Marcial Gala | Verde limone

Allora, Kirenia, al di là di ogni verità, per importante che sia, uno finisce sempre per sentirsi una specie di pesce affamato, uno finisce sempre per sentire che i fantasmi lo chiamano, che lo obbligano a tornare, e si spinge oltre le illusioni di felicità. Uno improvvisamente si sente a una festa alla quale non è stato invitato e gli edifici d’acciaio e vetro si trasformano in edifici di cartone e cartapesta. Il mondo si trasforma in una cosa tanto illusoria che non si può più credere a niente [Verde limone, Marcial Gala, trad. P. L. Mori]

Sullo sfondo di una Cuba in pieno período especial, uno squattrinato pittore di nome Ricardo conosce la diciannovenne Kirenia, testa tra le nuvole, naso tra le pagine di un libro. Tra Ricardo e Kirenia nasce un’amicizia strana, sensuale, e destinata a durare per sempre, cadesse una bomba atomica sulle loro teste.

Attraverso Liset, un’amica di Ricardo, Kirenia conosce Harris, padre di Liset e miglior musicista della città. Harris ha cinquantacinque anni e due passioni smodate: il saxofono e l’alcool. A Kirenia i vecchi non piacciono, ma Harris ha un fascino magnetico.

Sei bella, disse all’improvviso, però non di una bellezza facile: la tua bellezza è una di quelle che si scoprono a poco a poco, come un’alba vestita di raso. Era evidente che ci stava provando con lei [Verde limone, Marcial Gala, trad. P. L. Mori]

In un attimo, Kirenia si ritrova a vivere a casa di Harris, ma la convivenza non è semplice. Harris è dipendente da droghe e alcool. Come molti cubani in quel periodo, beve per cercare di dimenticare le difficoltà, beve per occupare il tempo, beve perché non c’è altro da fare.

Kirenia compone poesie e passeggia lungo il molo di Cienfuegos, cerca di dimenticare la realtà, alcool e droghe apparentemente le sono d’aiuto. Si sente innamorata di Harris, pensa che non potrò mai rinunciare a lui, Harris è tutto ciò che ha. Gli chiede, per amore, di frequentare un centro di alcolisti anonimi: finisce in rissa, con denunce e arresti.

(Estaba la pájara pinta… Sentada en su verde limón… Con el pico recoge la flor. – Sono io, Harris, la pájara pinta: la tua uccellina colorata, la tua passerotta. Sono una bolla di sapone, sono un cartello appeso a una parete pubblica e sto gridando col mio corpo: Harris Sanzo tu mi ammazzerai) [Verde limone, Marcial Gala, trad. P. L. Mori]

Un giorno, Kirenia deve prendere una decisione importante, da sola. Ha diciannove anni, è spaventata, inquieta, ma soprattutto è sola. Ricardo ha da fare, non può aiutarla, fa spesso su e giù dall’Avana e cerca di vendere quei quadri orrendi ai turisti che giungono a Cuba con l’ansia di vedere tutto. La madre di Kirenia è una donna fredda, distaccata, che dopo la morte del marito – il padre di Kirenia – si è ritrovata a non sopportare più la figlia. Harris è preso dal suo lavoro e da una turista americana che chiama Elena, tanto è bella.

Così Kirenia prende la sua decisione e da lì in avanti tutto va in pezzi.

(Sto piangendo, Harris, e mi sento così idiota. Mio padre ha sempre detto che piangere non serve a nulla. Harris mi abbraccia. C’è bisogno che mi metta a piangere per farmi abbracciare, penso (…) Chiamami colombina, Harris, dimmi che sono la tua piccola bastarda, che sono la tua fantasmina. Amami, Harris, lo supplico, e lui dice: certo, come potrei non amarti) [Verde limone, Marcial Gala, trad. P. L. Mori]

Credit: Rob Oo, CC BY 2.0, Flickr

Verde limone” di Marcial Gala (tradotto da P. L. Mori, Nuova Editrice Berti, 17€) è un romanzo corale, passionale ed estremamente coinvolgente. È Ricardo la voce narrante della storia, ma spesso la narrazione si interrompe e in corsivo compaiono i pensieri di Harris, quindi in corsivo tra parentesi – capirete alla fine il motivo delle parentesi – i pensieri di Kirenia, entrambi raccontati in prima persona dai personaggi.

Lo stile narrativo di Gala ha un ritmo notevole, la scrittura è come musica ed è, come dicevo, spiccatamente coinvolgente. Sin dalle prime pagine, ci si sente immersi nella calura di Cuba, nelle difficoltà del período especial, il momento successivo alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, che ha segnato la fine dell’erogazione degli aiuti economici al languido governo cubano. Durante la crisi economica degli anni Novanta, a Cuba nessuno aveva voglia di fare nulla: aleggiava, come un fantasma, quella sensazione di attesa e si occupava il tempo stordendosi per non pensare alle misere condizioni. Nella narrazione, il tempo sembra non trascorrere mai, è infinito, bisogna occuparlo inventandosi qualcosa da fare.

Cuba è lo sfondo, ma non viene mai descritta con cura, Marcial Gala l’accenna timidamente: eppure riesce, in poche frasi, rendere reale la Cuba degli anni Novanta, dove si muovono i tre protagonisti. Ricardo, pittore che cerca di vendere i quadri ai primi turisti che giungono a Cuba, poiché il governo aveva visto le potenzialità lucrative del turismo; Kirenia, troppo sognatrice per vivere in un luogo duro come la Cienfuegos di quel tempo; Harris, musicista che – dice – di aver fatto esperienza a New York, capace di gesti violenti, sboccato a tratti, estremamente poetico in altri.

Credit: Bud Ellison, CC BY 2.0, Flickr

Circolano droghe e alcool con facilità, nonostante l’assenza di pesos, piuttosto si vendono le proprie scarpe da ginnastica, ma una bottiglia di rum o di whiskey si rimedia sempre; ci si ritrova a tirare tardi nei fumosi locali dove si suona fino all’alba, oppure ci si ritrova ad andare a letto insieme senza pensarci troppo, più per occupare il tempo che per amore sincero. Nonostante lo sconforto che aleggia come un fantasma per le vie di Cienfuegos, quando il lettore meno se lo aspetta, i pensieri di Harris e Kierenia regalano attimi di poesia unica.

È la contrapposizione tra asprezza e poesia ad avermi pienamente conquistata. “Verde limone” di Marcial Gala è il ritratto di un’epoca difficile per i cubani, da sempre abituati a vivere momenti poco felici, un romanzo schietto e dolce allo stesso tempo, dove voci diverse si mescolano al ritmo melodico di una nostalgica canzone.

Nessuno è nessuno, disse Kirenia.
Questa è la mia filosofia, disse Harris.
Seduti sul muro di Malecón guardavano il mare di novembre in tempesta e le loro mani erano così vicine che le dita quasi si sfioravano [Verde limone, Marcial Gala, trad. P. L. Mori]

Titolo: Verde limone
L’Autore: Marcial Gala
Traduzione dallo spagnolo: Pier Luigi “Pedro” Mori
Editore: Nuova Editrice Berti
Perché leggerlo: è il ritratto di un’epoca difficile per i cubani, da sempre abituati a vivere momenti poco felici; un romanzo schietto e dolce allo stesso tempo, dove voci diverse si mescolano al ritmo melodico di una nostalgica canzone

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Živko Čingo | Grande Madre Acqua

Per un secolo non ci scambiammo nemmeno una parola. Restammo in silenzio, muti, trascinati dalla corrente della Madre Acqua che ci apparve di nuovo come un’eco lontana, prodigiosa come in un sogno (…) Nel cuore di Keïten non era cambiato nulla, regnavano ancora l’amicizia e l’amore, la solidarietà e l’accoglienza, il sorriso, il suo sorriso, e il desiderio, la fede nella Madre Acqua, la verità sul Monte Senterlev (…) questo monte esisteva, un monte luminoso tra nebbie dorate ed eterne. Quel sogno meraviglioso ci riapparve, niente poteva distruggere il nostro desiderio di libertà [Grande Madre Acqua, Živko Čingo, trad. C. Crespi e J. Puliero]

La Seconda Guerra Mondiale è finita e i partigiani hanno vinto, sconfiggendo le potenze dell’Asse. I territori della Macedonia entrano a far parte della Jugoslavia sotto la guida del Partito Comunista campeggiato da Josif Tito, con il nome di Repubblica Popolare di Macedonia.

