Adrián N. Bravi | L’idioma di Casilda Moreira

Su una carta geografica dietro la cattedra aveva indicato la zona dove si parlavano queste lingue, compresa la famiglia a cui appartenevano, e alla fine aveva raccontato un aneddoto che aveva suscitato la curiosità di alcuni studenti. Di una di queste lingue erano rimasti solo due parlanti, un uomo e una donna.
– Ma la volete sapere una cosa? (…) Questa donna e quest’uomo non si parlano da tantissimi anni, da quanto avevano circa vent’anni (…) Capite, è curioso questo, no? (…) non esiste un dialogo in questa lingua, ma solo singole testimonianze senza riscontro, come una lingua museale o qualcosa del genere [L’idioma di Casilda Moreira, Adrián N. Bravi]

Annibale è uno studente di etnolinguistica, affascinato dalle brillanti lezioni del professor Montefiori. Al termine di una lezione, il professor Montefiori accenna all’originale vicenda del popolo günün a künä: pare che siano rimasti solo due rappresentanti di questa etnia a parlare l’antica lingua günün a yajüch. L’occhialuto Annibale resta ammaliato da questa storia: nel caso gli ultimi due parlanti della lingua günün a yajüch morissero, che fine farebbe la lingua? Una lingua muore quando l’ultimo parlante se ne va, oppure nonostante tutto la lingua sopravvive?

Lo studente vuole saperne di più e chiede un appuntamento al professor Montefiori per approfondire. Annibale viene a sapere che si chiamano Casilda Moreira e Bartolo Medina gli ultimi due parlanti günün a yajüch, e vivono entrambi a Kahualkan, un minuscolo paesino spazzato dal venti della pampa argentina, duecento chilometri a sud di Santa Rosa, e, come anticipato dal professore, non si rivolgono parola da anni.

Sarà la storia della lingua günün a yajüch, sarà un incidente improvviso occorso al professor Montefiori, ma ad Annibale viene voglia di partire per Kahualkan, per conoscere gli anziani Casilda e Bartolo e per cercare di farli parlare e registrarne una conversazione in lingua günün a yajüch.

Ci sono posti che, anche se li vedi per la prima volta, ti sembrano così familiari che giureresti di esserci già stato e di conoscerne persino la lingua e le abitudini; perché sei sicuro che li avevi dentro, quei posti, e che solo ora hai deciso di tirarli fuori per fartici due passi in santa pace [L’idioma di Casilda Moreira, Adrián N. Bravi]

Il viaggio di Annibale è lungo: una sosta a Buenos Aires, un viaggio notturno in treno sino a Río Colorado, un tragitto sul camion del simpatico Zunino, ed eccolo finalmente a Kahualkan, il paese sperduto nel cuore della pampa.

Per Annibale, mai stato così lontano dai suoi affetti e dal sicuro profilo dei Monti Sibillini, Kahualkan appare immediatamente familiare. Dopo aver trovato un posto dove alloggiare, Annibale può finalmente mettersi alla ricerca di Casilda e Bartolo – se è ancora vero che vivono a Kahualkan – e a studiare un modo per farli parlare e registrare la conversazione. In suo aiuto giungerà la vivace Alma, figlia dell’unico locandiere del paese.

Chissà da dove arriva una lingua così strana e complicata. Io, a essere sincero, quando l’ho sentita parlare per la prima volta ho pensato che il vecchio Bartolo se la fosse inventata di sana pianta, come quanto di metti a parlare una lingua tua, che capisci solo tu… [L’idioma di Casilda Moreira, Adrián N. Bravi]

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Antica mappa dell’Argentina meridionale ad opera di J. H. Colton, 1855 (Wikipedia)

L’idioma di Casilda Moreira” di Adrián N. Bravi (Exórma) è un romanzo intenso che racchiude tra le righe più tematiche. C’è in primo luogo il dibattito sulle lingue: quando il professor Montefiori instilla in Annibale la curiosità di scoprire la lingua günün a yajüch, il giovane studente si chiede che cosa succede quando una lingua muore o si evolve in un’altra, e come venne affrontata dal popolo indio günün a künä l’imposizione della lingua mapuche prima e castigliano poi.

C’è il viaggio di Annibale, che parte perché mosso dalla voglia accademica di scoprire i misteri della lingua di Casilda e Bartolo, curioso di farli parlare tra loro per cercare di indagare i misteri di quell’oscura grammatica e fonetica. Ma il viaggio di Annibale sarà anche un modo per scoprire qualcosa di se stesso, per mettersi alla prova in un ambiente così diverso dalla sua regione, per iniziare ad apprendere i riti e le tradizioni dei günün a künä e forse per trovare persino un nuovo amore.

Adrián N. Bravi racconta così al lettore italiano una storia che si focalizza proprio sulla cultura dei günün a künä, un’antichissima cultura ben presente e radicata nella pampa prima che arrivassero i coloni europei. La cultura dei günün a künä rivive con le storie di Casilda e Bartolo e con la voglia di Annibale di farli di nuovo parlare tra loro, per intrappolare la lingua su un nastro e sviscerarla con l’occhio critico di uno studioso.

Il romanzo di Adrián N. Bravi mi è piaciuto moltissimo: la trama è lineare, scorrevole, piacevole da leggere grazie alle struggenti descrizioni dell’ambiente della pampa argentina, apparentemente respingente per i suoi grandi spazi e la sua immensità poco a misura d’uomo, ma in grado di regalare ad Annibale una sensazione di libertà unica; un romanzo che sembra molto semplice, ma capace di aprire una serie di riflessioni sia sulle lingue che si parlano nel mondo, sui popoli e le culture presenti prima della colonizzazione europea dell’Argentina e anche su noi stessi.

L’idioma di Casilda Moreira” è un libro riflessivo e romantico, dove – da buon libro sudamericano che racconta di queste remote terre lontane – non mancano incantesimi e credenze ancestrali. E su di me l’incantesimo ha funzionato benissimo: grazie al romanzo di Adrián N. Bravi ho compreso come mai il soprannaturale è così radicato nella cultura e soprattutto nella letteratura sudamericana.

Qualche minuto dopo arrivò alla stazione. Camminò lungo il binario su delle pietre irregolari e coperte di muschio; negli interstizi crescevano pianticelle esili e lunghe. Tutto sembrava immobile, come il volo inespressivo della pianura. Cercò di immaginare il treno che un tempo, ogni giorno, doveva attraversare il paese (…) Adesso, però, c’erano solo l’erba alta dappertutto, un vecchio orologio attaccato a un muro senza più lancette e, vicino al binario, una pompa dell’acqua ricoperta di arbusti e sterpi [L’idioma di Casilda Moreira, Adrián N. Bravi]

Titolo: L’idioma di Casilda Moreira
L’Autore: Adrián N. Bravi
Editore: Exorma
Perché leggerlo: perché è un bellissimo romanzo capace di generare incantesimi su chi legge

(© Riproduzione riservata)

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Corrado Augias | I segreti di Istanbul. Storie, luoghi e leggende di una capitale

A dispetto di ogni mutamento, Istanbul resta un insieme unico al mondo se non altro per la quantità di storia che racchiude, per le tracce che un così lungo passato vi ha impresso. Chi decide di visitarla dovrebbe essere in grado di cogliere questi riferimenti restituendo così (…) un po’ di vita e di senso a quelle mura, a quelle torri, ai resti smozzicati di edifici anche quando sia scomparsa ogni grandezza, ricercando, ricreando, le tracce di una delle più poderose civilizzazioni della storia umana, ricca di figure grandiose nell’ingegno come nella crudeltà [I segreti di Istanbul, Corrado Augias]

I segreti di Istanbul. Storie, luoghi e leggende di una capitale” di Corrado Augias (Einaudi) è il romanzo di una città, un racconto che si snoda attraverso i secoli, i personaggi, i fatti storici salienti e una serie di riflessioni sul rapporto tra Occidente e Oriente.

Oggi Istanbul non è più la capitale della Turchia, sostituita con l’anatolica Ankara per volere di Kemal Atatürk nel 1923; ma la megalopoli sul Bosforo è la città più popolosa della Turchia e resta uno dei principali punti d’accesso al Paese (gli scali aeroportuali stanbulioti assorbono buona parte del traffico aereo turco), oltre che l’oggetto di visita di milioni di viaggiatori e di turisti ogni anno.

Nel corso della sua millenaria storia, Istanbul ha cambiato nome tre volte e innumerevoli volte ha visto mutare il suo aspetto. Inizialmente è Bisanzio, fondata da Byzas e i suoi compagni greci: è proprio dal nome di questo monarca successo ai micenei che deriva il primo nome – e il primo nucleo – dell’attuale Istanbul.

