A. Igoni Barrett | L’amore è potere, o almeno gli somiglia molto

L’ultima volta che abbiamo litigato le avevo appena detto che l’amavo. Lei ha detto “fatti, non parole”, e che se l’amavo sul serio le avrei dato un bambino, non l’avrei mai lasciata in quel modo, neanche per sogno.
“Amore significa che torni anche quando non puoi”.
A quel punto abbiamo litigato. Ho raccattato le mie cose e me ne sono andato [dal racconto Una storia tira e molla a Nairobi, A. Igoni Barrett, trad. M. Martino]

Amore significa che torni anche quando non puoi: in questa frase è contenuto il denominatore comune dei nove, bellissimi racconti di A. Igoni Barrett raccolti ne “L’amore è potere, o almeno gli somiglia molto“, tradotti da Michele Martino per 66thand2nd editore. L’amore come sentimento è il protagonista dei nove racconti e viene declinato in ogni sua sfaccettatura; nel contempo, per i personaggi creati da A. Igoni Barrett, amore significa tornare sempre, o quasi, anche e soprattutto quando è impossibile.

Un figlio torna dalla madre alcolizzata e tossicodipendente. Una moglie continua a restare con il marito per mantenere l’onore della famiglia, benché sia gelosa dell’affetto che il consorte regala alla figlia. Un uomo innamorato di una bellissima donna ritorna sempre, dopo ogni litigata, nonostante il pessimo carattere di lei.

È sempre la Nigeria – ad eccezione di un racconto ambientato in Kenya, Una storia tira e molla a Nairobi – a far da sfondo alle storie di Igoni Barrett, una nazione descritta in modo sincero e priva di imbarazzo, rappresentata senza mezze misure, con difetti e pregi compresi.

Nei racconti vengono descritti gli ingorghi quotidiani di un traffico caotico e ingestibile; l’estrema povertà contrapposta al lusso sfrenato di chi lavora per il governo nigeriano; parte della recente storia della Nigeria, con i numerosi colpi di stato che si sono susseguiti nel tempo; le discriminazioni tra chi è bianco e chi è nero; la corruzione dei politici e l’abuso di potere da parte dei militari.

Benché si tratti di racconti più o meno brevi, A. Igoni Barrett ha la notevole capacità di descrivere in modo perfetto i protagonisti, evidenziando le caratteristiche positive e negative che li rendono realistici; i suoi personaggi non sono mai solo buoni o solo cattivi: sono esseri umani, persone comuni provenienti da differenti classi sociali, per cui fallibili.

Il tutto è sempre raccontato con un taglio a tratti ironico, a volte commovente o addirittura tragico, utilizzando uno stile semplice e coinvolgente allo stesso tempo, capace di trascinare con estrema facilità il lettore nelle vicende narrate.

Perpetua era confusa. Ciò che vedeva nel visto di Tene non somigliava affatto a quello che si aspettava. Cercava segni tangibili di un’emozione posticcia, ma non riusciva a coglierne nemmeno uno. Voleva gioia, ma trovava solo compassione. Eppure, ragionò, il fatto di non riuscire a vedere quello che aveva immaginato non faceva che confermare che la sua rivale era più scaltra del previsto [dal racconto Godspeed e Perpetua, A. Igoni Barrett, trad. M. Martino]

Lagos, Nigeria (fonte: Wikipedia CC BY 2.0)

L’amore è potere, o almeno gli somiglia molto” è una raccolta di racconti entusiasmante e piacevole da leggere, dove l’amore, in ogni sua forma, corre tra le polverose strade della Nigeria, sempre pronto a costruire o distruggere speranze e gioie nel cuore degli uomini.

Se siete curiosi, qui potete leggere gli incipit dei nove racconti.

Titolo: L’amore è potere, o almeno gli somiglia molto
L’Autore: A. Igoni Barrett
Traduzione dall’inglese: Michele Martino
Editore: 66thand2nd
Perché leggerlo: perché si tratta di una raccolta di racconti coinvolgenti e piacevoli da leggere dove il sentimento preponderante è l’amore mostrato in ogni sua declinazione, e allo stesso tempo è un sincero e vivido ritratto della Nigeria di oggi

(© Riproduzione riservata)

Annunci

Eugenio Cambaceres | Sin rumbo

Nulla al mondo lo attirava ormai, nulla gli sorrideva, nulla di nulla lo teneva legato alla vita. Né l’ambizione, né il potere, né la gloria, nulla gli importava, nulla voleva, nulla possedeva, nulla provava. Ne suo ardore, nel suo folle affanno di consumare gioie terrene, tutte le forze segrete del suo essere si era guastate come si guasta una macchina coi motori sempre accesi. Disperato, abbattuto, esausto, andava alla deriva, senza rotta, nella notte nera e gelida della vita [Sin rumbo, Eugenio Cambaceres, trad. M. Magliani e L. Marfé]

Ricchezza e agiatezza non fanno la felicità. Può apparire un cliché, ma Andrés – ricco proprietario di terreni, hacienda, mandrie e datore di lavoro di servi e braccianti – è un uomo insoddisfatto dalla vita. Da sempre in disaccordo col padre ma difeso strenuamente dalla madre, Andrés è cresciuto con la consapevolezza che con potere e denaro è possibile fare qualsiasi cosa. L’animo di Andrés, però, è inquieto e l’uomo non riesce a capire cosa davvero voglia dalla vita.

Insensibile, dilaniato, senza fede, con il cuore di pietra, l’anima inaridita, annoiato dalla conoscenza della vita, da quell’insieme di bassezze umane: provvisto di un immenso arsenale di disprezzo per il prossimo, per se stesso, che ne sarebbe stato di lui? Chi era alla fine? [Sin rumbo, Eugenio Cambaceres, trad. M. Magliani e L. Marfé]

Così Andrés approfitta di Donata, la giovane figlia di un misero bracciante; quando la ragazza confessa di essere incinta, Andrés la abbanonda per evitare problemi e responsabilità. Una volta giunto a Buenos Aires, Andrés incontra diversi personaggi dello spettacolo e diventa molto intimo con una cantante lirica; ma nemmeno l’affetto dell’amante riesce a calmarlo, a far scomparire la sua irrequietezza, perché non è neppure questa la vita che vuole condurre.

Il ritorno alla hacienda, fuggendo di nuovo dalle proprie responsabilità nei confronti dell’amante, sarà all’apparenza gioioso, ma il destino avrà in serbo per lui nuove difficoltà. Andrés, nella sua cattiveria e crudeltà verso il prossimo, ha la sensazione che il cielo ce l’abbia proprio con lui.

Dio… ma dov’era quel Dio, il Dio della misericordia e della bontà, il Dio onnipotente che guardava impassibile ingiustizie come quella? Lui… beh, lui era stato un farabutto, un miserabile, che scontasse le sue colpe, che il cielo lo punisse, era giusto! [Sin rumbo, Eugenio Cambaceres, trad. M. Magliani e L. Marfé]

Parque Nacional Nahuel Huapi, Argentina (Photo by bruno camargo on Unsplash)

Sin rumbo” di Eugenio Cambaceres (trad. M. Magliani e L. Marfè, Arkadia editore, 14.50 €) è un romanzo scritto nel 1885 e per la prima volta è stato tradotto in italiano. “Sin rumbo” – letteralmente, “Senza rotta” – è un’opera che si inserisce nella corrente letteraria del naturalismo, della quale Cambaceres fu uno dei maggiori esponenti in Argentina, facente parte della generaciòn del ochenta, tra i quali – oltre agli scrittori – sono compresi anche i politici che iniziarono a rinnovare il Paese.

