Non stancarti di andare | Intervista agli autori Stefano Turconi e Teresa Radice

Quando la casa editrice BAO Publishing mi ha chiesto se avrei voluto leggere in anteprima il graphic novel “Non stancarti di andare” e intervistare Stefano Turconi e Teresa Radice ho accettato subito. Mi diverte molto preparare le domande per le interviste ma ancor di più mi piace leggere le risposte degli autori.

Vi presento subito l’intervista realizzata grazie alla collaborazione di Stefano e Teresa, in primis, e della disponibilità della casa editrice BAO Publishing e in calce all’articolo troverete le istruzioni per vincere una copia del graphic novel “Non stancarti di andare“.

  1. Come è nata la vostra passione per il disegno e la scrittura? Quando avete deciso di diventare fumettisti?

Stefano: La mia passione per il disegno è nata da molto piccolo, conservo un paio di disegni miei fatti all’età di 3 anni (almeno, così mi hanno detto) dove ci sono un cow boy a cavallo in uno e un Topolino e un Pippo nell’altro (un destino segnato!) chiaramente distinguibili. E, su una mensola del mio studio, c’è una coppa con scritto “1° classificato” a un concorso di disegno, e datata 1979 (avevo 5 anni). Insomma, che il disegno sarebbe stato il mio lavoro è sempre stato abbastanza evidente; la passione per il fumetto nello specifico viene invece dalle prime letture (soprattutto Topolino e Asterix). Passavo le ore a copiare, soprattutto i personaggi e gli animali, e ancora oggi è il consiglio che dò sempre ai giovani che vogliono accostarsi al disegno: copiare, copiare, copiare.

Teresa: La mia passione per le storie nasce da piccolissima, grazie a un nonno che, con vocine e “vocione”, mi leggeva le Fiabe Italiane di Calvino sul divano in salone. La passione per il fumetto è invece “colpa” di un giovane zio biondo appassionato di Topolino e Alan Ford. Mi dicono che a tre anni leggevo; di certo mi sono avventurata molto presto tra le pagine da sola, anche perché, essendo figlia unica, nelle storie trovavo luoghi da esplorare e compagni di viaggio che mi tenevano compagnia. In età di asilo, riempivo quaderni di storie disegnate; alle elementari le raccontavo a puntate agli altri bambini nell’intervallo; al liceo scrivevo le mie prime cose lunghe rintanata dietro una pila di libri e le facevo leggere alle mie compagne. Insomma, le storie fanno parte di me da sempre: sono l’unica cosa che so fare cavandomela decentemente. Poi, la vita prende strade strane e fa giri lunghissimi; nel 2001, in università, sono incappata in un corso di sceneggiatura per fumetti Disney… ed è stato l’inizio di un cammino che mi ha portato fin qui.

  1. Siete due autori decisamente poliedrici: dalle storie Disney, da Topolino a Witch, a fumetti per ragazzi come Tosca o Viola Giramondo, per arrivare a graphic novel per adulti, come “Il porto proibito” e “Non stancarti di andare”: c’è una tipologia di storie che in modo particolare preferite raccontare e disegnare?

Stefano & Teresa: Ci piace raccontare storie “in costume”, come si direbbe se si trattasse di film. Storie, cioè, ambientate in epoche storiche diverse, magari con dei fatti accaduti realmente ma sempre in secondo piano, inseriti in una narrazione di fantasia. Raccontiamo di personaggi che, per citare Mario Monicelli, “si muovono nelle retrovie della Storia”. Non Stancarti di Andare è l’unico nostro libro, finora, ad essere ambientato in epoca contemporanea, anche se, a ben guardare, si svolge nel 2013 (un passato vicino, ma comunque passato) ed è una storia che affonda le sue radici in tempi più lontani, gli anni ’30, e gli anni ’70.

  1. A questo proposito, ci raccontate come lavorare per ottenere un prodotto destinato a lettori adulti e per lettori piccoli?

Stefano & Teresa: In realtà non facciamo mai troppi ragionamenti da questo punto di vista: pensiamo semplicemente a cosa avremmo voglia di leggere noi, se ci rivolgiamo a degli adulti, e a cosa vorremmo far leggere ai nostri figli, se ci rivolgiamo a dei bambini. Lavoriamo molto “d’istinto”: troppi ragionamenti, troppi “calcoli” finiscono sempre (o quasi) per uccidere le idee e trasformare qualcosa di “forte” e di “emozionante” in qualcosa di “freddo”, di “calcolato” appunto. Il concetto credo sia di non pensare che stai lavorando a un “prodotto” (brutta parola!), ma a una “storia”, perché questo è il nostro mestiere: raccontare storie.

  1. La storia contenuta in “Non stancarti di andare” è ricca di personaggi e storie parallele, oltre a quella tra Ismail e Iris. Ci raccontate com’è nata l’idea per questo intreccio di vicende?

Teresa: Sono partita da un luogo, in realtà, un luogo della Siria che ci era rimasto scritto dentro, al termine del nostro viaggio del 2007: quel monastero che gioca una parte molto importante e di svolta nella storia di Iris e Ismail, e non solo nella loro. Volevo che quel luogo, e l’incontro con padre Saul, il suo fondatore, diventassero una sorta di nucleo incandescente della vicenda, una sorta di “cuore” che batte nelle vite di diversi personaggi che, per i motivi più diversi, sono passati da lì e da allora non sono più gli stessi, perché da quel momento, come afferma Linda a un certo punto, “sono riconoscibili per la cittadella che portano nel cuore”. Quello che si respira al Monastero è quello che volevo far respirare in tutto il libro, attraverso le vicissitudini dei personaggi: che siamo tutti fatti della stessa cosa, che il fatto di essere tutti differenti è quello che ci rende uguali, che c’è un’enorme ricchezza, nella diversità. Per rafforzare questa sensazione, abbiamo voluto due “protagonisti” (sento in realtà protagonisti anche molti altri personaggi, oltre a Iris e Ismail: persino la casa di Verezzi è, a suo modo, fortemente protagonista!) “impuri”, con delle storie di famiglia e di migrazione forti, alle spalle, o davanti a sé: Iris ha radici argentine, Ismail ha studiato in Italia, ed è lì che lo aspetta il futuro, pur essendo siriano. Da questa scelta sono venuti i personaggi “di contorno”, le famiglie di entrambi, non necessariamente biologiche.

  1. Come sono nati i personaggi principali di questa storia? E, di conseguenza, come li create graficamente? Vi ispirate a persone che avete conosciuto oppure lasciate galoppare la fantasia?

Teresa: Mi piace ripetere che “come in ogni storia di finzione, non c’è quasi nulla di inventato”. Succede anche qui. Raccontiamo solo storie che abbiamo voglia o addirittura bisogno di raccontare, quindi è chiaro che hanno sempre molto a che fare con noi, anche quando sono ambientate su velieri ottocenteschi tra l’Inghilterra e il Siam. Anche in questo caso, siamo partiti da nostre esperienze, conoscenze, realtà che abbiamo sperimentato personalmente. La fantasia poi galoppa ugualmente, le due cose non sono in contrasto: semplicemente ci viene più semplice essere “sinceri” se parliamo di cose che conosciamo. Potremmo dire che praticamente tutti i personaggi del libro esistono nella realtà: magari sono persone mescolate tra loro, hanno età diverse o provenienze diverse da quelle del romanzo, hanno vissuto esperienze differenti, ma emotivamente simili… ma comunque esistono, o sono esistite. Ed è questo che ci dà la forza e la voglia di raccontarle.

Stefano: Graficamente i modi di creare i personaggi sono tanti: ci si ispira alla realtà, prendendo spunto da conoscenti, amici, facce notate sul metrò, o dagli attori di qualche film, o da altre storie a fumetti, o da libri illustrati… insomma, da quello che si ha intorno, e poi si mescola il tutto. A volte capita di usare la barba di un attore sulla faccia del tuo vicino di casa con gli occhiali di una vecchia prof del liceo… Per questo libro ho seguito il medesimo procedimento: Teresa mi ha dato una descrizione “psicologica” dei personaggi (che è quello che serve al disegnatore: non mi importa di sapere se uno è alto o basso o con i capelli rossi o neri, mi interessa sapere se è simpatico, antipatico, gentile, burbero, cosa pensa, cosa prova, come reagirebbe in determinate situazioni…) e io ho creato il loro aspetto fisico, mescolando elementi delle più svariate provenienze (così svariate che non sono più in grado di ricostruire cosa ho preso dove, ma è normale così…).

  1. Qual è il personaggio di “Non stancarti di andare” che preferite? E perché?

Stefano: Maite, perché dice un sacco di parolacce.