Ai greci di Byzas gli sono successi i persiani e i macedoni, l’imperatore romano Settimio Severo ha raso al suolo Bisanzio, e infine Diocleziano (acerrimo nemico dei cristiani) propone di suddividere l’impero in due porzioni e di darlo a governo a due Cesari e due Augusti.

L’idea era buona, ma l’uomo difficilmente divide il potere con altri uomini. Costantino, visitata Bisanzio, decide di fondare qui la Nuova Roma diventando unico imperatore; dopo il leggendario sogno dove gli appare la Santa Croce, Costantino rende legale e aiuta la diffusione del culto del Cristianesimo.

Flickr Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

L’antica Bisanzio cambia nome: diventa Costantinopoli, la città di Costantino. E resta la capitale dell’Impero Romano fino al 395, anno in cui l’Impero Romano si smembra e nascono l’Impero Romano d’Occidente e l’Impero Romano d’Oriente, su quest’ultimo regnano gli imperatori e le imperatrici bizantini.

Per più di mille anni, gli imperatori bizantini – di varie dinastie – dominano l’Impero Romano d’Oriente, fino al 29 maggio 1453, giorno in cui i soldati ottomani agli ordini del sultano Maometto II sfondano le mura ed entrano vittoriosi nel cuore della città. Di religione islamica, gli Ottomani trasformano molte chiese in moschee, cambiano il volto e assegnano alla città un nuovo nome: Istanbul, che in turco significa semplicemente “città“.

Ha cambiato nome tre volte: Bisanzio, Costantinopoli, Istanbul; ancora nella metà dell’Ottocento nelle sue strade si parlavano il turco, il greco, l’armeno, l’italiano, l’ebraico, il francese e l’inglese. A millequattrocento chilometri di distanza da Roma (…), Bisanzio, Cosantinopoli, Istanbul, ha dato a un ciclo della civilizzazione umana non solo una sede ma la possibilità di coltivare il sogno che da un unico palazzo imperiale si potesse governare l’intero mondo conosciuto (…) I monumenti sono muti, i ruderi giacciono indecifrabili, gli oggetti conservati nei musei diventano insignificanti se non si sa come interpretarli, di quali eventi siano stati protagonisti o testimoni, quali memorie sia necessario richiamare perché comincino a dire di sé [I segreti di Istanbul, Corrado Augias)

Questa è la storia, fondamentali passaggi per capire la Istanbul di oggi; nel libro di Augias sono presenti soprattutto tante curiosità legate alla città e alle vicende che l’hanno vista, spesso suo malgrado, protagonista. Augias parla degli imperatori bizantini più noti, come Giustianiano – sua l’idea di erigere la magnifica Basilica di Santa Sofia – e la sua nota consorte Teodora – forse prostituta, forse attrice, di fatto una delle donne più potenti dell’epoca; la crudele imperatrice Irene, che ordina di accecare il figlio per impedirgli di salire al trono; la “porfirogenia” Zoe, nata nella porpora, ma costretta a dividere il trono con la sorella.

Si parla degli ebrei, che fuggiti dalla Spagna e dall’Europa Centrale, trovano rifiugio sul Bosforo; ci sono le storie di personaggi come l’infermiera inglese Florence Nightingale, che con la sua preparazione medica e tecnica ha salvato la vita a molti soldati feriti durante la guerra in Crimea. E a proposito della guerra in Crimea, Augias racconta in dettaglio questo conflitto che ha visto coinvolti moltissimi giovani italiani, per volere del Conte di Cavour. Non può mancare, ovviamente, un capitolo sul leggendario Orient Express e su un suo frequentatore molto particolare.

Augias ci fa perdere nel Gran Bazar, il mercato probabilmente più grande del mondo; attraversiamo in tram il quartiere di Beyoğlu; visitiamo i quartieri di Fener, Balat e Üsküdar, sulla sponda asiatica.

Nel libro, Augias lascia molto spazio agli Ottomani, ai sultani, alla conquista di Costantinopoli e alla vita di palazzo. Gli aneddoti e le informazioni legate alla Sublime Porta sono quelle che mi hanno affascinata di più: dal destino dei sultani, alla vita nell’harem, al racconto di Istanbul che cambia volto per volere degli Ottomani.

Infine, si giunge alla fine della Prima Guerra Mondiale, quando l’Impero Ottomano ne esce sconfitto e il movimento laico e modernista di Mustafà Kemal Atatürk ottiene i consensi dei turchi e l’ultimo sultano della Sublime Porta viene mandato in esilio a Sanremo, in Italia.

Se si esce dai consueti itinerari turistici della città storica e dei quartieri di Pera (…) Istanbul si presenta più con l’aspetto di una frettolosa modernità che con quello un po’ logoro di un orientalismo da cartolina (…) il miracolo è che – quanto meno agli occhi dello “straniero” – tutto questo riesce in qualche modo ad apparire con un amalgama omogeneo, e su tutto continua a prevalere il favoloso profilo stagliato contro il cielo della città vecchia che rimane nella memoria di ogni viaggiatore (…) [I segreti di Istanbul, Corrado Augias]

Flickr Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

I segreti di Istanbul” di Corrado Augias mi è piaciuto parecchio e l’ho letto con vivo interesse. Il modo in cui Augias racconta aneddoti e presenta personaggi importanti riflette l’architettura attuale della città: labirintica e con abbondanza di digressioni. Nel libro “La balia“, per bocca di Markaris il commissario Charitos sostiene che a Istanbul pare che chiunque sia arrivato abbia lasciato opere, oggetti e manufatti alla rinfusa; e coloro che sono arrivati dopo non li abbiano toccati, anzi, abbiano aggiunto le loro opere, i loro oggetto e i manufatti, rendendo Istanbul all’apparenza disordinata. Ma – come ricorda Augias – basta rovistare tra le rovine e i vecchi muri per leggere le storie.

Come dicevo, ho apprezzato il libro su Istanbul, devo però lasciare un appunto: l’Autore ha il vizo di cambiare il tempo verbale mentre racconta, per cui un racconto inizia al passato remoto e prosegue al presente. Un modo di fare fastidioso certo, ma forse anche questo riflette la spettacolare confusione di una delle città più affascinanti del mondo.

Titolo: I segreti di Istanbul. Storie, luoghi e leggende di una capitale
L’Autore: Corrado Augias
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: per immergersi nel millenario e immortale fascino di Istanbul

(© Riproduzione riservata)

Ayesha Harruna Attah | I cento pozzi di Salaga

Nelle stradine strette di Salaga si vedeva gente con le vesti sudice e stracciate curva su mucchi fumanti di macerie, intenta a raccogliere i resti carbonizzati della propria vita. Un uomo calò un recipiente dentro un pozzo e si ripulì il viso dalla fuliggine.
“Un altro pozzo!” esclamò Wumpini.
“Salaga è la città dei cento pozzi” disse Wurche.
“Perché ci sono tutti questi pozzi” chiese Aminah.
“Li hanno costruiti per lavare gli schiavi dopo giorni e giorni di viaggio” disse Wurche.
Una città creata per vendere esseri umani, pensò Aminah. Una città così non poteva prosperare (…) [I cento pozzi di Salaga, Ayesha Harruna Attah, trad. M. Pareschi]

La città di Salaga-Kpembe appartiene alle terre dei Gonja, antico regno del Ghana settentrionale, e prospera grazie al mercato degli schiavi. A Salaga sono stati scavati cento pozzi: l’acqua serve per lavare gli esseri umani rapiti dai mercanti di schiavi, persone come Moro che razziano i villaggi e prelevano i disperati, venduti poi da Maigida.

Aminah è una giovane ragazza originaria di Botu, un paesino che sopravvive grazie soprattutto alle carovane che transitano lungo le piste per portare merci (e non solo) verso la Costa d’Oro.

Le carovane arrivavano all’alba. Le carovane arrivavano quando il sole era altissimo nel cielo. Le carovane arrivavano quando la mezzanotte aveva avvolto tutto in un blu vellutato. L’unica cosa certa era che la carovana di Sokoto arrivava molto prima che la stagione secca finisse [I cento pozzi di Salaga, Ayesha Harruna Attah, trad. M. Pareschi]

Aminah abita in una modesta casa, modesta ma costruita in modo onesto da Baba; qui vivono le sue sorelline gemelle, sua madre, l’altra moglie di suo padre e il suo fratellastro. Sembra che nulla possa cambiare, nella vita di Aminah, la ragazzina è certa che seguirà un destino più o meno simile alle donne adulte che conosce. Ma una notte accade l’impensabile.

