Jaan Kross | Il pazzo dello zar

Nel 1978 viene pubblicato “Il pazzo dello zar” di Jaan Kross (Iperborea, 433 pagine, 19 €) mentre l’Estonia è controllata dall’Unione Sovietica. Quando Kross pubblica quello che oggi viene considerato il suo capolavoro viene condannato a otto anni di prigionia, pena che sconterà nei gulag in Siberia. La stessa sorte toccata a Timotheus von Brock, protagonista del romanzo di Kross, che a causa di scritti compromettenti viene condannato a nove anni di prigione dallo zar in persona.

ilpazzodellozar

Titolo: Il pazzo dello zar

L’Autore: Jaan Kross, poeta e romanziere, è il più conosciuto e acclamato scrittore estone, nominato più volte per il Premio Nobel. Il suo romanzo Il pazzo dello zar è stato tradotto in venti lingue. La maggior parte delle sue opere riflettono la travagliata storia dell’Estonia nel XX secolo, contesa tra la Germania e la Russia.

Traduzione dall’estone: Arnaldo Alberti

Editore: Iperborea

Il mio consiglio: “Il pazzo dello zar” è un romanzo potente, bellissimo, struggente e dagli echi ottocenteschi. E’ una storia di uomini e dei loro sentimenti, del potere delle parole e dell’importanza della libertà

Ho ripreso il manoscritto e l’ho aperto accanto al mio diario. Ho letto finora e a ogni riga mi sono chiesto due volte: non ci sono già qui (come lo zar Alessandro affermava) i segni della follia? E sono giunto a un’inattesa conclusione. Tutto quello che Timo scrive è la pura verità, una verità che se non tutti, molti conoscono. L’errore sta solo nell’uso che lui ne ha fatto. E’ perfino criminale. La ribellione di quegli uomini a dicembre dello scorso anno l’ha dimostrato una volta di più. Ma l’arditezza di Timo è stata, con tutta evidenza, vera pazzia (…) Perché di un uomo si può dire che è folle, ma di un centinaio di persone no. [Il pazzo dello zar, Jaan Kross, trad. A. Alberti]

Nel 1827 dopo nove anni di prigionia Timotheus von Brock può fare ritorno a casa. Provato dalla lunga privazione di libertà, Timo raggiunge l’antica dimora di Võisiku, nel distretto di Viljandi, dove ad attenderlo ci sono sua moglie Eeva, il cognato Jakob e il figlioletto Jüri.

La storia di Timo von Brock e delle sue vicissitudini vengono narrate attraverso gli scritti del cognato Jakob Mettich, sotto forma di diario. Jakob racconta anche di sé e della sorella Eeva: anni prima, infatti, Timo aveva rifiutato di sposare una nobildonna dell’aristocrazia russa, preferendo Eeva la figlia di umili contadini estoni. Assieme a quella di Eeva, Timo von Brock paga anche l’istruzione di Jakob. I due fratelli estoni imparano a leggere, scrivere e parlare le lingue dell’aristocrazia dell’epoca, il russo, il francese e il tedesco.

La vita di Eeva e Timo sembra scorrere al meglio, ma l’incantesimo si spezza quando Timo redige un discoso nel quale, tra le altre cose, insulta lo zar. Sua Maestà non è deciso a perdonare a Timo anche quest’altra stramberia e ordina l’immediata incarcerazione nella fortezza di Schlüsselburg.

Trascorrono nove lunghi anni durante i quali Eeva, moglie fedele che decide di tingersi i capelli di nero per portare un lutto, cerca di andarlo a trovare e di ottenere varie volte la grazia. Grazia che arriva, alla fine, con la sentenza finale: Timotheus von Brock è un pazzo e può tornare a Võisiku, ma non può uscire dai confini dell’Impero russo.

Ma è proprio pazzo, Timo, o è un uomo che ha semplicemente cercato di smuovere le coscienze dell’epoca e ha avuto il coraggio di dire la verità, andando contro ai principi della nobiltà e dello zar in persona?

narva_hermanni_linnus_2006

Herman Castle, Narva, Estonia (fonte: Zentsik, CC BY-SA 3.0 ee)

“D’altra parte, signori miei, apriamo una buona volta gli occhi: questa nostra tanto decantata cavalleria era ed è una questione che riguarda solo e unicamente noi! Soltanto tra di noi, o nei confronti di coloro che trattiamo da nostri pari, ci comportiamo cavallerescamente. Con gli umili ci siamo comportati finora nel modo più infame!” [Il pazzo dello zar, Jaan Kross, trad. A. Alberti]

Nel libro “Il pazzo dello zar” rivive la figura di Timo, un personaggio realmente esistito, la cui storia è quella di un uomo che ha osato sfidare le convenzioni dell’epoca e ne ha pagato care le conseguenze. Jaan Kross sceglie di romanzare la storia di Timo in un momento in cui l’Estonia è controllata nuovamente dalla Russia, non più zarista ma sovietica. Come ai tempi di Timo, anche durante il dominio sovietico le verità era bene metterle a tacere o si potevano rischiare pesanti punizioni.