Teresa: Anch’io ho un debole per Maite che, come sto dicendo spesso nelle primissime presentazioni del libro, “mi è scappata di mano”: pensata per essere un personaggio secondario, ha finito per prendersi un posto di primo piano. Ma forse alla tua domanda risponderei Padre Saul, perché è per raccontare lui che ho costruito tutte le storie che lo circondano.

  1. Tecnicismi grafici: quando si ha in mente l’idea per una scena, come avviene il processo grafico che porta alla tavola?

Stefano: Io parto sempre da un piccolo schizzo sulla pagina di sceneggiatura, poi passo a un “rough”, cioè la tavola (in formato più grande di come verrà stampata, ovviamente) disegnata su un foglio A3 da fotocopie: in questa fase lavoro con matite grasse senza minimamente preoccuparmi di non sporcare o di stare attento a quello che faccio, tanto questo foglio lo vedrò solo io. Questa prima versione della tavola è in genere apparentemente confusa, pasticciata, piena di ripensamenti, di appunti a margine. A questo punto, col tavolo luminoso, passo al “clean up”, cioè “finalizzo” la tavola, ripassandola a china, o a pastelli, o con qualunque tecnica mi passi per la testa (Non Stancarti di Andare è ripassato quasi interamente con una banalissima penna a sfera).

  1. Tecnicismi scenografici: quando si ha in mente una storia – o una scena in particolare – la si scrive su carta o la si trasforma in un bozzetto?

Teresa: Sarebbe un disastro se la trasformassi in un bozzetto, io che non so disegnare! Io parto sempre dai dialoghi: quando immagino una scena, la prima cosa che faccio è buttare giù i dialoghi a matita su un foglietto. Solo in un secondo momento divido quei dialoghi in vignette e ci costruisco attorno il set e le azioni. Vale per la sceneggiatura dell’intera storia, che scrivo interamente a mano, in matita… e poi batto a computer perché possa essere leggibile per Stefano.

  1. I luoghi del libro: Italia, Siria, Argentina. Quanto i vostri viaggi influiscono e ispirano i vostri lavori grafici?

Teresa & Stefano: I viaggi hanno da sempre ispirato tantissimo le nostre storie. A volte sono viaggi recenti, fatti magari apposta per cercare documentazione (vedi il caso de Il Porto Proibito: abbiamo girato i porti storici del sud dell’Inghilterra in cerca di spunti, fotografie, libri), altre volte viaggi del passato, come nel caso di NSDA: qui, alla base di tutto, c’è un viaggio in Siria di 10 anni fa (era il 2007). Un viaggio in un Paese magnifico, accogliente, lontanissimo dalle immagini che invece vediamo oggi. Un Paese che ci ha lasciato tantissimi ricordi di incontri e di emozioni.

  1. Per inventare e disegnare storie bisogna avere una buona propensione allo studio e alla ricerca. Quante e quali ricerche avete fatto per realizzare “Non stancarti di andare”?

Teresa & Stefano: D’abitudine siamo abbastanza “maniacali” nell’espetto documentazione, e questo libro non ha fatto eccezione: Il libro parla anche di argomenti emotivamente “difficili” come il dramma dell’immigrazione o la guerra in Siria, e volevamo trattarli con tutto il rispetto dovuto a tragedie che colpiscono degli esseri umani: abbiamo quindi letto e studiato tantissimo, incontrato esperti, per essere più accurati possibile, e poi selezionato cosa raccontare, cosa mostrare, e cosa no.

  1. Quali consigli dareste ai ragazzi che vorrebbero avviarsi alla carriera da fumettista?

Stefano & Teresa: Copiate, copiate, copiate! Non solo fumetti. E leggete, leggete, leggete! Non solo fumetti. Siate curiosi. Mettetevi nelle cose che scrivete e disegnate. Siate onesti (non è detto che le storie debbano essere vere, ma fate che siano autentiche le emozioni che provano i vostri personaggi). Mettetevi nei panni degli altri. Non fate storie solo “di testa”, anche se sono su commissione o su personaggi di altri: metteteci il cuore. Osate rischiare. Cercate nuovi punti di vista sulle cose note. Documentatevi molto bene su quel che pubblica l’editore al quale vi state proponendo. Non insultate l’editore che vi ha rifiutato un progetto; se siete nervosi, andate a mangiarvi una fetta di torta, poi tornate a casa, cambiate pagina e ricominciate. E, se sentite che raccontare è esattamente la cosa che vi brucia dentro, non lasciatevi scoraggiare dalle porte in faccia: fanno parte del gioco.

  1. Curiosità: la gestazione di “Non stancarti di andare” è stata lunghissima e state iniziando ora a raccogliere i frutti del vostro lavoro, ma… vi chiedo quali sono i vostri prossimi progetti per il futuro, se potete rivelarci qualcosa!

Stefano & Teresa: Al momento ci troviamo nel medioevo italiano, in una Toscana un po’ reale un po’ immaginata, alle prese con le avventure di un trio di ragazzini diversissimi tra loro, ma che stanno diventando inseparabili. Potrete leggere le avventure di “Tosca dei Boschi” tra un annetto circa. Teresa ha da poco terminato di scrivere una seconda avventura di Orlando Curioso, che Stefano si appresta a disegnare. Poi c’è Orgoglio e Pregiudizio, versione Disney del romanzo della Austen, 100 tavole di paperi ottocenteschi (pubblicazione prevista entro il 2018). E, dallo scorso aprile, stiamo macinando letture per immergerci nell’atmosfera del nostro prossimo graphic novel adulto: speriamo di riuscire a preparare un progetto da presentare a BAO all’inizio del 2018.

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“Non stancarti di andare” Book Blog & Vlog Tour, 5 tappe, dal 8 al 17 novembre 2017!

Un modo per conoscere meglio il nuovo libro di Stefano Turconi e Teresa Radice, Non stancarti di andare, edito da BAO Publishing, attraverso una serie di recensioni, video-recensioni e interviste che vi sveleranno, secondo diversi punti di vista, i lati più interessanti di questo graphic novel!

Per il giveaway, saranno estratti 3 vincitori o vincitrici tra i partecipanti.
Ognuno/a di loro vincerà:
– 1 copia di “Non stancarti di andare” con dedica disegnata degli autori
– 1 esclusiva serigrafia numerata di “Non stancarti di andare”

Per partecipare e poter vincere è necessario:

– Mettere mi piace alla pagina Facebook BAO Publishing
– Diventare lettori fissi/seguire i blog/vlog partecipanti
– Commentare tutte le tappe del blog tour
Compilare il form con i dati (per il givaway)
– Condividere il blogtour sui social

“Non stancarti di andare” Teresa Radice e Stefano Turconi, Book Blog & Vlog tour, 8-17 novembre 2017

8 novembre: Il colore dei libri
10 novembre: Chibi is the way
13 novembre: Every POP
15 novembre: Books and tea
17 novembre: Il giro del mondo attraverso i libri

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Chimamanda Ngozi Adichie | L’ibisco viola

Il profumo dei frutti mi riempì le narici quando Adamu aprì il cancello del nostro compound. Era come se le alte mura tenessero prigioniero l’odore degli anacardi, dei manghi e degli avocado che stavano maturando. Mi diede la nausea.
– Vedi, l’ibisco viola sta per sbocciare, – disse Jaja quando uscimmo dalla macchina. Lo stava indicando, anche se non ce n’era bisogno. Vedevo bene i boccioli ovali, addormentati, che oscillavano nella brezza della sera. Il giorno dopo era la domenica delle Palme, il giorno in cui Jaja non fece la comunione, il giorno in cui papà lanciò il suo pesante messale dall’altra parte della stanza e ruppe le statuine [L’ibisco viola, Chimamanda Ngozi Adichie, trad. M. G. Cavallo]

Kambili ha quindici anni e vive ad Enugu, in Nigeria, con la famiglia benestante: il padre di Kambili, Eugene, è un imprenditore talentuoso e possiede l’unico giornale indipendente dello stato.

Eugene è un grande benefattore, amato e rispettato dalla comunità cristiana. È un devoto cattolico, cresciuto con i preti in un collegio, ma dietro quest’aura di persona dedita ai più deboli e a Dio Eugene nasconde un lato malvagio:  non disdegna la violenza per educare i figli e per imporre le proprie decisioni alla moglie.

Kambili e Jaja crescono in un clima di continua soggezione e devozione; i ragazzi non osano contraddire il padre, lo compiacciono e non parlano se non sono interpellati. Kambili e Jaja possono solo obbedire, pregare e studiare per essere sempre i primi della classe.

I rigidi divieti di Eugene sono tanti: niente pantaloni per Kambili, niente televisione per entrambi, niente musica se non quella sacra, nessuna distrazione dallo studio e dall’obbedienza, e una visita di solo un quarto d’ora all’anno a casa del nonno, che segue una religione animista e per Eugene è un ‘pagano’.

