Petros Markaris | La balia

“Maria vive con il fratello minore in un paesino fuori Drama. È originaria del Mar Nero. Da qualche tempo diceva che avrebbe voluto vedere per l’ultima volta la Città (…) Maria è molto in là con gli anni. Se non ha novanta, poco ci manca. Di sicuro ha un fisico molto resistente ma, insomma, un viaggio come questo sarebbe faticoso per una donna della sua età. Ho cercato di dissuaderla, ma non c’è stato niente da fare (…) È partita in pullman da Salonicco. Ma da allora se ne sono perse le tracce (…)” [La balia, Petros Markaris, trad. A. Di Gregorio]

Il commissario Kostas Charitos è ad Istanbul, con la moglie Adriana, con un gruppo di greci. Per i greci, soprattutto quelli chiamati romèi, ovvero nati ad Istanbul e poi migrati in Grecia, la megalopoli turca è ancora chiamata Costantinopoli, oppure la Città. Nel gruppo di greci in visita ci sono persone originarie della Città, come la signora Mouràtoglou, la donna che meglio conosce Istanbul e dispensa curiosità a non finire ai partecipanti della gita.

Charitos e Adriana sono giunti nella Città per cercare di dimenticare un grosso torto subito da parte della figlia Caterina: la ragazza, avvocato di successo, si è sposata civilmente, dando ai genitori – soprattutto alla madre, devota ortodossa – un grande dispiacere.

La Città, con le sue meraviglie da mille e una notte, si dipana sotto gli occhi del gruppo dei greci estasiati. Se Adriana, per sbollire la rabbia, compra oggetti a non finire, Charitos non può fare a meno di avviare paragoni tra la sua Atene e Costantinopoli.

All’improvviso capisco qual è la differenza tra Atene e la Città. Ad Atene le cose da vedere sono meno di quelle da evitare. L’Acropoli, le colonne di Dioniso Olimpo, il Ceramico, mettici pure Sunio, anche se è un po’ fuori mano. Tutto il resto è sepolto (…) Invece a Costantinopoli ogni cosa è esposta alla vista generale, come se chi fosse passato di qua avesse abbandonato tutto in fretta e furia, poi fossero sopraggiunti altri e anche loro avessero abbandonato ogni cosa com’era e per fortuna poi a nessuno fosse venuto in mente di fare ordine. Esci da Santa Sofia e ti inoltri in quartieri pieni di costruzioni poverissime (…) La Moschea Blu è circondata di alberghi hollywoodiani, ma poi entri nel palazzo del Topkapi e ti senti piccolo come Alì Pascia davanti alla Sublime Porta (…) Ti soffermi sulla riva del Corno d’Oro, e tra le case mezzo diroccate il tuo sguardo cade sulla Torre veneziana di Galata (…) Ad Atene, dovunque si affondi una vanga si troverà un resto archeologico. Qui, se affondi una vanga rischi di buttar giù mezza Città [La balia, Petros Markaris, trad. A. Di Gregorio]

Vecchia scuola greca a Fener (fonte: Flickr Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

Dopo un’intensa giornata di visita nel quartiere di Sultanahmet, il gruppo di Charitos viene invitato a mangiare in una tipica taverna greca nel quartiere di Pera; qui, uno scrittore di origini greche, sentendo parlare la sua lingua, interrompe i discorsi del gruppo e chiede se, per caso, tra loro ci sia una certa Maria Hambou. Maria è una donna anziana, sui novant’anni, era stata la sua balia e aveva manifestato l’intenzione di ritornare nella Città per vederla ancora una volta. Ma nel gruppo di Charitos non c’è nessuna Maria.

Qualche giorno dopo, giunge la notizia di una tragica morte a Drama, il paese greco dove Maria viveva. L’anziano fratello della donna è stato trovato morto, avvelenato, mentre di Maria nessuna traccia. Il mistero si infittisce quando, sebbene non si sappia dove sia Maria, una donna di origini greche viene trovata morta avvelenata nel quartiere di Fener, lo storico quartiere romèo.

Charitos si vede affiancare un poliziotto turco, Murat, per condurre le indagini legate agli omicidi e alla scomparsa di Maria. Gli eventi sono collegati? Per scoprirlo, i due dovranno mettere da parte le naturali diffidenze tra greci e turchi, anche se verrà rispolverata una dolorosa storia, il probabile movente degli omicidi. Una vicenda che affonda le sue origini nelle ingiustizie che la minoranza greca ha dovuto subire in Turchia.

La fotografia mostra un vecchio piroscafo dalla ciminiera altissima. È ormeggiato in un porto, e intorno alla poppa è circondato di barche in attesa. Il mare è calmo e, sulla spiaggia, sul fondo, si vedono le case della costa. Dietro la nave si estende una collina coperta di pini (…) Deve trattarsi della nave che ha portato la famiglia di Maria dal Ponto alla Città, dal Mar Nero a Istanbul, penso. Per tutti questi anni si è portata con sé la fotografia e ora l’ha data a Emine, perché sa che la fine si avvicina. Ma dov’è questo porto del Ponto? [La balia, Petros Markaris, trad. A. Di Gregorio]

Moschea Blu, Sultanahmet (fonte: Flickr Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

La balia” di Petro Markaris, tradotto da Andrea Di Gregorio per Bompiani, è un romanzo afferente al genere giallo coinvolgente e molto gradevole. In questo romanzo ci sono tutte le caratteristiche del genere: una serie di crimini, un probabile colpevole, un mistero di risolvere e, in questo caro, due investigatori che inizialmente si osteggiano un po’ a causa delle loro diverse orgini, turche e greche.

In realtà, il giallo in sé è semplice da risolvere e il movente è uno dei più classici in assoluto: la vendetta. E allora perché promuovo a pieni voti questo intenso romanzo? Ho apprezzato “La balia” per diversi motivi: lo stile ironico e accattivante della scrittura di Markaris; il carattere un po’ burbero ma solo in apparenza del commissario Kostas Charitos; le descrizioni stupende della Città e della storia della comunità romèa di Istanbul.

Petros Markaris è nato a Istanbul, per cui ha certamente a cuore la Città e la minoranza greca; questi sentimenti emergono nel romanzo che, sebbene sia impostato come un giallo, parla molto della comunità romèa e trattandosi per me di una nuova scoperta, ho dato immediatamente più peso a questo aspetto, anziché al giallo in sé.

In epoca bizantina erano molti i greci, definiti romèi, che vivevano a Costantinopoli; con la sua caduta e l’avvento degli Ottomani, i greci si spostarono nel quartiere di Fener. Nel 1921, però, i turchi fecero di tutto per mandar via i cittadini di lingua greca, tanto che nel 1923 iniziarono le migrazioni forzate di massa. Nel 1955 ci fu un pogrom contro i romèi voluto dall’allora dittatore turco e infine, con l’inasprisi della crisi di Cipro, nel 1964 la comunità romèa fu nuovamente colpita in modo pesante. Oggi i cittadini di lingua greca a Istanbul sono pochi e quasi tutti vivono nel quartiere di Fener.

È attorno a questi dolorosi fatti che Markaris compone il suo romanzo. E regala ai lettori descrizioni della Città intense e vive: da Sultanahmet con i suoi monumenti di importanza mondiale, ai quartieri di Fener e Balat, dai colori e profumi del Kapalıçarşı – dove Adriana compra l’impossibile pur non riuscendo nell’arte della contrattazione – ai quartieri asiatici raggiungibili grazie ai traghetti sul Bosforo, fino alle stupende descrizioni dei tramonti sul Corno d’Oro.

Un romanzo consigliato a chi ama il genere giallo e le ambientazioni dal sapore orientale; per chi vuole conoscere la storia dei cittadini di lingua greca che abitano in Turchia, una storia forse poco nota ma molto affascinante, e chi vuole scoprire una Istanbul molto lontana dalle classiche rotte turistiche.

Titolo: La balia
L’Autore: Petros Markaris
Traduzione dal greco: Andrea Di Gregorio
Editore: Bompiani
Perché leggerlo: perché il giallo è basato sulla storia della minoranza greca in Turchia e perché la scrittura di Markaris conduce il lettore alla scoperta delle culture e dei popoli che si affacciano sul Mar Egeo

(© Riproduzione riservata)

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Isaac Bashevis Singer | Nemici. Una storia d’amore

Lui intanto rifletteva su come fosse fantastico essere in America, in un paese libero, senza la paura dei nazisti, della polizia segreta russa, delle guardie di confine, degli informatori. Non aveva nemmeno portato con sé la carta di identità. Negli Stati Uniti non chiedevano i documenti a nessuno. Però non riusciva a dimenticare che in una strada tra Mermaid e Neptune Avenue Jadwiga lo stava aspettando (…) Quelle donne avevano diritti legittimi su di lui, non se ne sarebbe mai liberato [Nemici. Una storia d’amore, Isaac B. Singer, trad. M. Morpurgo]

Coney Island, anni Quaranta. Herman si sveglia nel suo asettico appartamento newyorkese, la sua seconda moglie Jadwiga lo attende in cucina con la colazione pronta e la tavola apparecchiata. Herman è un ebreo polacco, scampato ai nazisti proprio grazie a Jadwiga, la contadina polacca che lo ha tenuto nascosto nel fienile dei suoi padroni per tre lunghi anni.

