Alessandra Minervini | Overlove

Una delle bellezze di questo luogo dopo quelle abusate, i trulli, le chiese, le frise, le spiagge, la pizzica, è la cava di bauxite. La bauxite è il materiale da cui nasce l’alluminio. La casa non è segnalata sulle guide ufficiali. Gli informatori turistici non conoscono la strada. La cava è fuori uso. Tecnicamente è una cosa rotta. Non serve a nulla. Non ci puoi fare l’alluminio. Non ci puoi fare il bagno. Ha l’aspetto di un lago ma non lo è. E’ un deposito acquifero naturale. Un luogo inutile come solo la bellezza sa essere. Chi ci arriva, di solito con qualcuno che conosce la zona, capirà. Non è difficile. Capire. Ciò che ora è finito, ha avuto inizio in quel luogo [Overlove, Alessandra Minervini]

Carmine è un giovane musicista, ancora poco conosciuto, che cerca il successo. Anna è una donna adulta che alle spalle ha il peso del suicidio del padre, il fallimento del Negozio e l’ossessione della madre Carla per la serie tv che ha Margaret Mitchell come protagonista.

Carmine è sposato e ha una figlia, Anna è uno spirito libero. Carmine ama Anna, Anna ama Carmine. Si amano tantissimo. Il loro è un amore fortissimo, intenso, passionale, geloso. Ma il loro amore è troppo, si manifesta troppo intensamente. Oppure, non si amano affatto, ma stanno assieme solo per non sentirsi troppo soli.

Anna decide di porre fine alla storia con Carmine: è un amore destinato a non portare da nessuna parte, un amore che si trascina e che trascina gli stessi protagonisti al largo, in balia delle onde; è un amore che li rende fragili e indifesi, facili vittime di tempeste violente.

Così, Anna sperimenta per la prima volta cosa significa la mancanza. Mancanza del padre, suicidatosi un anno prima, mancanza dei soldi a causa del fallimento del Negozio, mancanza di Carmine. Non le era mai mancato prima. Prima di perderlo. Si percepisce l’importanza di una persona solo quando questa manca.

La voce è l’ultima cosa che se ne va quando una persona sparisce, non si dimentica. Le parole diventano una lingua perduta ma le storie che ha raccontato continuano a esistere, mettendo alle strette chi rimane [Overlove, Alessandra Minervini]

Carmine, invece, incassa il colpo e si butta sul suo lavoro da musicista e sui duri allenamenti per tenere sotto controllo peso e forma fisica. Si esibisce in diversi concerti, Carmine è l’unico componente dei Miamai, vince un premio. Ma non è soddisfatto. Anche a lui manca qualcosa.

La vittoria l’aveva attesa. L’aveva sognata. Ma poi, una volta sul palco, con il trofeo in mano l’unica cosa che avrebbe voluto fare era svuotarsi, dedicandosi a un pianto infinito alla salute di se stesso [Overlove, Alessandra Minervini]

Castel Sant’Angelo, Taranto (foto: Brunella Iannuzzi, Wikipedia CC BY-SA 4.0)

Overlove” di Alessandra Minervini (LiberAria editrice, 200 pagine, 12 €) è suddiviso in tre parti – la prima e la terza narrate in terza persona, la seconda in prima persona -, è un libro dove il linguaggio usato dall’Autrice è a tratti scorrevole, a tratti più barocco, con termini e paragoni che colpiscono; magnifiche sono le descrizione della Puglia, fotografata con leggerezza ma precisione, dove brillano i suoi colori e le sue sfumature, ma anche difetti e peculiarità.

Ma voce e stile sono ancora un po’ acerbi, destinati a migliorare con il tempo. La penna della Minervini è leggera e sussurra: racconta la storia di Carmine e Anna analizzando l’eccesso d’amore e la mancanza, due termini che sono strettamente collegati. Ma racconta lasciando vuoti, lasciando dubbi, lasciano punti in sospeso. 

Ci si interroga sull’amore: è giusto amare troppo?, cosa provoca l’eccesso d’amore? Carmine e Anna sperimentano sulla loro pelle tutto ciò che l’eccesso d’amore comporta: sentimenti negativi che consumano, rendono fragili, egoisti.  Amare troppo può portare alla distruzione di una storia d’amore. E quindi, alla mancanza e qualcosa manca solamente dopo averlo avuto e poi perso; non si sente la mancanza di qualcosa che non si ha mai posseduto o qualcosa che si sa che non si posserà mai.

Come poteva una canzone dedicata alla mancanza di amore essere diventata un inno all’abbondanza, anche spicciola, di amore? [Overlove, Alessandra Minervini]

Nel romanzo, oltre Carmine e Anna, si muovono diversi personaggi accennati come fossero fantasmi destinati a infestare solo lo sfondo della vicenda. Come il padre di Anna, del quale viene descritto il suicidio; come lo scrittore dei manuali di autoaiuto che diventano best seller; come Carla, la madre di Anna, intrappolata davanti alla televisione; come B&B, due montenegrini che vedono nell’Italia la possibilità di riscattarsi.

Il romanzo “Overlove” è riuscito nel difficile intento di fotografare le paure, le ansie, i dubbi della generazione di oggi. Alla fine del romanzo, messi a nudo sotto la lente di ingrandimento della Minervini, né Anna né Carmine sono maturati sono ancora molto indecisi, insicuri, timidi ad ogni passo. Entrambi non hanno ancora compreso appieno cosa vogliono dalla vita. Ma se Anna, forse, con un po’ di coraggio cerca di fare un passo indietro, ciò che trova è una porta chiusa. Per il momento.

E’ a fare quel passo che dovremmo aspirare tutti, anche se siamo sicuri che la porta sia chiusa. Osare, amare e vivere intensamente, fare un passo indietro se necessario e ammettere i propri errori. Overlove. Meglio l’amore piuttosto che la mancanza.

Quando un meccanismo si inceppa, bisogna ripararlo. Ma prima c’è un’operazione da svolgere: comprendere l’entità del danno, per pensare alla soluzione. Quando un meccanismo si inceppa, la prima cosa che bisogna fare è riavviare il programma. Come nel reset, dopo il quale molti dati vanno persi. Non tornano più. Si gioisce per quelli sopravvissuti e, con il passare del tempo, si affievolisce il dispiacere per quelli andati per sempre [Overlove, Alessandra Minervini]

Titolo: Overlove
Autrice: Alessandra Minervini
Editore: LiberAria editore
Perché leggerlo: per i colori della Puglia, per le sue descrizioni, le persone che la abitano. Per riflettere sui sentimenti, sull’amore, sulla mancanza, sugli eccessi.

(© Riproduzione riservata)

Libri, incontri e molto di più: vi racconto il mio #SalTo17

Sabato 20 maggio ho preso un treno al volo verso Torino e ho raggiunto uno degli eventi che durante l’anno attendo con più trepidazione: il Salone Internazionale del Libro. Non scelgo mai il sabato per partecipare a queste manifestazioni, perché preferisco girovagare tranquilla tra gli stand editoriali e di solito il sabato e la domenica ci sono pù visitatori, ma causa altri impegni questa volta non ho potuto evitare di andare al sabato. È stato fantastico lo stesso.

Prima di partire mi ero segnata qualche titolo da acquistare, qualche stand da visitare e amici da incontrare; ovviamente, come succede sempre, è stato stravolto tutto perché le fiere come questa sono imprevedibili e il tempo – quando si entra al Lingotto Fiere – prende a scorrere molto più velocemente, per cui in un attimo ci si ritrova già a fine pomeriggio.

Tutto quello che ho portato a casa dal #SalTo17 (foto: Claudia)

Quest’anno l’organizzazione della fiera ha messo a disposizione per i blogger letterari il pass stampa, quindi appena arrivata sono corsa al desk informativo per ottenerlo. Qui ho avuto la prima, piccola sorpresa della giornata: l’addetto alle operazioni mi chiede il nome del blog, mi prepara il pass e quando me lo consegna mi dice che si segna il nome del sito perché “mi interessano le altre culture e ovviamente amo leggere“.

Con il pass tra le mani – sì, sono finiti i cordini per appenderlo al collo a mo’ di collana – corro al Caffé Fiorio perché Eris Edizioni ha organizzato una bella colazione letteraria con Guillem López autore del romanzo “Challenger“. Siamo sei blogger – Il tè tostato, Una banda di cefali, Emozioni in font, Non riesco a saziarmi di libri, Un antidoto contro la solitudine ed io – e Guillem è disponibile per rispondere alle nostre domande. La gentilissima e brillante Francesca Bianchi, la traduttrice del romanzo, riporta ad un disponibilissimo Guillem le nostre curiosità.