È in questo contesto storico che si inserisce il romanzo “Grande Madre Acqua” di Živko Čingo (trad. C. Crespi e J. Puliero, CasaSirio editrice), ambientato dall’anno 1946 in avanti, in un orfanotrofio macedone allestito nei locali cupi di un ex-manicomio criminale.

Il conflitto mondiale ha messo a dura prova la popolazione macedone: gli zii di Lem, dodici anni, non possono più occuparsi di lui, hanno già due figlie da mantenere, e i soldi che lo zio guadagna non sono sufficienti per tutti. Senza troppe cerimonie, Lem viene affidato al Piccolo Padre, il direttore dell’orfanotrofio.

All’orfanotrofio, al pacato Lem  viene assegnato Keïten come compagno di fila, poiché di regola le file erano costituite da un ragazzo calmo e uno turbolento. È così che Lem conosce Keïten, tredici anni e un’incontenibile voglia di sognare e ridere, benché intrappolato tra le alte e grigie mura dell’istituto.

Tra le difficoltà quotidiane e le punizioni corporali della malvagia compagna Olivera Srezoska o le crudeltà del Campanaro, sboccia l’amicizia tra il tranquillo Lem e il sognatore Keïten. Keïten, solare di natura, insegna a Lem a sognare, a vivere, a sperare in un futuro migliore. Per il momento sono solo due ragazzini facile preda di pidocchi e scherzi dei più grandi, vessati da educatori meschini e crudeli; ma fuori dall’orfanotrofio c’è la Madre Acqua che li aspetta, li sorveglia, infondendo nei loro piccoli cuori gioia e speranza.

Molti secoli sono passati da allora. Alla fine siamo usciti dall’orfanotrofio, abbiamo vissuto giorni felici e giorni amari, ma questi pochi istanti inspiegabili hanno segnato il mio cuore giovane e inesperto come il più malvagio dei sogni [Grande Madre Acqua, Živko Čingo, trad. C. Crespi e J. Puliero]

Tramonto sul Lago Ohrid, Macedonia (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0)

La voce narrante del romanzo “Grande Madre Acqua” è quella del piccolo Lem, che racconta in prima persona infanzia e adolescenza trascorse nell’orfanotrofio. Il romanzo è una costellazione di ricordi di Lem, che narra ora un episodio occorso durante un gelido e nevoso inverno, ora un evento accaduto durante una timida primavera.

È un romanzo dove la contrapposizione tra bene e male è netta e molto forte: il bene è rappresentato dall’amicizia tra i due ragazzi, Lem e Keïten, e dalla Madre Acqua, che pur senza dire una parola – del resto è un’entità, non un essere fisico – infonde speranza negli animi di chi crede in lei. Il male è rappresentato dagli educatori crudeli che soffocano gli istinti di gioco e gioia dei bambini, e che calcano la mano con le punizioni.

Grande Madre Acqua” di Živko Čingo mi ha ricordato un altro libro su un’infanzia poco felice letto tempo fa: “Il battello bianco” dell’autore kirghiso Tschingis Aitmatov. Anche nel libro Aitmatov è la Natura a infondere speranza nel piccolo protagonista orfano: qui troviamo un uomo, l’amato nonno, un animale, la Madre cerva dalle ramose corna e le acque del grande lago Issyk Kul’; lo zio ubriacone e i soldati rappresentano la negatività, le difficoltà della vita. Non passa giorno che il piccolo protagonista de “Il battello bianco” corra sulla vetta del Monte Sentinella, perché solo da lassù vede il Lago Issyk Kul’, dove crede che il padre navighi su un battello bianco

Ma se ne “Il battello bianco” il finale era amaro, Čingo per il suo romanzo decide di lasciare aperta la porta della speranza. La storia di Lem e Keïten che rincorrono la Madre Acqua, ovvero un futuro felice, il meritato riscatto dopo tante disgrazie, è narrata con un tono disincantato e fiabesco, scorrevole e incalzante, dove la tensione cresce pagina dopo pagina fino a sciogliersi in un finale che presuppone positività. Ed è proprio per questo che “Grande Madre Acqua” mi è piaciuto.

È vero che spesso qualcuno cerca di distruggere i nostri sogni, strappandoci dalle nostre fantasie e mostrandoci la cruda realtà, ma non per questo motivo, ci ricorda Čingo, dobbiamo smettere di desiderare un futuro migliore.

Non è forse vero che ciascun cuore umano, per quanto gelido e impenetrabile, possiede delle gocce di pioggia primaverile? [Grande Madre Acqua, Živko Čingo, trad. C. Crespi e J. Puliero]

Titolo: Grande Madre Acqua
L’Autore: Živko Čingo
Traduzione: Carolina Crespi e Jessica Puliero
Editore: CasaSirio editore
Perché leggerlo: perché è una fiaba dove la speranza è il motore che muove animo e cuore di due bambini orfani che sperano in un riscatto, dopo tante ingiustizie e cattiverie subite

(© Riproduzione riservata)

Cornelia Klauss e Frank Böttcher | Alpinisti illegali in URSS. Viaggiare controvento

Lassù, tra i 6000 e i 7000 metri la mente dell’uomo cambia, non si pensa più a nulla, è tutto meccanico: “Ora il piede qui. Respira profondamente tre volte. Il piede qua e ancora tre respiri. Soprattutto non cadere né addormentarti, si muore in un battibaleno”. Quei pensieri normali che si fanno in pianura lassù sono cancellati. Per settimane e mesi ho assorbito tutto quello che in un modo o nell’altro avrei potuto sperimentare (…) “Lì devi fare questo e lassù quest’altro. E quando sei in cima – foto alla vetta!” Tutto ciò ha funzionato, ma la felicità l’ho avvertita solo nel breve istante in cui mi sono potuto lasciar cadere nella neve in vetta. 7134 metri [da Sul Picco Lenin coi piedi congelati, trad. V. Ghidotti, V. Grassi e S. Tentori]

Più una cima è alta, più nasce nell’uomo la voglia di conquistarla. Le montagne hanno da sempre attratto e affascinato l’uomo, scatenando la curiosità di raggiungere la sommità. Se una montagna era molto alta, l’uomo giungendo in vetta si sentiva più vicino alla divinità, avendo inoltre un punto di vista privilegiato sulle valli contigue. Spesso le montagne rappresentavano luoghi sacri.

Con il tempo si sono sviluppate discipline come l’alpinismo, uno sport tecnico che mira a superare i limiti esterni e interni dell’uomo. Gli Ottomila, le cime più elevate del Pianeta, sono state conquistate tra gli anni Cinquanta e Sessanta, da alpinisti di versa nazionalità: neozelandesi, italiani, svizzeri, francesi, americani, austriaci, tedeschi, inglesi e cinesi.

Ma gli appassionati di alpinismo che vivevano intrappolati nella Repubblica Democratica Tedesca, la DDR, come potevano raggiungere le alte cime del Caucaso e dell’Unione Sovietica? Viaggiare attraverso l’URSS era tutt’altro che semplice.

Gergeti Trinity Church e Monte Kazbeg (fonte: Wikipedia, CC BY-SA 4.0)

Anzitutto, era complicato procurarsi i permessi per accedere a determinate aree geografiche: non era possibile viaggiare liberamente perché in diverse zone dell’Imperium regnava una grande povertà, e gli alpinisti (sia residenti nell’Imperium che occidentali) non dovevano vedere in condizioni versava la popolazione, ne sarebbe andato della credibilità stessa dell’URSS.

Una grande difficoltà che si prospettava nell’organizzare un viaggio era che di molte parti dell’URSS non esistevano mappe: non vi era una cartografia di dettaglio aggiornata e le poche carte erano tenute segrete, perché si trattava di luoghi “sensibili”, quali giacimenti di minerali preziosi o luoghi dove venivano condotti test nucleari.

Un’altra pericolosa mancanza degli alpinisti della DDR che volevano intraprendere una scalata nel Caucaso era quella di attrezzature adeguate. Servivano giacche e sacchi a pelo capaci di resistere a forti venti e basse temperature; erano necessari ramponi, picozze e corde; occhiali da sole con lenti adeguate, con semplici occhiali da sole oltre una certa quota si rischia la cecità, tanto il riverbero solare è violento.