Herman, una volta terminata la guerra, ha immediatamente fatto richiesta per entrare in America, il grande paese che ai suoi occhi da profugo polacco appariva come il migliore al mondo. Tamara, la prima moglie di Herman, è morta in un campo di concentramento, assieme ai loro due figli piccoli. Così, Herman ha deciso di ricominciare dall’America, riprendere tutto daccapo, compreso un nuovo matrimonio, con la donna polacca che lo ha salvato dalla furia dei nazisti.

Ma Herman, mentre era in Germania in attesa di imbarcarsi sul piroscafo che avrebbe portato lui e la nuova consorte in America, conosce Masha. Masha è una donna volitiva, capricciosa, ma tosta: è sopravvissuta ai campi di lavoro nazisti e anche lei ha tutte le migliori intenzioni per ricominciare da zero negli Stati Uniti.

Herman perde la testa per Masha, che diventa la sua amante. In America, Herman trova uno squallido lavoro presso un avido rabbino: Herman è il suo ghostwriter, ma per fare la spola tra Coney Islanda, dove vive, e il Bronx, dove vive la sua amante Masha, Herman spiega alla moglie Jadwiga che vende anche i libri del rabbino in giro per la costa orientale.

Così, Herman inizia la sua doppia vita, un’esistenza costellata di continue menzogne alla moglie Jadwiga e dei capricci di Masha, che si dimostra una donna prepotente, gelosa e volubile.

Mentre Herman si districa tra bugie e verità, tra lunghi viaggi tra Coney Island e il Bronx, tra le sgridate del rabbino e le scenate di Masha, un giorno riceve una telefonata da un lontano parente. C’è un’importante novità per Herman: la donna che lui credeva morta, la prima moglie ebrea Tamara, pare che sia viva e sembra proprio che sia a New York.

Nella tristezza si consuma la mia vita e i miei anni tra i sospiri, vien meno per mia colpa la mia forza e si consumano le mie ossa. Sono diventato un obbrobrio per tutti i miei nemici, una cosa spregevole per i miei vicini, e il terrore dei miei conoscenti [Nemici. Una storia d’amore, Isaac B. Singer, trad. M. Morpurgo]

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Skyline di New York (fonte: Wikipedia)

Nemici. Una storia d’amore” di Isaac Bashevis Singer (trad. M. Morpurgo, Adelphi) è il primo romanzo del premio Nobel per la Letteratura Isaac B. Singer che ho il piacere di leggere. Ciò che più di ogni altra cosa mi ha colpita, della penna di Isaac B. Singer, è la capacità di condurre il lettore nel cuore della storia. Qui, in questo romanzo, non si tratta solo di leggere belle descrizioni di luoghi o persone: in “Nemici. Una storia d’amore” si ha la vera sensazione di vivere la storia, perché essendo narrato in terza persona Singer illustra ed esprime in estremo dettaglio i pensieri, le paure, le gioie e le delusioni di tutti i suoi personaggi.

Ho apprezzato i numerosi rimandi alla cultura ebraica, presenti sottoforma di festività, prescrizioni sulla dieta e sulla vita quoditiana; al fondo del libro si trova un glossario molto interessante per approfondire o lasciarsi incuriosire dalla cultura ebraica, che è particolarmente complessa ma molto affascinante.

Ho amato parecchio le riflessioni su ciò che ha colpito e cambiato in modo irreparabile i protagonisti: la Seconda Guerra Mondiale e le sue dirette conseguenze, primo su tutti l’Olocausto, la morte di milioni di persone innocenti. E spesso i protagonisti riflettono sulla condizione di sopravvissutto e sulla vergogna di avercela fatta mentre parenti, amici e conoscenti sono spirati dopo numerosi stenti nei campi o durante le lunghe marce della morte.

Ognuno di loro ha incubi e preoccupazioni, ma le menti sono occupate sempre dai nazisti. Per Herman, i nazisti sono coloro che lo hanno costretto a vivere per tre anni nascosto in un fienile; per Jadwiga, cristiana al momento della Guerra, i nazisti sono stati coloro che le hanno fatto rischiare la vita quotidianamente per tenere nascosto Herman, l’ebreo. Per Masha i nazisti e i russi solo coloro che le hanno fatto vivere l’orrore dei campi di concentramento e di lavoro; per Tamana i nazisti sono coloro che le hanno ucciso i figlioletti davanti ai suoi occhi.

Mi è piaciuto leggere come i profughi polacchi, nella persone di Herman, Jadwiga, Masha e Tamara, hanno reagito all’arrivo in America. Herman continua a vedere nazisti ovunque, li sogna e li teme come se non fosse mai uscito dalla Polonia; Jadwiga si rifiuta di imparare l’inglese, ma vuole avvicinarsi alla cultura ebraica; Masha lavora in una tavola calda, vorrebbe lasciarsi alle spalle l’orrore ma non riesce, perché ciò che ha vissuto non è possibile che venga dimenticato; infine Tamara, la donna che in Polonia ha lasciato tutta la sua vita, i suoi figli, e per lei l’America è un posto come un altro.

Ciò che ho apprezzato meno, invece, è a tratti la lentezza della storia e i momenti in cui sembrava che, pagine dopo pagine, gli eventi si ripetessero nello stesso modo e che le vicende non procedessero. Le menzone di Herman si ripetevano spesso; talvolta i capricci di Masha erano davvero esagerati; ho provato pena per Jadwiga, la seconda moglie tradita e trattata come un’idiota da Herman. Herman stesso in certi punti mi ha irritato con la sua incapacità di prendere in mano la situazione e di decidere cosa fare per sistemare i guai originatisi a causa delle sue bugie.

Nel complesso lo giudico un buon romanzo, in particolare per l’approfondimento sulla condizione di profughi europei in America, sulla cultura ebraica e sulle riflessione storiche sulla Shoah.

Titolo: Nemici. Una storia d’amore
Autore: Isaac Bashevis Singer
Traduzione dall’inglese: Marina Morpurgo
Editore: Adelphi
Perché leggerlo: è un buon romanzo, in particolare per l’approfondimento sulla condizione di profughi europei in America, sulla cultura ebraica e sulle riflessione storiche sulla Shoah

 

Sabahattin Ali | Madonna col cappotto di pelliccia

Solo che io, dopo quello che avevo vissuto, non sarei più potuto ripiombare nel torpore di un tempo. Desideravo viaggiare in lungo e largo, incontrare persone che parlavano la mia lingua o idiomi a me sconosciuti e, ovunque sarei andato, negli occhi di tutte le donne che avrei incontrato, avrei cercato Maria Puder, la Madonna col cappotto di pelliccia. Fino all’ultimo respiro [Madonna col cappotto di pelliccia, Sabahattin Ali, trad. B. La Rosa Salim]

Ankara, anni Trenta. Un giovane ragazzo turco perde il lavoro all’improvviso e un suo conoscente gli offre un nuovo impiego nella sua azienda. Il ragazzo si trova a dividere l’ufficio con un certo Raif Effendi, un uomo maturo piuttosto silenzioso e misterioso.

Raif Effendi è un traduttore: traduce da e verso il tedesco perché nel precedente decennio era stato per lungo tempo a Berlino, in Germania. L’uomo è schivo e timido, i colleghi lo trattano con sufficienza e spesso gli attribuiscono colpe che lui non ha commesso; eppure, Raif Effendi subisce tali angherie senza mai ribellarsi.

Un giorno, il giovane ragazzo si ritrova a casa di Raif Effendi per consegnargli un’urgente lavoro di traduzione. Raif Effendi è costretto a letto, malato, e il giovane scopre che anche in casa l’uomo viene trattato molto male dai suoi parenti.

Quando la salute di Raif Effendi peggiora, l’uomo suggerisce al giovane ragazzo di leggere il suo diario perché nel piccolo taccuino sono riassunti gli anni trascorsi a Berlino. Raif Effendi, attraverso i suoi scritti, racconta con bruciante passione l’incontro con un dipinto, ad una mostra nella capitale tedesca: “Madonna col cappotto di pelliccia” è un magnetico autoritratto che per settimane entra nella mente del giovane Raif Effendi e non ne esce più.

Finché, una sera in un parco poco illuminato di Berlino, Raif Effendi incontra la donna dipinta nel quadro: è Maria Puder, la pittrice cabarettista che ha immortalato se stessa ne “Madonna col cappotto di pelliccia“. Inizia una travolgente storia d’amicizia e di passione tra i due giovani, un’amore sconfinato e travolgente che cambierà per sempre la vita di Raif Effendi.

Non ricordavo di essere mai stato così felice in tutta la mia vita, non mi ero mai sentito tanto appagato. Come poteva una persona, quasi senza fare niente, arrecare una tale felicità a un’altra? Solo con un sorriso amichevole, pulito… E io in quel momento non desideravo altro. Ero l’uomo più ricco del mondo. [Madonna col cappotto di pelliccia, Sabahattin Ali, trad. B. La Rosa Salim]

Ibrahim Calli, pittore turco (fonte: Wikipedia)

Madonna col cappotto di pelliccia” di Sabahattin Ali ritorna in libreria con la nuova traduzione di Barbara La Rosa Salim per Fazi editore. Fu pubblicato per la prima volta in Turchia nel 1942, sei anni prima che Ali venisse ucciso sul confine tra Turchia e Bulgaria, durante la sua fuga verso l’Europa, ed è stato di recente “riscoperto” dai giovani turchi, i quali si sono sentiti riflessi in Ali che fu dissidente del governo della sua epoca.