L’autore Guillem Lopez e Francesca Bianchi, la sua traduttrice e interprete (foto: Claudia)

Finita la colazione con Guillem López, entro finalmente al Salone del Libro accompagnata dalla brillante Carla (Una banda di cefali) e dalla simpatica Viviana (Emozioni in font). C’è davvero da perdersi, anche quest’anno, in mezzo ad una vera e propria marea di libri. Corro per prima cosa a salutare Alessia di Cliquot edizioni, il loro stand è un piccolo salottino tranquillo nella confusione del Padiglione 2. Conosco Paolo e Federico, quest’ultimo con un entusiasmo contagioso mi parla della sua ultima traduzione “La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore” di Fritz Leiber.

A questo punto, ho una missione: incontrare Angela del blog righevaghe e Fabrizia del blog Il mondo urla dietro la porta. Incontro prima Fabrizia, mentre sono intenta ad acquistare “Dove l’aria è più dolce” di Tasneem Jamal (una novità in anteprima) allo stand di Nuova Editrice Berti; Fabrizia e il suo personale e simpaticissimo navigatore satellitare mi faranno compagnia quasi tutta la giornata.

Allo stand di Lindau, a salutare Sara (che mi regala una copia della loro rivista L’Isola), incontriamo la vulcanica Angela. Esordisce dicendo che mi immaginava più alta, ma la perdono perché le voglio bene e perché mi invita al  Triestebookfest (e quanto vorrei andarci…!).

Uno sguardo sul #SalTo17! (foto: Claudia)

Il tempo scorre veramente velocemente, l’appuntamento con il treno del ritorno si avvicina inesorabile; nella folla che si fa sempre più incalzante, decido di ritagliarmi un’ora per gli acquisti. Così, finisco allo stand di Racconti edizioni per recuperare la nuova raccolta di racconti di Mia Alvar – autrice di origini filippine! – “Famiglie ombra” tradotto da Gioia Guerzoni; mi lascio attrarre poi da due romanzi, di autori italiani, letti da Elisa La lettrice rampante, dei quali aveva parlato bene: “Bellissimo” di Massimo Cuomo (E/O Edizioni) e “Overlove” di Alessandra Minervini (Liberaria edizioni).

Il caldo, l’afa e la folla iniziano a diventare pressanti e anche se alla partenza del mio treno mancano ancora quaranta minuti, esco perché sono davvero stanchissima. Stanca sì, ma molto felice: grazie alle persone (anche se nel marasma non sono riuscita a salutare diverse persone che sapevo presenti al Salone), alla colazione letteraria, alle sorprese e soprattutto grazie ai libri la mia è senza dubbio stata una giornata bellissima!

… Quanto manca al prossimo Salone del Libro 😉 ?

AA. VV. | Ombre. Racconti ispirati ai dipinti di Edward Hopper

– Quale pensi che sia la storia? – chiese lei.
– Cosa, la loro? Cosa ti fa credere che ce ne sia una?
– C’è sempre una storia. Dipingere è raccontare. Sai perché si intitola Nighthawks?
– Nel senso di “falchi nella notte”? No, in realtà.
– Be’, che sia notte è ovvio. Ma dài un’occhiata al becco di quello che sta con la donna.
Bosch lo fece. Se ne accorse per la prima volta. Il naso dell’uomo era appuntito e incurvato come quello di un uccello. Un falco nella notte. Ovvero un nottambulo. [Michael Connelly, Nighthawks, trad. L. Briasco, F. Deotto, L. Sacchini]

Una ballerina nuda. Un pierrot triste e una donna dalle gote rosse alle sue spalle. Una ragazza sola in un caffè, con un cappellino. Un uomo che legge il giornale e una donna che, annoiata, pigia un tasto del pianoforte. La vetrina curva del diner più noto d’America, dove un cameriere serve un uomo e una donna che appaiono molto intimi. S’intravede una ragazza ad una finestra. Una ragazza nuda, ad eccezione delle scarpe, guarda fuori dalla finestra. Una giovane donna sola in una stanza attigua ad un cinema affollato. 

Atmosfere cupe, personaggi in costante attesa e nessun volto sorridente. Questi sono gli ingredienti dell’arte di Edward Hopper (1882-1967), uno dei più noti e apprezzati pittori americani del Novecento, acclamati dal pubblico per la sua incredibile capacità di trasmettere l’America – quella che vive nel nostro immaginario – attraverso i suoi quadri; spesso definito come il pittore del silenzio, nelle scene rappresentate da Edward Hopper aleggia un senso di solitudine e di attesa. Hopper disegnava luoghi che non hanno nulla di caratteristico: interni di locali, tavole calde, case, fari, marine, uffici; Hopper riportava su tela scene quoditiane, luoghi raggiungibili da chiunque e soprattutto, senza inventare niente, esaltava la normalità. Osservando i suoi lavori, lo spettatore viene letteralmente catturato e analizzando i personaggi e i paesaggi hopperiani non è difficile che percepisca una storia.

I nottambuli, Edward Hopper (1942) Art Institute of Chicago

I dipinti di Edward Hopper non hanno mai lasciato indifferenti né lettori né scrittori, come Lawrence Block, che ha chiesto ad alcuni autori americani di scegliere un dipinto di Edward Hopper e di scrivere un racconto ad esso ispirato. Il materiale prodotto è stato raccolto da Lawrence Block per andare a comporre l’antologia “Ombre. Dipinti ispirati a Edward Hopper” (trad. L. Briasco, F. Deotto, L. Sacchini, Einaudi, 304 pagine, 18.50 €).

L’antologia è composta da tredici racconti che prendono spunto dal dipinto di Hopper scelto dall’autore. Il racconto inizia con il nome dell’autore, il titolo e una riproduzione del dipinto: quindi, con il quadro in mente, inizia il racconto e il lettore si sente più coinvolto. Si possono immaginare molte storie – partendo da un dipinto come Nighthawks o Sera d’estate – e ancora prima di iniziare a leggere il racconto aleggia la curiosità di scoprire in quale punto dello scritto l’autore sceglierà di descrivere la scena del dipinto; è un po’ come sapere già quale scena succederà, ma senza conoscere i nomi e le azioni dei protagonisti.

I racconti appartengono a generi diversi: prettamente narrativi – “Lo spogliarello“, “La storia di Caroline“, “Soir bleu“, “La donna alla finestra“, “Natura morta 1931“, “Finestre nella notte” e “Autunno, tavola calda” -, noir – “La verità su quanto è successo“, “Nighthawks“, “L’incidente del 10 novembre“, “Il proiezionista” -,  fantastico – “Stanze sul mare” -,  e horrorLa sala della musica“.

La casa aveva altre qualità che Carmen trovava inquietanti. Per esempio il fatto che ogni anno, senza l’intervento di nessuno, guadagnasse una stanza. Se n’erano accorti lo stesso anno che era arrivato Fabius, qualche mese prima che Klaus Ronson si ammalasse di cancro ai polmoni. Calleta non aveva dato peso alla coincidenza. E aveva sempre trovato normale che le stanze comparissero all’improvviso, come sorte dal mare. Il mondo è pieno di fenomeni che sfidano le leggi della fisica, ripeteva, solo che in genere passano inosservati [Nicholas Christopher, Stanze sul mare, trad. L. Briasco, F. Deotto, L. Sacchini]

“Cinema a New York”, Edward Hopper (1939), The Museum of Modern Art, New York

Diversi generi letterari, diversi autori e autrici: la raccolta è eterogenea e alcuni scritti non fanno altro che confermare il genio dello scrittore, altri stupiscono e necessariamente qualcuno delude; confermano i loro genio Stephen King (“La stanza della musica”) e Jeffery Deaver (“L’incidente del 10 novembre”). Avendo letto per la prima volta Lee Child (“La verità su quanto è successo”), Michael Connelly (“Nighthawks”) e Joe R. Landsdale (“Il proiezionista”) mi hanno stupita parecchio.

Tra gli autori che non conoscevo nemmeno di nome, sono rimasta folgorata dai racconti di Jill D. Block (“La storia di Caroline”, l’autrice è la figlia di Lawrence Block, curatore dell’edizione americana), da Nicholas Christopher (“Stanze sul mare”) e da Kris Nelscott (“Natura morta 1931”). Ecco, soprattutto il racconto di Kris Nelscott: ci avrei visto bene un romanzo, uno di quelli da leggere tutto d’un fiato.

A malincuore ammetto che a deludermi è stata l’ultima alla quale avrei pensato, ovvero Joyce Carol Oates: il suo “La donna alla finestra” mi è sembrato isterico, inconcludente e contorto sin dall’inizio.

Un’antologia eterogenea come questa per preziosa principalmente per tre motivi: primo, permette al lettore di scoprire nuovi autori e autrici ed è un modo ambizioso e originale per celebrare un genio dell’arte del Novecento (temevo un po’ l’effetto commerciale, ma per fortuna – quasi- tutti i racconti si sono rivelati all’altezza delle mie aspettative).

