AA. VV. | Sul mare. Racconti di sole e di vento

Abito distante dal mare e ogni volta che lo raggiungo sono sempre emozionata. Quando devo andare via mi sento molto nostalgica perché non ho mai idea di quando lo rivedrò. Ogni secondo passato al mare per me è prezioso: mi siedo sul bagnasciuga, ammiro le onde, inalo salsedine, attendo il tramonto. “Sul mare. Racconti di sole e di vento” (AA. VV., 177 pagine, 14 €) è una bella raccolta di vari autori, italiani e stranieri, che ha come soggetto principale il mare e i personaggi che hanno la fortuna di poterlo vivere.

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Titolo: Sul mare. Racconti di sole e di vento

Autrici e Autori: H. Lawrence, Grazia Deledda, L. Capuana, F.Tozzi, K. Mansfield, L. Pirandello, G. D’Annunzio, J. M. Machado de Assis, G. Arpino, C. Salvago Raggi

Traduzioni: dal portoghese Giuliana Segre Giorgis (Machado de Assis), dall’inglese Sergio Daneluzzi (H. D. Lawrence) e Franca Genta Bonelli (K. Mansfield)

Editore: Lindau edizioni

Il mio consiglio: “Sul mare. Racconti di sole e di vento” è una bella e suggestiva raccolta di racconti che include classici contemporanei; consigliato a chi ama il mare in ogni sua forma, anche quando è burrascoso, a chi vuole sognare ad occhi aperti i ricordi che ha vissuto e custodisce con gelosia

Aveva smesso di lavorare al suo libro. L’interesse era svanito. Gli piaceva sedersi sulla bassa sommità dell’isola e vedere il mare; null’altro che il mare, pallido e quieto. E sentire la propria mente farsi sofficie e caliginosa, come la foschia sull’oceano. Talvolta vedeva sollevarsi come un miraggio in direzione nord la sagoma lontana della grande isola. Ma era del tutto priva di consistenza. [dal racconto: L’uomo che amava le isole, H. D. Lawrence]

Ho scelto di iniziare la recensione della raccolta con la citazione di uno dei racconti che più mi è piaciuto. “L’uomo che amava le isole” di H. D. Lawrence è un racconto terribilmente romantico, con un incipit che affascina e trascina, proprio come un’onda durante una giornata di vento. Le isole sono lembi di terra per la quale ho una grande passione e leggendo il racconto di quest’uomo che le ama così tanto a tratti mi ci sono ritrovata. Sarebbe bello possedere un’isola, piccolina, un pezzo di terra accarezzato dal mare, un luogo sicuro, un rifugio dove il grande blu la circonda con un abbraccio.

Leggendo, ci si accorge come il mare sia sfondo e protagonista, sempre descritto con grande sensibilità e romanticismo, anche quando ulula sospinto dalla bonaccia oppure cerca di capovolgere una barchetta con due novelli sposi a bordo.

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Carlo Carrà, “Barcaiolo” (1939)

Gli autori e le autrici scelti per comporre il volume, sono soprattutto autori classici. Confesso che quando ho letto il nome di Gabriele D’Annunzio tra gli autori ho sospirato: l’autore abruzzese non mi è mai stato simpatico, ma dopo aver superato l’iniziale diffidenza, mi ha regalato parole come queste:

Ma l’odore del mare li ubriacava quei due. A volte stavano a guardarsi dentro gli occhi lungamente, come ammaliati, lei seduta su l’orlo della barca, lui disteso su le tavole del fondo a’ suoi piedi; mentre il flutto li cullava e cantava per loro, il flutto verde come un immenso prato a maggio mosso dal vento [dal racconto: Dalfino, G. D’Annunzio]

Oltre al racconto di Lawrence, ho apprezzato moltissimo i racconti di Grazia Deledda, magnetici e scorrevoli. Originalissimo e divertente, con finale più che a sorpresa, “Le lumache di mare” di G. Arpino; molto sudamericano e immancabile dove si parli di mare, “La notte dell’ammiraglio” del brasiliano Machado de Assis. Particolare e fortemente nostalgico “Incontro a Bordighera” della genovese C. Salvago Raggi.

Il mio preferito è  certamente “Alla baia” di Katherine Masfield: un caleidoscopio di personaggi più o meno bizzarri, alcuni freddi e senza cuore, nonne che lavorano a maglia in spiaggia e bambini che adorano l’acqua.  Un po’ mi ha ricordato le suggestione di “Gita al faro” di Virginia Woolf, questa attesa che prosegue, che non finisce mai, il sentirsi costantemente alla ricerca di qualcosa o di qualche evento che smuova l’esistenza, come quando si getta un sasso in acqua.

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Ignacio Olano, Figlia al porto (c 1932)

Sul mare. Racconti di sole e di ventoè una bella raccolta ideale da leggere in estate, ma forse è soprattutto un balsamo per l’inverno, quando avrete quella strana nostalgia del mare, delle onde, dei bagni mattutini e dei tramonti rosa.

William Shakespeare | La Tempesta

Per il terzo appuntamento del progetto “La Compagnia di Shakespeare” ho deciso di leggere l’opera intitolata “La Tempesta“, l’ultimo capolavoro del Bardo dell’Avon, a detta di alcuni critici si tratta del più personale dei drammi shakespeariani.

Titolo: La Tempesta

L’Autore: “Tutto ciò che con certezza sappiamo di Shakespeare è che nacque a Stratford sull’Avon, vi si sposò, vi ebbe dei figli, andò a Londra dove fece l’attore e scrisse opere di poesia e di teatro, tornò a Stratford sull’Avon, vi fece testamento, vi morì e vi fu seppellito” citazione di George Steevens

Traduzione: Agostino Lombardo

Editore: Garzanti

Ambientazione: un’isola disabitata di fronte al Golfo di Napoli

Il mio voto: 4/5

Prospero: E’ tempo invece che io ti dica di più. La tua mano mi aiuti a deporre questo mantello di magia. Così. Là, mia Arte, riposa. E tu asciuga gli occhi: sii serena. Lo spettacolo orrendo del naufragio che in te ha toccato l’essenza della pietà l’ho concertato io con tale sapienza e misura dell’Arte che non c’è un’anima… No, nemmeno un capello fu strappato a coloro che tu udisti, dalla nave, gridare, a coloro che tu vedesti affondare. Siedi: ora devi sapere di più. [La Tempesta, Scena Seconda, Atto Primo]

'The Tempest' by William Shakespeare

“La Tempesta”, William Hamilton (1790 c.a.)

La vicenda inizia con la tempesta in mare che dà il titolo all’opera. Prospero è il mago e scienziato che con i suoi poteri ha scatenato la tempesta contro l’imbarcazione dove stanno viaggiando Antonio l’illegittimo Duca di Milano, Alonso il Re di Napoli, Sebastiano il fratello del Re, Ferdinando il Principe di Napoli e alcuni consiglieri.

Prospero sapeva che su quell’imbarcazione ci sarebbe stato anche il fratello Antonio, Duca illegittimo, perché la nave faceva ritorno da Cartagine, dove si erano celebrate le nozze tra la figlia del Re di Napoli e un re cartaginese. Prospero riesce, grazie ai suoi poteri, a separare tutti i superstiti del naufragio, di modo che Alonso creda che suo figlio Ferdinando sia morto.