Quindi, come organizzarsi per un viaggio alpinistico in URSS? Illegalmente, procurandosi un visto di transito (relativamente semplice da ottenere a partire dagli anni Ottanta in avanti) oppure falsificando documenti e costellandoli di timbri fatti ad hoc – i triangolari erano i preferiti dei sovietici – e restando vaghi sul luogo da raggiungere.

La prima volta che andai in Unione Sovietica fu ne 1977 (…) Fu un normale viaggio organizzato. Quando scorsi il Caucaso a Pezonda rimasi subito affascinato dalle alte montagne, ma soprattutto dal fatto che lì d’estate ci fosse ancora la neve. Fu in quell’occasione che nacque in me il desiderio irrefrenabile di salirci prima o poi, in un modo o nell’altro. Fino ad allora conoscevo solo di Alti Tatra, la Svizzera sassone e i Carpazi meridionali in Romania. Ma l’essere umano si spinge sempre oltre (…) In Unione Sovietica ci sono poi andato diciannove volte, sempre illegalmente [da Sul Picco Lenin coi piedi congelati, trad. V. Ghidotti, V. Grassi e S. Tentori]

Peak Communism (fonte: Wikipedia, CC BY-SA 3.0)

Alpinisti illegali in URSS“, volume a cura di Cornelia Klauss e Frank Böttcher (trad. V. Ghidotti, V. Grassi e S. Tentori, Keller editore) raccoglie quattro originali viaggi illegali attraverso le regioni che un tempo componenvano l’Imperium sovietico, corredate da numerose fotografie in bianco e nero.

Dopo un’introduzione sul concetto di alpinismo per i sovietici e una riflessione sulla difficoltà di viaggiare in URSS, presentate da Christian Hufen e Kai Reinhart, vengono presentate le quattro storie: “I miei settemila furono la Crimea” di Hartmut Beil, una serie di disavventure tragicomiche successe durante il viaggio per raggiungere il Tagikistan; “Sul Picco Lenin con i piedi congelati” di Ulrich Henrici, il racconto della rocabolesca salita sul Picco Lenin e della pericolosa discesa; “Con la vela da ghiaccio sul lago Bajkal” di Uwe Wirthwein, l’avventura di un manipolo di tedeschi che costruiscono una barca a vela per veleggiare sul lago Bajkal gelato; infine, “Dal complesso residenziale 5E a Hoyerswerda sul Mar Nero (1970-1976)” di Iduna Böhning, ovvero il racconto delle vacanze ‘alternative’ di una famiglia della DDR sempre a caccia di avventure.

“Alpinisti illegali in URSS” è un libro piacevole e scorrevole da leggere, che permette di scoprire com’era un tempo l’Unione Sovietica, attraverso i viaggi degli alpinisti e vacanzieri. Quando si vive una dittatura mancano la libertà, la possibilità di viaggiare per scoprire il proprio Paese e confrontarsi con diverse culture; agli alpinisti della DDR non è però mancato il coraggio di assaporarla, questa libertà tanto agognata. Perché è sulle aguzze cime del Caucaso e dell’Asia Centrale che gli alpinisti illegali, dopo aver sfidato i limiti, si sentivano liberi.

Titolo: Alpinisti illegali in URSS. Viaggiare controvento
A cura di: Cornelia Klauss e Frank Böttcher
Traduzione dal tedesco: Verdiana Ghidotti, Valentina Grassi e Sara Tentori
Editore: Keller editore
Perché leggerlo: consigliato a chi ama la montagna, le curiosità, i reportage di viaggio

(© Riproduzione riservata)

Joshua Cohen | Un’altra occupazione

Alcuni ragazzi ci andavano giù pesante, irrompevano nelle case degli sconosciuti, smantellavano i mobili, portavano via i mobili, rompevano oggetti a caso per sbaglio, e anche non per sbaglio, facevano dei furtarelli insignificanti per caso, e anche non per caso, o sempre in maniera superficiale, scorticando i linoleum, lasciando tutto vuoto, lasciando tutto un casino: chi avrebbe detto che la vita sotto l’esercito lo avrebbe preparato per fare traslochi? Il che significava che fare traslochi era… cosa? Un dovere? Una vocazione superiore? Un lavoro? Un’altra occupazione? [Un’altra occupazione, Joshua Cohen, trad. C. Durastanti]

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Yoav e Uri sono due ragazzi israeliani congedati dall’esercito dopo averlo servito per tre anni. Come molti compagni di leva, Yoav e Uri vogliono lasciare Israele per un po’ di tempo, per vedere il mondo, per dimenticare cos’è successo durante i tre anni di servizio militare.

La madre di Yoav ha un parente che vive in America e ha fatto fortuna fondando una ditta di traslochi, la King Traslochi; David King vive a New York ma è di origini ebraiche, ha americanizzato il suo cognome per dare maggiore incisività alla sua impresa. David è sempre alla ricerca di manodopera a basso costo e accetta di buon grado che i due ragazzi – dapprima Yoav e poi Uri – vengano a lavorare nella sua ditta.

Il primo ad arrivare è Yoav e con lui David è immediatamente schietto e sincero. L’America non è il paese delle opportunità, soprattutto per chi è ebreo. Che se lo ricordi, Yoav, che è un ebreo che arriva da Isreale e, bene o male, verrà giudicato dagli americani.

Non importa. Nel mondo degli affari chiacchierano tutti. Quello che voglio dire è che, a differenza mia Yo, tu sei un vero ebreo. E’ quello che sei per natura, cresciuto nella terra tua. E adesso che hai pagato il tuo tributo a quella terra, adesso che hai sofferto per lo Stato, sei fuori, sei qui, e devi capire il significato che ha una cosa del genere. Qui in America, un vero ebreo come te dovrà rispondere a una sfida che appartiene soltanto a lui [Un’altra occupazione, Joshua Cohen, trad. C. Durastanti]

Il lavoro da traslocatori è duro. Non si tratta solo di spostare degli oggetti perché gli inquilini si trasferiscono in un altro alloggio; spesso bisogna buttare giù le porte degli abitanti morosi, spaccando i mobili, rubando cose, buttando oggetti dai balconi.

I gesti che Yoav e Uri vedono ripetersi da parte dei loro colleghi, li riportano inevitabilmente agli anni dell’esercito. Ricordano quando irrompevano nelle case dei palestinesi; quando per noia chiudevano i passaggi ai confini e impedivano alle persone di passare, banché in possesso di regolari documenti; quando potevano fare tutto ciò che passava loro per la testa perché facevano parte dell’esercito israeliano.

(…) tutto il paese si stava sciogliendo. I confini si restringevano, si espandevano, continuavano a essere spostati, finché non ci si ritrovava intrappolati tra dove eri stato ieri e dove sarebbe stato domani e tu, tu stesso, non eri diventato un confine, scavto nella sabbia lungo le strade squarciate dai tondi per il cemento armato e alterate dal filo spinato [Un’altra occupazione, Joshua Cohen, trad. C. Durastanti]

Deserto del Negev (fonte: immagine di pubblico dominio su Wikipedia)

Un’altra occupazione” di Joshua Cohen (trad. Claudia Durastanti, Codice edizioni, 18 €) è un romanzo che racconta il servizio militare in Israele e il dietro le quinte di una ditta di traslochi newyorkese, due diverse esperienze solo all’apparenza scollegate, e pone l’accento sull’identità personale e sulla formazione di un individuo, aggiungendoci una buona dose di razzismo verso gli ebrei da parte degli americani.

Il romanzo è strutturato in modo originale: Cohen si dedica a raccontare in dettaglio le vite degli altri personaggi, non solo di Yoav e Uri, generando una girandola di storie, eventi, luoghi, fatti di cronaca che inizialmente possono confondere – soprattutto i lunghi flashback – ma che giunti alla fine spiegano i comportamenti di protagonisti del libro.

Nel romanzo emerge quanto un’esperienza, positiva o negativa, possa formare l’individuo. In tre anni di servizio militare possono accadere molte cose e si tratta di un’esperienza impossibile da cancellare. Uri ci prova, andando a chiedere consiglio dopo il congedo ad un rabbino. E le risposte sono eloquenti.

