Venedikt Erofeev | Mosca-Petruškì poema ferroviario

Per poco meno di cinque anni ho preso quotidianamente il treno per recarmi all’università. Ho viaggiato con ogni condizione climatica e spesso accadevano cose surreali, come il crollo di un albero sui binari o lo sviluppo di un incendio nella cabina del motore. Qualche tempo dopo i treni si sono ammodernati e queste bislaccherie non sono più successe. Quando ho scoperto “Mosca-Petruškì poema ferroviario” di Venedikt Erofeev (Quodlibet, trad. P. Nori, 205 pagine, 15 €) ho voluto leggerlo proprio per la mia passione per i viaggi in treno: è stato un viaggio particolare che non mi ha convinta del tutto, ora vi spiego il perché.

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Tutti dicono: il Cremlino, il Cremlino. Con tutto quello che ne ho sentito dire, non l’ho mai visto. Quanto volte ormai (mille volte), con addosso il ciclone o l’anticiclone ho attraversato Mosca da nord a sud, da occidente a oriente, dall’inizio alla fine, da una parte all’altra e a casaccio, non l’ho mai visto neanche una volta. E ieri, ecco, non l’ho visto neanche ieri, eppure ho girato tutto il giorno intorno a quei posti lì, e non è che fossi neanche tanto ubriaco: uscito dalla stazione Savlskaja avevo bevuto per cominciare un bicchiere di vodka del Bisonte perché so per esperienza che, come decotto mattutino, il genere umano non ha ancora inventato niente di meglio. Quindi. Un bicchiere di vodka del Bisonte [Mosca-Petruškì poema ferroviario, Venedikt Erofeev, trad. P. Nori]

Venedikt è stato uno scrittore e poeta russo, e come molti russi amava placare la sete che lo ardeva con qualcosa di forte. Fu un personaggio sopra le righe in modo quasi assurdo: riuscì a iniziare un sacco di mestieri, senza mai mantenerne a lungo uno; fu vagabondo e disoccupato, attirandosi addosso non poche antipatie, sia da parte dei governatori che degli altri scrittori. Era nato nella penisola di Kola, quella lingua di terra che si trova oltre il Circolo Polare Artico, ma durante tutta la sua vita ha vagato in lungo e in largo nell’Unione Sovietica.

Mosca-Petruškì poema ferroviario” inizia con il giovane Erofeev che ha conosciuto una ragazza a Petruškì e vuole raggiungerla. Prende il treno da Mosca, deciso ad andare a Petruškì e durante il viaggio scorre soprattutto tantissimo alcool. E’ un lungo viaggio costellato da bevute, risate, discorsi assolutamente sconnessi e personaggi tanto bislacchi da sembrare irreali.

Scritto circa negli Anni Settanta, leggendo i discorsi frammentari e spesso sconnessi di Erofeev e dei compagni di viaggio, si percepisce il grande disagio che aleggiava nell’Unione Sovietica. Mi ha fatto moltissima impressione leggere quando si bevesse, senza dubbio per alienarsi e non pensare alla propria condizione. Erofeev scrive anche le “ricette” per produrre delle sostanze fortemente alcooliche in casa, usando il lucido delle scarpe, colle e vernici varie, lacche per capelli.

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Stazione ferroviaria di Mosca (fonte: Sergey Tchernyakov, Flickr, CC0 1.0 Universal (CC0 1.0) immagine di dominio pubblico)

Mosca-Petruškì poema ferroviario” è un libro che non mi ha convinta del tutto e posso dire che non mi sia piaciuto come speravo. Il primo centinaio di pagine ha catturato la mia attenzione, mentre la seconda parte mi ha annoiata parecchio.

Oltre alla mia passione per i viaggi in treno, ero rimasta affascinata da questo libro perché nella presentazione vi era scritto che fu uno dei libri proibiti in Unione Sovietica, ma che circolava clandestinamente. Vide infatti le stampe ufficiali nel 1973 in lingua russa in Israele, mentre in Russia fu ammesso ufficialmente solo nel 1990, dopo la morte dell’autore. Quando in Russia uscì legalmente ricevette molte approvazioni, in particolare da Limonov, che lo invidiava anche un po’.

Curiosamente Erofeev volle che il suo libro costasse quanto una bittiglia di vodka: quest’affermazione credo riassuma molto bene il rapporto tra l’autore e l’alcool.

I fiumi di vodka e altri alcolici, i discorsi un po’ sconnessi, la mia scarsa conoscenza della storia della Russia del Dopoguerra e la mia totale ignoranza nel cogliere sfumature di personaggi, eventi storici citati o luoghi, hanno fatto sì che non riuscissi ad apprezzare questo libro come probabilmente meritava.

Titolo: Mosca-Petruškì poema ferroviario

L’Autore: Venedikt Erofeev

Traduzione dal russo: Paolo Nori

Editore: Quodlibet

Perché leggerlo: se siete appassionati di storia moderna russa, viaggi in treno, deliri alcoolici e se siete disposti a sopportare fiumi di vodka tanto da farvi ubriacare attraverso le pagine.

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Elmar Grin | Vento del Sud

C’è una nazione, lassù nel Nord, un Paese che pare una fiaba, tutto neve, boschi e foreste, notti luminose in estate e abbaglianti aurore boreali in inverno. Il romanzo “Vento del Sud” di Elmar Grin (marcos y marcos, 252 pagine, 18 €) parla della Finlandia, dei suoi vicini bellicosi, l’Unione Sovietica, e racconta delle sue genti, timorose e remissive come Einari e forti e accese come Vilho. A unire tutti gli animi c’è la voglia di essere uomini liberi.

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Titolo: Vento del Sud

L’Autore: Elmar Grin è lo pseudonimo di Aleksander Vasil’evič Jakimov, nato nel 1909 nella campagna russa ai confini con la Finlandia. Poeta e autore di diversi romanzi, ha vinto il premio Stalin con il libro “Vento del Sud”

Traduzione: Pietro Zveteremich

Editore: marcos y marcos

Il mio consiglio: per chi sogna il Nord, per chi crede che i sogni si realizzino credendoci e combattendo, per chi riesce ad aprire gli occhi e a capire come non farsi mettere i piedi in testa e per chi cerca di diventare una persona coraggiosa.