Si tratta di un romanzo denso d’amore, ricordi e sentimenti che travolgono i protagonisti proprio come la bufera infernale dei lussuriosi dell’Inferno di Dante; tra Raif Effendi e Maria Puder, ebrea tedesca ma originaria di Praga, l’incontro a Berlino è l’inizio di una nuova vita, il punto di principio di un’esistenza da percorrere assieme. Purtroppo, il destino ha in serbo per loro spiacevoli sorprese. Così, proprio come un fragile cristallo, all’improvviso tutto va in pezzi.

Tutti gli incontri e i legami sono una mera illusione. Le persone possono conoscersi fino a un certo punto, possono costruirsi degli alibi, ma poi, un bel giorno, si rendono conto degli errori commessi e, in preda alla disperazione, lasciano tutto e scappano. Questo non accadrebbe, se solo la smettessero di credere nei sogni e si accontentassero di ciò che è raggiungibile [Madonna col cappotto di pelliccia, Sabahattin Ali, trad. B. La Rosa Salim]

Madonna col cappotto di pelliccia” non è solo il racconto dell’amore tra Raif Effendi e Maria Puder; contiene anche una riflessione molto profonda e intensa sull’amore in generale, sulle diverse culture, sull’amicizia e sul destino che travolge ognuno di noi, nel bene o nel male.

Profondo e intenso, il romanzo di Sabahattin Ali è narrato in modo fluido, armonico e scorrevole. È un romanzo bello da leggere, la penna di Ali è delicata come il tocco di un pittore sulla tela; un romanzo che per me è stata una piacevole scoperta.

Le nostre emozioni, le nostre delusioni, i nostri attacchi d’ira sono generati sempre dagli aspetti fortuiti e impenetrabili degli eventi che accadono. È possibile scuotere un uomo che è pronto a tutto e che sa perfettamente cosa aspettarsi e da chi? [Madonna col cappotto di pelliccia, Sabahattin Ali, trad. B. La Rosa Salim]

Titolo: Madonna col cappotto di pelliccia
L’Autore: Sabahattin Ali
Traduzione dal turco: Barbara La Rosa Salim
Editore: Fazi editore
Perché leggerlo: perché è un romanzo gradevole, delicato e sensibile, benché tratti di brucianti passioni e drammatici destini

(© Riproduzione riservata)

Elias Canetti | Le voci di Marrakech

Davvero in quel momento mi sembrò di essere altrove, di aver raggiunto la meta del mio viaggio. Da lì non volevo più andarmene, ci ero già stato centinaia di anni prima, ma lo avevo dimenticato, ed ecco che tutto ritornava in me. Trovavo nella piazza l’ostentazione della densità, del calore della vita che sento in me stesso. Mentre mi trovavo lì, io ero quella piazza. Credo di essere sempre quella piazza [dal racconto Visita nella Mellah, E. Canetti, trad. B. Nacci]

Le voci di Marrakech” di Elias Canetti (trad. B. Nacci, Adelphi) porta come sottotitolo “Note di viaggio” pur apparendo a prima vista un’antologia di racconti; sono tra loro collegati, i racconti di questa raccolta, e si trattano a tutti gli effetti di appunti e riflessioni riguardanti il viaggio che compì Canetti nel 1954 in Marocco.

Negli scritti di Canetti rivive l’anima più intima del Marocco, un luogo lontano e diverso da quello di provenienza dello scrittore. Attraverso le vicende di ciechi, cammellieri, donne velate misteriose, commercianti, mendicanti, impostori ed ebrei, Canetti porta il lettore nel cuore della città di Marrakech, descritta utilizzando parole a tratti poetiche e a tratti crude.

C’è aroma nei suk, e freschezza, e varietà di colori. L’odore, che è sempre piacevole, cambia a poco a poco secondo la natura delle merci. Non esistono nomi, né insegne, e neppure vetrine. Tutto ciò che si vende è in esposizione. Non si mai quanto costeranno gli oggetti, né essi hanno infilzati i cartellini dei prezzi, né i prezzi sono fissi [dal racconto I suk, E. Canetti, trad. B. Nacci]

Le mura, autore Nouaman Bentaj (fonte: Flickr, Dominio pubblico)

Sullo sfondo della confusionaria e affascinante città compaiono ora personaggi assillanti, ora cantastorie e ora scrivani. È un affresco corposo e interessante quello tratteggiato da Canetti a proposito della Marrakech degli anni ’50, forse non molto diverso da come si presenterebbe oggi agli occhi del viaggiatore. Canetti cammina lungo le vie, per le strade, appuntando mentalmente ciò che poi vorrà imprimere su carta.

Quando si viaggia si prende tutto come viene, lo sdegno rimane a casa. Si osserva, si ascolta, ci si entusiasma per le cose più atroci solo perché sono nuove. I buoni viaggiatori sono gente senza cuore [dal racconto Le grida dei ciechi, E. Canetti, trad. B. Nacci]

Le voci di Marrakech” di Elias Canetti è l’ideale guida sentimentale per percorrere – mentalmente o realmente – le strette e confuse vie della città marocchina che, in questi brevi racconti e voci, è l’assoluta protagonista.

Marrakech, autore Carlos (fonte: Flickr, Dominio pubblico)

Titolo: Le voci di Marrakech
L’Autore: Elias Canetti
Traduzione: Bruno Nacci
Editore: Adelphi
Perché leggerlo: per sognare il Marocco, con il suo fascino e le sue contraddizioni

(© Riproduzione riservata)

Le migliori letture del 2018: la mia personale classifica

Fine anno, tempo di bilanci. A fine anno trovo piacevole guardarmi indietro e ripercorrere i passi compiuti; riguardo alle mie due passioni, le letture e i viaggi, mi ritengo decisamente soddisfatta.

Quest’anno ho letto una decina di libri in meno rispetto al 2017 e non ho recensito tutti i volumi letti, soprattutto quei testi che a mio avviso non meritavano che io perdessi tempo a scriverci qualcosa. È chiaro che leggendo parecchi libri accade di incappare in letture noiose o mediocri, ma per fortuna nel mio caso sono in numero maggiore le letture piacevoli.

Procedono i progetti di lettura sul Nord Europa e dell’Est Europa; come avrete notato, la letteratura europea è sempre la mia preferita poiché, come dico spesso, talvolta mi sento più europea che italiana; ho scoperto nuovi Autori e Autrici molto interessanti, alcuni li terrò d’occhio e appena torneranno in libreria correrò ad acquistare i loro volumi; ho continuato a seguire le mie case editrici preferite, che vedrete ben rappresentate nelle migliori letture del 2018.

Bando alle ciance, vi presento le migliori letture del 2018!

Le migliori letture del 2018 in posa per voi!

I MIGLIORI ROMANZI

Patria” di Fernando Aramburu (trad. B. Berni, Guanda). Se dovessi indicarvi un solo libro eccezionale per l’anno appena trascorso, non potrebbe che essere “Patria” di Fernando Aramburu; si tratta di un romanzo splendido che a distanza di mesi dalla lettura continua a richieggiarmi nell’anima, il segno che ho letto grande letteratura. E poi, mi è venuta voglia di visitare Euskadi, San Sebastian in particolare, ma questa è un’altra storia.

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Resto qui” di Marco Balzano (Einaudi). È il secondo romanzo di Balzano che leggo, e “Resto qui” mi ha proprio conquistata. Forse l’ho letto troppo velocemente, ma è uno di quei libri che non si riesce proprio a mettere giù. È la storia di chi, seppur modesto e povero, ha cercato di opporre resistenza agli invasori. Quando sono arrivata a Curon Venosta, ho visto il lago di Resia con il suo campanile che sorge dalle acque l’emozione è stata davvero forte.

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La manutenzione dei sensi” di Franco Faggiani (Fazi editore). Tra le belle montagne del Piemonte, a due passi con la Francia, si svolge la storia tra un padre e un figlio adottivo affetto dalla Sindrome di Asperger. Questo breve romanzo è denso, toccante e tenero, un altro di quelli che hanno lasciato il segno dentro di me per la loro semplicità e allo stesso tempo per la loro capacità di toccare le corde più interne dell’anima. Il fatto che io ami l’alta Val di Susa direi che ha fatto il resto per rendere indimendicabile questo libro.

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Cucinare un orso” di Mikael Niemi (trad. A. Albertari e A. Scali, Iperborea). Un romanzo giallo – ma non solo – ambientato nel profondo Nord della Lapponia svedese, al confine con Norvegia e Finlandia; un pastore di anime investigatore come protagonista principale, amante delle scienze naturali e del ragionamento, e un disgraziato sami come spalla. Aggiungiamo una buona dose di ironia e poesia nordica e il romanzo perfetto è servito. Come immaginerete, tempo un paio di pagine e mi sono ritrovata a sognare la contea del Norrbotten.

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L’ultimo amore di Baba Dunja” di Alina Bronsky, (trad. S. Forti, Keller editore). Ho deciso di leggere questo breve romanzo per due motivi: la bella copertina, piccola opera d’arte, e per l’ambientazione, l’Ucraina. Baba Dunja è una donna anziana, forte e rude, ma che sa essere tenera e pratica all’occorrenza. Vive nei territori contaminati dall’esplosione della centrale nucleare di Chernobyl’, ma intanto di qualcosa dovrà pur morire, no? Sono stata conquistata da Baba Dunja, dai suoi vicini e dal telefono stregato sin dalle prime pagine. E sì, è ovvio che mi son messa a sognare l’Ucraina.

