Miroslav Penkov | A est dell’Occidente

Ho trovato le lettere che ha scritto a mia moglie molto prima che ci conoscessimo, quando lei aveva sedici anni. Una di quelle scoperte stupide, da romanzo rosa, niente a che vedere con la realtà e la vecchiaia (…) Non riesco neanche a immaginare di essere capace di scrivere lettere che una donna voglia conservare per sessant’anni. Vorrei essere stato io ad aver conosciuto Nora quant’era più vicina all’inizio della sua vita che alla fine. Perché questa è la semplice verità: siamo prossimi alla fine. E io non voglio. Io voglio vivere per sempre. Voglio rinascere nel corpo di un giovane e con la mente di un giovane, diversi dal mio corpo e dalla mia mente. Voglio vivere di nuovo, essere qualcuno che non conserva alcun ricordo di me. Voglio essere quell’uomo [dal racconto Makedonija, Miroslav Penkov, trad. A. Arduini]

Negli otto racconti che compongono la raccolta “A est dell’Occidente” dello scrittore bulgaro Miroslav Penkov (trad. Ava Arduini, Neri Pozza) i protagonisti sono giovani e vecchi bulgari alle prese con i ricordi, le speranze e gli insuccessi, sempre divisi tra due mondi: l’Est, dove sono intrappolati, e l’Ovest, che sognano ad occhi aperti.

Nel racconto “Makedonija” un uomo anziano parcheggiato in una casa di riposo scopre una serie di lettere nel portagioie della moglie Nora: si tratta di lettere scritte dall’amore giovanile di Nora, morto durante la guerra contro i turchi, nel tentativo di difendere i confini della Bulgaria. Per l’uomo, la scoperta delle lettere diventa l’occasione per pensare con nostalgia al suo passato.

In “Ad est dell’Occidentedue sfortunate coppie di amanti sono divise da un fiume e da un confine, quello serbo-bulgaro. Una storia d’amore finirà tragicamente, con un respiro quasi shakespeariano, l’altra terminerà in modo imprevedibile ma triste.

Comprando Lenin” è senza dubbio il racconto che ho preferito: un giovane bulgaro decide di lasciare la sua terra perché ha vinto una carta verde per gli Stati Uniti. Il nonno, fervente comunista devoto a Lenin benché l’Unione Sovietica sia ormai andata in mille pezzi, disapprova che il nipote decida di andare nel cuore dei “porci capitalisti“. Nel bel racconto viene sviscerato il rapporto tra nonno e nipote, condito con una bella dose di storia bulgara.

Il racconto “La lettera” indaga il rapporto tra una ragazzina bulgara, molto sveglia e lesta di mano, con Magda, la sorella gemella affetta da un ritardo mentale; qualcuno approfitterà del buon cuore di Magda e toccherà alla sorella trovare una soluzione al problema.

Una fotografia con Yuki” è un altro bel racconto: un bulgaro emigrato in America sposa una giapponese che sognava di disegnare cartoni animati. Tornano in Bulgaria per vacanza e per fare una serie di visite mediche quando si troveranno coinvolti in un drammatico incidente che avrà ripercussioni importanti soprattutto su Yuki.

In “Ladri di croci” ci sono due amici che vogliono rubare una croce d’oro nella Chiesa dei Sette Apostoli a Sofia: nella cripta dell’edificio religioso, però, faranno una scoperta veramente inquetante. Ne “Devshirmeh” un bulgaro giunto in America con la famiglia – moglie e figlia – si scontrerà con la cultura occidentale, diviso tra la voglia di diventare qualcuno in America e la voglia di non dimenticare le proprie radici.

L’orizzonte notturno” è un altro racconto che mi ha colpito molto. Ambientato all’indomani dell’avvento del comunismo in Bulgaria, il governo appena insediato costringe tutti i bulgari con origini turche a lasciare i propri nomi e a scegliersi nomi e cognomi bulgari. Kemal, la figlia di Kemal il fabbricante di cornamuse, deve affrontare questo dramma assieme alla malattia della madre e all’arresto del padre.

Nel quartier generale della milizia la coda copriva tre piani di scale. Kemal fu costretta ad aspettare accanto alla madre (…) tra le mani teneva un quaderno che le aveva dato qualcuno, un quaderno che conteneva pagine e pagine di nomi. Nomi come si deve. Bulgari. Aleksandra, Anelia, Anna, Burislava, Borjana, Vanja, Vesselina, Vjara (…) “Qualunque cosa accada là dentro” disse suo padre, “te la dovrai dimenticare” [dal racconto Makedonija, Miroslav Penkov, trad. A. Arduini]

Cattedrale di Aleksandr Nevskj, uno dei monumenti più noti di Sofia, la capitale della Bulgaria (foto: Nikolai Karaneschev, Wikipedia CC BY 3.0)

Nei racconti di Penkov, come dicevo nell’introduzione, i protagonisti vengono descritti con leggerezza e naturalezza. Sono sempre alla ricerca di loro stessi, cercano di migliorare la loro condizione, sognano l’occidente e in particolare l’America. Sono personaggi che spesso si cacciano nei guai, ma altre volte sono i guai ad arrivare da loro; alcuni racconti fanno sorridere, altri passaggi fanno riflettere.

Quando ho deciso di legggere “Ad est dell’Occidente” cercavo un libro che mi raccontasse la Bulgaria – la sua storia, i suoi contrasti – e qualcosa dei suoi abitanti: ho trovato otto racconti tragicomici, scorrevoli, decisamente ben scritti e coinvolgenti. Per questo suggerisco la raccolta “Ad est dell’Occidente” di Miroslav Penkov a chi ha voglia di scoprire l’Europa dell’Est attraverso le voci e le speranze, i dolori e le soddisfazioni dei suoi abitanti.

Titolo: Ad est dell’Occidente
L’Autore: Miroslav Penkov
Traduzione dall’inglese: Ada Arduini
Editore: Neri Pozza
Perché leggerlo: per scoprire l’Europa dell’Est attraverso le voci e le speranze, i dolori e le soddisfazioni dei suoi abitanti
Leggilo se: ti sono piaciuti i romanzi di Jonathan Safran Foer

(© Riproduzione riservata)

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La mia bussola punta a Nord: consigli per un viaggio a Riga

La mattina della partenza sono tranquilla, e di solito non mi accade mai. Arriviamo puntuali all’Aeroporto di Orio al Serio di Bergamo: è una mattina splendida per volare, non c’è una nuvola. Quando il nostro aereo decolla, io mi incollo letteralmente al finestrino del velivolo: le Alpi sono splendide, con le loro cime aguzze e innevate.

Un paio d’ore dopo, atterriamo a Riga, la capitale della Lettonia. L’aereo inizia ad avvicinarsi al suolo e io scorgo il Mar Baltico: ho un piccolo tuffo al cuore. È in quel momento che mi rendo conto che sono tornata, sono tornata per davvero nelle mie amate Repubbliche Baltiche. E ora vi racconto qualcosa di più.

Perché Riga?

Riga è la capitale della Lettonia, la maggiore tra le tre capitali baltiche. Anche la Lettonia, come l’Estonia e la Lituania, è diventata indipendente per la seconda volta e in modo definitivo nel 1991. Quando rivelavo ad amici e conoscenti che sarei andata a Riga, per un po’ restavano spaesati pensando che sarei andata in Russia. La Lettonia è oggi un Paese dell’Unione Europea, ha adottato l’euro come moneta e grazie agli accordi europei è possibile entrare in territorio lettone in modo libero e senza controlli alle frontiere.