La neve non frusciava, non cigolava, ma davvero suonava e cantava sotto i nostri piedi e i pattini della slitta. E quella che si rovesciava dall’alto era fine e asciutta come cipria. Si capiva perché i russi che erano all’offensiva sul fronte si fossero fermati. Li aveva fermati il nostro gelo finnico, la neve li aveva fermati. Ce n’era molta in quell’inverno terribile. Aveva schiacciato ogni cosa a terra e innalzato sulla sua superficie grossi ostacoli friabili. Quando la strada arrivava alla discesa dell’avvallamento, non vedevamo un intero mare di neve che inondava di bianche ondate i boschi che crescevano in basso. Prova ad attraversare quel mare in cui alberi enormi insieme ai loro rami frondosi sono affondati sino a metà tronco. Mentre ti dibatti in quel mare, la mitragliatrice o il mitra finlandese ti ha trapassato tre volte [Vento del Sud, Elmar Grin, P. Zveteremich]

Einari è una brava persona, padre e marito affettuoso, gran lavoratore stacanovista. Vive umilmente nella campagna finlandese, in una casetta molto piccola, esposta a Nord, dove la luce non arriva quasi mai poiché una grande roccia la scherma. Einari non si lamenta: lavora da più di venticinque anni per il signor Kurkimiaki, ricco proprietario terriero.

Il fratello di Einari, Vilho, è invece una persona che non vuole accettare la sua condizione di operaio al servizio di un ricco sfruttatore che possiede un grande caseificio, ha idee sovversive e molto vicine a quelle comuniste e il suo orgoglio è tanto forte da rinunciare all’amore della figlia del signor Kurkimiaki, per non “contaminarsi” con i padroni.

Quando nel 1939 l’URSS bombarda un villaggio russo e accusa la Finlandia, inizia la Guerra d’Inverno. Il padrone di Vilho, per liberarsi di quest’operaio scomodo e sovversivo, ritiene che il ragazzo non sia indispensabile per la produzione e lo manda al fronte a combattere contro l’Unione Sovietica.

Per molto tempo Einari non conosce il destino del fratello ribelle. Alcuni gli dicono che è morto, altri che è stato fatto prigioniero e torturato. Qualche tempo dopo, anche per Einari è ora di andare al fronte, di lasciare la sua casetta, le sue aiuole di girasoli e il lavoro dal signor Kurkimiaki. La guerra farà capire molte cose a Einari e al ritorno il mite contadino finlandese non sarà più lo stesso.

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Tramonto in Finlandia (fonte: Hillosensalmi, Wikipedia, pubblico dominio)

Era come se sognassi. Tutto andava sottosopra per me nel mondo, e cessai di rammentare chi fossi e dove. Ma se quello era un sogno, era un sogno tremendo, affatto somigliante a quello in cui una piccola casetta rossa con le finestre bianche se ne sta tranquilla e silenziosa all’ombra di una roccia, su un poggio pietroso e scosceso (…) Non potevo capire nulla e neppure cercavo. Pensavo soltanto a fare in modo che non si accorgessero di me. Ma chi avrebbe dovuto accorgersi di me? Che cosa contavo io in mezzo a quella frastornante zuppa di fuoco e ferro, che l’obliqua, gelida pioggia sferzava in silenzio? [Vento del Sud, Elmar Grin, P. Zveteremich]

Vento del Sud” è narrato in prima persona da Einari con un tono disincantato e quasi fiabesco anche quando si parla di guerra, una storia a tratti appassionante e scorrevole e a tratti è decisamente più lenta. E’ un romanzo che anzitutto celebra la patria di Suomi attraverso gli occhi di due fratelli, con caratteri e idee diametralmente opposti: quanto Vilho è combattivo, tanto Einari è remissivo.

Entrambi i fratelli conosceranno la crudeltà della guerra, in due momenti diversi: Vilho partecipa alla Guerra d’Inverno tra il 1939 e il 1940 combattuta tra URSS e Finlandia, mentre Einari viene arruolato per la Guerra di Continuazione dal 1940 al 1944, sempre contro i Russi. Se a Vilho la guerra appassiona – benché parrebbe quasi preferire i russi ai finlandesi – a Einari della guerra interessano solo i marchi di paga. Delle idee, Einari non sa che farsene, con i marchi guadagnati sogna di acquistare una mucca.

Ma durante i mesi trascorsi nelle trincee gelide e fangose nel cuore e nella mente di Einari scatta qualcosa, e non è solo l’odio per il nemico o quella sgradevole sensazione di dover uccidere un uomo: Einari al ritorno della Guerra di Continuazione è una persona diversa, più consapevole, più matura. E si rende conto di tutto il tempo che ha trascorso lasciandosi vivere dagli altri, senza mai prendere sul serio le redini della sua esistenza, affermando le sue volontà.

Ho ancora bisogno di indicazioni e di maestri. Per ora ho capito una sola cosa, che i doveri di un uomo di fronte alla propria patria non stanno soltanto nel lavorare tranquillo, nel mangiare e nel bere. Di questo è capace anche un uomo che non ha patria (…) La nostra Suomi ha da inghiottire ancora non poche fatiche e affanni, prima di poter respirare soddisfatta a pieni polmoni e di poter allargare di sollievo le spalle. Ma se hanno già cominciato a esserci degli uomini come te, questo tempo non è più lontano (…) [Vento del Sud, Elmar Grin, P. Zveteremich]

Vento del Sud” di Elmar Grin racconta cosa accade ad un uomo quando prende coscienza di sé: per Einari serve la guerra a fargli capire quanto suo fratello Vilho avesse ragione. Essere schiavi di un padrone che si finge gentile ma in realtà è crudele, non possere nulla di proprio e sentirsi minacciati da uno scomodo e bellicoso vicino di casa – l’Unione Sovietica – non è la vera vita, non è quello che Einari si è sempre auspicato. Ma nell’esistenza tutto può cambiare, anche all’improvviso, e ci sono eventi che fanno mutare opinioni e aiutano a trovare il coraggio per iniziare finalmente a vivere.

Vi sono dei giorni nella vita in cui per qualche segreto motivo, si vuole cantare o gridare a gola piena qualcosa. Ma perché far chiasso inutilmente? Se si ascolta e si guarda attentamente quel che c’è in giro, si capisce che nella rigida Suomi tutto canta in giornate come queste, quando soffia il vento del Sud. [Vento del Sud, Elmar Grin, P. Zveteremich]

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Kevo Strick Nature Reserve in Finlandia (fonte: Ilona Simomaa, Wikipedia Commons, CC BY-SA 3.0)

Vasilij Grossman | Tutto scorre…

Se voi poteste sfogliare la mia copia de “Tutto scorre…” di Vasilij Grossman (Adelphi, 229 pagine, 11 euro) la trovereste piena di sottolineature, da una semplice riga a due pagine intere di concetti che mi hanno colpita. “Tutto scorre…” è stato un regalo di Natale che ho divorato entro la fine del 2015 e finalmente mi accingo a parlarvene. Credo che “Tutto scorre…” sia un’opera imporante, un caposaldo del realismo socialista, credo che sia fondamentale per lanciare uno sguardo sulla Russia del Dopoguerra e per capire come il sogno sovietico si sia infranto in mille pezzi o forse non sia mai nato.

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Titolo: Tutto scorre…

L’Autore: Vasilij Grossma (1905 – 1964) è stato uno scrittore russo, uno dei più importanti del realismo socialista. Oltre “Tutto scorre…”, Adelphi ha pubblicato altre opere quali “L’inferno di Treblinka”, “Vita e destino” e “Il bene sia con voi!”