Infine, nell’introduzione di Lawrence Block spiega il motivo per cui nel libro c’è la riproduzione di un dipinto in più: i racconti sono tredici, ma avrebbero dovuto essere quattordici. Un autore (o autrice) all’ultimo non ha potuto consegnare il lavoro, ma ormai Block e la sua squadra avevano già acquistato i diritti per riprodurre “Mattina a Cape Cod“, così il curatore, nella prefazione, invita i lettori a mettersi alla prova: quale storia c’è in questa donna vestita di rosso chiaro che si sporge verso la finestra?

Voi che storia ci vedete? Io una la vedo, e chissà se un giorno mi metterò a raccontarvela.

“Mattino a Cape Cod”, Edward Hopper (1950) Smithsonian American Art Museum, Washington

Titolo: Ombre. Racconti ispirati ai dipinti di Edward Hopper
Autori: Megan Abbott, Jill D. Block, Robert O. Butler, Lee Child, Nicholas Christopher, Michael Connelly, Jeffery Deaver, Stephen King, Joe R. Lansdale, Joyce C. Oates, Kris Nelscott, Jonathan Santlofer, Lawence Block
Traduzione: Luca Briasco, Fabio Deotto, Letizia Sacchini
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché è un’antologia di racconti molto belli, appassionanti per chi ama i lavori di Edward Hopper

(© Riproduzione riservata)

György Konrád | Partenza e ritorno

Nel febbraio del 1945 eravamo seduti sulla panca di un carro bestiame fermo, immobile. Non riuscivo a staccarmi dalla porta aperta, dalla quale penetrava il vento tagliente della pianura innevata. Volevo tornare a casa da Budapest per non rimanere ospite, e per farlo mi sobbarcai un viaggio di una settimana a Berettyóújfalu, dove erano stati prelevati i nostri genitori e da dove eravamo riusciti a venir via il giorno prima della deportazione. Se avessimo tardato un solo giorno, saremmo finiti ad Auschwitz. Mia sorella aveva quattorci anni e forse sarebbe sopravvissuta, ma io ne avevo undici e il dottor Mengele aveva inviato tutti i miei compagni di classe nella camera a gas [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]

L’autore ungherese György Konrád ha solamente undici anni quando le leggi razziali e l’odio contro gli ebrei incominciano a dilagare in Ungheria. La vita prima del 1944 procedeva molto bene nel paese di Berettyóújfalu: con il papà titolare di un negozio di ferramenta (molti altri prodotti) la famiglia si poteva concedere una vita agiata, con tanto di servitù e tata tedesca.

Ma con l’arrivo delle idee di quell’Hitler e con la presa di potere delle Croci uncinate, tutto cambia. Da un giorno all’altro, György perde tutto, a cominciare dai suoi amati genitori; gli adulti della famiglia vengono deportati, così György e sua sorella Eva restano da soli.

La loro immensa fortuna, paradossalmente, è quella di essere rimasti senza genitori: György e la sorella non possono restare al paese da soli, ma vanno a Budapest ospiti di altri parenti. A Budapest, città molto più grande che Berettyóújfalu, è più facile nascondersi dalle Croci uncinate e quindi è più semplice scampare la deportazione in Polonia, o Germania, o Austria.

Partii dal presupposto che la legge che mi dichiarava oggetto da annientare non poteva che essere illegale, perché io ero innocente. Vedevo piccoli mascalzoni uccidere nel nome del nostro Paese, della nostra nazione, con la facilità con cui si spara a una lepre o si prende una mosca. Nacque l’odio estremo che voleva solo le nostre vite e, se non c’era altro modo, era disposto a spararci e farci cadere nel Danubio, affinché l’acqua ci trascinasse via [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]

György ed Eva, assieme ad altri due minori, partono dal loro paesino, abbandonano la loro casa, lasciano alle spalle le loro vite e con esse la speranza di veder tornare mamma e papà. Di nuovo la fortuna è dalla parte dei bambini: fuggono a Budapest esattamente un giorno prima che le Croci uncinate rastrellino tutti gli ebrei di Berettyóújfalu per condurli ad Auschwitz. György sa cosa accade ai bambini ad Auschwitz, sa che quello è il luogo dell’orrore: nella sua famiglia molti hanno subito quella grama sorte.

Vera era stata uccisa con il gas e bruciata. Non sapevo che dei duecento bambini ebrei eravamo vivi solo noi quattro che avevamo lasciato il villaggio (…) Gli altri perirono tutti. [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]

Un’antica cartolina di Berettyóújfalu (fonte: web)

Ma a Budapest la vita è tutt’altro che facile: benché sotto la protezione svizzera, i nazisti appena possono scaricano proiettili contro gli ebrei, per poi gettarli – vivi o morti, non importa – nel Danubio. A Budapest György patisce la fame, capisce cos’è l’odio e quanti danni può fare, vive di ricordi del passato e sogna di poter tornare al suo paese e di incontrare di nuovo i suoi genitori.

Quando arrivano i sovietici è una festa in Ungheria, anche se il popolo ungherese non sa quali idee abbiano in serbo per loro i russi (una storia tanto amara che oggi in Ungheria è reato fare l’apologia dei simboli sia nazisti che comunisti). I nazisti iniziano la ritirata e György, dopo un anno da rifiugiato, ritorna a casa. Ciò che trova lo sconvolge, ma continua a sognare di riabbracciare mamma e papà mentre le persone di ritorno dai campi di concentramento – gente che ha perso tutto – colpevolizza il bambino di essere sopravvissuto.

Essendo un sopravvissuto devo la massima gratitudine alla provvidenza e non vorrei attribuire la mia salvezza al puro caso. La mia sopravvivenza però è anche motivo del mio rancore nei confronti dell’illusiorio dono della provvidenza, perché ha voluto che io vivessi e non ha pensato alla salvezza degli altri bambini che non erano più colpevoli di me (…) Al posto dell’infanzia è rimasto un vuoto, una storia mai trattata in profondità o forse non trattabile [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]

Partenza e ritorno” di György Konrád è il romanzo che ripercorre la vita dell’autore, con particolare gli anni dal 1944 al 1950. Scritto molto bene, in prima persona, è un testo scorrevole e decisamente istruttivo. Nel romanzo si ritrova quel periodo infelice del Novecento che corrisponde all’ascesa di Hitler al potere: anche in Ungheria vengono emanate le leggi razziali e la libertà al popolo ebraico viene tolta giorno dopo giorno, fino ad arrivare alle deportazioni nei campi di lavoro e concentramento.

Leggere un libro come questo fa necessariamente riflette sul come sia facile seminare odio e far attecchire il germe della cattiveria; Konrád racconta della spietatezza che molti soldati nazisti avevano nei confronti della gente, anche dei bambini, ma non risparmia le descrizioni delle violenze che i sovietici infliggevano alla popolazione locale, soprattutto verso donne.

Attraverso gli occhi di un Konrád bambino si percepisce con più intensità il dolore che ha dovuto provare e le memorie dello scrittore unghere aiutano il lettore a districarsi in una delle più drammatiche pagine di storia del Novecento. Un libro per cercare di non dimenticare le sofferenze patite da un popolo intero, non solo ebraico ma ungherese in generale, un libro per far capire che l’odio sonnecchia sotto le ceneri che un qualsiasi personaggio può tornare ad accendere, generando un fuoco distruttore in grado di cancellare ogni singolo tentativo di rispettare il prossimo e vivere in pace.

Titolo: Partenza e ritorno
L’Autore: György Konrád
Traduzione dall’ungherese: Andrea Rényi
Editore: Keller
Perché leggerlo: per non dimenticare le sofferenze patite da un popolo intero, non solo ebraico ma ungherese in generale, un libro per far capire che l’odio sonnecchia sotto le ceneri che un qualsiasi personaggio può tornare ad accendere

Guillem López | Challenger

Gli astronauti sono a bordo, in attesa. Cosa si aspettano? Quali pensieri navigano nei loro silenzi? Raccomandazioni dell’infanzia impresse nella memoria? C’è spazio per quell’istante sacro, unico, dedicato a un pensiero metafisico, al significato epico dell’esser lanciati fuori da questa sfera che galleggia nel vuoto, così piccola, così triste? (…) La paura assale anche gli esploratori dello spazio che intraprendono un viaggio verso l’ignoto, verso un luogo in cui soltanto pochi uomini e donne sono stati. Ma la loro non è una paura comune e mortale, è la vertigine di affacciarsi sull’infinito [Guillem López, Challenger, trad. F. Bianchi]

Cape Canaveral, U.S., 28 gennaio 1986. Mancano pochissimi secondi al lancio dello Space Shuttle Challenger e le aspettative di moltissimi americani, giovani e vecchi, sono alle stelle. Dopo diversi ritardi, dovuti a complicazioni tecniche, sembra che tutto sia pronto ed è esattamente alle ore 11.38 a.m. che partono il count down e il lancio vero e proprio.