Qualche cenno sulla sicurezza: Riga mi è parsa una città molto sicura. Non ho mai avvertito la sensazione di essere seguita o fissata con insistenza, né ho notato personaggi equivoci o loschi. Riga è una città molto pulita e questo mi ha fatto molto piacere.

Come già sapete, la curiosità verso i Paesi Baltici mi è nata leggendo “Anime baltiche” di Jan Brokken, tradotto in italiano da C. Cozzo e C. Di Palermo per Iperborea. Riga è la seconda capitale baltica che ho visitato e anche lei, nella sua eleganza e raffinetta, mi ha colpita positivamente.

Mercatino di Natale di Riga (foto: Claudia)

Perché organizzare un viaggio a Riga?

  • Riga è stata una delle città della Lega Anseatica e il suo splendido centro storico di origine medievale è stato dichiarato Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.
  • La città di Riga vanta una delle più complete e interessanti collezioni di edifici in stile liberty d’Europa, un palazzo più bello dell’altro che faranno la gioia degli appassionati d’architettura.
  • Riga ha il mercato coperto più grande d’Europa, che si trova nel quartiere russo: qui troverete davvero qualsiasi cosa e resterete impressionati nei padiglioni del pesce e della carne per l’abbondanza e la varietà di merci proposte.
  • La Biblioteca Nazionale di Riga è un monumento nazionale: quando i sovietici governavano la Lettonia avevano proibito e distrutto migliaia di testi lettoni. La nuova Biblioteca Nazionale, che sembra un’arca e si riflette sulla Daugava, può ospitare circa quattro milioni di libri.
  • L’offerta culturale a Riga è notevole: la città ha molti musei e alcuni ad ingresso gratuito.

Lo spettacolare scalone del Museo dell’Art Nouveu a Riga (foto: Claudia)

Come vestirsi in inverno per un viaggio a Riga?

Anche quest’anno non ho sofferto il freddo, però una sera lungo il fiume soffiava un vento gelido e tagliente. Per cui a tutti suggerisco indossare: una maglietta termica maniche lunghe, un pile leggero, un pile giacchetta con cappuccio e un giaccone a vento; poi, calzemaglia termica, calzini, pantaloni di velluto, scarponcini impermeabili; infine non dimenticate paraorecchie, guanti e una sciarpa. E ora via, a svaligiare Decathlon.

Come sempre, ho portato con me alcuni medicinali generici: Moment, Tachipirina e una confezione di Benagol.

Cattedrale della Natività di Cristo a Riga (foto: Claudia)

Come arrivare, dove soggiornare, come muoversi a Riga

Per raggiungere Riga mi sono affidata a Ryanair: ad agosto ho acquistato Bergamo-Riga al prezzo di 64 euro a/r. Dall’aeroporto di Riga sono molte le soluzioni per raggiungere il centro città: il più economico e comodo è utilizzare l’autobus n. 22 che collega Riga Lidosta (aeroporto) con Autoosta (Stazione Centrale di Riga). Dalla Stazione Centrale di Riga partono tutti i bus, filobus e tram per raggiungere ogni punto della città (escluso il centro storico che è pedonale). Per chi è intenzionato a muoversi con i mezzi pubblici suggerisco di acquistare l’abbonamento: si può comprare in aeroporto al punto informativo e ci si può abbonare per uno, tre o cinque giorni. Noi abbiamo sottoscritto l’abbonamento per 5 giorni (15 euro).

L’offerta di ostelli, hotel, residence a Riga è notevole. Io ho prenotato attraverso Booking.it un hotel 4 stelle al prezzo incredibile di 90 euro per tre notti, con colazione inclusa. Il City Hotel Teater mi è piaciuto molto: personale gentile, stanze spaziose e comodissime, arredamento sovietico, bagno spazioso e molto pulito. La colazione decisamente varia e abbondante.

Chiostro del Duomo di Riga (foto: Claudia)

Cosa e dove mangiare a Riga

Come per le strutture, anche per i ristoranti avrete un’ampia scelta a Riga, in funzione di quanto vorrete spendere. Io vi posso suggerire due posti dove mi sono trovata davvero benissimo: Pelmeni LX e i self service della catena Lido.

Pelmeni LX è un locale piccino in prossimità del centro dove vengono offerti solo ravioli siberiani, da quelli con la carne a quelli vegetariani. Ci si serve al bancone e alla cassa viene pesato quanto preso. Ci si può sedere in uno dei colorati tavolini e gustare questi buoni ravioli. Il menù è solo in lettone: divertitevi! Prezzo per un pasto (abbondante): 5-9 euro (bevande incluse).

I self service della catena Lido sono spettacolari: la varietà di cose proposte è impressionante e va dai piatti di pesce (ottimi il salmone e i merluzzi panati), alla carne (pollo, vitello, maiale) senza scordare le sane verdure o le gustose insalate lettoni (con barbabietola o buonissima quella di yogurt e patate). I dolci sono ottimi, li troverete vicini alle casse, per tentarvi un po’. Non esiste la pasta, rassegnatevi per qualche giorno. Prezzo medio per un pasto: 8-12 euro (bevande incluse).

Se soggiornate a Riga in inverno e siete curiosi di provare qualcosa di particolare potete mangiare al mercatino di Natale in piazza del Duomo. Vi suggerisco di non dimenticare di assaggiare il karstais, una bevanda calda fatta con succo di mela, succo di ribes o mirtillo, cannella, chiodi di garofano e scorzette d’arancia, con diversa gradazione alcolica. E’ molto zuccherata ma scalda parecchio!

Cibi sottaceto al mercato centrale di Riga (foto: Claudia)

12 cose da non perdere a Riga

  • Se viaggiate in inverno, il Mercatino di Natale in piazza Duomo
  • Il monumento alla Libertà
  • Il Museo del KGB (ingresso gratuito, visite guidate a pagamento)
  • Il Museo d’Arte Nazionale Lettone (ingresso 6 euro)
  • Il Museo dell’Art Nouveau (ingresso 9 euro)
  • Le vie del Liberty: Elizabeta iela e Alberta iela
  • Il centro storico della città e le chiese ortodosse
  • La Biblioteca Nazionale
  • Una gita a Jurmala, località balneare sul Mar Baltico facilmente raggiungibile in treno da Riga (biglietti a/r circa 2.50 euro)
  • Il Duomo di Riga e lo spettacolare Chiostro (ingresso al Chiostro 3 euro)
  • Il mercato centrale di Riga e il quartiere russo
  • Un drink allo Sky Bar Radisson Blue: è caro per la media di Riga ma la vista dal 26° piano ripaga il prezzo

Stazione di Jurmala (foto: Claudia)

Cosa leggere per prepararsi a sognare un viaggio a Riga

La guida che ho usato

Uno degli splendidi edifici liberty di Alberta iela (foto: Claudia)

*

Per il momento mi fermo qui a raccontare il viaggio a Riga. Presto preparerò un itinerario letterario per scoprire la città, che a mio avviso merita davvero di essere visitata, lasciando a casa tutti i pregiudizi per godersi un viaggio davvero indimenticabile!

