i colori. Pensai al mostro addormentato in fondo al lago. Si sentiva solo? mi chiedevo. Pensava di essere l’unico mostro al mondo? [Le cose che restano, J. Offill, trad. G. Guerzoni]

Grace è una bambina di otto anni, che vorrebbe diventare una detective e legge assiduamente L’Enciclopedia dei misteri. Jonathan, il padre di Grace, è un chimico che crede nella scienza e rifugge ogni religione; Anna, la madre di Grace, è una biologa esperta di uccelli rapaci, parla cinque lingue (tra le quali una inventata dal proprio padre, l’annic) e racconta alla figlia tantissime storie, difficile distinguere quelle vere da quelle inventate.

La famiglia di Grace vive nel Vermont, nel Nord degli Stati Uniti, a pochi chilometri da un grande lago le cui sponde sono contese con il Canada e dove, a detta della madre, vive un mostro. Grace è una bambina curiosa e intelligente, vivace e intraprendente, che assorbe tutto ciò che raccontano i genitori, che seppur così diversi e contrapposti, per lei rappresentano i modelli a cui rifarsi.

Dopo un problema con un’insegnante, Anna e Jonathan decidono di ritirare la figlia dalla scuola e di istruirla in casa. Anna le spiega l’origine dell’Universo e della vita sulla Terra attraverso il Calendario Cosmico, le trasmette gioie e paure attraverso una serie di incredibili avventure durante il viaggio verso New Orleans, e un po’ per volta e dopo parecchio tempo Grace capirà quali sono le cose che restano.

Le cose che restano” è narrato in prima persona, è la Grace più matura che si guarda indietro e racconta la sua infanzia e il rapporto con i genitori. Il tono con cui è scritto il romanzo è quasi fiabesco, leggendo si è portati ad amare e odiare Anna: dalle parole di Grace, si intuisce che lei stessa si sia ritrovata a oscillare tra l’amore e l’odio nel suo rapporto con la madre.

Sin dall’inizio del romanzo si percepisce una forte tensione, costante e altalenante: Anna è un personaggio indomabile e imprevedibile, impossibile capire la sua prossima azione e spesso se ne ha paura. E’ una madre amorevole solo a tratti, spesso emerge un lato un po’ crudele, ma è piena di inventiva e di creatività: racconta storie, porta Grace a nuotare di notte alla ricerca di un mostro, prepara una torta glassata di verde e blu per festeggiare il compleanno della Terra. Ma è anche in grado di compiere gesti folli, impulsivi e repentini, come un surreale e terribile viaggio in auto verso New Orleans.

Se Grace è una narratrice perfetta nel rendere quasi magica la storia della sua infanzia, Anna è un personaggio decisamente ben riuscito e caratterizzato. I libri ben scritti, secondo me, sono quelli in cui il lettore non riesce ad intuire cosa succederà, rendendo la storia avvicente e mai monotona. E “Le cose che restano” di Jenny Offill è proprio quel genere di libro: come Anna, imprevedibile ma bellissimo, ricco di pathos e di tensione, che conduce il lettore in una folle corsa verso l’enigmatico finale.

Quella notte anche lei mi raccontò una storia sugli astronauti. “Una volta, migliaia e migliaia di anni fa, Dio scese sulla terra vestito da astronauta. Aveva la pelle d’argento e le scarpe erano fatte di luce. Era venuto perché in tutto il mondo gli uomini morivano di fame. Era arrivata l’Era glaciale, e le piante e gli animali erano ricoperti di brina. Tutto stava morendo: anche i grandi felini e i rettili giganti che un tempo dominavano la terra si erano congelati lì dove stavano. Gli uomini era quasi del tutto estinti. Le poche tribù rimaste erano nascoste nelle caverne, ormai indebolite dalla fame. Vivevano di ghiaccio sciolto e minuscoli vermi della neve. Quando l’astronauta arrivò erano rimaste meno di mille persone. Erano ancora vive perché avevano più forza e speranza degli altri. L’astronauta insegnò a tutti ad accendere un fuoco, a seminare e a coltivare. Ovunque andasse spargeva dei semi, e al suo passaggio crescevano fiori e piante. Così fu inventata l’agricoltura, e l’uomo smise di vagabondare, perché cominciò ad accamparsi vicino alle sue coltivazioni. Poi questi campi diventarono villaggi e i villaggi si trasformarono in città. Ed è così che abbiamo cominciato a costruire ponti e torri e strade” disse la mamma. “Ed è per questo che ci viene nostalgia di casa quando guardiamo le stelle”. [Le cose che restano, J. Offill, trad. G. Guerzoni]

Manuel Puig | Scende la notte tropicale

La lettura de “Scende la notte tropicale” di Manuel Puig (Sellerio, 280 pagine, 10 €)  si è rivelato un momento entusiasmante e fortemente coinvolgente della mia ‘carriera da lettrice’. Una sfida anche per lo stile e per il modo che usa Puig per raccontare una storia che, all’apparenza, può sembrare molto banale ma che contiene un piccolo universo di personaggi dove, quasi sicuramente, riusciamo ad identificarci.