Traduzione dal russo: Gigliola Venturi

Editore: Adelphi

Il mio consiglio: sì, è uno dei romanzi imprescindibili per capire il Novecento

Quella mattina si era svegliato, sul treno, con una sensazione di irremediabile solitudine. L’incontro del giorno precedente con il cugino lo aveva riempito di amarezza, e Mosca lo aveva assordato, soffocato. La mole degli altissimi edifici, il flusso delle macchine, i semafori, la folla che marciava sui marciapiedi, tutto gli era estraneo, inconsueto. La città gli era parsa un enorme meccanismo ammaestrato che ora s’immobilizzava al segnale rosso, ora ricominciava a muoversi col verde… Quante cose aveva visto la Russia in mille anni della sua storia. Negli anni sovietici poi, aveva veduto formidabili vittorie militari, grandiosi cantieri, nuove città, dighe che sbarravano il corso del Dnepr e della Volga, un canale che univa i mari, e possenti trattori, e grattacieli… Una cosa sola la Russia non aveva visto in mille anni: la libertà. [Tutto scorre…, V. Grossman, trad. G. Venturi, citazione pagine 58-59]

Un treno corre verso Mosca con il suo carico di esseri umani, pronti per essere scaricaricati nella capitale russa. Tra i passeggeri c’è anche Ivan Grigor’evic, che dopo quasi trent’anni di prigionia può assaporare nuovamente la libertà. Ivan Grigor’evic raggiunge la casa del cugino Nikolaj Andreevic, ma dopo così tanto tempo non si riconoscono quasi più.

I due cugini non potrebbero essere più diversi: Nikolaj è uno scienziato, ha conseguito un dottorato e ha un posto di lavoro di prestigio solamente perché ha sempre asservito e assecondato il potere come un vigliacco, votando consapevolmente contro degli innocenti che sono stati spediti nei lager della Siberia.

Ivan Grigor’evic, invece, è un uomo che sin da giovane non ha mai voluto piegarsi al potere, non ha mai voluto essere uno schiavo dello Stato, un automa, un uomo senza pensiero proprio e aveva difeso il diritto alla libertà, pagando queste affermazioni fatte durante un seminario di filosofia all’università con trent’anni di lavori forzati, nella gelida e insopitale Siberia.

Ivan Grigor’evic rifiuta l’invito di Nikolaj di fermarsi da lui a Mosca, si sposta a Leningrado dove incontra la persona che lo aveva denunciato, inizia a vagare prima per la città e poi spostandosi in periferia. Trova alloggio in affitto presso una donna di nome Anna Sergeeva, una vedova che lavora in una mensa e che si occupa del nipotino mentre suo figlio è lontano a servire l’esercito nelle truppe di riserva. Ivan Grigor’evic inizia a lavorare in un artel, una cooperativa di lavoro, ma i guadagni son molto bassi e il lavoro davvero duro, e spesso rievoca i ricordi dei lager e del lavoro nella Kolyma, in Siberia.

D’un tratto Ivan Grigor’evic rifletté: chissà, era quella magari la mia strada, il mio destino. Sì, con quei carri merci mi sono messo per via. Ed ecco, adesso il viaggio è finito. Quei ricordi del lager, che spesso si risvegliavano in lui senza un nesso specifico, lo tormentavano con la loro caoticità. Egli sentiva, ricordava che si può venire a capo del caos, che esistevano in lui le forze per farlo e che adesso, finita la strada del lager, era venuto il momento di vedere l’evidenza, di distinguere quali erano le regole in quel caos di sofferenze, quali le contraddizioni fra colpa e santa innocenza, tra il falso riconoscimento dei propri delitti e la devozione fanatica, tra l’assurdità dell’assassinio di milioni di persone innocenti e di gente devota al partito, e il ferreo significato di quegli assassinii. [Tutto scorre…, V. Grossman, trad. G. Venturi, citazione pagine 108]

Posso affermare senza tanti giri di parole che la lettura di “Tutto scorre…” di Grossman mi ha profondamente turbata ma nello stesso tempo ha rafforzato fermamente alcune mie convinzioni, che ora trovano fondamento nelle affermazioni di Grossman, giacché l’Unione Sovietica l’ha vissuta.

Se la grama realtà della privazione dei diritti umani fondamentali nei lager e nei gulag sovietici in Siberia la conoscevo già grazie ad altre letture, posso dire che sono rimasta fortemente sconvolta nell’apprendere che nello Stato socialista impediva gli scioperi ai lavoratori; lucrava sul lavoro dei miserabili (se un fabbro per una riparazione avrebbe preso 25 rubli, lavorando per lo Stato ne avrebbe percepiti 2, i restanti avrebbero ingrassato le casse sovietiche); e soprattutto tra gli anni Venti e Trenta lo Stato sovietico aveva confiscato le terre appartenenti ai kulaki, i contadini porprietari di terre, riducendoli alla miseria, alla fame e alla morte (e vi assicuro che i capitoli dedicati alla spiegazione della dekulakizzazione sono terribili da leggere, alla descrizione della morte dei bambini non mi ci abituerò mai).

Ci sono poi i capitoli dedicati all’ideale padre dell’Unione Sovietica, Lenin, e quelli che spiegano la presa di potere del “butterato figlio di un ciabattino di Gori“, il georgiano meglio noto con il suo soprannome inquietante, uomo d’acciaio, Stalin.

L’intolleranza, l’insistenza, l’irremovibilità di Lenin verso chi la pensava diversamente, il disprezzo per la libertà, il fanatismo della sua fede, la crudeltà verso i nemici – tutto quello che portò alla vittoria la causa di Lenin – è stato generato, forgiato negli abissi millenari della vita schiavistica russa, nella non-libertà russa. E’ questa la ragione per cui la vittoria di Lenin rese servizio alla non-libertà. [Tutto scorre…, V. Grossman, trad. G. Venturi, citazione pagine 201]

Come ho scritto nell’introduzione, la lettura del breve “Tutto scorre…” di Vasilij Grossman è una lettura imprescindibile per comprendere il Novecento. Non ci si può fare un’idea completa di cosa è stata l’Unione Sovietica se non si leggono libri come questo. Nelle scuole italiane si parla solo dei lager dove i tedeschi sterminavano senza pietà gli ebrei, mentre vengono quasi del tutto ignorati i lager siberiani dove i nemici dello Stato sovietico andavano a morire. E l’ignoranza dei lager siberiani è sbagliata, secondo me, perché come scrive Grossman “un cupo e tetro male snaturava la gente dei lager, cancellandone l’umanità” e questa affermazione vale per tutti i prigionieri, nessuno escluso.

