Fredrik Sjöberg | Il re dell’uvetta

Alice Eastwood! Di lei avevo sentito parlare. Era stata in Svezia, una volta, al grande convegno di botanica al municipio di Stoccolma nel 1950: le era stato assegnato il ruolo di presidente onoraria, aveva allora novantun anni ed era già una leggenda. Questa sì che era una scoperta! Andai all’istante a cercare nella documentazione un indizio sicuro di autentico amore. E certo, tutto tornava! Eisen aveva dato il suo nome a un lombrico: Mesenchytraeus eastwoodi (Eisen 1904) [Il re dell’uvetta, Fredrik Sjöberg, trad. F. Ferrari, Iperborea]

Nel mondo accademico delle scienze naturali è un onore immenso quando ad una nuova specie – o ancora meglio ad nuovo genere – si assegna il cognome di un altro scienziato. Assegnare il nome della donna (presumibilmente) amata ad un lombrico forse non sembrerà a tutti un gran romanticheria, ma io ne sarei più che onorata.

Assegnando il nome di uno scienziato a genere o specie è come garantire a quello studioso l’immortalità; il suo nome continuerà a comparire nei libri di scienze naturali e nei manuali, e gli studenti lo impareranno. A Gustaf Eisen, eclettico naturalista svedese che visse a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, ne sono stati dedicati innumerevoli, tra lombrichi, ragni, zanzare, api, formiche, parassiti, serpenti e persino alghe. L’ultimo omaggio a Gustav Eisen risale al 2005, quando gli venne dedicato Fridericia eiseni, un verme.

Ma allora, come mai anche nell’ambiente accademico Gustaf Eisen non è così noto? Lo svedese fu ammirato da Charles Darwin, ebbe come maestri i migliori naturalisti svedesi che all’epoca insegnavano a Visby, nell’isola di Gotland, e negli Stati Uniti, quando giunse a Boston, fu raccomandato dal leggendario Louis Agassiz.

La spiegazione di quest’oblio sta, secondo Fredrik Sjöberg, autore de “Il re dell’uvetta” tradotto da Fulvio Ferri per Iperborea, nel fatto che Eisen durante la sua lunghissima vita si occupò di molte cose, saltando da un argomento all’altro. Eisen iniziò come naturalista decrivendo, con un compagno di studi, il delicato ecosistema dell’isola di Gotska Sandön, un’isola sperduta oltre l’Arcipelago di Stoccolma; proseguì occupandosi di vermi e insetti, mosche soprattutto; volò negli Stati Uniti e in California diede avvio alla produzione di vino e di uvetta passa.

Sempre in California, durante la corsa all’oro, decise che le maestose sequoie dovessero essere protette e con buona pace del Presidenti degli Stati Uniti fondò il Sequoia National Park, il secondo più antico d’America. A New York credette di aver trovato il Sacro Graal, un calice d’argento proveniente da Antiochia, e alla fine della sua vita – ormai ultra novantenne – inizio a dedicarsi allo studio delle sfere di vetro per le datazioni archeologiche.

Paesaggio svedese (fonte: Photo by Jon Flobrant on Unsplash)

Fredrik Sjöberg soffia via la polvere dalla figura di Gustaf Eisen e nel suo libro, di genere inclassificabile “Il re dell’uvetta“, riporta in auge la figura dell’eclettico connazionale. Attraverso divertenti anettoti, storie ed equivoci, Sjöberg ci presenta Eisen a tutto tondo, senza mai dimenticare di mettere qui e là un dettaglio autobiografico.

Saltando dalla Svezia a Gotland, dall’Arcipelago di Stoccolma in California e nei grandi parchi degli Stati Uniti, la storia di Eisen si srotola rapidamente come un lunghissimo tappeto. Lo stile di Sjöberg è lo stesso del suo primo libro “L’arte di collezionare mosche“, anche se quest’ultimo è molto più autobiografico.

Se nella prima parte la storia narrata ne “Il re dell’uvetta” mi ha coinvolta, divertita ed emozionata, nell’ultima parte mi è sembrata un po’ ripetitiva e annacquata: sarà che avendo una grande passione per il Nord Europa ho preferito le descrizioni dell’Arcipelago di Stoccolma, di Uppsala e soprattutto dell’isola di Gotland, uno dei luoghi che più mi affascinano del Nord Europa.