Quando, poco dopo essersi addormentata, fu svegliata da qualcosa, pensò che si fosse rivoltata nel letto per l’ennesima volta. Poi, quegli strani rumori divennero più intensi. Si sentivano nitrire i cavalli. La gente strillava [I cento pozzi di Salaga, Ayesha Harruna Attah, trad. M. Pareschi]

Wurche è una principessa, figlia di Etuto, e appartiene ad uno tre rami nei quali si è suddivisa la famiglia reale. Il principe Etuto non ha solo il problema di come divenire re: ha anche bisogno dell’alleanza con gli uomini del Dagbon per contrastare l’ingresso dei bianchi nei suoi territori.

Wurche, orfana di madre e allevata dalla nonna, è mascolina e poco incline alle attività femmili; ama andare a cavallo, partecipare alle adunanze con il padre e i fratelli, vuole respingere i bianchi e le piacerebbe regnare. Anche a Wurche, come per Aminah, pare che nulla possa cambiare, ma per Etuto l’unico modo per siglare accordi con l’altro popolo, è quello di dare in sposa la sua unica figlia ad un principe del Dagbon.

Aspettava il giorno del matrimonio con terrore, come una schiava che aspetta di essere venduta, certa che quel giorno sarebbe arrivato ma senza sapere esattamente quando. Ed era furibonda. [I cento pozzi di Salaga, Ayesha Harruna Attah, trad. M. Pareschi]

Ed è proprio nella città dei cento pozzi, precisamente nella casa del commericante di schiavi Maigida, che le strade di Aminah e Wurche, due donne volitive e determinate, si incrociano. Non conoscono nulla l’una dell’altra: Aminah è costretta a fidarsi di Wurche, e Wurche si sente costretta a prendere con sé Aminah.

File:Salaga Slave Tree - panoramio.jpg

Salaga, l’albero degli schiavi (fonte: Wikipedia)

I cento pozzi di Salaga” di Ayesha Harruna Attah (trad. M. Pareschi, marcos y marcos) è un romanzo che prende avvio da una vicenda storica realmente accaduta – la trisavola della scrittrice fu venduta come schiava a Salaga – e racconta la storia di due donne, diverse tra loro per estrazione sociale e carattere, ma con desiderio in comune: l’essere donne libere.

Il romanzo è suddiviso in due parti e abbraccia un lasso di tempo di un paio di anni; è narrato in terza persona e ogni capitolo si alterna con le voci di Aminah e di Wurche. “I cento pozzi di Salaga” è scritto con un stile talmente scorrevole e piacevole che è davvero impossibile smettere di leggere, inoltre ci si affeziona subito alle protagoniste.

Aminah, una donna con un carattere forte e capace a non piegarsi nonostante le numerose disgrazie che le accadono, una persona dotata di infinita resilienza e capacità di continuare a credere in un futuro migliore, anche nei momenti più drammatici.

Wurche è anch’essa una donna forte, determinata, una che sa il fatto suo. Accetta il matrimonio, ma senza essere felice, e cerca un modo per sfuggirne. Così, in un contesto dove sembra davvero impossibile che succeda, prende una serie di decisioni che potrebbero cambiare la sua vita in modo indelebile.

Sullo sfondo, come dicevo, c’è il Ghana precoloniale, magistralmente descritto in ogni suo dettaglio. Sono terre ricche soprattutto di forza lavoro a basso costo, zone interessanti agli occhi dei bianchi – inglesi e tedeschi – che commerciano schiavi e altre materie prime.

Come avrete intuito, “I cento pozzi di Salaga” di Ayesha Harruna Attah è un libro che mi è piaciuto moltissimo. Oltre al fatto che mi sono affezionata alle due donne protagonsite e sono rimasta ammaliata dalle vicende narrate – in particolare, mi incuriosiva il contesto storico – ciò che mi ha fatto davvero amare il romanzo è che né Aminah né Wurche si sono mai arrese e nessuna delle due ha mai perso la speranza.

I cento pozzi di Salaga” è un romanzo meraviglioso perché ci ricorda che ciò che viene qui raccontato è accaduto realmente e ancora oggi ci sono troppe persone private di ciò che un uomo ha di più prezioso: la libertà.

Titolo: I cento pozzi di Salaga
L’Autrice: Ayesha Harruna Attah
Traduzione dall’inglese: Monica Pareschi
Editore: marcos y marcos
Perché leggerlo: perché è un romanzo meraviglioso, perché le due protagoniste sono due donne forti che non perdono mai la speranza, perché le vicende storiche sullo sfondo sono accadute realmente e ancora oggi, purtroppo, ci sono troppe persone private di ciò che un uomo ha di più prezioso: la libertà

(© Riproduzione riservata)

Desy Icardi | L’annusatrice di libri

Cosa le stava succedendo? Per la prima volta dopo mesi aveva letto, su quello non c’erano dubbi, ma le parole che le erano sgusciate dalle labbra non erano penetrate nella sua mente passando per gli occhi. Il primo istinto fu quello di parlarne con qualcuno (…) Ma una strana sensazione l’attraversò: doveva tacere! (…) Qualunque origine avesse il prodigio che aveva sperimentato – sempre che di prodigio si trattasse -, l’unica cosa sensata da fare era metterlo a frutto per l’interrogazione del giorno seguente, senza farne parola con nessuno [L’annusatrice di libri, Desy Icardi]

Torino, 1957. A pensione dalla zia Amalia, papà Adelmo manda la quattordicenne Adelina per iniziare a frequentare l’Istituto Maria Cristina di Savoia, con l’intenzione di conseguire un prezioso titolo di studio. La zia Amalia riceve una discreta somma di denaro dal fratello Adelmo per coprire le spese legate alla figlia, ma la donna pur essendo benestante è piuttosto spilorcia e Adelina è costretta ad andare a scuola con pesanti scarponi e buffi cappellini di lana ruvida.

Oltre all’improbabile abbigliamento, la povera Adelina ha perduto la capacità di leggere. Già, gli occhi vedono le lettere sulla carta stampata, ma il cervello non riesce a tradurle per comporre le parole. Così Adelina si ritrova brutti voti in quasi tutte le materie, soprattutto in lettere, corso tenuto dal severo il reverendo Kelley.

Luisella Vergnano, la figlia del prestigioso notaio, si ritrova costretta a dover studiare con Adelina. Mentre Adelina e Luisella si trovano nella biblioteca del suntuoso appartamento del notaio, Adelina scopre che lei può leggere, ma non con gli occhi, bensì con il naso.

Adelina percepisce gli effluvi che fuoriescono dai libri e il suo cervello li decifra con apparente facilità. La giovane lettrice legge con il naso persino libri scritti in lingue a lei sconosciute, come lo spagnolo o l’antico sanscrito. Ma i superpoteri hanno pregi e difetti: Adelina può leggere i suoi amati romanzi, ma lo scotto da pagare sono dei fortissimi e dolorosissimi mal di testa.

Il suo dono non resta segreto per molto tempo e dai superpoteri degli ingenui c’è sempre chi ne vuole approfittare. Per esempio, il reverendo Kelley e il notaio Vergnano, i quali vorrebbero che Adelina decifrasse il misterioso codice Voynich, un libro scritto in una lingua illeggibile che potrebbe contenere persino la mitica formula per trasformare i metalli in oro oppure le istruzioni per preparare la pozione dell’immortalità.

Qualcosa, però va storto e il piano di Kelley e del notaio Vergnano viene sconbussolato. È necessario attuare il piano B, molto più costoto, ma necessario. Peccato che si mettano in mezzo anche il vecchio avvocato Ferro, Luisella e la zia Amalia, quest’ultima sempre a caccia di denari e facoltosi mariti.

Il libro che emanava una così intensa fragranza era molto corposo, lo afferrò con entrambe le mani e lo poggiò sul tavolino. Tuttavia, un solo libro non sarebbe bastato ad intrattenerla per le successive quattro ore poiché, pur basandosi su una breve esperienza, aveva già avuto modo di constatare che la lettura olfattiva era molto più rapida di quella visiva [L’annusatrice di libri, Desy Icardi]

L’annusatrice di libri” di Desy Icardi, edito da Fazi, è un romanzo fresco, brioso, divertente e scorrevole, narrato in terza persona. Amo Torino, per cui ho ampiamente apprezzato l’atmosfera torinese che permea il libro e i sottili riferimenti alla cittadina, ai suoi locali e alle manie dei torinesi di un tempo.