Ricardo Romero | Storia di Roque Rey

Roque Rey guarda le scarpe e non sa bene che cosa dovrebbe pensare, che cosa potrebbe dire in un momento simile. Perché il problema è che l’uomo che è diventato sa che momenti simili non esistono (…) Le scarpe sono uniche e lo è, anche, l’atto di togliersele. Roque Rey guarda le scarpe e contempla il gesto. Muove i piedi e li ignora. Sulla riva, la barca attende che si decida [Storia di Roque Rey, Ricardo Romero, trad. V. Martinetto]

Roque Rey è un bambino quando mamma Esther lo abbandona a casa della zia Elsa e dello zio Pedro. Roque è un bambino biondo, timido, taciturno e riflessivo: i primi anni della sua vita li trascorre con degli zii, la severa zia Elsa lo porta spesso in chiesa, mentre lo zio Pedro è una persona più scherzosa e divertente. Un giorno, all’improvviso, lo zio Pedro muore e Roque vive un secondo abbandono dopo quello della madre.

Il giorno del funerale dello zio, la zia Elsa chiede a Roque un favore: può il ragazzino indossare le scarpe eleganti e nuove che verranno poi messe ai piedi dello zio Pedro? Roque accetta e si riempie di cotone le punte delle scarpe guante. Mentre giungono amici e parenti ad omaggiare la salma dello zio Pedro, Roque si allaccia le scarpe e inizia a camminare lungo i quartieri di Paraná.

Roque non tornerà mai più da zia Elsa: camminerà per anni e anni, attraverso gli immensi spazi dell’Argentina, lungo quartieri e città, incontrando personaggi più o meno bizzarri e curiosi, mantendosi sempre ai margini della società, senza esporsi mai troppo, senza farsi notare e senza lasciare un segno.

Le disse che l’amava ancora, che l’aveva perdonata, che sperava stesse bene. Le disse che adesso era lui a dover partire. Che non poteva più continuare ad abitare in quella casa perché quella casa apparteneva ai morti. Ai cari estinti. Aggiunse che le scarpe dello zio Pedro lo spingevano ancora ad andare avanti. Che non poteva smettere di portarle finché non fosse stato in grado di amare allo stesso modo in cui lui aveva amato [Storia di Roque Rey, Ricardo Romero, trad. V. Martinetto]

Caminito, La Boca, Buenos Aires (Wikipedia CC BY 2.0)

Quando leggo un romanzo sudamericano c’è spesso un punto oltre il quale mi perdo e vado in crisi, devo mettere da parte la mia razionalità e cercare di lasciarmi andare alla narrazione (nel romanzo, se siete curiosi, il punto di crisi è stato quando Roque ha suonato il campanello di Mariana). A volte mi chiedo se sia io ad avere problemi con la letteratura sudamericana o se io sia incapace di mollare gli ormeggi della mia razionalità e immergermi in una vicenda un po’ assurda. Ma andiamo per ordine.

Storia di Roque Rey” di Ricardo Romero, tradotto da Vittoria Martinetto per Fazi editore, è un romanzo che nei primi capitoli si presenta con buone premesse ma con il procedere della lettura si ha la sensazione che succeda poco e nulla; ci si aspetta un colpo di scena che invece non arriva e la vicenda resta piatta, senza troppi avvenimenti degni di nota. Leggendo ho avuto spesso la sensazione che la narrazione fosse immobile e allo stesso tempo che mancasse qualcosa.

Roque Rey è uno di quei personaggi che vorrei prendere da parte e scuotere un po’, vorrei dirgli di svegliarsi perché gli altri stanno approfittando di lui in ogni modo. Forse Roque è solo ingenuo, forse è solo troppo buono. Roque, inoltre, non si fa scrupoli nell’abbandonare le persone che lo amano e non ha la tendenza a chiedersi se per caso, con la sua fuga, ha fatto loro del male. Roque abbandona zia Elsa, Padre Umberto sul pullman, Los Espectos (un gruppo musicale e canoro), l’amico Marcos, ma non abbandona Mariana perché è la ragazza ad abbandonare prima lui. Così come non abbandona la madre di Mariana, né Natalia,Inés.

Roque Rey è un ragazzo prima e un adulto poi che vive passivamente le situazioni, senza mettersi in gioco più di tanto per cambiare la sua esistenza. Roque Rey è un personaggio incapace di amare, forse perché da piccolo di amore ne ha conosciuto poco e sa solo abbandonare gli altri, dato che sia suo padre che sua madre lo hanno lasciato senza tornare mai più.

Come in molti romanzi sudamericani, anche in “Storia di Roque” vengono raccontati episodi che sfiorano l’assurdo: uno su tutti, la nascita di Roque stesso. La madre non sa di essere incinta e pensa di avere un cancro o una malattia brutta quando invece scopre che quei dolori lancinanti all’addome non sono altro che contrazioni. Ma questo non è il solo evento assurdo narrato nella storia, ce ne sono molti altri, per esempio lo strano funerale che Roque fa per un personaggio a cui, tutto sommato, tiene.

La storia dell’Argentina citata nel libro è decisamente molto velata, necessita di una conoscenza minima per capire alcuni riferimenti a Perón, alla dittatura di Videla e il relativo stato di polizia, fino alla grande crisi e all’inflazione degli anni novanta.

L’idea di indossare le scarpe di zio Pedro e iniziare un lungo, lunghissimo vagabondaggio l’ho trovata interessante, eppure qualcosa non ha funzionato: non mi sono sentita coinvolta dalla storia come avevo immaginato. Pur essendo un romanzo denso e corposo, “Storia di Roque Rey” non riesce a lasciare un segno, come Roque stesso non riesce a lasciare nei luoghi che visita e nelle persone che incontra.

E mi ha ricordato molto il romanzo “Stoner” di John Williams, dove non succede nulla di eclatante o entusiasmante se non la vita ordinaria di una persona qualunque. È come se Roque camminasse con le scarpe degli altri, prima di zio Pedro e poi dei morti che incontrerà all’obitorio di Buenos Aires, per non lasciare traccia di sé, neppure un’impronta.

Titolo: Storia di Roque Rey
L’Autore: Ricardo Romero
Traduzione dallo spagnolo: Vittoria Martinetto
Editore: Fazi
Perché leggerlo: per immergersi nella società argentina, per conoscere e capire di più di questo immenso Paese pieno di contraddizioni
Leggilo se: ti è piaciuto “Stoner” di John Williams (Fazi)

(© Riproduzione riservata)

Judith Schalansky | Atlante tascabile delle isole remote

La cartografia dovrebbe essere annoverata finalmente tra i generi poetici e l’atlante tra la bella letteratura (…) Consultare le carte può sì alleviare il desiderio di viaggiare in paesi lontani che esse suscitano e addirittura sostituire il viaggio, ma allo stesso tempo ofre molto di più di un appagamento estetico. Chi apre le pagine di un atlante non si limita a cercare i singoli posti esotici, ma desidera smodatamente tutto il mondo in una sola volta (…) Ancora oggi preferisco un atlante a ogni guida di viaggio [Atlante tascabile delle isole remote, Judith Schalansky, trad. F. Gabelli]

Atlante tascabile delle isole remote” di Judith Schalansky (trad. F. Gabelli, Bompiani) porta un curioso sottotitolo: “Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò“. Incuriosita dall’argomento e dopo averlo sfogliato in libreria, decido di immergermi in questa lettura atipica.

Dopo un’introduzione nella quale la Schalansky, giornalista tedesca, spiega come è nata la sua passione per le mappe e gli atlanti, vengono presentate cinquanta isole situate nel Mar Glaciale Artico, nell’Oceano Atlantico, nell’Oceano Indiano, nell’Oceano Pacifico e infine nell’Oceano Antartico.