“Il re dell’uvetta” di Fredrik Sjöberg è un buon libro che racconta aneddoti, vicende e curiosità legate al mondo delle scienze naturali, ruotando attorno alle figure di grandi naturalisti di diverse nazionalità; è un testo consigliato a chi è interessato alle scienze e a quelle storie che insegnano sempre qualcosa.

Titolo: Il re dell’uvetta
L’Autore: Fredrik Sjöberg
Traduzione dallo svedese: Fulvio Ferrari
Editore: Iperborea
Perché leggerlo: perché è un libro ricco di aneddoti e curiosità, indicato per chi apprezza le scienze naturali

(© Riproduzione riservata)

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Lars Gustafsson | Il pomeriggio di un piastrellista

È curioso, si disse Torsten, che io abbia così tanti pensieri strani proprio oggi. In parte piuttosto sgradevoli, in parte decisamente belli. Mi tornano in mente cose, alle quali non pensavo da anni. È come se questa strana casa avesse qualche sorta di influenza sul modo di pensare. Fra poco vado in cucina a farmi un goccetto. Ma guarda qui come viene bene questa piastrellatura! File ordinate e precise, belle piastrelle finlandesi. E aspetta che io abbia finito le fughe (…) È comunque una gran cosa, riuscire a fare un po’ d’ordine nella vita. Anche se si sa benissimo che un bel giorno arriverà qualcuno che demolità tutto per sostituirlo con qualcos’altro. C’è un unico attimo bello, ed è quando si vede come tutto si accorda, quasi da sé [Il pomeriggio di un piastrellista, Lars Gustafsson, trad. C. Giorgetti Cima]

Torsten Bergam è un piastrellista di Uppsala, un uomo che ha deciso di vivere con l’unica compagnia della sua stessa solitudine. Moglie e figlio sono morti: Torsten abita in una casa preda del disordine, un po’ come la sua vita; si arrangia con qualche lavoretto rigorosamente in nero e si concede giusto qualche goccetto ogni tanto. Torsten non ha veri amici, ma un conoscente finlandese un giorno gli telefona per chiedergli se ha voglia di sistemare le piastrelle del bagno di un edificio in ristrutturazione di proprietà di un facoltoso committente.

Il piastrellista di Uppsala accetta il lavoretto, pensando alle corone che riuscirà a raggranellare. Inizia così il pomeriggio di Torsten che, avviando la sua Volvo scassata (con la revisione scaduta da anni), si dirige verso la costruzione in via di ristrutturazione indicata dal finlandese.

La grande casa è deserta: Torsten non trova nessuno ad accoglierlo, non un’anima che gli spieghi cosa debba fare esattamente. Ma raggiunto da sé il bagno, il piastrellista si rende conto del terribile lavoro eseguito dal professionista precedente e inizia a martellare via le piastrelle incollate storte.

In quella lunga giornata, Torsten Bergam il piastrellista incontrerà diversi personaggi e altri li immaginerà solamente; sarà un lungo pomeriggio, durante il quale il suo lavoro verrà rimestato dai ricordi che spesso tornano a tormentare il vecchio piastrellista.

Veniva preso da una sorta di malinconica tristezza anche solo a passare nelle vicinanze e vedere giovani betulle e cardi crescere fra i binari dove un tempo correvano i vagoncini ribaltabili, riempiti fino all’orlo di pesante argilla dell’Uppland. Perché gli ricordava, in qualche modo vago e generico, un’epoca in cui la sua vita era ancora popolata di gente (…) Ogni cosa era mondo, e nulla in quel mondo gli apparteneva sul serio. Così ebbe inizio il giovedì di Torsten Bergam [Il pomeriggio di un piastrellista, Lars Gustafsson, trad. C. Giorgetti Cima]

Il pomeriggio di un piastrellista” di Lars Gustafsson (trad. C. Giorgetti Cima, Iperborea, 157 pagine, 15 €) è considerato un classico nordico, pur essendo stato scritto negli anni novanta; il romanzo di Gustafsson è molto breve e si svolge nell’arco di una giornata. È scritto in terza persona ma il narratore è onniscente, poiché presenta ai lettori le inquietudini e i pensieri del piastrellista Bergman.