I personaggi sono descritti con ironia e humor, nessuno di loro si prende veramente sul serio. Presentati con difetti e pregi – spesso soprattutto difetti – appaiono reali agli occhi di chi legge. Come dicevo, la trama scorre via senza intoppi e anzi, come una sorta di matrioska, dentro “L’annusatrice di libri” è raccontata – un capitolo là e uno qua – la bizzarra ascesa sociale di zia Amalia una volta giunta a Torino negli anni Trenta.

L’annusatrice di libri” è un buon romanzo di intrattenimento, semplice e godibile, adatto a chi ha voglia di una lettura leggera ma con un messaggio di fondo molto forte: l’importanza dei libri e della lettura. Perché, come si chiede Adelina ad un certo punto, una vita senza libri può davvero avere motivo di essere vissuta?

Adelina promise e si diresse verso casa, domandandosi se una vita senza libri avesse davvero motivo di essere vissuta [L’annusatrice di libri, Desy Icardi]

Titolo: L’annusatrice di libri
L’Autrice: Desy Icardi
Editore: Fazi
Perché leggerlo: perché si tratta di una storia leggera ma godibile, carina e divertente, che insegna quanto siano importanti i libri, e le loro storie, nella vita di ognuno di noi

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Silvia Zetto Cassano | Foresti

Quant’era bella, Capodistria. Tutto era giusto, armonioso, proporzionato. Gli spazi erano perfetti, strade grandi e piccole e calli e slarghi e piazzette per giocarci a nascondino, orti e giardini, fontane con la pompa per schizzarsi, angoli di terra per scavarci le buche, prati appena oltre la porta della Muda e campagne con alberi di ciliegie da andarci su e mangiarsele sopra i rami. Il mare stava da tutte le parti, in dieci minuti ci si arrivava, d’estate la mamma mi ci portava, nell’acqua filava come un pesce e si tuffava con me dal pontile di legno (…) [Foresti, Silvia Zetto Cassano]

Il 16 agosto 1955 la piccola Silvia indossa un abito giallo con stelle e cerchi di tutti i colori. Gliel’ha cucito la cara nonna Anna, la bambina le è molto affezionata. È il giorno in cui nonna Anna, mamma Gemma e Silvia devono lasciare l’Istria. Sono gli anni dell’esodo giuliano dalmata.

La nonna cerca di prendere più oggetti che può, dalla loro casa, vorrebbe portarli in Italia, nella casa nuova; la mamma vorrebbe lasciarsi tutto alle spalle, vorrebbe bruciare tutto, carte, oggetti, la casa intera; Silvia è una bambina positiva, pensa a tutte le belle cose che potrà avere a Trieste: libri, giornalini, giocattoli, dolcetti, arance e mandarini. Tutte cose che, nell’Istria occupata, non ha mai potuto avere.

Le tre raggiungono il posto di blocco che divide la zona A, in Istria, dalla zona B, in Italia. Alla frontiera tra le zone, un militare controlla i documenti. Possono passare, possono lasciare l’Istria ora occupata dalle truppe titine e andare in Italia. La loro casa, gli oggetti rimasti, le loro terre lasciate in Istria verranno prese dai foresti, quei poveracci che dalle campagne istriane e croate andranno a vivere a Capodistria.

Ma appena Gemma, Anna e Silvia varcano il confine, eccole foreste. Foresto è colui che non è del posto, che arriva da lontano, spesso è senza nulla, spesso si è lasciato il passato alle spalle e deve ricominciare daccapo. Foresto è colui che agli altri fa paura perché a prima vista appare diverso.

Gemma ora si trova a ricominciare daccapo. A cercare un lavoro a Trieste, a cercare una vera casa – che non sia una baracca per i profughi, a cercare integrarsi tra i triestini nel migliore dei modi e cercare di levarsi di dosso la fastidiosa etichetta di straniera. Ricominciare: proprio come era accaduto a tutte le donne della sua famiglia nel passato.

Questa è la storia di cinque donne. Gran parte delle loro vite ha avuto come sfondo paesaggi, villaggi e città dell’Istria del Novecento (…) [Foresti, Silvia Zetto Cassano]

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Capodistria (fonte: Wikipedia, pubblico dominio)

Iniziando dalle storie delle donne del passato, e dei loro uomini, figli e fratelli, Silvia Zetto Cassano tesse l’intricata tela dei ricordi familiari, che si fondono con gli eventi che hanno interessato la regione istriana dai primi del Novecento ai giorni dell’esodo.

Le donne sono le principali protagoniste: da Caterina Milic, la trisavola, alla madre Gemma, la Zetto Cassano ritrae con dovizia di particolari le vite delle sue progenitrici, mettendo in luce quanto il contesto storico le abbia toccate, tanto da modellare persino il loro carattere una volta adulte. La bisnonna Maria con la sua depressione e il suo male di vivere; Anna con il dispiacere del suo matrimonio combinato con Francesco; Adele, che tanto voleva maritare il bel Tonin; Gemma, solo all’apparenza felice con Sergio.

Gli uomini sono sullo sfondo, ma è loro che vengono più toccati dalla Storia. Sono loro che affrontano le guerre. Nonno Francesco, marito di Anna, che combatté durante la Prima Guerra Mondiale, uno dei tanti italiani d’Istria che combatterono nelle fila del Regio esercito italiano. Guido, uno dei figli di Anna, brillante studente che si ritrova a dover combattere sul fronte albanese e greco nel corso della Seconda Guerra Mondiale. La guerra di Sergio, più cruenta e difficile, combattuta tra le mura dell’Ospedale Psichiatrico San Giovanni di Trieste.

Dopo il 25 luglio 1943, venne l’otto settembre.
Vennero i giorni del caos.
Venne il tempo dei ratti che se la filano dalle fogne, e molti ci riuscirono e la fecero franca.
Vennero i giorni delle vendette, delle esecuzioni sommarie.
Venne il tempo delle foibe.
Venne il tempo che battevano alle porte di notte, e ti portavano via e sparivi nel niente.
Venne il tempo che si moriva per caso, per caso si viveva [Foresti, Silvia Zetto Cassano]

“Foresti” di Silvia Zetto Cassano è la storia fiume, poetica e drammatica, sempre scorrevole e intrigante, della famiglia dell’Autrice. Le vicissitudini di una famiglia composta da poveri mezzadri, contadini, commercianti, soldati, pescatori, falegnami, docenti che ha subito la Storia. Ed è la storia di chi, troppo spesso è stato indicato come foresto, straniero, straniero sulla propria terra.

Titolo: Foresti
L’Autrice: Silvia Zetto Cassano
Editore: Comunicarte edizioni
Perché leggerlo: perché “Foresti” racconta una serie di episodi intimamente legati alla recente Storia dell’Italia, fatti ed eventi che non andrebbero dimenticati

(© Riproduzione riservata)

Orhan Pamuk | Istanbul

Dove sta il segreto di Istanbul? Nella miseria di chi vive accando alla sua grande storia, nel suo condurre segretamente una vita chiusa di quartiere e di comunità, nonostante fosse così aperta agli influssi esterni, oppure nella sua vita quotidiana costituita di rapporti infranti e fragili, dietro la sua chiara bellezza monumentale? In realtà ogni frase sulle caratteristiche generali di una città, sulla sua anima e sulla sua essenza, si trasforma in un discorso sulla nostra vita, e soprattutto sul nostro stato d’animo. La città non ha altro centro che noi stessi [Istanbul, Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

Istanbul” di Orhan Pamuk (trad. S. Gezgin, Einaudi) è il favoloso ritratto della città natale di Pamuk raccontata attraverso le sue emozioni personali, le sue lunghe passeggiate lungo il Bosforo, i suoi primi disegni, la storia della sua famiglia.

I ricordi di Orhan Pamuk hanno un sapore enciclopedico e risalgono ai suoi primi anni di vita: Pamuk racconta se stesso bambino grazie ai ricordi dei suoi genitori, quelle vicende raccontate ma che col tempo si ha la sensazione di averli vissuti in prima persona.

Negli anni Cinquanta, la grande famiglia Pamuk vive a Palazzo Pamuk, a Nişantaşı, tutti assieme, proprio come le antiche famiglie ottomane. I pianoforti mai suonati e le tazzine dei preziosi servizi da tè, sempre intrappolate nelle buie e polverose credenze chiuse a chiave, trasmettono una grande tristezza al piccolo Orhan, che cerca di curarla saltando sulle preziose poltrone del salotto, mentre la nonna lo ammonisce.