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Titolo: Scende la notte tropicale

L’Autore: Manuel Puig è nato a General Villegas, vicino a Buenos Aires, nel 1932. A causa di una complicazione legata ad un intervento chirurgico, muore nel 1990. Oltre a Scende la notte tropicale, Sellerio ha pubblicato in italiano: Agonia di un decennio, New York ’78 (1984), Mistero del mazzo di rose (1996), Una frase, un rigo appena (1996-2000), The Buenos Aires Affair (1997-2000). Altri romanzi di Puig sono stati pubblicati da Einaudi e Feltrinelli

Traduzione dallo spagnolo: Angelo Morino

Editore: Sellerio

Il mio consiglio: Scende la notte tropicale è un libro bellissimo permeato di nostalgia, quella nostalgia di eventi sia belli che brutti che hanno caratterizzato le nostre vite. E’ una storia, all’apparenza semplice, di due anziane sorelle argentine, è la dolcezza di una notte calda e tropicale, di un tramonto in riva al mare

Ah, Nidia, com’è angosciante tutto questo, per quei quattro giorni in croce che mi rimangono di vita devo ritrovarmi in questa situazione. Lasciare il giardinetto dell’appartamento di Rio è il peggio, separarmi da quelle felci, e da quelle foglie enormi della pianta tigrata. E chi comprerà l’appartamento non saprà badare a niente. Io le innafiavo, e poi dalla finestra della camera da letto le vedevo lucide lucide, che crescevano, che diventavano sempre più belle, verde chiaro e poi verde intenso, senza la minima sfumatura di giallo, con qualche germoglio nuovo, sempre verde chiaro. E’ così bello vedere le cose crescere, alzarsi dal suolo, ma avvinte dalla loro radice (…) Separarmi da ogni pianta sarà come morire ogni volta, o sentire che stanno per morire, senza le mie cure [Scende la notte tropicale, Manuel Puig, trad. A. Morino]

Nidia e Lucy sono due sorelle argentine, già un po’ anziane, che vivono a Rio de Janeiro. Lucy ha ottantun anni ed è la più giovane, si è trasferita per prima da Buenos Aires a Rio e Nidia l’ha seguita; con il portoghese Nidia ha ancora qualche problema, e pur avendo ottantatré anni, lo sta imparando velocemente.

L’incipit del romanzo presenta il sentimento che accompagnerà per tutta la durata della narrazione: una dolcezza nostalgica per un passato ormai trascorso. Un passato non sempre positivo perché sia Nidia che Lucy hanno avuto problemi in famiglia: Nidia ha perso Emilsen, l’amata figlia, dopo una lunga malattia, mentre Lucy ha preso il marito quando era molto giovane.

Scende la notte a Rio de Janeiro, è quel momento in cui il sole tramonta e ci si accinge ad accendere la luce dentro le case: Lucy sostiene che sia quella malinconia del pomeriggio appena trascorso, non resta che mettersi a fare qualcosa per non pensarci troppo.

Le anziane Lucy e Nidia vivono assieme, lontane dai figli che abitano a Buenos Aires e a Lucerna, in Svizzera. Le due sorelle si affezionano alle vite degli altri: Lucy si interessa in modo dolcissimo a Silvia, la vicina di casa argentina che lavora come psicoterapeuta già da molti anni in Brasile, che ha un figlio che vive a Città del Messico e una schiera di uomini che non la amano davvero. Nidia invece si lega al giovanissimo muratore Ronaldo e alla sua povera moglie Wilma, che oltre a vivere nel Norte con la suocera, ha disgraziatamente perso una bambina neonata.