La vita era quella che era, e diventava quel che diventava. E nemmeno era possibile tornare indietro e riparare. La miseria dell’esistere [Il pomeriggio di un piastrellista, Lars Gustafsson, trad. C. Giorgetti Cima]

L’espediente narrativo dare avvio alla storia è la telefonata del finlandese, che chiede a Torsten di recarsi in una determinata casa in ristrutturazione per sistemare delle piastrelle posate male da precedente piastrellista; da quest’idea Lars Gustafsson dà il via ad una serie di riflessioni sulla vita, sulla solitudine, sull’economia della Svezia; demolendo le piastrelle storte e cercando di incollare quelle nuove dritte e al loro posto, si legge la volontà di Torsten di riparare i suoi vecchi errori, anche se spesso non è possibile o è già troppo tardi.

Si presenta anche un conoscente scomparso da molti anni, una persona amica un tempo, ma con la quale oggi ha perso completamente ogni sorta di confidenza. I ricordi di Torsten Bergman affiorano via via e rendono il piastrellista sempre più malinconico con l’incedere del pomeriggio.

A non presentarsi mai è il committente del lavoro, che assomiglia quasi ad una sorta di divinità che ha messo in moto il tutto, che ha lanciato il sasso ma ha nascosto il braccio, lasciando Bergman con il conoscente a cercar di capire come sistemare quella parete e a far tornare a galla i suoi pensieri che prima erano come invischiati nella colla che si utilizza per applicare le piastrelle ai muri.

Ma ancora oggi dopo tanti anni, poteva riaffiorare nei suoi sogni. E sempre in inverno e con la neve. [Il pomeriggio di un piastrellista, Lars Gustafsson, trad. C. Giorgetti Cima]

Titolo: Il pomeriggio di un piastrellista
L’Autore: Lars Gustafsson
Traduzione dallo svedese: Carmen Giorgetti Cima
Editore: Iperborea
Perché leggerlo: perché è un romanzo breve denso di malinconia e riflessioni, sullo sfondo di un Grande Nord tutt’altro che ricco

(© Riproduzione riservata)

Majgull Axelsson | Io non mi chiamo Miriam

Sono trascorsi molti anni dal mio viaggio in Austria, ho qualche frammento incastrato nella memoria, ma il più dei ricordi sono stati diluiti dal tempo. C’è una cosa, però, che non ho dimenticato: l’innaturale silenzio di Mauthausen, l’unico campo di concentramento che io abbia mai visitato. I libri sull’Olocausto mi mettono sempre moltissima angoscia, perché è una storia ancora recente e perché mi spavento sempre quando leggo o ascolto nuove atrocità. Il romanzo “Io non mi chiamo Miriam” di Majgull Axelsson (trad. L. Cangemi, Iperborea, 562 pagine, 19.50 €) è uno dei pochi libri che raccontano l’Olocausto attraverso gli occhi di un’appartenente al popolo rom. Una testimonianza da non perdere.

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Ma cosa sarebbe successo se avessi detto la verità? Se un giorno fossi andata da Olof e gli avessi spiegato come stavano le cose? Che ero una rom. Una zingara. Che appartenevo allo stesso popolo di quelli che si accampavano giù a punta Adela. Questo comportava che in realtà non avevo il diritto di abitare in una casa, di cucinare su un fornello elettrico, di fare il bucato in quella magnifica lavatrice che mi aveva comprato? Mi avrebbe buttato fuori? Oppure avrebbe solo fatto un passo indietro guardandomi con disgusto e trasformandomi apertamente nella serva che sotto sotto ero già? E se mi avesse buttata fuori, sarei potuta tornare a una vita da rom? Ero poi davvero una rom, ormai? E lo sono adesso? Oppure non sono niente? Né rom né ebrea, né tedesca né svedese? [Io non mi chiamo Miriam, Majgull Axelsson, trad. Laura Cangemi]

E’ la prima giornata d’estate, in Svezia i giorni sono luminosi e il cielo cristallino. E’ la mattina del compleanno di Miriam, un’elegante signora svedese di ottatancinque anni. Il figlio Thomas, con la moglie, la figlia Camilla e il piccolo bisnipotino Sixten, consegnano il regalo alla nonna: un raffinato bracciale d’argento di fattura zingara.

Miriam alla vista del bracciale bonfonchia qualcosa di sconnesso: sembra che abbia detto di non essere Miriam. Thomas immagina sia l’età, forse mamma non sa più cosa dice. Camilla, studentessa di medicina, non crede che la nonna sia sulla via della demenza senile, le propone una passeggiata in un parco e si fa raccontare la verità.