Pamuk è il cognome che si sono scelti in seguito alla Legge sul cognome emanata da Atatürk: essendo chiari di viso, i nonni di Orhan avevano scelto di nominarsi “Pamuk”, che in turco significa “cotone”. La politica di Atatürk era quella di occidentalizzare i turchi, renderli meno asiatici e più affini all’Europa; è così che molti turchi hanno iniziato a sentirsi divisi tra le vecchie tradizioni turche, molto asiatiche, e le nuove mode, molto europee.

L’impero ottomano è crollato da tempo, ma quel sentimento di sconforto e tristezza nel cuore dei turchi è ancora ben presente. Crollano le antiche dimore dei pascià, le loro splendide ville sul Bosforo prendono fuoco e nessuno se ne cura. Sono pezzi del passato che se ne va, mentre il futuro avanza.

Il sentimento di tristezza in cui era immersa la città, senza possibilità di liberarsene, simile a quello che provavo io ascoltando la musica “turca” che mia nonna seguiva muovendo la punta della pantofola, era qualcosa che mi spingeva a costruire un mondo di sogni, se non volevo farmi cogliere da un’ansia mortale [Istanbul, Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

Nei primissimi e reali ricordi Pamuk vede Istanbul come una fotografia in bianco e nero. Pamuk ama soprattutto l’inverno; le notti di nebbia e le sirene delle navi che attraversano il Bosforo; la neve che ricopre i minareti delle moschee; il buio che incede lungo le viuzze; la luce pallida e triste dei lampioni a gas; le figure nere e veloci che rientrano in casa; le case di legno crollate, bruciate, divelte; il ghiaccio del Danubio che galleggia sul Bosforo.

Orhan Pamuk racconta del rapporto conflittuale con suo fratello e con la religione islamica – suo e della sua famiglia, una famiglia molto laica e quasi disinteressata ai precetti del Corano – e del suo unico e disastroso digiuno di un giorno per il Ramadan. Racconta del suo primo amore per Rosa Nera, un amore passionale quanto disperato. Racconta della sua passione per il disegno, Istanbul è ovviamente il suo soggetto prediletto, e della decisione di iscriversi ad Architettura e di quella, travagliata, di lasciare Architettura e diventare scrittore.

A quindici anni cominciai a disegnare ossessivamente panorami di Istanbul. Non era un amore speciale per la città a spingermi a farlo. Non sapevo e non volevo disegnare nature morte o figure umane. Il resto del mondo, cioè tutto quello che vedevo quando uscivo di casa o guardavo dalla finestra, era in ogni caso Istanbul [Istanbul, Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

In “Istanbul” Pamuk non favoleggia solo se stesso: descrive Istanbul anche attraverso gli scrittori turchi classici da lui molto amati; gli scrittori europei; i pittori europei che tentarono di intrappolare per sempre Istanbul su tela; e soprattutto, Pamuk racconta la sua città attraverso le persone comuni.

Da bambino mi occupavo poco dei bizantini, come la maggior parte dei turchi. Durante l’infanzia, quando sentivo dire bizantino mi venivano in mente le vesti e le barbe sinistre dei preti greci ortodossi, gli archi bizantini sparsi per la città, le vecchie chiese di mattone rosso e quelle di Santa Sofia (…) Uno dei più grandi divertimenti della mia infanzia era andare con mia madre a fare acquisti a Beyoğlu, ed entrare e uscire da diversi locali gestiti da greci [Istanbul, Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

“Istanbul” si trasforma così in un contenitore di ricordi, storie e sogni, dove persone, oggetti e fatti si intrecciano componendo un incantevole mosaico. La narrazione di Orhan Pamuk è sempre sospesa tra sogno e realtà, dalla quale si manifesta in chiaro l’amore sincero e vero che Pamuk nutre verso Istanbul. Le immagini che l’autore turco compone sono talmente meravigliose che mi sono spesso ritrovata a tornare indietro e a rileggere alcuni brani, come quando descrive l’arrivo della sera mentre è in salotto con la sua famiglia:

Quando vedevo che il colore del Bosforo e quello del cielo si trasformavano in un blu scuro e affascinante col tramonto, notavo che sulle grandi finestre che davano sullo stretto, alla luce arancione della lampada, non si rispecchiavano più i suoi panorami, o i traghetti e i battelli della linea Beşiktaş-Üsküdar, o i fumi delle navi, ma l’interno della nostra casa [Istanbul, Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

Oppure, come quando crea paragoni romantici e struggenti parlando del sentimento chiamato “hüzün“, una sorta di tristezza generata da una perdita, la quale comporta dolore e afflizione spirituale:

Per me la tristezza è come il vapore sui vetri delle finestre, creato da una teiera che bolle continuamente in una fredda giornata d’inverno, perché non ha un istante di trasparenza e appanna la realtà (…) [Istanbul, Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

“Istanbul” di Orhan Pamuk è un caleidoscopio di volti, sogni, sentimenti, fatti, oggetti, arricchito dalle splendide fotografie, rigorosamente in bianco e nero, del fotografo turco Ara Güler.

Le meravigliose fotografie che Ara Güler espone nel suo album Istanbul smarrita ritraggono uno dopo l’altro i sobborghi pittoreschi, Beyoğlu e la Istanbul della mia infanzia con i suoi tram, i suoi viali lastricati, i suoi cartelloni pubblicitari e la sua atmosfera in bianco e nero, sottolineando la stanchezza, l’invecchiamento e la tristezza della città [Istanbul, Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

“Istanbul” è un libro che ho amato profondamente, dalla cui lettura è nata una profonda emozione come di rado mi succede. È un libro che consiglierei a chi ha già avuto la fortuna di visitare Istanbul, a chi in futuro visiterà Istanbul o chi semplicemente sogna questa città adagiata lungo il Bosforo e a chi cerca un libro capace di ammaliare, sedurre e incantare.

I poeti e i pittori di Istanbul avevano rivolto il loro sguardo verso l’Occidente, a tal punto da non vedere più la città: si dibattevano per appartenere all’era moderna, con i filobus e i manifesti pubblicitari sul ponte di Galata. Invece io non  ero abituato alla tristezza, che era il prezzo per vedere la città: forse ero la persona più lontana dalla malinconia, io, il bambino felice e giocherellone, e non volevo abituarmi a questo sentimento (…) Il fascino di questa città, la ricchezza o il mistero della sua storia, perché dovevano essere un rimedio al nostro dolore? Forse amiamo il posto in cui viviamo solo perché non abbiamo altra soluzione, come in famiglia. Ma dobbiamo scoprire dove e perché amarlo [Istanbul Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

Titolo: Istanbul
L’Autore: Orhan Pamuk
Traduzione: Şemsa Gezgin
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: a chi cerca un libro capace di ammaliare, sedurre e incantare

(© Riproduzione riservata)

Percorsi di lettura: come cambiano e come si creano nel tempo

I gusti letterari cambiano con il tempo: chi cura un blog letterario se ne rende facilmente conto sfogliando le recensioni più datate. Dalla rilettura dei miei articoli più vecchi è nata una serie di riflessioni legate alla scelta delle mie letture e alla creazione dei miei percorsi di lettura.

Durante le calde estati dei primi del Duemila, leggevo solo thriller americani o divoravo caterve di gialli firmati dalla Christie; sebbene oggi legga ogni tanto qualche libro giallo, non è più il mio genere prediletto: è palese che nel passaggio dall’adolescenza alla maturità cambino, spesso drasticamente, le preferenze letterarie.

In questo articolo proverò a spiegare come sono cambiati i miei gusti letterari nel corso del tempo, come scelgo un libro da leggere e come sto creando i miei percorsi di lettura.

 

Il ritorno della voglia di leggere

Quando ho aperto il blog “Il giro del mondo attraverso i libri” mi stavo riaffacciando al mondo della lettura. Nel corso della mia vita non ho letto in modo costante: se durante gli anni del liceo leggevo con perseveranza, negli anni dell’Università ho letto ben poco.

Una volta riacquisito un po’ di tempo libero, con esso è tornata anche la voglia di leggere. Nel 2012 il blog non era ancora nato, sebbene accarezzassi l’idea di aprirne uno su modello di quelli che all’epoca stavano nascendo; quando ho ripreso a leggere con assiduità, però, mi sono accorta che i thriller americani e i gialli non mi davano più le stesse soddisfazioni.

Era necessario capire cosa mi sarebbe piaciuto leggere, essendo più adulta e matura, e quindi avviare un percorso di lettura che mi appagasse e mi aiutasse a crescere e a formarmi. Ma come districarsi in mezzo a tanti libri?

I consigli dei lettori 

All’epoca lavoravo a Torino e spesso facevo un salto alla Libreria Feltrinelli della Stazione Porta Nuova. Si tratta di una grande libreria, molto fornita, ricchissima di testi nuovi e classici, un luogo pieno di ispirazioni. Eppure, avevo difficoltà a scegliere, così avevo deciso di affidarmi ai consigli degli altri lettori.