Quando il giornale di Eugene inizia a ricevere minacce e il suo socio viene arrestato, Eugene si lascia convince da sua sorella Ifeoma a portare i suoi figli da lei, a Nsukka, dove la situazione politica è all’apparenza migliore. Kambili e Jaja vanno a casa delle zia e inizialmente hanno paura di qualsiasi cosa, persino di parlare. Sarà grazie alla travolgente allegria della zia, dei suoi figli e di padre Amadi che Jaja e Kambili incominceranno a capire cosa significa divertirsi, essere liberi, avere una propria opinione.

Mentre scendevo dall’auto davanti a casa ripassai mentalmente le immagini di quel pomeriggio. Avevo sorriso, corso, riso. Il mio petto era pieno di qualcosa che sembrava bagnoschiuma. Leggero. La leggerezza era così dolce che la assaporavo sulla lingua, la leggerezza di un frutto giallo acceso di anacardio troppo maturo [L’ibisco viola, Chimamanda Ngozi Adichie, trad. M. G. Cavallo]

L’ibsco viola” di Chimamanda Ngozi Adichie è un meraviglioso romanzo di formazione sullo sfondo di una Nigeria sconquassata dai continui colpi di stato e cambi di governo del periodo post-coloniale, narrato in prima persona da Kambili.

Kambili e Jaja all’inizio del romanzo sono due ragazzini intimoriti dalla figura del padre, timidi e impacciati con gli sconosciuti e incapaci persino di ridere; nel corso della storia incontrano una serie di personaggi che faranno loro capire che nella vita si può essere un buon cristiano ma allo stesso tempo si può essere una persona allegra e divertente. Le figure chiave di questa crescita interiore dei ragazzi sono tre: zia Ifeoma, Papa-Nnukwu (il nonno di Kambili e Jaja) e il sacerdote padre Amadi.

Zia Ifeoma è una giovane professoressa universitaria già vedova, con tre figli a carico, che sogna l’America. Nonostante le difficili condizioni economiche – vivono in una casetta modesta, senza gas, con la luce che salta di continuo – zia Ifeoma e i figli sono spontanei e sempre pronti a ridere e scherzare. Anche mentre cenano fanno chiasso, cosa che a casa di Kambili e Jaja non si fa, poiché si mangia in silenzio e apre bocca solo per pregare.

Papa-Nnuku è il padre di Eugene, ma è un pagano ai suoi occhi, e i figli non possono stare con lui più di un quarto d’ora all’anno, per non essere contaminati dalle sue stupide storie sugli antenati, animali parlanti e leggende popolari; ma mentre Kambili e Jaja sono ospiti da zia Ifeoma, Papa-Nnukwu si sente male e la zia lo prende con sé per un periodo. Kambili e Jaja sono terrorizzati perché si tratta del primo divieto che infrangono: stare sotto lo stesso tetto di un pagano, addirittura Kambili dorme nella stessa stanza. Papa-Nnukwu è felice di avere tutti i nipoti accanto, così felice che inizia a raccontare storie che incantano anche Jaja e Kambili.

Io la fissai. Pagano, tradizionalista, che importanza aveva? Non era cattolico, tutto qui; non era della nostra fede. Era una di quelle persone di cui chiedevamo la conversione nelle nostre preghiere perché non finisse negli eterni tormenti del fuoco infernale [L’ibisco viola, Chimamanda Ngozi Adichie, trad. M. G. Cavallo]

Infine, padre Amadi, un sacerdote che non veste sempre in modo tradizionale, che gioca a calcio con i ragazzini di strada, che prende a cuore Kambili e Jaja e cerca di far loro capire che la religione non è solo imposizione, punizioni, divieti e preghiere, ma si possono fare un sacco di cose che fanno piacere a Dio, come ballare, cantare e scherzare. E soprattutto, padre Amadi aiuta Kambili a esprimere se stessa e a tirare fuori la sua vera indole.

– È bello vedere che sei di nuovo te stessa, – disse padre Amadi guardandomi dalla testa ai piedi (…) Io sorrisi. Lui mi fece segno di alzarmi per un abbraccio (…) Avrei voluto essere capace di dirgli che la sua presenza mi dava una sensazione di calore, che ora il mio colore preferito era la sfumatura argilla bruciata della sua pelle [L’ibisco viola, Chimamanda Ngozi Adichie, trad. M. G. Cavallo]

La grande capacità della Adichie è quella di raccontare con estrema naturalezza i sentimenti di Kambili, che cambiano nel corso della storia: da ragazzina paurosa a ragazza più sicura di sé stessa, anche se non riuscirà a imporsi alla volontà del padre come invece farà Jaja, rifiutandosi di fare la comunione durante la domenica delle Palme. I personaggi che l’autrice nigeriana crea sono reali, perfetti nelle loro debolezze e insicurezze e sono capaci di cambiare opinioni e comportamenti nel corso del tempo.

E poi c’è l’immagine – bellissima – dell’ibisco viola: quando Jaja vede per la prima volta il giardino di zia Ifeoma, nota l’ibisco viola, un fiore che non aveva mai visto prima; la zia spiega che quella varietà d’ibisco è stata creata dalla sua amica botanica: Jaja vuole mica un paio di talee per piantarle nel suo giardino?

Jaja prende le talee con sé e le pianta a Enugu, nel giardino della tenuta del padre; contro ogni aspettativa, l’ibisco attecchisce e fiorisce nonostante l’harmattan, un vento secco e polveroso che spazza ciclicamente il Golfo di Guinea in inverno. L’ibisco diventa il simbolo di ciò che zia Ifeoma, il nonno e padre Amadi hanno regalato a Jaja e Kambili, la libertà di vivere, che cresce e si rinforza nonostante il vento avverso della volontà di Eugene.

Titolo: L’ibisco viola
L’Autrice: Chimamanda Ngozi Adichie
Traduzione dall’inglese: Maria Giuseppina Cavallo
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché è un romanzo di formazione scritto in modo magistrale, perché è una storia che fa commuovere, ridere e riflettere; per conoscere qualcosa in più sulla Nigeria post-coloniale e perché ogni fanatismo è pericoloso e va combattuto.

(© Riproduzione riservata)

Saghe famigliari: 5 storie in giro per il mondo

Saghe famigliari e storie di famiglie: perché ci piacciono tanto?

Io le apprezzo perché amo leggere quei romanzi – o quei racconti – dove si intrecciano relazioni e rapporti di persone che appartengono alla stessa famiglia. Ci sono sempre i personaggi più antipatici, quelli buoni, quelli buffi, quelli simpatici. Ogni famiglia, in qualsiasi parte del mondo, in fondo ha sempre le stesse caratteristiche e i suoi componenti hanno gli stessi dubbi, le stesse paure e gli stessi motivi per essere felici. E nelle storie di famiglie trovo un po’ me stessa, qualche volta, in certi personaggi.

Per questo motivo l’articolo di oggi elenca cinque storie di famiglie sparse in giro per il mondo. Viaggeremo attraverso quattro continenti – Europa, Africa, Asia e Oceania – per osservare che, come dicevo, le famiglie si assomigliano tutte.

Come me, Federica del blog Una ciliegia tira l’altra ha selezionatocinque storie di famiglie nel mondo e vi invito ad andare a leggere il suo articolo, che trovate a questo link.

Siete pronti per partire?

Luogo: Londra e il Sussex, Europa
Tempo: Estate 1937, Estate 1938
La famiglia: i Cazalet sono dei borghesi inglesi, il capostipite è William Cazalet, commerciante di legname. Durante le due estati – 1937, 1938 – s’intrecciano e disfano rapporti tra i membri di questa numerosa famiglia. Sullo sfondo delle vicende famigliari incombe lo spettro di una nuova guerra in Europa.

Luogo: Cuneo e Torino, Italia, Europa
Tempo: da fine Ottocento ai giorni nostri
La famiglia: i Levi, famiglia ebrea piemontese. La storia dei Levi inizia in un paesino della provincia di Cuneo, quindi si sposta a Torino. I Levi col tempo diventeranno commercianti di tessuti, si sparpaglieranno per tutti i continenti e saranno sempre più numerosi, come le stelle del cielo, e saranno impossibili da contare.

  • L’ibisco viola di Chimamanda Ngozi Adichie (tradotto da Maria Giuseppina Cavallo, Einaudi, 275 pagine, 12 €)

Luogo: diverse città della Nigeria, Africa
Tempo: 1993
La famiglia: agli occhi di tutti, la famiglia di Kambili sembrerebbe a tutti gli effetti la famiglia perfetta; il padre, Eugene, è un ricco borgese di Enugu, Nigeria, benefattore della chiesa cattolica sempre pronto ad aiutare il prossimo con soldi e parole cristiane. Ma in famiglia è ben diverso, e Kambili e suo fratello Jaja non conoscono la parola “libertà”, la impareranno solo quando, dopo un colpo di Stato, andranno a rifugiarsi da zia Ifeoma.