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I MIGLIORI LIBRI DI VIAGGIO

Sovietistan. Un viaggio in Asia Centrale” di Erika Fatland (trad. E. Kampamann, Marsilio). Leggere tutto d’un fiato un reportage corposo come quello dell’antropologa norvegese Erika Fatland è possibile solo se si è davvero appassionati alla storia dell’ex-Unione Sovietica e alle regioni dell’Asia Centrale. Nel mio caso, che sono inconsciamente attratta da queste aree remote e affascinanti, “Sovietistan” ha rappresentato una lettura illuminante, intelligente e molto, molto interessante.

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Arabia felix” diThorkild Hansen (trad. D. Unfer, Iperborea). Nel 1761 dal porto di Copenaghen parte una nave da guerra, la Grønland, con cinque emeriti scienziati a bordo. La loro missione è di scoprire perché lo Yemen è un paese felice. Il viaggio durerà anni e attraverserà innumerevoli paesi; si raccoglieranno informazioni interessanti, sulla flora e la fauna delle regioni percorse, e si cercherà di raggiungere lo Yemen valicando l’impervio deserto che collega la penisola del Sinai con l’Arabia. “Arabia felix” è un libro che parte in sordina ma crescendo in modo verticoso mi ha totalmente catturata. Racconta di un viaggio pericoloso, conturbante, a tratti drammatico, ma cosa avrei dato per salire sulla Grønland se a quell’epoca ci fossi stata anche io…!

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I MIGLIORI LIBRI DI SAGGISTICA E STORIA EUROPEA

1947” di Elisabeth Åsbrink (trad. A. Borini, Iperborea). La scrittura Åsbrink ha un dono incredibile: permette al lettore di fare un viaggio nel tempo. La scrittrice svedese prende un anno, il 1947, e lo seziona, mese per mese, raccontando ai lettori gli eventi e i personaggi cruciali. Nel 1947 sono accadute molte cose e ognuna di esse, tra quelle scelte dalla Åsbrink, ha avuto e ha una ricaduta sul nostro presente. “1947” è un vorticoso giro del mondo, leggere questo saggio storico, perfettamente scorrevole e piacevole, è come salire su una di quelle giostre che ruotano a folle velocità e una volta scesi, inevitabilmente, non potrete più essere gli stessi.

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Paesaggi contaminati. Per una nuova mappa della memoria in Europa” di Martin Pollack (trad. M. Maggioni, Keller editore). Amo l’Europa, la amo nonostante le contraddizioni, le incoerenze, le difficoltà nel gestire le crisi che inevitabilmente ci piomberanno addosso nei prossimi anni. Amando l’Europa ho letto con trasporto ed emozione “Paesaggi contaminati” di Martin Pollack perché il bravissimo autore austriaco racconta le pagine più buie e crude della storia del mio amato continente: pagine intrise del sangue degli innocenti che nel corso del Novecento sono stati massacrati nel silenzio e oggi paiono caduti nell’oblio.

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Un album di storie” di Andonis Gheorghìu (trad. V. Gilardi, Stilo editrice). Se non avessi letto questo libro prima di partire per Cipro, è probabile che io non avrei poi amato così tanto Cipro. Gheorghìu è un giornalista cipriota che vive a Limassol e in questo libro sceglie di raccontare la sua isola attraverso le voci delle persone, i ricordi, i racconti, i ritagli di giornale, le immagini fotografiche, le lettere, i tiletti, i manifesti pubblicitari e gli oggetti. Ne viene fuori un ritratto sublime dell’isola di Cipro, un’isola divisa che solo quarant’anni fa ha conosciuto una guerra sanguinosa e violenta. Se ho amato così tanto Cipro, se a Nicosia mi sono emozionata così tanto, è anche e soprattutto merito di Andonsi Gheorghìu.

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BONUS: UN ATLANTE

Atlante delle frontiere. Muri, conflitti, migrazioni” di B. Tertrais e D. Papin (trad. M. Aime, add editore). Sono troppo giovane per ricordarmi il Muro di Berlino, ero molto piccola quando la notte del 9 novembre del 1989, a colpi di mazza e scalpello, con l’ausilio di ruspe e di draghe, veniva abbattuto quell’odioso simbolo della divisione tra Ovest ed Est. Quest’estate ho però avuto l’occasione di attraversarlo, un muro, fatto di cancellate, barricate provvisiorie, filo spinato arrugginito e bidoni di metallo; ho attraversato a piedi il confine tra la Repubblica di Cipro e Cipro del Nord, a piedi, tra Nicosia Sud e Nicosia Nord. Un giorno – mi auguro – che questo muro crollerà, e che le “due” Cipro verranno riunite. Purtroppo, quello di Nicosia non è l’unico muro al mondo e se vi capiterà di leggere – e ve lo consiglio – questo bellissimo “Atlante delle frontiere” capirete e scoprirete molte cose.

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Bene, la classifica delle mie migliori letture del 2018 si ferma qui. Ora tocca a voi: qual è o quali sono le vostre migliori letture dell’anno?

Letture in giro per l’Europa: cinque libri che ho portato con me

Un viaggio inizia sempre con un libro. Grazie alla lettura ho scoperto informazioni preziose sui luoghi che avrei visitato, dettagli e storie che diversamente non avrei trovato nelle guide turistiche; su quest’ultime si trovano notizie importanti legate alla logistica, alla valuta corrente, ai cibi tipici, ai monumenti più famosi, agli eventi o alle sagre, al clima e magari qualche formula di cortesia.

Le guide turistiche sono impersonali e ciò che a loro manca lo forniscono i libri: le emozioni. Per questo, se ne ho l’occasione, prima di partire per un viaggio leggo un romanzo, una raccolta di racconti, un diario o un saggio sul luogo che mi accingo a visitare.

C’è un libro in particolare, uno dei migliori letti nel 2018, che mi ha raccontato l’isola che avrei visitato con tale trasporto ed emozione che, una volta raggiunta, non ho potuto che constatare che avevo iniziato ad affezionarmici prima di partire, quando il viaggio era solo un sogno lontano.

È questo l’insegnamento più prezioso di quest’anno, la sublimazione delle mie due passioni, libri e viaggi: mi sono resa conto che io i luoghi inizio ad amarli attraverso le pagine di un libro. 

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Marzo 2018, viaggio a Sofia (Bulgaria) con il libro “Ad est dell’Occidente” di Miroslav Penkov (trad. A. Arduini, Neri Pozza)

A fine marzo, mia cugina ed io siamo atterrate a Sofia mentre infuriava una bufera di neve. Ho camminato tra le viuzze di Sofia con gli occhi spalancati, cercando di registrare ogni dettaglio possibile. Mi è stato restituito il ritratto di una città che definirei una Bella addormentata, affascinante e con interessanti potenzialità da sfruttare, quieta e vivibile. Sofia è una capitale balcanica da ammirare con rispetto e senza alcun pregiudizio.

La moschea Banja Bashi di Sofia, Bulgaria (foto: Claudia)

Cosa ho imparato a Sofia: talvolta la bellezza vera, ruvida e autentica, è nascosta nei dettagli. Cercatela bene.

Cosa ho scritto su Sofia: Suggestioni dall’Est Europa: consigli per un viaggio a Sofia e 10 curiosità su Sofia, Bulgaria

Cosa ho letto su Sofia e la Bulgaria: “Ad est dell’Occidente” di Miroslav Penkov, una raccolta di racconti ambientati tra la Bulgaria e gli Stati Uniti dove i protagonisti sono giovani e vecchi bulgari alle prese con i ricordi, le speranze e gli insuccessi, sempre divisi tra due mondi: l’Est, dove sono intrappolati, e l’Ovest, che sognano ad occhi aperti.

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Giugno 2018, viaggio a Stoccolma (Svezia) con il libro “Nel nome di mio padre” di Viveca Sten (trad. A. Ferrari, Feltrinelli)

La Svezia è sempre stato un mio sogno. Atterrata all’aeroporto di Arlanda non avevo ancora realizzato di essere davvero in Svezia e il colpo di fulmine vero è scattato sulla metropolitana di Stoccolma quando, all’improvviso, ecco comparire Gamla Stan, il centro storico della capitale svedese, l’immagine da cartolina che sognavo da anni. Stoccolma è la più bella capitale europea tra quelle visitate finora e Sandhamn, isola dell’arcipelago di Stoccolma, è uno dei luoghi più belli che io abbia mai visto.

Gamla Stan al tramonto (foto: Claudia)

Cosa ho imparato a Stoccolma: chi è geneticamente programmato per amare il Nord Europa non potrà che commuoversi di fronte a tanta bellezza e necessariamente si ritroverà a voler ritornare in Nord Europa

Cosa ho scritto su Stoccolma: Viaggio a Stoccolma, istruzioni per realizzare un sogno e Stoccolma e arcipelago, una piccola guida letteraria

Cosa ho letto su Stoccolma e arcipelago: “Nel nome di mio padre” di Viveca Sten, un romanzo giallo godibile, ben scritto e coinvolgente. Ambientato tra Stoccolma e l’isola di Sandhamn, nell’arcipelago, la Sten racconta due storie parallele, lontane tra loro nel tempo, ma destinate ad intrecciarsi. Un romanzo imprescindibile per innamorarsi dell’isola di Sandhamn (e della Svezia).