Eugenio Cambaceres, figlio di un chimico francese e di un’argentina di origini inglesi, nacque e visse a Buenos Aires ma viaggiò molto in Francia, assorbendo e restando colpito dal naturalismo di Émile Zola. “Sin rumbo” ha molto di autobiografico: Cambaceres frequentò una cantante lirica, sposata, e questo generò un vero e proprio scandalo. Lo scrittore fuggì in Europa e laggiù si legò ad una cantante italiana, dalla quale ebbe una figlia. Nel romanzo, Andrés non scappa dall’Argentina, ma ha una figlia da una bracciante.

In “Sin rumbo” si ritrovano le tematiche care agli scrittori dell’epoca: il vivido e sincero affresco dell’epoca, delle proprietà terriere dei ricchi padroni, delle mandrie e dei numerosi quanto poveri e ignoranti braccianti; vi è l’ideale della colonizzazione dei vasti spazi argentini; ci si sofferma sul senso dell’immigrazione, e in “Sin rumbo” gli immigrati e indigeni lavorano nelle haciendas, ma a Buenos Aires gli immigrati – soprattutto italiani – si danno da fare anche nell’illecito.

Nel romanzo, il protagonista Andrés è un uomo giovane, tanto ricco quanto crudele, e il destino – o il cielo – si accanisce contro di lui, in particolar modo quando  Andrés è sicuro di aver trovato uno scampolo di gioia. Ma il male di vivere, la noia, l’incapacità di apprezzare ciò che ha e la sfortuna non lo abbandonano mai, e si sente sempre più solo. I sentimenti di Andrés sono ancora molto attuali, per questo “Sin rumbo” è un romanzo che può leggersi con una chiave di lettura molto moderna.

Sin rumbo” di Eugenio Cambaceres è quindi un classico che riflette sulla condizione umana dell’epoca ma è facilmente calabile anche nella nostra attualità.

Titolo: Sin rumbo
L’Autore: Eugenio Cambaceres
Traduzione dallo spagnolo e postfazione: Marino Magliani e Luigi Marfè
Editore: Arkadia editore
Perché leggerlo: perché è un classico che riflette sulla condizione umana dell’epoca ma è facilmente calabile anche nella nostra attualità

(© Riproduzione riservata)

Lola Larra e Vicente Reinamontes | A Sud dell’Alameda. Diario di un’occupazione

Ammetto che quando ho deciso di rimanere l’ho fatto soprattutto per te. Perché mi avevi sfidato, perché mi piacevi e perché ero curioso. Ma non è per te che sono ancora qui (…) Non posso dire che mi sento coinvolto in tutto quello che succede e che credo in tutto quello che viene detto nelle assemblee. Però ormai ci sono dentro, ormai sento di farne parte (…) mi emoziona pensare che in questo stesso momento ci sono molti altri come noi, ognuno nella propria scuola (…) che reclamano attenzione sulla pessima educazione che riceve la maggior parte degli studenti, e noi qui (…) siamo solidali con loro [A Sud dell’Alameda, Lola Larra e Vicente Reinamontes, trad. R. D’Alessandro]

Santiago del Cile, maggio 2006. Il Cile non si è qualificato per i Mondiali di calcio e Nicolas, portiere di una squadra di dilettanti, ne è dispiaciuto e ha deciso di tifare per la Francia. In quel maggio autunnale, mentre incomincia a soffiare una brezza ben più fredda, Nicolas però ha altro a cui pensare.

Assieme ad un gruppetto di compagni e amici, Nicolas sta occupando da tre giorni la sua scuola privata. Nel resto della città e del Cile, sono tanti gli studenti come lui che stanno facendo occupazione: chiedono, tutti in coro, una scuola più giusta, servizi gratuiti alle fasce più povere, l’abolizione della LOCE, una legge che risale agli anni della dittatura e volta a discriminare i ragazzi poveri, e il test gratuito di ammissione alle università. La stampa chiama questi studenti pinguini, per via della divisa adottata nelle scuole cilene, e la protesta assume il nome di “Revolución de los pingüinos“.

Sebbene la mamma e il papà di Nicolas abbiano partecipato con animo e cuore alle proteste dell’ottantacinque e dell’ottantasei contro Pinochet, Nicolas non si sente un rivoluzionario ma decide di proseguire l’occupazione perché è affascinato da Paula, una compagna di classe dal carattere piuttosto vivace.

Nicolas affida i suoi pensieri al diario personale che tiene ben nascosto nell’aula 6, dove dorme. Racconta del cibo che scarseggia, dei carabinieri che vorrebbero farli sgomberare, del supporto del preside, della paura e dei dubbi se restare davvero o tornare a casa, il luogo sicuro dove è rimasta la sua sorellina minore.

Allo stesso tempo, tra le righe del suo diario, si legge una consapevolezza via via crescente: Nicolas cambia e matura, capisce che l’occupazione significa combattere pacificamente per chiedere alla Presidente Bachelet ciò che è giusto per la scuola cilena. I ragazzi e i bambini sono il futuro del Cile ed essi devono essere formati in modo migliore per far crescere il Paese.

In quest’occupazione sembra che tutti abbiano un titolo, un incarico e un lavoro. A parte me [A Sud dell’Alameda, Lola Larra e Vicente Reinamontes, trad. R. D’Alessandro]

A Sud dell’Alameda. Diario di un’occupazione” scritto da Lola Larra e illustrato da Vicente Reinamontes (Edicola ediciones, 18 €) è il racconto, scritto in modo semplice, scorrevole e a tratti ironico, di quattro giorni di occupazione in una scuola privata a Santiago del Cile: le pagine azzurre del diario di Nicolas, con i testi scritti da Lola Larra, si alternano alle belle tavole disegnate da Vicente Reinamontes.

A raccontare le dinamiche interne del gruppetto di giovani occupanti, è appunto Nicolas, un ragazzo che proviene da una buona famiglia, la voce narrante dell’intero libro.

Man mano che si avvicina la data della marcia di protesta, durante la quale tutti gli studenti delle scuole aderenti all’iniziativa si uniranno, la tensione nell’istituto cresce. In questo lasso di tempo, Nicolas impara a mettere da parte i timori e i dubbi sulla sua partecipazione, capendo quanto è davvero importante che lui sia lì. Si mangia poco, si dorme male, si vive con la costante paura di uno scontro con i carabinieri, ma si va avanti.

Perché quello che Nicolas arriverà a capire poco prima della marcia di protesta è che è giusto – anzi, necessario – combattere per i propri diritti e quelli dei ragazzi meno abbienti. “A Sud dell’Alameda. Diario di un’occupazione” potrebbe essere un buon libro da leggere per gli studenti italiani, per far loro conoscere una realtà diversa e per far capire come e quanto si deve lottare, spesso, per i propri ideali e per il proprio futuro.

Sette giorni possono cambiarti. Da allora è passato un anno e adesso più che mai credo che la battaglia per un’educazione di qualità per tutti, per un paese più giusto, sia qualcosa di possibile. Ci stiamo lavorando. Siamo tanti. Siamo dappertutto [A Sud dell’Alameda, Lola Larra e Vicente Reinamontes, trad. R. D’Alessandro]

Titolo: A Sud dell’Alameda. Diario di un’occupazione
L’Autrice: Lola Larra
Il disegnatore: Vicente Reinamontes
Traduzione dallo spagnolo: Rocco D’Alessandro
Editore: Edicola Ediciones
Perché leggerlo: per conoscere una realtà diversa e per capire come e quanto si deve lottare, spesso, per i propri ideali e per il proprio futuro

(© Riproduzione riservata)

Paolo Rumiz | La Regina del Silenzio

Un tempo, quando le notti erano più buie e nei villaggi ardeva solo il lume di qualche candela, oltre al grande fiume chiamato Duma non esistevano ancora le montagne (…) Non esisteva al mondo una frontiera naturale così facile da attraversare. Tutti i popoli circostanti lo sapevano, e avevano battezzato quella terra di foreste, acque e praterie col nome Terra del Passo (…) i Burjaki dovettero divendersi dalle invasioni e imparare in fretta il mestiere delle armi (…) nessuno era mai riuscito a farli schiavi (…) Ma un giorno d’autunno essi videro qualcosa che superò la loro immaginazione. Era arrivata l’Orda [La Regina del Silenzio, Paolo Rumiz]

Per secoli i Burjaki, abitanti della Terra del Passo, hanno saputo respingere invasori ed eserciti, vivendo come anime libere e felici. Un giorno, l’Orda del malvagio re Urdal – figlio della crudele regina Ubiaga – invade la Terra del Passo e grazie all’aiuto di tre orrendi mostri, Antrax, Uter e Saraton, conquista i territori dei Burjaki, imponendosi sovrano. Durante una battaglia, Eco, il mago che fa risuonare il mondo, viene fatto prigioniero da re Urdal.