La Schalansky dedica per ogni isola quattro pagine: la prima è una sorta di carta d’identità dell’isola stessa, con informazioni generali quali coordinate geografiche, localizzazione rispetto ad altre isole o a punti geografici ben noti, numero di abitanti o abitatori, eventi storici degni di nota. Segue una mappa dell’isola, dove il lettore curioso più leggere i nomi dei monti, delle insenature, delle eventuali cittadine presenti, quindi seguono due pagine di informazioni o curiosità sull’isola.

Isola di Pasqua, 27° 9′ S, 109° 25′ W (fonte: Wikipedia, CC BY-SA 3.0)

Con la lettura, inizia per chi legge un rocambolesco giro del mondo attraverso le isole, pur restando comodamente sprofondato in poltrona: dall’isola di Sant’Elena, celebre perché Napoleone vi trascorse gli ultimi anni in esilio, passando all’isola di Howland, ridosso della quale sparì il velivolo dell’intrepida aviatrice Amelia Earhart.

Sull’Itasca tutti scrutano l’orizzonte con i binocoli, mandano segnali, ma l’etere non risponde più. Amelia Earhart sparisce poco dietro la linea del cambiamento di data, in volo verso il giorno ormai passato. L’oceano tace. [Atlante tascabile delle isole remote, Judith Schalansky, trad. F. Gabelli]

Storie di naufraghi e di esperimenti nucleari in paradisi tropicali; storie di esploratori che affrontano i ghiacci artici e antartici ben sapendo a cosa andranno incontro; vicende di marinai ammutinati del Bounty e di popolazioni del pacifico che nascono (quasi) tutti daltonici. C’è anche spazio per storie davvero inquietanti, come quella della Sarah Joe che navigava nelle acque delle isole Taongi.

Alle 17, la Sarah Joe è dichiarata dispersa. La guardia costiera invia un elicottero e un aereo nella tempesta, ma la visuale è pessima (…) Per cinque giorni la guardia costiera esce in mare, i parenti ancora un’altra settimana. Non trovano niente (…) Nove anni e mezzo più tardi, uno dei cercatori, il biologo marino John Naughton, scopre sulla spiaggia di Taongi – l’atollo più settentrionale e più arido delle Isole Marshall, 3600 chilometri a ovest delle Hawaii -, il relitto di una barca. E’ la Sarah Joe. Proprio lì accanto, una croce di legno si innalza su una semplice tomba di pietre accatastate. Un paio di ossa spuntano dalla sabbia. Come si scoprirà, sono i resti di Scott Moorman. Chi lo abbia sepolto qui e dove siano gli altri, rimane un mistero. [Atlante tascabile delle isole remote, Judith Schalansky, trad. F. Gabelli]

Taongi, isole Ratak, 14°32′N 169°00′E (Wikipedia, CC BY 2.0)

Atlante tascabile delle isole remote” è un viaggio attraverso terre estreme e dimenticate, ma non aspettatevi più di qualche breve cenno per ogni isola: starà a voi e alla vostra voglia di scoperta approfondire gli episodi accennati che vi intrigano di più.

Titolo: Atlante tascabile delle isole remote
L’Autrice: Judith Schalansky
Traduzione dal tedesco: Francesca Gabelli
Editore: Bompiani
Perché leggerlo: per viaggiare attraverso mari e oceani restando ben comodi in poltrona
Leggilo se: ti sono piaciuti “L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson e “Robinson Crusoe” di Daniel Defoe

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Morten A. Strøksnes | Il libro del mare o come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone sul vasto mare

Qualcuno una volta ha scritto che il nostro pianeta non dovrebbe chiamarsi Terra: dovrebbe semplicemente chiamarsi Mare. Sotto di me sfilavano montagne, boschi e altipiani all’infinito, finché, arrivati a Helgeland, la terra si è aperta in fiordi e in un mare ondulato che si estendeva a ovest fino a dove la linea tra cielo e acqua perdeva all’orizzonte, in un grigio lucente che pareva fatto di piume di uccelli. Ogni volta che lascio Oslo e vado a nord ho la senzazione di liberarmi: dall’entroterra, da formicai, da abeti, da fiumi, dalle acque dolci e dal gorgoglio delle paludi. Via, verso il mare, libero e infinito (…) [Il libro del mare, Morten A. Strøksnes, trad. F. Felici]

Due amici norvegesi appassionati di mare e di pesca. Un enorme e sfuggente squalo di Groenlandia. Un arcipelago costituito da isole e isolette dove è la natura a farla da padrona. Un’amicizia che si rinnova ad ogni viaggio, nonostante i battibecchi. Una serie di curiosità scientifiche, naturalistiche, sociali e storiche sulla Norvegia e sul Nord Europa.

Questi sono gli ingredienti che fanno funzionare alla perfezione “Il libro del mare o come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone sul vasto mare” di Morten A. Strøksnes, edito da Iperborea nella traduzione di Francesco Felici.

Morten Strøksnes raggiunge l’amico Hugo sull’isola di Skova, nel Nord della Norvegia, dove quest’ultimo vive con la famiglia. L’intenzione dei due amici è quello di pescare il temibile squalo di Groenlandia usando la loro semplice attrezzatura da pesca e uscendo in mare col loro gommone.

Hugo è un artista e gran conoscitore del mare e dei suoi pericoli, mentre Morten è un giornalista, fotografo e fonte inesauribile di sapere scientifico: una coppia decisamente ben assortita che incomincia a navigare nel Vestfjorden, il braccio di mare che divide Skrova dalle isole Lofoten, alla ricerca della loro preda speciale.

Sfrecciamo fuori dalla baia e oltre, fino al lato esterno del faro di Skrova, dove gettiamo in acqua il sacco perforato con i salmoni. Sul Vestfjorden c’è opplætt, come la chiamano i pescatori, cioè la quiete che piano piano cala dopo la tempesta. Benché non ci sia quasi vento, ci vuole tempo prima che il mare si calmi (…) Più che altro per divertimento, caliamo anche la lenza, trecentocinquanta metri più sei di catena, e un amo su cui ho infilato un pezzo massiccio di grasso di balena. Sappiamo che non ci sono grandissime possibilità, oggi, visto che l’odore del salmone non ha ancora avuto il tempo di diffondersi. Comunque provare non costa nulla, e poi ci serve una scusa per rimanere qualche ora sul Vestfjorden  [Il libro del mare, Morten A. Strøksnes, trad. F. Felici]

Photo by Johny Goerend on Unsplash

Il libro del mare” di Morten A. Strøksnes è un’opera che sfugge ad ogni definizione, un testo impossibile da inquadrare in un solo genere. C’è la storia di un’amicizia, alla base, e la conseguente caccia allo squalo di Groenlandia che ne fa da collante. Ma il vero protagonista è il mare: Strøksnes scrive di miti, leggende, storie del Nord, curiosità naturalistiche, ecologiche e geologiche, insomma un vero caleidoscopio di informazioni che divertono e coinvolgono profondamente il lettore.

Allo stesso tempo, “Il libro del mare” contiene una affascinante riflessione sull’uomo, da secoli intrepido esploratore terrestre e stellare, ma che sa bene quanti segreti siano ancora celati nelle profondità degli abissi marini. E infine, chi ama così tanto la natura e le scienze sa quale pericolo concreto l’umanità e la Terra saranno costrette ad affrontare nei prossimi decenni: il cambiamento climatico globale, un fenomeno apparentemente inarrestabile che minaccerà ogni angolo della Terra, splendidi mari norvegesi compresi.