(…) non puoi smettere di essere un soldato, proprio come non puoi smettere di essere un ebreo. Sono entrambe condizioni permanenti, per la vita (…) Sei nato soldato, perché sei nato ebreo [Un’altra occupazione, Joshua Cohen, trad. C. Durastanti]

Per questo, ogni volta che i ragazzi vedono certe scene durante le irruzioni negli appartamenti, la loro mente torna in Israele, in Cisgiordania, a Gaza. Yoav non vuole accettare di essere l’ebreo da compatire, né l’israeliano da condannare; Uri vorrebbe mettersi tutto alle spalle, chiudere per sempre il capitolo del servizio militare, vorrebbe giustificare le sue azioni pensando che non è stata colpa sua, ha solo eseguito gli ordini.

Ma ciò che siamo oggi non è altro che il risultato delle azioni passate, i nostri trascorsi ci hanno formati e per quanto possiamo sforzarci, sono impossibili da cancellare. Pur non avendo scelto di nostra iniziativa quali azioni compiere.

Siamo sempre stati costretti a diventare quello che siamo, eppure hanno tutti un’opinione al riguardo, ci trattano come se lo avessimo scelto [Un’altra occupazione, Joshua Cohen, trad. C. Durastanti]

Gaza (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0)

Titolo: Un’altra occupazione
L’Autore: Joshua Cohen
Traduzione dall’inglese: Claudia Durastanti
Editore: Codice edizioni
Perché leggerlo: perché è una profonda riflessione sul quanto influiscano gli eventi esterni nella formazione psicologica di un individuo e su quanto sia impossibile cambiare la natura e l’identità una volta che la società ci ha formati.

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Viveca Sten | Il corpo che affiora

Quando l’ancora fissata all’altro capo della cima venne gettata fuori bordo, per un istante rimase sorpreso, come se non si fosse reso conto che il peso l’avrebbe subito trascinato a fondo, che gli restavano solo pochi secondi. Il suo corpo avrebbe seguito quel pezzo di ferro. L’ultima cosa a scomparire sotto la superficie fu la sua mano, impigliata nella rete da pesca. Poi le acque si richiusero con un gorgoglio appena percettibile [Il corpo che affiora, Viveca Sten, trad. A. Storti]

È luglio e nell’arcipelago di Stoccolma le notti sono chiare e luminose. La stagione turistica è incominciata e i turisti, sia svedesi che stranieri, salpano dalla città alla volta di Sandhamn, una delle isole più esterne dell’arcipelago.

L’ispettore Thomas Andreasson è pronto per andare in vacanza sull’isola di Harö, non molto distante da Sandhamn; l’avvocato Nora Linde, amica d’infanzia di Thomas, è in vacanza a Sandhamn, e le sue giornate trascorrono tra le regate del marito Henrik e la scuola di nuoto estiva dei figli Simon e Adam.

Sembra che l’estate porterà interessanti profitti sull’isola, ma la tranquillità viene rotta dal ritrovamento di un cadavere, in avanzato stato di decomposizione e impigliato ad una rete da pesca, proprio su una delle spiagge sabbiose di Sandhamn. Thomas e i colleghi della polizia di Nacka devono rinunciare alle vacanze per risolvere il mistero.

La vittima è Kristen Berggen, un uomo solitario e disagiato che viveva solo alla periferia di Stoccolma. Ma Berggen è morto per omicidio, suicidio o un malore mentre passeggiava su un pontile? Mentre la polizia attende il responso dei medici legali circa la morte del disgraziato, a Sandhamn viene ritrovato il cadavere di una donna, morta non per cause naturali. Il lavoro si moltiplica ed è necessario giungere ad una soluzione per evitare altri morti sulla piccola isoletta: Nora è decisa a dare una mano all’amico Thomas, anche a costo di rischiare di mettersi in un grosso guaio.

Nell’oscurità, Nora avvicinò il polso agli occhi tentando di vedere le lancette dell’orologio. Che ora segnavano? Mezzanotte e mezzo? Cercò di rallentare il respito per non entrare in panico e di non abbandonarsi al tremito del corpo. Doveva contare soltanto su se stessa e non poteva permettersi di cedere alla paura. Salì fino alla lanterna, sperando di vedere un segno di vita nelle abitazioni ai piedi del faro, o almeno una barca in avvicinamento, ma tutto era silenzioso e buio [Il corpo che affiora, Viveca Sten, trad. A. Storti]

Sandhamn (fonte: Wikipedia, Arild Vågen CC BY-SA 3.0)

Il corpo che affiora” di Viveca Sten è un giallo godibile e scorrevole, dove il mistero è facilmente risolvibile dal lettore che ha un po’ di romanzi del genere alle spalle. Ammetto di aver iniziato a leggere il romanzo della Sten con ben poche aspettative, invece ho dovuto ricredermi sin dalle prime pagine.

Mi sono piaciuti molto i protagonisti del romanzo, li ho trovati descritti con grande naturalezza, tanto da apparirmi reali, con i loro pregi e difetti; ho adorato le descrizioni dell’arcipelago di Stoccolma perché la Sten si sofferma sui dettagli e sugli aspetti della vita degli stoccolmesi che hanno la seconda casa su una delle tante isole che compongono l’arcipelago.

Sandhamn è descritta con cura e dettaglio, tanto che mi è sembrato di essere realmente su quest’isoletta di sabbia nel cuore del Mar Baltico, dove in estate il sole tramonta quasi a mezzanotte illuminando con una luce calda le casette di legno rosso Falun.

Se è vero che il mistero è facile da risolvere (ho individuato quasi subito il responsabile dei delitti e il movente), “Il corpo che affiora” è un giallo nordico piacevole da leggere, che consiglio a chi ama il genere poliziesco e chi ha un debole per il Nord Europa.

Titolo: Il corpo che affiora
L’Autrice: Viveca Sten
Traduzione dallo svedese: Alessandro Storti
Editore: BUR
Perché leggerlo: perché si tratta di un romanzo semplice ma godibile, dov’è facile risolvere il mistero e sognare gli ambienti del Nord Europa

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Beka Kurkhuli | La città nella neve

È caduta una grande quantità di neve che ha imbiancato tutto il quartiere. Il cielo incombente sembrava non volersi aprire mai alla primavera e i fiocchi ghiacciati sull’asfalto non sciogliersi più. Il vento turbinava ammassando cumuli di neve. Quel giorno il vento era sparito e il sole pareva sfuggito alla prigionia delle nubi cupe e buie. Tra la neve candida baluginava curioso del ghiaccio azzurro intenso (…) In via Sebastopoli, nei dintorni del cimitero di Vere, tra le case arroccate sul versante di un colle, la gente si muoveva con prudenza, a passi brevi e misurati, come se camminasse in punta di piedi [dal racconto La città nella neve, Beka Kurkhuli, trad. N. Geladze Fusco]

La città nella neve” di Beka Kurkhuli (trad. N. Geladze Fusco, Stilo editrice, 14 €) è una raccolta di cinque racconti, due lunghi e tre brevi, che come obiettivo ha quello di condurre il lettore all’interno della società georgiana, descrivendo i momenti salienti e drammatici della storia più recente dello Stato caucasico.

Nel primo racconto intitolato Assassino un uomo che ha combattuto la guerra tra georgiani e abcasi si ritrova a doversi nascondere con la famiglia a causa del suo passato militare. La moglie lo mette in difficoltà perché gli rifaccia il suo passato da combattente e perché desidera un paio di scarpe per andare al funerale di un cugino, ma l’uomo non ha nemmeno un lari per cui incomincia a vagare al di qua e al di là del confine tra Abcasia e Georgia per cercare di procurarsi del denaro; cercando di recuperare dei materiali da rivendere in un’abitazione abbandonata, incontrerà delle persone che lo porteranno a compiere un gesto drammatico.

“Non potevi startene alla larga, no?! Ora saresti a Nabakevi, avresti racimolato un po’ di mandarini e nocciole, seppur malvolentieri alcuni li avresti ceduti a loro, ma qualcosa sarebbe rimasto anche a te. Tutta la gente di Gali attraversa quel territorio e nessun abcaso vi fa più caso. La gente lavora, si busca qualche cocuzza; sa che la famiglia di Kishmaria si è messa ad allevare bestiame?” [dal racconto Assassino, Beka Kurkhuli, trad. N. Geladze Fusco]

Ne “La cità della neve“, racconto che dà il titolo alla raccolta, vengono narrate le vicende legate alla storia d’amore consumata negli anni Novanta tra due giovani georgiani. Lei, bellissima georgiana ricca che ha avuto l’opportunità di studiare a Londra, e lui, squattrinato georgiano che si barcamena tra un’occupazione e l’altra. Sullo sfondo, la crisi energetica di quegli anni difficili. Anni dopo i due, ormai adulti, si incontreranno di nuovo in una Tbilisi innevata.