Tutto cambia quando Tino, il figlio di Lucy che vive in Svizzera, costringe la madre a raggiungerlo a Lucerna. Nidia e Lucy sono costrette a separarsi, a malincuore; Nidia resta a Rio, a seguire le vicende di Silvia, Ronaldo e a annaffiare le piante della sorella, sperando che Lucy torni dalla Svizzera, un luogo dove fa troppo freddo per le sue vecchie ossa sudamericane abituate al sole e alle brillanti spiagge brasiliane.

In cosa ho sbagliato? (…) Ho lasciato che vedessero la mia disperazione. Ho lasciato che vedessero come a quarantasei anni ero riuscita solo ad aumentare la mia vulnerabilità di sempre. Ho lavorato tanto, ho studiato tanto, mi sono sforzata tanto affinché le cose funzionassero. Ho viaggiato, ho tentato di adattarmi a diversi paesi, li ho studiati, ho imparato ad amarli quanto la mia stessa Argentina. E ho ottenuto solo questo, dipendere da una telefonata, per poter continuare a respirare. Eccomi da sola ad aspettare che qualcuno suoni il campanello della porta di strada (…). [Scende la notte tropicale, Manuel Puig, trad. A. Morino]

La trama raccontata così potrà sembrarvi banale, ma non lo è. Anzittuto, la narrazione di Puig è originale e incredibile: veniamo a conoscenza delle vite di Silvia, Ronaldo e Wilma attraverso i pettegolezzi delle due sorelle argentine, che sarebbero le vere protagoniste del romanzo. Inizialmente, di Nidia e Lucy sappiamo poco, perché nei loro dialoghi le sorelle parlano quasi esclusivamente degli altri: dei nipotini, dei generi, dei figli e soprattutto delle vite di Silvia e Ronaldo. Gli anziani spesso sono così: vivono attraverso gli altri, forse perché sentono che le loro vite ormai sono vuote e giunte al capolinea, prive di eventi interessanti o eccezionali.

Sullo sfondo, uno spaccato della vita tra Brasile tra il 1987 e il 1988, spesso le sorelle argentine parlano della povertà che contraddistingue Argentina e Brasile, citano la crisi, le scelte politiche sbagliate, la dittatura e la corruzione che da sempre ha piagato il Sudamerica. Grazie a Nidia e Lucy scopriamo la precarietà dei muratori brasiliani, le condizioni di lavoro angoscianti e crudeli, ma anche il problema dello sfruttamento del lavoro minorile, degli abusi sessuali e delle inevitabili conseguenze.

Scende la notte tropicale è narrato in modo unico: nella prima parte si sente parlare esclusivamente Nidia e Lucy, e solo attraverso dialoghi. Puig, il narratore, non interviene mai, è come se riportasse senza filtro alcuno la storia. Nella seconda parte, invece, ci sono soprattutto lettere: quelle che si scambiano Lucy e Nidia ormai lontane, quelle di Tino, e di Silvia, e della dolce Wilma. Rapporti di polizia e articoli di giornale fanno da contorno.

La storia funziona alla perfezione pur non essendo il canonico romanzo. Tassello dopo tassello, Puig compone un puzzle che attraverso dialoghi, articoli di giornale, lettere e denunce della polizia creano un universo unico, permeato in modo costante dalla “malinconia del pomeriggio” e di quel guardarsi indietro e dirsi “com’eravamo felici e non ce ne rendevamo conto”.

Un romanzo imperdibile, davvero.

Inge Sargent | Il tramonto birmano. La mia vita da principessa shan

L’arte e la cultura del Sud-Est asiatico mi affascinano da sempre, pur non avendo mai studiato i dettagli della storia di questi Paesi. Della Birmania, o più correttamente Myanmar, conoscevo solo vagamente la storia travagliata e uno dei personaggi più famosi birmani: la politica e premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi.

Non conoscevo, al contrario, nulla degli stati Shan e della storia interessante e complessa di questo popolo caparbio e orgoglioso. La lettura de “Il tramonto birmano. La mia vita da principessa Shan” di Inge Sargent (add editore, 283 pagine, 18 €, trad. M. Emo e P. D’Ortona, ill. di Elisa Talentino) mi ha insegnato molte cose e illuminata molto, nonché commossa verso la fine.