Settantatré secondi. Trascorrono settantatré secondi dal lancio al momento in cui il Challanger, raggiunti circa tredici chilometri di altezza esplode improvvisamente, collassando su se stesso e scomparendo in una nube bianchissima di fumo. Chi ha assistito alla diretta televisiva o al lancio dalle tribune di Cape Canaveral è sotto choc; c’è chi piange, chi resta senza parole, chi è incredulo.

La cosa più probabile è che sia stata una concatenazione di coincidenze minime a generare un errore nel sistema. Succede anche nella vita, cose piccolissime, inspiegabili, a volte perfino magiche, che scatenano gli eventi più comuni e anche quelli eccezionali. Può sembrare assurdo, ma per ogni cosa esiste un punto di flesso, un luogo in cui l’equilibrio diventa caos e i risultati, le formule, la logica, vanno a farsi friggere; è come lo scarico dell’universo, un vortice che gira e trascina nel vuoto dell’incomprensione qualsiasi ipotesi, qualsiasi regola. Il luogo che ogni scienziato detesta [Guillem López, Challenger, trad. F. Bianchi]

Il romanzo “Challenger” di Guillem López (Eris Edizioni, trad. Francesca Bianchi, ill. Sonny Partipilo, 404 pagine, 20 €) racconta in settantatré brevi episodi la giornata del 28 gennaio 1986, tutti ambientati tra la città di Miami e l’isola di Merritt, dove sorge il complesso di Cape Canaveral.

Il corposo romanzo dello spagnolo López è un universo di personaggi, dove non sono solo esseri umani a raccontare quel giorno, ma hanno voce anche rane di porcellana, insetti disgustosi, tempeste magnetiche, mostri delle fogne. Nel libro López fa vivere e rivivere infinite volte il momento dell’esplosione del Challenger oppure le ore precedenti o quelli successivi, quando i protagonisti – scioccati – si rendono conto della terribile tragedia. L’idea di ripetere infinte volte l’attimo dell’incidente – ogni personaggio si trova in un punto diverso di Miami e sta facendo cose diverse – è un espediente decisamente televisivo: quante volte, dopo una tragedia o un attentato, vediamo trasmesse in televisione, in modo quasi ossessivo, le stesse identiche immagini? Come se dovessimo per forza imprimerle a mente, come dovessimo ricordarle per sempre.

Se all’inizio il romanzo può sembrare un vero rompicapo – complice il fatto che sfugge ad ogni genere letterario -, perché vengono introdotti molti personaggi che appaiono sconnessi l’uno con l’altro, procedendo con la lettura ci si rende conto di quante ricche interconnessioni siano presenti. Si scoprono i rapporti tra un protagonista e l’altro, si rivelano dettagli per comprendere un evento già citato. E quindi si torna indietro, nei capitoli precedenti, si scruta la bellissima mappa che Eris edizioni ha allegato al romanzo, si cerca quella connessione, il filo conduttore per cercare di comprendere il più possibile il senso di quella giornata.

Quello che mi è piaciuto di “Challenger“, oltre all’idea in sé di raccontare il giorno del disastro attraverso settantatré episodi e innumerevoli persone o mostri o cose, è il fatto che all’improvviso – come fulmini a ciel sereno – López incanta chi legge con pensieri e riflessioni tanto profonde quanto preziose. Immagini da sottolineare e rileggere, da riscrivere su un taccuino e aprirlo a caso, in una giornata in cui abbiamo bisogno più del solito di parole; López ha una scrittura attenta ai dettagli ma ancor di più alle emozioni.

Se non vi ho ancora convinti della genialità di questo romanzo, potrebbe farlo il capitolo finale, il #73, quello affidato al Challenger stesso, che è quanto di più bello io abbia letto da qualche anno a questa parte.

Settantatré secondi. Sono successe molte cose, frammenti sparsi, caotici. Cose che sono strettamente legate a questa storia, anche se sono successe in altri posti, in altri momenti. E’ una cosa complicata che dipende, come tutto ciò che è complicato, dalla fede e dall’immaginazione. Cercare il bandolo della matassa in fondo ai cassetti, nelle tasche vuote, nelle conversazioni più insignificanti, nelle battaglie di guerre passate, negli uomini malvagi e nei santi, in Dio e nei suoi testi sacri scritti da apologeti del dolore e della tortura, annusare la terra umida fino a trovare la fossa comune della felicità, della pace, della compassione. Essere uomini nuovi in un mondo nuovo, troppo nuovo, troppo giovane. L’ambizione è il combustibile sacro che mette in moto ogni cosa. Il desiderio di essere migliori, di essere un’immagine divina [Guillem López, Challenger, trad. F. Bianchi]

Titolo: Challenger
L’Autore: Guillem López
Traduzione dallo spagnolo: Francesca Bianchi
Illustrazioni: Sonny Partipilo
Editore: Eris edizioni
Perché leggerlo: perché Guillem López ha creato un universo, un romanzo che sfugge ad ogni definizione ma che conquista ed echeggia nella mente del lettore come le innumerevoli volte che il Challenger è esploso

(© Riproduzione riservata)

Un viaggio in dieci scatti | Svizzera, Liechtenstein, Austria e Germania

Vi racconto un viaggio attraverso cinque frontiere, un fine settimana un po’ anomalo dove ho rubato un lunedì per fermarmi un giorno in più tra le Alpi, per respirare la stessa aria freschetta che temprava la piccola Heidi e la sua amica Klara.

Per raccontarvi questo viaggio, che mi ha emozionata e coinvolta, ho scelto dieci scatti; quando dicevo che sarei partita per visitare la Svizzera e il Liechtenstein – con due brevi tappe in Austria e Germania – qualcuno mi aveva chiesto cosa esattamente sarei andata a vedere, pensando forse che nella regione dei Quattro Stati e sul Lago di Costanza non ci fosse granché di interessante.

Invece, qualcosa c’è. Ma incominciamo dal principio.

Un paese sulle montagne che guarda la Svizzera ma ha le spalle coperte dall’Austria

Triesenberg, Liechtenstein, dalla nostra casetta brilla la Valle del Reno (foto: Claudia)

Triesenberg è un paesino di montagna dove si respira l’aria frizzante al mattino e la tranquillità alla sera. Circolano poche macchine, il traffico è ordinato, gli automobilisti lasciano attraversare i pedoni e le persone salutano gli sconosciuti se li incrociano per strada.

Siamo ospiti della famiglia Gassner, due simpatiche persone che gestiscono degli appartamenti – dotati di bagno privato, cucina e stanza da letto – e un caffé in centro al paese (le torte in vetrina sono fantasmagoriche, quasi irreali tanto sono belle). La nostra casetta è tutta dipinta di rosa, alle finestre ha i fiori e il legno dell’arredamento interno conferisce all’appartamento un grande senso di calore e accoglienza. Dalle finestre della cucina e della stanza da letto si vede il prato verdissimo che digrada verso la valle del Reno, che sul fare della notte si illumina di luci. Alle spalle ci sono le montagne che salgono fino a duemila metri: da qualche parte lassù la mano di un geografo ha tracciato il confine con l’Austria, oltre il Reno, invece, i monti della Svizzera.

C’era una volta un castello tra le montagne…

Il castello dei principi del Liechtenstein a Vaduz (foto: Claudia)

Vaduz è la capitale del principato del Liechtenstein, è così piccola che in una giornata la si può tranquillamente girare a piedi. Il centro storico di per sé non esiste, c’è qualche antico palazzo e una bella cattedrale, ma gli edifici sono molto moderni: qualche museo, molte banche, diverse attività assicurative.

Il pezzo forte di Vaduz è senza dubbio il castello dei principi del Liechtenstein: l’imponente maniero che si staglia contro le Alpi innevate. E’ attualmente abitato dai sovrani del piccolo stato, per cui non è visitabile. Si presta però per essere fotografato perché è davvero un bellissimo soggetto!

Feldkirch, un salto in Austria

Il centro storico di Feldkirch, Austria (foto: Claudia)

Dal Liechtenstein all’Austria il passo è brevissimo, c’è solo una mezz’oretta d’automobile. Il vecchio confine tra l’Austria e il Liechtenstein è quanto più di romantico possa esserci: immaginate un gruppetto di case, fiori alle finestre, immensi prati verdissimi, una curva stretta e poi un qualcosa simile ad un passaggio a livello; ma non ci sono i binari del treno e la sbarra bianca e rossa è sempre su: la piccola casetta bianca, vuota, è la vecchia dogana e qualche metro più avanti un cartello blu, scritto in tedesco, dice “Benvenuti nella Repubblica d’Austria”, ovvero entrate e uscite liberamente, è un piacere attraversare confini come questi.

