João Ricardo Pedro | Il tuo volto sarà l’ultimo

È per continuare la scoperta del Portogallo attraverso i libri che ho scelto di leggere “Il tuo volto sarà l’ultimo” di João Ricardo Pedro (Nutrimenti trad. G. De Marchis, 207 pagine, 16 €). Presentata in modo intrigante, la trama mi ha conquistata immediatamente, come la bellissima copertina e il titolo molto particolare. L’ho letto in circa una settimana, ci sono stati giorni in cui ho letto poche pagine e giorni in cui ne ho lette quasi cinquanta. Ci ho messo un po’ a raccogliere le idee e ora vi parlo di questa lettura e della mia possibile interpretazione.

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Era tardi. Il paese era in buone mani ed era tardi. Troppo tardi per un vecchio. Spense il televisore. Si ricordò del figlio. Si ricordò del nipote. Si ricordò della nuora. Spense le luci. Salì le scale. Entrò in camera. Estrasse la rivoltella che aveva le sue iniziali incise nel calcio. La mise nel cassetto del comodino. Chiuse il cassetto a chiave. Mise la chiave sotto il cuscino. La moglie, in pace con Dio e con il mondo, dormiva tranquillamente. Puntò la sveglia alle sette e mezza. Mentre si toglieva le scarpe, si accorse che aveva i calzini sporchi di sangue. Là fuori, un trambusto di gatti [Il tuo volto sarà l’ultimo, J. R. Pedro, trad. G. De Marchis]

Celestino scompare il giorno della Rivoluzione dei Garofani, il venticinque aprile millenovecentosettantaquattro. Gli uomini che vivono nel paese dal nome di mammifero lo cercano in lungo e in largo; Celestino, quell’uomo un po’ misterioso che quarant’anni prima era giunto in paese senza un occhio ed era stato soccorso dal dottor Augusto Mendes, viene trovato morto verso sera proprio da quello che fu il suo primo soccorritore, tanti anni prima.

Da questo incipit prende avvio la storia della famiglia Mendes, dal nonno Augusto, medico, al figlio António soldato due volte in Angola e Congo nei periodi appena precedenti alla decolonizzazione, fino a Duarte, l’enigmatico nipote.

Mentre vengono presentati gli episodi, sempre narrati in terza persona ma con protagonisti una volta Augusto, una António e una Duarte, conosciamo questi tre uomini, così diversi uniti solo dallo stesso cognome. Augusto è stato medico, ha curato tantissima gente, e aveva deciso di andare a vivere in campagna dopo aver visto la tenuta in rovina dell’amico Policarpo, uomo che al contrario di Augusto, aveva deciso di lasciare il Portogallo per scoprire e vivere il mondo; António, ribelle e un po’ violento fin da ragazzo, non poteva che avviarsi alla carriera militare: due volte in Africa, dopo aver conosciuto quasi per caso la ragazza che gli avrebbe fatto prima da madrina di guerra e poi da moglie e madre di Duarte; infine, Duarte, bambino enigmatico, strano, appassionato di musica e d’arte ma così sfuggente e misterioso da non riuscire a inquadrarlo correttamente.

Dalla scomparsa di Celestino, che sembra venir dimenticata in fretta, João Ricardo Pedro racconta al lettore episodi dei tre protagonisti maschili, avanti e indietro nel tempo, saltando qua e là, tanto spesso è complesso raccapezzarsi.

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Campo di grano in Alentejo (fonte: Faísca from Lisboa, Wikipedia Commons CC BY 2.0)

João Ricardo Pedro passa da un periodare lunghissimo, frasi che occupano quasi una pagina, a frasi asciutte e secche dove si trovano esclusivamente un articolo, un soggetto e un verbo, la rapida descrizione di un’azione. Lo stile di João Ricardo Pedro è molto originale: polifonico ma in terza persona e alcuni episodi sembrano dei racconti a sé, come uno dei più bei capitoli “Le lettere di Policarpo“, bello forse perché proprio una delle lettere di Policarpo dovrebbe essere la chiave per risolvere un mistero perso nei meandri del tempo.

Il Portogallo, con Lisbona e il paese di campagna dal nome di mammifero, assieme alle colonie, è sullo sfondo e viene accennato solo con brevi pennellate di colore, mentre i personaggi vengono analizzati attraverso l’occhio preciso di João Ricardo Pedro, mostrati nelle loro paure, debolezze e particolarità.

Gli eventi dei tre rappresentanti della famiglia Mendes, dicevo, sembrano essere sconnessi tra loro e quando emerge una coincidenza e sembra di aver compreso qualcosa – un dettaglio, un particolare, un fatto – in realtà si ribalta tutto poco dopo, perché in un libro come questo non è facile distinguere il vero dal falso.

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Serra do Topo, isole Azzorre (fonte: José Luís Ávila Silveira e Pedro Noronha e Costa, Wikipedia Commons, Pubblic Domain)

Durante questa lettura ho pensato molto al romanzo “Le ossa di San Lorenzo” di Vincente Alfonso (NN editore, trad. F. Cremonesi), perché come stile e modalità di presentare la storia e soprattutto gli enigmi, mi pareva simile. Ma se ne “Le ossa di San Lorenzo” alla fine ognuno può avere un’interpretazione diversa dei misteri del libro, e Alfonso fornisce ai lettori le chiavi di lettura, ne “Il tuo volto sarà l’ultimo” non si risolve nulla, i dubbi persistono e sono più forti che all’inizio della lettura.

João Ricardo Pedro tiene sulle spine il lettore fino all’ultimo, lettearlmente fino all’ultima pagina, e quando si arriva a leggere una lettera che dovrebbe spiegare almeno in parte un fatto ma, no, di nuovo Ricardo Pedro non ci fornisce la spiegazione. Forse, la vita è un po’ così, spesso pensiamo di essere arrivati alla soluzione ma questa ci sfugge; pensiamo di aver chiara la verità, ma un fatto la confuta.

O forse, non tutta la verità può essere svelata completamente, perché nella vita di ognuno un pizzico di mistero permane nel tempo. Come la morte – incidente? omicidio? –, misteriosa e cruenta, del povero Celestino.

Titolo: Il tuo volto sarà l’ultimo
L’Autore: João Ricardo Pedro
Traduzione dal portoghese: Giorgio De Marchis
Editore: Nutrimenti
Perché leggerlo: per mettervi alla prova

(© Riproduzione riservata)

Non è il mio genere | Chiacchierando di… Romanzi rosa

Sabato 18 febbraio alla Libreria Sulla Parola di Caluso (TO) Elisa La lettrice rampante, la libraia Stefania, io e gli altri partecipanti abbiamo amabilmente chiacchierato di romanzi rosa e libri dove le storie d’amore rivestono un ruolo primario o molto importante. Federica del blog Una ciliegia tira l’altra, espertissima di romanzi rosa, ha cercato – come già in passato – di avviarmi verso la lettura del suddetto genere, senza però convincermi del tutto.

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In effetti, il romanzo rosa non è proprio il mio genere, tanto che ho consigliato un libro che non è prettamente un rosa ma ha una storia d’amore molto importante nella trama, tanto importante da modificare pesantemente le vite dei protagonisti.

Non so bene come mai io non abbia letto romanzi rosa, o meglio, forse quei pochissimi che ho letto non mi sono piaciuti per niente, quindi ho pensato di lasciare perdere; immagino che dovrei dar loro un’altra chance, prima o poi, magari in un periodo in cui non mi andrà di leggere qualcosa di veramente impegnativo. Ci proverò. Nel frattempo, ecco tutti i consigli che sono arrivati, e sono davvero tanti!