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Settembre 2018, viaggio a Cipro con il libro “Un album di storie” di Andonis Gheorghìu (trad. V. Gilardi, Stilo editrice)

Questo è stato il miglior viaggio del 2018, diciamolo subito. L’isola di Cipro è semplicemente un concentrato di meraviglie, perché è una terra dove le emozioni sono forti come il caldo e vale la pena di essere visitata. Che trepidazione mettere piede nelle Tombe dei Re, quanta eleganza ha la luce del tramonto, quanto fascino si nasconde nel cuore verde di Cipro, sui Monti Troodos, e quanto è stato insolito varcare la frontiera pedonale tra Nicosia Sud e Nicosia Nord dopo il rigoroso controllo dei documenti di identità.

Cipro è un piccolo scrigno di tesori, è un’isola che va scoperta attraverso occhi curiosi, dove mi auguro che il turismo di massa non arrivi mai perché la mia isola del cuore merita rispetto e i segni che la Storia ha lasciato qui sono dappertutto e non sempre legati a ricordi felici.

Tramonto a Petra tou Romiou, la spiaggia di Afrodite (foto: Claudia)

Cosa ho imparato a Cipro: ho capito che sono in grado di amare un luogo attraverso le pagine, molto prima di metterci piede fisicamente e Cipro sarà per sempre la mia isola del cuore

Cosa ho scritto su Cipro: Viaggio a Cipro, pensieri emotivi sparsi di un microcosmo di meraviglie e 10 curiosità sull’isola di Cipro

Cosa ho letto su Cipro: “Un album di storie” di Andonis Gheorghìu, un libro che sfugge ad ogni genere, scritto con uno stile accattivante, colloquiale e con una punteggiatura a tratti strampalata. Chi lo leggerà, si sentirà gradito ospite delle famiglie greco-cipriote e turco-cipriote, le quali racconteranno aneddoti allegri o dolorosi. Si percepiranno gli echi della guerra, gli spari dei fucili d’assalto e il boato delle mine antiuomo; si capirà, leggendo, che è un libro che racconta Cipro ma parla di tutti noi: è una serie di storie universali che insegnano cosa accade quando qualcuno incomincia a sottolineare le differenze e a portare gli altri sulla strada della violenza

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Ottobre 2018, viaggio in Val Venosta (Italia) con il libro “Resto qui” di Marco Balzano (Einaudi)

Amo il Trentino Alto Adige, ci ho soggiornato una decina di volte e in ogni occasione mi accorgo di quanto sia verde e sublime questa regione italiana. Tra le destinazioni originali dell’Alto Adige spicca senza dubbio il campanile di Curon Venosta, nell’omonima valle, che spunta dalle acque del grande Lago di Resia. Il bellissimo romanzo “Resto qui” di Marco Balzano è stato il pretesto per organizzare, ad ottobre, un rapido fine settimana on the road in Alto Adige. E vedere il campanile comparire dalle acque del lago, conoscendo le storie che vi sono alle spalle, è stata una vera e propria emozione.

“Resto qui” è tornato a casa (foto: Claudia)

Cosa ho imparato in Val Venosta: talora il luoghi, a prima vista sorprendenti o particolarmente belli, nascondono storie drammatiche e molto tristi

Cosa ho scritto sulla Val Venosta: ancora nulla… ma rimedierò!

Cosa ho letto sulla Val Venosta: “Resto qui” di Marco Balzano, un romanzo dove è stata data voce ad un luogo che a prima vista sembra semplicemente una bizzarria, un campanile romanico perfettamente restaurato che emerge dalle cupe acque di un lago alpino, ma che in realtà nasconde storie lunghe e travagliate. Forse come quelle di Trina ed Erich, di un angolino di Sud Tirolo, di chi, nonostante i soprusi, guerre e violenze, ha cercato di non arrendersi, ha cercato di resistere.

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Dicembre 2018, viaggio a Vilnius (Lituania) con il libro “Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944” di Grigorij Šur (trad. P. Buscaglione Candela, Giuntina Casa Editrice)

Ah, cara Vilnius, quanto ti sei fatta amare, con le tue costruzioni bianche, con i tuoi parchi innevati, con la tua cruda Storia che grida dalle mura dei vecchi ghetti ebraici e dalla stanza delle esecuzioni del KGB, con i tuoi due fiumi dai nomi romantici – Neris e Vilnia – con quelle tenere e dolci colline, con i tuoi silenzi assordanti e la tua voglia di sussurrarmi racconti nuovi ad ogni passo.

Come non restare ammaliati da Vilnius, dai suoi angoli fatiscenti e dai suoi palazzi tronfi e splendenti?

La Sinagoga di Vilnius, l’unica sopravvissuta alla furia dell’occupazione nazista in Lituania (foto: Claudia)

Cosa ho imparato a Vilnius: che sono decisamente affetta dalla nostalgia baltica e la cura è l’eterno ritorno

Cosa ho scritto su Vilnius: Viaggio a Vilnius, piccola guida emotiva per scoprire la capitale della Lituania

Cosa ho letto su Vilnius: Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944” di Grigorij Šur, una preziosa perché è scritta da colui che assiste e osserva il crescendo della follia nazista nei confronti della comunità ebraica di Vilnius, raccontando con uno sguardo lucido e oggettivo. Si tratta di un documento fondamentale perché descrive la vita e la morte degli ebrei di Vilnius mentre il dramma si compie. È importante leggere questa testimonianza e farla propria perché mostra fin dove può spingersi la follia degli uomini, una follia che non dovrebbe ripetersi mai più.

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Chissà se con questo articolo un po’ strampalato che unisce due mie passioni, le letture e i viaggi, vi ho ispirati. Nell’augurarvi un buon 2019 ricco di positività e di vostre passioni, vi lascio una delle immagini più belle vissute durante il viaggio a Cipro.

Al tramonto, sulla spiaggia di ciottoli di Petra tou Romiou, il sole all’improvviso ha iniziato a riflettersi sui sassi della battigia e io ero così felice, in quel momento, che ho pensato di intrappolare per sempre quella splendida luce riflessa, magari dentro una scatolina, e aprire questo piccolo scrigno per rivederla quando sarò un po’ triste e per rivivere quell’attimo di felicità.

Vi auguro di incamerare molti bei ricordi, attimi felici, piccoli dettagli gioiosi, e di utilizzarli per rischiarare i momenti in cui, inevitabilmente, la vita prenderà una piega un po’ triste.

Tadeusz Pankiewicz | Il farmacista del ghetto di Cracovia

Nonostante tutto, in quell’epoca non si accettava ancora l’idea dell’assassinio di massa, della messa a morte col gas, delle cremazioni nei forni. Ma sempre più sovente pervenivano voci sulle atrocità che avevano luogo nel momento in cui la gente veniva caricata sui vagoni, su misteriose stazioni senza nome, su binari morti che quei treni pieni di gente in attesa per giornate intere senza cibo né acqua imboccava prima di sparire nel folto delle foreste circondate da fili spinati, da dove non giungeva più alcuna voce [Il farmacista del ghetto di Cracovia, T. Pankiewicz, trad. I. Picchianti]

Il farmacista del ghetto di Cracovia” di Tadeusz Pankiewicz (trad. Irene Picchianti, UTET) è un libro che ho apprezzato per il suo prezioso contenuto riguardo alla vita quotidiana di chi fu imprigionato nel del ghetto di Cracovia, ma che ho fatto fatica a leggere a causa dello stile dell’Autore.

È il 3 marzo 1941 quando nel quartiere di Podgórze di Cracovia, oltre il fiume Vistola, le autorità naziste creano il ghetto ebraico. L’intenzione è quella di isolare completamente la popolazione ebraica di Cracovia, numerosa e presente in città da molti anni. Curiosamente, alcuni ebrei inizialmente sono sollevati all’idea di vivere in un ghetto, poiché immaginano una comunità chiusa e protetta dalle ingiurie dei nazisti e dei polacchi. Nulla di più errato.

(…) ogni abitante del ghetto serbava nell’anima una tenue speranza di sopravvivere. Sopravvivere… Era una grande parola, a quel tempo. C’era forse qualcosa di più potente delle parole “libertà” [Il farmacista del ghetto di Cracovia, T. Pankiewicz, trad. I. Picchianti]

La vita nel ghetto di Cracovia diventa ogni giorno più dura: il cibo scarseggia, il riscaldamento delle abitazioni non funziona, le famiglie sono costrette a dividere la casa con sconosciuti, viene instaurato il coprifuoco, mancano i medici e i medicinali, le condizioni igieniche si deteriorano in fretta e scoppiano epidemie che uccidono i più deboli e coloro già debilitati dalla fame. Oltre a tutto questo, i nazisti hanno carta bianca, si divertono a prendere in giro gli ebrei e ad umiliarli pubblicamente.

I tedeschi sono maestri nel creare un’atmosfera di panico, di minaccia e di terrore. Lo strepito dei colpi d’arma da fuoco si mescola, in un modo stranamente sgradevole, ai fischi, all’abbaiare dei cani e alle grida dei tedeschi. L’angoscia per la sorte che sarà riservata ai bambini toglie alla gente ogni capacità di ragionare [Il farmacista del ghetto di Cracovia, T. Pankiewicz, trad. I. Picchianti]

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Immagine del ghetto di Cracovia, Polonia (fonte: Wikipedia)

Incominciano a circolare voci sui campi di concentramento, ma non tutti danno peso a queste apparenti dicerie; la vita nel ghetto è sufficientemente surreale, senza pensare pure a questi luoghi ove si sostiene che vengano uccisi in modo tanto brutale e violento. Benché alcuni non credano a ciò che si dice, sempre più spesso i nazisti rastrellano gli ebrei del ghetto di Cracovia e li caricano su carri o vagoni merci per allontanarli da Cracovia. A molti, il destino di costoro è ignoto ma certamente non si suppone felice.