Il mare se la cava bene senza di noi. Siamo noi che senza di lui non ce la caviamo [Il libro del mare, Morten A. Strøksnes, trad. F. Felici]

Photo by Lukas on Unsplash

Titolo: Il libro del mare o come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone sul vasto mare
L’Autore: Morten A. Strøksnes
Traduzione dal norvegese: Francesco Felici
Editore: Iperborea
Perché leggerlo: per sognare il Grande Nord, per i curiosi della natura, per chi ha a cuore il nostro Pianeta
Leggilo se: ti è piaciuto “L’arte di collezionare mosche” di Fredrik Sjöberg (trad. F. Ferrari, Iperborea)

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Dino Buzzati | Il deserto dei tartari

Adesso era finalmente ufficiale, non aveva più da consumarsi sui libri né da tremare alla voce del sergente, eppure tutto questo era passato. Tutti quei giorni, che gli erano sembrati odiosi, si erano ormai consumati per sempre, formando mesi ed anni che non si sarebbero ripetuti mai. Sì, adesso egli era ufficiale, avrebbe avuto soldi, le belle donne lo avrebbero forse guardato, ma in fondo – si accorse Giovanni Drogo – il tempo migliore, la prima giovinezza, era probabilmente finito. [Il deserto dei tartari, Dino Buzzati]

Il tenente Giovanni Drogo è stato nominato ufficiale e si prepara per raggiungere la sua prima destinazione: la Fortezza Bastiani. Drogo ha trascorso anni per prepararsi a quel momento: ha studiato molto, ha dovuto fare innumerevoli sacrifici, ha sopportato le angherie dei compagni e dei superiori; ma finalmente, ecco, è tenente.

Saluta l’amata madre, i suoi amici e la città, pronto per raggiungere la Fortezza Bastiani. Viaggia per due giorni a cavallo del suo destriero e accompagnato dai dubbi che si manifestano ogni volta che si incomincia una nuova avventura. Giunto alla Fortezza, Drogo si accorge che è un luogo davvero solitario.

Gli pareva, la Fortezza, uno di quei mondi sconosciuti a cui mai aveva pensato sul serio di poter appartenenre, non perché gli sembrassero odiosi, ma perché infinitamente lontani dalla sua solita vita. Un mondo ben più impegnativo, senza alcuno splendore che non fosse quello delle sue geometriche leggi [Il deserto dei tartari, Dino Buzzati]

Il primo impulso di Giovanni Drogo è quello di scappare, di abbandonare la Fortezza e tornare a casa. Ma il Maggiore Matti, sfoggiando le sue migliori capacità persuasive, convince Drogo a restare almeno quattro mesi, poi vedrà.

È così che il tenente Giovanni Drogo si trova sempre più irretito dal misterioso potere della Fortezza Bastiani: i quattro mesi trascorrono, ma Drogo decide di restare ancora qualche mese. È sicuro, Giovanni, che presto o tardi i tartari arriveranno dal deserto per invadere i territori che i soldati devono difendere; Drogo dovrà essere lì alla Fortezza a contrastare l’invasione dei tartari, anche al costo di trascorrere tutta la vita in attesa di quel momento.

Sperava di non scorgere nulla e invece una striscia nera attraversava obliquamente il fondo biancastro della pianura e questa striscia si muoveva, un denso brulichio di uomini e convogli che scendevano verso la Fortezza. Altro che le miserabili file di armati al tempo della delimitazione del confine. Era l’armata del nord, finalmente e chissà… [Il deserto dei tartari, Dino Buzzati]

Dino Buzzati scrisse “Il deserto dei tartari” nel 1940, quando aveva trentatré anni e lavorava al Corriere della Sera. Sin dalle prime pagine, chi legge si accorge che l’intera opera di Buzzati è permeata di attesa e velata d’angoscia e preoccupazioni.

Il tenente Giovanni Drogo giunge alla Fortezza da giovanissimo, appena uscito dalla scuola degli ufficiali, e la sua prima destinazione non lo convince. Allo stesso tempo, però, la Fortezza esercita su di lui uno strano potere ammaliante e una volta entrato Giovanni non riesce più ad andarsene via.

Gli anni trascorrono velocemente, e Drogo diventa sempre più vecchio. Il tempo passa ma dei tartari neppure l’ombra. Giovanni Drogo torna in città in più di un’occasione e rivede alcuni suoi vecchi compagni di classe e gli pare che essi abbiano raggiunto i veri successi della vita: qualcuno si è sposato, altri hanno un buon lavoro.

Drogo, invece, si sente prigioniero della Fortezza Bastiani ma allo stesso tempo non vuole scapparte perché è convinto che prima o poi qualcosa accadrà.

Fotogramma tratto dal film “Il deserto dei tartari” del 1976, diretto da Valerio Zurlin.

Il deserto dei tartari” è una lettura che arriva dritta al cuore dei lettori perché nelle parole di Buzzati è impossibile non ritrovarsi: quanti di noi abbiamo atteso che un certo periodo della nostra vita terminasse, per poi rimpiangerlo? Abbiamo atteso che la scuola finisse, e con essa le interrogazioni a sorpresa e le sgridate dei professori; ma guardandoci indietro saremmo disposti a rivivere quei giorni, anziché vivere la monotonia di un giorno lavorativo.

Quante volte guardiamo i nostri vecchi compagni di scuola o amici e pensiamo che loro abbiano avuto più successo di noi? E quante volte lasciamo scappare via il tempo presente, senza viverlo appieno, aspettando un futuro sconosciuto?

Il deserto dei tartari” nella sua prosa immobile e sempre in attesa è un libro che mi è piaciuto molto e che ho fatto mio: mi sono ritrovata spesso nei ragionamenti del tenente Drogo e nell’immobilità della Fortezza; godersi di più il presente, non lasciarsi intristire dal passato e non pensare troppo al futuro remoto potrebbero essere buoni propositi per l’anno che incomincia.

Titolo: Il deserto dei tartari
L’Autore: Dino Buzzati
Editore: Mondadori
Perché leggerlo: perché è un libro universale, un libro che parla di tutti noi e del tempo che trascorriamo nell’attesa di qualcosa che – forse – non arriverà mai

(© Riproduzione riservata)

Le migliori letture del 2017: la classifica finale

Puntuale come sempre, ecco l’articolo in cui raccolgo le migliori letture del 2017. Ho letto in totale 71 libri, meno dell’anno scorso e di questo sono molto contenta: tra i buoni propositi del 2018 da lettrice c’è quello di leggere meno libri ma sceglierli con più cura.

In questo articolo vi parlerò dei dieci libri più belli letti nel 2017, con un breve commento. Prendete appunti, ché non è mai troppo tardi per regalarsi un libro. Buona lettura!

Leggendo Tabucchi sognavo il Portogallo

Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi (Feltrinelli) è il libro che ho deciso di leggere dopo aver prenotato il volo per Lisbona. Sarei andata in Portogallo per la prima volta e avevo voglia di documentarmi a proposito del piccolo stato affacciato sull’Oceano Atlantico. A metà romanzo ho capito che sarebbe diventata una delle migliori letture dell’anno. Rua da Saudade è quasi nascosta, bisogna cercarla con attenzione, ma c’è; Pereira invece non l’ho incontrato: un motivo per tornare nella splendida Lisbona?