Innamorarsi a New York – Melissa Hill (Newton & Compton)

Biscotti e sospetti – A neve ferma –  La soavissima discordia dell’amore –  Stefania Bertola (TEA)

Quasi quasi mi innamoro – di Anna Mittone (Piemme)

Aspettando domani – Guillaume Musso (Sperling e Kupfer)

Io prima di te – Jojo Mojes (Mondadori)

Colpa delle stelle – John Green (Rizzoli)

Io che amo solo te – Luca Bianchini (Mondadori)

Le ho mai raccontato del vento del nord – Daniel Glattauer (Feltrinelli)

La lettera d’amore – Cathleen Schine (Adelphi)

Orgoglio e pregiudizio – Persuasione – Jane Austen (Feltrinelli)

Cime tempestose – Charlotte Brontë (Mondadori)

Quel che il giorno deve alla notte – Yasmina Khadra (Mondadori)

I love shopping (saga) – Sophie Kinsella (Mondadori)

I cercatori di conchiglie – Ritorno a casa – Settemnbre – di Rosamund Pilcher (Mondadori)

L’allieva (saga) – Alessia Gazzola (Longanesi)

La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo – Audrey Niffenegger (Mondadori)

L’amore graffia il mondo – Ugo Riccarelli (Mondadori)

Lettera di una sconosciuta – Stefan Zweig (Adelphi)

E non disse nemmeno una parola – Heinrich Böll (Mondadori)

L’amore ai tempi del colera – Gabriel García Márquez (Mondadori)

I ponti di Madison CountyRobert James Waller (Frassinell)

*

Il prossimo appuntamento è per il 18 marzo 2017 e ci incontreremo per chiacchierare e consigliare poesie e teatro, due generi molto particolari e intriganti. Aspettiamo i vostri consigli!

Seguiteci sui rispettivi blog e sulle nostre pagine Facebook: Libreria Sulla Parola, La lettrice rampante e Il giro del mondo attraverso i libri.

Intervista d’autore #4 | “Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati” di Davide Bacchilega

Grazie al progetto Book Bloggers Blabbering, ho potuto rispolverare la rubrica “Interviste d’autore” e in questo nuovo appuntamento ho avuto la possibilità di porre alcune domande a Davide Bacchilega, autore del romanzo giallo “Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati” edito da Las Vegas edizioni: ringrazio Davide per aver dedicato il suo a rispondere alle mie domande. Buona lettura!

La prima è una domanda personale: diventare scrittore era un tuo sogno o è semplicemente successo?

Sono diventato scrittore? Non me ne ero accorto! Battute a parte, la mia personale teoria è che per definirsi “scrittore” sia necessario guadagnarsi da vivere con la scrittura, riuscire a pagare la spesa al supermercato e le bollette che spuntano dalla buchetta. Chi ce la fa, ha il diritto di compilare con la parola “scrittore” il campo Professione sulla carta d’identità. Sulla mia, invece, si legge “pubblicitario”. Nonostante questo, e grazie a questo, per me diventare scrittore è più di un sogno: è un obiettivo.

Il romanzo “Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati” ha un meccanismo narrativo pressoché perfetto: dove hai tratto l’ispirazione per scrivere questo incredibile giallo?

Le idee per il romanzo sono arrivate da tutto ciò che ho letto, visto e sentito prima di iniziare a lavorare sul testo. In particolare, le narrazioni che più di altre sono state fondamentali per spingermi a scrivere Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati sono state quelle di Una squillo per l’ispettore Klute, un film noir del 1971 diretto da Alan Pakula, e dei romanzi 1974 e 1977 di David Peace.

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Il libro di Davide Bacchilega edito da Las Vegas edizioni (foto: Claudia)

“Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati” è un romanzo con un titolo decisamente evocativo: vivo in un piccolo paese ed è spesso vero che i peccati sembrano molto più grandi. Come avete scelto, tu e gli editori, questo titolo?

La frase “più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati” è una sorta di tormentone che ricorre in diverse pagine. Viene pronunciata per la prima volta dall’ex direttore del quotidiano Romagna Sera, il cinico Sabatini; è ripetuta più volte da uno dei protagonisti, il non meno cinico Michele Zannoni, giornalista di cronaca nera. È un motto che fa da filo conduttore a tutta la vicenda e in un certo senso la riassume. Quando l’ho suggerito come titolo del libro, l’editore ha avuto inizialmente qualche perplessità, per via della sua lunghezza. Chi sarebbe riuscito a ricordarlo? Di contro, aveva riconosciuto che la formula era originale e adeguata allo spirito della storia, con tutte le potenzialità per incuriosire il lettore. Come è finita lo sappiamo. A mia difesa posso comunque affermare con certezza che i titoli dei film di Lina Wertmüller sono molto più lunghi!

I tuoi personaggi, Mauro su tutti, sono pieni di tic e manie, caratteristiche che li rendono a dir poco unici: per qualche personaggio in particolare ti sei ispirato a persone che in passato hai davvero conosciuto o sono tutti frutto della fervida fantasia?

Tutti i personaggi del libro, in fin dei conti, possiedono dei tratti di personalità piuttosto diffusi,  presenti in misura diversa in ognuno di noi (anche in te, non credere!). Solo che io ho calcato la mano su certe caratteristiche, ingigantendo ad esempio disturbi ossessivo-compulsivi (Mauro) o portando alle estreme conseguenze disillusione e disfattismo (Michele). Ho iniettato nei miei personaggi tic e manie comuni, ma in quantità così massicce da renderli insoliti. “Normalità” e devianza sono irrorate dalla stessa linfa. La differenza la fa il dosaggio.

Stile narrativo: una delle cose che più ho apprezzato del tuo romanzo è il fatto che ogni capitolo sia affidato ad un personaggio diverso, e ogni capitolo successivo riprenda la frase finale del precedente. Questa forma narrativa, che ha lo scopo di rendere avvincente e originale la vicenda, era già presente nella prima edizione del romanzo – pubblicato con il titolo “Bad news” (Giulio Perrone Editore, 2011) – oppure è una delle rivisitazioni di questa seconda edizione con Las Vegas Edizioni?

Era presente fin dall’inizio. Nella prima edizione del libro così come nel primo manoscritto uscito dalla mia stampante. La rivisitazione effettuata con Las Vegas non ha riguardato la struttura narrativa, ma si è concentrata su aspetti più formali. Riprendere in mano il romanzo dopo qualche anno mi ha fatto capire che nel frattempo avevo guadagnato una maggiore consapevolezza e maturità come autore. Senza cambiare nulla della storia e senza tradire le intenzioni espressive della prima versione, ho ritenuto necessario migliorare l’efficacia del testo condensando la scrittura ed eliminando qualche pagina superflua.

Hai ambientato il tuo romanzo in Romagna, la tua terra, non in estate bensì in inverno. Scelta insolita, dato che la fama della Riviera romagnola è legata soprattutto all’estate. Come mai hai scelto questo periodo e ci potresti dare qualche buon motivo per visitare la Romagna fuori stagione?

Avevo in mente di scrivere un noir oscuro, torbido e nebbioso, seppure intriso di ironia. L’inverno e l’indole romagnoli hanno contribuito a ricreare il clima perfetto per questo tipo di narrazione. Vuoi visitare la Romagna fuori stagione? Beh, ti potrei raccontare di quanto è romantico il mare in inverno, descriverti come luccicano di storia i mosaici bizantini di Ravenna, illustrarti qual è la sottile differenza tra la piadina romagnola e la piada riminese… Ma lascia perdere: vieni in estate che ti diverti molto di più.

In questo momento stai lavorando ad un nuovo libro? Se sì, ci puoi raccontare qualcosa in più?

Ho terminato da qualche mese un nuovo romanzo, ma per ora è un progetto segretissimo. Così segreto che non ho ancora capito nemmeno io di cosa si tratta.