Ma perché scatenare una tempesta contro quella nave? Prospero ha atteso per anni il momento della sua vendetta, perché Prospero è il legittimo Duca di Milano, spodestato da suo fratello Antonio. Dopo essere stato allontanato da Milano, Prospero e la figlia Miranda, allora piccina, giunsero su di una piccola isola nel Golfo di Napoli, dove vissero per molto tempo assieme ad Ariel – lo spirito dell’aria – e Caliban – uno schiavo deforme.

Miranda assiste alla tempesta e preoccupata crede che l’imbarcazione si sia rovesciata e l’equipaggio sia stato inghiottito dalle onde. Ma il padre la rassicura: nessuno è morto, poiché la tempesta l’ha scatenata lui, per vendicarsi. Racconta allora alla figlia la storia della loro rocambolesca partenza da Milano, della quale Miranda conserva pochi ricordi slavati.

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“Miranda La Tempesta” di John William Waterhouse (1916)

Tra i piani di Prospero, oltre alla vendetta, c’è il matrimonio tra sua figlia Miranda e Ferdinando, il Principe di Napoli, e fa sì grazie alla sua magia, che Miranda lo incontri e se innamori perdutamente.

Ferdinando: Tu sei certo la dea che queste note accompagnano. Ti prego, dimmi se quest’isola è la tua dimora e insegnami come posso viverci anch’io. Ma la mia prima e ultima domanda, è: O meraviglia, sei tu una fanciulla, no?

Miranda: Meraviglia no, signore, fanciulla sì certamente.

[Scena Seconda, Atto Primo]

Ma Prospero non sa che il deforme Caliban ha in mente qualcosa di losco dopo aver conosciuto Triculo e Stefano, due individui della ciurma poco raccomandabili, e vuole ribellarsi al padrone; anche lo spirito Ariel chiede a gran voce la libertà, ma Prospero ha ancora dei compiti da fargli svolgere.

Saranno Miranda e Ferdinando ad aiutare Prospero a riconciliarsi con il fratello Antonio, grazie al loro amore e alla loro voglia di stare insieme. Prospero riuncia così alla magia per stare tranquillo, senza più volersi vendicare contro il fratello, ora che sua figlia Miranda ha trovato l’amore nel Principe di Napoli.

(c) Walker Art Gallery; Supplied by The Public Catalogue Foundation

“Prospero e Miranda” di Frederick Richard Pickersgill (1860 c.a.)

Nel famoso monologo nel quale Prospero riuncia alla magia per essere un uomo pronto ad affrontare il suo destino mortale, alcuni studiosi del Bardo dell’Avon hanno visto il riferimento a Shakespeare stesso, il quale con questa ultima opera lascia il teatro per tornare nel suo paese di provincia.

Prospero: Figlio mio hai l’aria stravolta, sembri spaventato. Sii sereno. Il nostro spettacolo è finito. Questi nostri attori, come ti avevo detto, erano tutti spiriti e si sono dissolti nell’aria. Nell’aria sottile. E, come edificio senza fondamenta di questa visione, le torri ricoperte dalle nubi, i palazzi sontuosi, i templi solenni, questo stesso vasto globo, sì, e quello che contiene, tutto si dissolverà. Come la scena priva di sostanza ora svanita tutto svanirà senza lasciare traccia. Noi siamo fatti della materia di cui son fatti i sogni e la nostra piccola vita è circondata da un sonno [Scena Prima, Atto Quarto]

Virginia Woolf | Una stanza tutta per sé

Il 2 giugno 1946 per gli italiani fu un momento molto importante: furono chiamati alle urne per un Referendum dove venne loro chiesto se volevano continuare ad avere una Monarchia oppure se volevano passare ad una Repubblica. Oltre al valore storico della scelta della Repubblica, fu una data importante perché le donne italiane votarono per la prima volta; sì, perché prima del 1946 alle donne italiane non era concesso diritto di voto.

Perché sono partita dalla storia del nostro Belpaese per parlare di un saggio di Virginia Woolf? Perché in questo saggio che ho appena terminato di leggere si parla soprattutto di donne e diritti, donne e scrittura. E ogni volta che penso ai diritti delle donne – ancora oggi negati in molti (troppi!) Paesi del mondo – non può che venirmi in mente che è vergognoso che noi italiane abbiamo votato per la prima volta poco più di sessant’anni fa.

Titolo: Una stanza tutta per sé

L’autrice: Virginia Woolf nacque a Londra nel 1882. Cresciuta in un ambiente culturalmente stimolante, da adulta fu a capo del circolo culturale Bloomsbury. Con il marito fondò una casa editrice – Hogarth Press – e divenne uno dei nomi più noti della narrativa inglese dell’epoca. Morì suicida nel 1941

Traduzione: Maura Del Serra

Editore: Newton & Compton Editori

Il mio voto: 4/5

Le stanze sono così diverse; sono tranquille o tempestose; aperte sul mare, o al contrario sul cortile di un carcere; c’è il bucato steso, oppure splendono di opali e sete; sono dure come il crine o soffici come le piume… basta entrare in una stanza qualunque di una qualunque strada perché ci salti agli occhi quella forza estremamente complessa della femminilità. [Una stanza tutta per sé, citazione pagina 97]

Simon, Vilma legge sul sofa

“Vilma legge sul sofà” (1912) Tavik František Šimon

Nel breve saggio “Una stanza tutta per sé” Virginia Woolf è chiamata a parlare della condizione della donne nel corso del tempo attraverso la scrittura. Ripercorrendo gli anni della pubblicazione dei primi romanzi, si osserva come la maggioranza delle opere fosse firmata da nomi maschili.

Come mai questo divario? Storicamente, si sa, alle donne erano concesse be poche libertà: una su tutte, ovviamente, la libertà di studio. Far studiare una bambina o una ragazza era tempo perso, soldi sprecati. La donna aveva pochi compiti precisi nelle società del passato: partorire nidiate di bambini, allevarli, rigovernare la casa e poi morire in santa pace. Pochissime donne nel Quattrocento e Cinquecento imparavano a leggere, era loro interdetta l’iscrizione alle università, e molti lavori non potevano svolgerli.

Ma qualche donna sfuggiva a questi “doveri-obblighi” e si metteva a studiare, a leggere e addirittura – scandalosamente – a scrivere. Molte scrittrici inglesi (ma non solo!) inizialmente pubblicarono i loro romanzi con degli pseudonimi maschili; la Woolf cita ad esempio le sorelle Bronte, che pubblicarono con i nomi di Currier, Acton ed Ellis Bell. Oppure, la nota George Elliot, al secolo Marion Evans, che ancora oggi viene riproposta dagli editori moderni con il nome maschile.

Ma il vero problema delle donne, per la Woolf, erano i soldi e l’avere una stanza tutta per sé. Con i soldi propri si guadagna l’indipendenza, non solo economica, e con l’avere una stanza tutta per sé… si guadagna la tranquillità per scrivere, leggere, dedicarsi a sé stesse. La Woolf ci ricorda che la nota scrittrice Jane Austen scriveva in un salotto comune: come riusciva a concentrarsi se era costantemente interrotta da ospiti, pranzi, tè e chiasso?