Come ombre, spiriti delle storie di fantasmi, andavano a passo lento portando sulle spalle tutto ciò che possedevano e che pesava tanto quanto il loro tragico destino errante [Il farmacista del ghetto di Cracovia, T. Pankiewicz, trad. I. Picchianti]

Quando i nazisti avviano “soluzione finale“, il ghetto di Cracovia deve essere liquidato. In attesa della liquidazione totale, in prossimità del ghetto viene costruito il campo di concentramento di Plaszów. Qui i disgraziati attendevano la deportazione finale.

Testimone diretto degli anni bui dell’occupazione nazista a Cracovia è Tadeusz Pankiewicz, il farmacista del ghetto di Cracovia, che pur essendo polacco decide di restare – quasi fino all’ultimo – nella sua farmacia All’Aquila, nel quartiere di Podgórze.

Il dottor Pankiewicz prosegue la gestione della farmacia All’Aquila: fornisce agli ebrei un rifugio sicuro, passa loro documenti falsi per cercare di espatriare e soprattutto cura e fornisce medicine gratuitamente a coloro che non possono permetterlo. Pankiewicz, come un cronista, osserva e appunta tutto ciò che succede, dalla creazione del ghetto alla liquidazione finale.

Nell’annientamento del ghetto di Cracovia non erano stati assassinati solo i singoli individui, erano perite intere famiglie, a volte molto numerose che si erano stabilite a Cracovia molti secoli addietro e i cui nomi ricorrevano nelle cronache e nei documenti più antichi della vecchia Cracovia. Con loro scomparivano anche le loro tradizioni [Il farmacista del ghetto di Cracovia, T. Pankiewicz, trad. I. Picchianti]

Gli ebrei di Cracovia sono costretti ad abbandonare il ghetto, marzo 1943 (fonte: Wikipedia)

Come dicevo nelle prime righe dell’articolo, “Il farmacista del ghetto di Cracovia” ha un grande limite: lo stile con cui è scritto. Il libro è una raccolta di appunti e cronache, spesso presentate senza soluzione di continuità, saltando da un episodio all’altro o presentando un elenco di personaggi e loro azioni che annoiano. Inoltre, è particolarmente fastidioso il continuo cambio del tempo verbale nella narrazione, che un po’ è scritta al presente e un po’ al passato remoto, senza una logica ben definita.

Al dottor Pankiewicz, come riconoscenza dei suoi gesti eroici nei confronti degli ebrei, è stato nominato dallo Yad Vashem Giusto tra le nazioni, come il più noto imprenditore tedesco Oskar Schlinder.

Riconosco che “Il farmacista del ghetto di Cracovia” di Tadeusz Pankiewicz sia un libro di notevole importanza storica, un documento fondamentale perché il farmacista ha vissuto nel ghetto e ne è stato diretto testimone oculare; ha testimoniato le violenze, i soprusi, le minacce e le deportazioni per mano tedesca ai danni della popolazione ebraica di Cracovia, ma non è un libro semplice da seguire, a tratti è particolarmente soporifero a causa del come è scritto e forse è una testimonianza che, per essere apprezzata, andrebbe letta non tutta d’un fiato – è quasi impossibile, io l’ho intervallato con “Le voci di Marrakech” di Elias Canetti – ma a frammenti.

Titolo: Il farmacista del ghetto di Cracovia
L’Autore: Tadeusz Pankiewicz
Traduzione dal polacco: Irene Picchianti
Editore: UTET
Perché leggerlo: perché si tratta di una preziosa testimonianza della vita entro il ghetto di Cracovia durante l’occupazione nazista. Da leggere, però, a piccoli sorsi e non tutto d’un fiato

(© Riproduzione riservata)

Viaggio a Vilnius, piccola guida emotiva per scoprire la capitale della Lituania

Cos’è quel sentimento chiamato “nostalgia baltica”

Quando ho scoperto di essere affetta dalla nostalgia baltica ero sul bus che dal centro di Riga, in Lettonia, mi stava portando all’aeroporto. Dal finestrino del pullman vedevo sfilare le casette di legno colorate, i palazzoni grigi e cupi in stile sovietico e sopra di tutto incombeva un cielo color piombo. Pensavo solo ad una cosa: “Nelle Repubbliche Baltiche ci devo ritornare“. L’unico modo per placare la nostalgia baltica era organizzare il viaggio a Vilnius, capitale della Lituania, l’ultimo Stato baltico ancora da scoprire.

Così all’inizio di dicembre sono atterrata in Lituania. La scritta “VILNIUS” sulla sommità dell’aeroporto è bianca, quasi trasparente, si legge a malapena, ma sono quelle lettere comparse mentre l’aereo atterra che, brillando fiocamente nel buio, mi suggeriscono che sono arrivata a destinazione.

Del perché l’anima di Vilnius è bianca

Terre baltiche, terre bianche. La radice “balt-” significa bianco e non a caso lo stemma dello Stato lituano è Vytis, il cavaliere bianco che cavalca un bianco destriero. Se dovessi descrivere la capitale della Lituania usando un colore, non potrebbe che essere il bianco. Sono di questa tinta i palazzi, le chiese, gli edifici governativi, l’università, i monumenti, la stazione dei treni. L’anima di Vilnius è di colore bianco.

La neve mi ha aiutata a vedere Vilnius come una capitale bianca. Il centro storico di Vilnius è iscritto dal 1994 all’UNESCO: è costituito da piccole viuzze tortuose, angoli retti pressoché assenti; è semplice perdere la bussola ma allo stesso tempo è perdendosi che ci scoprono le cose più belle. Come i parchi innevati, cuore bianco di Vilnius.

Passeggiata lungo il fiume Vilna, nel cuore della città (foto: Paolo)

Perché visitare Vilnius?

Prima di partire, le persone mi chiedevano che cosa andassi a fare a Vilnius, una destinazione non proprio consueta. Le risposte a questa domanda sono tante, perché nel corso dell’organizzazione del mio terzo viaggio nelle terre baltiche mi sono accorta che Vilnius era non solo ricca di fascino, ma carica di storia, arte, cultura, letteratura, natura e intriganti tradizioni culinarie.

Si è convinti che un luogo se non è famoso, allora non è interessante. Niente di più sbagliato: se c’è una cosa che ho imparato quest’anno, a Sofia in Bulgaria, è che lo splendore risiede nel dettaglio e spesso è nascosto bene; oppure, la bellezza è grezza e ruvida, difficile da amare a prima vista, ma una volta che entra nel cuore del viaggiatore, resta incastonata per sempre.

Vilnius è la capitale baltica meno turistica. Me ne sono accorta a Milano, quando ho percepito che i viaggiatori italiani erano in numero minore rispetto ai lituani che stavano prendendo posto sull’aereo; nei locali dove ho scelto di pranzare e cenare, non ho mai sentito parlare la mia lingua.

Quando Paolo ed io siamo saliti sulla Collina della Torre di Gediminas e su quella delle Tre Croci, eravamo soli. Me ne sono accorta dal silenzio tragico che aleggia nel vecchio ghetto ebraico e dal silenzio assordante che emanano i boschi attorno al paese di Trakai, dove durante l’Occupazione nazista venivano fucilati gli ebrei prelevati dai ghetti.

È stato piacevole passeggiare lungo viuzze secondarie pressoché deserte, calpestare per primi la neve candida nei grandi parchi e osservare le anatre che dormono indisturbate; è stato inquietante ritrovarsi soli nella stanza delle esecuzioni dove il KGB assassinava gli oppositori al regime sovietico, rendendosi conto all’improvviso che qui buchi sul muro erano i segni delle pallottole.

È stato un sogno ammirare le luci del Parco Lukiškių aikštė, nel silenzio.

Il Parco Lukiškių aikštė, sulla Gedimino prospektas (foto: Claudia)

Istruzioni per catturare l’anima baltica di Vilnius

Vilnius si srotola di fronte ai miei occhi e io sono pronta per cercare di catturare la sua anima baltica. Vilnius è una città affascinante di dimensioni piuttosto contenute, semplice da esplorare a piedi.

Le lunghe passeggiate conducono sulla Gedimino prospektas, nella suntuosa piazza della Cattedrale che è il cuore vivo della città, e si cammina spesso costeggiando il corso del fiume Neris o del piccolo fiumiciattolo Vilna, usando sempre la Torre di Gediminas o le Tre Croci come riferimento.

La Lituania è stato l’ultimo Paese europeo a convertirsi alla religione cristiana. Nonostante questo, in ogni angolo della città si trovano edifici e simboli religiosi, siano esse chiese cattoliche, ortodosse (tenerissime, io le amo e le cerco sempre durante i miei viaggi), luterane oppure l’unica sinagoga rimasta in piedi dopo l’Occupazione nazista in Lituania.

C’è persino, pensate che originalità, una Repubblica autonoma, nel cuore di Vilnius: si chiama Repubblica di Užupis, ed è a tutti gli effetti uno Stato nello Stato.

La storia lituana è concentrata in buona parte nella sua capitale: è necessario indossare scarpe comode e partire alla scoperta della città a cuor leggerlo, lasciandosi incantare da ogni angolino e da ogni piccola piazza, dai colori che di tanto in tanto bruciano sul bianco, dai profumi di cipolla e cepelinai con panna e pancetta, di cioccolata calda o vino speziato, dalla lingua lituana che sembra musica e dallo scricchiolio della neve sotto i pesanti scarponi.