Chiudo con un consiglio: da scrittore, hai qualche suggerimento per quei ragazzi che oggi vorrebbero diventare scrittori?

Leggere tanti libri e poi leggerne altri ancora. E quando si è finito di leggerli, uscire di casa, fare una passeggiata, infilarsi nella prima libreria che capita e comprarne un altro paio. E altri due ancora, già che si è lì. Insomma, vivere per la lettura. E se mentre si vive per la lettura si inizia a scrivere qualcosa, bisogna essere consapevoli che lo si può scrivere meglio, e poi meglio ancora, e che quel meglio ancora non sarà mai abbastanza perché qualcuno alla fine lo boccerà. E sarà il primo di mille rifiuti. Solo dopo avere completato il giro completo dei fallimenti si inizierà a scrivere davvero. Da quel momento, oltre che per la lettura, si dovrà iniziare a vivere anche per la scrittura. E farlo con umile ambizione, spregiudicata dedizione e disciplinata follia.

Intervista a cura di Claudia Pezzetti

Jens Christian Grøndahl | Spesso sono felice

Ho scoperto il nuovo romanzo di Jens Christian Grøndahl “Spesso sono felice” (trad. E. Kampmann, Feltrinelli, 103 pagine, 12 €) sui social network, precisamente sulla pagina facebook de I Boreali – Nordic Festival; la copertina essenziale e il titolo romantico mi hanno incuriosita e una volta letta la trama, che presupponeva un romanzo nostalgico e malinconico, ho deciso di leggerlo.

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Adesso è morto anche tuo marito, Anna. Tuo marito, nostro marito. Mi sarebbe piaciuto che riposasse accanto a te, ma tu hai già due vicini di posto, un avvocato e una signora seppellita un paio di anni fa. Quando arrivasti tu, l’avvocato c’era già da parecchio tempo. Ho trovato un lotto libero per Georg nella fila successiva; dalla tua tomba si vede il dietro della sua lapide. Ho scelto l’arenaria, nonostante il marmista mi abbia detto che risente delle intemperie. E allora? Il granito non mi piace. I gemelli invece lo avrebbero preferito, su questo punto una volta tanto erano d’accordo [Spesso sono felice, Jens Christian Grøndahl, trad. E. Kampmann]

Ellinor è una donna di settant’anni, determinata e decisa, convinta di sapere come vuole trascorrere questi ultimi anni che le restano; dopo la morte del secondo marito, Georg, Ellinor vende la grande casa senza quasi interpellare i gemelli, figli di Georg e di Anna la prima moglie di lui, e decide di tornare a vivere nel quartiere di Copenaghen dove viveva da bambina, Amerikavej.

I gemelli Stefan e Morten, piccati dalla scelta di vendere la proprietà, cercano di dissuadere Ellinor e ci prova anche Mie, l’insopportabile e dispotica moglie di Stefan; Ellinor, però, non vuole altro che vivere in quel quartiere e guardare dalle finestre la vecchia casa dove visse con la madre.

La vita di Ellinor, benché lei l’abbia sempre affrontata con ottimismo e determinazione, non è sempre stata facile. Tre eventi hanno interessato la vita di Ellinor, stravolgendola per sempre: la scoperta dell’identità di suo padre, il tradimento da parte del suo primo marito e un terribile incidente mortale occorso sulle Dolomiti molti anni prima.

Ellinor racconta tutto questo, con un tono malinconico ma striato di positività, sotto forma di lettera ad Anna danese di origini italiane, la sua amica scomparsa moltissimi anni prima. E’ attraverso queste righe che Ellinor traccia un preciso bilancio della sua esistenza, raccontando all’amica tutto ciò che è successo dopo la sua drammatica e prematura morte.

L’amore era. Non è più? Sì, che è, muore con l’uomo, ma per quanto tempo potrà svolazzare per conto suo, tendersi nella stanza vuota cercando di acchiappare i granelli di polvere in un raggio di sole? A che punto si trasforma nel ricordo di un sentimento, e non è più il sentimento stesso? (…) Finii con l’amare Georg al posto tuo, e non avrei mai immaginato neanche questo, ma di qui a continuare a vivere in casa sua, senza di lui? Per qualche motivo mi pare inconcepibile, e vorrei capire perché [Spesso sono felice, Jens Christian Grøndahl, trad. E. Kampmann]

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Canale Nyhavn, Copenhagen (fonte: Benjamin Janecke, Wikipedia Commons CC BY-SA 3.0)

 Ho apprezzato il romanzo di Jens Christian Grøndahl in modo particolare perché è essenziale e in pochissime pagine riesce a raccontare avvenimenti e sentimenti; un romanzo come questo avrebbe potuto benissimo svilupparsi per trecento pagine, ma Grøndahl sceglie di essere incisivo senza allungare troppo la storia. In poche righe concentra emozioni, descrizioni, sentimenti e questo per me è un valore aggiunto. Una delle più belle storie d’amore contenute in questo libro viene raccontata in poco meno di dieci pagine, quando con un’idea come quella si sarebbe potuta sviluppare per almeno cinquanta o settanta pagine.

Oltre ad essere essenziale, la scrittura di Grøndahl è delicata, lieve e molto poetica. E malinconica, logicamente, trattandosi a tutti gli effetti di una lunga lettera scritta per Anna, l’amica di Ellinor scomparsa da giovane.

Nella lettera di Ellinor vi sono appunto dei segreti personali, dalla scoperta dell’identità del padre a quella del tradimento del suo primo marito e benché l’idea di raccontare il tutto attraverso una lettera non sia un espediente narrativo originale, la vicenda funziona benissimo, e la storia diventa via via sempre più appassionante.

Ellinor è una donna decisa, intraprendente, che nonostante le difficoltà della vita non si è mai arresa, descritta magistralmente nell’intimo, emerge è un personaggio a tutto tondo che spicca notevolmente per la sua voglia di indipendenza.

Spesso sono felice” di Jens Christian Grøndahl è un buon romanzo che ho apprezzato molto e che fa riflettere sul tempo che passa e che lava via discordie e rancori, ma che acuisce la potenza dei segreti taciuti per troppo tempo; fa riflettere su cosa resterà di noi quando non ci saremo più, chi si occuperà delle persone che abbiamo lasciato e chissà se qualcuno prenderà “il nostro posto” nel nostro piccolo mondo.

Titolo: Spesso sono felice
L’Autore: Jens Christian Grøndahl
Traduzione dal danese: Eva Kampmann
Editore: Feltrinelli
Perché leggerlo: il romanzo è un’emozionante storia di amori, relazioni famigliari e segreti personali, perfetta per chi cerca un libro essenziale scritto in modo incisivo e delicato

Ognjen Spahić | I figli di Hansen

Ognjen Spahić è un autore montenegrino ed è bastato questo dettaglio per far sì che io decidessi di leggere “I figli di Hansen” (Zandonai, trad. Ljiljana Avirović, 167 pagine, 13.50 €). Il romanzo tratta argomenti piuttosto forti, vi sono descrizioni alquanto truculente e impressionanti; ma lo sapevo, fin prima di iniziarlo, che un romanzo ambientato in un lebbrosario non fosse semplice da leggere e metabolizzare.

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Ho sempre avuto l’impressione che al nostro edificio e al suo stretto circondario si guardasse come a un vecchio e maledetto cimitero nel quale si aggirano gli spettri, e non come a un istituto di cura. Credo che a ciò abbiano contribuito anche le lunghe mantelle che indossavamo, indispensabili protezioni dal sole e dagli sguardi degli altri malati. O almeno da quelli di coloro che gli occhi ancora li avevano [I figli di Hansen, Ognjen Spahić, trad. L. Avirović]

La voce che narra la vicenda è quella di un uomo rinchiuso nell’ultimo lebbrosario europeo, in un piccolo paese rumeno a pochi chilometri dal delta del Danubio. Non dirà mai il suo nome, descriverà poco il suo aspetto fisico e non accennerà mai come ha contratto la malattia.