Luogo: Filippine, Asia
Tempo: anni Novanta, giorni nostri
Le famiglie: nella raccolta di racconti di Mia Alvar trovano posto tante famiglie filippine, tutti figli della diaspora che ha interessato il grande arcipelago asiatico dagli anni Novanta in avanti. La Alvar racconta di famiglie di diversa estrazione sociale ma col denominatore comune di essere divise, per motivi di studio o di lavoro.

  • Figlia della giungla di Sabine Krueger (tradotto da A. Petrelli, TEA, pagine, 9.60 €)

Luogo: Papua Nuova Guinea, Oceania
Tempo: primi anni Novanta
La famiglia: i Kuegler sono antropologi missionari tedeschi, trasferiti nella giungla della Papua Nuova Guinea occidentale, presso una popolazione che vive come all’età della pietra. Sabine ha cinque anni quando arriva in Papua Nuova Guinea; Sabine e i suoi fratelli imparano a cacciare, nuotare nei fiumi infestati dai coccodrilli e giocare con animali bizzarri e coi i bambini della tribù. L’infanzia di Sabine è un inno alla libertà ma nel momento in cui crescerà e dovrà tornare in Germania – terra a lei sconosciuta – sarà un trauma terribile.

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Per aiutarvi ad ripercorrere il viaggio delle famiglie citate, ho realizzato questa mappa interattiva:

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E voi amate le saghe famigliari e le storie di famiglia? Avete qualche suggerimento per noi?

Megan Mayhew Bergman | Paradisi minori

C’è posto per me nel paesino di porcellana? Per la mia casa cadente, i cani, le pecore? (…) Entrai a versarmi altra vodka e limonata. Pensai alle foglie di Gray nel cassetto del mio comodino e andai di sopra a prenderle. Il procione aveva fatto il nido nel mio cuscino. Sembrava così tenero, e dormiva tanto bene che non cacciai. Portai fuori l’album e mi sedetti sui gradini, con il coniglio sordo ai miei piedi, i cani accanto, le pecore che mi fissavano con le pupille a fessura. La gente dice sempre, Non abbandonare le cose che ami. Ma si può fare, e io l’ho fatto. [dal racconto Collezioni, Megan M. Bergam, trad. G. Guerzoni]

Sono dodici i racconti che compongono la raccolta “Paradisi minori” di Megan Mayhew Bergman, tradotti da Gioia Guerzoni per NN Editore, dove figure femmili e animali sono protagonisti.

Le donne vengono ritratte nei momenti cruciali della loro esistenza. Alcune quando devono prendere delle decisioni che cambieranno la loro vita, come tenere un bambino, abbandonare il proprio compagno, far operare il cane, lottare contro il senso di pietà che la gente manifesta dopo un grave incidente.

La sua sicurezza, che un tempo mi affascinava, era sgradevole, un ostacolo alla mia felicità (…) Adesso so cosa voglio fare, dissi. Abbassai lo sguardo e mentre cominciavo a spiegare vidi la speranza nel mio corpo, la mia stupida, grezza speranza [dal racconto Le balene di ieri, Megan M. Bergam, trad. G. Guerzoni]

Altre stanno per perdere qualcosa di importante: la madre, il compagno, l’affetto di una figlia, la memoria del padre; o vedono messe in discussione le loro convinzioni, trasformandole in donne più fragili, insicure e indecise.

Forse era solo il suo corpo, e non le sue idee, a essere in declino. Ero sorpresa che la nostra piccola tragedia personale facesse più male di un oceano morto, che quella sua vita troppo lunga mi desse angoscia, in quel momento (…) Ero sorpresa da quanto avevo fatto per proteggere la sua vita, per arricchirla, per prolungarla. Un istante dopo averlo ucciso con la fantasia, mi sentii di nuovo pronta a qualunque cosa per farlo star bene, per regalargli qualche attimo di felicità [dal racconto Il cuore artificiale, Megan M. Bergam, trad. G. Guerzoni]

Assieme alle donne, dicevo, gli altri protagonisti sono degli animali di diversa specie. C’è un pappagallo che custodisce un segreto molto importante e la protagonista corre a cercarlo; ci sono tre vecchi e acciaccati Golden Retriever che una giovane donna ama più delle persone; c’è un raro aye-aye accudito da una donna adulta vittima dell’alcool che grazie all’animale capisce gli errori che ha commesso con la figlia; c’è un coyote bianco che vuole proteggere i propri cuccioli dalla furia di una ragazza che presto perderà la madre.

Voglio chiamarla e dirle della notte in cui ho salvato un aye-aye (…) Voglio chiamarla e dirle che mi dispiace, che capisco, che il mondo non finirà (…) Voglio raccontarle della proscimmia in via di estinzione che ho nell’armadio. Voglio chiamarla e dirle che le voglio bene. Voglio raccontarle un’altra storia a cui lei non crederà [dal racconto Un’altra storia a cui lei non crederà, Megan M. Bergam, trad. G. Guerzoni]

Ci sono racconti davvero toccanti, come “Salvare la faccia“, “Le balene di ieri” o, il mio preferito, “Collezioni” (preferito perché la protagonista prende la decisione giusta e poi, sapete, io ho una passione per i Golden Retriever). Ci sono racconti che fanno riflettere e allo stesso tempo sono ben strutturati, come “Le arti della casalinga” e “Il cuore artificiale“, “Caccia notturna” e “Il calzino da duemila dollari” hanno un finale agrodolce perché spesso la vita non sempre va nella direzione che vogliamo. Non mi hanno convinta le storie racchiuse nei racconti “La mucca che si mungeva da sola” e “L’orto urbano“.

Ciò che ho sempre apprezzato, anche nei racconti che mi sono piaciuti meno, è lo stile della Bergman: avviare un racconto parlando del presente quindi prendere per mano il lettore e raccontargli i trascorsi delle protagoniste; l’ho trovato bello, questo modo di strutturare il racconto, perché è solo conoscendo il passato – con gli errori, le paure e i dubbi – di chi ci sta accanto che possiamo provare a comprendere le loro scelte.

Ma il sentimento più tangibile che provava era la rabbia, rabbia nei confronti di se stessa per aver sottovalutato un animale, rabbia nei confronti di Clay che rendeva le cose più difficili, tentando continuamente di strapparla alla solitudine in cui lei si sentiva al sicuro [dal racconto Salvare la faccia, Megan M. Bergam, trad. G. Guerzoni]

Titolo: Paradisi minori
L’Autrice: Megan Mayhew Bergman
Traduzione dall’inglese: Gioia Guerzoni
Editore: NN Editore
Perché leggerlo: perché al di là della storia- che può coinvolgere o meno – questi racconti sono tecnicamente perfetti

(© Riproduzione riservata)

Elizabeth Jane Howard | Gli anni della leggerezza

“Davvero ti fa paura che io vada via?”.
“Ma certo!”.
“È già qualcosa”. Cercava di sembrare arrabbiata, ma si capiva che era contenta.
Hugh si alzò in piedi. “Andiamo a dare un’occhiata alla tua nuova stanza e vediamo che cosa si può fare per migliorarla.”
“Va bene, papà”. Gli prese la mano, ma era quella sbagliata; diede una rapida carezza alla calza di seta nera che copriva il moncherino del padre e poi disse: “Non è certo come stare in trincea durante una guerra: credo che alla fine mi ci affezionerò”.
Aveva in viso un’espressione seria, nello sforzo di nascondere quanto fosse in pena per lui. [Gli anni della leggerezza, E. J. Howard, trad. M. Francescon]

Inghilterra, 1937. I tre fratelli Cazalet e le rispettive famiglie si preparano per andare a trascorrere le vacanze estive a Home Place, nel Sussex, la dimora di proprietà dei genitori affettuosamente soprannominati il Generale e la Duchessa. Assieme ai genitori, a Home Place, vive la sorella minore, Rachel, donna tormentata da forti mal di schiena e da un amore che non può manifestare liberamente.

Sono davvero numerosi, i Cazalet. William Cazalet, il Generale, è proprietario di una grande azienda che si occupa del commercio del legname, e i due figli maggiori – Hugh ed Edward – lavorano nella ditta di famiglia; Rupert, invece, è un artista che per sbarcare il lunario insegna in una scuola, senza grandi soddisfazioni e percependo uno stipendio alquando magro. Rachel, l’ultimogenita, vive a Home Place e si occupa dei genitori.