Auguste Renoir "La lettura"

Auguste Renoir “La lettura” (1890)

I libri scritti dagli uomini non sono uguali a quelli scritti dalle donne, perché le visioni del mondo dei sessi opposti sono chiaramente diversi, come sono diverse le sensibilità. Quindi donne che scrivono storie di altre donne saranno diametralmente diverse da uomini che scrivono storie di donne.

Anche se oggi in molte parti del mondo le donne sono ancora prive di istruzione o a malapena sanno leggere e scrivere, nel mondo Occidentale si verifica una sorta di “legge del contrappasso”: i lettori sono in maggior parte donne!

Infatti, il 48% dei lettori sono di sesso femminile, contro i 34,5% degli appartenenti al sesso maschile, e questo divario tra i due sessi inizia addirittura a partire dai 6 anni di età (fonte: dati ISTAT 2014 “La produzione e lettura di libri in Italia”).

Quando in futuro leggerai un romanzo classico scritto da una donna, pensa a tutte le difficoltà e i pregiudizi che essa ha dovuto superare perché venisse pubblicata la sua opera e potesse essere oggi letta da te, tu che leggi comodamente distesa sul divano nella tua stanza tutta per te.

William Shakespeare | Sogno di una notte di mezz’estate

Commedia in cinque atti, “Sogno di una notte di mezz’estate” è una delle più note e rappresentate del Bardo dell’Avon, William Shakespeare. In scena questa volta ci vanno i sentimenti e, per sorridere un po’, anche qualche equivoco a causa del maldestro e birbante folletto Puck. “Sogno di una notte di mezz’estate” è una commedia molto breve e sorrevole, con alcuni passaggi decisamente poetici densi di lirismo.

Titolo: Sogno di una notte di mezz’estate

L’autore: William Shakespeare (1564 – 1616) è tra i più celebri autori teatrale di tutti i tempi, è stato drammaturgo e poeta inglese. Soprannominato il Bardo dell’Avon, delle sue opere sono giunte a noi 37 testi teatrali, 154 sonetti e altri poemi.  Le sue opere teatrali sono state tradotte in tutte le maggiori lingue del mondo e sono state inscenate più spesso di qualsiasi altra opera; inoltre è lo scrittore maggiormente citato nella storia della letteratura inglese e molte delle sue espressioni linguistiche sono entrate nella parlata quotidiana.

Traduzione: Gabriele Baldini

Ambientazione: Atene e un bosco nelle vicinanze

Il mio voto: 4/5

Gli innamorati, come i pazzi, hanno il cervello sempre in ebollizione e la fantasia così presta a immaginar forme che queste si danno a concepire assai più di quel che la fredda ragione sarebbe mai disposta ad accettare. Il dissennato, l’amante e il poeta non sono composti nient’altro che fantasia. [Sogno di una notte di mezz’estate, Atto quinto, scena prima]

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“Sogno di una notte di mezz’estate” Heirich Fussli (1790)

Da Ovidio ad Apuleio, chi ha ispirato il Bardo dell’Avon?

Questa volta Shakespeare trova ispirazione nella letteratura classica, in particolare mescola nella commedia i contenuti delle Metamorfosi di Ovidio e L’asino d’oro di Apuleio; dalla prima, trae spunto per tessere la storia di Piramo e Tisbe, mentre dalla seconda scrive la trasformazione di Bottom in un asino ad opera del dispettoso Puck.

A Midsummer Night’s Dream: sogno o son sveglio?

Nella breve commedia vediamo tre storie intrecciate e collegate tra loro, sullo sfondo delle celebrazioni del matrimonio tra Teseo, duca di Atene, e Ippolita la regina delle Amazzoni. Oltre a loro vi sono Lisandro e Demetrio, due giovani ateniesi innamorati della stessa ragazza, Ermia, la quale però ama Lisandro mentre il padre di lei vorrebbe un matrimonio combinato con Demetrio. A complicare il tutto, c’è Elena, l’amica di Ermia, che è innamorata di Demetrio, ma non corrisposta.

Oberon, il re degli elfi, con la moglie Titania, la regina delle fate, sono la terza coppia di protagonisti. Oberon vorrebbe il servo di Titania per farne suo paggio, ma la moglie non acconsente, per cui Oberon assolta Puck per punire la moglie della disobbedienza; Puck deve versare sugli occhi di Titania il succo del fiore vermiglio di Cupido, una pozione magica che fa innamorare della prima persona che si incontra al risveglio.

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Oberon ordina a Puck, il pasticcione, di versare la pozione magica anche sugli occhi di Demetrio, affinché si innamori di Elena; ma Puck sbaglia ragazzo e versa il succo sugli occhi di Lisandro, che al risveglio vede Elena e se ne innamora perdutamente, spezzando il cuore ad Ermia, la quale era già intenzionata a sposarlo contravvenendo all’ordine del padre.

Nel frattempo, in questa serie di equivoci, una compagnia di teatranti giunge alla corte di Teseo, duca di Atene, per organizzare una rappresentazione teatrale per festeggiare le nozze. Ma tutto succede, in quella notte magica, infatti Titania addormentata con la pozione magica sugli occhi, anziché risvegliarsi e vedere Oberon e innamorarsi di nuovo di lui, vede un teatrante, Bottom, trasformato per scherzo dall’elfo dispettoso in un asino!

Oramai i danni son fatti, ma qualcuno deve correre ai ripari… riuscirà Oberon ad ordinare a Puck di mettere tutto a posto, per giungere infine al lieto finale prima delle nozze tra Teseo e Ippolita?

L’amore, i sentimenti e il lieto fine

La commedia di conclude con l’agognato lieto fine e con la risoluzione degli equivoci creati dai dispetti di Puck. Come anche in “Amleto”, qui compare di nuovo una compagnia di teatranti, questa volta decisi a divertire la corte durante il matrimonio.

La bravura del Bardo sta nel mescolare tutti questi personaggi e questi eventi in una commedia di per sé molto breve, creando un’opera ricca di sentimento ed emozioni, senza tralasciare i colpi di scena; indagando il limite tra il sogno e la realtà, lasciando al lettore i dubbi se gli eventi siano successi in veglia o durante un lungo sonno.

E lungo la strada ci racconteremo l’un l’altro i nostri sogno [Sogno di una notte di mezz’estate, Atto quarto, Scena prima]

 

William Shakespeare | Amleto

Per molte persone, anche per chi non ha mai letto quest’opera di Shakespeare, Amleto è l’uomo del celebre monologo “essere o non essere, questo è il problema”, frase che un po’ come l’incipit della Divina Commedia o de I promessi sposi di Manzoni, tutti conoscono. Per cui, inizierò il mio articolo di commento alla tragedia proprio citando il famoso monologo di Amleto.

Essere o non essere: questo è il problema. Se sia più nobile soffrire nell’animo i colpi e le frecce della fortuna oltraggiosa o impugnare le armi contro un mare di guai e affrontandoli porre fine ad essi. Morire… Dormire… nient’altro. E con un sonno porre fine agli strazi del cuore e alle mille naturali battaglie che eredita la carne. E’ una fine da desiderarsi devotamente. Morire, dormire; dormire, sognare forse. [Amleto, Atto terzo, Scena Prima.]