L’io narrante è un lebbroso, come gli altri dieci ospiti del lebbrosario; grazie al fatto che la malattia di Hansen su di lui non ha ancora avuto effetti granché devastanti, è stato insignito del ruolo di capo, colui che prende le decisioni più importanti e distribuisce cibo, medicinali, indumenti. Nel lebbrosario non ci sono medici, né infermieri: i malati sono lasciati in balia di loro stessi, giungono solamente i volontari della Croce Rossa a portare i pacchi con i generi di prima necessità. Anche se, molto spesso, i pacchi arrivano quasi vuoti perché già saccheggiati dai contadini.

L’azione prende l’avvio nell’aprile del 1989, quell’anno che cambierà la storia della Romania e dell’Europa stessa. I lebbrosi osservano la fabbrica poco distante dal loro istituto: su un poster gigante appeso alla parete, il volto sorridente di Nicolae Ceauşescu invita gli operai al lavoro. Ma nel corso del 1989 i focolai di operai che cercano di ribellarsi si fanno sempre più frequenti, e la Securitate rumena ha un gran da fare per reprimere le rivolte nel sangue.

I lebbrosi non sanno cosa sta accadendo al regime di Dracula, come veniva chiamato Nicolae Ceauşescu dai rumeni stanchi del dittatore. Non hanno idea dei tumulti, delle rivolte, del malcontento che serpeggia tra la gente. Sentono che sta succedendo qualcosa di importante, e mentre Dracula sta per capitolare per sempre, anche all’interno del lebbrosario molti equilibri si rompono.

I più disparati anatemi cristiani ci hanno schiaffeggiato nei secoli passati, ed è proprio il cristianesimo il principale responsabile del fatto che noi oggi stiamo marcendo nella sofferenza. Perché a portare in Europa la malattia furono i crociati (…) Allora l’Europa venne colpita dalla prima grande epidemia, come risulta dal Concilio convocato dal papa nel 1179, nel quale fummo definitivamente proclamati morti tra i vivi e relegati in migliaia di puzzolenti lebbrosari. Ami la Bibbia, odi i lebbrosi, scagli le pietre contro di loro e attacchi campanellini al collo – è stato il divertimento di milioni di anime. [I figli di Hansen, Ognjen Spahić, trad. L. Avirović]

Il figli di Hansen” è il romanzo d’esordio di Ognjen Spahić, scritto molto bene, in modo decisamente coinvolgente e scorrevole ed è un libro breve ma che contiene moltissimi spunti per riflettere. Se è vero che mancano le descrizione fisiche dell’io narrante, troviamo quelle degli altri ospiti del lebbrosario: sono immagini molto forti, quasi violente, l’autore non risparmia i dettagli. Questo è uno dei motivi per cui non posso consigliare questo libro a tutti, in modo particolare ai lettori più sensibili.

Le descrizioni sono necessarie per far capire come si viveva in un lebbrosario, dove un uomo (o una donna) smettono quasi di essere umani e diventano “dei morti tra i vivi“; la diffidenza della gente, la paura del contagio, le scarse condizioni igieniche e il nervosismo crescente man mano che i lebbrosi prendono consapevolezza della loro drammatica e irreversibile condizione. Per tutta la durata della lettura, ho immaginato questo istituto immerso nella campagna rumena, piatta e vuota e sterile, illuminato sempre da una luce livida e sovrastato da un cielo bianco accecante.

La condizione dei lebbrosi viene fotografata dall’io narrante non solo nel 1989 ma nel corso dei secoli: a partire dalle citazioni bibliche sui lebbrosi – morti tra i vivi – sino alla scoperta del batterio responsabile della malattia da parte del medico norvegese Hansen. Sono parti, queste, che indignano: anziché applicare la carità cristiana e aiutare i malati, questi venivano allontanati dalla società e lasciati vivere d’elemosina, dopo aver celebrato il loro stesso funerale prima che morissero.

La storia della Romania, nella fattispecie dei febbrili mesi che precedono la capitolazione di Nicolae Ceauşescu, viene messa sullo sfondo. Avvicinandosi a dicembre, anche i malati sentono il nervosismo aumentare, e in parallelo con quella che sfocerà nella Rivoluzione rumena – dopo i cruenti fatti di Timișoara – anche nel lebbrosario avviene una rivoluzione. L’io narrante rischia di perdere la sua autorità, l’amico Robert viene malmenato da altri lebbrosi, e alcuni amici muoiono a causa dell’avanzare della malattia; qualcuno fugge dal lebbrosario, mentre l’io narrante e il povero Robert attendono che il Signor Qualunque porti loro i documenti falsi per andare verso la libertà.

I figli di Hansen” è un romanzo interessante, che mescola sapientemente la storia della Romania della Rivoluzione e quella della lebbra; racconta molto bene le ansie e le paure dei lebbrosi ospiti dell’istituto, come traspaiono i sentimenti rivoluzionari degli operai della fabbrica. Inquieta, turba e spaventa, e a tratti disgusta anche. Ma “I figli di Hansen” fa davvero riflettere sull’amicizia e le alleanze, su cosa significa essere un rietto della società e sulla libertà che ognuno di noi cerca in modo diverso.

(…) e spensi la luce. Se dovessi portare con me un ricordo contenente tutto il vissuto in questo luogo, ogni cosa riflettuta qui, nel corso di tanti lunghi anni, allora sarebbe uno spicchio di buio umido e denso, pensai, chiudendo la porta [I figli di Hansen, Ognjen Spahić, trad. L. Avirović]

Ángeles Caso | Controvento

Questo libro dalla copertina giallo squillante, con tre barchette colorate a lato e un titolo così romantico, mi ha attratta subito. “Controvento” di Ángeles Caso (marcos y marcos, trad. Claudia Tarolo, pagine 282, 15 €) ha una trama semplice ma che si prefigura trattare forti tematiche: per questo ho deciso di leggerlo, con la certezza che mi avrebbe insegnato e lasciato qualcosa di importante.

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Mi sono sempre chiesta se la mia vita sarebbe stata diversa se mia madre non fosse stata una donna depressa. Ritengo di sì. Magari i miei neuroni si sarebbero conformati in un altro modo nel suo ventre, le loro connessioni sarebbero state differenti, gli ormoni e le proteine sarebbero fluiti con un altro ritmo (…) Forse sarei stata una donna decisa e coraggiosa (…) Invece ho vissuto rinchiusa, smarrita nelle mie paure, quasi muta e sorda, facendo il possibile per evitare l’ansia dei cambiamenti, l’angoscia del rischio (…) Per questo ammiro São. Perché lei è stata capace di vivere tutto ciò che io ho soffocato, spento, sepolto sotto strati di terra. Sì, di tutte le persone che conosco al mondo, São è quella che ammiro di più [Controvento, Ángeles Caso, trad. C. Tarolo]

São è una bambina capoverdiana e vive in una delle isole dell’arcipelago al largo delle coste dell’Africa. São non conosce suo padre, e forse è un bene dato che il suo concepimento è frutto di una violenza sulla madre, figura quest’ultima che si è sempre mostrata molto assente, fredda e distaccata nei riguardi della figlia.