Hugh è sposato con una donna che ama tantissimo, Sybil, dalla quale ha avuto tre figli. Edward è sposato con Villy, ma non riesce a stare lontano dalle donne, sulle quali esercita un discreto fascino; la coppia ha tre figli. Rupert ha due figli ma è già vedovo e in seconde nozze ha sposato una donna troppo giovane, troppo bella e, almeno all’apparenza, troppo frivola: Zoë.

La leggerezza a cui fa riferimento il titolo dell’opera si percepisce molto bene. Le atmosfere sono quasi sempre calme e rilassate, nonostante qualche attrito fra i famigliari, ma in generale la vita dei Cazalet scorre con tranquillità durante l’estate del 1937: Home Place è a soli 15 chilometri dal mare, per cui spesso gli adulti portano i figli e i nipotini al mare; la Duchessa assieme alla cuoca Mrs Cripps studia i menù settimanali; il Generale continua a lavorare in azienda; le cugine Louise e Polly cercano di tenere fuori la cugina Clary dai loro affari; i cugini Simon e Teddy fanno comunella, scacciando via i Cazalet più piccini, Lydia e Neville.

“Il mare”, Sally Swatland (Washington 1946)

L’estate del 1937 verrà ricordata da tutti loro, negli anni a venire, come una delle ultime estati spensierate prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale, perché già in quella successiva il timore di un nuovo conflitto si farà più concreto.

“Credo stia per scoppiare un’altra guerra”. Hugh non lo stava guardando, e parlava nel modo pacato e casuale che usava per le cose serie.
“Gesù! E che cosa te lo fa pensare?”.
“Be’, guarda cosa sta succedendo! I tedeschi hanno occupato l’Austria. Hitler se ne va in giro a parlare del potere e della superiorità del Terzo Reich (…)”.
“Stammi a sentire, vecchio mio. So che sei davvero preoccupato ma vedrai che i crucchi non si metteranno contro di noi. Non dopo l’ultima volta (…)”. [Gli anni della leggerezza, E. J. Howard, trad. M. Francescon]

Il romanzo “Gli anni della leggerezza” di E. J. Howard (tradotto da Manuela Francescon, Fazi editore, 604 pagine, 18.50 €) è suddiviso in due parti che descrivono le due estati prima che Hitler invada la Polonia. Se nell’estate del 1937 l’idea del conflitto resta sullo sfondo – la politica internazionale non tocca più di tanto le vite dei Cazalet – nel corso dell’estate del 1938 si percepisce in modo diverso la paura per una guerra imminente, in modo particolare lo sente la piccola Polly, la figlia di Hugh, perché teme che l’amato padre venga richiamato in guerra e che, questa volta, non torni più.

I rapporti tra i membri della famiglia nel corso di un anno cambiano molto: si stringono nuove allenze tra cugini, le amicizie si sgretolano e se ne costruiscono di nuove, gli adulti incominciano a pensare seriamente alla guerra e il Generale si organizza in modo da resistere ad un eventuale attacco aereo sull’Inghilterra da parte dei crucchi. Acquista la proprietà di Mill Farm e accoglie anche Jessica, la sorella di Villy, con i suoi quattro figli.

La scrittura di Elizabeth Jane Howard è molto raffinata e scorrevole: le descrizioni sono curate, nessun dettaglio è lasciato al caso; vengono descritti gli abiti dell’epoca, gli arredi, il colore dei fiori del giardino della Duchessa. Ma quello che più mi ha incantata è stata la notevole caratterizzazione psicologica dei personaggi: la Howard mette a nudo ogni personaggio, dal più importante quale il Generale all’ultimo dei domestici, l’adorabile e pasticcione Billy, l’aiuto giardiniere.

“Senza titolo”, Vicente Romero (Madrid 1956)

Nonostante la mole, “Gli anni della leggerezzaè un romanzo scorrevole e la cosa incredibile è proprio questa: il fatto che la Howard sia riuscita a scrivere un libro così coinvolgente dove, tutto sommato, a parte qualche piccolo colpo di scena, viene messa in scena la semplice quotidianità di una benestante famiglia inglese degli anni Trenta.

Leggendo ho avuto la sensazione di essere una spettatrice privilegiata: sono stata ospite silenziosa a Londra, Mill Farm e Home Place per osservare i Cazalet. Riga dopo riga, ho seguito dialoghi e pensieri dei personaggi, svelato i loro timori e le loro paure, ho scoperto i loro difetti e mi sono ritrovata, nel corso della storia, a rivalutare un personaggio o a restare delusa da un altro.

Gli anni della leggerezza” è una bella lettura, il romanzo perfetto per chi ama leggere.

Titolo: Gli anni della leggerezza
L’Autrice: Elizabeth Jane Howard
Traduzione dall’inglese: Manuela Francescon
Editore: Fazi
Perché leggerlo: perché “Gli anni della leggerezza” è un romanzo coinvolgente, stimolante e interessante. Il romanzo perfetto per chi ama leggere.

Autobiografia semi-seria di una lettrice giramondo

Oggi è un giorno speciale: Il giro del mondo attraverso i libri compie quattro anni! Chi l’avrebbe mai detto che per così tanto tempo avrei parlato di romanzi, consigliato libri, raccontato viaggi e condiviso tante fotografie sul blog!

Il mio progetto di lettura lo conoscete: viaggiare attraverso i libri e visitare idealmente tutti quei Paesi che non potrei vedere di persona. Ma… che cosa sapete di me?

Sono quell’entità che vaga – libro alla mano – in giro per il mondo, saltando dall’Angola alla Bolivia, passando per la Nuova Zelanda e approdando in Vietnam, per poi correre in Estonia e quindi rientrare in Italia. Dato che in tutto questo tempo non credo di essermi mai presentata, ho deciso di scrivere un’autobiografia rigorosamente semi-seria in quaranta punti per raccontare qualcosa in più della lettrice giramondo quale sono.

Spero che il risultato di questa autobiografia semi-seria vi diverta e vi faccia trovare, chissà, qualche punto in comune con il mio profilo di lettrice giramondo. Siete pronti a scoprire qualche cosa in più di chi scrive ormai da quattro anni su Il giro del mondo attraverso i libri? Tre, due, uno… via!