Già, ma qual è la verità? Chi è davvero Miriam, la nonna così elegante, raffinata e di ottime maniere? E’ la mamma adottiva di Thomas, figlio di Olof, il defunto marito; è la nonna di Camilla, la bisnonna di Sixten. E’ colei che ha vissuto i campi di prigionia tedeschi, che ha una cicatrice su un braccio dal quale spuntano dei numeri, è l’ebrea arrivata in Svezia con i treni della Croce Rossa dalla Danimarca, giusto?

No, non è così, e Miriam decide di confessarlo a Camilla. Le racconta della sua infanzia, del collegio in Germania, della deportazione ad Auschwitz e del duro viaggio a Ravensburg, nuovamente in Germania. Le racconta che in realtà lei non è ebrea, ma rom, e in un attimo di panico ha rubato l’identità a Miriam, una giovanissima ebrea morta sul treno in viaggio dalla Polonia alla Germania. Le racconta di Anuscha, di Didi, di Malika… le racconta così tante cose che Camilla sarà costretta a vedere la nonna sotto una luce diversa.

Potevano fucilarla per il vestito a brandelli (…) Senza riflettere, se lo tolse in fretta e si chinò su una ragazza stesa sul pavimento del vagone, le sbottonò il vestito e se lo infilò per poi gettare sulla morta il suo tutto strappato (…) Un triangolo giallo. Ebrea. Ah. Dunque era diventata ebrea e doveva mettersi tra le altre ebree. Una volta arrivata al campo avrebbe sempre potuto inventarsi una spiegazione… [Io non mi chiamo Miriam, Majgull Axelsson, trad. Laura Cangemi]

Nel romanzo “Io non mi chiamo Miriam” di Majgull Axelsson vengono affrontati temi molto diversi: l’Olocausto, anzitutto, l’evento negativo che forse ha più di ogni alto contraddistinto il Novecento, raccontato attraverso gli occhi di una ragazza appartenente al popolo rom. Alla parola Olocausto il pensiero corre immediatamente agli ebrei, popolo che più di tutti ha subito perdite e danni, ma molti altri sono state le etnie coinvolte nella “soluzione finale” del Terzo Reich: sono finiti nei campi di lavoro e concentramento anche omosessuali, testimoni di Geova, dissidenti politici di varie fazioni e rom. In particolare, con lucidità, viene affrontata la questione degli esperimenti svolti sui prigionieri da parte dei medici nazisti: pagine dense di atrocità, che mi hanno scioccata perché pur essendo a conoscenza di questi esperimenti non riesco mai a capacitarmi di quanto l’uomo possa essere stato malvagio nei confronti dei suoi simili.

Tra le righe si legge anche il ‘peso’ di essere sopravvissuta all’esperienza di ben due campi di concentramento, mentre molte amiche e compagne non ce l’hanno fatta. C’è la difficoltà di ricominciare a vivere quando si è poco più di uno scheletro rivestito di pelle, quasi senza capelli, un fantasma che cammina sotto gli occhi a disagio dei benestanti svedesi.

L’identità è un altro aspetto molto importante del romanzo: Miriam ha vissuto in Svezia cercando di dimenticare quella ragazzina rom che viveva vicino a Monaco di Baviera ed è stata ad Auschwitz. In Svezia si è ricostruita una vita, buttando via il più possibile i brutti ricordi e gli episodi drammatici vissuti. Eppure, in Svezia Miriam avrebbe potuto tornare quella di prima, palesarsi come appartenente al popolo rom, ma non ha potuto perché con notevole disgusto scopre che il razzismo non è terminato con la chiusura dei campi di concentramento, ma continua anche in Paesi civili come appunto la Svezia.

Così Miriam si è ritrovata nuovamente a negare la sua identità, per proteggersi e per evitare nuovi pregiudizi, pestaggi e difficoltà: ha studiato lo svedese, le buone maniere ed è riuscita a sposare un medico benestante, guardando però sempre con una punta di senso di colpa i rom accampati ai margini della città.

Io non mi chiamo Miriam” è un romanzo scorrevole, intenso, interessante, estremamente coinvolgente che alterna diversi momenti della storia di Miriam senza annoiare mai o confondere il lettore. Un romanzo da leggere per rinfrescarsi la memoria, anche se si tratta di temi non facili da affrontare.