São cresce con un’anziana vedova capoverdiana che ha avuto tanti figli, alcuni sono morti e altri sono in Europa, e ora lei è sola in una baracca di legno, senza neppure il pavimento, a badare a São. La bambina è una studentessa eccellente e ha idee molto precise sul suo futuro: sogna di andare in Europa e di studiare medicina. São infatti vede che sulla sua isola una banale dissenteria può uccidere un bambino e questo accade perché la famiglia non ha i mezzi per comprare le medicine o per pagare il consulto di un medico. São sarà dottoressa e curerà i poveri, ne è certa.

Ma il suo destino ha altre cose in serbo, per lei; all’improvviso, la madre lascia Capo Verde e vola a Napoli con un nuovo marito. Smette persino di inviarle i soldi per pagare libri, quaderni e tasse scolastiche, così São si vede costretta ad abbandonare il suo sogno di studiare medicina.

Lavorando per una ricca famiglia di coloni, São incontra un uomo che si rivelano diverso da come si mostra: questo episodio farà sì che per lungo tempo São non riuscirà a fidarsi del genere maschile. Ma per sua fortuna, incontra una donna che la aiuta ad emigrare in Europa; São arriva a Lisbona, in Portogallo, eppure non è il Paese che aveva sempre sognato: molti portoghesi sono razzisti e gli africani come São vivono in palazzoni fatiscenti e pericolanti, fanno umili lavori pagati poco.

Quando São incontra Bigador inizia a vedere un luminoso futuro davanti a sé, a loro. Finalmente immagina il riscatto, il calore di una famiglia che non ha mai avuto e l’amore di un uomo magnifico. Ma anche questa volta, nulla è come sembra. Eppure, l’energia di São sembra infinita, e nei dolori sembra trovare forza; tanta forza da riuscire a trasmetterla anche ad una donna spagnola, devastata da una storia d’amore finita male.

L’energia di São dovette contagiarmi. Da quando arrivò a casa mia, mi sentii sempre meglio (…) Forse fu soltanto che il suo coraggio e la sua forza mi servirono da esempio (…) In ogni caso iniziai a vedere la realtà sotto una nuova luce, cominciai a comprendere che le mie grandi tragedie, tutte quelle cose terribili che fin da piccola mi parevano circostanze terribili, dolori a cui aggrapparsi (…) erano inezie se comparate all’esistenza di un’infinità di esseri umani in buona parte del mondo [Controvento, Ángeles Caso, trad. C. Tarolo]

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Abitazione a Ribeira, Isola di Santiago, Capo Verde (fonte: Ji-Elle, Wikipedia Commons, CC BY-SA 3.0)

Ángeles Caso affida la narrazione ad una donna spagnola, per un periodo datrice di lavoro di São. Nel primo capitolo del romanzo è proprio la donna spagnola che si presenta, con tutte le sue insicurezze e paure, specialmente la paura di amare e di essere amata. Inizia quindi a raccontare la storia di São, la sua collaboratrice domestica, perché curiosamente è proprio questa donna capoverdiana ad aver aiutato la donna spagnola. Nonostante le avversità della vita, infatti, São non si è mai abbattuta né lasciata andare. E le difficoltà, sono state davvero moltissime.

La Caso è una narratrice molto brava: il romanzo è scorrevole e decisamente coinvolgente, con un periodare a tratti un po’ artificioso, ma funzionale alla perfetta descrizione dei sentimenti delle figure femminili. Sono proprio le donne, infatti, le vere protagoniste della storia e sono estremamente ben delineate: dalla madre di São, con le sue sventure, alla donna che l’ha allevata; la prima padrona di São, la donna che ha procurato i documenti per il viaggio a Lisbona, l’amica femmista che aiuterà São in una difficile decisione; la suocera angolana, le cognate, Lia e poi la sua amica spagnola.

Quella di São è una storia vera: Ángeles Caso da bambina aveva avuto una bambinaia capoverdiana che si sventure nella sua vita ne aveva patite tante. Questo dettaglio aggiunge alla storia quella veridicità che ci fa capire come spesso quelle che noi pensiamo essere difficoltà insormontabili non sono ostacoli così grandi, commissurati alle sofferenze degli altri. E anche se non è semplice, ogni delusione dovremmo superarla con positività, con entusiasmo, proprio come São.

Titolo: Controvento
L’Autrice: Ángeles Caso
Traduzione dallo spagnolo: Claudia Tarolo
Editore: marcos y marcos
Perché leggerlo: “Controvento” è un romanzo scorrevole, ben scritto e tradotto, dove le donne sono le protagoniste; figure femmili ben delineate, nella psicologia, nei sentimenti, nei drammi. Un libro per non lasciarsi abbattere dalle difficoltà, ma per imparare a reagire con entusiasmo e positività

Paolo Rumiz | Trans Europa Express

Ho letto “Trans Europa Express” di Paolo Rumiz (Feltrinelli, 231 pagine, 9.50 €) grazie al consiglio di Pina che cura il blog Il mestere di leggere, un suggerimento nato quasi per caso ma che si è rivelato decisamente interessante: il reportage di viaggio di Rumiz mi ha coinvolta e conquistata, in un modo che non avrei mai immaginato.

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Partire dunque, ma per dove? La Cortina di ferro non c’era più, i reticolati erano stati sostituiti da spazi addomesticati, musei e piste ciclabili. Per cercare spazi bradi bisognava andare oltre, sul margine orientale dell’Unione europea. Forse lì cominciava ancora un “altro mondo”. E così non mi restò che immaginare un itinerario bordeline dal Mar Glaciale Artico al Mediterraneo, fino alla Turchia e magari fino a Cipro. Le soprese non sarebbero mancate [Paolo Rumiz, Trans Europa Express]

Partire dunque, ma per dove?, è la domanda che ogni tanto sorge anche a me, quando ho voglia di organizzare un viaggio, breve o lungo che sia. Molte volte il luogo che voglio visitare lo ragiono a lungo, qualche volta lo scelgo quasi a caso. Partire, per Paolo Rumiz, è soprattutto varcare i confini, le frontiere, in modo particolare quelle più difficili. Rumiz è un giornalista e scrittore triestino che festeggia il compleanno lo stesso giorno della caduta delle frontiere con la ex-Jugoslavia, è uno che i confini li conosce bene e forse proprio per questo ne è tanto affascinato.

Narva è la città estone che conduce in Russia (fonte: Wikipedia Commons, Aleksander Kaasik,CC BY-SA 4.0)

Il viaggio da Nord verso Sud, lungo la cerniera che unisce l’Unione europea con la Russia, inizia ad immaginarlo raccogliendo informazioni e disegnando da solo la mappa di viaggio; non esiste una mappa che unisca Kirkenes, Norvegia, con Istambul, o meglio esiste ma a scala molto piccola, dove i dettagli si perdono. Rumiz sceglie mappe a grande scala e le unisce con il tratto che percorrerà con Monika, fotografa e interprete polacca.

Dalle terre iperboree dove il sole non tramonta mai fino a Instabul, dove la luna si specchia sul Mar Nero, il Bosforo che tanto pazientemente unisce l’Europa all’Asia. In trentatré giorni Rumiz percorre circa seimila chilometri, riempie otto taccuini di appunti e uno di disegni e schizzi, incontra innumerevoli persone di ogni estrazione sociale, dai contadini più umili e personaggi più illustri come pope e governanti di paesini; Rumiz e Monika si spostano con ogni mezzo, a piedi, in treno, in auto a nolo, in autostop, in nave o battello e in bus.