  1. Il primo libro letto da sola fu “Cipì” di Mario Lodi edito da Einaudi.
  2. I miei genitori sono lettori: mia mamma legge romanzi d’avventura, mio papà adora i saggi storici (ha un debole i Savoia e l’Assedio di Torino del 1706).
  3. Se sono una lettrice, lo devo ai miei genitori e alla maestra di italiano, Daniela.
  4. Ho iniziato la carriera da lettrice leggendo i libri del Battello a Vapore, rispettando le fasce d’età.
  5. Da bambina il mio libro preferito era “Fra Pierino e il suo ciuchino” di Munoz Juan Martin.
  6. A proposito di “Fra Pierino e il suo ciuchino“: ricordo di averlo portato in vacanza ad Alassio nel lontano settembre 1998: lo leggevo ad alta ai miei cugini più piccoli ad ore pasti (colazione, pranzo, cena) e suppongo che il personale dell’hotel lo abbia imparato a memoria.
  7. Tra i quattordici e diciotto anni ho letto soprattutto romanzi thriller, gialli e tutto ciò che aveva a che fare con il crimine e i criminali (se ve lo chiedete, sì, sono ancora piede libero).
  8. Durante gli anni in cui leggevo soprattutto thriller e romanzi sui criminali, mi sono innamorata dell’agente speciale dell’FBI Aloysius Pendergast, nato dalla penna di Lincoln Child e Douglas Preston.
  9. Ho avuto un rapporto complicato con la saga di Harry Potter: l’ho apprezzato i primi anni e l’ho detestato quando è diventato un fenomeno di massa.
  10. Verso i sedici anni ho letto “Il signore degli anelli” di J. R. R. Tolkien e ho deciso che non avrei più letto romanzi afferenti al genere fantasy perché per me la scrittura di Tolkien è inarrivabile.
  11. Dopo la fase letteratura criminale e letteratura fantasy, ho iniziato a leggere romanzi e saggi inerenti alla geologia e alla paleontologia (il mio preferito è sempre “La vita meravigliosa” di Stephen Gould).
  12. Prima di aprire il blog e i canali social, ho seguito pagine e altri blog di lettura, i quali mi hanno ispirata e guidata nella scelta delle letture.
  13. Il personale gusto di lettura è arrivato col tempo, ho impiegato anni a trovarlo ed ora sono decisamente soddisfatta.
  14. Come sapete, il progetto di leggere libri scritti da autori e autrici di tutto il mondo deriva dall’idea di Ann Morgan, giornalista inglese che cura il blog A year of reading the world.
  15. Di conseguenza, volendo fare il giro del mondo attraverso i libri quando trovo un autore che ha un cognome strambo cerco subito di individuare la nazionalità e se è proprio strana mi esalto.
  16. Benché molti demonizzino i social network, è proprio grazie ad essi che ho scoperto tanti bellissimi libri ed editori che probabilmente non avrei trovato mai (o ci avrei impiegato un sacco di tempo).
  17. Grazie ai social network ho conosciuto diverse blogger davvero brave, le quali mi hanno fornito spunti di lettura e occasioni di continuo miglioramento.
  18. Al momento non ho un libro preferito, ma potrei citare due libri che ho amato molto: “Ho paura torero” di Pedro Lemebel e “Sostiene Pereira” di Antonio Tabucchi.
  19. Non ho una libreria di fiducia, compro libri dove capita, sia nelle librerie di catena che on line.
  20. Ho una decina di tessere delle biblioteche della zona. E me ne vanto.
  21. Quando vedo una libreria devo entrarci; idem per le biblioteche.
  22. Quando entro in una libreria o in una biblioteca devo fare una foto, anche a caso.
  23. Quando entro in una libreria difficilmente uscirò senza un libro. Se proprio non trovo niente compro un segnalibro.
  24. Colleziono segnalibri!
  25. Cerco di leggere tutti i giorni.
  26. Il momento preferito per leggere è alla sera, prima di andare a dormire.
  27. Ho un libro sempre con me. Non si sa mai, magari trovo dieci minuti per leggere.
  28. Sottolineo le frasi che mi colpiscono di più, mentre leggo, ma non sempre: qualche volta incollo un post-it colorato per non sciupare il libro.
  29. Se leggo un libro con la sovracoperta, prima di iniziarlo ripongo con cura la sovracoperta in un luogo dove non si spiegazzerà.
  30. Ho molta cura dei libri, ma c’è stata un’occasione in cui ne ho lanciato uno dalla finestra. Non mi pento di quel gesto.
  31. Confesso che qualche volta ho saltato le pagine del libro che stavo leggendo.
  32. Se un libro non mi cattura lo abbandono senza pietà.
  33. Negli acquisti sono impulsiva, fin troppo, spesso compro libri che mi ispirano sul momento ma poi arrivata a casa mi dico: “Perché l’ho comprato?“.
  34. Quando sono in viaggio non riesco a leggere, ma un libro prendo sempre.
  35. Quando leggo ho bisogno di silenzio: non riesco a leggere dove la gente parla o ci sono rumori troppo forti.
  36. Leggendo, ho scoperto che i libri possono cambiare il modo di vedere le cose.
  37. Grazie ai libri si possono conoscere persone davvero interessanti.
  38. Ho scoperto che attraverso i libri posso viaggiare senza muovermi dal divano.
  39. E ho scoperto che i libri possono irspirare i miei viaggi reali.
  40. Se un giorno incontrassi il genio della lampada gli chiederei di poter conoscere tutte le lingue del mondo: così potrei leggere tutti i libri che vorrei senza aspettare le traduzioni e potrei mettermi in viaggio senza portarmi appresso i frasari di cortesia.

*

Mi auguro che la mia autobiografia semi-seria vi sia piaciuta e, ringraziandovi di avermi letta e seguita, sarei curiosa di sapere se in qualcuno dei 40 punti vi siete ritrovati!

Carlos Reyes e Rodrigo Elgueta | Gli anni di Allende

Lavoratori della mia patria: ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Continuate voi, sapendo che, più prima che poi si riapriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore. Via il Cile! Viva il Popolo! Viva i lavoratori! [Gli anni di Allende, Carlos Reyes e Rodrigo Elgueta, trad. Paolo Primavera]

Il 4 settembre 1970 Salvador Allende divenne Presidente del Cile, primo di stampo marxista votato democraticamente dalla maggioranza del popolo. Iniziarono così tre lunghi e difficili anni durante i quali Allende governò il Cile. Osteggiato dai militanti di estrema sinistra e di estrema destra, e dagli americani che tentarono più volte di rovesciare il governo, Allende cercò di tenere insieme un Paese pieno di contraddizioni, problemi e povertà,  frutto degli errori dei governi precedenti.

I militanti di estrema sinistra sostenevano che Allende non fosse abbastanza di sinistra; i militanti di estrema destra avevano visione diametralmente opposte e cercarono di sabotare in ogni modo gli interventi governativi; gli americani, dal canto loro, già impegnati a controllare Cuba e Fidel Castro, inasprirono i rapporti con Allende quando quest’ultimo decise di nazionalizzare le grandi miniere di rame e metalli del Nord del Cile e toglierle di fatto agli americani.

Salvador Allende cercò di fare del suo meglio per governare un Paese che giorno dopo giorno sembra sgretolarsi come un castello di sabbia. Allende ordinò di attuare le migliori misure per fronteggiare una serie di crisi, ma gli atti di sabotaggio e i tentativi di attentato diventarono via via sempre più frequenti.

Gli anni di Allende” di Carlos Reyes e Rodrigo Elgueta, tradotto da Paolo Primavera per Edicola ediciones, abbraccia un lasso di tempo della storia del Cile che va dai mesi precedenti all’elezione di Allende sino alla giornata della sua morte avventuta l’11 settembre 1973 al Palazzo Moneda.

La storia viene raccontata in prima persona da un personaggio di fantasia, John Nitsch, corrispondende americano inviato in Cile per seguire la campagna elettorale; Nitsch resterà poi in Cile, dopo l’elezione di Allende, per seguire la storia in diretta. Saranno due rivoluzionari appassionati a raccontare all’americano molte cose sulla storia del Cile e sul suo popolo.

Il giornale argentino Primera plana dedica la copertina alla vittoria di Salvador Allende, settembre 1970

Gli anni di Allende” è davvero un’ottima graphic novel, coinvolgente e appassionate, che racconta con preciso dettaglio storico – con tanto di note per il lettore a digiuno di storia cilena – i tre anni del mandato di Allende. Sono presenti delle curiosità davvero interessanti, grazie a questa storia ho scoperto che Salvador Allende era un medico, che quando Fidel Castro venne a trovarlo in Cile gli portò un AK-47 in regalo e che Allende riponeva notevole fiducia nella figura di Augusto Pinochet, tanto da nominarlo Comandante in capo dell’Esercito del Cile il 23 agosto del 1973, quando la situazione socio-politica stava diventanto letteralmente incandescente.

Suggerisco la lettura di questa dettagliata e interessante graphic novel in particolare a chi è appassionato di storia o è semplicemente curioso di scoprire qualcosa su una delle più importante figure politiche del Sudamerica del Novecento.

Voglio ricordare di fronte alla storia la scelta epocale che avete compiuto sconfiggendo la superbia del denaro, la pressione e la minaccia, le informazioni distorte, la campagna del terrore, dell’insidia e della cattiveria. [Gli anni di Allende, Carlos Reyes e Rodrigo Elgueta, trad. Paolo Primavera]

Titolo: Gli anni di Allende
Gli Autori: Carlos Reyes e Rodrigo Elgueta
Traduzione dallo spagnolo: Paolo Primavera
Editore: Edicola ediciones
Perché leggerlo: per conoscere un periodo storico fondamentale per il Cile

(© Riproduzione riservata)

Emily Dickinson | Silenzi

Brucia luminoso nell’oro e in porpora si spegne,
balza nel cielo come orde di leopardi
poi, per morire posa il suo volto chiazzato
ai piedi del vecchio orizzonte
e così basso si china fino a toccare la finestra
in cucina e il tetto, e a colorare il granaio
e mandare un bacio, col cenno del berretto, al prato –
Infine il giocoliere del giorno svanisce.
(228, Emily Dickinson, trad. Barbara Lanati)

Suppongo di essere la persona meno adatta per parlare di poesia: ne leggo pochissima e mi trovo in seria difficoltà a commentare dei versi, a tirar fuori un discorso sensato e a spiegare le emozioni suscitate durante la lettura. Le poesie di Emily Dickinson, oltretutto, non sono di immediata comprensione, benché alcuni versi siano – a mio avviso – magnifici e struggenti.

(…)
E adesso un ricordo di ametista
è tutto ciò che mi resta.
(245, Emily Dickinson, trad. Barbara Lanati)

Il volume “Silenzi” (trad. Barbara Lanati, Feltrinelli, 240 pagine, 9 €) è un’agile raccolta di alcune delle poesie della grande poetessa americana: avevo già letto “Silenzi” anni fa, preso in prestito in biblioteca, e ora grazie ad Acciobooks sono riuscita a recuperare il volume e ne ho approfittato per rileggerlo. Le poesie scelte dalla curatrice Barbara Lanati pongono l’accento sulla scrittura inquieta, astratta ma sensuale allo stesso tempo, cercando di presentare la poetessa americana come persona concreta, viva, non evanescente.