Siamo in Austria! Passata la vecchia dogana raggiungiamo Feldkirch, il primo paesino austriaco che si può raggiungere dal confine. Il centro storico è molto curato, pulito e colorato. Merita decisamente una passeggiata.

Le Cascate del Reno, dove la Svizzera sfiora la Germania

Le Cascate del Reno, Svizzera (foto: Claudia)

Nel cantone di Sciaffusa, una delle città più a nord della Svizzera, ci sono le Cascate del Reno. Sono imponenti e assordanti i salti d’acqua del Reno, che qualche chilometro più a valle si calma, entra nel Lago di Costanza e quando ne esce si trasforma in un placido confine naturale.

Le Cascate del Reno sono un’attrazione a pagamento: il parcheggio è gratuito (ma è meglio andare presto al mattino perché non è molto ampio) ma la discesa alle cascate costa 5 franchi (circa 5 euro). Due orette di visita possono bastare per ammirare questi salti d’acqua impetuosi che generano graziosi arcobaleni. I più temerari potranno salire su un’esile barchetta e raggiungere il roccione dove sventola fiera la bandiera svizzera.

Stein-am-Rhein, come una favola

Stein-am-Rhein, Svizzera (foto: Claudia)

Stein-am-Rhein è una favola, è la Svizzera sempre immaginata che si palesa ai nostri occhi. Il paesino è davvero molto piccolo, si affaccia sul fiume Reno, ora molto più tranquillo rispetto qualche chilometro a fa. Si parcheggia all’esterno dell’abitato (a pagamento) e ci si gode una passeggiata immersi in un paesino così pacifico che sembra quasi di stare in mezzo alla natura.

Scorci di Stein-am-Rhein, Svizzero (fonte: Claudia)

Il silenzio del chiostro, la tranquillità di potersi sedere su di una panchina di fronte al fiume Reno, la pace di poter restare in un contesto urbano ma sentirsi davvero soli con i propri pensieri. Un luogo perfetto da vivere e per vivere.

Riflessi sull’acqua a Stein-am-Rhein, Svizzera (foto: Claudia)

Costanza, qual buon vento tira in Germania?

Costanza, Germania (foto: Claudia)

Costanza è una città tedesca che si affaccia sull’omonimo, grande lago. Si raggiunge dalla Svizzera, passando sotto i resti della vecchia dogana, oggi chiusa ma non vandalizzata nonostante i tempi del suo uso siano ampiamente trascorsi. A Costanza si svolse l’omonimo concilio, tra il 1414 e il 1418, fu il luogo dove Jan Hus venne bruciato sul rogo e dove nacque Ferdinand von Zeppelin, l’ideatore dei famosi dirigibili.

Costanza, il molo (foto: Claudia)

C’è un vasto parcheggio appena oltre la dogana, la domenica non si paga ed è un buon punto di partenza per esplorare la città vecchia a sud del Reno. Costanza la definirei vivibile, pulita, ordinata e molto fiorita. Raggiungiamo in pochi minuti a piedi il grande lago: esploriamo le sue rive, i suoi moli, fotografiamo fiori e cigni e ci rendiamo conto della trasparenza delle acque. Costanza ci piace: anche questa cittadina ha la stessa calma, la stessa pacifica tranquillità delle altre visitate. A Costanza si può stare in mezzo alla gente ma allo stesso tempo, seduti su una panchina, si può conteplare il lago e le montagne che vi si riflettono in silenzio.

Zillis, come una cartolina. Svizzera, di nuovo

Zillis, Grigioni (foto: Claudia)

Salutiamo Triesenberg, direi a malincuore. Due notti sole a contemplare le luci della Valle del Reno, solo due mattine a svegliarci nel più limpido silenzio, l’aria fresca con le temperature prossime allo zero. Consegnamo le chiavi della casetta rosa e di legno, la signora Gassner mi regala dei cioccolatini e mi chiede di scrivere una recensione: ci siamo trovati bene, da loro? Direi proprio di sì. Grazie.

Varchiamo di nuovo il confine tra Liechtenstein e Svizzera e procediamo, questa volta la bussola necessariamente punta a sud. Attraversiamo di nuovo i Grigioni e io resto incantata dal finestrino come una bambina, cercando di riempirmi gli occhi e il cuore di paesaggi, pace, verde, cieli azzurri e campanacci delle vacche al pascolo. Questi sono i luoghi di Heidi, tanto che gli svizzeri hanno definito questa regione come Heidiland.

Ci fermiamo a Zillis, perché avevo visto una fotografia su internet e mi aveva colpita. Tutto vero, Zillis è la Svizzera da cartolina, respiro profondamente, passeggio, fotografo e poi di nuovo in auto.

Saliamo, saliamo, fino al Passo del San Bernardino: dopo tre belle giornate di sole, incontriamo un tempo inclemente, c’è una nebbia lattiginosa che ammanta la valle impedendomi di rivedere quelle montagne che tanto mi affascinano. Scendiamo nel Ticino, il cielo è bianco, fastidioso e Locarno mi delude. Pochi chilometri ed è tempo di varcare l’ultima frontiera: fa effetto vedere il cartello blu con su scritto ITALIA a lettere cubitali.

Siamo tornati, ma già non vediamo l’ora di ripartire.

*

Dove dormire:
Appartamente Fernisicht Triesenberg (Bergstrasse 70, 9497 Triesenberg, Liechtenstein), comodi, spaziosi e luminosi appartamenti dotati di cucina, bagno privato e camera con vista sulla valle del Reno. Dati i prezzi dei ristoranti, per abbattere notevolmente i costi del soggiorno, suggerisco la scelta di un appartamento o di un residence con angolo cottura.

Come arrivare:
Le autostrade svizzere sono sicure e molto ben tenute, sono soggette ad un abbonamento di tredici mesi che si chiama “vignetta”, si acquista al confine oppure negli ACI italiani (costo circa 38 euro). Il Liechtenstein non ha autostrade, solo strade statali. La rete di bus è ben sviluppata e tocca tutte le località principali.

Quale guida usare:
Svizzera” Guida verde del Touring Club Italiano

Cosa leggere per prepararsi al viaggio:
Ultima sera” di Arno Camenisch, autore originario di Coira (Grigioni) racconta una Svizzera rurale, fatta di paesi minuscoli, espressioni dialettali e tanta, tanta birra.

Straniera ingrata” di Irena Brežna, autrice originaria della Slovacchia ma ora residente in Svizzera, parla dell’integrazione degli stranieri in territorio svizzero.

Lo scaffale degli ultimi respiri” di Aglaja Veteranyi, autrice di origini rumene ma emigrata in Svizzera, racconta di come pur muovendosi in giro per l’Europa sia riuscita a mantenere vive le tradizioni della sua famiglia e del suo popolo.

Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere” di Marco Truzzi (fotografie di Ivano Di Maria), il giornalista italiano compie un viaggio in Europa sulle tracce delle frontiere, vecchie e nuove. Molto bello il capitolo su Basilea, città svizzera di confine (tra Francia e Germania).

Marco Balzano | L’ultimo arrivato

Comunque non è che sono emigrato così, da un giorno all’altro. Non è che un picciriddu piglia e parte in quattro e quattr’otto. Prima mi hanno fatto venire a schifo tutte cose, ho collezionato litigate, digiuni, giornate di nervi impizzati, e solo dopo me ne sono andato via. Era la fine del ’59, avevo nove anni e uno a quell’età preferirebbe sempre il suo paese, anche se è un cesso di paese e niente affatto quello dei balocchi. Ma c’è un limite a tutto e quando la miseria ti sembra un cavallone che ti vuole ingoiare è meglio che fai fagotto e te ne parti, punto e basta [Marco Balzano, L’ultimo arrivato, Sellerio]

Ninetto è un picciriddu che vive a San Cono con il padre Rosario e mamma sua. Sono gli Anni Cinquanta, la miseria e la povertà sono spietate quanto il sole che picchia sulla terra sicura in estate; Ninetto vive a pane e un’acciuga ed è tanto magro e smilzo che lo chiamano Ninetto pelleossa.

Quelli che saltano sui treni diretti a nord sono tanti, perché a San Cono e nelle campagne non c’è niente oltre la fame. Ninetto interrompe malvolentieri gli studi prima di conseguire la quinta elementare perché lui sognava di diventare poeta come Giovanni Pascoli, il suo preferito. Il maestro Vincenzo è affranto perché Ninetto è un ottimo studente, ma è anche un uomo che sa che in un paese come San Cono di futuro non ce n’è.