La regina Ubiaga odia la musica, quindi vieta ai Burjaki gli strumenti musicali e il canto, così sulla Terra del Passo cala un silenzio irreale. Ma c’è un uomo che, nonostante il divieto, continua a suonare e cantare a bassissima voce canzoni e filastrocche: è Tahir il bardo, suonatore di tambùriza, un uomo che proviene dalle terre oltre il Negroponto.

Da bravo vagabondo, viaggiava anche da fermo (…) I suoi sogni erano la continuazione della vita reale. Era un cacciatore celeste, amava il buio della foresta. Diceva ai ragazzi che i luoghi si attraversano di giorno ma si capiscono davvero solo di notte [La Regina del Silenzio, Paolo Rumiz]

Tahri si trova tra i Burjaki perché assiste la vedova del soldato Vadim, caduto in battaglia. Tahir suona la tambùrinza e canta per la creatura che Thassìa porta in grembo, Mila, che non vedrà mai suo padre. Gli anni passano e Tahir il bardo torna nelle sua terra natia e la giovane si sente orfana per la seconda volta.

Quando Mila cresce, attraversa mari e terre per andare da Tahir il bardo; la aiuterà a riportare la musica tra la sua gente, perché sin da piccola Mila scopre di avere doti innate per le melodie e vuole che l’armonia risuoni di nuovo tra i Burjaki.

Mila cresceva e sentiva ogni cosa: il mormorio del torrente, il canto del vento tra i rami dei pruni e degli albicocchi, il frullo d’ali delle farfalle, il richiamo siderale dei lupi, persino lo scricchiolio impercettibile delle stelle più lontane. D’inverno, quando gelavano i ruscelli e la neve cadeva soffice per giorni (…) Mila sentiva l’arpeggio eseguito da ogni singolo cristallo di neve (…) [La Regina del Silenzio, Paolo Rumiz]

Tramonto d’inverno (crediti: Artyom Gorbatyuk, Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic CC BY-NC-SA 2.0)

La Regina del Silenzio” di Paolo Rumiz (La Nave di Teseo, 16 €) è una fiaba che si legge tutta d’un fiato e che risuona come una delicata melodia. Rumiz è un narratore eccezionale, capace di descrizioni così poetiche che permettono a chi legge di sognare ad occhi aperti.

Scese la prima neve, i ruscelli gelarono, poi anche i fiumi, e le giornate si accorciarono. Un sole basso allungò a dismisura l’ombra delle betulle e illuminò di luce rossa le case di legno del villaggio, che sembrarono ardere sulla neve al tramonto [La Regina del Silenzio, Paolo Rumiz]

Nella storia narrata da Rumiz ci sono tutti gli elementi caratteristici di una fiaba: i buoni contro i cattivi, le creature mostruose e crudeli, gli elementi magici come l’anello del nonno di Mila, la natura che comunica e aiuta i buoni. Rumiz crea una geografia per il mondo nel quale vive Mila, ma non la colloca in un tempo preciso; sappiamo che il tempo trascorre e passa per via del semplice susseguirsi delle stagioni.

Come in tutte le fiabe, si arriva ad un punto in cui sembra tutto perduto. I cattivi stanno prevaricando, i buoni o sono imprigionai oppure sono deboli, senza forze e armi. Solo grazie all’unione di tanti si possono sconfiggere i tre mostri, re Urdal e la malvagia madre; solo restando uniti i buoni potranno ripristinare l’armonia e la musica nella terra dei Burjaki. Come nella vita reale, quando si trova un ostacolo o si deve superare una difficoltà: meglio affrontarle insieme che in solitudine.

Titolo: La Regina del Silenzio
L’Autore: Paolo Rumiz
Editore: La Nave di Teseo
Perché leggerlo: perché è una fiaba dolce e delicata come una melodia, che si legge tutta d’un fiato e tra le sue magie permette agli adulti di tornare un po’ bambini

(© Riproduzione riservata)

Shifra Horn | Quattro madri

Avevo la pelle d’oca e sapevo che questo fotografo, il cui nome non era stato mai pronunciato a casa, le era stato vicino più di ogni altro uomo. E così, cullata nel suo letto di ottone che mi risucchiò nel suo grembo con la gentile insistenza del silenzioso, discreto, vecchio materasso, che aveva soffocato i singhiozzi di persone da tempo perdute, e inghiottito i lamenti appassionati di quanti erano affogati nella sua morbidezza, mi immersi in quella montagna di foto. In quella notte insonne, fra un cambio di pannolini e l’allattamento, mi preparai a imbarcarmi per un viaggio in cerca della mia famiglia [Quattro madri, Shifra Horn, trad. S. Kaminski]

Amal è diventata madre e suo marito è scomparso il giorno successivo alla nascita del figlio. La bisnonna di Amal, Sarah, la consola dicendo che nella loro famiglia è sempre andata così: gli uomini hanno abbandonato le mogli, ma ora che ad Amal è nato un maschio, Ben Ami, nessun’altra donna, d’ora in poi, sarà costretta a subire questa pesante eredità.

Qualche giorno dopo la nascita di Ben Ami, Sarah muore e la giovane nipote Amal eredita tre cose appartenute alla bisnonna: il letto d’ottone dove lei stessa è nata, un napoleone d’oro che fu diviso e di nuovo unito e un grande baule di legno. Amal aprendo il baule trova un’infinità di fotografie che hanno fissato per sempre istantanee di vita delle generazioni passate.

Così, nel corso di una lunga notte, Amal ripercorre la storia delle donne della sua famiglia attraverso gli scatti fotografici. La madre di Sarah, Mazal, sposatasi giovane perché orfana; Sarah, la bisnonna di Amal, donna bellissima ed eccezionale, capace di aiutare le donne che non possono avere figli; Pnina Mazal, la nonna di Amal, bambina prodigio in grado di imparare con estrema facilità ogni lingua e capace di comunicare con il fratello maggiore muto; Gheula, la madre di Amal, avvocatessa che difende strenuamente i diritti degli arabi benché nata in una famiglia ebraica.

Infine, Amal, nata nel 1948 insieme allo Stato di Israele, con quel nome così difficile da portare – significa ‘lavoro’ in ebraico, ‘speranza’ in arabo – che non ha mai conosciuto suo padre perché Gheula si è sempre rifiutata di parlare di lui.

Da Israele a Salonicco, quindi di nuovo a Gerusalemme, grazie alle immagini che escono come per magia dal baule di Sarah, Amal compie il lungo peregrinare delle donne della famiglia, attraverso momenti felici e grandi difficoltà, sullo sfondo di uno Stato che sta nascendo ma già segnato da conflitti e lacerazioni.