Vecchia Tbilisi (fonte: Ilya Platonov, Flickr, immagine di dominio pubblico)

I racconti centrali sono i più brevi. Nel terzo racconto dal titolo “In sogno vidi” un uomo non vedente riporta in vita l’agrodolce ricordo dei suoi momenti felici, conditi da una forte nostalgia; nel quarto racconto, “Una sera“, un uomo seduto su una panchina in un parco di Tbilisi è indeciso su quale tipologia di caffè prendere, stupendosi che quando era più giovane ne esisteva un tipo solo. Questo è l’espediente per ricordare la sua giovinezza in una Tbilisi sovietica, dove si incrociavano più popolazioni diverse, derivanti da culture differenti, tutte unite sotto la bandiera dell’URSS.

Che cosa successe in realtà – che fosse uno, o alcuni, o nessuno – era una questione senza risposta, benché il sogno si ripetesse ostinato, con la sua casa e con i suoi coinquilini, con le sue proprietà vicine, evanescenti e capricciose, con il suo buio e gli alberi neri dai rami neri, con la sua inquietante misteriosità (…) [dal racconto In sogno vidi, Beka Kurkhuli, trad. N. Geladze Fusco]

Infine, nell’ultimo, lungo racconto dal titolo “Musakala”, Kukhuli narra senza filtri e in modo romanzato il ruolo dei mujahedddin afghani durante la guerra a cavallo tra gli anni Novanta e i primi anni del Duemila. La vicenda prende avvio dalla resa dei sovietici in Afghanistan nel 1989, anni concitati durante i quali entrano in scena i mujaheddin e la presa di potere dei talebani, che per prima cosa impongono la sharia in Afghanistan. Si arriva fino ai primi Duemila, con l’attacco terroristico alle Torri Gemelle e alla distruzione dei Buddha di Bamiyan. Protagonista del racconto è Abdel Hamid, uno dei combattenti.

Dopo qualche anno, la guerra finì e le truppe sovietiche si ritirarono dall’Afghanistan. Pareva che tutti i guai fossero giunti al termine, ma ad attendere il paese vi erano disgrazie e disastri non minori (…) Abdel ricevette da Dio la grazia bramata da ogni mussulmano: l’invito a compiere il pellegrinaggio alla sacra città di Mecca per il rituale dello Hajj in compagnia di alcuni insigni mujaheddin, oltre al privilegio di essere invitato dal Mullah Omar in persona [dal racconto Musakala, Beka Kurkhuli, trad. N. Geladze Fusco]

Ushguli Lamaria, Svaneti, Georgia (fonte: Wikipedia CC BY-SA 4.0)

Come dicevo, i cinque racconti di Beka Kurkhuli hanno la capacità di trasportare chi legge all’interno della società georgiana, dove i protagonisti appartengono a diverse classi sociali, rappresentando differenti categorie di persone, da ex-combattenti a uomini anziani e nostalgici; sullo sfondo si possono leggere alcuni momenti salienti della Storia recente della Georgia.

I racconti di Kurkhuli incominciano nel presente, quindi prendono avvio dei flashback, e si ritorna al presente, chiudendo il ciclo. La scrittura di Kurkhuli è ricercata e raffinata, in particolare quando descrive e racconta gli aspetti geografici e i paesaggi della Georgia; Kurkhuli sembra non lasciare nulla al caso e le note della traduttrice a fine racconto aiutano a comprendere i termini, gli aspetti della cultura georgiana e la Storia dello Stato caucasico.

La città nella neve” è uno di quei libri che permettono di viaggiare e di conoscere una realtà relativamente vicina a noi ma poco conosciuta, una sorta di Europa di periferia. Il libro di Beka Kurkhuli è stato pubblicato in Italia grazie al sostegno del Georgian National Book Center e del Ministero della Cultura e dello Sport della Georgia, e fa parte del progetto Voices from European peripheries. Literatures, lost and rediscovered identity, che “si propone, attraverso la loro diffusione, di promuovere in Italia la questione della ricerca di identità, in tutte le sue sfaccettature“.

Titolo: La città nella neve
L’Autore: Beka Kurkhuli
Traduzione dal georgiano: Nunu Geladze Fusco
Editore: Stilo Editrice
Perché leggerlo: per conoscere una realtà molto diversa dalla nostra, per scoprire uno Stato a cavalo tra Europa e Asia

(© Riproduzione riservata)

Salone Internazionale del Libro di Torino: 10 consigli per organizzare la vostra visita

Buongiorno lettrici e lettori, tra pochi giorni il 31° Salone Internazionale del Libro prenderà il via: dal 10 al 14 maggio 2018 Torino sarà la Capitale della Lettura. Per me si tratta di un evento irrinunciabile e da anni dedico una giornata al Salone. Mai come quest’anno ho voglia di andarci: non ho potuto andare né a Tempo di Libri, né al Book Pride e nemmeno potrò andare alla Grande Invasione di Ivrea a giugno.

Libri ovunque, sorrisi, chiacchiere, volti amici e nuove conoscenze. Al Salone si respira cultura e si possono fare grandi scoperte. Allo stesso tempo, per essere visitato al meglio, occorre qualche accortezza, soprattutto chi andrà la prima volta (o sono anni che non va e si è dimenticato quanto può essere sfiancante il Salone).

Ho pensato di raccogliere in questo articolo 10 consigli per organizzare al meglio la vostra (prima) visita al Salone Internazionale del Libro di Torino. Buona lettura e buona organizzazione!

1 Raggiungete Lingotto Fiere con i mezzi pubblici

La logistica è il primo punto da prendere in considerazione. Sono sicura che non avete nessuna voglia di girare a vuoto con l’auto per un’ora attorno al Lingotto Fiere, pregando in hindi tutte le divinità indiane che vi liberino un posto (pure a pagamento, tra l’altro). Forse se arrivate presto un posto potete anche trovarlo, ma Lingotto Fiere è ben collegato con le stazioni ferroviarie principali. Oltre a numerose linee di autobus, Lingotto Fiere è collegato dalla veloce metropolitana di Torino.

Considerate l’idea di arrivare in treno, inquinerete meno e sarete senz’altro meno stressati; se alle casse esibirete il biglietto del treno avrete un piccolo sconto (7 € anziché 10 €).

2 Ottimizzate i tempi (in particolare se arrivate da lontano)

A nessuno piace stare in coda e a noi italiani men che meno. Le code per entrare al Salone possono essere molto lunghe e dato che a maggio inizia a far caldo, può essere fastidioso attendere per ore sotto il sole. In sostanza, rischiate di entrare già stanchi e stufi al Salone. Per questo vi suggerisco di dare un’occhiata al sito del Salone e di acquistare on line i biglietti: è vero che acquistare il salta fila ha un sovrapprezzo, ma che è meglio spendere un euro in più che stare un’ora in piedi!

3 Studiate il programma e la mappa con la posizione degli stand

Il Salone è immenso e il programma non è da meno: appena sarete entrati al Salone chiedete una mappa degli stand e il programma degli eventi della giornata; sedetevi, prendere la matita e segnate gli eventi che vi interessano o gli editori che conoscete o che volete conoscere.

Il programma è già consultabile, così se avete solo un giorno da dedicare al Salone potete sceglierlo in funzione dell’evento che vi interessa. Vi ricordo che per gli autori o gli eventi più ‘grossi’ è bene arrivare una mezz’oretta prima che cominci perché le sale dove si svolgono si riempiono facilmente.

4 Rivalutate la Francia

Ebbene sì, quest’anno nessun Paese ospite esotico: i nostri cugini d’Oltralpe saranno i protagonisti della 31° edizione del Salone è dedicata alla Francia. Dalla letteratura alla saggistica, dai libri per ragazzi alle bande dessinée, sono tanti gli Autori e le Autrici francesi e provenienti dalle ex-colonie che ci faranno compagnia quest’anno. Date un’occhiata tra i nomi!