Titolo: Amleto

L’autore: William Shakespeare (1564 – 1616) è tra i più celebri autori teatrale di tutti i tempi, è stato drammaturgo e poeta inglese. Soprannominato il Bardo dell’Avon, delle sue opere sono giunte a noi 37 testi teatrali, 154 sonetti e altri poemi.  Le sue opere teatrali sono state tradotte in tutte le maggiori lingue del mondo e sono state inscenate più spesso di qualsiasi altra opera; inoltre è lo scrittore maggiormente citato nella storia della letteratura inglese e molte delle sue espressioni linguistiche sono entrate nella parlata quotidiana.

Traduzione: Paolo Bertinetti

Ambientazione: Castello di Elsinore, Danimarca

Il mio voto: 4/5

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“Amleto e Orazio al cimitero” Eugène Delacroix (1839)

Le origini di Hamlet

L’ispirazione principale alla stesura della tragedia, affonda le radici in un antico racconto popolare scandinavo di Saxo Grammaticus, che narra di un principe danese, Hamlet, che scopre che lo zio Fengo ha ucciso suo padre Horwendil per rubargli il trono e sposare la madre. Hamlet dunque trama la vendetta, ma lo zio Fengo manda Hamlet in Inghilterra con delle lettere dirette al re con l’intenzione di uccidere il principe danese. Hamlet lo scopre, e ruba le lettere, modificandole. Torna in Danimarca e porta a compimento la sua vendetta, uccidendo lo zio Fengo. Tra ovazioni e feste, diventa poi re di Danimarca.

“C’è qualcosa di marcio nel Regno di Danimarca”

Shakespeare si ispira al racconto di Saxo Grammaticus, ma lo modifica soprattutto nel tragico finale. Il Bardo immagina che Amleto, il principe di Danimarca, riceva una visita dal fantasma del padre morto. Durante il colloquio privato tra il padre e Amleto, il principe scopre che la morte del padre non è stata accidentale come tutti credevano, ma è stata provocata da Claudio, il fratello stesso del re, lo zio di Amleto. Con del veleno introdotto nell’orecchio, Claudio ha ucciso il re, impossessandosi così del trono di Danimarca e sposando Gertrude, la madre di Amleto.

Amleto muta completamente visione delle cose, dopo la rivelazione del fantasma di suo padre. Giura vendetta e inizia a meditare in quale modo vendicarsi del gesto dello zio Claudio. Ma non solo trama vendetta, ne dubita anche, chiedendosi se sia lecito o meno impugnare le armi e uccidere chi ha ucciso. Amleto decide di ingaggiare una compagnia di teatranti, che inscenano un dramma simile all’omicidio del padre, sperando così che Claudio si riveli e si tradisca, mostrandosi turbato.

Claudio capisce subito della trappola, e cerca di tenderne una anche al nipote Amleto: lo invia in Inghilterra con due consiglieri e una lettera indirizzata al re britannico con l’ordine di uccidere il nipote; ma Amleto riesce a tornare in Danimarca, vivo, e lo zio Claudio allora attua un secondo piano di distruzione. Claudio usa il figlio di Polonio – suo consigliere, ucciso per errore dallo stesso Amleto. Claudio, facendo leva sulla rabbia di Laerte, figlio di Polonio, cerca di uccidere Amleto al ritorno dall’Inghilterra. Ma l’epilogo è un tragico susseguirsi di lutti, a partire dalla dolce e bellissima Ofelia, sorella di Laerte e innamorata di Amleto, annegata, si dice mentre coglieva dei fiori lungo la riva di un fiume, ma in realtà suicida per il dolore della morte del padre Polonio e l’abbandono del principe Amleto.

Ofelia e la follia di un amore tragico

Ofelia è il personaggio che ho apprezzato di più. Quasi per tutto lo svolgersi della tragedia non viene tenuta in considerazione e compare in pochissime scene, con poche battute. Ofelia si strugge d’amore per Amleto, però il padre Polonio la mette in guardia, dicendole che l’amore di Amleto non è sicero. Dopo la rivelazione del fantasma del padre, Amleto si finge pazzo e rifiuta la compagnia di Ofelia per non immischiarla nelle sue trame di vendetta. Ofelia non capisce questo rifiuto improvviso e, dopo la morte di Polonio, esce di senno anche lei e si dà alla morte in un corso d’acqua.

Il personaggio di Ofelia è stato ampiamente rappresentato e amato dai pittori Preraffaelliti, come molti altri personaggi delle tragedie e commedie di Shakespeare.

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“Ofelia” John Everett Millais (1852)

Conclusioni: perché Amleto siamo noi

Al di là della trama avvincente e del susseguirsi dei colpi di scena, Amleto è amato dal grande pubblico a più di quattrocento anni dalla prima rappresentazione, perché nel principe danese vediamo noi stessi con le nostre paure e i nostri dubbi. Amleto è mosso da un sentimento di vendetta verso Claudio, colui che l’ha privato del padre, ma inizialmente non riesce a decidersi ad attuare la sordida vendetta. Amleto riflette, pensa, si trova quasi nella condizione di poter uccidere Claudio, ma la sua mano esita e non cala la spada sulla testa dello zio.

Perché Amleto non è più l’uomo che si sente al centro dell’Universo, che si sente sicuro di sé come gli uomini del Rinascimento; Amleto appunto dubita di tutto e di se stesso, prende coscienza dei suoi limiti, e si interroga sulla possibilità di attuare o meno determinate azioni.

Amleto siamo noi, uomini moderni ma lacerati costantemente dai dubbi come gli uomini del passato: se sia giusto o meno compiere un’azione piuttosto che un’altra.

 

Mary Shelley | Frankenstein

Frankenstein è uno di quei romanzi che hanno dato non solo grandiosa fama alla propria autrice, ma hanno anche ispirato generazioni intere di registi, scrittori, artisti e spettatori; considerando che la prima bozza è del 1816 quando Mary Shelley aveva appena 19 anni è a dir poco sorprendente come un’opera abbia influito sull’immaginario comune per quasi duecento anni. Ecco il mio punto di vista.

Titolo: Frankenstein, o il moderno Prometeo

L’autrice: Mary Wollstonecraft Godwin (1787 -1851) , conosciuta poi come Mary Shelley dopo il matrimonio con il famoso poeta, è stata una scrittrice inglese. Già i genitori erano personaggi di spicco nell’ambiente intellettuale dell’epoca, ma a renderla immortale nel panorama letterario mondiale è stata la sua opera prima, Frankenstein. A seguire, pubblicò anche altri romanzi, tutti editi in Italia da Mondadori

Traduzione: Simona Fefé

Editore: Oscar Mondadori

Il mio voto: 5/5

Fu in una malinconica notte di novembre che vidi il compimento dei miei sforzi. Con un’ansia che quasi somigliava all’agonia, raccolsi intorno a me gli strumenti della vita per infondere una scintilla di esistenza nella cosa inanimata che giaceva ai miei piedi. Era già l’una del mattino; la pioggia batteva tristemente contro i vetri e la candela era quasi consumata, quando, nel tremolio della luce oramai debole, vidi aprirsi i vacui occhi gialli della creatura: respirava con difficoltà, e un fremito convulso gli agitava le membra. [cit. Frankenstein, pagina 69]

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Gustave Courbet “Il castello di Chillon”. Il castello è situato sul Lago di Ginevra, in Svizzera, dove si svolge buona parte della vicenda narrata nel romanzo.