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Titolo: Il tramonto birmano. La mia vita da principessa shan

L’Autrice: Inger Sargent è nata in Austria nel 1932. Nel 1953 sposa Sao Kya Seng e si trasferisce nel nord della Birmania, negli stati Shan. Dopo il colpo di stato militare nel 1962 e la scomparsa di Sao, Inge fugge negli Stati Uniti con le figlie. Attivista da sempre, ha vinto nel 2000 il Premio Internazionale per il Diritti Umani delle Nazioni Unite

Traduzione dall’inglese: Margherita Emo e Piernicola D’Ortona

Editore: add editore

Il mio consiglio: è un ottimo romanzo per avvicinarsi alla cultura birmana e shan, per scoprire la storia di un popolo oppresso da un regime autoritario, che non ha mai perso la speranza di un futuro migliore

Il suo pensiero corse a Thusandi. Lo aveva seguito sull’altopiano shan dalla nativa Austria ed era sua moglie da dieci anni. Probabilmente dormiva, con le bambine nella metà del letto che di solito occupava lui. Immaginava il corpo alto e snello della moglie abbandonato nelle lenzuola damascate e i capelli castani lunghi fino alle ginocchia acconciati per la notte. Era sicuro che non l’avrebbero importunata. Si compiacque a immaginare lo sdegno e la furia con cui avrebbe accolto la notizia dell’arresto. La amava per moltissime ragioni, ma in quel momento la amava più di tutto per la sua forza di volontà, per la sua determinazione a fare ciò che è giusto. Per la prima volta in quella giornata orribile, le labbra gli si schiusero in un sorriso. [Inge Sargent, Il tramonto birmano, trad. M. Emo e P. D’Ortona]

Nel 1951 la studentessa austriaca Inge Eberhard vince una borsa di studio all’Università di Denver, dove conosce Sao Kya Seng un ragazzo birmano studente di ingegneria mineraria. Sao e Inge si innamorano e si sposano in Colorado due anni dopo. Nel 1954, completati gli studi, Sao porta la moglie Inge in Birmania, ma all’arrivo la giovane ragazza austriaca scopre una cosa a dir poco incredibile: Sao è uno dei principi regnanti degli stati Shan.

Dall’oggi al domani Inge scopre quindi di essere la moglie di un principe, con una serie di doveri da rispettare e soprattutto con moltissime cose da imparare riguardo alla cultura shan. Anzitutto, Inge perde il suo nome perché l’astrologo di corte le indica Thusandi come appellativo ideale e corretto secondo alcune congiunzioni astrali; si ritrova a studiare il birmano e la lingua shan, un idioma quest’ultimo molto complesso perché tonale: ci sono parole che si scrivono nello stesso modo, ma in base al tono vocale assumono significati totalmente diversi; Thusandi scopre anche quanto sia amato Sao dal suo popolo: il principe regnante non è un crudele tiranno, bensì un uomo che vuole sviluppare lo stato, sfruttuando in modo responsabile le risorse minerarie, piantando alberi da frutta e sviluppando allevamento e agricoltura.

Quando nascono le loro figlie, Mayari e Kennari, sembra che davvero nulla possa ledere tanta gioia e felicità. Pur essendo a migliaia di chilometri dall’Austria, Thusandi si sente a casa con Sao e le bambini, accolta da un popolo dalla mente aperta e dalle tradizioni secolari.

Eppure, il destino gioca un brutto scherzo alla famiglia del principe Sao Kya Seng: se gli stati Shan, pur aderendo all’Unione Birmana, hanno sempre goduto di una certa autonomia, politica ed economica, con l’avvento di alcuni sgradevoli personaggi insediatisi nel governo birmano tutta questa libertà non è più tollerata. Il generale Ne Win, seguace delle teorie marxiste, il 2 marzo 1962 rovescia il governo democratico della Birmania e lo destituisce, insediando quella che diventerà una dittatura militare che opprimerà la Birmania per ventisei lunghi anni.

Sao Kya Seng sceglie la via diplomatica, vuole parlare con la gente che ora governa la Birmania e che vuole soffocare i popoli shan e altre minoranze etniche. Ma Sao scompare il 2 marzo 1962 e Thusandi resta sola, con due figlie piccole e una situazione politica e sociale per nulla facile da gestire. Quando il 2 marzo i militari fanno perdere le tracce di Sao a Thusandi, tutta la loro felicità si sgretola in un attimo.