In questo modo catturerete l’anima di Vilnius e pian piano vi accorgerete di amare sempre di più la regione baltica.

La Chiesa di Sant’Anna è una delle più belle chiese di Vilnius (foto: Claudia)

La città di Vilnius appare elegante e malconcia allo stesso tempo: è barocca, pomposa, tronfia quando mostra i suoi monumenti più sfarzosi, grandiosi e a volte bislacchi; è decadente, malinconica e cupa quando mostra la sua eredità sovietica, con i suoi palazzi grigio ferro, i trolleybus scassati, gli autobus senza riscaldamento e il mercato colorato, zeppo di merce d’ogni genere, démodé ai nostri occhi occidentali.

Vilnius ha una doppia anima, in realtà, e io le ho amate entrambe.

Il fabbricato che ospita il mercato centrale di Vilnius (foto: Claudia)

Cose da non perdere a Vilnius

  • La Torre di Gediminas per ammirare Vilnius dall’alto
  • La suntuosa Piazza della Cattedrale, dove in inverno viene allestito il mercatino di Natale
  • Il Palazzo dei Granduchi della Lituania
  • La Cattedrale di Vilnius, barocca, sfarzosa e stupenda
  • Il Campanile tondo di Vilnius
  • La Chiesa di Sant’Anna, una delle più belle della città
  • Il bianco Palazzo del Presidente
  • La Chiesa di San Nicola, cattolica, la più antica di tutta la Lituania
  • La Chiesa russo ortodossa di San Nicola, punto di riferimento per la comunità ortodossa di Vilnius
  • La Collina delle Tre Croci, regala una vista splendida su Vilnius
  • La Repubblica di Užupis e il suo Angelo
  • Il Museo dell’Occupazione e della Lotta per la Libertà (8 €, ma li vale tutti perché la storia dell’Occupazione nazista e sovietica in Lituania va conosciuta)
  • Il Mercato Centrale di Vilnius
  • I due vecchi ghetti ebraici, liquidati crudelmente durante l’occupazione nazista in Lituania
  • La Sinagoga di via Pylimo Gatve
  • Il Castello di Trakai, a circa 30 chilometri da Vilnius, collegato tramite treni o autobus (scriverò un articolo specifico)

Si entra a Užupis, Repubblica indipendente nel cuore di Vilnius (foto: Claudia)

Cosa e dove mangiare a Vilnius

Arriviamo alla parte culinaria del viaggio: a Vilnius ho mangiato molto bene e diversamente dagli altri Stati europei dove ho viaggiato, non ho faticato a ordinare al ristorante. Sarà che grazie ai documentari visti sul canale Marco Polo avevo già un’idea della cucina lituana, sarà che alla prima forchettata ne sono stata immediatamente conquistata (tanto che, prima o poi, tenterò a casa di replicare qualche piatto tipico).

Ora vi suggerisco piatti da provare e vi indico dove li ho mangiati.

Cosa mangiare:

  • Šaltibarščiai: zuppa fredda di barbabietola e kefir, servito con aneto e ghiaccio
  • Gruzdinti mėsėčiai: raviolini con ripieno di vario genere, fritti e serviti con salse (maionese, ketcup, salsa all’aglio)
  • Cepelinai: tipici gnocchi lituani di patate e ripieni con carne o verdure, vengono bolliti e serviti con panna e cipolle
  • Bulviniai blyniai: frittelle di patate semplici servite con salse a scelta (quella all’aglio va sempre per la maggiore)
  • Žemaičių blynai: frittellone di patate farcite con ripieni vari e servite con salse calde
  • Chachapuri: è una sorta di pane farcito con verdure e formaggi, o solo formaggi, tipico della cucina georgiana. E’ uno dei cibi più buoni mangiati durante il viaggio a Vilnius
  • Khinkali: ravioli tipici della cucina georgiana, ripieni di carne macinata, coriandolo e prezzemolo e accompagnati da salsa piccante
  • Kepta Duona: pane nero fritto e servito con salse varie
  • Kibinai: fagottini di pasta sfoglia ripieni di verdure, formaggi o carne tipici della cucina caraita

Dove mangiare a Vilnius e Trakai:

  • Šnekutis, Šv. Mikalojaus g. 15, Vilnius (): bellissimo pub molto caratteristico con tavoli di legno, panche e arredamento semplice e informale. Si ordina al bancone del bar e un cameriere porterà le vostre ordinazioni al tavolo. Prezzi decisamente contenuti e piatti tipici lituani nel menù.
  • Čili pica, Didžioji g. 5, Vilnius (): pizzeria e ristorante informale, con arredamento pratico e colorato. Propone piatti tipici lituani e pizze con strani abbinamenti (ma voi in Lituania non ordinerete la pizza, vero?) a prezzi contenuti.
  • Tbilisi Restaurant, Naugarduko g. 12, Vilnius (€€): suggestivo locale georgiano, con arredamento molto curato e formale. Propone piatti lituani e georgiani, e suggesisco di provare qui le specialità georgiane perché è una cucina veramente eccezionale. Prezzi buoni.
  • Būsi trečias, Totorių g. 18, Vilnius (): pub alla buona, arredato in legno e con la particolarità di avere il soffitto interamente coperto da banconote, un po’ oscuro ma fa atmosfera. Propone cucina lituana a prezzi decisamente contenuti, il servizio è velocissimo ed è ottima la qualità dei cibi.
  • Senoji Kibininė, Karaimų skg. 39, Trakai (): ristorante grazioso, arredato in legno e stoffe tipiche caraite, propone piatti tipici della cucina caraita e lituana.

La Lituania a tavola! (foto: Claudia)

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Come arrivare, come muoversi e dove dormire a Vilnius

Siamo arrivati a Vilnius in aereo, con un volo diretto da Milano Malpensa operato dalla compagnia ungherese Wizz Air. Sia all’andata che al ritorno sono stati rispettati gli orari schedulati, anzi a Milano siamo atterrati con quasi mezz’ora di anticipo. Se comprate un volo Wizz Air vi consiglio di leggere bene le condizioni di trasporto dei bagagli.

Dall’aeroporto di Vilnius si raggiunge il centro città in circa mezz’oretta prendendo il bus n. 88, il biglietto costa 1 euro (prezzo dicembre 2018). Ci sono molti altri autobus che collegano l’aeroporto con la stazione centrale di Vilnius, ma noi abbiamo scelto il n. 88 perché fermava a 50 metri dal nostro Bed & Breakfast. Si può anche raggiungere il centro di Vilnius con il treno o in taxi.

Durante il nostro viaggio a Vilnius abbiamo alloggiato al Bed & Breakfast In Astra: ci siamo trovati molto bene, i prezzi sono onesti, il personale parla inglese ed è molto gentile e puntuale, le stanze sono calde e confortevoli e la colazione molto varia. Il B&B In Astra è vicino alla fermata del bus n.88 e si trova a circa quindici minuti a piedi dalla piazza della Cattedrale. A pochissimi minuti a piedi è presente un supermarket fornitissimo.

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Libri e guide per prepararsi al viaggio:

  • Avevano spento anche la luna di Ruta Sepetys (Garzanti, trad. R. Scarabelli)
  • Sinfonia di novembre e altre poesie di Oscar Vladislas de Lubicz-Milosz (Adelphi, trad. M. Rizzante)
  • Educazione europea di Romain Gary (Neri Pozza, trad. M. Nardi)
  • Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944 di Grigorij Sur (Giuntina, trad. P. Buscaglione Candela)
  • Estonia, Lettonia e Lituania, Lonely Planet, ETD

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Il primo articolo su Vilnius finisce qui. Prossimamente vorrei scrivere ancora della Lituania e della sua bella capitale, per raccontarvi le curiosità, la storia che più mi ha colpita e la bella escursione al castello di Trakai, a circa 30 km da Vilnius.

Mi auguro che questo articolo vi sia piaciuto e vi abbia messo addosso la curiosità di volare alla scoperta della piccola ma affascinante Lituania.

La Sinagoga di via Pylimo Gatve (foto: Claudia)

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Aspetta… Non scappare: c’è un piccolo regalo per te! Se prenoti il tuo prossimo viaggio attraverso questo link di Booking ti aspetta un sconto di € 15 che riceverai a fine soggiorno.

Ornela Vorpsi | Il paese dove non si muore mai

L’Albania intera lavora per la capitale, che è il sogno dei paesani ed è la loro schiavitù – i loro raccolti fuggono tutti a Tirana: una volta usciti dalla capitale, si trova un solo tipo di pane rotondo, fatto di mais e acqua di cipolle e basta. Oh, quanto dispiaceva adesso il loro destino alle donne del quartiere! (Vivi che ti odio, e muori che ti piango.) [Il paese dove non si muore mai, Ornela Vorpsi]

Ornela Vorpsi è nata a Tirana nel 1968, nel bel mezzo del mandato del dittatore di stampo comunista Enver Hoxha, l’uomo che con la sua folle politica ha condotto l’Albania sull’orlo del disastro.

Nel breve memoir “Il paese dove non si muore mai“, ripubblicato da Minimum fax qualche mese fa, la Vorpsi raccoglie i suoi ricordi, da quando era una bambina al giorno in cui, su un aereo, ha lasciato l’Albania dopo la morte del compagno Hoxha.