Di viaggi e di confini: la mia Europa

Trans Europa Express di Paolo Rumiz (Feltrinelli) è un reportage di viaggio che mi è stato suggerito da Pina, lettrice che cura il blog Il mestiere di leggere. Rumiz racconta di un viaggio compiuto da Nord verso Sud, dalla Norvegia alla Turchia, passando più volte attraverso la cerniera d’Europa, il confine tra l’Unione Europea e la Russia. Mentre leggevo Trans Europa Express, la mente vagava assieme al giornalista Rumiz e iniziava a sognare un viaggio così avventuroso e istruttivo.

Due raccolte di racconti: famiglie irlandesi, famiglie filippine

Tutto in ordine e al suo posto di Brian Friel (marcos y marcos, trad. D. Benati) è una raccolta di racconti agrodolci che raccontano l’Irlanda del Nord e i suoi abitanti. I racconti all’apparenza sembrano tristi: si parla di alcolismo, povertà, nidiate di figli da crescere e difficoltà economiche. Eppure, Friel riesce sempre a strappare un sorriso al lettore e i suoi personaggi non si perdono mai d’animo, mettendo tutto sommatto ogni cosa in ordine e al suo posto.

Famiglie ombra di Mia Alvar (Racconti edizioni, trad. G. Guerzoni) è una raccolta di racconti dove le famiglie smembrate sono protagoniste: dalle Filippine al Medio Oriente, giungendo sino in Europa o addirittura in America, le famiglie descritte da Mia Alvar si sparpagliano per il mondo, dando origine alle famiglie ombra.

Da un figlio per il padre, la Libia che non mi aspettavo

Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro di Hisham Matar (Einaudi, trad. A. Nadotti) è la storia di un figlio, Hisham, che torna in Libia dopo più di trent’anni per scoprire cosa è successo a Jaballa Matar, suo padre, oppositore del regime di Gheddafi. Con una scrittura seducente, elegante e con un tono pacato, quasi volesse sussurrarci questa storia, Hisham Matar regala ai lettori un libro che contiene tutto l’amore che un figlio nutre verso il padre e verso il proprio Paese d’origine.

Da un padre per il figlio, il polveroso Midwest americano degli anni ’50

Gilead di Marylinne Robinson (Einaudi, trad. E. Kampmann) è un romanzo magnifico perché è come una trapunta calda quando a settembre iniziano le prime serate fredde. Un libro che racconta di un’America rurale che esiste solo più nei ricordi, o nelle lettere polverose che si disfano se le si legge. E il reverendo Ames, col suo gran cuore, è uno dei personaggi meglio riusciti incontrati nei romanzi.

Da Guernsey con amore (per i libri e per la vita)

Il Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey di Mary Ann Shaffer e Annie Barrows (Astoria, trad. G. Scocchera e E. Rinaldi) è un romanzo epistolare che funziona alla perfezione, raccconta una storia vera e una inventata, con leggerezza e molto sentimento. È un libro ricco di persone buone e capaci a sacrificare loro stesse per il bene degli altri; poi parla di libri e di ciò che possono fare per noi: salvarci e farci incontrare le persone che cambieranno per sempre la nostra vita.

Le graphic novel, tra Cile e i confini ‘caldi’ d’Europa

Gli anni di Allende di Carlos Reyes e Rodrigo Elgueta (Edicola ediciones, trad. P. Primavera) è un’ottima graphic novel che illustra con precisione e dettaglio gli anni appena precedenti alla vittoria di Salvador Allende, il periodo del suo mandato come presidente del Cile e la sua drammatica morte. Un ottimo libro per coloro che sono curiosi di scoprire qualcosa su una delle più importante figure politiche del Sudamerica del Novecento.

La crepa di Carlos Spottorno e Guillermo Abril (add editore, trad. F. Bianchi) è una graphic novel dove vengono raccontati i confini caldi d’Europa, quei confini fatti di fili spinati, campi minati e uomini, donne e bambini che cercano di raggiungere un luogo sicuro. Una storia drammatica per aprirci gli occhi sulla disperazione del prossimo.

Se ami il Nord, naviga alle Lofoten

Il libro del mare di Morten A. Strøksnes (Iperborea, trad. F. Felici) è stata l’ultima lettura del 2017 ed è entrata nella classifica perché si tratta di un libro unico che sfugge ad ogni tentativo di classificazione. Morten e Hugo sono due amici che decidono di andare a caccia dello squalo di Groenlandia, enorme predatore che nuota nelle gelide acque delle Lofoten; ma nel frattempo, Morten racconta aneddoti, spesso divertenti, curiosità scientifiche e geografiche. Il libro perfetto per chi ama il Nord Europa e vuole sentirsi coinvolto attraverso tutti i sensi.

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Con la speranza che il 2018 mi porti tempo per leggere e belle letture, ora che vi ho svelato i migliori libri dell’anno, tocca a voi raccontarmi quali sono state le vostre letture preferite!

 

Libri, viaggi e buoni propositi per il 2018

L’aforisma che mi ha accompagnata per tutto il 2017 è una frase estratta dal libro Trans Europa Express di Paolo Rumiz: “I sogni di chi viaggia sono i più facili da decifrare“. Pur amando questa citazione al punto di averla appuntata un po’ dappertutto, per far sì che mi rispecchi davvero forse dovrei riscriverla più o meno così: “I sogni di chi viaggia e legge sono i più facili da decifrare”.

Leggere e viaggiare sono due mie grandi passioni e spesso si compenetrano, poiché dopo la lettura di un libro inizio a sognare un viaggio oppure dopo un viaggio vado alla ricerca di un libro che me lo ricordi.

Così, prima di pubblicare l’articolo con le letture migliori dell’anno, ho scritto un breve memoir, come una pagina di diario, che parli appunto di libri e viaggi, senza dimenticare i buoni propositi per il 2018.

Le mie letture, i buoni propositi

Il 2017 è stato decisamente generoso: ho letto molti libri e sono quasi sempre riuscita a ritagliarmi tempo per leggere. Facendo un bilancio su numeri e qualità, penso di aver letto troppi libri e alcuni di questi li ho terminati troppo in fretta. Leggere, per me, è un piacere; io non leggo per lavoro, quindi tra i buoni propositi per il 2018 da lettrice compaiono per primi quelli di leggere meno titoli, leggerli più lentamente e cercare di sceglierli con più cura. Preferirei non leggere di tutto e poi ritrovarmi tra le mani un libro orrendo o che non rispecchia i miei gusti e desiderare solo di toglierselo dai piedi il più in fretta possibile.

Rallentare la lettura godersi la storia parola per parola, senza sentirsi in dovere di terminare un libro perché se ne hanno già altri dieci in attesa o si deve per forza scrivere la recensione in tempi brevi.

Dei 71 libri letti quest’anno 70 sono stati recensiti (in realtà, di due mancano ancora le recensioni perché li ho terminati la scorsa settimana). Uno non l’ho recensito, i motivi sono due: è un libro che non mi è piaciuto e che ho terminato saltando le pagine. Non ha nessun senso parlare di un libro senza averlo letto interamente: spesso leggo delle recensioni che mi sembrano dei copia-e-incolla dai comunicati stampa (che ricevo anche io via mail) oppure delle recensioni così vaghe che potrebbero adattarsi ad una rosa di titoli. Può darsi che nel 2018 non recensirò tutti i libri che leggerò: una recensione, se scritta bene, porta via almeno un paio d’ore; per certi libri basterà un post su Facebook.

Forse non scriverò le recensioni di tutti i libri letti nel corso del 2018: preferisco scrivere meno recensioni e cercare di curarle di più.