Le guide sono pagine piene di nulla. Banalizzano, complici dell’oblio che scende sui territori. Ne propiziano la distruzione con il loro silenzio. Straccio quelle poche pagine pompose e inutili, le appallottolo, le butto nella spazzatura. Ma sì, si viaggia assai meglio chiedendo alla gente, e forse il viaggio perfetto sarebbe quello fatto alla cieca, senza nemmeno la carta. Partire insomma, salendo sul primo treno che va nella nostra direzione [Paolo Rumiz, Trans Europa Express]

Monasteri sulle Isole Solovetsky, Russia (fonte: Wikipedia Commons CC BY-SA 4.0)

Un viaggio, quello di Rumiz e Monika, che affascina e colpisce coloro che amano scoprire nuovi luoghi e lanciarsi in nuove avventure. Paolo Rumiz ha la grande, grandissima capacità di trasportare il lettore attraverso gli spazi che descrive, a volte rallentando qualche volta andando di corsa; spesso serve una mappa, per conoscere l’itinerario, per seguire bene il viaggio di Rumiz attraverso luoghi che hanno nomi così antiquati da non averli forse mai uditi: Ostrobotnia, Carelia, Livonia, Curlandia, Prussia.

E’ il paesaggio, vagamente bretone, dell’antica Curlandia, una delle tante regioni mitologiche del Centro Europa che la collisione degli imperi e la mobilità delle frontiere hanno cancellato dalle carte geografiche (…) I viaggi leggeri son fatti così: le soste generano incontri, e gli incontri rimettono in moto l’avventura. Funziona sempre. Anche qui, nella verde Estonia degli uomini silenziosi [Paolo Rumiz, Trans Europa Express]

Una penna che imprime emozioni e sensazioni vive, pulsanti, reali a chi legge. Pagina dopo pagina, sono stata letteralmente catturata dal magnetismo di un’avventura così incredibile da non poterla neppure immaginare. Le genti incontrate, i paesi, i paesaggi, gli spostamenti: ogni cosa è minuziosamente descritta, nulla è lasciato al caso. Vengono anche raccontati episodi e fatti storici, che aggiungono un notevole valore culturale al libro. Si impara moltissimo, da un diario di viaggio come questo.

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Moschea Nuova a Instabul (fonte: Wikipedia Commons, Pubblico dominio)

Per chi ama viaggiare “Trans Europa Express” è l’ispirazione, è la sublimazione dei sogni di colui che sceglie un luogo e va, documentandosi man mano che si avvicina la data della partenza. Per chi ama scoprire nuovi lunghi questo è un libro irrununciabile, senza dubbio.

Il viaggio lungo la nuova Cortina di ferro è finito. Cercavo una Frontiera vera, e l’ho trovata. A volte ha coinciso con i confini nazionali, altre volte no (…) Mi chiedo che ne sarà della vecchia Europa, del suo martoriato cuore contadino ed ebraico spazzato da troppe guerre. Alla stazione di Sirkeci mi aspetta il treno per Belgrado (…) Solo il turco e la circassa sembrano non tenere conto dell’orologio (…) Si baciano, indifferenti alla città, alla gente, alla pioggia [Paolo Rumiz, Trans Europa Express]

Titolo: Trans Europa Express
L’Autore: Paolo Rumiz
Editore: Feltrinelli
Perché leggerlo: per sognare un lungo viaggio, fatto di persone, incontri, luoghi e storia; per capire che le frontiere sono quelle che ci costruiamo noi stessi, con i nostri stereotipi e pregiudizi. Per chi sogna di avere sempre la valigia pronta, con l’essenziale, e una mappa pasticciata e stroppicciata piena di appunti sulle cose da vedere.

Tove Jansson | Fair play

Un mesetto fa ho realizzato uno dei miei sogni andando a Helsinki, la capitale della Finlandia; quando ho letto che Iperborea avrebbe pubblicato un nuovo libro di Tove Jansson, scrittrice finlandese di origini svedesi, l’ho messo nella lista dei libri da leggere per rivivere, almeno nei ricordi, le emozioni passate quella giornata nebbiosa e fredda e perfetta a Helsinki. Ed eccomi qui, a raccontarvi della mia lettura “Fair play” di Tove Jansson (Iperborea, trad. Vari a cura di K. De Marco, 148 pagine, 15 €).

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Poi Tom disse: “E quei vecchi ceppi di cui mi parlavi? Diamo un’occhiata?”. Andarono a vedere i ceppi. Un bel po’ erano buoni sono come legna da ardere, ma ce n’erano comunque abbastanza che potevano servire per il nuovo pontile di Tom. Jonna disse: “Sarò strana io, ma non mai capito questa storia delle escursioni. Tua sorella a volte è un po’ troppo romantica. Cambiando discorso, hai qualcosa in particolare da fare in questo momento?” “Solo stuccare le finestre.” “E’ tanto che non dormi in sacco a pelo?” “Mah, una ventina d’anni, direi.” Quando Mari e Tom partirono per Västerbådan, Jonna rimase a guardarli finché la barca non scomparve in lontananza. Il vento era calato. Quella notte uscì sugli scogli: nemmeno una nuvola turbava il cielo stellato. Era tutto perfetto.

Mari è una scrittrice e illustratrice, molto romantica e sensibile, che spesso si lascia trasportare dalle storie che scrive e vola con la mente fra le nuvole. Jonna è una scultrice e pittrice, molto pratica, realistica, a tratti rude, che adora i film western di serie B e vuole registrare la realtà che la circonda con una cinepresa che la tradisce sempre.

Mari e Jonna vivono e lavorano in un grande stabile che guarda verso il porto di Helsinki, e spesso prendono la Viktoria e fuggono in una minuscola casetta su una delle infine isolette del Golfo di Finlandia, in compagnia di cormorani e un gatto ruffiano. Pescano, dipingono, scrivono, intagliano legno, rievocano ricordi e programmano viaggi.

La vita di Mari e Jonna, amiche e compagne di vita, scorre così, lentamente, giorno dopo giorno, in modo calmo e quasi misurato. Pur lanciandosi in avventure bislacche, come visitare l’Arizona, come se fosse a due passi dalla Finlandia, o Mari che desidera trascorrere con il fratello Tom una serata su un’isola deserta a guardar le stelle, come quando erano piccolini.

E’ un fair play perfetto, tra Mari e Jonna, dove nessuna delle due ha ragione o torto e dove entrambe rispettano gli spazi dell’altra. Mari sopporta i film cruenti che Jonna registra con cura maniacale, e Jonna non dà peso alle romanticherie e alla fragilità d’animo di Mari. Non potrebbero essere più differenti, Mari e Jonna, eppure nelle loro diversità si amagalmano in modo originale e perfetto.

Jonna e Mari entrarono nella loro camera, una statica desolazione con troppi mobili, e andarono a letto senza disfare le valigie. Ma non riuscivano a dormire: si rivedevano davanti il viaggio con i suoi panorami sempre diversi di deserti e montagne innevate, cittadine senza nome, bianchi laghi salati e brevi soste in qualche località di cui non sapevano nulla e dove non sarebbero mai tornate (…) “Dormi?” chiese Jonna. “No.” “Qui potremmo portare a sviluppare la pellicola. Ho ripreso alla cieca per un mese e non ho idea di cosa sia venuto fuori.” “Sei sicura che sia stata una buona idea filmare dal finestrino dell’autobus? Secondo me andava troppo veloce.” “Sì, sì, hai ragione,” disse Jonna. E un momento dopo: “Ma era così bello.”

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Helsingin tuomiokirkko, Cattedrale luterana di Helsinki, Finlandia (foto: Claudia)

Fair play” di Tove Jansson non è esattamente un romanzo, neppure una raccolta di racconti: è una serie di episodi di vita quoditiana di Mari e Jonna, descritti senza soluzione di continuità. Brevissime schegge della loro vita, come i flash di una pellicola che mostra solo una minima parte della loro esistenza.

La scrittura di Tove Jansson è fluida, scorrevole, frizzante e molto coinvolgente. Mari e Jonna, protagoniste antipodali, vengono descritte in modo da risultare immediatamente simpatiche al lettore e le loro avventure si leggono con gusto.