Il paese dove non si muore mai” è l’ideale descrizione dell’Albania perché per la Vorpsi gli albanesi sono fatti di ferro, sono robusti, sono persone che non hanno paura di nulla, niente li spaventa. Gli uomini lavorano senza sosta e non sono tenuti a criticare il regime del compagno Hoxha, diversamente scattano punizioni molto severe. Perché l’Albania di Hoxha è il paradiso, è il Paese perfetto per nascere, vivere ma non per morire.

Le donne vengono trattate alla stregua di animali, buone solo per soddisfare le voglie degli uomini e generare bambini che saranno gli albanesi forti di domani. Se muoiono in seguito agli aborti clandestini non è un gran problema, se lo meritavano di certo, quelle prostitute che non sono altro.

Vivi che ti odio, e muori che ti piango. In questa frase c’è la crudeltà e la durezza degli anni del regime di Hoxha; le persone all’epoca perdevano la loro umanità, tutto era volto verso la sopravvivenza e il proprio interesse. Mors tua vita mea, lo riassumerei.

Ornela assume diverse identità, racconta della sua famiglia, del padre incarcerato e della gente che li schifa un po’ per questo. La maestra stessa ce l’ha con lei: per via del padre, certo, ma anche perché Ornela è bella e la bellezza non è una buona qualità. Parla della madre e della nonna, del nonno avvocato che non può praticare la professione e parla di lei, di cosa sogna una ragazzina in trappola in un Paese che è un inferno spacciato per paradiso e racconta di quanto l’Italia la affascini.

Ero figlia di un condannato politico, quindi dovevo impegnarmi d’educazione comunista più degli altri perché ero a rischio, anche a causa della mia avvenenza, che mi stava conducendo senza dubbio verso la perdizione [Il paese dove non si muore mai, Ornela Vorpsi]

Berat, città Patrimonio Mondiale dell’UNESCO (fonte: Wikipedia)

Eppure, nonostante le premesse e le positive recensioni lette, questo libro non mi è piaciuto.

Anzitutto, non ha aggiunto nulla che già non conoscessi sull’Albania al tempo del dittatore Enver Hoxha. A questo proposito, ho letto due libri molto più illuminanti e interessanti: “Breve diario di frontiera” di Gazmend Kapllani (Del Vecchio Editore) e “Appartenersi” di Karim Miské (Fazi editore).

Entrambi memoir, nel primo Kapllani racconta la sua vita in Albania e la sua fuga in Grecia all’indomani della morte del compagno Enver Hoxha; nel secondo, Miské racconta della sua vita divisa tra Francia, Mauritania e Albania, dove viveva con la madre, fervente comunista, ma non in grado di rinunciare alle comodità dei “capitalisti”, come la televisione, gli autisti privati, e le bevande proibite tipo la Coca-Cola.

Questi due memoir contengono molte informazioni, mentre “Il paese dove non si muore mai” della Vorpsi è troppo scarno, asciutto, poco approfondito. Lo stile che usa la Vorpsi non mi è piaciuto: eccessivamente lento, per nulla scorrevole, benché fosse un libro breve l’ho vissuto con la pesantezza di un macigno.

L’ho trovato esageratamente essenziale per i miei gusti ed enigmatico: d’accordo che sull’Albania avevo già letto dei libri e molte cose le conoscevo, ma per un lettore che si approccia alla scoperta dell’Albania da questo libro trarrà ben poche informazioni. Gli episodi raccontati sono frammentati, ho percepito poca continuità e mi ha dato abbastanza fastidio questo saltare di palo in frasca dell’Autrice.

In generale, i memoir mi piacciono, ma preferisco quelli contestualizzati, per conoscere anche parte della storia del Paese dove sono ambientati.

Insomma, è un libro che non consiglio a chi vuole iniziare a scoprire l’Albania, ma che potrebbe essere un libro interessante per chi ama i memoir molto personali, le storie composte da frammenti e lo stile essenziale e molto asciutto.

Titolo: Il paese dove non si muore mai
L’Autrice: Ornela Vorpsi
Editore: Minimum fax

(© Riproduzione riservata)

Mohammad Hossein Mohammadi | I fichi rossi di Mazar-e Sharif

Hanno tirato fuori i nostri cadaveri dal pozzo e li hanno portati via. Ci eravamo svegliati qualche giorno dopo, quando avevamo sentito i passi dei loro piedi sopra di noi.
– Ci hanno trovato – ho detto.
– Stavamo in pace – ha detto mio padre – e adesso si ricomincia con la confusione.
(…) – Non capiscono che i morti non vanno svegliati – ha detto ancora mio padre.
– Noi non siamo morti – ho risposto io – siamo stati uccisi.
[Dal racconto “I morti”, M. Hosseni Mohammadi, trad. N. Samadi]

Parlare dell’Afghanistan è tutt’altro che facile. Come si può raccontare un Paese che da decenni conosce solo la guerra, la morte e la paura costante? L’autore afghano Mohammad Hossein Mohammadi prova a raccontare la sua terra martoriata da proiettili e autobombe, di bambini uccisi e di crudeltà, attraverso una serie di racconti raccolti ne “I fichi rossi di Mazar-e Sharif“, tradotti da Narges Samadi, per l’Associazione Culturale Ponte 33.

I protagonisti delle storie che compongono la raccolta sono civili, militari, uomini, donne e bambini. Sono vittime e carnefici, subiscono oppure infieriscono. Sullo sfondo c’è l’Afghanistan, terra contesa da secoli, già dai tempi del Grande Gioco tra l’Impero britannico e la Russia; una terra che nel corso della sua recente storia ha conosciuto più fatti di guerra che di pace; dall’intervento sovietico in Afghanistan, durato oltre dieci anni, all’arrivo dei talebani, fino all’intervento americano e agli strascichi post-bellici di oggi. Perché ancora oggi l’Afghanista è tutt’altro che un luogo sicuro dove vivere e crescere.

Gli ci volle un’ora buona per scavare una buca della taglia dell’uomo. Trascinò il cadavere sulla neve e così com’era, disteso sul fianco, lo buttò nella fossa. Mentre gettava sul corpo fango ghiacciato misto a neve, il suo sguardo fu attratto dagli stivali nuovi del soldato. Dai piedi ghiacciati, infilati in un paio di vecchie galosce, il freddo gli risaliva per tutto il corpo facendolo rabbrividire. Si accovacciò accanto ai piedi del morto, ma non riuscì a slacciare i lacci congelati. Allora tirò fuori dalla tasca il coltello e li tagliò. Poi con grande fatica sfilò gli stivali [dal racconto Non svegliamo i bambini!, M. Hosseni Mohammadi, trad. N. Samadi]

Mazar-i Sharif – Veduta

Moschea Blu di Mazar-e Sharif (fonte: Wikipedia)

I conflitti distruggono tutto: vite, case, averi, umanità. Soprattutto l’umanità, perché nel corso di una guerriglia il difficile è mantenersi umani, poiché l’istinto di sopravvivenza prende il sopravvento su tutto e non ci si fanno molti problemi a rubare oggetti ai morti oppure a fingere di non aver visto un sopruso o approfittare di una donna disperata che si prostuisce, rischiando la lapidazione, per quattro denari.

Ci si abitua alla morte, allo stesso modo ci si abitua all’essere più simili a bestie che a uomini dotati di una certa morale. I bambini nati in questi ultimi anni non hanno conosciuto altro che morte, hanno imparato subito ad aver paura dei velivoli che volano troppo vicini al suolo.

Si era svegliata per il rombo degli aeroplani. Da quando il padre non era più in casa, la mattina si svegliava sempre con il rombo degli aeroplani. Quando si affacciò nel cortile, il sole che era sorto dietro l’albero di fichi l’abbagliò [dal racconto I fichi rossi di Mazar-e Sharif, M. Hosseni Mohammadi, trad. N. Samadi]

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Herat, Afghanistan (fonte: Wikipedia)

Lo stile scelto da Mohammadi per parlare del suo Afghanistan lacerato è asciutto, duro, secco. Non vi è spazio per le descrizioni, spesso vengono riportati dialoghi secchi e frasi corte, incisive. La guerra non porta fronzoli, con sé; le parole tagliano come lame di coltello e non possono lasciare indifferente chi legge queste parole.

L’Afghanistan può sembrare una realtà molto distante da noi, ma non è così. Per me l’Afghanistan rappresenta quel luogo bellissimo ed incredibile, fatto di montagne altissime e steppe sconfinate, che tanto vorrei vedere coi miei occhi, ma che a causa dei conflitti e dei pericoli difficilmente vedrò mai.

C’è solo un modo per capire l’Afghanistan e la sua storia complessa: leggere racconti come questi che compongono la raccolta “I fichi rossi di Mazar-e Sharif” di M. Hosseni Mohammadi. Attraverso queste pagine che necessariamente colpiscono e trasudano morte, sangue e dolore, se si guarda con attenzione si legge anche la voglia degli afghani di vivere in un Paese in pace. Un Paese dove crescere, dove giocare, dove non avere più timore di rischiare la vita, sia per chi resta, sia per chi tenta di fuggire.

Titolo: I fichi rossi di Mazar-e Sharif
L’Autore: Mohammad Hosseni Mohammadi
Traduzione dal persiano: Narges Samadi
Editore: Ponte 33
Perché leggerlo: per capire l’Afghanistan e la sua storia complessa, perché nessuna realtà è davvero così lontana alla nostra

(© Riproduzione riservata)