Fu nell’estate del 1816 che un gruppo di poeti e letterati trascorse del tempo in un maniero di proprietà di Lord Byron, noto poeta inglese di inizio Ottocento. Tra gli invitati, vi erano anche Percy Shelley e Mary Wollstonecraft Godwin, che allora non era ancora sua moglie, poiché Shelley era sposato. A causa del maltempo, i poeti e scrittori, isolati nella villa decisero di iniziare un gioco letterario: Lord Byron propose di scrivere una storia terrificante, un racconto d’orrore. Avrebbe vinto simbolicamente il più terrificante di tutti.

Così, Mary, chiusa nella sua stanza, ebbe l’idea di scrivere un racconto che avesse come protagonista un uomo deciso a sostituirsi a Dio e, forse galvanizzata dalle nuove teorie scientifiche dell’epoca, pensò che il suo scienziato avrebbe dato la vita ad un essere diverso dal genere umano. Il racconto vinse, tanto era terrificante, ma faceva anche riflettere, tanto era intenso. Due anni dopo, Mary Shelley pubblicò il romanzo Frankenstein in tre volumi, oggi raccolti tutti assieme nelle varie versioni tradotte in italiano.

Il romanzo segue uno schema simmetrico: si apre con le lettere di R. Walton, un esploratore polare che scrive tenere missive alla sorella Margaret; in una di queste lettere, descrive come il suo equipaggio abbia tratto in salvo un uomo che vagava per i ghiacci del Polo Nord accompagnato solo da una muta di cani. Il romanzo prosegue con il racconto dell’uomo salvato dai ghiacci, Victor Frankenstein, che febbrilmente e in modo appassionato, racconta a Walton la sua drammatica storia. Nella parte centrale del romanzo, a parlare in prima persona è l’essere che il dottor Frankenstein ha creato. A seguire, riprendere la narrazione in prima persona di Victor Frankenstein e si conclude con un paio di lettere di Walton alla sorella Margaret.

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Un ritratto di Mary Shelley, dipinto da Rothwell

Quando ho iniziato a leggere Frankenstein indicativamente sapevo a che cosa sarei andata incontro, poiché alle scuole medie la docente di francese ci aveva assegnato come lettura estiva una versione ridotta in francese del celebre romanzo. Ciò che non mi sarei aspettata, era di leggere un libro avvincente e appassionante, che avesse anche il potere di far riflettere intensamente.

La narrazione è scorrevole, gli avvenimenti si sussegueno in un crescendo di tensione che verrà sciolta solamente alla fine; tanto è intenso il romanzo il lettore è quasi febbrilmente costretto ad arrivare al termine della storia, perché la narrazione lo impone. Inoltre, ho apprezzato molto i toni con i quali viene raccontata la vicenda: i tre narratori – Walton, Victor Frankestein e il mostro – raccontano con vera passione la storia, tanto che il lettore viene letteralmente travolto dagli eventi infausti.

Victor Frankestein, dopo aver studiato scienze, decide di creare la vita dal nulla, quasi si volesse sostituire a Dio, o volesse ribellarsi agli Dei, come fece Prometeo. Riesce nell’intento e dà vita ad un essere immondo, orrendo, ripugnante. Immediatamente dopo aver infuso la scintilla di vita, il dottor Frankestein si pente e abbandona il mostro a se stesso. Continua a lavorare senza più pensare alla creatura, ma viene riportato alla cruda realtà quando il padre gli scrive della tragica morte del fratellino minore, William Frankestein. Allora Victor capisce che dietro la morte del piccolo non può esserci Justice, la loro governante, ma c’è qualcun altro. O qualcos’altro.

Quando Victor incontra di nuovo il mostro, la creatura si confessa e racconta i suoi sentimenti e le sue paure: l’essere è solo al mondo, non ne esiste nessun altro della sua specie; gli uomini lo rifuggono, sono disgustati da lui, anche quando egli si mostra amorevole. Inizialmente, la creatura è buona e aiuta da lontano un famiglia di contadini. Ma quando viene scoperto, scoppia il finimondo, e il mostro capisce che non sarà mai gradito da essere umano.

Maledetto, maledetto creatore! Perché vivevo? Perché in quello stesso istante non ho spento la scintilla di vita che tu avevi così arbitrariamente acceso? Non lo so. La disperazione non si era ancora impadronita di me; ciò che provavo erano sentimenti di rabbia e vendetta. Avrei volentieri distrutto la fattoria e i suoi abitanti, per saziarmi delle loro urla e della loro disperazione [cit. Frankenstein pagina 166]

L’essere è furibondo con il creatore e il mondo: la sua solitudine è insopportabile, desidera una compagna e chiede a Victor Frankestein di crearne una. Lo scienziato è combattuto, rifugge addirittura alle Isole Orcadi, dove allestisce un piccolo laboratorio. Ma pochi secondo prima di instillare la vita nella compagna del mostro, il dottor Frankestein cambia idea.

Ora si scatena la vera furia della creatura. Non potrà placarsi finché non avrà la sua vendetta. Finché non avrà rovinato l’esistenza di Victor Frankestein come lui ha rovinato la sua mettondolo al mondo, quel mondo crudele e cattivo che lo rifiuta e lo detesta. Inizia un vero e proprio inseguimento, che porterà i due a sfidarsi e confrontarsi sino alle gelide e spaventose distese polari.

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Una delle molte versioni del romanzo tradotte in lingua italiana

 

Frankestein deve il suo grande successo non solo alla storia, manipolata in ogni modo da film, musical, libri e parodie; deve la sua fama anche al fatto che i temi trattati sono sempre attuali: a che punto la scienza può spingersi? Qual è il confine tra la scienza e l’arrivare quasi a sostituirsi a Dio? Cosa succede quando le persone animate da grandi intenzioni vengono deluse dalla società? Perché esiste il male e si può combattere? O necessariamente si deve soccombere?

Ovviamente, come ogni romanzo si può leggere con diverse chiavi di lettura e ognuno trova la sua. Io l’ho apprezzato perché la narrazione è avvincente e appassionata, qualità rara ahimé nei romanzi di oggi, e ovviamente perché mi ha aiutata a rflettere.

… Poi, parliamoci chiaro: se un romanzo scritto quasi per caso da una ragazza molto giovane fa parlar di sé da quasi duecento anni, non pensate anche voi che sia un romanzo a dir poco eccezionale?

Emily Brontë | Cime tempestose

L’ho letto per ultimo, l’unico romanzo scritto da Emily. L’ho letto per ultimo perché molti amici (soprattutto Federica, la mia consigliera libresca di fiducia) mi ha confessato che “Cime tempestose” è il suo classico preferito; anche in molti blog di libri e su aNobii lo davano come il migliore delle sorelle Brontë, nonché nella quarta di copertina della mia copia c’è scritto: “Capolavoro assoluto della letteratura vittoriana, romanzo per eccellenza della passione romantica […]“. Con una serie di premesse come queste, non ho potuto far altro che leggerlo e di seguito ecco il mio commento.