Nell’anno in cui mia madre lasciò Meah Shearim, scoppiò la guerra d’indipendenza. La maggior parte degli edifici fu danneggiata dai proiettili sparati dal confinante quartiere arabo. Uomini, donne e bambini furono uccisi come mosche, soltanto il caseggiato della yeshivà e gli appartamenti vicini ne uscirono indenni: il che fu visto come un segno divino (…) [Quattro madri, Shifra Horn, trad. S. Kaminski]

Monte degli Ulivi, Gerusalemme (foto: Wikipedia CC BY-SA 4.0)

Quattro madri” di Shifra Horn (trad. S. Kaminski, Fazi editore, 17.50 €) è un romanzo che ha come protagoniste principali cinque donne israeliane, diverse tra loro, ma unite da un destino comune: crescere i propri figli da sole, perché abbandonate dagli uomini.

Il romanzo si apre con la voce di Amal che, in prima persona, racconta del suo tragico matrimonio e della nascita di suo figlio Ben Ami. Una volta trovato il baule della bisnonna, ripercorrendo le tappe della storia della famiglia, la narrazione passa alla terza persona, per poi tornare nuovamente alla voce di Amal che parla della sua nascita, delle difficoltà con la madre Gheula e della voglia di scoprire chi era suo padre.

Shifra Horn scrive un romanzo con un linguaggio scorrevole e semplice, ma allo stesso tempo utilizza immagini ricercate per descrivere luoghi, caratteri e azioni delle sue protagoniste. Tra le pagine si respira un’atmosfera a tratti surreale, che ammicca al realismo magico sudamericano: sono presenti elementi e fatti inspiegabili ma nella storia appaiono perfettamente normali e lineari. Mentre si legge, sembra del tutto normale che Pnina Mazal parli tantissime lingue o che Sarah aiuti le donne che desiderano un figlio a restare incinte.

Sull sfondo, appena accennata qua e là, c’è la storia di Israele, che si srotola nel corso di circa cento anni. Shifra Horn cita qualche evento cruciale, con leggerezza, per non appesantire la narrazione, toccando le tappe fondamentali: l’arrivo degli ebrei in massa, i primi conflitti con la popolazione araba, la fine del protettorato britannico, la nascita ufficiale di Israele, l’inasprimento dei conflitti tra le genti israeliane e palestinesi.

Quattro madri” è un bel romanzo famigliare epico, che abbraccia quasi un secolo della storia di Israele, dove si muovono donne sorprendenti che mai si perdono d’animo, capaci di reinventarsi in continuazione e di rialzarsi dopo ogni caduta.

Titolo: Quattro madri
L’Autrice: Shifra Horn
Traduzione dall’ebraico: Sarah Kaminski
Editore: Fazi editore
Perché leggerlo: perché è un romanzo famigliare epico, che abbraccia quasi un secolo della storia di Israele, fatto di donne straordinarie sempre pronte a rialzarsi dopo ogni caduta

(© Riproduzione riservata)

 

Viveca Sten | Nel nome di mio padre

Lina Rosén è sparita lo scorso autunno, in una notte di tempesta. L’isoletta di Sandhamn, nella parte esterna dell’arcipelago (…) Un paradiso estivo rinomato per le belle spiagge e le magnifiche regate (…) I genitori l’hanno vista per l’ultima volta venerdì 3 novembre dell’anno scorso. Stava uscendo per andare da un’amica nella zona residenziale di Trouville, nella parte sudorientale dell’isola. Sappiamo che attorno alle dieci di sera è ripartita in bicicletta per tornare a casa, dopodiché si perdono per sempre le sue tracce. Nonostante gli sforzi della polizia, non è mai stata ritrovata [Nel nome di mio padre, Viveca Sten, trad. Alessia Ferrari]

Il romanzo e le girelle alla canella cucinate da me

In una buia notte di novembre, Lina Rosén, vent’anni, scompare mentre una tempesta si abbatte sull’isoletta di Sandhamn, nell’arcipelago di Stoccolma. Dalla casa dell’amica, dove è stata in visita, alla sua abitazione ci sono circa tre chilometri da percorrere in bicicletta, lungo una strada fiancheggiata di maestosi pini. Un percorso breve, dritto e privo di ostacoli: ma Lina Rosén non torna a casa.

I genitori della giovane lanciano l’allarme e la polizia di Nacka, nella persona di Thomas Andreasson, si occupa di setacciare l’isola, anche grazie all’aiuto dei cani molecolari. Non viene fuori neppure indizio: a quanto pare Lina è  svanita nel nulla.

Qualche mese dopo, a febbraio, durante le vacanze invernali, un gruppo di ragazzini adolescenti fa una macabra scoperta in uno dei boschi che ricoprono l’isola: da un sacco della spazzatura emergono dei resti umani. Due dei ragazzini sono Adam e Simon, i figli di Nora Linde, avocatessa di Stoccolma e amica d’infanzia di Thomas Andreasson, in vacanza a Sandhamn nella sua casa di famiglia.

Nora ha alcuni problemi famigliari da risolvere, e la vacanza sull’isola avrebbe dovuto essere il modo per rilassarsi e distendere i nervi. Il ritrovamento dei resti umani spazza via la quiete di febbraio: giungono i poliziotti da Nacka e i collaboratori della scientifica. L’istinto investigativo di Nora Linde si mette in moto, soprattutto per non pensare alle sue difficoltà famigliari.

Chi poteva avercela con una ragazza di soli vent’anni al punto di ucciderla e farla a pezzi? Thomas raccoglie testimonianze, indizi, registra dettagli, interroga gli abitanti dell’isola vicini a Lina e alla sua famiglia, inoltre si mette in discussione per via di un incidente nautico occorso due anni prima. Tassello dopo tassello, Thomas e Nora iniziano ad intravedere un disegno ben preciso, il movente dell’omicidio di Lina forse affonda le radici in un passato lontano.

La conversazione con sua madre aveva continuato a ronzarle in testa. Susanne le aveva raccontato di Thorwald e della sua famiglia, e anche di cosa era successo tra lui e Karolina (…) Era possibile che quegli avvenimenti fossero in qualche modo collegati alla ragazza scomparsa? Era un ragionamento contorto, ma Nora non riusciva a toglierselo dalla testa (…) Forse la soluzione del mistero era da cercare nel passato, e nessuno l’aveva preso in considerazione [Nel nome di mio padre, Viveca Sten, trad. Alessia Ferrari]

I fitti boschi sull’isola di Sandhamn, laggiù all’orizzonte c’è il Mar Baltico (foto: Claudia)

Nel nome di mio padre” di Viveca Sten (trad. A. Ferrari, Feltrinelli, 9.90 €) l’ho letto appena sono ritornata dal viaggio a Stoccolma, perché la Svezia mi ha lasciato un bellissimo ricordo e tanta nostalgia. Dopo “Il corpo che affiora“, mi sono buttata a capofitto nella lettura, riprendendo le fila delle vite dell’ispettore di Thomas Andreasson e della sua amica avvocato Nora Linde; i personaggi sono meglio descritti e indagati, c’è più analisi psicologica e i protagonisti, anche quelli minori, hanno maggiore spessore. Di nuovo, la Sten descrive in dettaglio i luoghi dove si svolge il romanzo, la stupenda isola di Sandhamn, e lo fa tanto bene che mi è sembrato di rivivere il mio viaggio.

Lasciò di nuovo vagare lo sguardo sui tronchi che lo circondavano, mentre una sensazione di disagio lo invedeva inesorabile. Il bosco gli pareva non finire mai, anche se lui sapeva bene che terminava sull’altro lato dell’isola, poco prima della spiaggia (…) C’era silenzio, troppo silenzio [Nel nome di mio padre, Viveca Sten, trad. Alessia Ferrari]

Nel nome di mio padre” è un romanzo coinvolgente, trascinante e ben scritto; la Sten ha migliorato le sue capacità narrative, tessendo una storia intrigante e più complessa da risolvere. Infatti, se ne “Il corpo che affiora” scoprire il colpevole dei crimini era alquanto scontato, ne “Nel nome di mio padre” non lo è, perché Viveca Sten in realtà in questo romanzo racconta due storie parallele, che si incroceranno solo alla fine.