Notti selvagge – Notti selvagge!
Fossi io con te
notti selvagge sarebbero
la nostra passione.
(249, Emily Dickinson, trad. Barbara Lanati)

La figura di Emily Dickinson mi ha sempre affascinata: Emily era una giovane donna vestita di bianco che all’età di venticinque anni decise di non uscire più dalla sua stanza (neppure per andare ai funerali delle persone importanti della sua famiglia); una giovane donna che per anni – pochi, in verità, perché morirà a soli 56 anni – scrive febbrilmente versi su versi, rilegando personalmente le pagine per non perderle.

“The Four Leaf Clover”, Winslow Homer.

Una poetessa, la Dickinson, che durante la vita fu quasi ignorata dai critici dell’epoca, riuscendo a pubblicare solo sei poesie. Tutte le altre rimasero nella stanza della donna fino alla sua morte, avvenuta nel 1886; la pubblicazione delle sue poesie iniziò nel 1890, grazie all’interessamento della famiglia della Dickinson.

Se tu dovessi arrivare d’autunno,
caccerei l’estate
come la massaia caccia la mosca,
con un piccolo sorriso e una smorfia di sdegno.

Se potessi rivederti tra un anno,
dei mesi farei tanti gomitoli –
che riporrei in cassetti diversi,
per paura che i numeri si rifondano –

Se solo fosse questione di secoli, d’attesa,
li conterei sulla mano, sottraendo,
fin quando non mi cadessero le dita
nel paese di Van Dieman.

Se fossi certa che oltre questa vita,
la mia e la tua saranno –
la butterei lontana, come una buccia, la mia –
e sceglierei l’eternità –

Ma ora – incerta della durata di questa –
che a metà si pone,
come un pungolo la sento, un’ape folletto –
di cui non sai – quando pungerà.
(511, Emily Dickinson, trad. Barbara Lanati)

Emily Dickinson fu una donna sensibile, tanto timida da sembrare quasi che volesse vivere senza lasciare il segno. Sembrava essere trasparente, vivere una vita eterea e fuori dal tempo e dallo spazio. Invece, il segno l’ha lasciato: consegnandoci i suoi bellissimi versi, a volte un po’ difficili ma spesso geniali.

“Easthampton” Thomas Moran (1897)

Portami il tramonto in una tazza,
sommami le caraffe del mattino
e dimmi quante stillano di rugiada.
Dimmi fin dove salta il mattino –
Dimmi fin quando dorme colui
che intrecciò e lavorò le vastità d’azzurro.

Scrivimi quante sono le note
tra i rami incantati
raccolte nell’estasi del nuovo pettirosso –
E quanti viaggi della tartaruga –
E quante le coppe di cui l’ape si nutre,
Baccante di rugiada!

E ancora, chi posò i moli dell’arcobaleno,
chi conduce le docili sfere
con vinchi di morbido azzurro?
E ancora quali rinsaldano le statalliti,
chi conta le conchiglie della notte,
per vedere che non ne manchi nessuna?

Chi costruì questa casupola bianca
e così salde ne serrò le finestre
che al mio spirito non è dato vedere?
Chi mi farà uscire un giorno di gala
e mi darà quanto occorre per volare via
più sfarzosamente di un re?
(128, Emily Dickinson, trad. Barbara Lanati)

Titolo: Silenzi
L’Autrice: Emily Dickinson
Traduzione e scelta delle poesie a cura di: Barbara Lanati
Editore: Feltrinelli
Perché leggerlo: per iniziare a conoscere una delle maggiori poetesse americane dell’Ottocento, per restare incantati e confusi di fronte alla bellezza di certi versi.

(©Riproduzione riservata)

(Ri)diventare lettori: cinque consigli per approcciarsi alla letteratura

Con il trascorrere del tempo possono cambiare molte cose in noi: è possibile che nascano nuove passioni e che altre vengano accantonate. Dopo anni che non leggete potrebbe venirvi voglia di riprovarci, di riprendere un libro in mano, perché ne avete sentito parlare tanto oppure perché avete bisogno di leggere quel determinato libro per lavoro. Tutti siamo stati ‘lettori’: durante gli anni scolastici ci sono state assegnate delle letture, ma alcuni di noi una volta completata l’istruzione hanno deciso di non leggere più per molteplici motivi.

Riprendere a leggere dopo tanto tempo sarà un po’ come iniziare a correre: non si comincia iscrivendosi alla maratona di New York, ma correndo solo due minuti per volta (e fidatevi che per chi non è allenato due minuti sono molto lunghi e il fiatone arriva subito).

Anche per ricominciare a leggere si dovrà procedere per gradi: a chi si riapproccia alla lettura non suggerirei mai di cominciare a leggere “Guerra e pace” di Lev Tolstoj, non penso che arriverebbe nemmeno alla fine del primo capitolo. Quindi come ricominciare a leggere? L’articolo che state leggendo è un compendio in cinque punti che illustra un possibile approccio alla lettura per ragazzi e adulti che vogliono ritornare a leggere. Spero che questo scritto possa esservi utile e possa fornirvi qualche spunto interessante.

Mid-Manhattan Library, New York (Photo by Sebas Ribas on Unsplash)

1. La lettura: impegno ma grandi soddisfazioni

I docenti delle scuole medie e superiori durante gli anni scolastici assegnano letture viste dagli studenti come ‘obblighi’: la lettura di un libro è semplicemente il passaggio necessario per consegnare la scheda libro e per ottenere un buon voto di italiano. A volte gli studenti apprezzano i testi suggeriti dai docenti, ma più di frequente una volta terminati gli studi, mancando la motivazione del buon voto in italiano, i ragazzi non cercano più l’occasione di leggere.

Come dovete procedere per (ri)cominciare a leggere? Innanzi tutto, è importante sapere che la lettura è un’attività impegnativa, non dal punto di vista fisico ma mentale: anzittuto, servono concentrazione e motivazione per leggere un libro. Ricominciare a leggere dopo tanto tempo vi richiederà all’inizio parecchio impegno – per terminare un libro ci metterete molto di più rispetto agli amici lettori – ma giunti al termine del vostro romanzo la soddisfazione sarà immensa. Per prima cosa, dovrete trovare il tempo per leggere…

2. Il tempo per leggere: la lettura non è una gara

Ma chi è che ha il tempo di leggere al giorno d’oggi? Le troppe e tante cose da seguire è innegabile che portino via tempo ed energia. Gli amici lettori vi diranno di leggere nei ritagli di tempo: niente di più sbagliato.

Chi non è abituato a leggere non può pensare di leggere nei ritagli di tempo: pochi minuti liberi non sono sufficienti per immergersi completamente nella storia. Inoltre, non vi consiglierei di leggere sui mezzi pubblici o nelle sale d’attesa, semplicemente perché solo luoghi dove la gente parla oppure fa gesti o cose che possono distrarvi.

Dovreste decidere di dedicare un preciso momento della giornata – cercando di mantenerlo fisso per far sì che diventi un rito quotidiano – e di scegliere un luogo il più possibile silenzioso, per potervi concentrare su quello che legge. Potreste ricavarvi il tempo per leggere prima di cena, oppure prima di andare a dormire, al mattino presto o ancora sacrificando un po’ di tempo alla tv o ai social network.

In più, dovete tenere a mente che leggere è un piacere, non una gara. Su Internet spopolano le Reading Challenge, vere e proprie maratone di lettura, dove lettori più o meno pazzi leggono tantissimo e a gran velocità. Ecco, non curatevi della velocità della lettura, bensì preoccupatevi della qualità delle letture. È preferibile leggere un libro bello – solo uno – anziché quattro brutti e uno bello. Leggendo troppo in fretta si perdono dettagli e leggendo troppi libri le storie sfumano l’una nell’altra e verrà difficile, in futuro, ricordarsi cosa si è letto.