Un brutto giorno, quando Ninetto ha solo nove anni, la mamma sua prende un colpo e non resta che confinarla in un ospizio a Catania. Ninetto è convinto che non lascerà mai San Cono, il paese suo, ma il lavoro nel podere di Don Alfio, a coltivare quella terra sassosa e sterile, è troppo duro per un bambino e Giuvà gli propone di andare a Milano con lui. Rosario, il padre, è felice che Ninetto vada a Milano perché lassù al nord ci sarà futuro per lui.

Una volta giunto a Milano, dopo aver attraversato l’Italia intera, per Ninetto è un’altra delusione. Non si aspettava una città così grigia, nebbiosa, scialba, dove le persone corrono e non si salutano nemmeno se per sbaglio si sfiorano. Non pensava che sarebbe finito a vivere in un alveare assieme ad altri emigrati, non immaginava che i milanesi lo avrebbero per sempre etichettato come napulì, benché lui a Napoli non ci fosse nemmeno mai stato.

La casa dell’alveare è un’altra storia per cui servono poche parole. Non perché era brutta, ma perché era una desolazione colossale (…) Dalla finestra però si vedeva solo l’alveare dei veneti e la ciminiera che non smetteva mai di sbuffare. Nemmeno uno spicchio di cielo [Marco Balzano, L’ultimo arrivato, Sellerio]

Mario Sironi “Paesaggio urbano” (1940/41), Pinacoteca di Brera

L’ultimo arrivato” di Marco Balzano (Sellerio editore, 205 pagine, 15 euro) è un romanzo scritto in prima persona che abbraccia la storia d’Italia, dagli Anni Cinquanta ai primi del Duemila. E’ il Ninetto di oggi che si racconta la sua storia, ripercorrendo le tappe più importanti ed evitando di parlarsi del periodo più difficile della sua vita.

Marco Balzano sceglie di narrare la storia di Ninetto utilizzando spesso parole in dialetto e gergali, dimenticando apposta qualche congiuntivo perché Ninetto ha studiato poco anche se, grazie ad un sindacalista della fabbrica dove ha lavorato tanti anni, è riuscito a seguire le scuole serali e conseguire il diploma di media inferiore.

Il romanzo di Balzano apre una serie di importanti questioni sulle quali siamo chiamati a riflettere. L’abbandono del paese natio, che per quando cesso possa essere, è sempre il proprio paese d’origine, al quale – bene o male – si resterà legati per tutta la vita. L’emigrazione minorile degli Anni Cinquanta e primi Anni Sessanta, dove moltissimi minori (bambini di nove o dieci anni) partivano senza genitori verso il nord Italia, al massimo accompagnati da parenti. Quindi, in conseguenza, il lavoro minorile: Ninetto lavora inizialmente per una milanese che gli fa fare turni massacranti, senza pensare che è solo un bambino e quelle fatiche non è in grado di sopportarle. Poi, trova lavoro all’Alfa Romeo e per trentadue anni ogni giorno in fabbrica è sempre uguale, alienante, massacrante.

La forte diffidenza che avevano gli abitanti del nord nei confronti di quelli del sud, tanto da etichettarli come “napulì” o “terroni”, termini che generalizzavano lo schifo che avevano i milanesi verso queste persone. Il fatto stesso di confinare non solo i meridionali ma anche i veneti o gli emiliani in case popolari orrende (l’alveare), cubi di cemento o cartongesso squallidi, spesso con i bagni in comune, era il segno che i milanesi queste persone non le volevano tra loro.

Mario Sironi “Periferia” 1922

Ne “L’ultimo arrivato” di Marco Balzano, come ricorda nella postfazione, Ninetto è un personaggio inventato ma le vicende che vengono narrate non lo sono dato che l’Autore ha intervistato moltissime persone di origini meridionali emigrate nel triangolo industriale Torino-Genova-Milano nel Dopoguerra. E’ quindi un romanzo utile per capire una parte della nostra storia che dovrebbe insegnarci qualcosa mentre sembra che, se ieri i discriminati erano i “napulì”, oggi sono i migranti stranieri.

Forse, la storia non è così semplice da imparare e molto spesso non sono altro che parole al vento; quel che resta è l’ignoranza nel discriminare il prossimo, di relegarlo ai margini, perché sembra sempre essere questo il destino dell’ultimo arrivato.

Quando gironzolo devo avere l’espressione di un cacciatore di pepite perché mi vado a infognare in certi vicoli e angoli che non si trovano facilmente e che forse solo per me significano qualcosa. Strade inutili e anonime, come lo erano ai miei tempi. E come forse sono sempre state. C’è chi nasce strada principale e chi strada senza uscita. La legge di chi è povero cristo e chi no vale per l’universo intero, mica solo per gli uomini [Marco Balzano, L’ultimo arrivato, Sellerio]

Titolo: L’ultimo arrivato
L’Autore: Marco Balzano
Editore: Sellerio
Perché leggerlo: perché è un romanzo che insegna chi era discriminato ieri e chi è discriminato oggi; chi veniva relegato ai margini e chi viene relegato oggi; quando è stata dura la vita di molte persone che hanno trascorso l’esistenza a lavorare senza mai vivere veramente.

(© Riproduzione riservata)

5 consigli per superare il blocco del lettore

Succede a tutti coloro che leggono e di recente è accaduto anche a me: sto parlando del blocco del lettore, quella sensazione per cui non si ha voglia di leggere oppure si iniziano uno, due, cinque libri diversi ma giunti nemmeno ad una decina di pagine si ripongono in libreria sbuffando e innervosendosi.

Il blocco del lettore in me sopraggiunge soprattutto dopo aver letto un libro molto bello (e quindi mi chiedo se il libro che leggerò dopo ne sarà all’altezza) oppure quando ho letto talmente tanto che mi passa letterlamente la voglia, o ancora quando mi preparo per un viaggio o quando la vita reale prende il sopravvento e bisogna risolvere alcune questioni che tolgono energia alla lettura.

E’ da prima di Pasqua che apro e chiudo libri, leggo alcune righe all’inizio, qualcuna a metà libro e poi sbuffo e lo rimetto sullo scaffale. Sono sicura che ho tra le mani un bel libro, ma non ho proprio voglia di leggerlo.

Così, ho lasciato perdere la lettura, mi sono preparata per il viaggio attraverso la regione dei Quattro Stati nei pressi del Lago di Costanza e mi sono concentrata sulla bozza di questo articolo che state leggendo, chiedendomi come superare il blocco del lettore fornendo cinque pratici consigli.

PRIMO CONSIGLIO: Non leggete!

Sembra strano ma se non si ha voglia di leggere perché impuntarsi? Il primo consiglio vi suggerisce di superare il blocco smettendo di leggere per un po’ di tempo. Oltre alla lettura – per fortuna! – ci sono tantissime altre attività: una biciclettata, una passeggiata, una serata fuori con gli amici, giardinaggio, uscite al museo o serate al cinema, la preparazione di un viaggetto… Insomma, non è necessario leggere a tutti i costi, è meglio fare una pausa mentale e la voglia di leggere tornerà dopo aver staccato la spina dai libri.

SECONDO CONSIGLIO: Scegliere un libro a caso in biblioteca

I nostri scaffali straripano di libri, nuovi o vecchi, ma non abbiamo voglia di leggerne nessuno di questi. Nessun problema, basta correre in biblioteca e lasciarsi ispirare dalle novità oppure farsi allettare dalla riscoperta di un classico o ancora chiedere suggerimento ai bibliotecari!

TERZO CONSIGLIO: Una storia che si sa già che coinvolgerà

Molti di noi hanno un luogo e un tempo del cuore, un periodo storico che ci affascina oppure un posto nel mondo che ama perché l’ha visitato o perché sogna di andarci. Nel mio caso, luogo e tempo del cuore sono gli Stati Uniti degli Anni Cinquanta e Sessanta: quando non riesco a leggere, mi rifugio nei romanzi ambientati in quei luoghi e in quegli anni.

QUARTO CONSIGLIO: Un autore o un’autrice che ci piace

Abbiamo degli scrittori o scrittrici preferiti, quegli autori che ci sorprendono sempre nonostante il tempo passi e i libri scritti da loro aumentino nella nostra libreria. Questi autori ci danno (quasi) la certezza che non ci deluderanno, perché ci piace il loro stile, perché amiamo come raccontano le storie, come ricreano la magia nelle pagine; per questo come quarto consiglio per superare il blocco del lettore c’è quello di iniziare a leggere un romanzo di un’autrice o un autore che seguiamo e apprezziamo da tempo.

QUINTO CONSIGLIO: Rileggere un libro molto amato

Forse sembrerà il più assurdo, eppure perché non rileggere un libro che abbiamo amato tanto? Può darsi che a qualcuno sembrerà di perdere tempo a rileggere un libro già letto, con tutti quelli nuovi e vecchi ancora da leggere. Ma rileggendo un libro si possono scoprire molte sfumature che durante la prima lettura si erano ignorate, vuoi perché noi nel frattempo siamo cresciuti o vuoi perché alcune parti le avevamo lette con la fretta di raggiungere il finale.