Una è quella che si svolge tra il novembre del 2006 e il febbraio del 2007, e vede i poliziotti e Nora Linde impegnati a risolvere il mistero legato alla scomparsa di Lina Rosén. L’altra storia, avvincente quanto la prima – se non di più – è quella di Thornwald e la sua famiglia, che si svolge a Sandhamn tra il 1899 e il 1962.

[Karolina] Era la figlia del ricco capitano di pilotina Alarik Brand, il cui padre, Carl Wilhelm Brand, aveva costruito la magnifica Villa Brand, nel bel mezzo di Kvarnberget, dove una volta sorgeva l’unico mulino di Sandhamn (…) La villa era stata costruita senza badare a spese alla fine del secolo precedente, c’era addirittura una vasca da bagno che poggiava su zampe di leone, una stravaganza che nessuno aveva mai sentito prima. Thorwald ricordava la descrizione che suo padre gli aveva fatto del momento in cui era stata scaricata dal battello (…) Nonostante le ridotte dimensioni dell’isola, li separava una distanza abissale Nel nome di mio padre, Viveca Sten, trad. Alessia Ferrari]

Una delle ville di Sandhamn: Viveca Sten ha preso spunto da questa dimora per descrivere Villa Brand, ereditata da Nora Linde da parte di zia Signe (foto: Claudia)

Per la capacità di tenere alta l’attenzione del lettore, riservando qualche colpo di scena, mostrando una Svezia non proprio perfetta e soprattutto senza annoiare mai, “Nel nome di mio padre” di Viveca Sten è un romanzo che mi è piaciuto parecchio e che consiglio a chi cerca un buon giallo da leggere.

Titolo: Nel nome di mio padre
L’Autrice: Viveca Sten
Traduzione dallo svedese: Alessia Ferrari
Editore: Universale Economica Feltrinelli (in originale, Marsilio)
Perché leggerlo: perché è un buon romanzo giallo che sa tenere alta l’attenzione del lettore, riservando colpi di scena e mostrando una Svezia non proprio perfetta

(© Riproduzione riservata)

Jane Alison | Meglio sole che nuvole

Le parole scritte sono parte del problema? Tradurre, trasporre, è parte del problema? Prima dell’invenzione della scrittura, le parole nuotavano da sole nella testa della gente? Voglio dire, esistevano le parole nel silenzio prima dell’invenzione della scrittura, o esistono solo quando vengono soffiate al di là dai denti? Le cose al tempo di Omero erano diverse? O siamo sempre stati tutti una piscina piena privata di parole che nuotano mute? [Jane Alison, Meglio sole che nuvole, trad. L. Noulian]

J è una donna di mezz’età che, a seguito dell’ennesima delusione amorosa, sceglie di ritornare a Miami, in Florida, dove prende in affitto un appartamento in un condominio fatiscente. Miami è tutta grattacieli di vetro, cieli blu a tratti velati da sottili nuvole e personaggi piuttosto bislacchi. Per esempio, c’è una donna che getta oggetti dal balcone lassù in alto, e a J farebbe davvero piacere scoprire che cosa butta giù.

J porta con sé tre cose: la sua insicurezza, l’anziano gatto Buster e il suo amato Ovidio. J è una traduttrice, si occupa di rendere in inglese versi del poeta latino Ovidio. I brani de Le Metamorfosi che J deve tradurre durante quella calda estate le entrano sottopelle e non è raro che si ritrovi a fantasticare storie ispirate ad Ovidio, usando i personaggi che incontra quotidianamente a Miami.

Avrete notato, immagino, la simmetria di tali eziologie: Furia + Amore; Non Bisogno + Bisogno. Ira e lussuria. Non posso vivere con te né senza di te e mi sembra di non sapere nemmeno io quello che voglio, dice Ovidio. Gia, tutti lo capiamo [Jane Alison, Meglio sole che nuvole, trad. L. Noulian]

I dubbi e le insicurezze di J, in particolar modo sugli uomini, assorbono buona parte dei suoi pensieri. Il matrimonio è fallito, gli amanti che ha avuto le sembrano essi stessi dei falliti, sente che forse è meglio restare da sola, al posto di collezionare tutte queste storie d’amore che in realtà d’amore non hanno nulla. J fa amicizia con N e P, accudisce Buster come fosse un figlio, si prende a cuore un’anatra di un parco che le pare menomata e cerca di convincere sua madre ad andare a vivere in una casa di riposo. J si preoccupa anche del corallo che vive vicino al porto: l’inquinamento non lo ucciderà?

L’estate avanza, le traduzioni devono essere completate. Mentre nel condominio si inizia a parlare di lavori di restauro e smantellamento della piscina a clessidra, lavori costosissimi d’altronde, J incomincia a rendersi conto che l’essere sola non significa necessariamente aver fallito in qualcosa, e forse è proprio dentro di sé che si può trovare il miglior equilibrio, soprattutto smettendo di essere ciò che non si è.

Be’, le trasformazioni sono logiche. Ovidio lo fece capire molto bene. Le trasformazioni sono eque. Si diventa ciò che si era destinati ad essere; si diventa ciò che si è realmente. Non volevi essere di pietra? O di vetro, o di cromo? O qualcosa del genere? [Jane Alison, Meglio sole che nuvole, trad. L. Noulian]

Miami (Photo by Francesca Saraco on Unsplash)

Meglio sole che nuvole” di Jane Alison (trad. Laura Noulian, NN Editore, 18 €) è prima di tutto un libro non-fiction, un collage di tanti pensieri della protagonista che si affastellano a tratti senza logica apparente. È come un lungo monologo interiore, dove non sempre J fa entrare il lettore nel suo mondo: J non rivela il suo nome, né quello dei condomini o dei suoi amanti, che chiama usando pseudonomi assurdi; gli unici che hanno un nome, nel libro, sono il gatto Buster e Virgil.  J dà voce ai pensieri e alle riflessioni sulla sua vita; questo non è un diario e non è un’autobiografia. È una forma di scrittura, una confessione talmente intima e spirituale, che non avevo mai incontrato prima e che inizialmente mi ha lasciata un po’ confusa.

Non è un libro di immediata lettura e a mio avviso necessita di parecchia concentrazione, sia per lo stile narrativo che la Alison utilizza, sia per i riferimenti all’opera di Ovidio qui e là nel testo. Una mia grande pecca è il non aver mai studiato né letto letteratura latina, pertanto ho avuto non poche difficoltà a cogliere i riferimenti e allusioni a Ovidio disseminati nel testo.

Ho riconosciuto alcuni miti citati, conoscevo quello di Dafne e Apollo, con la metamorfosi di Dafne in alloro raccontata da Ovidio e quello delle sfere di Aristofane di Platone, ma altri mi sono sfuggiti.

Le sfere di Aristofane nel racconto di Platone (…) sono quei mostri felici fatti ciascuno da due persone, uomo-donna o uomo-uomo o donna-donna (…) l’unico modo per essere interi constisteva nell’essere in due. Ma questi aggregati sferici erano troppo potenti, e una saetta li divise in due. Adesso loro, noi, passiamo la vita a cercare la metà perduta. No. Non c’è nessuna metà. Ecco cosa pensavo mentre nuotavo con foga, vasca dopo vasca (…) [Jane Alison, Meglio sole che nuvole, trad. L. Noulian]

Photo by Coby Shimabukuro on Unsplash

Ciò che invece mi è piaciuto, oltre al continuo mettermi alla prova durante la lettura, è il fatto che J col tempo capisca che non è necessario avere a tutti i costi qualcuno a fianco, soprattutto se questa persona non è adatta a noi. Un po’ come dice il proverbio “Meglio soli che mal accompagnati”, meglio un cielo illuminato dai raggi solari che annebbiato da una coltre di nuvole.