«Ci siamo. Siamo tornati a casa» disse a voce bassa, pensando che lei non lo sentisse. Vedere dall’alto la terra dei suoi avi suscitava in lui una giostra di emozioni: gioia, sollievo, felicità e trepidante attesa. Si tolse gli occhiali per asciugarsi le lacrime. Gli era servito tutto il suo autocontrollo per non scoppiare in un pianto dirotto. Si protese verso Thusandi e, nei limiti concessi dalla cintura, la abbracciò; sentiva il bisogno di toccarla e di stringerla. Aveva raggiunto l’obiettivo che si era prefisso quattro anni prima: tornare a casa in qualità di ingegnere minerario, per aiutare il suo popolo a sfruttare la ricchezza sepolta nella loro terra. Il titolo ereditario di principe se lo sarebbe «guadagnato». E poi portava con sé una moglie che aveva scelto lui, che lo avrebbe amato e aiutato in qualunque passo necessario per realizzare il suo destino. [Inge Sargent, Il tramonto birmano, trad. M. Emo e P. D’Ortona]

Senza pietismi, ma sempre con grande orgoglio, Inge Sergent racconta in terza persona gli anni più belli della sua vita, quelli in cui ha vissuto in una terra lontanissima dall’Austria, ma dove si è sempre sentita a casa, amata e accolta da un popolo fiero. Inge racconta il suo grandissimo amore per Sao e per le figlie, gli impegni sociali con la struttura per far nascere i bambini shan in sicurezza e con l’assistenza medica, le avventure e disavventure quotidiane. L’impegno sociale, in particolare, crescerà sempre più sfociando nelle sue battaglie sociali e politiche.

Il tramonto birmano. La mia vita da principessa shan” è un romanzo scorrevole e utile per avvicinarsi alla cultura shan e alla storia recente della Birmania, un luogo senza dubbio lontano da noi, ma non per questo degno di interesse.

L’epilogo della storia, purtroppo, non è felice: nessuno ha mai rivelato ad Inge che fine abbia fatto il principe Sao Kya Seng. Ogni anno Inge scrive una lettera al governo birmano per chiedere spiegazioni, senza mai ricevere risposte. Oggi Inge Sargent è attivista per i Diritti Umani, ha fondato un’associazione per aiutare i profughi birmani e nel 2000 ha ricevuto il Premio Internazionale per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. Il dolore per la perdita di Sao e della felicità conquistata con tanti sacrifici si sono trasformati in un impegno civile e concreto per aiutare i più deboli, coloro che sono sempre dimenticati dai governi e dalle persone.

2° Tappa Blog Tour | In viaggio on the road con “Freezer” di Veronica ‘Veci’ Carratello

Buongiorno lettrici e lettori! Oggi su Il giro del mondo attraverso i libri ospito la 2° Tappa del Blog Tour organizzato da BAO Publishing per promuovere e far conoscere la graphic novelFreezer” della giovane fumettista novarese Veronica ‘Veci’ Carratello (BAO Publishing, 140 pagine, 18€).

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I blogger che partecipano al Book Blog Tour!

Nella mia tappa vi parlerò di questa bellissima e divertente graphic novel: il mio articolo avrà un taglio prevalentemente dedicato al viaggio, poiché amo viaggiare attraverso i libri. Leggete tutto l’articolo perché alla fine ci sarà una sorpresa: BAO ha organizzato un giveaway dove è possibile vincere una copia cartacea della graphic novel, uno sketch originale firmato da Veronica oppure due spillette a tema “Freezer”. Tutte le informazioni per partecipare e tutte le prossime tappe del blog tour le troverete alla fine della recensione.

Siete pronti per partire su un camper sgangherato
in compagnia di una famiglia fuori dal comune?

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Titolo: Freezer

L’Autrice: Veronica ‘Veci’ Carratello (Novara, 1988) ha conseguito il diploma presso il liceo artistico e in seguito ha frequentato il corso triennale di fumetto, alla Scuola internazionale di comics di Torino. Il suo esordio nel mondo del fumetto è rappresentato dall’autoproduzione Fat Bottomed Girls, seguito da David Bowie – L’uomo delle stelle, graphic novel edito da Nicola Pesce Editore. Il volume ha vinto il premio Cosmonauti, nella categoria miglior esordio. Fra i progetti a fumetti a cui ha partecipato ricordiamo This is not a love song, Apuckalypse e Feral Children. In passato ha lavorato come illustratrice, collaborando con Edizioni Astragalo, tra i suoi titoli: Il mondo di Bagigio e Il diario di Chicco. Ha lavorato anche come colorista di Zagor, per la Sergio Bonelli Editore. Il suo blog: veci-comics.tumblr.com

Editore: BAO Publishing

Il mio consiglio: “Freezer” è una graphic novel che racconta la storia di una famiglia assolutamente fuori dal comune e l’avventura che si intraprende nel diventare adulti; una vicenda divertente e coinvolgente, disegnata in modo impeccabile e simpatico