Titolo: Cime tempestose

L’autrice: Emily Jane Brontë nacque a Thorton il 30 luglio 1818, quinta di sei figli di Patrick Brontë e Maria Branwell. Emily condusse una vita appartata nella casa paterna, dalla quale quasi non si mosse se non per brevi soggiorni in collegio. L’universo di Emily fu molto limitato, ma i libri “il mondo di dentro” la ispirarono molto. Emily Brontë morì di tisi nel 1848, solo un anno dopo aver pubblicato “Cime tempestose”, il suo unico romanzo.

Editore: Superclassici Sperling Paperback

Il mio consiglio: sì, è un romanzo emozionante, appassionante, avvincente e ricco di colpi di scena

Heathcliff si era inginocchiato per abbracciarla; tentò di alzarsi, ma lei lo tenne fermo prendendolo per i capelli. “Vorrei poterti tenere così,” continuò con amarezza, “finché non fossimo morti tutti e due. Non m’importerebbe di farti soffrire. Non m’importa delle tue sofferenze. Perché non dovresti soffrire anche tu, come me? Mi dimenticherai? Sarai felice quando io sarò sottorerra? Fra vent’anni dirai: Ecco la tomba di Catherine Earnshaw. Tanto tempo fa l’amavo, e mi disperavo per averla perduta; ma è passato. Da allora ne ho amate molte altre: i miei figli mi sono più cari di quanto lo fosse lei, e alla mia morte non sarò felice perché vado a raggiungerla, ma infelice perché devo lasciare loro! E’ questo che dirai, Heathcliff?”

Per il lettore che ancora non ha letto “Cime tempestose” questo passo che ho citato penso possa far trasparire tutta la passione che c’è tra Heathcliff e Catherine, i due protagonisti principali del romanzo. I dipinti di William Turner, acquerellista inglese dell’Ottocento,  mi hanno ispirata per tutta la durata della lettura: mi piace molto accostare letteratura e arte. Nei tratti rapidi e sbiaditi di Turner vedo le perfette descrizioni del romanzo di Emily Brontë, descrizioni splendide e realistiche, tanto da avermi nuovamente fatta innamorare della brughiera e delle ambientazioni cupe e gotiche.

Emily purtroppo è morta giovanissima di tisi, un male molto diffuso nella sua famiglia, e ha potuto pubblicare solamente una raccolta di poesie (scritte con le due sorelle, Anne e Charlotte) e questo romanzo. Morta a solo un anno dopo la pubblicazione di questo romanzo che diede scandalo per i contenuti della trama, Emily non poté beneficiare della fama che le avrebbe portato, se si considera che si legge ancora oggi, a 166 anni dalla pubblicazione e piace ancora come se fosse una novità del momento.

La vicenda delle famiglie Earnshaw e Linton viene narrata da Ellen Dean, la storia domestica della famiglia Earnshaw, al signor Lockwood il fittavolo del signor Heathcliff. Il romanzo inizia nel 1801 quando appunto la domenista Ellen narra, con un lunghissimo flashback, la storia delle famiglie. Il signor Lockwood è molto interessato e vuole ogni dettaglio e ogni particolare. Così la domestica di abbandona ai ricordi di quelle due famiglie così divise tra loro, per ceto sociale e scuola di pensiero ma così legate per una serie di unioni ed eredi in comune.

Il romanzo può definirsi avvincente: è ricco di colpi di scena e benché ai personaggi principali se ne aggiungano di nuovi tra l’ideale prima parte e seconda parte, non resta mai noioso né pesante. I sentimenti, i gesti, i dialoghi come le descrizioni paesaggistiche sono portate all’estremo: la passione domina i due protagonisti principali, mentre altri personaggi che nella prima parte sono in ombra e appaiono odiosi al lettore, nella seconda parte si comporteranno diversamente e appariranno persone migliori.

“Cime tempestose” è quel romanzo che vorresti che non finisse perché l’ambientazione è bellissima – sublimi le descrizioni delle nevicate, della nebbia, delle serate fredde e buie – e vorresti sapere cosa succede ai rispettivi figli di Heathcliff e Catherine. Ma Emily è mancata giovane e chissà se aveva in mente un seguito per i suoi personaggi. E chissà se avrebbe mai immaginato che con questo romanzo avrebbe fatto parlare, emozionare e commuovere migliaia di lettori nei secoli a venire…

Anne Brontë | Agnes Grey

Dopo aver amato la scrittura fluida e limpida di Jane Eyre e in particolare le ambientazioni e le descrizioni, mi sono imbattuta nel romanzo della sorella minore, Anne Brontë che titola Agnes Grey. Navigando qua e là sul web ho trovato pareri discordanti: da chi lo aveva apprezzato a chi lo riteneva scialbo e incosistente; così, per farmi un’opinione mia, l’ho ordinato e me lo sono letto in un paio di giorni.

Titolo: Agnes Grey

L’autrice: Anne Brontë (1820 – 1849), ultimogenita del reverendo Patrick Brontë, subisce il primo lutto quando a solo un anno le muore la madre. Il reverendo Brontë manda le figlie maggiori in un collegio sporco e insalubre e queste due povere ragazze muoiono appena adolescenti. Anne e le sorelle Emily e Charlotte iniziano a scrivere da piccole: la loro prima opera è una raccolta di poesie. Nel 1947 sotto lo pseudononimo di Acton Bell pubblica Agnes Grey, che non riceve grandi apprezzamenti. A seguito del peggiorare delle sue condizioni di salute, viene trasferita vicino al mare, ma qui muore di tubercolosi all’età di 29 anni.

Editore: Mondadori

Il mio consiglio: sì, se volete avere una panoramica delle sorelle Brontë

Agnes e Jane: due governanti a confronto

Agnes Grey è un romanzo che non saprei come definire. Dopo aver letto Jane Eyre per la mia rubrica Un classico al mese, non saprei se Anne/Agnes si è ispirata a Charlotte/Jane o viceversa. Da quel che ho capito, Agnes Grey anticipa Jane Eyre nella pubblicazione, quindi potrei dire che è Charlotte ad essersi ispirata alla sorella Anne; ma questo non significa nulla, perché Charlotte potrebbe aver parlato a voce della trama del romanzo che aveva in mente ed Anne avrebbe potuto scriverlo prima ispirandosi lei.

Scusate i miei ragionamenti contorti e confusi, mi vengono spontanei dopo aver letto entrambi i romanzi a breve distanza l’uno dall’altro. Ma ora la smetto, visto che di Jane ho già parlato nell’articolo dello scorso mese. Passiamo ad Agnes Grey.

Agnes Grey, la vita monotona e piatta di un’istitutrice

Agnes Grey è una ragazza, sorella minore e figlia di un reverendo (come Anne), che per dare una mano all’economia domestica decide di cercarsi un lavoro. Nell’Inghilterra Vittoriana non erano molti i lavori per le donne e uno di questi era l’insegnante, o meglio l’istitutrice privata. Agnes trova lavoro presso la famiglia Bloomfield, ma qui si trova malissimo, perché i ragazzi son dei veri monelli. Lascia quindi il lavoro e ritorna in canonica; dopo qualche tempo, ritrova lavoro come istitutrice, presso la famiglia Murray. Qui vi rimarrà per qualche anno, vivendo gioie e difficoltà con questa famiglia.