“Meglio sole che nuvole” è un libro introspettivo, intimo e cerebrale, dove emerge quanto la letteratura possa far parte della vita reale e dove spicca il fatto che essere soli, anche per un breve periodo, non significa essere un fallito o una persona arresa nei confronti dell’amore.

Titolo: Meglio sole che nuvole. Leggere Ovidio a Miami
L’Autrice: Jane Alison
Traduzione dall’inglese: Laura Noulian
Editore: NN Editore
Perché leggerlo: per mettersi alla prova, per chi cerca un libro intimo, introspettivo e cerebrale

(© Riproduzione riservata)

Viaggio a Stoccolma: istruzioni per realizzare un sogno

In Svezia ho avuto la conferma di quanto ho sempre immaginato. Ho letto parecchio, sul Nord Europa, e l’ho sognato per anni. Poi un bel giorno ho deciso che era ora di andarci, in Nord Europa. In questo articolo vi racconto il mio viaggio a Stoccolma e vi do qualche suggerimento per organizzare un giro nella capitale della Svezia.

Un amore che arriva da lontano

Già da bambina ero attirata dal Nord: mi ritrovavo a sfogliare i grandi e pesanti atlanti che trovavo nella casa dei nonni e il mio dito percorreva spesso il perimetro delle terre scandinave. Per me non esistevano altre terre con tanto fascino: i Paesi Scandinavi rappresentano un luogo mitologico, sognavo le estati luminose, le notti invernali rischiarate dai colori cangianti delle aurore boreali, credevo che nei boschi ci fossero gnomi e folletti, mi affascinavano le spiagge, con l’acqua cristallina ma gelata, circondate da pini e dal profumo di resina collosa.

Dopo aver visitato Helsinki – seppur brevemente – ho deciso di organizzare un viaggio nella capitale della Svezia, attirata dall’idea delle lunghe notti di giugno e, favorita dall’alta pressione che ha stazionato sulla Scandinavia mentre ero su, ho ricevuto in regalo cieli blu, grandi nuvole di panna e giornate ventose.

Mariaberget visto dall’isola di Riddarholmen (foto: Claudia)

La Svezia ed io: il colpo di fulmine

Quando l’aereo inizia le manovre di atterraggio sull’aereoporto Arlanda, intravedo l’arcipelago di Stoccolma con le sue isolette rocciose che punteggiano il Mar Baltico ad est della capitale della Svezia. L’arcipelago è costituito da decine e decine di piccole e piccolissime isole tra le quali potrei navigare attraverso senza annoiarmi mai. Era uno dei luoghi che sognavo di visitare, in particolar modo dopo aver letto “L’arte di collezionare mosche” di Fredrik Sjöberg (Iperborea).

Scesa dall’aereo, mi sembra tutto così ordinato, pulito, impeccabile. L’autobus parte spaccando il minuto, l’autista ci saluta cortesemente con un perfetto inglese e ci dà il benvenuto in Svezia. Il viaggio verso Stoccolma è un susseguirsi di fattorie e casette rosso di Falun ai bordi della superstrada.

La prima sorpresa è alla fermata della metropolitana (Tunnelbanna, per trovare la metropolitana dovrete cercare la lettera T) di Gamla Stan: appena il treno riparte non si è più in sotterraneo, bensì in superficie, e voltandosi verso sinistra ecco l’immagine da cartolina di Stoccolma, gli antichi palazzi sull’isola di Gamla Stan. Ora è ufficiale: sono in Svezia ed è già scattato un piccolo colpo di fulmine.

Gamla Stan vista dall’isola di Sodermalm (foto: Claudia)

Alla scoperta di Stoccolma attraverso i cinque sensi

Stoccolma è una città che mi ha colpita molto, mi sono letteralmente innamorata dei palazzi che si riflettono sull’acqua, di quegli scorci stupendi che spuntano all’improvviso e della presenza di tanto verde che conferisce quel tocco di colore che si amalgama perfettamente con l’architettura della città. Sull’isola di Djurgården si ha la sensazione di essere in un immenso parco, naturale e quasi selvaggio, anziché nel centro di una delle capitali del Nord Europa.

Ho pensato di descrivere Stoccolma attraverso i cinque sensi, perché per me è stata così, una città che mi ha coinvolta, trasportata ed emozionata al punto di commuovermi, com’è successo anche sulla spiaggia di Trouville sull’isola di Sandön, della quale vi parlerò in un altro articolo.

Il tatto

Stoccolma attraverso il tatto è toccare i tiepidi graniti del belvedere di Skinnarviksberget, sull’isola di Södermalm. Ci si sdraia su quelle lastre di pietra che hanno milioni di anni, lisce e ammorbidite dagli immensi ghiacciai che hanno coperto la Scandinavia durante le ultime ere glaciali. Dal belvedere di Skinnarviksberget si gode una vista unica su Stoccolma e ogni sera, attorno alle 22.00 in estate, si assiste ad un’attrazione gratuita che spesso dimentichiamo esistere: il tramonto.

Ore 21.40, Stoccolma è avvolta da una luce rosa (foto: Claudia)

Il gusto

Stoccolma attraverso il gusto è assaggiare le specialità svedesi, una proposta dolce e una salata. La tipica girella di uvetta e cannella, spesso accompagnata da marmellata, si chiama Kanelbullar ed è una vera bontà. È ricca di zuccheri e calorie, ma non c’è problema perché Stoccolma è una città che va scoperta usando i piedi. Preparatevi a lunghe passeggiate. Dove trovo le Kanelbullar? In tutte le pasticcerie e panetterie artigianali della città, nella catena 7Eleven e nei supermercati forniti di reparto panetteria.

La proposta salata sono le aringhe fritte che si mangiano al chioschetto Nystekt Stromming, proprio nel cuore di Gamla Stan. Con poco meno di 7.5 euro potrete assaggiare un piatto di aringhe fritte accompagnate da verdure, per poco meno di 5.5 euro potrete mangiare un buger di aringhe e verdure. Dove lo trovo? Qui!

Sempre a proposito di cibo, ho notato che gli svedesi amano fare il pic nic nei parchi e sui colli della città, sia per pranzo che per cena. La vedo un’usanza molto piacevole, ideale per sfruttare le lunghe e tiepide serate estive dopo il buio dell’inverno. Anche noi ci siamo adeguati subito a questa tradizione, armati di panini e dolcetti abbiamo mangiato un pranzo con vista sul Mar Baltico sull’isola di Sandön, dalla quale come dicevo vi parlerò presto.

Pic nic con vista al Monteliusvägen, isola di Södermalm (foto: Claudia)

L’udito

Stoccolma attraverso l’udito è ascoltare stralci di conversazioni in svedese, una lingua che non conosco, ma che suona un po’ dura e un po’ suadente. È sentire le strida dei gabbiani che volano sulla città alla ricerca di pesci e avanzi di pic nic.

Stoccolma è lo stormire del vento tra i mille alberi, sono le grida dei bambini che si divertono nelle giostre del Grönda Lund, è il motore dei traghetti che collegano le quattordici isole su cui si è sviluppata la città. È il rumore degli zoccoli dei cavalli della Polizia reale, è lo sciabordio dell’acqua che accompagna chi passeggia lungo le banchine, è lo sfrerragliare dei treni della metropolitana nel cantiere aperto di Slussen.

Skeppsholmsbron, il famoso ponte con la corona (foto: Claudia)

L’olfatto

Stoccolma attraverso l’olfatto è altrettanto ricca. I profumi che aleggiano sono molti: i lillà in fiore, la frittura delle aringhe, gli effluvi metallici in prossimità dei cantieri. Ci sono gli aromi salmastri tipici delle città sul mare, ma non sono mai invadenti.