Per chi poi, come me, ha il debole per le terre finniche il gioco è fatto: le brevi descrizioni del porto di Helsinki e dell’isola dove sorge la casetta di legno delle due amiche e compagne di vita, mi hanno fatta tornare idealmente in un luogo che ho profondamente amato e che con tutto il cuore mi auguro di poter rivedere.

Tove Jansson non aggiunge parole superflue, appare tutto molto contato, come a voler raccontare l’essenziale senza aggiungere fronzoli inutili. All’inizio, al lettore, potrebbe sembrare che nei brevi flash raccontati non succeda granché: una giornata in atelier, una serata a guardare un film, una gita in barca in mezzo alla nebbia cercando di non finire in Estonia e un viaggio folle in Arizona. Forse non succede granché davvero, ma la vita è fatta anche di piccole cose e Mari e Jonna, con la loro amicizia e il loro affetto, sembrano essere qui per ricordarcelo.

Titolo: Fair play
L’Autrice:
Tove Jansson
Traduzione dallo svedese:
allievi del seminario di traduzione 2015-2016 tenuto da Katia De Marco
Editore:
Iperborea
Perché leggerlo:
perché emoziona, commuove, fa capire quanto possa essere bella e ricca anche una vita semplicissima

Antonio Tabucchi | Sostiene Pereira

Alcuni libri hanno bisogno di tempo prima di essere letti e vengono apprezzati e amati di più in un preciso momento della nostra vita. Tra gli Stati europei che mi affascinano, oltre a quelli nordici, c’è il Portogallo: non chiedetemi il motivo, non lo so, è così e basta. Sono sicura che il Portogallo sia uno di quei luoghi dove mi sentirei a casa (come mi successe in Grecia). Quindi, ho deciso di scoprire il Portogallo attraverso i libri e ho iniziato quest’avventura leggendo “Sostiene Pereira” di Antonio Tabucchi (Feltrinelli, 214 pagine, 7.50 €).

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Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d’estate. Una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell’imbarazzo di mettere su la pagina culturale, perché il “Lisboa” aveva ormai una pagina culturale, e l’avevano affidata a lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte. Quel bel giorno d’estate, con la brezza atlantica che accarezzava le cime degli alberi e il sole che splendeva, e con una città che scintillava, letteralmente scintillava sotto la sua finestra, e un azzurro, un azzurro mai visto, sostiene Pereira, di un nitore che quasi feriva gli occhi, lui si mise a pensare alla morte. Perché? Questo a Pereira è impossibile dirlo [Sostiene Pereira, Antonio Tabucchi]

Nella calda estate del 1938, mentre il direttore è in ferie alle terme di Coimbra, Pereira gestisce la pagina culturale del “Lisboa”, un giornale portoghese nato da pochi mesi. Pereira, dopo quasi trent’anni di giornalismo di cronaca nera, si trova a lavorare con la cultura: innanzi tutto, vuole essere indipendente e non vuole che la politica rientri nei suoi lavori. Prepara omaggi e ricorrenze a scrittori che non sono ancora morti – ma che son vecchi e potrebbero morire, meglio essere pronti – e traduce in portoghese gli scrittori francesi dell’Ottocento non ancora letti in Portogallo.

La vita di Pereira è fatta di piccole, semplici cose: le sue traduzioni, le omelette alle erbe del Café Orquídea, le confessioni con Don António e le lunghe chiacchierate con la fotografia della moglie mancata diversi anni prima. Pereira vive quasi in punta dei piedi, nonostante la sua mole, in silenzio, senza interessarsi troppo al mondo che lo circonda.

Quando incontra Monteiro Rossi e la sua fidanzata Marta, qualcosa nel cuore buono e tranquillo di Pereira inizia a cambiare. Il giornalista si rende conto che la situazione in Portogallo non è buona: vige la censura, ogni articolo prima di essere pubblicato deve essere approvato; Pereira crede di essere libero , ma viene ripreso dal direttore del “Lisboa” perché ha pubblicato un racconto francese che si conclude con l’esclamazione “Viva la Francia!” e la Francia no, non è amica dei portoghesi.

Oltre a Monteiro Rossi e Marta, Pereira incontra per caso la signora Delgado su un treno e diventa confidente del dottor Cardoso: tutti questi personaggi fanno capire a Pereira che deve fare qualcosa per il suo Paese, deve sfruttare il fatto che sia un giornalista che scrive settimanalmente su una pagina culturale molto seguita. La sua vita verrà rivoluzionata, ma sono proprio gli incontri casuali quelli che fanno stravolgere le nostre convinzioni.

La signora Delgado (…) disse: e allora faccia qualcosa. Qualcosa come?, risposte Pereira. Beh, (…) lei è un intellettuale, dica quello che sta succedendo in Europa, esprima il suo libero pensiero, insomma faccia qualcosa. Sostiene Pereira che avrebbe voluto dire molte cose. Avrebbe voluto rispondere che sopra di lui c’era il suo direttore, il quale era un personaggio del regime, e che poi c’era il regime, con la sua polizia e la sua censura, e che in Portogallo tutti erano imbavagliati, insomma che non si poteva esprimere liberamente la propria opinione (…) Ma non disse niente di tutto questo, Pereira, disse solo: faro del mio meglio signora Delgado (…) Capisco, replicò la signora Delgado, ma forse tutto si può fare, basta averne la volontà. Pereira guardò fuori dal finestrino e sospirò (…) Era bello, quel piccolo Portogallo baciato dal mare e dal clima, ma era tutto così difficile, pensò Pereira [Sostiene Pereira, Antonio Tabucchi]

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Lisbona vista dal belvedere Santa Luzia (fonte: Diego Delso, CC BY-SA 3.0 Wikimedia Commons)

Sostiene Pereira” è un romanzo che mi ha conquistata sin dalle prime righe, quando nell’incipit Tabucchi descrive il tempo e lo spazio in modo incisivo e coinvolgente. Leggendo, si entra nella storia con una facilità incredibile, Tabucchi prende per mano i lettori e li conduce attraverso una Lisbona scintillante e ventosa, ma soffocata da un regime crudele e opprimente. L’uso di poche parole – quasi contate – per descrivere situazioni, sentimenti ed emozioni è una prerogativa, secondo me, dei grandi narratori: per raccontarci un’emozione a volte servono davvero poche righe.

Pereira è un personaggio semplice, che vive la sua vita con estrema tranquillità, dividendosi tra la redazione della pagina culturale del “Lisboa”, il suo café preferito e le brevi vacanze nelle cliniche talassoterapiche sull’Estoril, portando sempre con sé il ritratto della moglie defunta. Pereria è un uomo maturo che vive nei suoi ricordi e ci tiene a mantenerli tali; prova nostalgia del tempo che corre, delle vicende e dei sentimenti che ormai appartengono al passato, ma non si rassegna a lasciarli andare.

L’incontro con Monteiro Rossi e Marta, due giovani che ammiccano ai repubblicani spagnoli, iniziano ad illuminare Pereira e fargli capire che deve aprire gli occhi. Pereira non vuole abbandonare “quel piccolo Portogallo” anche se sa che la vita non è per niente facile. Durante il regime di Salazar, come in ogni dittatura, informazioni e persone erano controllate con grandissima attenzione. L’incontro con altri due personaggi, la signora Delgado sul treno da Coimbra verso Lisbona, e il dottor Cardoso, direttore della clinica talassoterapica, aggiungeranno i tasselli necessari a Pereira per prendere la sua decisione. Dopo un drammatico evento, a Pereira gli viene “un’idea folle” e la messa in pratica di questa idea cambia la sua vita per sempre.