Così come in Italia esiste – giustamente! – il reato di apologia del fascismo, esiste nel mondo il reato di apologia del comunismo e la costituzione dei partiti comunisti vigente nei seguenti Paesi: Estonia, Lettonia, Lituania, Bulgaria (dove il comunismo ha portato alla catastrofe nazionale) e Romania. Mentre esiste il reato di apologia del comunismo e dei suoi simboli nei seguenti Paesi: Polonia (dove vige anche il divieto di commercializzare e riprodurre simboli fascisti e totalitaristi anche attraverso Internet), Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria (valevole anche per i simboli fascisti e in generale i regimi totalitari del Novecento), Georgia e Ucraina (che mette sullo stesso piano i simboli nazisti e comunisti, accomunandoli con il loro carattere criminale).

Da una lettura come questa, io ne esco profondamente sconvolta e incredula: nella mia mente stridono i connubi “comunismo e libertà” e “fascismo e libertà“, perché in ogni dittatura – di qualsiasi orientamento politico – la libertà è la prima cosa che si sopprime per mantenere il regime del terrore.

Arkadi e Boris Strugatzki | Picnic sul ciglio della strada

Ho volteggiato attorno a “Picnic sul ciglio della strada” di Arkadi e Boris Strugatzki (Marcos y Marcos, 222 pagine, 15 euro) per un bel po’ di tempo, affascinata dalla trama e dalla copertina, così apparentemente anonima ma curatissima. Ho trovato questo libro in offerta alla Fiera del Libro di Fenestrelle, assieme ad altri libri editi dalla Marcos y Marcos, di cui ho fatto riccamente man bassa. Approfittando del prezzo decisamente esiguo, ho iniziato a leggere il romanzo più famoso dei fratelli Strugatzki con divorante curiosità. Il risultato finale è un consiglio a metà: leggetelo solo se siete davvero motivati e appassionati del genere.

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Titolo: Picnic sul ciglio della strada Stalker

Gli Autori: Arkadi e Boris Strugatzki sono due fratelli russi. Arkadi è un vero scrittore, mentre Boris è un astrofisico. Assieme i due hanno descritto scenari plausibili del futuro lontano e di quello prossimo. Nel 1972 firmano il loro romanzo più famoso “Picnic sul ciglio della strada Stalker”, epico gioiello della letteratura fantascientifica.

Traduzione: Luisa Capo

Editore: Marcos y Marcos

Il mio consiglio: solo ai veri appassionati del genere

“Il picnic è solo una mia ipotesi. Anzi, neanche un’ipotesi in realtà, ma, così, un quadro… I cosiddetti xenologi seri tentano di sostenere versioni molto più solide e lusinghiere per la vanità dell’uomo. Per esempio, che non c’è stata nessuna Visita, che la Visita ci deve ancora essere. Una qualche mente elevata ha gettato sulla Terra dei contenitori con alcuni campioni della loro cultura materiale. Aspettano che noi studiamo questi modelli, realizziamo un salto tecnologico e diventiamo capaci di mandare un segnale di risposta, il che starà a significare che siamo regolarmente preparati al contatto… Come le pare?” [Arkadi e Boris Strugatkzi, Picnic sul ciglio della strada, citazione pagina 156]

Marmont è una città industriale russa come tante. Casermoni tutti uguali, cemento e grigiume che avvolge tutto. Eppure, poco oltre i confini della città vi è un posto ove la natura non obbedisce alle classiche leggi, un luogo dove si verificano strani fenomeni dalle caratteristiche uniche. Questo posto è definito in gergo la Zona, un’area pericolosa e protetta dai militari, non solo per i rischi mortali che si corrono entrandoci ma perché all’interno sono custoditi oggetti preziosissimi.

La periferia di Marmont ospita una delle sei Zone al mondo dove è avvenuta la Visita, secondo il fisico Valentin Peelman. Ma che cosa è avvenuto esattamente nella Zona? Una civiltà extraterrestre ha lasciato tracce del suo passaggio, come se avessero fatto un picnic lungo la strada abbandonando poi oggetto strani, pericolosi ma ricercati dal mercato nero. Tanto che, l’Istituto delle cività extraterrestri di Marmont studia questi oggetti e cerca di difenderli dai temibili Stalker, uomini disperati che si buttano nella Zona – consci dei pericoli – per raccattare metalli preziosi o strani strumenti da rivendere ai ricettatori.

Redrich Schouart, in arte Roscio, è un ex-Stalker che ora lavora per l’Istituto delle civiltà extraterrestri, anche se il suo lavoro non lo gratifica come quando era uno Stalker ed entrava illegalmente nella Zona. E come tutti gli Stalker è ancora affascinato da un oggetto, capace di realizzare tutti i desideri di un uomo, che forse esiste solo nella fantasia dello Stalker Beccamorti, l’uomo che ha perso le gambe per essere caduto nella “gelatina di strega“. Ma Roscio, nonostante il lavoro legale, è troppo affascinato dall’oggetto e dal suo potenziale, tanto da decidere di ritornare di nuovo uno Stalker…

Il romanzo è suddiviso in quattro parti che abbracciano un arco temporale di circa otto anni. Nella prima parte, Roscio racconta in prima persona il suo lavoro all’Istituto e la tragica fine dell’amico Kirill, finito dentro una strana ragnatela della Zona. Nella seconda e quarta parte, affidate alla narrazione di Roscio – entrambe in terza persona – veniamo a conoscenza dei progetti di Roscio come Stalker; nella terza parte la narrazione in terza persona è affidata a Richard H. Noonan, che colloquiando con il professor Peelman cerca di sviscerare i misteri della Zona.

Raccontato così, credo che questo romanzo attirerebbe chiunque appassionato del genere. In effetti, la trama, le idee e i cambi di narrazione rendono completa la storia della Zona e della misteriosa visita extraterrestre. Allora, che cosa non mi ha convinta? Anzitutto, la narrazione: molto lenta a tratti, tanto da rendere faticosa la lettura. Inoltre, mi sarei aspettata un contatto tra le due civiltà, terrestre ed extraterrestre, ma nel romanzo gli extraterrestri sono solo supposizioni del professor Peelman. E poi, non mi ha convinta la fine: mi è sembrato un finale troppo aperto per una storia che dovrebbe concludersi con questo unico romanzo (non mi risulta che ci siano sequel tradotti in italiano).

Ecco, credo di essere stata delusa dalle poche spiegazioni che i fratelli Strugatzki ci hanno dato: mi sarei aspettata di risolvere molti più misteri, data la mia innata curiosità, che invece son rimasti tali al termine della storia. Resta comunque vivo il mio interesse verso la fantascienza, genere che ho ‘scoperto’ da poco, e sarei curiosa di leggere l’altro romanzo dei fratelli Strugatzki pubblicato da Marcos y Marcos “E’ difficile essere un dio“.