Ci sono la resina dei pini e il profumo dei fiori nei parchi sulle isole che sembrano giardini incantati, come l’isola giardino di Djurgården. Sull’isola di Sandön, nei boschi, c’era una fragranza che avrei voluto imbottigliare e portare con me, perché respirare quell’essenza fa scappare via la tristezza, rallegrando gli animi di chi ama il Nord. Nel museo all’aperto di Skansen c’è il puzzo delle alci e delle renne, ma anche la fragranza di antico e polvere quando si entra nelle vecchie casette svedesi di inizio secolo scorso.

Casa contadina a Skansen (foto: Claudia)

La vista

Infine, la vista, il senso che userete più degli altri a Stoccolma. Ovunque l’occhio si posi, c’è una piccola meraviglia, un dettaglio, un oggetto che colpisce, un palazzo che toglie il fiato, un’immagine che si vorrebbe imprimere per sempre nella propria mente.

A Stoccolma, gli occhi alla sera saranno stanchi, si sono posati e hanno ammirato davvero troppe bellezze. Hanno trasmesso tutto al vostro cervello, che ha immagazzinato più ricordi possibili. La luce calda del tramonto di giugno, i colori brillanti dei palazzi reali, le luci del parco divertimenti, i petali dei fiori che sono davvero dappertutto, quel rosso di Falun che ora amate alla follia, il cielo blu che si riflette sul Baltico e le navi bianche che percorrono i bracci di mare.

Hanno registrato il blu e il giallo brillante della bandiera svedese che sventola dappertutto. I ponti, le passeggiate, i sorrisi delle persone che vi daranno una mano ad orientarvi o a trovare una piazzetta. Ricorderete tutto. Dovete ricordarlo. E se per caso ve ne dimenticherete, dovrete ritornare in Svezia ad ammirare la vera meraviglia che è custodita nel Nord Europa.

Gamla Stan (foto: Claudia)

Del perché dovreste organizzare un viaggio a Stoccolma

È una città stupenda, ricca di fascino, regale e magnetica. Stoccolma è la più bella capitale europea che ho visto finora. Gli svedesi sono gentilissimi, parlano tutti un ottimo inglese e sono contenti di aiutare chi ha bisogno di una dritta per vedere o trovare un posto. In Svezia ho avuto la conferma di quanto ho sempre immaginato: spesso si ama un luogo senza averlo ancora visto, vissuto.

*

Informazioni pratiche

  • Voli: Stoccolma è collegata molto bene con i maggiori aeroporti italiani. Io ho volato con la Blue Air da Torino.
  • Dall’aeroporto di Arlanda al centro città: Stoccolma è raggiungibile da Arlanda attraverso il treno e una compagnia di autobus, la Flybussarna. Io ho preferito l’autobus: si può comprare il biglietto direttamente on line qui.
  • Dove dormire: ho alloggiato al Mosebacke Hostel, nel cuore di Södermalm, che è un quartiere molto bello, sicuro e tranquillo. Per risparmiare notevolmente, suggerisco di cercare un alloggio con cucina, perché mangiare fuori a Stoccolma è piuttosto costoso, mentre i supermercati hanno prezzi relativamente simili ai nostri.
  • Le attrazioni immancabili: il parco di Skansen è un vero spettacolo. È il museo all’aperto più antico del mondo, con case e fattorie provenienti da tutto il paese che riproducono la Svezia in miniatura, con tanti animali e pure pietre runiche. A Stoccolma sono presenti diversi musei gratuiti e il Museo dei Nobel è gratuito in un determinato orario.
  • Monete e pagamenti: la moneta ufficiale è la corona svedese (1 kr = 0,098 euro), ma io ne ho viste davvero pochissime. La maggior parte degli svedesi usa carte e bancomat, e io ho usato una carta ricaricabile (Poste Pay) per tutta la durata del viaggio. Ho pagato ogni cosa con la carta, dall’escursione a Sandön ai biglietti della metropolitana.
  • Ispirarsi: per organizzare il viaggio fate riferimento all’ottimo sito Visit Stockholm.

Panorama sull’isola di Riddarholmen (foto: Claudia)

Letture per prepararsi al viaggio

La letteratura svedese è ben rappresentata in Italia, grazie al lavoro di diverse case editrici che si occupano di portare a noi lettori italiani i romanzi e gialli di successo in Svezia. Ecco una selezione di libri per incominciare ad amare la Svezia e Stoccolma.

Film per prepararsi al viaggio

Ecco una selezione di film svedesi che ho visto di recente.

  • The Square (2017) diretto da Ruben Östlund
  • Mr. Ove (2015) diretto da Hannes Holm
  • Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve (2013) diretto da Felix Herngren

*

Con la speranza che l’articolo vi sia piaciuto, vi do appuntamento alla prossima puntata nella quale vi parlerò dell’isola di Sandön, ad Est di Stoccolma. Voi siete mai stati a Stoccolma? Questo articolo vi ha fatto venire voglia di andarci?

Marianne Jaeglé | Giallo Van Gogh

Amava quei fiori, tipici del Sud, che si orientano verso il sole come adoratori umili e appassionati. Ama il loro voltarsi in modo fervido, ma anche il fatto che la loro amministrazione si traduca in una modesta imitazione della loro divinità: il loro cuore e i loro petali non sono altro che un omaggio colorato e vibrante al sole [Giallo Van Gogh, Marianne Jaeglé, trad. M. L. Fanello]

Arles, 1888. Nell’assolato Sud della Francia, Vincent Van Gogh vive in una squallida pensione e occupa il suo tempo dipingendo febbrilmente. Grazie al fratello Theo, che gestisce una galleria d’arte a Parigi, Vincent riesce a piazzare qualche quadro, anche se non è molto apprezzato nel mondo dell’arte di quel periodo. Theo è generoso con Vincent: gli compra i colori, le tele e gli passa dei soldi. Con quel denaro Vincent riesce ad affittare una casa gialla ad Arles e ad arredarla; il suo sogno è quello di vivere con Paul Gauguin, un artista dal quale vuole imparare.

Paul accetta di andare a vivere nella casa di Vincent, ma il rapporto tra i due artisti è tormentato. Vincent è quasi come un amante geloso e giorno dopo giorno Paul si rende conto che l’anima dell’olandese è posseduta dalla follia. Quando Vincent, in un attimo di rabbia, si taglia un orecchio, Paul ne ha la certezza.

Per aiutare il fratello, Theo gli suggerisce di trascorrere un periodo dapprima in ospedale per curare la ferita all’orecchio, e poi in una struttura dove si curano i malati mentali. L’intera Arles ce l’ha con Vincent, nessuno capisce la sua arte, le pennellate con cui rabbiosamente imbratta le tele non piacciono, benché esca una recensione positiva ai suoi lavori da parte del critico Albert Aurier.

Van Gogh non è solo un grande pittore, entusiasta della sua arte, della sua tavolozza e della natura, è ancora un sognatore, un credente esaltato, un divoratore di belle utopie che vive di idee e speranze [Giallo Van Gogh, Marianne Jaeglé, trad. M. L. Fanello]

“Campo di grano con volo di corvi”, Van Gogh (1890)

Vincent sente stringersi attorno a sé un cerchio: Gauguin lo discredita, la cognata Johanna lo sopporta poco, il fallimento incombe su di lui, è convinto che qualcuno tenti di avvelenarlo, iniziano paranoie e paure immotivate. Ma in tutto questo disagio, fisico e mentale, l’unico che crede in lui è Theo e Vincent si sente spronato a continuare a creare e dipingere, usando ogni cosa come soggetto. Dove c’è volontà c’è un sentiero, si ripete, un giorno qualcuno lo apprezzerà.

Nel 1890 Theo decide di portare Vincent a Auvers-sur-Oise, in una clinica per persone disturbate mentalmente. Lui e la moglie vivono a Parigi, potranno così passare spesso a salutare Vincent. Qui ad Auvers-sur-Oise accade l’irreparabile. Di ritorno da un’uscita, Vincent è sanguinante: uno sparo l’ha colpito. Si è sempre pensato che il pittore olandese, ormai scoraggiato e distrutto, si sia sparato un colpo per suicidarsi. Ma è davvero così?