L’inevitabile confronto tra Jane e Agnes

Un confronto tra le sorelle Brontë è purtroppo inevitabile, anche se mi ero riproposta di non farlo. Se in Jane Eyre i personaggi, i dialoghi e le ambientazioni sono precisi, dettagliati e interessanti, in Agnes Grey è tutto molto fumoso, come se si cercasse di guardare attraverso dei vetri opachi. Le descrizioni sono quasi assenti; i dialoghi sono asciutti ed essenziali; i sentimenti di Agnes sono quasi soffocati, non v’è traccia della passionalità e della forza di carattere di Jane Eyre. Non sto dicendo che non sia un buon romanzo, penso più che altro che sia una bozza, forse ancora da completare, da arricchire, da approfondire. Si possono scrivere romanzi brevi anche molto intensi, ma non è questo il caso. Agnes Grey è in effetti un po’ scialbo, privo di nerbo, la protagonista subisce senza ribellarsi mai. Forse è proprio per questo che è interessante: mentre Jane era forte di carattere e intensa, Agnes è più debole. Due personalità molto diverse che riflettono la gioventù femminile in epoca vittoriana.

Il mio giudizio finale

Agnes Grey è un romanzo che deve essere letto per completare la bibliografia delle sorelle Brontë (ovviamente se interessa). Forse lo si deve iniziare senza aspettarsi granché, più che pensare ad un romanzo, si può pensare ad una bozza che si sarebbe dovuta arricchire.

Charlotte Brontë | Jane Eyre

Innamoratami delle suggestioni di Charles Dickens, per la prossima lettura della rubrica “Un classico al mese” decido si restare in Inghilterra circa nello stesso periodo; così, acquisto e leggo “Jane Eyre“, senza mai aver visto un film e senza conoscere la trama del romanzo. Durante le lezioni di letteratura inglese del liceo avevo ovviamente studiato le sorelle Brontë, ma non avevo mai letto la loro produzione letteraria. Inizio a rimediare con Charlotte Brontë, seguiranno sicuramente le letture dei romanzi di Emily Brontë e Anne Brontë.

Titolo: Jane Eyre

L’autrice: Charlotte Brontë nacque nello Yorkshire nel 1816 e morì nel 1855; fu la terza figlia di un reverendo protestante, amante dei libri e autore di poemetti e scritti di carattere religioso.Visse tutta la sua vita in Inghilterra – tranne un breve periodo di studio in Belgio – e scrisse alcuni romanzi e raccolte di poesie sotto lo pseudonimo di Currier Bell. “Jane Eyre”, suo indiscusso capolavoro, vide la luce nel 1847.

Editore: Oscar Mondadori Classici

Il mio consiglio: sì, è un romanzo magnifico, avvincente e molto interessante

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Dipinto ad olio di Frederik Walker “Rochester and Jane Eyre”. In questo bellissimo quadro si possono vedere Adele in primo piano che gioca a volano, Pilot il cagnone, e Jane con un appassionato Edward Rochester

Non potevo farci nulla: l’inquietudine era nella mia natura e qualche volta mi agitava fino alla sofferenza. Allora il mio unico sollievo era camminare per il corridoio del terzo piano, al sicuro in quella solitudine e in quel silenzio, abbandonare il mio spirito alle spledide visioni che mi sovrastavano – ed erano molte e luminose -; lasciare che il mio cuore si sollevasse nel moto esultante che, mentre lo gonfiava di turbamento, lo dilatava di vita, e soprattutto aprire l’orecchio interiore a un racconto che non aveva mai fine, un racconto che la mia immaginazione creava e ininterrottamente narrava, animandolo con tutti gli avvenimenti, la vita, il fuoco, i sentimenti che desideravo e non conoscevo nella mia vita reale.

Charlotte e Jane: similitudini e differenze

La trama del romanzo vittoriano “Jane Eyre” ricalca la vita di Charlotte Brontë, la sua fortunata autrice. Charlotte Brontë, nonostante gli umili natali, viene iscritta in un collegio, con le sorelle maggiori e con Emily e Anne, le sorelle minori. Le insalubri condizioni di vita del collegio fanno sì che le due sorelle maggiori, Elisabeth e Maria, muoiano prematuramente a 11 e 10 anni. Questa drammatica esperienza farà da sfondo nelle prime pagine del romanzo “Jane Eyre”. Charlotte dopo aver conseguito la licenza nel collegio inizia la sua vita lavorativa come istitutrice e governante, proprio come l’eroina del suo fortunato romanzo; durante un periodo di studio in Belgio – accompagnata dalla sorella Emily -si innamora di un uomo sposato e Charlotte ritorna in Inghilterra delusa; anche Jane Eyre si innamora di un uomo sposato, ma avrà più fortuna della sua autrice. Charlotte tornata in Inghilterra avvia finalmente il progetto di iniziare a scrivere un romanzo, come fanno le sue sorelle, e pubblicano sotto lo psedudonimo di Currier, Ellis e Acton Bell. Il lieto fine per Jane è previsto, ma per Charlotte no: muore infatti dopo solo un anno di matrimonio con il reverendo Nicholls, mentre attendeva il primo figlio.

Jane Eyre, la forte ma fragile protagonista

Jane Eyre è un’orfana che vive con una zia arcigna e tre cuginetti crudeli. La sua pazienza viene messa ogni giorno a dura prova e infine, dopo una cruenta punizione, la piccola esplode e tutti la credono pazza. Viene così spedita in collegio, nel tremendo Lowood, dove le condizioni di vita sono dure: poco cibo e poco calore umano. Solo un’insegnante si rivela generosa e in qualche occasione prende le difese di Jane da accuse ingiuste. Le condizioni igieniche sono pessime e scoppia il tifo; Jane fortunatamente sopravvive. Dopo aver ottenuto la licenza con buoni voti, resta due anni a Lowood come istitutrice. Compiuti 19 anni decide di andare via dal collegio e si cerca un lavoro come governante. Trova lavoro a Thornfield Hall, come insegnante per la piccola Adele, una bambina francese pupilla del signor Rochester. Proprio il signor Rochester viene conquistato dalla fierezza e dall’indipendenza di Jane Eyre e la vuole sposare. Un ostacolo di frappone tra loro e Jane sentatisi tradita e presa in giro fugge. Dopo alcuni giorni di viaggio e di vagabondaggi si ferma a Moore House, con tre giovani – St. John un reverendo e Diana e Mary, le sue sorelle minori. Diventata maestra della scuola di paese, vive la sua vita nell’indipendenza economica e sociale, senza essere sposata (questo provocherà scandalo tra i primi lettori, che vedevano all’epoca la donna sottomessa al marito e priva di rendita propria). St. John, benché innamorato di un’altra donna, chiede a Jane di sposarlo e di seguirlo in missione nelle Indie. Jane a quel punto sente di voler tornare da Edward Rochester e scappa nuovamente. Tornata a Thornfield riceve un’amara sorpresa: la casa è in decadenza, vuota, i vetri rotti e le erbacce in giardino; sembra che sia scoppiato un incendio. In una locanda vicina Jane scopre la verità e si mette alla disperata ricerca di Rochester. Ritrovatolo, i lettori assistono ad un lieto fine.