“Felicità per tutti, gratis, e che nessuno debba andarsene inascoltato!” [Arkadi e Boris Strugatkzi, Picnic sul ciglio della strada, citazione pagina 222]

Anna Politkovskaja | Proibito parlare

Il 7 ottobre 2006 la giornalista russa Anna Politkovskaja rincasava nel suo appartamento a Mosca dopo aver fatto la spesa; il tempo di entrare nell’androne del palazzo dove abitava ed ecco un lampo accecante, anzi tre: colpi di pistola sparati in modo ravvicinato. Il primo, è quello letale, gli altri sono un in più, il sicario doveva essere sicuro che il lavoro fosse andato a buon fine. Senza fretta, senza correre, l’uomo (o la donna?) si allontana dal luogo del delitto, lasciandosi dietro il cadavere di Anna Politkovskaja.

Titolo: Proibito parlare

L’autrice: Anna Politkovskaja (New York 1958 – Mosca 2006) è stata una giornalista e attivista per i diritti umani in Russia e in Cecenia. Ha lavorato per molti giornali, in particolare la Novaja Gazeta, unico giornale indipendente in Russia. I suoi reportage dettagliati e documentati le hanno valso molti premi. Dopo aver ricevuto minacce di morte, dopo essere stata arrestata, dopo un tentativi di avvelenamento fallito, Anna è stata uccisa per mano di ignoti il 7 ottobre 2006, giorno del compleanno di Vladimir Putin, da lei sempre aspramente criticato nei suoi articoli

Traduzione: Erika Casali, Martina Cocchini e Davide Girelli

Editore: Mondadori

Il mio voto: 4/5

Io vivo la mia vita e scrivo di ciò che vedo. Anna Politkovskaja

Proibito parlare è una raccolta di articoli scritti da Anna Politkovskaja e che abbracciano una serie di argomenti che vanno dalle guerre in Cecenia, all’assedio del Teatro Dubrovka a Mosca, fino alla mattanza di Beslan e infine alcuni articoli sulla Russia di oggi.

Anna Politkovskaja era una giornalista che aveva deciso di denunciare soprusi e violazioni dei diritti umani, senza mai nascondersi dietro l’anonimato, ma firmando sempre i suoi articoli; in prima linea assieme ai più deboli, Anna Politkovskaja intervistò molte persone nel corso della sua carriera e fu tra i negoziatori durante l’assedio del Teatro a Mosca. La Politkovskaja piaceva ai lettori della Novaja Gazeta, perché aveva uno stile forte, chiaro e diretto. Avendo vissuto sulla propria pelle queste storie, le sapeva rendere in modo preciso ed efficace. Il linguaggio scelto da Anna Politkovskaja era chiaro e rigoroso, adatto per essere compreso da tutti i tipi di lettori. Ma Anna Politkovskaja nel corso della sua carriera si era fatta più di un nemico, sia tra i russi che tra i ceceni.

La raccolta “Proibito parlare” è suddivisa in quattro parti. Analizzerò ogni parte mettendoci anche qualche mio commento personale.

Cecenia, tra dittatura e guerra

La prima parte della raccolta, raccoglie gli articoli sulle guerre tra Russia e Cecenia. La Cecenia è attualmente uno stato federato della Federazione russa, sembrerebbe uno stato autonomo, ma è solo una farsa: in Cecenia governa un dittatore. I russi non possono cedere l’indipendenza ai ceceni, per motivi puramente economici: in Cecenia vi sono interessanti riserve di gas e combustibili fossili. Ogni giorno in Cecenia i più elementari diritti umani vengono calpestati, ignorati, e la gente vive nella povertà più assoluta, senza avere nessun tipo di sussidio né dal governo ceceno né da quello russo. Chi può dalla Cecenia fugge, ma in Russia la vita del profugo ceceno è ancora peggio.

I militari di istanza in Cecenia si prendono ogni sorta di libertà sulla gente; questo comporta che senza preavviso possano venire a prelevare uomini per interrogarli o torturarli, oppure possano violentare le ragazze o possano dar fuoco alle proprietà della gente e addirittura sparare ai cani e ai gatti senza motivo. Anna Politkovskaja si è da sempre interessata a queste questioni e grazie ai suoi articoli forti e illuminanti, molte persone sono venute a conoscenza di queste drammatiche realtà.

Metti una sera a teatro (con il gas…)

Nella seconda parte, si parla della crisi del teatro Dubrovka. Mosca, 23 ottobre 2002, al teatro Dubrovka va in scena uno spettacolo ma durante l’intervallo un commando di 40 militanti armati ceceni entra nella sala e tiene in ostaggio e sotto tiro circa 850 spettatori. I terroristi ceceni rivendicavano la fedeltà ai separatisti ceceni e chiedevano l’immediato ritiro delle forze invasori russe dalla Cecenia, nonché la fine della seconda guerra cecena.

L’assedio dura oltre due giorni e si conclude con una mattanza causata dalle forze russe, che pompano un misterioso gas chimico all’interno dei condotti di areazione del Teatro, prima di fare irruzione nell’edificio. Ben 39 combattenti ceceni muoiono, ma con essi anche 129 ostaggi, asfissiati e uccisi dal misterioso gas. Molte altre persone hanno riportato danni e invalità permanenti. Tutti ovviamente hanno riportato danni psicologici notevoli.

Il misterioso gas usato dalla polizia speciale russa per stordire il commando ceceno è, con buone probabilità, Fenanyl un forse analgesico oppioide sintetico che in dosi elevate causa la morte immediata. Qualcuno sostiene addirittura che il composto chimico usato fosse gas nervino. La vicenda non è ancora stata del tutto chiarita.

Niente fiori, solo bottiglie d’acqua

La terza parte è dedicata agli articoli sulla strage di Beslan, la parte più breve ma più intensa. Mi chiedevo perché dopo la strage la gente portasse bottiglie d’acqua e non fiori. Non capivo che senso potesse avere. Beslan, solo sentire il nome di quella cittadina cecena mi fa accapponare la pelle.

1° settembre 2004, nella scuola n.1 di Beslan, nell’Ossezia del Nord, è il primo giorno di scuola. Ad accompagnare i bambini e i ragazzi ci sono amici e genitori, è in programma una bella giornata di festa. Ma quello che sta per succedere, cambierà la vita di centinaia di persone. Quello che sta per succedere è qualcosa di incredibilimente crudele e inimmaginabile.

Infatti, in mattinata, un gruppo di 32 ribelli fondamentalisti islamici e separatisti ceceni occupa la scuola n.1 e prende in ostaggio 1200 persone, tra adulti e bambini. Alcuni, riescono a scappare subito approfittanto della confusione iniziale, ma per molti quello è l’inizio di un incubo senza fine. L’assedio dura tre giorni, in quei giorni costantemente tenuti sotto tiro, bambini e adulti non possono mangiare né bere; il 3 settembre 2004 le forze speciali russe irrompono nella palestra della scuola n.1, dopo aver udito delle esplosioni, e inizia il massacro: muoiono 186 bambini, vi sono oltre 700 feriti.