Titolo: Io non mi chiamo Miriam

L’Autrice: Majgull Axelsson

Traduzione dallo svedese: Laura Cangemi

Editore: Iperborea

Perché leggerlo: per non dimenticare una delle peggiori atrocità del Novecento, per realizzare che non solo – purtroppo – gli ebrei furono perseguitati dal nazismo. Per provare a mettersi nei panni di una donna che ha dovuto negare la sua vera identità per tutta la vita

Fredrik Sjöberg | L’arte di collezionare mosche

L’arte di collezionare mosche” di Fredrik Sjöberg (Iperborea, 218 pagine, 16 euro ) è un libro che sfugge ad ogni classificazione, ed è impossibile da inserire in un genere letterario, ma nonostante queste premesse il risultato è una lettura davvero gradevole, divertente ed umoristica, mai noiosa o accademica, nemmeno quando Fredrik Sjöberg si lancia sulle disquisizioni a proposito dei suoi amati sirfidi.

20150311172735_242_cover_webTitolo: L’arte di collezionare mosche

L’Autore: entomologo e collezionista, dal 1986 vive con la sua famiglia sull’isola Runmarö, nell’arcipelago est di Stoccolma. È anche critico letterario, traduttore, giornalista e autore di diversi libri, tra cui The Art of Flight e The Raisin King. La sua collezione di sirfidi è stata esposta alla Biennale di Venezia del 2009

Traduzione dallo svedese: Fulvio Ferrari

Editore: Iperborea

Il mio consiglio: è un libro che mi ha divertita molto, emozionata, incuriosita e fatta sorridere. Lo apprezzerete molto di più con qualche nozione di scienze naturali, pur essendo in ogni caso molto divulgativo.

Ogni estate ci sono alcune notti – non molte, ma alcune – in cui tutto è perfetto. La luce, il caldo, i profumi, la foschia, il canto degli uccelli… le farfalle. Chi può dormire, allora? Chi vuole? La maggioranza, a quanto pare. A me invece viene da piangere di gioia e mi metto a girovagare per l’isola fino all’alba, sognando e pensando che le notti d’estate sono la nostra risorsa meno sfruttata. Questo pensiero è nuovo, ma i sogni e le passeggiate ci sono state sempre, da che ricordo. [L’arte di collezionare mosche, Fredrik Sjöberg, trad. F. Ferrari, citazione pagina 115]

Il primo libro di Fredrik Sjöberg che viene tradotto in italiano è una sorta di zibaldone di pensieri, una raccolta di appunti, aneddoti, biografie e curiosità su alcuni scienziati e in parte un diario di Sjöberg stesso, il tutto narrato con uno stile accattivante, curioso e divertente.

Sjöberg da anni vive sull’isola di Runmarö, nell’arcipelago est di Stoccolma, dove ha sviluppato la sua passione per l’entomologia parallelamente alla passione per la scrittura. Negli anni che Sjöberg ha trascorso sull’isola, ha raccolto e classificato duecentodue specie di sirfidi, animali che noi generalmente chiamiamo mosche.

Ma non diventa noioso, alla lunga? Presto o tardi, la domanda arriva sempre. L’isola non è grande. E le specie di sirfidi non sono in numero illimitato. Presto saranno tutte nelle mie scatole. Il mio buon amico, il massimo esperto nel campo, dice sempre che nel migliore dei casi, se avrò la fortuna di vivere a lungo, posso sperare di trovare sull’isola duecentoquaranta specie, di più è difficile. Le ultime, con anni di intervallo. Questa è la fauna, e questa è l’isola. Già adesso, dopo sette anni, è diventato difficile trovare qualcosa di nuovo. Ma, noioso? No, quello no. Magari solitario. [L’arte di collezionare mosche, Fredrik Sjöberg, trad. F. Ferrari, citazione pagine 93-94]

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Cicadas. Aid to the identification of insects, E.W. Janson,1880-90

Perché un’isola per studiare gli insetti, anzi i sirfidi? Semplicemente per non impazzire: la Classe Insecta è il raggruppamento più numeroso tra gli animali che popolano la Terra, e conta più di un milione di specie (più tutte quelle che non sono ancora state scoperte). Sulle isole è più semplice studiare la fauna dato che per i biologi sono come dei piccoli laboratori naturali, dove di solito risiedono un numero limitato di generi e specie animali; così Sjöberg sceglie l’isola di Runmarö, per andare a caccia di mosche, armato di retino – a volte – oppure con la trappola di Malaise. E quando i turisti che d’estate prendono d’assalto Runmarö, lo scrittore si trova sempre assediato da domande, spesso intelligenti, più sovente stupide.