Il giro del mondo a che punto è? Quest’anno ho raggiunto il traguardo di 100 Paesi visitati attraverso i libri, per cui per completare il giro me ne mancano poco meno di altri cento. Inizia a diventare difficile scovare libri tradotti in italiano e scritti di autori provenienti da Paesi particolari, ma un passo per volta aggiungerò mattoncini al mio progetto.

Leggere le letterature straniere che più straniere non si può è sempre una priorità.

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I miei viaggi, i miei desideri

Dopo le letture, ecco il bilancio dei viaggi in Italia e in Europa. Questo è stato un anno molto europeo, più europeo che italiano: ho messo piede in 7 stati europei e ho visitato 3 regioni italiane.

Ad aprile ho viaggiato tra Svizzera e Liechtenstein (con due piccole puntate l’una in Austria, l’altra in Germania). A luglio è stata la volta di una veloce corsa in Provenza, sfruttando la relativa vicinanza tra Francia e Piemonte: il rovente altopiano di Valensole mi ha incantata e spero che in futuro ci sarà occasione di tornare di nuovo.

Il vero viaggio del 2017 si è concretizzato ad agosto: ho realizzato il sogno di volare a Lisbona e per una ventosa e soleggiata settimana sono stata in Portogallo, visitando non solo la capitale lusitana ma anche i suoi dintorni. Un vaggio davvero stupendo, tra i migliori mai organizzati.

Settembre è il mio mese preferito e mi ha regalato un altro viaggio bellissimo: il mio compleanno l’ho trascorso in una delle mie regioni d’Italia preferite: l’Umbria. Ho trascorso tre giorni nella cittadina di Gubbio, e ho girovagato tra Assisi e Spoleto, attraverso i luoghi del santo Patrono d’Italia, San Francesco, e del celebre prete investigatore Don Matteo. Ritornando a casa, ho fatto una tappa a Ravenna, incantevole città che custodisce dei mosaici a dir poco unici e dopo tanti anni ho reso omaggio al Sommo Poeta.

A dicembre ho realizzato il mio secondo sogno baltico: sono salita su un aereo diretto a Nord-Est e ho raggiunto Riga, l’elegante e stupenda capitale della Lettonia. Presto arriverà un articolo sulla Riga letteraria, un percorso attraverso i libri e i luoghi, senza dimenticare il buon cibo (ebbene sì, in Lettonia ho mangiato molto bene).

E i desideri per i viaggi del 2018? Vorrei concentrarmi su tre punti cardinali: Sud, Est e Nord.

Italia: nel 2018 vorrei continuare i miei giretti in Valle d’Aosta, la mia regione d’Italia preferita dopo il Piemonte, ma non mi dispiacerebbe ritornare in Liguria o scoprire qualche città lombarda.

Europa: nel 2018 mi piacerebbe soggiornare in una bella isola mediterranea, magari in estate. Desiderei iniziare a scoprire l’Est Europa, un’elegante capitale, forse? Infine, come già sapete, la mia bussola punta sempre a Nord, per cui vorrei che nel mio 2018 ci fosse posto per almeno un viaggio in Nord Europa.

I viaggi è vero che prosciugano le finanze, ma quando torno è innegabile: mi sento sempre più ricca di quando sono partita.

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E ora, un po’ di ringraziamenti. Grazie per avermi letta, grazie per il vostro supporto, grazie per i vostri commenti e la vostra fiducia. Che sia un 2018 positivo per tutti, che possa vederci realizzati tanti sogni e che ci conservi sempre la curiosità di scoprire nuovi luoghi, nuove culture e nuove esperienze!

Lars Gustafsson | Il pomeriggio di un piastrellista

È curioso, si disse Torsten, che io abbia così tanti pensieri strani proprio oggi. In parte piuttosto sgradevoli, in parte decisamente belli. Mi tornano in mente cose, alle quali non pensavo da anni. È come se questa strana casa avesse qualche sorta di influenza sul modo di pensare. Fra poco vado in cucina a farmi un goccetto. Ma guarda qui come viene bene questa piastrellatura! File ordinate e precise, belle piastrelle finlandesi. E aspetta che io abbia finito le fughe (…) È comunque una gran cosa, riuscire a fare un po’ d’ordine nella vita. Anche se si sa benissimo che un bel giorno arriverà qualcuno che demolità tutto per sostituirlo con qualcos’altro. C’è un unico attimo bello, ed è quando si vede come tutto si accorda, quasi da sé [Il pomeriggio di un piastrellista, Lars Gustafsson, trad. C. Giorgetti Cima]

Torsten Bergam è un piastrellista di Uppsala, un uomo che ha deciso di vivere con l’unica compagnia della sua stessa solitudine. Moglie e figlio sono morti: Torsten abita in una casa preda del disordine, un po’ come la sua vita; si arrangia con qualche lavoretto rigorosamente in nero e si concede giusto qualche goccetto ogni tanto. Torsten non ha veri amici, ma un conoscente finlandese un giorno gli telefona per chiedergli se ha voglia di sistemare le piastrelle del bagno di un edificio in ristrutturazione di proprietà di un facoltoso committente.

Il piastrellista di Uppsala accetta il lavoretto, pensando alle corone che riuscirà a raggranellare. Inizia così il pomeriggio di Torsten che, avviando la sua Volvo scassata (con la revisione scaduta da anni), si dirige verso la costruzione in via di ristrutturazione indicata dal finlandese.

La grande casa è deserta: Torsten non trova nessuno ad accoglierlo, non un’anima che gli spieghi cosa debba fare esattamente. Ma raggiunto da sé il bagno, il piastrellista si rende conto del terribile lavoro eseguito dal professionista precedente e inizia a martellare via le piastrelle incollate storte.

In quella lunga giornata, Torsten Bergam il piastrellista incontrerà diversi personaggi e altri li immaginerà solamente; sarà un lungo pomeriggio, durante il quale il suo lavoro verrà rimestato dai ricordi che spesso tornano a tormentare il vecchio piastrellista.

Veniva preso da una sorta di malinconica tristezza anche solo a passare nelle vicinanze e vedere giovani betulle e cardi crescere fra i binari dove un tempo correvano i vagoncini ribaltabili, riempiti fino all’orlo di pesante argilla dell’Uppland. Perché gli ricordava, in qualche modo vago e generico, un’epoca in cui la sua vita era ancora popolata di gente (…) Ogni cosa era mondo, e nulla in quel mondo gli apparteneva sul serio. Così ebbe inizio il giovedì di Torsten Bergam [Il pomeriggio di un piastrellista, Lars Gustafsson, trad. C. Giorgetti Cima]

Il pomeriggio di un piastrellista” di Lars Gustafsson (trad. C. Giorgetti Cima, Iperborea, 157 pagine, 15 €) è considerato un classico nordico, pur essendo stato scritto negli anni novanta; il romanzo di Gustafsson è molto breve e si svolge nell’arco di una giornata. È scritto in terza persona ma il narratore è onniscente, poiché presenta ai lettori le inquietudini e i pensieri del piastrellista Bergman.

La vita era quella che era, e diventava quel che diventava. E nemmeno era possibile tornare indietro e riparare. La miseria dell’esistere [Il pomeriggio di un piastrellista, Lars Gustafsson, trad. C. Giorgetti Cima]

L’espediente narrativo dare avvio alla storia è la telefonata del finlandese, che chiede a Torsten di recarsi in una determinata casa in ristrutturazione per sistemare delle piastrelle posate male da precedente piastrellista; da quest’idea Lars Gustafsson dà il via ad una serie di riflessioni sulla vita, sulla solitudine, sull’economia della Svezia; demolendo le piastrelle storte e cercando di incollare quelle nuove dritte e al loro posto, si legge la volontà di Torsten di riparare i suoi vecchi errori, anche se spesso non è possibile o è già troppo tardi.