5 Riposatevi (è un ordine!)

L’effetto serra che si sviluppa nei padiglioni di Lingotto Fiere può essere esasperante: dovete fare una pausa! Purtroppo tra gli stand e le corsie vedrete poche panchine per risposarsi, ma nell’area d’ingresso e all’esterno del padiglione opposto all’entrata dovreste trovare una (minuscola) area pic nic. Eventualmente, accampatevi da qualche parte o sulle gradinate d’ingresso e riposatevi, sfogliando magari il vostro ultimo acquisto. E valutate il prossimo.

Questa foto l’ho scattata da un punto rilevato dove mi ero appollaiata per mangiare!

6 Portatevi il pranzo da casa (e tanta acqua!)

Al Salone ci sono bar e chioschetti che vendono street food, senza troppa varietà. Ci sono code chilometriche per procacciarsi un panino, c’è il rischio di mangiare in piedi perché ci sono pochi posti a sedere e aggiungete anche che col prezzo di panino e bibita vi comprate (almeno) un libro. Quindi? Suggerisco di portarsi qualcosa da casa (acqua, soprattutto, ricordate l’effetto serra?) e di mangiarlo seduti sulle gradinate d’ingresso o nella piccola area pic nic esterna (se siete fortunati a trovare un posto).

7 Siate curiosi (e indipendenti!)

Il Salone del Libero è principalmente scoperta: troverete un autore nuovo, un libro ambientato in un luogo che non conoscevate, scoprirete una casa editrice magari piccola ma con un buon catalogo interessante. Tutto questo solo se sarete curiosi e vi metterete in gioco. E’ vero che nel punto 3 vi ho detto di scegliere gli stand da vedere, ma ritagliatevi un po’ di tempo per visitare qualche stand che vi ispira anche solo per il nome dell’editore o per l’arredamento scelto (lo stand di NN Editore, ad esempio, sembra un salottino!).

8 Armatevi di pazienza

Avrete bisogno di pazienza per ogni passo, soprattutto se andrete al Salone al sabato o alla domenica. Ci saranno parecchie code: all’ingresso, ai chioschetti (a meno che non seguiate il consiglio n.6), ai bagni, agli eventi più importanti, negli stand grandi (ma voi seguirete il punto n.7 e quindi questa coda la eviterete).

9 Parlate con gli editori (non vi mangiano!)

Una delle migliori scoperte durante uno dei tanti Saloni del Libro è stata quando mi sono avvicinata allo stand di Keller Editore. Mi avevano colpito le copertine e ho potuto scambiare due parole con con l’editore che, ovviamente senza impegno, mi ha suggerito un libro. Il libro era un reportage sulla guerra dei Balcani e dato che ne sapevo poco e niente, l’ho comprato e divorato in pochi giorni. Da allora di libri editi da Keller ne ho letti tanti, e non mi hanno mai delusa.

Il mio consiglio è quello di avvicinarsi agli stand e farsi consigliare dall’editore. Raccontategli qualcosa di voi, di ciò che vi piace leggere, se avete un luogo del cuore, se vorreste approfondire una tematica. Insomma, mettete da parte la timidezza: il Salone è come una grande festa dove i protagonisti siete voi lettori e il libri.

Lettori accampati sulle gradinate d’ingresso

10 Non solo Salone: visitate Torino!

E già che ci siete, in particolare se vi fermate più giorni, visitate Torino! Dopo le Olimpiadi invernali del 2006, Torino ha saputo trasformarsi in una bella città a misura di turista. Il centro è piccolo, i mezzi pubblici frequenti e capillari, le vie sono disposte a scacchiera ed è facile orientarsi. Vi elenco i luoghi di Torino che preferisco e che vi suggerisco di visitare:

  • Museo Egizio
  • Museo Nazionale del Cinema e Mole Antonelliana
  • Palazzo Reale
  • Palazzo Madama
  • Piazza Castello e Via Garibaldi
  • Piazza Carignano e Piazza San Carlo
  • Via Po e Piazza Vittorio
  • Duomo di Torino
  • Parco del Valentino e Borgo Medievale
  • Museo di Pietro Micca (l’eroe dell’Assedio di Torino del 1706)

*

Ora siete pronti a organizzare e vivere al meglio il vostro 31° Salone Internazionale del Libro di Torino! Ci vediamo là?

Elisabeth Åsbrink | 1947

Non c’è una data precisa, un momento esatto in cui l’attenzione passa dalla gestione del passato a quella del futuro. C’è solo questo anno, il 1947, in cui tutto si muove in modo vibrante, senza stabilità e senza meta, perché ogni possibilità è ancora aperta [1947, Elisabeth Åsbrink, trad. A. Borini]

Il presente è l’esito del delicato equilibrio di una moltitudine di variabili ben ponderate, ma spesso è il caso a dominare le conseguenze.

La giornalista e scrittrice svedese Elisabeth Åsbrink prende un anno e lo eleva a protagonista nel brillante saggio divulgativo “1947“, tradotto da Alessandro Borini per Iperborea. È nel 1947 che i governi di tutto il mondo hanno dovuto gestire crisi, prendere decisioni importanti, cercare di ricostruire il mondo e provare a infondere nuova speranza nei sopravvissuti.

Speranza è il sentimento al quale tutti ambiscono. La Seconda Guerra Mondiale è terminata da due anni, l’Europa e il mondo intero sono a pezzi: durante gli anni del conflitto sono state sganciate tonnellate di ordigni, milioni di edifici sono stati distrutti, intere città sono state rase al suolo.

Non c’è un modo scorrevole per scrivere di questo, nessun dolce flusso di parole, nessuna riconciliazione alla fine del racconto avvincente. Le frasi prendono un ritmo staccato. Tutto si spezza, viene continuamente rotto, va incontro al filo spinato. Un tempo senza pietà [1947, Elisabeth Åsbrink, trad. A. Borini]

Quell’anno, tra le macerie fumanti d’Europa si muove un’orda di disperati: sono gli ebrei sopravvissuti alla Endlösung der Judenfrage di Hitler. Liberati quando gli Alleati hanno scoperto i campi di sterminio, ora vogliono lasciare l’Europa. Per andare a casa, in Palestina. Migliaia di profughi si mettono in marcia e cercano – legalmente o illegalmente – di arrivare in Medio Oriente.

Quell’anno, la Palestina è ancora sotto protettorato britannico e gli inglesi impediscono agli ebrei europei di entrarci. Bloccano la nave Exodus, la dirottano su Cipro, chiudono temporaneamente gli ebrei nei campi profughi. La storia sembra ripetersi: nessuno vuole gli ebrei nel proprio Paese. Le Nazioni Unite devono decidere cosa accadrà in Palestina: creare uno stato ebraico? Creare una federazione? Provare a far andare d’accordo arabi ed ebrei? La decisione che verrà presa provocherà una catastrofe che si ripercuote ancora oggi.

La prima ondata. Anche così si può descrivere la moltitudine di persone che raccoglie i propri averi tra spari e scoppi di bombe, sotto i tetti dove i cecchini della morte aspettano con i fucili carichi (…) Il 4 dicembre al-Halisa è il primo di una lista di nomi dolorosi (…) un elenco scritto nella pietra, nella memoria delle 750.000 persone presto in fuga [1947, Elisabeth Åsbrink, trad. A. Borini]

Quell’anno, la Corona inglese deve spaccare l’India in tre parti, l’impero coloniale brittanico si sta dissolvendo. Vengono tracciati i confini tra India e Pakistan e tra India e Bangladesh: è un disastro, muoiono migliaia di persone, ma allo scoccare della mezzanotte del 15 agosto 1947 India e Pakistan ottengono l’agognata indipendenza.

La partizione (…) costringe a scappare 4,5 milioni di non mussulmani e 5,5 milioni di mussulmani nella sola regione del Punjab. In totale, le persone in fuga sono 13 milioni. Più avanti Dickie commenterà il proprio contribuito come ultimo viceré dell’India, responsabile dell’uscita di scena della Gran Bretagna, con le parole “I fucked it up” [1947, Elisabeth Åsbrink, trad. A. Borini]

Quell’anno, iniziano i processi contro i gerarchi nazisti a Norimberga. Non esiste una Dichiarazione universale dei diritti umani, una commissione ci sta lavorando; la parola ‘genocidio’ deve ancora essere creata. Non tutti i nazisti sono comparsi a Norimberga: grazie a personaggi politici potenti, come Perón, viene creata una rete a maglie strette fatta di passaporti falsi, visti di ingresso e concessioni di asilo fasulle che permette ai nazisti di espatriare dapprima in Svezia e poi in Sudamerica.