Divagando qua e là come le anse di un fiume, Sjöberg ci racconta la vita di entomologi famosi, ci parla della deriva dei continenti dello sfortunato meteorologo tedesco Alfred Wegener, ci parla dei due naturalisti più famosi in assoluto, l’inglese Charles Darwin che con la sua teoria sull’evoluzione umana ha scardinato qualsiasi credenza precedente, e lo svedese Carlo Linneo che ha inventato – assieme a un altro sfortunato naturalista morto annegato ad Amsterdam, di cui nessuno ricorda mai il nome – la nomenclatura binomiale che assegna ad ogni essere vivente un nome e un cognome.

L’arte di collezionare mosche” è un libro davvero molto bello, e io che ho studiato scienze all’università – in particolare, paleontologia – spesso mi ci sono ritrovata: Fredrik Sjöberg corre romanticamente dietro ai sirfidi con il retino e piange di gioia nelle notti d’estate, mentre io scavavo felicemente in una fossa tra la polvere per cercare vecchie ossa e piangevo di gioia quando al microscopio scoprivo a quale specie di ghiro corrispondevano quei molari. Per questo ho compreso perfettamente l’emozione che Sjöberg prova quando scopre una specie nuova in un luogo dove non se l’aspettava.

E’ un libro molto divulgativo e divertente, ma con qualche conoscenza di scienze naturali un po’ approfondita potreste apprezzarlo molto di più.

Piccola nota: c’è un errore di traduzione, a pagina 174, dove viene scritto: “la presenza della farfalla apollo sull’isola viene spiegata con il fatto che qui il sostrato roccioso è calcareo (…)“, ecco: non si dice “sostrato roccioso” in geologia, ma si dice “substrato roccioso”. Questa piccola svista non va di certo ad inficiare la qualità del libro.

Jonas Jonasson | Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

Con i libri si può davvero viaggiare: questa affermazione può sembrare il solito cliché, ma non è assolutamente così, soprattutto quando si leggono libri come “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve” di Jonas Jonasson (Bompiani, 446 pagine, 17,90 euro). Quando ho scartatato in fretta e furia quel pacchettino a forma di parallepipedo (“è un libro?” “ma va?!“) sono rimasta immediatamente affascinata dal nonno in copertina con il pigiamino rosa e il candelotto di dinamite nel taschino destro; sono rimasta talmente affascinata che l’ho iniziato subito e sono partita in giro per il mondo con il signor Allan Karlsson.

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Titolo: Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

L’Autore: Jonas Jonasson è nato nel sud della Svezia nel 1961, è giornalista e consulente media. Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve è stato il suo esordio letterario, ha venduto 6 milioni di copie nel mondo ed è diventato anche un film

Traduzione: Margherita Podestà Heir

Editore: Bompiani

Il consiglio di Federica (che me l’ha regalato e che ricalca il mio): con il signor Karlsson non solo potrete visitare tanti paesi, ma lo farete in ottima compagnia!

Di certo Allan Karlsson avrebbe potuto pensarci prima e, magari, comunicare agli interessati la sua decisione. In effetti non aveva mai riflettuto troppo sulle cose. Ecco perché quell’idea non ebbe neanche tempo di fissarsi nella sua testa che già aveva aperto la finestra della stanza al pianterreno della casa di riposo di Malmkoping, nel Sormland, per poi sgusciare fuori e atterrare nell’aiuola sottostante. La manovra richiedeva un certo fegato, dal momento che Anna compiva cent’anni proprio quel giorno. Solo un’ora dopo nella sala comune della casa di riposo avrebbero avuto inizio i festeggiamenti. Sarebbe stato presente persino il segretario comunale. E l’inviata del giornale locale. E tutti gli ospiti dell’ospizio. E tutto il personale, capitanato dalla ringhiosa e arcigna infermiera Alice. Soltanto il festeggiato non aveva la benché minima intenzione di partecipare [Jonas Jonasson, Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, trad. M. Podestà Heir, citazione pagina 7]

Giunto il giorno del suo centesimo compleanno, Allan Karlsson decide che l’ospizio di Malmkoping non sarà la sua tomba e fugge saltando dalla finestra. Allan lentamente raggiunge la stazione degli autobus e incontra un giovanotto dall’aria un po’ losca con una giubba che porta la minacciosa scritta “Never Again“. Il giovanotto ha urgenza di andare alla toilette e Allan si presta a dare un’occhiata alla grande valigia del ragazzo; ma sopraggiunge l’autobus che Allan vuole prendere e il centenario di trova di fronte ad un dilemma: abbandonare la valigia nella sala d’attesa oppure portarla con sé sull’autobus?