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Jane Eyre e Edward Rochester in un fotogramma del film del 1996

Jane Eyre: la mia analisi

Jane è una donna indipendente ma fragile, cede all’amore di Rochester e cede quasi alla proposta del reverendo St. John quando le chiede di sposarla (benché non la ami) per portarla come sua moglie in India. Jane si guadagna da vivere come insegnante e dispone di denaro, cosa alquanto anomala nell’Inghilterra vittoriana.

Lo stile di Charlotte Brontë è avvincente e intrigante: si riferisce in modo diretto al lettore e la vicenda è narrata in prima persona da Jane Eyre. Questo romanzo di formazione mi ha letteralmente conquistata con i suoi colpi di scena e sopratutto con le magnifiche descrizioni che Charlotte Brontë regala al lettore. Le atmosfere vittoriane e le suggestioni paesaggistiche dell’Inghilterra dell’Ottocento sono rese con vivacità notevole. Ho apprezzato in modo particolare le citazioni della Bibbia e dei capolavori che Charlotte Brontë aveva letto, quali Scott, Shekeaspere e i Lake Poets, nonché molte citazioni artistiche di pittori più o meno famosi.

Jane Eyre è secondo me un romanzo che deve essere letto perché è un classico, senza mai essere noioso, che apre le porte su uno spaccato di vita quotidiana femmilie molto interessante, ed è completamente privo del cliché dell’epoca per cui è decisamente innovativo e geniale.

Charles Dickens | Le avventure di Oliver Twist

Per la mia rubrica mensile di giugno “Un classico al mese“, puntata #6, ho deciso di leggere un grande Classico, uno di quelli con la C maiuscola. Ora che sono uscita – a malincuore – dall’universo di Oliver Twist mi trovo in difficoltà commentarlo, poiché è impossibile condensare in poche righe un romanzo del genere. Ci proverò lo stesso, sperando di ottenere un modesto risultato.

Titolo: Le avventure di Oliver Twist

L’autore: Charles Dickens (Portsmouth, 1812 – Gadshill, 1870) è stato uno scrittore, giornalista e reporter britannico. E’ considerato uno dei più importanti e popolari romanzieri di tutti i tempi.

Editore: Oscar Mondadori

Il mio consiglio: assolutamente sì, è un romanzo magnifico che merita di essere letto e riletto

Vicino a quel tratto del Tamigi ove sorge la chiesa di Rotherhithe, ove gli edifici lungo la riva sono più sudici e le imbarcazioni sul fiume più annerite dalla polvere di carbone e dal fumo che scaturisce dai bassi tuguri pigiati gli uni contro gli altri, v’è la più sporca, la più bizzarra e la più straordinaria delle tante zone nascoste di Londra, la cui esistenza e addirittura il suo nome sono ignorati dalla grande maggioranza dei londinesi.

Mentre leggevo Oliver Twist, in particolare le bellissime descrizioni dei luoghi che Charles Dickens dipinge con la sua magistrale penna, vedevo continuamente davanti agli occhi i dipinti di John Atkinson Grimshaw, pittore vittoriano vissuto nella seconda metà dell’Ottocento. Ho iniziato Oliver Twist con un po’ di timore vista la mole e mi dicevo “cosa mai potrà accadere ad un orfanello da riempire 520 pagine!”. In effetti, il povero Oliver ha avuto una vita molto avventurosa e tormentata, tanto che mentre leggevo volevo andare avanti per scoprire il segreto della famiglia di Oliver, ma temevo anche di finirlo troppo presto, perché di questo romanziere me ne sono proprio innamorata.

Oliver Twist è stato scritto a puntate tra il 1837 e il 1838, e secondo me è proprio questa la sua forza: Dickens doveva far sì che i lettori acquistassero l’inserto della settimana successiva, per scoprire cosa succedeva all’orfanello, per questo arricchiva il racconto con colpi di scena alla fine dei capitoli. Questa tattica ha reso il romanzo decisamente avvincente e interessante, tanto che a mezzanotte spesso mi ritrovavo con il libro ancora in mano 🙂

Nato in un ospizio per poveri, la madre muore poco dopo il parto e sin dall’infazia subisce torti e soprusi; inizia la lavorare a 9 anni, presso un commerciante di bare ma poi fugge, per cercare di cambiare la sua condizione di piccolo schiavo. Giunge a Londra e incontra una banda di ladri, comandata dal tremendo Fagin, l’ebreo senza scrupoli che raccatta di ragazzini di strada e li inizia all’arte dei furti. Oliver non vuole rubare a nessuno, nemmeno ai ricchi, ma viene incolpato di un furto messo in prigione ma poi scagionato da un misterioso benefattore. In queste righe c’è circa la prima metà del romanzo, ma molto deve ancora accadere nella seconda metà.

Oliver Twist per me è stato un viaggio nella fumosa Londra vittoriana, piena di contraddizioni messi in luce dallo humor nero di Dickens. Oliver è la vittima di una società che cerca di sfruttare i poveri per trarne il più possibile beneficio; Oliver vive in una città dove dilaga il lavoro minorile senza condizioni di sicurezza e igiene, dove i poveri muoiono negli ospizi e vengono ammassati nelle fosse comuni perché i terreni costano.

Il romanzo di Dickens potrebbe sembrare un romanzo di formazione, ma in realtà è uno dei primi esempi di romanzo sociale, dove viene analizzata una società in tutte le sue contraddizioni, pregiudizi e soprusi. Oliver, però, nonostante le mille avversità e difficoltà non smette di sperare in un cambiamento e nonostante possa sembrare semplice guadagnarsi da vivere in modo disonesto, lui non accetta.

La storia mi ha coinvolta anche perché Dickens, oltre che un favoloso narratore, ci ha messo anche una puntina di giallo in questo racconto: infatti, quando Oliver arriva dal suo misterioso benefattore, ecco che Dickens ci rivela che il ritratto di una ragazza assomiglia in tutto e per tutto all’orfanello. Come mai?, ci chiediamo per tutta la durata del romanzo. Dickens ce lo svela alla fine, con abili colpi di scena e con uguale abilità tira i fili del racconto senza lasciare niente al caso.

Dickens divide nettamente l’universo dei suoi personaggi: ci sono i cattivi, ovvero la banda di ladri, da Fagin al terribile Bill Sikes, alla povera Nancy una prostituta che vive con loro ma alla fine cerca la redenzione; ci sono i buoni Oliver in primis, ma anche la signora Maylie e la buona nipote Rose, e il signor Brownlow; inoltre ci sono i mezzi buoni/cattivi, i gestori dell’ospizio dove è nato Oliver, che si vendono per poche sterline ma alla fine non verranno puniti in modo pesante. Dickens non dmentica nessuno e negli ultimi capitoli sistema tutti.

Con queste descrizioni e questi ritratti, sia dei personaggi accuratamente tratteggiati e dei luoghi che sembrano tanto reali da esser lì con Oliver, “Le avventure di Oliver Twist” conquistano nel mio cuore un posto speciale. Certamente continuerò a leggere romanzi di Dickens perché sono avvincenti, emozionanti, coinvolgenti e insomma… io vorrei leggere solo romanzi come questi!