Quell’anno, Eric Arthur Blair, di salute cagionevole, si ritira con la sorella e il figlio adottivo sull’isola di Jura. Qui scriverà il suo ultimo e più famoso romanzo: 1984, firmandolo George Orwell. Christian Dior, tra mille proteste, presenta il New Look. L’informatica Grace Hopper mette a punto il linguaggio COBOL, è convinta che un giorno basterà un singolo apparecchio per compiere le operazioni fondamentali dell’informatica e conia la parola bug quando scopre che il guasto al processore è dovuto ad una falena fulminata nella scheda madre. Michail, un soldato sovietico, diventa famoso perché inventa lo strumento dispensatore di morte più usato al mondo: il Kalašnikov.

L’URSS, nonostante le perdite, sta allargando il suo rosso abbraccio sull’Europa e gli Stati Uniti sono intenzionati a fermare l’espansione degli ideali comunisti. Gli USA sono pronti a tutto per fermare i russi: iniziano la Guerra Fredda e la Caccia alle streghe, sui cieli di Roswell sfreccia quello che sembra un UFO e nasce la CIA.

Forse non è l’anno che voglio ricomporre. La ricomposizione riguarda me stessa. Non è il tempo a dover essere tenuto assieme, sono io, io e il dolore frantumato che provo aumenta sempre di più. Il dolore per la violenza, la vergogna per la violenza, il dolore per la vergogna [1947, Elisabeth Åsbrink, trad. A. Borini]

Elisabeth Åsbrink ci guida attraverso gli eventi importanti del 1947, intrecciando anche la storia personale della sua famiglia nello struggente intermezzo”I giorni la morte“. Suddiviso nei dodici mesi del fatidico anno, saltando da un luogo all’altro del pianeta, il saggio è scorrevole e intrigante, la scrittura della Åsbrink è incalzante e coinvolgente: benché noi oggi siamo a conoscenza dei diversi epiloghi delle questioni trattate, l’Autrice riesce a mantenere altissima la tensione narrativa e si legge trattenendo il respiro.

La Åsbrink ha anche il pregio di non formulare giudizi, con professionalità e competenza presenta i fatti storici in modo oggettivo. Sta a noi farci un’opinione sugli eventi.

“1947” è un libro che consiglio in modo particolare agli appassionati di Storia, lettori curiosi che abbiano già una base di storia del Novecento per capire meglio i fatti trattati. Per me, leggere “1947” di Elisabeth Åsbrink è stato come salire a bordo di una macchina del tempo ed essere catapultata in quell’anno cruciale, quell’anno incredibile e pazzesco dal quale sono nate la nostra società attuale e la nostra identità.

Titolo: 1947
L’Autrice: Elisabeth Åsbrink
Traduzione dallo svedese: Alessandro Borini
Editore: Iperborea
Perché leggerlo: perché è nel passato che affondano le radici del presente e il 1947 è quell’anno incredibile e pazzesco dal quale sono nate la nostra società attuale e la nostra identità

(© Riproduzione riservata)

Bruno Tertrais e Delphine Papin | Atlante delle frontiere. Muri, conflitti, migrazioni

Tracciare un confine comporta sempre una doppia conseguenza: si rinchiude al suo interno ciò che consideriamo “nostro”, “noi” compresi, e si crea “l’altro” e l’alterità, togliendo a chi lo traccia la possibilità di essere tutto ciò che è in potenza. Qui nasce una domanda centrale, che i molti casi esposti e analizzati in questo Atlante delle frontiere aiutano a comprendere meglio (…): è il confine a creare la diversità o, al contrario, è quest’ultima a far nascere un confine? [dalla prefazione di Marc Aime ad Atlante delle frontiere, B. Tertrais e D. Papin, trad. M. Aime]

C’è un luogo in Europa che mi piacerebbe visitare, si trova in Lussemburgo, in prossimità del confine con la Germania e la Francia. Non è una di quelle cittadine famose per le bellezze artistiche, anche se si adagia dolcemente sul fiume Mosella; in quella cittadina, che tutti abbiamo nominato una volta nella vita, il 14 giugno 1985 i delegati di cinque Stati europei – Francia, Lussemburgo, Belgio, Olanda e Germania dell’Ovest – sottoscrissero lo storico accordo sul superamento delle barriere alle frontiere: l’Accordo di Schengen.

Oggi la politica europea riguardo ai suoi confini è ambigua. Da una parte, l’Europa vuole mostrarsi come uno spazio dove è possibile circolare liberamente; dall’altra, dopo la crisi siriana e le massicce migrazioni provenienti dall’Africa, l’Europa ha rispolverato il concetto di ‘confine’, nel 2016 ha creato la Frontex (corpi speciali di militari che presidiano le frontiere) e alcuni Stati europei hano costruito muri e recinzioni per impedire ai profughi di passare e transitare netro i propri territori.

Che cosa succede nel resto del mondo? Che cos’è un confine e cosa una frontiera? E quante frontiere esistono?

Nella lingua italiana, come in quella francese, confine e frontiera sono diventati sinonimi. In inglese, invece, border e boundary indicano delle linee di demarcazione, mentre frontier è lo spazio aperto, quello da conquistare, quello su cui si è costruita l’intera epopea del West (…) Questo Atlante ci dice che oggi esistono al mondo 323 frontiere terrestri su circa 250.000 km (dalla prefazione di Marc Aime ad Atlante delle frontiere, B. Tertrais e D. Papin, trad. M. Aime)

Possono sembrare parecchie 323 frontiere terrestri, tanto più che salgono ad oltre 750 se si aggiungono quelle marittime; oggi si cerca di evitare di tracciare o spostare le frontiere, perché la Storia insegna che può davvero essere molto pericoloso, perché “le frontiere sono cariche di storia: storia di guerre, di diplomazia, di colonialismo certamente, ma talvolta anche storia di antiche divisioni culturali“.

Il confine tra India e Pakistan è quella linea arancione che si vede dallo spazio. Si tratta di uno dei confini più presidiati e controllati al mondo (fonte: Wikipedia)

Atlante delle frontiere” di Bruno Tertrais e Delphine Papin (trad. M. Aime, add editore, 25 €) è uno splendido volume che, grazie a testi chiari e mappe infografiche colorate e puntuali, in cinque capitoli mostra uno spaccato interessante della situazione geopolitica a livello mondiale.

Esistono le frontiere ereditate, quelle di un tempo che oggi generano attriti e conflitti, come la suddivisione del Medio Oriente, i confini tra India, Pakistan e Bengala o le aree di influenza in Europa durante la Guerra Fredda.

Vi sono frontiere invisibili, che non hanno una realtà fisica. Come si traccia un confine in mare? E se ci sono laghi o fiumi come si procede? I fiumi si spostano, quindi Croazia e Serbia sentono il bisogno di ridefinire il proprio confine. Quando ci sono di mezzo giacimenti petroliferi ogni singolo metro è prezioso e per strapparlo al proprio vicino si studia di tutto. Cina e India si dividono la cima dell’Himalaya, ma entrambe la vorrebbero in esclusiva.

Le frontiere possono essere rimarcate da muri, recinti, metri di filo spinato. I confini diventano realtà fisiche, barriere, oggetti lineari che devono proteggere chi sta al di qua della linea. Se il muro di Berlino è stato smantellato, in Europa continuano ad esserci muri: a Ceuta e a Melilla, due enclavi spagnole su suolo marocchino, oppure il muro che divide la città di Nicosia, sull’isola di Cipro, a sua volta divisa in due dalla Linea Verde tracciata nel 1974. Al di fuori dell’Europa i muri sono tantissimi: noto quello che si sta costruendo tra USA e Messico, e famose e barricate tra Stato israeliano e territori palestinesi.

Il muro più basso: barriera alta 2 metri tra India e Pakistan; il muro più alto: barriera alta 9 metri tra Uzbekistan e Kirghizistan.