Tra i sopravvissuti, la maggior parte dei bambini fu curata per ustioni, colpi da arma da fuoco, ferite dai detriti dei proiettili a frammentazione (proibiti!). Molti bambini persero occhi, arti, diventando così invalidi più o meno gravi. Anna Politkovskaja denunciò soprattutto l’incapacità del governo russo di dare assistenza psicologica adeguata a questa povera gente.

Oggi chi si reca nel grande cimitero di Beslan, non porta solo fiori, ma anche bottiglie d’acqua, perché i piccoli ostaggi non ne avevano ricevuta neppure una goccia.

Diritti umani negati: la Russia di oggi

Nella quarta ed ultima parte, ci sono alcuni articoli di Anna Politkovskaja in cui vengono raccontate storie di persone russe ai quali vengono negati o sono violati i diritti umani. Racconta così dei profughi ceceni in Russia, senza nessuna assistenza sanitaria, senza lavoro e senza copertura assicurativa. Si parla del drammatico caso di Denis, ancora oggi non del tutto chiarito: un ragazzo che una notte fu trovato riverso in strada e due sbirri credendolo un tossicodipendente, hanno accantonato vicino ai bidono dell’immondizia. Denis soccorso dalla gente del quartiere è stato portato in ospedale, ma qui per trentatré ore è stato lasciato in pronto soccorso, pensando che fosse solo sbronzo o drogato. Denis non era né sbronzo né drogato, ma era stato aggredito e qualcuno gli aveva sfondato il cranio. Da quelle drammatiche ore Denis riporterà invalità permanenti e un osteomielite cronica alle ossa del cranio.

Ma si parla anche delle truffe ai danni dei poveri orfani russi da parte dei loro stessi educatori, che si sono impossessati dei titoli di Stato che spettavano ai ragazzi per rifarsi una vita quando sarebbero diventati maggiorenni.

Insomma, il ritratto della Russia dei primi anni 2000 quando si pensava che ormai fosse diventata una democrazia, ma sotto sotto il cuore della dittatura pulsa ancora forte.

AA. VV. | Pro Armenia Voci ebraiche sul genocidio armeno

Deve essere noioso leggere di questa crudeltà, ma sono state riportate così tante, centinaia, forse migliaia, di storie simili, che è impossibile mantenersi nei giusti limiti quando si chiede a qualcuno che ne è al corrente. Si prova una sorta di esplosione, e di bisogno fisico di raccontare alcune delle cose che si sono viste o di cui si è udito parlare. E, per concludere, chi scrive chiede che gli sia consentito di dire alcune parole su come questi maccacri hanno influito sugli armeni, su come essi hanno inciso sull’intero impero turco e su chi sono i veri responsabili di questo bagno di sangue senza pari. [Aaron Aaronsohn “Pro Armenia”, memorandum presentato al ministero della guerra a Londra, il 16 novembre 1916]

1915

Titolo: Pro Armenia Voci ebraiche sul genocidio armeno

Gli autori: Antonia Arslan (Prefazione), Lewis Einstein (I massacri armeni), André Mandelstam (La Turchia), Aaron Aaronsohn (Pro Armenia), Raphael Lemkin (Dossier sul genocidio armeno), Francesco Berti e Fulvio Cortese (Postfazione)

Traduzioni: Rossanella Volponi

Editore: Giuntina Casa Editrice

Il mio voto: 5/5

Metz Yeghérn. Ho appena scritto due parole che forse non vi dicono nulla. Grande Male. Forse a qualcuno può venire in mente qualcosa, ma ad altri ancora nulla. Genocidio armeno. Adesso ci siamo, molti avranno sentito parlare del grande Genocidio armeno, Metz Yeghérn, come lo definiscono ancora oggi i pronipoti degli armeni scampati al massacro perpetrato nel 1915 per mano dei Giovani Turchi.

Il Novecento è stato il secolo dei genocidi e quello armeno è stato il primo di tutti in ordine temporale. Perpetrato a cavallo della Prima Guerra Mondiale, il genocidio armeno fu un vero e proprio massacro che ancora oggi le autorità dello Stato turco nega con presunzione. Per i turchi queste persone non sono mai state allontanate dalla Turchia, non sono mai state obbligate alle marce della morte nel deserto, queste persone per lo Stato turco non sono mai esistite, semplicemente: questi armeni non ci sono mai stati.

A cento anni esatti dall’inizio del genocidio armeno, escono per la prima volta tradotti in italiano quattro saggi che sono stati raccolti nel volume “Pro Armenia Voci ebraiche sul genocidio armeno” e sono stati scritti da autori di origini ebraiche ma di nazionalità differente: Lewis Einstein, americano (1877 – 1967) ha contribuito con I massacri armeni, scritto nel 1917; André Mandelstam, russo (1869 – 1948) autore del saggio La Turchia scritto nel 1918; Aaron Aaronsohn, romeno (1876 – 1919) ha scritto Pro Armenia nel 1916; infine, Raphael Lemkin, polacco, (1900 – 1959) scrive Dossier sul genocidio armeno.

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Le marce della morte

Attraverso i lucidi saggi dei quattro autori, si ripercorrono le cause predisponenti quello che passò alla storia come il Metz Yeghérn, il genocidio vero e proprio. Se un primo blando tentativo di eliminare gli armeni iniziò già tra il 1894 e il 1896 ad opera del sultano ottomano Abdul Hamid, è con l’avvento dei fanatici Giovani Turchi che il massacro diventa una vera e propria opera di sterminio pianificata nei minimi dettagli. Grazie al silenzio della Germania e ai disordini scatenati dalla Prima Guerra Mondiale, i Giovani Turchi puntano il dito contro gli armeni e li accusano di colpe che non hanno.

Gli armeni erano un pericolo per i Giovani Turchi che volevano creare uno Stato completamente omogeneo, sia dal punto di vista religioso che etnico. Gli armeni erano cristiani e avevano dei valori culturali differenti e richieste di autonomia, tutto ciò agli occhi dei Giovani Turchi era inaccettabile. I turchi non volevano solo cancellare il popolo armeno, con la sua religione e la sua cultura, ma avevano anche intenzione di rubar loro le terre e gli averi.

I Giovani Turchi allontanano gli armeni dalla penisola anatolica; promettono loro terre nuove e fertili da coltivare lungo il corso del Fiume Eufrate. Iniziano le “marce della morte“, perché durante il cammino per arrivare a quella sorta di terra promessa, i curdi assoldati dai turchi, attaccano e uccidono gli armeni. Gli armeni vengono spinti nei deserti e nei sentieri di montagna. Attendono estenuati i treni che portano l’acqua, ma quando questi convogli arrivano, i turchi li tengono indietro con le fruste e i macchinisti aprono i rubinetti  e la preziosa acqua viene gettata via, assorbita dal terreno, mentre gli armeni continuano a morire di sete.