Allan Karlsson sceglie di portare con sé la pesante valigia sul bus e chiede al conducente fin dove può arrivare con cinquanta corone. Arrivato alla fine della sua corsa, Allan scende e si incammina per un sentiero, sempre trascinandosi la pesante valigia. In un casotto di una vecchia stazione abbandonata incontra Julius, e da questo momento la sua vita non sarà più la stessa, perché quando i due vegliardi aprono la valigia e ne svelano il contenuto capiscono che si stanno per cacciare in un bel guaio… Anzi, si sono già cacciati, perché il losco giovanotto della “Never Again” è già sulle loro tracce…

L’avventura di Allan Karlsson inizia quando il vecchietto posa i piedi tra le aiuole del giardino della casa di riposo e fugge, e prosegue in modo del tutto imprevedibile, dove i colpi di scena si susseguono l’uno dietro l’altro, inframezzati dalla storia della vita di Allan, perché sì un centenario che salta dalla finestra non è il classico vecchietto posato che potrebbe sembrare a prima vista. Allan Karlsson ha vissuto una vita straordinaria, ha conosciuto personaggi famosi, presidenti di varie repubbliche, re, dittatori, spie comuniste; ha imparato a parlare inglese, spagnolo, russo, cinese, e molte altre lingue, insomma la sua esistenza… esplosiva non ha avuto nulla di ordinario.

Il romanzo di Jonass Jonasson mi è piaciuto davvero tantissimo, perché io sono un’appassionata di Storia e seguire le vicende di Allan attraverso il Novecento mi ha divertita e affascinata. E’ un romanzo che quindi contiene molta Storia, presuppone buone basi per essere letto, anche se i lettori curiosi come me saranno felici di non conoscere tutto e di andarsi a leggere qualche curiosità, che so, sulla Corea del Nord.

Ringrazio quindi tantissimo Federica che regalandomi questo libro mi ha davvero fatta viaggiare in giro per il mondo e vi invito a leggere la sua recensione.

Selma Lagerlöf | L’anello rubato

Saranno le giornate che si accorciano, i tramonti infuocati tipiche di questa stagione, sarà il freddo pungente o la voglia di accoccolarsi sul divano con una tisana calda. O, semplicemente, saranno le offerte di IBS.it sugli ebook, fatto sta che finalmente ho letto un romanzo di Selma Lagerlöf. Ammetto di essere stata piuttosto curiosa nell’intraprendere la lettura di una ghost story scritta nel lontano 1925, da una ragazza svedese appassionata di saghe nordiche e di leggende struggenti. Ai tempi avevo già amato “Il fantasma dei Canterville” di Oscar Wilde, e conoscendo la mia passione per il nord europa, le aurore boreali e la mitologia della stirpe di Odino & Compagny, ho acceso l’ebook e fatto scorrere le pagine digitali. E non mi sono pentita dell’acquisto.

Titolo: L’anello rubato

L’autrice: Selma Lagerlöf (Svezia, 1858-1940) è stata un scrittrice e maestra elementare svedese, nota per i suoi romanzi e racconti ambientati in Svezia. Grande appassionata di folklore e leggende, durante la vita si ispirò ad esse per tessere le trame dei suoi lavori. Selma fu la prima donna a vincere il Premio Nobel per la Letteratura nel 1914

Editore: Iperborea

Il mio consiglio: assolutamente sì, anche ai ragazzi perchè è una storia avvincente e molto interessante

La penna mi cade di mano. Non è inutile cercare di mettere per iscritto queste cose? A me la storia è stata raccontata al crepuscolo accanto al fuoco. Sento ancora quella voce suadente e i brividi corrermi per la schiena, quei brividi che non sono solo di paura, ma anche di piacere e di aspettativa. Con che batticuore ascoltavamo, e in particolare questa storia, perché pareva sollevare un lembo del velo che nasconde l’inconoscibile! E in che strano stato d’animo ci lasciava, come se una porta si fosse aperta e finalmente dovesse comparire qualcosa che veniva da quella tenebra immane! Quanto c’è di vero in questo racconto? È passato da una narratrice all’altra, qualcuna ha aggiunto qualcosa, qualcuna ha tolto. Ma non conterrà almeno un granello di verità? Non dà l’impressione di descrivere cose realmente accadute?