Per la felicità di persone come me, che adorano le curiosità, c’è un bel capitolo sulle stravaganze frontaliere: a Cuba c’è un pezzo di Stati Uniti, Guantanamo. India e Bangladesh nel 2015 si sono scambiati 162 enclave di prim’ordine, permettendo così il disenclavamento di numerose enclave, di una contro-enclave e di una contro-contro-enclave. Ma di enclave ne esistono anche tra Belgio e Olanda, tra Belgio e Germania, e ne abbiamo anche due su suolo italiano: Città del Vaticano e la Repubblica di San Marino. Il confine tra Svezia e Finlandia passa sull’isola di Märket, nel Golfo di Botnia; l’isola dei Fagiani, tra Francia e Spagna, viene amministrata dai francesi e dagli spagnoli a turno.

Il confine tra Svezia e Finlandia passa sull’isola di Märket, nel Golfo di Botnia (fonte: Wikipedia)

Nell’ultimo capitolo si parla di guerra. Confine e conflitto sono sempre andati a braccetto. I confini caldi del mondo si trovano principalmente in Medio Oriente, nell’Africa subsahariana, nel Mar Cinese (dove Cina, Filippine, Taiwan, Vietnam e Malesia cercano di mettere le grinfie su isolette lunghe nemmeno un chilometro) e lungo i confini della Russia, Ucraina, Caucaso e Crimea, soprattutto.

La gente non è fatta per vivere in situazioni di frontiera, cerca di sfuggire o di liberarsene il prima possibile. E tuttavia non fa che imbattercisi, trovarle e sentirle ovunque” ha scritto il reporter e viaggiatore Ryszard Kapuscinski. Di certo c’è che vivere nelle zone di confine, in particolar modo quelli caldi, non fa per gli uomini. Disagio, militari armati, alta tensione: chi vorrebbe vivere in un simile contesto?

Un confine ci fornisce un’identità e uno spazio conosciuto nel quale muoverci; allo stesso tempo, una frontiera non dovrebbe mai essere la tomba di un altro essere umano.

A vederle dall’alto, le frontiere non esistono perché sono solo linee su una carta geografica. Se n’era già accorto Juri Gagarin quando in orbita attorno alla Terra doveva essersi sentito davvero libero dicendo: “da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere, né confini“.

Titolo: Atlante delle frontiere
Autori: Bruno Tertrais e Delphine Papin
Traduzione dal francese: Marc Aime
Editore: add editore
Perché leggerlo: per rendersi conto di quanto un confine possa essere importante, per capire meglio il mondo che ci circonda, per avere un’idea di ciò che potrebbe accadere in futuro

(© Riproduzione riservata)

Alina Bronsky | L’ultimo amore di Baba Dunja

Un anno fa un biologo è venuto a casa mia a fotografare le ragnatele (…) Marja dice che sono una casalinga negligente. Il bello della vecchiaia è che non hai più bisogno di chiedere il permesso a nessuno, né per vivere nella tua vecchia casa né per lasciare ragnatele appese. Anche i ragni erano già qui prima di me (…) Il biologo mi ha spiegato perché abbiamo così tanti parassiti. Perché da quando c’è stato l’incidente nucleare ci sono molti meno uccelli nella nostra zona. Perciò i coleotteri e ragni si moltiplicano indisturbati [L’ultimo amore di Baba Dunja, Alina Bronsky, trad. S. Forti]

Baba Dunja è una donna anziana, ormai non ha più ottantadue anni come una volta, ed è caratterizzata da una grande forza d’animo. Vive a Černovo, non molto lontano da Chernobyl’; qui l’aria, l’acqua, il suolo, è vero, sono contaminati, ma lei è anziana e prima o poi dovrà morire, no? Meglio che succeda in un luogo famigliare.

Come altre persone, Baba Dunja e la sua famiglia erano state allontanate da Černovo a seguito dell’incidente nucleare. Si erano trasferiti a Malyši, poi Jegor era morto, i loro figli erano andati via dall’Ucraina e Baba Dunja era andata in pensione. Per vivere in città la pensione di Baba Dunja non bastava neppure per l’affitto: è così che si è decisa a tornare a Černovo. La prima di tutti a tornarci.

Non mi preoccupo affatto di cosa succederà il giorno in cui resteremo senza corrente. Ho le mie bombole di gas e in ogni caso ci sono candele e fiammiferi. La nostra presenza viene tollerata, ma nessuno di noi pensa che il governo ci verrà in aiuto una volta finite tutte le risorse. Perciò ragioniamo in totale autonomia [L’ultimo amore di Baba Dunja, Alina Bronsky, trad. S. Forti]

I ragni hanno invaso la sua vecchia casa, ma Baba Dunja in passato ha vissuto ben altre difficoltà. Non saranno due ragni a fermarla. Come una pioniera, Baba Dunja riporta in vita la casa e il suo orto – le cose coltivate con le proprie mani sono le migliori – e un po’ per volta viene seguita da altre persone, che tornano a popolare Černovo. Come l’ipocondriaca Marja, l’accanito lettore Petrov, il vecchio Sidorov e gli antipaci coniugi Gavrilov.

L’esistenza di Baba Dunja scorre tranquilla in campagna. Ogni tanto arriva qualche biologo a prelevare campioni di flora e fauna, o arriva un medico a misurare la pressione e a prelevare il sangue degli abitanti di Černovo. Ogni tanto compare qualche fantasma del passato: Jegor o i morti a causa delle radiazioni. Solita routine.

Qualche volta trascorre una giornata a Malyši per commissioni varie e per ritiare la posta: la figlia Irina le spedisce lettere, bigliettini e pacchi dalla Germania. Ciò che interessa più di ogni cosa a Baba Dunja è sapere come sta Laura, la nipote che non ha mai visto ma che ama tantissimo.

Quello che invece attendo con ansia sono le lettere. Quando ricevo una lettera è sempre una festa (…) Tutte le sere, prima di dormire, leggo la lettera più recente, finché non arriva quella successiva [L’ultimo amore di Baba Dunja, Alina Bronsky, trad. S. Forti]

Ma la quiete di Černovo viene sconvolta dall’arrivo di un personaggio che stravolgerà le esistenze degli anziani e tranquilli pionieri. Quando si presenta il problema più grosso che il paese abbia mai avuto, Baba Dunja prenderà in mano la situazione con una praticità invidiabile e nel tentantivo di risolverlo dimostrerà onestà e bontà d’animo.

Ma adesso c’è un problema che riguarda l’intero paese (…) [L’ultimo amore di Baba Dunja, Alina Bronsky, trad. S. Forti]

Sviatohirsk, Donetsk Oblast, Ukraine (Wikipedia commons CC BY-SA 4.0)

L’ultimo amore di Baba Dunja” di Alina Bronsky (trad. S. Forti, Keller Editore, 14.50 €) è un delizioso romanzo tragicomico che ha come protagonista e voce narrante un’anziana donna volitiva e risoluta. La Bronsky riesce a descrivere la quotidianità di Baba Dunja e degli altri abitanti del paese con grande naturalezza. Come contorno ci sono gli altri pionieri di Černovo, che ruotano tutti attorno alla figura brillante di Baba Dunja, come se lei fosse il sindaco del paese.

Baba Dunja viene dipinta come un’anziata sulle sue, a tratti un po’ cinica, che commenta ogni cosa, ma allo stesso tempo cerca di essere discreta, per non offendere o disturbare, e riesce a risultare immediatamente simpatica a chi legge. Per certi versi, suscita anche tenerezza.

“Hai mai sentito parlare di Internet?”
“L’ho sentito nominare”. Infatti è così. “Ma non l’ho mai visto”.
“E dove. Qui siamo fermi all’età della pietra. In compenso abbiamo un telefono stregato che funziona una volta all’anno e nessuno sa dare una spiegazione” [L’ultimo amore di Baba Dunja, Alina Bronsky, trad. S. Forti]

L’ultimo amore di Baba Dunja” è un romanzo breve ma intenso, capace di catturare il lettore con la fluidità con cui è scritta questa storia; Baba Dunja è un personaggio indimenticabile, in grado di vivere ben oltre le pagine. Un romanzo davvero delizioso, acuto e travolgente, come le verità nascoste che l’anziana protagonista si appresta a svelare.

Titolo: L’ultimo amore di Baba Dunja
L’Autrice: Alina Bronsky
Traduzione dal tedesco: Scilla Forti
Editore: Keller editore
Perché leggerlo: perché si tratta di un romanzo delizioso, acuto e travolgente e Baba Dunja è senza dubbio un personaggio indimenticabile

(© Riproduzione riservata)