Seguivo una particolare pagina Facebook collegata ad un blog collettivo: in questi spazi digitali pescavo i consigli di lettura. Grazie ai suggerimenti degli utenti ho letto autori e autrici classici e più moderni.

Suppongo che quei consigli, oggi, forse non li seguirei pedissequamente come allora, per un motivo molto semplice: quando ho deciso di aprire il blog, è nato il mio progetto di compiere il giro del mondo attraverso i libri. Pertanto iniziavo ad avere necessità di leggere romanzi o libri più particolari e soprattutto volevo “scoprirli” in prima persona e, magari, dispensare io stessa consigli agli altri lettori.

Tra le tante letture quali scegliere? (foto: Claudia)

Come scelgo le mie letture

Per prima cosa, io leggo il nome dell’autore e la sua biografia; poiché sono soprattutto interessata alla narrativa straniera, mi affascinano in modo particolare gli autori e le autrici che raccontano appunto di luoghi e situazioni lontane dalla mia, senza però disdegnare la letteratura italiana.

Vi sono poi una serie di discriminanti che mi portano a propendere per una lettura o l’altra:

  • Vicende personali: se un libro è ambientato in un luogo che mi intriga, conosciuto o ancor meglio a me sconosciuto; se il libro ha come sfondo un’epoca storica alla quale sono legata; se il libro è stato scritto da un autore o un’autrice che ho già apprezzato; se la trama del libro presenta una realtà talmente diversa dalla mia da risultare affascinante ai miei occhi di lettrice italiana.
  • Un viaggio in programma: corollario della discriminante sopra, un viaggio in programma in un certo luogo mi porta a cercare romanzi o altri generi ambientati in quel determinato posto. A mio avviso non c’è nulla di meglio che leggere un libro ambientato nel luogo che si andrà a visitare: quando stavo organizzando il viaggio a Lisbona il bellissimo “Sostiene Pereira” mi ha incantata e sono certa che il mio soggiorno lusitano non sarebbe stato così emozionante senza la compagnia pregressa del caro dottor Pereira.
  • Libri dentro ai libri: quando si legge un libro è possibile che tra le righe siano citati altri libri; vuoi perché il protagonista della storia è un brillante lettore; vuoi perché l’Autore sente di dover citare i libri che lo hanno ispirato o le sue letture del cuore; vuoi perché ci si appassiona ad una certa letteratura o un certo luogo e, una volta finito di leggere, si ha voglia di approfondire e conoscere.

Come creare un percorso di lettura

Un percorso di lettura si avvia quando si decide di leggere libri che hanno elementi in comune e che forniscono un sguardo completo e preciso a proposito di un luogo, un argomento, un’epoca storica. 

Tra i miei percorsi di lettura:

  • Un luogo: le Repubbliche Baltiche, tre stati che ho amato e che ho potuto scoprire prima grazie ai libri e quindi grazie ai viaggi veri e propri.
  • Un argomento: le frontiere, un tema vastissimo e molto attuale che mi interessa approfondire attraverso storie, testimonianze, atlanti e saggi.
  • Un’epoca storica: l’era sovietica, con i racconti di viaggio, di autori sovietici e stranieri, e i romanzi ambientati nei paesi che facevano parte dell’Unione Sovietica, sempre di autori sovietici o stranieri.

I temi da scegliere sono tantissimi, tanti quanto le proposte di lettura che si possono trovare in libreria o in biblioteca: diventa necessario scegliere un argomento che appassiona e su questo impostare il proprio percorso di lettura, che si arricchirà man mano di spunti.

Una volta scoperto l’argomento oggetto del proprio interesse, è necessario selezionare le letture. Si può partire ricercando autori e autrici nati un determinato luogo o che hanno operato fotografando una precisa epoca storica (se state impostando un percorso legato al luogo o all’epoca); oppure cercare per argomento, lasciando da parte la nazionalità di chi scrive, concentrandosi sui titoli dei libri e sulle idee che sviluppano.

Dove cercare le letture?

  • In biblioteca, e sono certa che i bibliotecari saranno felici di aiutarvi a cercare libri sul vostro argomento, mostrandovi magari proposte che diversamente vi sfuggirebbero;
  • In libreria, dove i libri sono divisi per sezioni e spesso persino per argomento, per facilitarvi ulteriormente;
  • In rete, seguendo blog letterari o iscrivendovi alle newsletter degli editori che pubblicano libri che accendono il vostro interesse.

All’inizio potrà sembrare difficile, ma come scrivevo qualche riga fa, nei libri ci sono altri libri e sono certa che molti spunti di lettura li troverete proprio grazie ai primi volumi letti.

Man mano che leggerete, aggiornerete la vostra lista dei libri da leggere, o addirittura deciderete di approfondire nuovi argomenti scoperti proprio grazie a quelle letture.

Stefano Malatesta | Il cammello battriano. In viaggio lungo la via della seta

La storia dell’Asia Centrale si confonde con la storia dei popoli nomadi di ceppo mongolo, turco o tunguso. Non esistevano territori occupati stabilmente, ma pascoli, con mandrie che cercavano l’erba e cavalieri che seguivano le mandrie. Prima dell’unificazione effettuata da Gengis Khan, che pose tutte le tribù mongole sotto la bandiera dei mongoli blu, una parte dell’attuale Mongolia era turca. E ancora oggi un popolo turco, gli yakuti, occupano a nord dei tungusi il nord-est della Siberia [Il cammello battriano, Stefano Malatesta]

Stefano Malatesta è un giornalista e viaggiatore italiano. Da sempre appassionato di Storia, studiando gli oggetti esposti nelle sale d’arte orientale del British Museum di Londra, Malatesta scopre un rotolo buddhista, chiamato Diamond Sutra, il quale parrebbe stampato nel 866 d.C. in Cina, sei secoli prima della famosa Bibbia di Gutemberg.

Il prezioso oggetto è stato portato in Inghilterra dagli archeologi che lavorarono in un’oasi sperduta nel Turkestan Cinese, una regione della Cina dove la maggioranza è composta dagli uiguri, un’etnia turcofona e mussulmana, non distante dal temibile deserto del Taklamakan. La scoperta dell’intrigante rotolo è il pretesto per intraprendere un viaggio lungo uno dei tanti rami della Via della Seta.

Il viaggio di Stefano Malatesta inizia da Peshawar, in Pakistan, al cospetto di alcune delle montagne più alte del pianeta, e attraversa una parte del desolato altopiano del Pamir tagiko.

Il Pamir, che gli arabi chiamavano Bam-Dunya, il Tetto del Mondo, si trova alla latitudine del Mediterraneo, ma non nasconde da nessuna parte quei piccoli paradisi verdeggiandi come altrove nell’Himalaya. E’ una steppa gelida, spazzata dal vento come le montagne che le circondano. L’aridità dell’aria provoca una rapidissima evaporazione su qualsiasi superficie e i rari viaggiatori primaverili rimangono stupefatti quando le valanghe staccatesi dalle cime vaporizzano in nuvole d’argento prima di toccare il suolo (…) Nei tremila chilometri quadrati che costituiscono il cuore di ghiaccio e neve del Pamir, ci sono 1500 ghiacciai, di cui almeno 30 superano qualsiasi ghiacciaio delle Alpi [Il cammello battriano, Stefano Malatesta]

Dopo aver valicato i passi che uniscono Pakistan e Tagikistan, Malatesta scende in CIna e il suo itinerario tocca la millenaria città di Kashgar, nel Turkestan Cinese.

I cavalli erano la maggiore attrazione del mercato (…) Rimasi incantato ad ammirare i volteggi scuri, gli arresti imperiosi, la scioltezza morbida con cui stavano in sella i cavalieri che venivano dalle steppe. Kirghisi, kazaki, mongoli, uiguri, tagiki, che d’estate salivano dalla pianura per raggiungere i grassi pascoli delle montagne. Ma la domenica riscendevano, attratti dal mercato di Kashgar. La città esiste da almeno duemila anni. Ma la domenica riscendevano, attratti dal mercato di Kashgar. La città esiste da almeno duemila anni [Il cammello battriano, Stefano Malatesta]

Antica mappa che mostra i luoghi lungo la Via della Seta (fonte: Wikipedia)

L’obiettivo di Malatesta è quello di seguire le tracce degli archeologi – alcuni senza scrupoli – che qui scavarono giungendo a scoperte grandiose. Il viaggiatore italiano prosegue ancora nellla regione del Xinjiang, alla ricerca delle famose oasi, con la bussola sempre puntata verso est. Raggiunge infine Tun-huang, alle pendici dell’imponente catena montuosa dello Nan Shan.