Armeni crocifissi lungo le strade. Donne e ragazze violentate o comprate come schiave dai turchi e dai curdi. Bambini nati morti lungo il percorso. Cadaveri e cadaveri ammucchiati lungo i sentieri, mangiati dai cani randagi e dagli avvoltoi. Agguati all’improvviso e crudeli uccisioni di fronte agli occhi innocenti dei bambini superstiti.

croce

Donne armene crocifisse lungo le strade ad opera dei Giovani Turchi

E infine, l’arrivo alle paludi nei pressi dell’Eufrate per i pochi sopravvissuti. In questi spazi non vi sono terre fertili, il deserto è di giorno rovente, di notte gelido, non vi è riparo ma vi sono solo acquitrini che pullulano di zanzare portatrici di malaria.

Gli autori dei saggi scrivono con parole affilate come lame di bisturi una storia che a noi occidentali non può che colpire e inorridire, ma che deve penetrare nella nostra memoria e deve farci riflettere. Senza risparmiarsi i dettagli più dolorosi, questi lavori ci spiegano le origini e le cause di quello che passò alla storia come Metz Yeghérn, o il Grande Male. Spaventati, disgustati, attoniti, increduli, gli autori scrivono dei tormenti degli armeni senza sospettare minimamente che anche il loro popolo da sempre tormentato e umiliato – il popolo ebraico – sarà vittima poche decine di anni dopo, quando il popolo tedesco approfitterà della confusione della Seconda Guerra Mondiale per dare origine ad un nuovo atto di sterminio, un nuovo genocidio del Novecento: la Shoah, o l’Olocausto.

Evgenij Ivanovič Zamjatin | Noi

Io pensavo: come poté accadere che agli antichi non saltasse agli occhi tutta l’assurdità della loro letteratura e poesia? L’enorme e magnifica forza della parola artistica andò perduta per niente. E’ semplicemente ridicolo: ognuno scriveva quello che gli passava per la testa (…) Adesso la poesia non è più uno spietato fischio di usignolo: la poesia è un servizio statale; la poesia è utilità. [Noi, citazione pagina 87]

Titolo: Noi

L’autore: Evgenij Ivanovic Zamjatin (1885 – 1937) nacque a Lebedjan, nella Russia centrale. Studiò costruzioni navali al Politecnico di Pietroburgo, ma per presto scoprì la vocazione letteraria. Il romanzo “Noi” (1922) non fu mai pubblicato in Unione Sovietica e le traduzioni all’estero crearono difficoltà all’autore il quale, in una lettera del 1931, chiese a Stalin di poter andare in esilio. Morì a Parigi lasciando incompiuto il suo ultimo romanzo.

Traduzione: Ettore Lo Gatto

Editore: Garzanti (1972)

Il mio voto: 3/5

Il potere delle parole ha sempre fatto paura. Com’è possibile che un grande stato come l’Unione Sovietica potesse aver timore di un romanzo come “Noi”, scritto dall’ingegnere navale Zamjatin? Forse perché il contenuto di quelle pagine avrebbe potuto mettere grilli per la testa ai compagni dell’U.R.S.S.?

Il romanzo “Noi” fu letto e bocciato dai bolscevichi, quando Zamjatin glielo presentò nel 1922. Ma cosa continene di così scottante questo romanzo? E’ semplicissimo, si tratta di uno dei primi romanzi distropici russi. Zamjatin nel suo racconto, immagina, con molta fantasia, un’agghiacciante condizione futura di uomini che diventano quasi “macchine”. Con una previsione quasi precisa, Zamjatin descrive come lo Stato Unico alle soglie dell’anno 2000 d.C. vigila costantemente sulla vita dei cittadini, costringendoli ad una vita perfettamente cadenzata, dove ogni cosa – anche l’amore – ha un’utilità ed è organizzato matematicamente. Nello Stato Unico vengono aboliti anche i nomi, le persone – se così possiamo definirle – vengono nomitate attraverso una lettere e un codice numerico: ad esempio, il protagonista del romanzo si chiama D-503.

Zamjatin inizialmente aderì alla Rivoluzione Russa e appoggiò il bolescevichi, ma quello che successe al seguito delle due rivoluzioni di febbraio e ottobre lo gettò nello sconforto e nella delusione, tanto appunto da criticare aspramente il regime sovietico attraverso un libro terribilmente profetico.

Sotto l’influssio degli avvenimenti il romanzo divenne una protesta, una satira contro l’asservimento delle libertà e delle personalità” disse Zamjatin spiegando l’origine del romanzo.

Con uno stile asciutto, impersonale, con le frasi troncate come se i pensieri fossero stati interrotti, i lettori attraverso le Note che D-503 scrive febbrilmente al termine delle sue allucinanti giornate entrano in un mondo che ha dell’incredibile, ma che sappiamo oggi essersi realizzato. Le vicende sono riportate con precisione quasi chirurgica, senza distorsioni o commenti personali: i fatti sono presentati privi di descrizioni.

Si parla di romanzo distropico, anche se l’autore stesso preferiva definirlo “fantastico”, forse preferiva essere un precursore del filone fantascientifico. Il romanzo non ebbe successo nelle due edizioni inglese e francese perché Zamjatin percorse i tempi: nel 1922 infatti non c’era ancora il terrore del totalitarismo, la paura che fece invece la fortuna degli scrittori Aldous Huxley e George Orwell negli anni Quaranta.

Zamjatin predisse cosa sarebbe diventata la Russia post-rivoluzionaria sotto il regime di Iosif Stalin: la meccanizzazione, la privazione di ogni beneficio, l’abolizione della proprietà privata e Zamjatin nel suo Stato Unico profetizzò addirittura un’Operazione chirurgica per eliminare la Fantasia dalle menti dei numeri-persone. Perché si sa, senza la Fantasia gli uomini vengono privati anche della Libertà.

Ma questa non è colpa vostra – voi siete malati. Il nome di questa malattia è:

FANTASIA.

E’ questa un verme che scava nella fronte le nere rughe. E’ questa una febbre che vi spinge a correre sempre più lontano – nonostante che questo “più lontano” cominci là dove finisce la felicità. Questa è l’ultima barricata sulla via della felicità. Rallegratevi: essa è stata già fatta saltare in aria. La via è libera. L’ultima scoperta della Scienza Statale è che il centro della Fantasia è un misero nodo cerebrale nel campo del ponte di Varioliev. Una triplice applicazione di raggi X a questo nodo e voi siete liberati dalla fantasia.

PER SEMPRE.