È la pittura che mi ha scelto, la pittura e nessun altro [Giallo Van Gogh, Marianne Jaeglé, trad. M. L. Fanello]

Dettaglio de “I girasoli”, Van Gogh (1888)

Giallo Van Gogh” di Marianne Jaeglé (trad. M. L. Fanello, L’Asino d’Oro edizioni, 16 €) è un lungo romanzo che indaga gli ultimi due anni di vita del pittore olandese Vincent Van Gogh supponendo che la sua morte non sia stata un suicidio bensì un omicidio, come sostengono alcuni storici americani.

Da qui il titolo del romanzo: il giallo allude ad uno dei colori preferiti del pittore e all’omicidio che la Jeaglé mette in scena e risolve. Il romanzo è narrato in terza persona e suddiviso in tre parti: nella prima viene messo in scena il turbolento rapporto tra Vincent e Paul Gauguin, che si conclude con il drammatico gesto di autolesionismo di Van Gogh; nella seconda parte vengono descritti il fallimento di Vincent, il rapporto tra Vincent, Theo e Johanna, il fatto che nessuno riesca a comprendere ed apprezzare la sua arte; infine, nella terza parte, che si sposta dal Sud della Francia alle porte di Parigi, si ritrova Vincent chiuso in manicomio fino al suo drammatico omicidio.

Il romanzo è corposo, forse fin troppo. La Jeaglé si è documentata molto, ma a tratti la narrazione è piuttosto lenta e ripetitiva, e leggendo talvolta ho avuto la sensazione che non si arrivasse mai al dunque. Giunta finalmente al punto cruciale del libro – il presunto omicidio di Vincent Van Gogh – il movente e l’assassino mi sono sembrati alquanto irrealistici: mi sarei aspettata di tutto, tranne quello che poi viene descritto. Non posso certo dire che non sia stato un colpo di scena, in effetti. 

Quello che invece mi è piaciuto, è l’aver presentato Vincent Van Gogh come un uomo solo, ignorato dalle persone della sua epoca – ad eccezione, ovviamente, dell’amato fratello Theo – e soprattutto incompreso nella sua arte. Van Gogh dipingeva soggetti semplici, persone comuni, con quelle sue rapide e rabbiose pennellate che sembravano quasi voler distruggere le tele. Voleva, Van Gogh, creare una nuova arte, andare oltre l’impressionismo, voleva lasciare il segno.

Ma dati gli insuccessi, Vincent si sente un fallito. Soffre di paraioe e turbe mentali ma non smette mai di disegnare e dipingere. Dipinge ogni giorno della sua vita, senza dare ascolto alle voci che lo tormentano, alle persone che lo criticano. Lavora perché è convinto che un giorno qualcuno apprezzerà il suo lavoro e si emozionerà di fronte ai suoi dipinti. Proprio come me, che mi sono commossa quando al Musée d’Orsay, a Parigi, ho visto all’improvviso la sua splendida “Notte stellata”.

Domani dipingerà quel campo di grano maturo, con le sue spighe ben gonfie e pesanti, cosparso di fiori delicati e al di sopra, con un colore piatto e uniforme, il cielo blu cobalto vivo e puro. Mostrando la natura semplice e sublime, infonderà un desiderio di bontà e di speranza in tutti coloro che guarderanno la sua tela [Giallo Van Gogh, Marianne Jaeglé, trad. M. L. Fanello]

“Notte stellata sul Rodano”, Van Gogh (1888)

Titolo: Giallo Van Gogh
L’Autrice: Marianne Jaeglé
Traduzione dal francese: Maria Letizia Fanello
Editore: L’Asino d’Oro edizioni
Perché leggerlo: se amate l’arte e il personaggio di Van Gogh, se volete scoprire chi potrebbe aver ucciso il famoso pittore olandese

(© Riproduzione riservata)

Prabda Yoon | Feste in lacrime

(…) è la pagina di un quaderno di seconda media. Le righe azzurre cominciano a sbiadire. C’è una frase solo nella pagina, alla terza riga dall’alto. Scrivevo bene, in nero, e a sorpresa le lettere sono ancora molto leggibili. La frase è: “Non cambierò mai”. Che cosa non volessi diventare non lo ricordo più. Non so se ho mantenuto la parola (…) Qualunque cosa mi fossi inventato, dovevo crederci tantissimo [dal racconto Penna tra parentesi, Prabda Yoon, trad. L. Fusari]

Feste in lacrime” di Prabda Yoon (trad. L. Fusari, add editore) è la prima raccolta pubblicata in Italia e costituita da  dieci racconti dello scrittore, traduttore, editore, grafico, regista e sceneggiatore thailandese. Nei racconti di Prabda Yoon si legge una Thailandia molto lontana dall’ideale di luogo turistico dallo splendido oceano cristallino.

I protagonisti dei racconti sono persone comuni, a tratti tanto anonime da non avere nemmeno un nome ad identificarli. Ci sono quattro amici che, dopo il suicidio di un’amica comune, vorrebbero ricominciare a dare le feste in lacrime; un giovane grafico che, guardando un foglio scritto a mano ai tempi delle scuole medie, si lascia andare ad una serie di ricordi. C’è un uomo che incontra una donna che scrive sempre sull’autobus, e una donna che spende tutti i suoi risparmi per portare il figlio disabile a vedere la neve in “Alasaka”.

C’è Marut che si ribella a Prabda Yoon stesso, dicendo che non ci sta a guardare il mare senza motivo. Ci sono due amanti che assistono ad un incidente tragicomico, e una scolara che viene presa in giro dai compagni. Un ragazzo spiega il suo rapporto con un uomo più anziano, che gli ha permesso di usare un nome meno formale; c’è un uomo che sta per rivelare al mondo intero un segreto incredibile.

Nei racconti, i protagonisti sono sempre in bilico tra il passato e il presente, guardandosi intietro con pesante nostalgia. Il sentimento della nostalgia è, infatti, un denominatore comune che permea i racconti. C’è anche una componente surreale, negli scritti, e alcuni personaggi sono a metà tra modernità e credenze ancestrali – ben sviluppate nella storia della vampira di Pattaya -, dove il contrasto tra le due cose rispecchia molto bene i veloci cambiamenti della società thailandese (e in generale, asiatica) al passaggio tra gli anni Novanta e i primi Duemila.

Siccome non era originaria di Pattaya, i vampiri del posto la consideravano una specie di ultima arrivata, una succhia-sangue qualunque che aveva invaso il territorio. Era un po’ una questione di snobismo e un po’ di invidia (…) A ogni modo, si era guadagnata il rispetto e persino l’adorazione di un gruppo di vampiri delle nuove generazioni [dal racconto Scomparsa di una vampira a Pattaya, Prabda Yoon, trad. L. Fusari]

Bangkok (fonte: Wikipedia CC BY-SA 4.0)

Feste in lacrime” di Prabda Yoon (trad. Luca Fusari, add editore, 18 €) è un’interessante raccolta di storie molto coinvolgenti e ben scritte che raccontano di personaggi e luoghi molto distanti dalla nostra cultura occidentale. E come sempre, è per questo motivo che voglio leggere autori e autrici appartenenti a culture diverse, per imparare e farmi un’idea sia del loro modo di scrivere – nel caso di Prabda Yoon molto occidentale – ma soprattutto di viaggiare in mondi lontani.

Titolo: Feste in lacrime
L’Autore: Prabda Yoon
Traduzione dall’inglese all’italiano: Luca Fusari
Traduzione dal thailandese all’inglese: Mui Poopoksakul
Editore: add editore
Perché leggerlo: per ascoltare voci originali e lontane dalla nostra cultura, per entrare nella società thailandese e scoprirne qualcosa in più

(© Riproduzione riservata)