Sostiene Pereira” mi ha regalato alcune delle emozioni che avevo vissuto durante la lettura de “Ho paura torero” di Pedro Lemebel (marcos y marcos) e mentre proseguivo nella lettura, che ha un ritmo sempre più incalzante pagina dopo pagina, ho capito che sul Portogallo voglio leggere ancora molto, perché non so nulla se non che è un luogo che mi affascina. Aver cominciato questa scoperta con la lettura di “Sostiene Pereira” si è rivelata un’ottima scelta, perché ho iniziato ad amare la “soleggiata e ventilata” Lisbona in compagnia di Pereira, un personaggio che mi resterà nel cuore per molto, molto tempo.

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Arco di Trionfo, Piazza del Commercio, Lisbona (fonte: Diego Delso, CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons)

Titolo: Sostiene Pereira
L’Autore: Antonio Tabucchi
Editore: Feltrinelli
Perché leggerlo: perché “Sostiene Pereira” è un romanzo con una trama molto semplice ma dal grande potere di emozionare, commuovere e far riflettere

Elena Loewenthal | Conta le stelle, se puoi

Nel Giorno della Memoria ho deciso di parlare di “Conta le stelle, se puoi” di Elena Loewenthal (Einaudi, 257 pagine, 17.50 €) per un motivo molto semplice: questo libro non parla di Shoah, campi di concentramento, di rastrellamenti, forni crematori o deportazioni. Questo romanzo parla di quella che avrebbe potuto essere la vita, con le sue speranze, gioie e difficoltà, di una famiglia ebrea se un bel giorno del 1924 “quel Mussolino lì” avesse preso un colpo.

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Nonno Moise partì da Fossano una domenica mattina di fine estate, poco prima delle grandi feste. A quel tempo non era ancora nonno e nemmeno immaginava che un giorno lo sarebbe diventato. A dire più o meno il vero (…) nonno Moise non immaginava nessuna delle tante, o forse poche, cose che nella vita gli sarebbero capitate. Non immaginava, ad esempio, che invece di un albero composto e altero la sua discendenza avrebbe disegnato un tessuto senza capo né coda steso alla bell’e meglio fino ai quattro angoli del mondo, tutto instarsi e ricami e maglie diseguali come fa un filo di lana fra due ferri maldestri (…) neppure sperava perché era ancora troppo giovane per sperare, quando la vita è tutta un’allegra certezza e la linea dell’orizzonte sta persa in un mare di luce, neppure sperava di morire come Giobbe, sazio di anni [Elena Loewenthal, Conta le stelle, se puoi]

Nel 1872 Moise Levi è un giovane ebreo di Fossano, intraprendente e curioso. Figlio unico, decide di lasciare la natia città per cercare fortuna a Torino: con sé porta la sua incredibile voglia di costruirsi un futuro e un carretto pieno di stracci. La sorte gli è amica, giunto a Torino – dopo varie traversie tra Saluzzo e la Vel Pellice – Moise si distingue immediatamente per la sua voglia di lavorare e poco tempo dopo il suo arrivo a Torino fonda una società che commercia nel settore tessile con il signor Malvano.

Trascorrono gli anni e mentre Moise invecchia, prima padre e poi nonno, Torino muta il suo aspetto diventando sempre più moderna senza perdere mai il suo esclusivo fascino di antica capitale del Regno d’Italia. Nonno Moise diventa parecchio ricco, acquista l’intero stabile di via Maria Vittoria, la sua discendenza diventa sempre più numerosa e anche a lui a volte è impossibile raccapezzarsi tra tutti i nipoti e pronipotini.

Quando nel 1922 le camice nere e quel Mussolino lì marciano su Roma, nonno Moise capisce immediatamente che quella è brutta gente. E il re Vittorio Emanuele II, un perfetto incapace, non è in grado di fermare i fascisti che con il suo beneplacito salgono al governo. Ma se tutti immaginano l’arrivo di tempi duri, si sbagliano di grosso: una bella mattina del 1924 a quel Mussolino lì viene un infarto e crepa.

Così, nonno Moise non conoscerà le leggi razziali, né i drammatici rastrellamenti, né gli episodi di razzismo e violenza nei confronti degli ebrei. Moise e la sua numerosa discendenza non vedranno mai le sinagoghe o le attività degli ebrei bruciare per mano dei fascisti; non saranno costretti ad emigrare in Svizzera o in America per scampare alla morte. Semplicemente, nonno Moise e la sua famiglia vivranno, in silenzio senza mai fare rumore – come sono abituati gli ebrei – ma vivranno, felici e numerosi.

Ah, il ’38! Che anno, che è stato. Unico e irripetibile, tanto che si fa persino fatica a raccontarlo, a mettere in ordine nella sequenza di eventi, nelle gioie e negli entusiasmi, nei ricordi che s’affollano, nelle nostalgie che non guariscono. Il ’38 è un anno così, che tiene insieme chi c’era e chi aveva ancora da venire al mondo e persino chi se n’era già andato: tutti uniti dall’attesa e dalla speranza e dalla felicità di essere finalmente lì [Elena Loewenthal, Conta le stelle, se puoi]

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Il romanzo “Conta le stelle, se puoi” di Elena Loewenthal mi è piaciuto davvero moltissimo, e questo lo specifico subito. La narrazione procede in modo non sempre scorrevole, sono frequenti i salti temporali e le anticipazioni: è così che di punto in bianco, magari leggiamo il nome di un nipote che nascerà solo anni e anni dopo, ma con l’albero genealogico alla mano è come sfogliare un album fotografico, con fotografie e storie dal 1848 al 2003, saltando da Torino a Fossano, dalla Terra Promessa alle Americhe, lasciandosi cullare dalla musicalità del piemontese mescolato con l’ebraico.

La storia raccontata dalla Loewenthal diventa originale nel momento in cui la scrittrice torinese immagina che a Mussolini venga un colpo secco e muoia, e da qui in avanti la Storia prende una piega diversa: nello stesso anno della morte di Mussolini viene dato il voto alle donne; nel 1938, anno mirabile e irripetibile, finisce il mandato britannico in Terra Santa e nasce lo Stato di Israele, Vittorio Emanuele II abdica e va in esilio in Egitto, nasce quindi la Repubblica italiana e nel 1948 viene abolito il servizio militare.

Pur essendosi prese molte libertà narrative, soprattutto storiche, la Loewenthal descrive bene l’evoluzione della città di Torino: da quando barriera Nizza erano quattro cascine attorniate da prati incolti, all’arrivo degli stabilimenti Fiat e quindi allo sviluppo industriale della porzione sud della città. Come descrive con notevole veridicità l’ubicazione di quello che fu il ghetto ebraico di Torino e del quale oggi non restano che i cancelli di ferro tra via Bogino, via Maria Vittoria e via S. Francesco da Paola.

“Conta le stelle, se puoi” è un titolo evocativo che si ispira ad un episodio della Genesi: quando Dio mostra ad Abramo la volta celeste e gli confida che tanto sarà vasta la sua discendenza. Tornando alla realtà, sappiamo bene che Mussolini non morì nel 1924 e le leggi razziali furono emanate e molti ebrei piemontesi e non solo vennero deportati e uccisi nei campi di concentramento.

Ma Elena Loewenthal non si è arresa e non l’ha data vinta ai fascisti: ha immaginato un lieto fine e una storia diversa per la discendenza di nonno Moise e per tutti gli ebrei, descrivendoci come avrebbe potuto essere la Storia contando i vivi anziché i morti.

Titolo: Conta le stelle, se puoi
L’Autrice: Elena Loewenthal
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: per non arrendersi alla Storia, per immaginare un futuro diverso, felice e numeroso come le stelle della volta celeste