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Ecco, sono questi i miei cinque suggerimenti per superare il blocco del lettore! Se è da dieci giorni che non leggo un libro significa non che io abbia perso la voglia di leggere, semplicemente non ho trovato la storia che mi coinvolge in questo preciso momento. Non smetto di cercarla, perché so che c’è e non vede l’ora di farmi trascorrere alcune orette in buonissima compagnia; aspetterò che il romanzo arrivi e sono certa che sfoglierò le pagine con la curiosità di chi non vede l’ora di conoscere il finale e di poter parlare di ciò che ha letto!

José Eduardo Agualusa | La regina Ginga

Abbandonai Pernambuco su una nave negriera, la Boa Esperança, diretta a São Salvador, la città africana, che prima di chiamava Ambasse, capitale del Regno del Congo, per unirmi ai fratelli gesuiti in una scuola che questi avevano fondato pochi anni prima. Conoscevo del mondo solo quello che avevo letto sui libri e, all’improvviso, mi trovavo lì, in quell’Africa remota, circondato dalla cupidigia e dell’infinita crudeltà degli uomini. Arrivai in un momento d’insidie e inquietudine, con il regno diviso, alcune fazioni contro e altre a favore dei portoghesi; alcune schierate contro la Chiesa e contro i preti (…) altre che propendevano per la rapida cristianizzazione di tutto il regno (…) in verità fuggivo dalla chiesa – ma a quell’epoca ancora non lo sapevo, o se anche lo sapevo non osavo affrontare i miei dubbi più intimi. Per il resto della mia vita, già così lunga e caotica, non feci altro che fuggire dalla Chiesa. [José Eduardo Agualusa, La regina Ginga, trad. G. Bertoneri]

Regno del Dongo e del Matamba, Africa sud orientale, 1620. Padre Francisco José da Santa Cruz, giovane religioso di origini brasiliane, sbarca in Africa nel cuore del Regno del Congo. Il suo compito è quello di professare la fede cristiana convertendo i pagani adoratori di falsi idoli; Padre Francisco giunge in quelle terre selvagge in un momento di grande incertezza: guerre intestine dilaniano i piccoli regni, mentre i portoghesi, appoggiati dalla Chiesa, vorrebbero unire i selvaggi e soggiogarli per sfruttare le preziose risorse.

La regina Ginga riceve alla sua corte Padre Francisco e, con grande lungimiranza, capisce che il religioso brasiliano può essere un perfetto segretario per aiutarla a colloquiare e ad interagire con i portoghesi e i loro alleati spagnoli; Padre Francisco, che fino a quel momento aveva vissuto in una realtà molto ovattata e scandita da regole precise, si trova in un luogo selvaggio quasi privo di regole e soprattutto capisce di essere in un posto dove “il Dio dei cristiani è molto lontano” come sostiene Domingo Vaz, il suo interprete.

I dubbi che attanagliano Padre Francisco in merito alla sua fede religiosa sono molti e vedendo la moglie più giovane di Domingo Vaz, la bellissima Muxima, Padre Francisco capisce il senso del Paradiso e dell’Inferno.

Mi costava ancora di più assumere il ruolo del traditore. Avevo tradito i miei, sebbebe non li avessi mai sentiti come miei, se non per il fatto che con loro condividevo la lingua e la fede in Nostro Signore Gesù Cristo. La vita è un labirinto di scelte, mi diceva mio padre da bambini, Dio diede all’uomo il libero arbitrio. L’uomo sceglie se andare all’Inferno o in Paradiso. Avevo fatto una scelta. Il Paradiso aveva smesso di essere per me qualcosa di astratto e remoto. L’Inferno pure. Il Paradiso era lei e l’aria che lei respirava, e l’Inferno la sua assenza. Tutt’intorno c’erano solo demoni [José Eduardo Agualusa, La regina Ginga, trad. G. Bertoneri]

Francisco si allontana sempre di più dalla fede cristiana, rifuggirà Dio per tutta la sua lunga vita; si innamora di Muxima e Domingo Vaz, con una naturalezza quasi scandalosa, gliela cede con felicità. Ma i religiosi portoghesi, benché molto lontani dalle terre dove risiede Francisco, scoprono la passione per la ragazza mora lo condannano. L’Africa orientale è sconvolta dalle guerre: terribili massacri si profilano davanti agli occhi di uno scioccato Francisco; i portoghesi combattono senza sosta contro gli africani per il controllo delle terre e dei popoli. Hanno bisogno dei loro metalli preziosi e degli schiavi da inviare in Brasile per lavorare crudelmente nelle piantagioni e negli zuccherifici.

La storia d’amore tra Francisco e Muxima s’interrompe brutalmente durante la fuga che segue la presa dei portoghesi della porzione di regno controllato da Ginga e dai suoi. Per molto tempo Francisco non riuscirà più a vederla, perché verrà portata a servire la corte di una nobildonna di Luanda. Francisco trascorre molti anni in attesa di poter riabbracciare Muxima, nel frattempo viene inviato in Brasile perché Ginga vuole stipulare un’alleanza con i fiamminghi, avversari degli spagnoli e quindi dei portoghesi.

E’ un’epoca di grandi inquietudini, di tradimenti, di sotterfugi, di crudeltà e torture, di pirati che non hanno bandiera e lottano per chi paga di più; muore improvvisamente il re del Portogallo, finisce l’allenza con la Spagna e gli olandesi ne approfittano per occupare i regni angolani e conquistare Luanda. Ma non sarà per sempre e Francisco, se vorrà riabbracciare Muxima e incontrare finalmente il suo adorato figlio Cristóvão, dovrà sopportare ancora molti sacrifici e prendere la decisione finale quando i portoghesi, nuovamente riorganizzati e militarmente forti, torneranno in Angola e – Francisco non può saperlo – continueranno a soggiogare lo Stato africano per altri trecento lunghissimi anni.

Nasciamo, cresciamo, diventiamo adulti e poi vecchi. Nel corso della vita non abitiamo un solo corpo bensì vari, uno diverso in ogni istante. Questa catena di corpi che si succedono uno dopo l’altro, e ai quali corrispondono anche differenti pensieri, differenti modi di essere e di stare al mondo, potremmo chiamarlo universo – ma insistiamo nel chiamarlo individuo. Grosso errore. Si veda il mio caso: io che da giovane sono stato prete e devoto mi ritrovo oggi, vicino a morire, non solo lontano da Cristo, ma da qualsiasi Dio, poiché tutte le religioni mi sembrano altrettanto dannose, responsabili del molto odio e delle molte guerre nell’umanità si distrugge [José Eduardo Agualusa, La regina Ginga, trad. G. Bertoneri]

La regina Ginga in un’illustrazione dell’epoca (fonte: Wikipedia, immagine di dominio pubblico)

Il narratore del romanzo “La regina Ginga” di José Eduardo Agualusa (trad. G. Bertoneri, Edizioni Lindau, 221 pagine, 17 €) è Francisco ormai ottantenne libraio ad Amsterdam assieme all’amato figlio Cristóvão, col quale condivide tutto. La narrazione in prima persona è una scelta che in generale coinvolge sempre il lettore, giacché si riesce ad entrare nei pensieri più intimi del personaggio che ci accompagna nella storia; in questo caso specifico, però, c’è qualcosa di più che un coinvolgimento legato alla scelta della prima persona singola per la narrazione: qui si manifesta la grande bravura di Agualusa come narratore perché, date le ricerche immense che l’autore angolano ha fatto, a chi legge pare davvero di ascoltare le originali memorie di un sacerdote brasiliano del Seicento.

La regina Ginga” è un romanzo storico dove si susseguono in modo particolare le vicende legate alla colonizzazione dei paesi africani da parte degli europei, i tentativi della Chiesa di convertire i pagani che adoravano falsi idoli e lo sconto tra culture totalmente diverse. All’interno di questi grandi temi se ne innestano altri: la schivitù, vissuta come la normalità, quindi la tratta degli schiavi che dalle colonie africane venivano trasportati nelle Americhe come manovalanza nelle piantagioni e negli zuccherifici; la perdita della fede e la notevole potenza della Chiesa cattolica, che sempre presente nonostante le distante, scopre il peccato di Francisco e non solo lo scomunica ma addirittura lo processa e ne brucia un’immagine a Lisbona, facendolo a tutti gli effetti morire; infine, le alleanze tra gli Stati europei, le lotte tra di essi e la pirateria che stava questa volta con i portoghesi, quest’altra con i fiamminghi.