Dando un semplice sguardo alla carta geografica ci si accorge che l’Asia Centrale non appartiene né alla Russia né alla Cina, e nemmeno a se stessa. Appartiene al vuoto [Il cammello battriano, Stefano Malatesta]

Il cammello battriano” è il racconto del lungo itinerario che Stefano Malatesta ha seguito attraverso Pakistan, Tagikistan e Turkestan Cinese. Nel corso del viaggio, Malatesta snocciola aneddoti, curiosità, storie e fatti legati a questa affascinante quanto sconosciuto frammento d’Asia, riuscendo perfettamente nell’intento di appassionare e stupire il lettore.

Una regione da sempre attraversata da carovane, uomini e oggetti che viaggiavano lungo l’asse ovest-est; le merci provenienti dall’estremo Oriente erano richieste in Occidente, e proprio grazie a questi scambi commerciali hanno anche circolato idee, religioni, culture, saperi. Qui si sono mescolate popolazioni per secoli, tanto che non è raro trovare alcune etnie con caratteri spiccatamente nordici, quali occhi azzurri e capelli chiari, come i cafiri del Palistan, o come le mummie del Tarim, una serie di corpi che mostrano spiccati caratteri caucasici ritrovati lungo il fiume Tarim risalenti a circa 2000 anni prima di Cristo.

La grande ricchezza dell’Asia Centrale sta nel fatto di essere stata, per molti secoli, una sorta di terra di mezzo che tutti dovevano attraversare. Era questo settore il fulcro, il motore del mondo dell’epoca. E come ricorda Stefano Malatesta, è vero che le civiltà sono nate una volta che l’uomo ha messo radici, ma senza il movimento – di uomini, oggetti, idee – non saremmo arrivati ai livelli culturali oggi.

La presenza dei nomadi metteva allegria. Sappiamo che le civiltà sono nate quando i popoli migratori sono diventati stanziali. Ma qualcosa continua a suggerirci che la nostra natura consiste nel moto e che la quiete assoluta è la morte [Il cammello battriano, Stefano Malatesta]

Titolo: Il cammello battriano
L’Autore: Stefano Malatesta
Editore: BEAT Edizioni
Perché leggerlo: perché è un viaggio attraverso i secoli e lungo uno dei molti rami della Via della Seta, luoghi che ancora oggi, dopo tanto tempo, hanno il potere di affascinare il viaggiatore moderno

(© Riproduzione riservata)

Paolo Ferruccio Cuniberti | Ultima Esperanza

Valparaíso, 10 gennaio 1869. In questa data, io Federico Sacco, veterinario, zoologo e naturalista, nato Piemontese e ora Italiano, mi accingo a redigere le prime note del mio diario di viaggio verso la Terra Australe altrimenti detta Patagonia. E che Dio mi protegga [Ultima Esperanza, Paolo Ferruccio Cuniberti]

Nel maggio del 1872 i soci della Società Geografica Italiana si riuniscono a Firenze. Lo scopo della riunione è quello di leggere e commentare il diario di Federico Sacco, giovane veterinario piemontese, del quale nessuno conosce il destino, poiché partito nel gennaio del 1869 per svolgere una spedizione naturalistica nelle Terre Australi, finanziata da privati e dalla Società Geografica stessa, è misteriosamente scomparso.

Solo poche lettere sono state scritte dal Sacco, destinatari la famiglia e la Società Geografica. A seguire, solo il silenzio. Ma all’improvviso giunge a Firenze uno dei due diari di Federico Sacco: il diario con le annotazioni scientifiche e naturalistiche non è pervenuto, ma i membri della Società Geografica possono leggere il diario personale.

Prende avvio l’avvincente e intrigante lettura delle annotazioni del Sacco, le quali iniziano nel gennaio del 1869, una volta raggiunta – dopo un lungo viaggio faticoso ed estenuante – la città di Valparaíso. Quando Federico Sacco racconta del suo ambizioso progetto ai compagni di nave, tra una tempesta e l’altra, alcuni di essi lo prendono per pazzo: Sacco non sa cosa lo aspetta, le Terre Australi sono selvagge, difficili da attraversare e soprattutto abitate da popolazioni indigene bellicose.

(…) percorrere una via di terra di oltre milletrecento miglia sul versante cileno della Patagonia da Puerto Montt fino a Punta Arenas è impossibile; i collegamenti avvengono solo via mare o passando oltre il confine argentino: sul lato del Pacifico è una miriade di isole, fiordi e canali; in terraferma i luoghi sono impraticabili con aspre e inaccessibili montagne a picco sul mare intersecate da valli glaciali. Lo vedrete con i vostri occhi (…) [Ultima Esperanza, Paolo Ferruccio Cuniberti]

Federico Sacco non si lascia intimidire dai commenti negativi delle persone che incontra; il veterinario è deciso ad affrontare il lungo viaggio nel cuore della Patagonia cilena sia per soddisfazione personale, sia per dovere nei confronti di chi lo ha gentilmente sponsorizzato.

Inizialmente, Sacco si unisce all’esercito del colonnello Cornelio Saavedra Rodríguez, un uomo senza scrupoli che cerca, con la violenza, di strappare le terre agli indigeni, nelle regioni del Bio-Bio. Staccatosi finalmente dagli altri bianchi, Federico Sacco può partire per il viaggio sognato, alla fine dell’ottobre del 1869, dall’isola di Chiloé.

Da questo punto in avanti, Federico Sacco potrà annotare ogni dettaglio, subirà furti e prepotenze, si ritroverà solo in mezzo al nulla, conoscerà avanzi di galera a Punta Arenas e gli indigeni aonikenk della regione di Ultima Esperanza. Vivrà una serie di avventure incredibili, peripezie che mai avrebbe immaginato, ma il punto fermo di tutto il suo viaggio sarà la costante meraviglia di trovarsi di fronte a luoghi e panorami di incomparabile bellezza che certamente nascondono clamorosi segreti.

Nel paesaggio primordiale in cui mi trovavo immerso, ho immaginato aggirarsi i mostruosi iguanodonti e gli altri giganteschi rettili che oggi sappiamo aver popolato il pianeta prima di noi. Mi sono convinto che se in futuro si avvieranno quaggiù sistematiche ricerche con appropriate spedizioni scientifiche, anche in questa parte di mondo non tarderanno ad emergere nuove e ancor più clamorose meraviglie. Chissà quali straordinarie vestigia di esseri antidiluviani affioreranno dagli abissi della preistoria di questo continente rimasto isolato così a lungo! [Ultima Esperanza, Paolo Ferruccio Cuniberti]

Patagonia cilena (fonte: photo by Ken Treloar on Unsplash)

Ultima Esperanza” di Paolo Ferruccio Cuniberti è uno di quei libri che riescono a trasportare il lettore completamente dentro la storia. Si seguono con trepidazione le tappe del viaggio di Federico Sacco: ci si meraviglia con lui di fronte alla grandiosità dei panorami, si trema quando ci si imbatte negli indios e ci si indigna quando si incontrano persone crudeli e violente le quali vogliono strappare la terra ai nativi.

Cuniberti crea un personaggio che è un uomo d’altri tempi: intelligente, curioso, rispettoso e corretto, il quale suscita immediatamente simpatia. Proprio al suo personaggio, Federico Sacco, è affidata la narrazione sotto forma di diario personale, inserita nella cornice della lettura delle note da parte della Società Geografica Italiana quando già si conosce il triste epilogo della vicenda.

Ultima Esperanza” è sia il fantasioso racconto delle esplorazioni di Federico Sacco, veterinario piemontese con la bruciante passione per la scoperta (tanto che, Cuniberti immagina che sia proprio il Sacco a scoprire la Cueva del Milodonte), sia un ritratto vivido e preciso di quella che doveva essere la Patagonia cilena verso la fine dell’Ottocento.

Prima che i coloni abbattessero alberi, distruggessero vilaggi, depradassero le terre degli indios ona, kaweshqar, chono, aonikenk – oggi tutti estinti -, la Patagonia cilena era davvero un luogo dove un uomo poteva sentirsi più estraneo che parte del posto. Un luogo che forse avrebbe dovuto restare tale, per preservare il suo fascino selvaggio e quasi intimidatorio.