Isaac Asimov | Io, robot

Il genere letterario della fantascienza affonda le sue basi addirittura nell’Ottocento: i precursori dell’epoca furono Mary Shelley, Jules Verne e Orson Wells; ma la vera e propria Golden Age della fantascienza, gli anni d’oro, si sviluppò negli anni Quaranta, grazie ad un periodo particolarmente ricco di progessi scientifici che si ripercosse nella letteratura. Alla fine degli anni Trenta lo scrittore John Campell assunse la direzione della rivista Astoungin Stories, sulla quale scrissero quasi tutti i grandi autori di fantascienza dell’epoca, da Ray Bradbury ad Isaac Asimov. La fortuna del genere fantascientifico degli anni Quaranta e Cinquanta si deve soprattutto alle ripercussioni del progesso scientifico sulla vita di quegli anni, dalla corsa alla Luna, alla colonizzazione di Marte e dello spazio, passando ovviamente alla creazione di robot positronici.

Titolo: Io, robot

L’autore: Isaac Asimov, pseudonimo di Isaak Judovic Ozimov (Petrovici, gennaio 1920 – New York, aprile 1992) è stato un biochimico e scrittore russo naturalizzato statunitense. Le sue molteplici opere sono considerate una pietra miliare della fantascienza, ma anche della divulgazione scientifica. Oltre romanzi e saggi per adulti, si è dedicato anche alla letteratura per ragazzi

Traduzione: Laura Serra

Editore: Oscar Mondadori

Il mio consiglio: sì, lo consiglio ai curiosi che vogliono sperimentare un genere diverso o che conoscono già Asimov. Data la semplicità della scrittura, lo consiglio anche ai ragazzi

Le Tre Leggi della Robotica:

1 – Un robot non può recare danno a un essere umano, né permettere che, a causa della propria negligenza, un essere umano patisca danno.

2- Un robot deve sempre obbedire agli ordini degli esseri umani, a meno che contrastino con la Prima Legge.

3- Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questo non costrasti con la Prima o la Seconda Legge.

Manuale di Robotica, 56^ Edizione, 2058 d.C.

L’antologia di racconti raccolta nel volume dal titolo “Io, robot” comprende nove episodi che hanno come filo conduttore il rapporto tra esseri umani e robot positronici, ovvero robot che sono in grado di formulare dei pensieri di senso compiuto. Ad esclusione del primo racconto “Robbie”, gli altri otto racconti hanno gli stessi protagonisti umani, dai collaudatori di robot Powell e Donovan, alla robopsicologa Susan Calvin.

Scritti in dieci anni, tra il 1940 e il 1950, i racconti vedono applicate le Tre Leggi della robotica inventate da Asimov stesso; i racconti hanno uno schema abbastanza simile: si descrive un inizio stabile, si verifica un problema che a prima vista sembra un paradosso irrisolvibile, ma alla fine terminano tutti con una soluzione scientifica e dimostrata utilizzando le Tre Leggi.

I paradossi delle Tre Leggi

Asimov immagina che i robot siano stati creati dagli esseri umani per compiere dei lavori meccanici oppure risolvere dei calcoli complessi in pochissimo tempo, ma per evitare una ribellione di questi esseri pensanti di metallo, vengono introdotte nel loro cervello positronico le Tre Leggi della Robotica, una sorta di garanzia per gli esseri umani.

Spesso, però, i robot vanno in tilt perché messi di fronte ad un problema o ad una situazione che per essere risolto deve violare una delle Leggi loro non riescono a risolverlo; così entrano in gioco i protagonisti umani, i collaudatori Greg Powell e Mike Donovan, oltre ovviamente la robopsicologa Susan Calvin, che si vanta di capire meglio i robot che gli esseri umani.

“Che cos’è successo?” (…) Tirò un respiro profondo, poi sputò il rospo.”Speedy non è tornato”. Per un attimo Powell sgranò gli occhi e si fermò di colpo, sulle scale. Poi si riprese e continuò a salire. Rimase in silenzio finché non fu arrivato in cima, quindi disse: “L’hai mandato a cercare il selenio?”. “Sì”. “Da quanto tempo è via?” “Cinque ore”. Silenzio. Che situazione pazzesca. Si trovavano su Mercurio esattamente da dodici ore ed erano già nei guai fino al collo. [Circolo vizioso, 1942]

Penso dunque sono

Esseri pensanti, quindi, queste masse di acciaio cromato, dotati di una coscienza e della voglia di cercare di capire meglio chi sono e ciò che fanno. Come Cutie, il robot che si interroga sulla propria esistenza e afferma che “penso quindi sono” citando addirittura Cartesio. Powell e Donovan si trovano di fronte ad un bel grattacapo quando Cutie rifiuta di credere che è stato assemblato dagli esseri umani, esseri che considera inferiori e quindi secondo lui è impossibile che siano riusciti a creare un robot positronico così sofisticato. Cutie assumerà addirittura il ruolo di Profeta del Padrone, il Convertitore di Energia, mettendo in seria difficoltà i due collaudatori umani.

“Il Padrone ha creato dapprima gli umani, esseri inferiori cui era più facile dare vita. A poco a poco li ha sostituiti con i robot, che si trovano già un gradino più su. E alla fine ha creato me, affidandomi il compito di rimpiazzare gli ultimi umani. Da ora in avanti sarò io a servire il Padrone.” [ Essere razionale, 1941]

Quando si violano le Leggi…

Nell’episodio “Il robot scomparso” Susan Calvin viene chiamata per capire quale dei sessantré robot sia quello al quale hanno modificato la Prima Legge. Proprio perché ad alcuni esseri umani i robot non andavano a genio, i progettisti hanno creato le Tre Leggi. Ma cosa succederebbe se venisse creato un robot con la Prima Legge modificata? Potrebbe rivelarsi un disastro o un danno per tutta l’Umanità.

“Ma avevamo bisogno assoluto di robot di tipo diverso. Così in alcuni modelli NS-2, i cosiddetti Nestor, sono state apportate modifiche alla Prima Legge. Perché si potesse mantenere il segreto, tutti gli NS-2 sono stati fabbricati senza il numero di serie. I modelli speciali ci vengono consegnati insieme ad altri robot normali, e tutti noi dirigenti abbiamo ricevuto l’ordine di non parlare in alcun modo di questa modifica al personale non autorizzato.” [Il robot scomparso, 1947]

Robot positronici ed esseri umani: così diversi, così uguali

I robot descritti da Asimov proprio perché pensano hanno alcuni difetti molto simili agli umani che li hanno creati. Pur cercando di non contravvenire alle Tre Leggi, incontriamo robot bugiardi – a fin di bene! -, robot che negano la loro stessa creazione da parte degli esseri umani o robot che si fingono umanoidi e addirittura vogliono candidarsi in politica.

Isaac Asimov, senza tecnicismi, descrive ed immagina una società futura dove robot ed esseri umani lavorano fianco a fianco e cercando di convivere pacificamente. Vera pietra miliare del genere, è anche un libro eccezionale per chi vuole avvicinarsi alla fantascienza più pura, quella della Golden Age, con una serie di racconti divertenti, commoventi e che fanno riflettere, senza però mai perdere di vista l’umanità, anche quella dei robot, nonostante tutto.