Il romanzo di Agualusa è completo, ricco, documentato e a tratti molto forte (le torture descritte nel quinto capitolo sono dure da digerire, ma l’Autore nella nota finale scrive che ha scelto di raccontare le meno impressionanti); un romanzo come questo necessita notevole concentrazione da parte del lettore, la sua lettura richiede una certa predisposizione per le vicissitudini storiche ma fornisce dei dettagli utili per capire molte cose di oggi: alla fine del romanzo, i portoghesi riescono a riconquistare i territori dell’attuale Angola, probabilmente nel corso del tempo ne perderanno dei pezzetti, ma la domineranno fino al 1975, l’indomani della Rivoluzione dei garofani.

Per capire ciò che accade oggi, in alcuni Paesi africani e per capire l’instabilità che regna oggi nel mondo, romanzi come questo possono essere molto utili: ad una prima lettura possono sembrare le avventure di un (ex) prete brasiliano nel regno di Ginga, ma per me ha rappresentato molto di più; questa corposa lettura ha aggiunto un piccolo tassello nella mia personale scoperta del Portogallo e delle sue antiche colonie e mi sono innamorata della scrittura di José Eduardo Agualusa, del quale, certamente, leggerò ancora altre fatiche.

Forse è stato uno sbaglio pensare che la natura, nei confronti di noi bianchi, degli occidentali, non sarebbe stata più matrigna che con i portoghesi e i levantini. La verità è che i portoghesi sono sempre stati più africani che europei [José Eduardo Agualusa, La regina Ginga, trad. G. Bertoneri]

Titolo: La regina Ginga
L’Autore: José Eduardo Agualusa
Traduzione dal portoghese: Gaia Bertoneri
Editore: Edizioni Lindau
Perché leggerlo: perché è un romanzo storico molto documentato, perché offre numerosi spunti per la riflessione su temi che, tuttavia, sono molto attuali

Paolo Cognetti | Le otto montagne

Il paese di Grana si trovava nella diramazione di una di quelle valli, ignorata da chi passava di lì come una possibilità irrilevante, chiusa in alto da creste grigio ferro e in basso da una rupe che ne ostacolava l’accesso (…) Una strada sterrata si staccava dalla regionale e saliva ripida, a tornanti, fino ai piedi della torre; poi superandola si addolciva, voltava sul fianco della montagna ed entrava nel vallone a mezza costa, proseguendo in falsopiano. Era luglio quando la imboccammo, nel 1984. Nei prati stavano falciando il fieno. Il vallone era più ampio di come sembrava da sotto, tutto boschi sul lato in ombra e terrazzamenti al sole: giù in basso, tra le macchie di arbusti, scorreva un torrente che ogni tanto intravedevo luccicare, e quella fu la prima cosa di Grana a piacermi. Leggevo romanzi d’avventura all’epoca. Era stato Mark Twain a trascinarmi all’amore per i fiumi [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Pietro ha una decina di anni e una grande voglia di vivere tante avventure. I genitori di Pietro sono da sempre innamorati delle montagne: le Dolomiti prima, dove si sono conosciuti e sposati, e le montagne del massiccio del Monte Rosa poi. Nei primi anni Settanta si sono trasferiti dalle montagne venete a Milano per lavoro. Giovanni, il padre di Pietro, lavora in una grande azienda chimica e soffre in città, tanto da decidere di spendere i risparmi per affittare una casetta in montagna.

E’ la mamma di Pietro a scoprire il paesino di Grana, un abitato costituito da poche anime e tante baite ormai in rovina, un luogo per nulla frequentato dai turisti; tutti e tre se ne innamorano subito e da quel momento in poi ogni estate li vedrà a Grana. La mamma esplora i boschi e s’incanta di fronte ai colori dei rododendri selvatici, il papà sale in alta quota in montagna, sfida i ghiacciai e i Quattromila, scrive pensieri entusiasti dei diari di vetta. Pietro incontra Bruno, un ragazzino circa della sua età, l’unico di Grana.

C’era un ragazzino che pascolava le mucche nei prati lungo la riva (…) Portava sempre con sé un bastone giallo, di plastica, dal manico ricurvo, con cui spronava le mucche su un fianco per spingerle giù verso l’erba alta [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Da un laconico dialogo, grazie all’intervento della mamma durante la prima merenda con latte e biscotti, nasce una grande amicizia: Pietro e Bruno iniziano a frequentarsi e a vivere mille cose assieme, come le esplorazioni delle vecchie baite abbandonate, le gite al fiume, le escursioni in montagna con Giovanni. Il momento di lasciare Grana e tornare a Milano è sempre difficile, ma si sopporta il distacco pensando al ritorno.

Così adesso conoscevo anch’io la nostalgia della montagna (…) Anch’io adesso potevo incantarmi alla comparsa della Grigna in fondo ad un viale. Rileggevo le pagine della guida del Cai come fosse un diario, imbevendomi della loro prosa d’altri tempi (…) i giorni di Grana mi sembravano così lontani da chiedermi se fossero esistiti davvero (…) la primavera tornava perfino a Milano e la nostalgia si trasformava in attesa che arrivasse il momento di tornare su [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Pietro torna a Grana e Bruno è sempre lassù ad attenderlo. Trascorrono gli anni e sembra che nulla possa mutare in questa sorta di trasumanza estiva da Milano a Grana; invece, le cose cambiano, perché sia Bruno che Pietro crescono. Pietro e Giovanni si allontanano, un figlio adolescente spesso fatica a capire un genitore e Pietro non capisce perché Bruno non voglia scendere in città a studiare o a cercare un lavoro che dia più certezze economiche.

Pietro si mostra sempre introverso, solitario, timido: studia cinema, cambia diverse città, vola persino in Himalaya per girare documentari e realizzare reportage. Bruno non abbandona Grana, è un giovane pieno di iniziativa ed entusiasmo, il lavoro duro non lo spaventa, vuole creare un’azienda agricola nell’alpeggio dello zio ma si mantiene facendo il muratore con il padre.

Non possono essere più diversi, Pietro alla costante ricerca di sé, girovago che non sa esattamente cosa vuole e dove vuole stare, e Bruno che accetta il suo destino quasi segnato di non doversi allontanare dalle montagne per nessun motivo. Ma se Pietro per qualche tempo si allontana da Grana – e quindi da Bruno – sarà Giovanni, indirettamente a riavvicinarli grazie all’eredità che lascerà al figlio.

Lago Dres in autunno, Ceresole Reale, Parco Nazionale del Gran Paradiso (foto: Claudia)

Le otto montagne” di Paolo Cognetti (Einaudi, 199 pagine, 18.50 €) è un libro semplicemente bellissimo. Semplicemente perché sentimenti, paesaggi, personaggi, situazioni sono descritti con una tale delicatezza che arrivano dritti al cuore di chi legge. Il romanzo è suddiviso in tre parti – Montagna d’infanzia, La casa della riconciliazione e Inverno di un amico – e abbraccia circa trent’anni di vita.

Vengono indagati i sentimenti e i rapporti tra i tre protagonisti: l’amicizia di Bruno e Pietro, le incomprensioni tra Pietro e Giovanni, la stima reciproca tra Bruno e Giovanni, che gli farà quasi da padre dato che quello di Bruno non è una bella persona; sullo sfondo, sempre, le splendide montagne del Massiccio del Monte Rosa, magistralmente descritte dalla sensibilità di Cognetti.

Oltre alla storia, sono proprio le descrizioni della montagna ad avermi conquistata: da esse si legge tra le righe quando l’Autore conosca e ami profondamente quegli ambienti.

Il vallone di Grana a metà novembre era bruciato dalla siccità e dal gelo. Aveva il colore dell’ocra, della sabbia, della terracotta, come se nei pascoli un incendio fosse già passato e spento. Nei boschi divampava ancora: sui fianchi della montagna le fiamme d’oro e di bronzo dei larici illuminavano il verde cupo degli abeti, e ad alzare gli occhi al cielo scaldavano l’anima. Giù in paese invece regnava l’ombra. Il sole non arrivava nel fondo del vallone e la terra era dura sotto i piedi, coperta qua e là da una crosta di brina [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Per apprezzare qualcosa a volte dobbiamo rischiare di perderla. Solo così possiamo capire quando per noi è davvero importante e quando potrebbe mancarci se dovesse scomparire. La leggenda tibetana delle otto montagne non ve la racconto: è struggente, ve lo garantisco, e il finale del romanzo fa commuovere.

Nei silenzi della montagna i nostri pensieri riecheggiano più facilmente: dopo la conquista dell’agognata cima sentiamo noi stessi, tra i battiti convulsi del nostro cuore, e abbiamo una sensazione da tradurre a parole e da imprimere sul logoro diario di vetta.

Titolo: Le otto montagne
L’Autore: Paolo Cognetti
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché è un libro scritto bene, emozionante e struggente. Per chi ama la montagna, per chi ha perso qualcosa che ora non più avere, per chi pensa che più ci si sale verso le vette e più sia facile ascoltare i nostri pensieri

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