La vicenda inizia con la morte del terribile Generale Löwensköld, personaggio noto del piccolo paese di Hedeby. Il Generale per sua volontà vuole essere seppellito con il suo anello d’oro, donatogli da Carlo XII re di Svezia in persona. La famiglia del Generale acconsente e l’uomo viene seppellito nella cripta; in paese inizia un vociare concitato sul fatto che sia stato seppellito con l’anello d’oro e sul fatto che quest’ultimo possa venire rubato. Alcuni giorni dopo, muore la nipote del Generale e la tomba riaperta. In questo lasso di tempo Bård Bårdsson e la moglie iniziano a pensare all’anello e al suo destino, e proprio approfittando del fatto che la tomba sia rimasta aperta una notte, vanno a controllare se sia già stato rubato. La cupidigia si impossessa delle loro anime e infine derubano l’anello dal dito del morto. Inizia così una serie di guai per i Bårdsson: la tenuta prende fuoco, perdono possedimenti e denari, si ritrovano in rovina e la signora Bårdsson si uccide. Alcuni anni dopo, sul letto di morte Bårdsson confessa ad un pastore il furto dell’anello; il figlio di Bård Bårdsson origlia le confessioni del padre e deruba a sua volta il pastore che, incaricato dal padre, avrebbe dovuto riconsegnare l’anello al figlio del Generale. Mentre il figlio di Bårdsson tenta la fuga in Norvegia per andare a vendere l’anello, muore improvvisamente e viene notato da tre uomini che stavano facendo legna nel bosco, ovvero i fratelli Ivar e Erik Ivarsson e il loro figlio adottivo Paul Eliasson. Nel frattempo, il pastore ha comunque raccontato la storia dell’anello al figlio del Generale e quest’ultimo decide di andare dai Bårdsson per farselo restituire. Arrivato nel bosco, trova i fratelli Ivarsson e Eliasson con il cadavere del figlio di Bårdsson, e pensando che loro l’abbiano ucciso e rapinato, li trascina in tribunale.

Dopo una serie di vicissitudini, gli Ivarsson e Paul Eliasson vengono uccisi. Trascorrono molti anni, ma dell’anello ancora non si sa nulla. Un giorno, Marit Ivarsson, che fu la promessa sposa di Paul Eliasson, ritrova per caso un berretto dell’amato, dentro la cui nappa ecco l’anello. Ma Marta Bårdsdotter – la figlia di Bårdsson – che lavora presso Marit rivela che il berretto era di suo fratello. Marit capisce allora che il povero Paul avesse rubato il berretto del figlio di Bårdsson, ingnaro del fatto che contenesse l’anello. Così, per puro caso, ecco comparire Adrian Löwensköld, il nipote del Generale, e un suo amico: Adrian ha rotto il suo berretto e Marit, una donna gentile sempre pronta ad aiutare gli altri, glielo aggiusta ma nell’interno gli cuce l’anello.

Ed è così che l’anello passa di mano in mano, mentre il fantasma del Generale lo segue, senza mai poterlo prendere. L’anello torna così ad Hedeby, dove Adrian vive, e dove il fantasma del Generale inizia a comparire molto più di frequente.

È una storia di fantasmi decisamente avvincente, con quella suggestione nordica e quel pizzico di magia. È un racconto scorrevole, magistralmente tradotto in italiano, che rievoca una Svezia antica e piena di superstizioni, dove credere ai fantasmi è normale quando è normale sentirli sbattere le mele contro i muri perché sono arrabbiati.

Selma Lagerlöf è stata senza dubbio una scrittrice interessante che ha aiutato la cultura svedese con le sue opere e il suo lavoro di raccolta delle leggende locali. La Lagerlöf per me è stata una scoperta, ho trovato un gioiello di vera letteratura, e certamente continuerò a lasciarmi catturare dalle suggestioni da lei descritte.