Si presenta anche un conoscente scomparso da molti anni, una persona amica un tempo, ma con la quale oggi ha perso completamente ogni sorta di confidenza. I ricordi di Torsten Bergman affiorano via via e rendono il piastrellista sempre più malinconico con l’incedere del pomeriggio.

A non presentarsi mai è il committente del lavoro, che assomiglia quasi ad una sorta di divinità che ha messo in moto il tutto, che ha lanciato il sasso ma ha nascosto il braccio, lasciando Bergman con il conoscente a cercar di capire come sistemare quella parete e a far tornare a galla i suoi pensieri che prima erano come invischiati nella colla che si utilizza per applicare le piastrelle ai muri.

Ma ancora oggi dopo tanti anni, poteva riaffiorare nei suoi sogni. E sempre in inverno e con la neve. [Il pomeriggio di un piastrellista, Lars Gustafsson, trad. C. Giorgetti Cima]

Titolo: Il pomeriggio di un piastrellista
L’Autore: Lars Gustafsson
Traduzione dallo svedese: Carmen Giorgetti Cima
Editore: Iperborea
Perché leggerlo: perché è un romanzo breve denso di malinconia e riflessioni, sullo sfondo di un Grande Nord tutt’altro che ricco

(© Riproduzione riservata)

Hisham Matar | Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro

Tutt’a un tratto pensavo che tornare dopo tanto tempo era una cattiva idea. La mia famiglia se n’era andata nel 1979, trentatre anni prima. Questo era lo iato che divideva l’uomo dal ragazzino di otto anni che allora ero (…) Torna e dovrai affrontare l’assenza o il disfacimento di ciò che più amavi (…) Parti e ogni legame con l’origine sarà reciso. Sarai come un tronco morto, duro e cavo. Cosa fai quando non puoi partire e non puoi tornare? [Il ritorno, Hisham Matar, trad. A. Nadotti]

È il 2012 quando Hisham Matar ritorna in Libia, accompagnato dalla moglie Diana e dalla madre. Sono trascorsi trentatre anni dalla sua ultima volta in Libia, all’epoca era un bambino di nove anni. Trentatre anni sono un lasso di tempo lunghissimo, durante il quale sono accadute molte cose: le più importanti, per Hisham, sono state l’arresto e l’incarcerazione di suo padre Jaballa Matar, orgoglioso oppositore del regime di Gheddafi.

Hisham aveva diciannove anni e si trovava a Londra quando suo padre è stato catturato. Jaballa fu imprigionato ad Abu Salim, una delle numerose prigioni presenti in Libia; un dettaglio che la famiglia Matar riesce a scoprire, ma  da un certo punto in poi i contatti tra Jaballa e la famiglia si interrompono.

Le lettere che il padre scriveva non arrivano più e le notizie, passate di bocca in bocca attraverso gli angusti e luridi corridoi della prigione di Abu Salim, hanno iniziato a rarefarsi e diventare imprecise. È probabile, ma non certo, che Jaballa sia morto nel 1996 durante un’esecuzione di massa nella prigione di Abu Salim: ancora oggi non si conosce il destino dei prigionieri, e il padre di Hisham potrebbe essere uno dei 1270 uomini uccisi quel giorno.

Nel 2011 l’ondata di proteste e scioperi che ha dato il via alla primavera araba ha travolto anche la Libia, mettendo fine ad una dittatura cruenta e fin troppo duratura. La primavera araba in Libia ha portato una ventata di novità, di libertà ma anche di incertezza e paura. Muammar Gheddafi è stato destituito e ucciso, ma uno dei suoi figli in quegli anni godeva ancora di stima e potere: ed è proprio a Seif Gheddafi che Hisham inizialmente si rivolge per chiedere informazioni riguardo al padre.

Per scoprire che cosa è successo a Jaballa Hisham, infatti, non ha altra scelta che tornare in Libia e parlare con Seif Gheddafi. Hishma si muove tra le città di Tripoli e Bengasi per parlare con amici e parenti, questi ultimi imprigionati anch’essi ad Abu Salim. Hisham è instacabile, non si arrende, vuole conoscere qual è stato il destino del padre: chiede se è vivo, dove si trova, oppure se è morto e dove può essere sepolto.

 So, non ultimo dalle sue lettere, che in quell’esistenza segregata il pensiero dei suoi figli gli offriva conforto e sicurezza. Mi aveva dato qualcosa che non ha prezzo: la sua fiducia. Gli sono grato di avermi costretto a trovare la mia strada. La sua sparizione mi ha lasciato nel bisogno e ha reso incerto il mio futuro, ma è un fatto che il bisogno e l’incertezza possono essere ottimi maestri [Il ritorno, Hisham Matar, trad. A. Nadotti]

Vincitore del Premio Pulizer 2017 per l’Autobiografia, “Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro” di Hisham Matar (Einaudi, trad. A. Nadotti, 246 pagine, 19.50 €) è un memoir struggente e monumentale, scritto con uno stile seducente ed elegante e con un tono che si mantiene sempre pacato anche quando Matar racconta episodi e scene cruente.

La ricerca del padre scomparso è il cardine del memoir, ma è anche il pretesto per raccontare ai lettori la storia della famiglia Matar, incominciando dal nonno dissidente che combatté contro i coloni italiani, per poi giungere al preciso ritratto di Jaballa Matari.

La grande capacità di Hisham Matar è quella di legare ricordi personali con la storia del suo Paese d’origine, la Libia, riuscendo a presentare un quadro chiarissimo. A fare da controcanto agli eventi famigliari, infatti, vi sono le pagine del colonialismo italiano in Nord Africa iniziato nel 1911, i successivi rapporti tra libici e italiani, la Seconda Guerra Mondiale, l’avvento del generale Muammar Gheddafi, la caduta di quest’ultimo e la primavera araba.

Un documento, “Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro” di Hisham Matar, che è soprattutto l’omaggio all’amato padre scomparso e al suo Paese. Un libro che colpisce, incanta, seduce e fa arrabbiare: una bella lettura consigliata a chi è interessato al mondo arabo e alla storia contemporanea.

La luce stava lentamente scemando. Il mare era calmo ma non immobile. La superficie era rigata da correnti che fluivano in varie direzioni, lievi come i segni del sonno sulla pelle. Avevo la sensazione non di osservare, bensì di ricordare, come se io e Diana avessimo già vissuto lì e ora fossimo tornati con lo stesso spirito con cui ci era capitato di visitare città dove avevamo vissuto in precedenza; come se ci ritrovassimo in piedi davanti a un edificio che un tempo chiamavamo casa e provassimo la strana sensazione che si prova quando i cambiamenti in noi contrappongono alla stabilità di una geografia famigliare (…) Ma non era una cosa strana da pensare, adesso che ero finalmente a casa? O è questo l’essere a casa: casa come luogo dal quale l’intero mondo tutt’a un tratto è accessibile? [Il ritorno, Hisham Matar, trad. A. Nadotti]

Titolo: Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro
L’Autore: Hisham Matar
Traduzione dall’inglese: Anna Nadotti
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché è un libro struggente e bellissimo, perché racconta di un padre e di un figlio, e dell’abisso tra di loro che è stato creato dalla potenza della Storia

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