Ogni primavera, vicino casa mia, spunta un campo di fiori gialli. Sono belli da vedere, ma sono i fiori più puzzolenti che abbia mai annusato… Puzzano come un campo di calzini sudati! Marta assomiglia a questi fiori, belli da vedere… ma, non appena ti avvicini, ne avverti la puzza. La sua puzza interiore, intendo, quella puzza che non senti col naso… E la sua puzza impuzzolisce tutto ciò che le sta attorno. Per fortuna il resto della campagna da di buono. Sto bene qui. E’ il mio posto segreto. [Freezer, Veronica ‘Veci’ Carratello]

Mina Robinson è un’adolescente che cerca il suo posto nel mondo mentre il suo corpo sta cambiando velocemente, senza nessuna intenzione di diventare grande. Mina dorme ancora con il suo peluche Bubu e a scuola i compagni la prendono in giro a causa del suo buffo taglio di capelli che assomiglia a quello di Lorenzo il Magnifico; le sue compagne, Marta in particolare, sono molto belle e spigliate, alcune hanno già avuto le mestruazioni: Mina ne è terrorizzata e spera che le capiti il più tardi possibile.

La famiglia di Mina è fuori dal comune: il padre, Diego, è un aspirante attore mentre la madre, Anna, è fissata con la pulizia e cerca sempre intromettersi nelle questioni personali di Mina. A chiudere il cerchio famigliare ci sono un fratellino insopportabile di nome Elvis, nonna Elsa vittima di demenza senile, zio Ernesto che ha la fobia di sedersi e il magnifico Kafka, un gatto preda alla depressione con inquietanti istinti suicidi. Senza dimenticare dei vicini di casa particolarmente odiosi.

Zio Ernesto cerca ragazze in chat e papà Diego si offre di organizzare un’uscita con il camper scassato per andare a portare lo zio a conoscere la donna dal vivo. Durante questa gita succede di tutto: il camper si guasta, zio Ernesto resta deluso dalla sua amica di chat, Kafka tenta varie volte il suicidio, Elvis si rende particolarmente odioso, Mina è molto nervosa per l’arrivo (presunto) delle mestruazioni e… un evento imprevedibile ribalta tutte le carte in tavola, facendo prendere alla storia una piega piuttosto… gelida.

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La famiglia Robinson e il camper (http://veci-comics.tumblr.com/)

La graphic novel firmata da Veronica mi ha divertita tantissimo: ho iniziato a ridere alla terza vignetta quando viene raccontato il primo tentativo di suicidio del gatto Kafka (potete vedere una preview >>qui). Oltre alle risate, però, c’è molto di più: è la storia di una famiglia buffa e un strana, ed è una storia di l’indaguatezza, quella che ci sentiamo addosso un po’ tutti e sicuramente ci siamo sentiti addosso durante l’adolescenza. Mina si sente meno bella rispetto alle sue compagne, non vorrebbe crescere e preferisce restare anonima, senza tanti riflettori puntati addosso.

Il viaggio in camper è il catalizzatore della vicenda, quello che stravolge la vita dei Robinson: rappresenta il momento in cui si arriva la consapevolezza, per tutti, che nulla sarà più come prima. Ma il vero viaggio non è solo l’uscita in camper: il grande viaggio è quello interiore nell’animo di Mina ed è la sua avventura nel diventare adulta, pur essendo spaventata e triste nel lasciarsi indietro un’infanzia piuttosto serena e felice (e con lei, Bubu). Insomma, “Freezer” mi è piaciuto parecchio, divertendomi e facendomi riflettere, una bellissima storia dove il lieto fine è in agguato per tutti (anche per il piccolo Kafka!).

Quante cose sono successe… Quanti cambiamenti… Cose perse… e cose ritrovate (…) Rispetto a quello che abbiamo passato, in fondo, tornare a scuola con un nuovo taglio non è nulla! [Freezer, Veronica ‘Veci’ Carratello]

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Mina e Kafka in uno sketch di Veronica (http://veci-comics.tumblr.com/)

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Le prossime imperbili tappe:

mercoledì 13 luglio: Oh ma che ansia
martedì 19 luglio: Il giro del mondo attraverso i libri
venerdì 22 luglio: Chibiistheway
lunedì 25 luglio: She was in Wonderland
mercoledì 27 luglio: Claccalegge
venerdì 29 luglio: La Fenice Book

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