3. La lettura non è costosa

Sì, ma i libri costano. Beh, certo che costano, sono un prodotto commerciale a tutti gli effetti. Un biglietto del cinema costa, una serata in pizzeria costa, una vacanza costa, il carburante per la macchina costa. Epppure, nessuno di noi rinuncia ad una serata al cinema, una pizza con gli amici, una breve vacanza o un giro in macchina. Al contrario di tutte queste attività elencate, ci sono molti modi per leggere gratis (o quasi):

  • Prendere in prestito i libri dalla biblioteca: se non volete azzardarvi a spendere 20 euro per un libro che – magari – non vi piacerà, fate un salto in biblioteca. Con una tessera gratuita avrete accesso a illimitati prestiti.
  • Le offerte lampo degli ebook: se avete un tablet potete scaricare innumerevoli libri in formato epub o pdf e leggerli comodamente sul dispositivo che preferite; tenete d’occhio IBS.it o Amazon, dove ogni giorno vengono messi in vendita libri a partire da 0.99 centesimi, mentre spesso le anteprima dei romanzi sono gratuite: potreste quindi leggere i primi due capitoli di un libro e decidere se acquistarlo oppure no.
  • Curiosate nei mercatini dell’usato: spesso di possono fare buoni affari e molte volte i libri sono tenuti bene.
  • Fateveli prestare dagli amici lettori!
  • Partecipare agli eventi di bookcrossing (scambio di libri fisico) oppure iscriversi gratuitamente ad Acciobooks (piattaforma di scambio di libri on line).
  • Aspettate le offerte che gli editori fanno ogni tanto nel corso dell’anno: spesso i libri vengono scontati sino al 25% oppure cercate tra i reminders sui siti quali Mondadori Store o IBS.it, a volte gli sconti toccano il 55%.

Libreria a Bradford, United Kingdom (Photo by Michael D Beckwith on Unsplash)

4. Ma cosa leggo? La scelta del libro

C’è un libro che fa proprio per voi e quando lo leggerete vi sembrerà che sia stato scritto apposta per voi Bisogna solo trovarlo! Nella scelta del libro potrete essere aiutati da diverse figure:

  • Il bibliotecario già citato, il quale conosce molto bene i libri potrà consigliare il romanzo giusto.
  • Il libraio saprà suggerire delle belle letture.
  • L’amico che legge, quello che impresterà il libro con tanto di motivazione del perché leggerlo.
  • Le recensioni sui giornali o su internet possono aiutare a farsi un’idea di quello che “va di moda” (anche se non necessariamente il primo libro in classifica sul Tuttolibri è il migliore.
  • Un giro sui social network: sulle pagine degli editori italiani, dei blogger che parlano di libri, sui gruppi di lettura su Facebook
  • Partecipare ad un gruppo di lettura organizzato dalla biblioteca o dalla libreria di quartiere: un gruppo del genere prevedere che si legga lo stesso libro in un determinato lasso di tempo (solitamente un mese) e che alla lettura segua una serata di discussione.
  • Partecipate a fiere ed eventi letterari, ce ne sono tutto l’anno sparsi lungo tutta la Penisola: dal famoso Salone Internazionale del Libro di Torino al BookPride di Milano, dal Triestebookfest a Più libri, più liberi di Roma; curiosate negli stand degli editori e parlate con loro: sapranno certamente suggerirvi un buon libro da leggere.

5. I benefici della lettura

Ma la fatica di leggere ripaga? Quali sono i benefici della lettura? Io ve ne indico sette, ma sono certa che ce ne siano molti di più.

  • La lettura aiuta a migliorare e aumentare la concentrazione, in un mondo fatto di distrazioni non è poca cosa.
  • Leggere fornisce ispirazione: che sia per un viaggio, per un evento da organizzare, per un oggetto da creare.
  • I libri migliorano le nostre capacità critiche: impariamo a vedere luoghi e persone in modo diverso, ci aiuta a sfatare stereotipi e pregiudizi e nei libri, nella maggior parte, ci sono personaggi nei quali possiamo identificarci.
  • Si imparano delle nozioni, informazioni utili nella vita di tutti i giorni o semplici curiosità.
  • Leggere aiuta a migliorare il nostro modo di scrivere e di parlare, di spiegare ed esporre concetti. Ci insegna anche delle parole nuove o ci ricorda parole che non utilizziamo mai.
  • I libri ci trasportano in luoghi e tempi lontani, in epoche diverse, in località che forse non vedremo mai direttamente. Il tutto a fronte di una spesa di pochi euro e di un po’ di concentrazione e impegno.
  • Grazie ai libri è possibile incontrare tante persone accomunate dalla nostra stessa passione. E c’è chi dice che nessuna amicizia è più veloce di chi ama gli stessi libri.

Io dico che ne vale la pena ricominciare a leggere, vi assicuro che le fatiche iniziali verranno ripagate!

Maria Edgeworth | Il Castello Rackrent

Così la casa era nuda, e il mio giovane padrone, nel momento in cui entrò, scendendo dal suo calessino, pensò che tutte quelle cose dovessero venire da sole, credo, perché non si pose mai il problema, ma in modo irresponsabile le pretese tutte da noi, come se fossimo dei prestigiatori, o se si trovasse in una locanda. Per parte mia, non mi scomposi affatto; ero così abituato ai miei ultimi padroni che mi sentivo tutto sottosopra, e i nuovi servi nella stanza della servitù erano fuori dal mio controllo; non avevo nessuno con cui parlare, e se non fosse stato per la mia pipa e il mio tabacco credo proprio che mi si sarebbe spezzato il cuore per il povero Sir Muragh [Il Castello Rackrent, Maria Edgewoth, trad. P. Meneghelli]

Thady Quirk è l’anziano domestico che ha sempre vissuto e lavorato al Castello Rackrent. Nel corso degli anni, Thady ha servito una serie di padroni diversi, i quali si sono susseguiti come proprietari della tenuta. Il vecchio servo, voce narrante della storia, riassume sotto forma di cronaca l’ascesa e la caduta di alcuni dei suoi nobili padroni.

Come Sir Patrick, inguaribile amante della mondanità che muore d’infarto durante una delle sue gloriose feste organizzate proprio al Castello Rackrent; come Sir Murtagh, che s’impunta sul fatto di non voler pagare i debiti lasciati da Sir Patrick; o come Sir Kit, viziato dal giuoco d’azzardo, il quale per pagare i conti si trova costretto a vendere la tenuta. Infine, l’arrivo dell’ultimo padrone, Sir Condy, e della sua giovane e capricciosa moglie.

L’uno dopo l’altro, Thady Quick vede i suoi nobili padroni arrivare e andar via: dal Castello Rackrent c’è chi va via morto e chi povero con la coda tra le gambe. L’ironia tagliente che Thady sfodera riportando le vicende personali dei padroni fa capire che l’avere tanti soldi non mette al riparo le persone dalle disgrazie.

E per quanto concerne tutto quello che ho buttato giù dai ricordi e dal sentito dire della famiglia, è tutto vero, dall’inizio alla fine, e ci potete credere, perché per quale motivo dovrei dire bugie sulle cose che tutti conoscono come le conosco io? [Il Castello Rackrent, Maria Edgewoth, trad. P. Meneghelli]

Primavera a Windsor (Photo by JJ Jordan on Unsplash)

Prima di leggere “Il Castello Rackrent” non conoscevo la figura di Maria Edgeworth; benché la Edgeworth fu circa contemporanea delle famose sorelle Brontë e della celebre Jane Austen, non l’avevo mai sentita nominare, neppure al volo durante le lezioni di letteratura inglese del liceo. La Edgewoth scrisse una decina di romanzi (non tutti sono stati tradotti in italiano) e fu politicamente molto attiva, schierandosi per la causa irlandese benché fosse nata in Inghilterra, nell’Oxfordshire. In modo particolare, s’impegnò per aiutare i contadini durante la Grande Carestia irlandese di metà Ottocento.

Il Castello Rackrent” di Maria Edgeworth (trad. Pietro Meneghelli, Fazi editore, 113 pagine, 15 €) è un romanzo scritto alla fine del Settecento e pubblicato nel 1800, per cui ha tutto il sapore, il peso e lo spessore di un libro classico. Si tratta di una lunga cronaca, narrata talvolta in modo scorrevole e talvolta più arzigogolata, raccontata in prima persona dal vecchio Thady Quirk, dove a volte viene usato il tempo presente e a volte il passato remoto, quasi a non voler rimarcare che il tempo è trascorso e i padroni si sono succeduti o forse perché Thady non è poi così istruito.

Il susseguirsi dei nobili al Castello Rackrent, con le loro fortune e disgrazie, può anche essere letto come lo specchio della società dell’epoca e di quella di oggi: continuamente salgono al potere certi personaggi, vengono acclamati dal popolo, poi combinano un disastro o deludono l’elettorato, quindi vengono cacciati e cadono in disgrazia.

Oppure, “Il Castello Rackrent” può essere letto per quello che effettivamente è: la cronaca di una serie di nobili raccontata da un servo poco istruito ma capace di leggere e sondare il cuore dell’essere umano.

Titolo: Il Castello Rackrent
L’Autrice: Maria Edgeworth
Traduzione dall’inglese: Pietro Meneghelli
Editore: Fazi
Perché leggerlo: perché si tratta di un romanzo classico dal sapore ottocentesco, perché si può leggere una cronaca nobiliare oppure ritrovare la nostra società, con i suoi difetti e i suoi pregi

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