Non fosse per i leoni, che mi pare di sentire in agguato dietro ogni cespuglio, siamo in una terra benedetta che offre del suo meglio, ma non posso non riflettere sul mio confronto costante con le risorse della natura, tra le quali sono un momento preda, un momento predatore, ma sempre con un che di estraneo. [Ultima Esperanza, Paolo Ferruccio Cuniberti]

Titolo: Ultima Esperanza
L’Autore: Paolo Ferruccio Cuniberti
Editore: Edicola Ediciones
Perché leggerlo: per stupirsi della piccolezza dell’uomo di fronte all’abbagliante maestosità e grandiosità della Patagonia cilena di fine Ottocento

(© Riproduzione riservata)

Mika Waltari | Gli amanti di Bisanzio

Il mio cuore è come quello di un adolescente. Devo ricorrere alla poesia perché non mi bastano le parole (…) Eppure sento di conoscerti come se ti conoscessi da una vita intera. Per me tu sei tutta Bisanzio. Sei Costantinopoli, la città dei Cesari. È così che ho riconosciuto le strade, le colonne, il marmo, i mosaici, l’oro e il porfido, come se ci avessi vissuto in passato (…) È per te che per tutta la vita ho desiderato vivere qui. Sognando la tua città sognavo te. E come la tua città mi è sembrata al vederla mille volte più incantevole di quanto avessi osato immaginarla, così tu sei mille volte più bella di quanto non ricordassi (…) [Gli amanti di Bisanzio, Mika Waltari, trad. N. Rainò]

Costantinopoli, dicembre 1452. Si fa chiamare Johannes Angelos, è un uomo dallo sguardo misterioso che emana un fascino particolare, grazie ai suoi caratteri fisici che ora paiono latini e ora greci. Si trova nella Basilica di Santa Sofia, a Costantinopoli, e ascolta le parole del Basileus Costantino XI in merito all’Unione delle Chiese cattolica e ortodossa.

Nessuno dei bizantini di Costantinopoli è d’accordo con l’Unione delle Chiese, è una concessione dettata dalla disperazione: l’Imperatore Costantino la autorizza a patto che i genovesi, i veneziani e il Papa inviino navi, armi e uomini per difendere la città dalle mire del Sultano Maometto II. Perché oltre le mura della città stanziano le truppe dei turchi, agguerriti e pronti ad espugnare la città dei Paleologi.

Johannes Angelos ascolta i discorsi di Costantino e del Patriarca, ma all’improvviso il suo sguardo ricade su una donna incantevole: Angelos credeva di essere giunto all’autunno dei suoi anni, ma si scopre follemente innamorato di questa donna. Si incontrano, si parlano: nessuno sa nulla dell’altro, se non che subiscono a vicdenda il fascino. La donna si chiede chi sia Angelos, e perché si trovi a Costantinopoli in questo delicato momento storico, mentre le mura iniziano a cedere sotto i colpi dei cannoni del Sultano Maometto II.

Sono fuggito dal Sultano, e ho lasciato una posizione che molti mi invidiavano, unicamente per venire a combattere per Costantinopoli. Non per te, né per il tuo Imperatore, ma per questa città che è stata il cuore del mondo. Di quel grande impero è rimasto soltanto il cuore. Che batte i suoi ultimi, malinconici palpiti [Gli amanti di Bisanzio, Mika Waltari, trad. N. Rainò]

Una spia, dunque? O forse un pazzo? C’è da fidarsi di un uomo che ha voltato le spalle al Sultano per venire a combattere a fianco dei genovesi, veneziani e bizantini per difendere una città che non gli appartiene?

Questa tua città è come un vecchio scrigno che ha perso le pietre preziose che l’ornavano e ha gli spigoli ammaccati. Ma al suo interno custodisce ancora la bellezza di un tempo [Gli amanti di Bisanzio, Mika Waltari, trad. N. Rainò]

Istanbul (fonte: Flickr, Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0))

Arruolato dal genovese Giustiniani, Angelos si divide tra la difesa armata della città e Anna, la sua amante. I turchi avanzano in modo inesorabile; posizionano i cannoni nei pressi delle mura teodosiane e cannoneggiano senza sosta. Scavano nel sottosuolo e aprono gallerie per cercare di entrare in città. Il contrattacco è pesante, la battaglia è logorante e procede per molto tempo.

Per Angelos, la città non ha nessuna possibilità: verrà conquistata da turchi, il Sultano entrerà trionfante a Costantinopoli, distruggerà i simboli cristiani e ucciderà coloro che non saranno d’accordo con lui. Per Angelos, la caduta di Costantinopoli è ormai prossima.

La sera ho pregato nel monastero di Chora. Mi sono inginocchiato davanti alla santa icona accanto ai miei fratelli greci. Estasiato, respirato il fumo dell’incenso (…) Per la mia fede, per il mio sangue, per Cristo, sono pronto a morire (…) Per tutta la vita ho detestato il fanatismo e l’intolleranza, ho fuggito quei sentimenti. Oggi quel fervore arde nel mio cuore come una fiamma viva [Gli amanti di Bisanzio, Mika Waltari, trad. N. Rainò]

Gli amanti di Bisanzio” di Mika Waltari, tradotto da N. Rainò per Iperborea, è il grandioso romanzo sulla caduta di Costantinopoli, avvenuta il 29 maggio 1453 per mano dei soldati agli ordini del Sultano Maometto II, passato alla storia col nome de Il Conquistatore. Una data divenuta cruciale per l’intera Europa, giacché da quel momento incomincia ad affermarsi l’Impero Ottomano, che conquisterà terre e regioni che un tempo fecero parte dell’ormai dissolto Impero romano.

Il romanzo di Waltari è scritto sotto forma di diario e copre un lasso di tempo che va dal 12 dicembre 1452 al 30 maggio 1453. Angelos narra in prima persona le vicende che ruotano attorno alla preparazione della difesa, alle battaglie e alla definitiva presa della città. Nel corso di circa cinque concitati mesi, Angelos racconta in realtà due storie parallele: la caduta di Costantinopoli e la sua passionale storia d’amore con Anna, la donna bellissima incontrata a Santa Sofia.

La conquista è il sentimento che accomuna le due storie: quella del Sultano Maometto II che tenta di sfondare le mura mentre l’Imperatore Costantino prega affinché ciò non avvenga, e quella di Angelos che con la sua notevole capacità dialettica riesce a conquistare il cuore di Anna.

Tornerò, amore mio (…) tornerò ancora una volta alle catene dello spazio e del tempo per trovarti. Uomini, nomi e popoli cambieranno, ma dalle rovine delle mura i tuoi occhi, come bruni fiori vellutati, torneranno a guardarmi. E tu, qualunque nazione o tempo apparterrai, tocca con la tua mano la polvere, quando tornerai, tocca attraverso il tempo le mie guance nella polvere fino a quando non ci ritroveremo [Gli amanti di Bisanzio, Mika Waltari, trad. N. Rainò]

Mosaici bizantini nel Monastero di Chora, Istanbul (fonte: Flickr Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0))

Waltari scrive con una fervente passione, dettagliando minuziosamente ogni oggetto, evento, sentimento o punto della città, in particolare il settore di Santa Sofia e i luoghi prossimi alle mura teodosiane. Quando la caduta è pressoché imminente, il tono diventa ancora più malinconico.

Se è vero che i lettori conoscono la fine della storia sin dall’inizio – tutti sappiamo della vittoria di Maometto II il Conquistatore – quello che viene lasciato al termine della vicenda è l’ultimo colpo di scena, quello che stupisce e grazie al quale si capiscono molte cose narrate in precedenza da Angelos e molti suoi comportamenti e modi di fare.

Gli amanti di Bisanzio” di Mika Waltari è un romanzo che consiglio agli appassionati di storia, a coloro che cercano un romanzo che è il vivo ritratto di Costantinopoli, di un’epoca e di un amore struggente sullo sfondo di una città che, cadendo, ha segnato il destino dell’Oriente e dell’Occidente. Una città destinata a diventata la capitale di un nuovo impero che per secoli avrebbe scritto intere pagine di storia e cambiato il volto alla stessa Europa, giungendo alle porte di Vienna: la Sublime Porta, ovvero l’Impero Ottomano.

Viandante, che un giorno camminerai sulle rovine di queste mura. Dalle pietre e dalla cenere, tra i fiorellini gialli, ti guardano gli occhi tristi e profondi degli ultimi greci [Gli amanti di Bisanzio, Mika Waltari, trad. N. Rainò]

Titolo: Gli amanti di Bisanzio
L’Autore: Mika Waltari
Traduzione dal finlandese: Nicola Rainò
Editore: Iperborea
Il mio consiglio: ai cuori appassionati, agli amanti dell’Oriente, a chi vuole organizzare un viaggio a Istanbul o, se preferite, a Bisanzio

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