I personaggi vengono presentati e descritti con precisione e maestria, con tanto spessore da farli apparire decisamente reali; nei dialoghi si legge quella passione, quell’ardore tipico di un romanzo dagli echi ottocenteschi. “Il pazzo dello zar” è infatti anche un romanzo storico: vengono citati luoghi, situazioni, personaggi quali zar, generali, imperatori europei e vengono descritte epiche battaglie e brucianti sconfitte.

1024px-riisa_raba

Riisa bog, Parco Nazionale Soomaa, Estonia (fonte: Olev Mihkelmaa, Wikipedia CC BY-SA 3.0)

Si tratta di un romanzo potente, impegnativo e ricco di informazioni storiche, un libro sul potere delle parole e delle idee, molto più pericolose di tante armi, perché se usate bene le parole possono smuovere le coscienze.

Quando un uomo inizia a ragionare con la propria testa e a dire cose pericolose, non resta altro che mettere a tacere i sovversivi, per gli uomini potenti che vogliono mantenere il controllo. Non resta che incarcerare chi si oppone al regime, chi cerca di aprire gli occhi agli altri: come Jaan Kross, che rievocando la storia di Timotheus von Brock voleva smuovere le coscienze degli estoni messi a tacere dal regime comunista. Ma la verità, anche se con fatica, arriva sempre e con essa arriva la libertà: per Timo è arrivata dopo nove anni di prigionia, per l’Estonia di Kross solo nel 1991. E per fortuna lo scrittore ha fatto in tempo a vederla libera, la sua Estonia.

Emil Tode | Terra di confine

La lettura di “Terra di confine” di Emil Tode (Iperborea, 169 pagine, 10,50 €) si è rivelato un viaggio, proprio come me lo ero immaginato leggendo la trama. Con il giovane traduttore estone, protagonista e voce narrante, ho vagato attraverso l’Europa, da Est a Ovest, dal “paese scomparso” fino ad Amsterdam per giungere infine a Parigi.

14362553_1083392138380557_8440222657358909941_o

Titolo: Terra di confine

L’Autore: Emil Tode, pseudonimo di Tõnu Õnnepalu, è nato a Tallinn nel 1962. Redattore di una rivista letteraria e traduttore di letteratura francese, dopo aver pubblicato diverse poesie si è imposto come fenomeno letterario estone con “Terra di confine”

Traduzione dal tedesco: Francesco Rosso Marescalchi

Editore: Iperborea

Il mio consiglio: “Terra di confine” può sfuggire alle definizioni perché è un romanzo davvero particolare. Uniche le descrizioni dei luoghi e dei sentimenti, gli eventi descritti attraverso lettere mai spedite. Un libro per chi vuole scoprire autori poco noti in Italia e viaggiare attraverso le pagine

Là sognavo davvero di potere, un giorno, fuggire a Parigi, passeggiare lungo i boulevard, stare seduto ai caffè e sorridere alla gente che avrebbe risposto al mio sorriso – e nessuno avrebbe potuto raggiungermi, né la nonna né i professori né la mia stessa vita. E ora mi trovo qui, in questa città scortese e invasa dai turisti, mi manca il fiato per il caldo, rimango disteso fino a mezzogiorno nella mia tana e non so più cosa sognare. E alle mie spalle non ho lasciato niente, ho portato tutto con me, la mia vita, la nonna, la maleodorante casa della mia infanzia, tutto. Ma almeno è più facile non dover sognare niente, magari che qualcuno mi ami. Una volta lo sognavo ossessivamente, non sognavo più altro. E che cosa ci si guadagna: “Nient’altro che pene e dolori”, avrebbe detto la nonna. Più passa il tempo e più le dò ragione [Terra di confine, Emil Tode]

Un giovane traduttore giunge a Parigi dopo aver a lungo sognato di raggiungere questa città. Il giovane proviene da un lontano paese, nel cuore dell’Est Europa, senza mai rivelare ai suoi interlocutori il paese esatto nel quale è nato.

Quando vien fuori che sei dell’Europa dell’Est ti guardano con compassione e dicono una frase fatta, come se parlassero con il congiunto di uno appena morto [Terra di confine, Emil Tode]

Durante un seminario per traduttori provenienti dall’Est Europa, il giovane incontra Franz, un affascinante docente, del quale si innamora perdutamente. Lo raggiunge ad Amsterdam, la città sull’acqua, e poi di nuovo a Parigi, dove Franz ha una casa magnifica ubicata sull’Ilê St. Louis, dalle cui finestre si vede la Senna che brumeggia al mattino.

Ma il malessere che il giovane traduttore dell’Europa dell’Est si nasconde nel suo cuore, lo porta a compiere un terribile crimine. Il traduttore quindi inizia a scrivere missive – senza mai spedirle – al giovane e misterioso Angelo, una figura incontrata a Parigi ma mai descritta. In queste lettere il traduttore si racconta, si descrive, parla del suo paese, della guerra, dei sovietici e della severa nonna. Infine confessa il suo terribile delitto.

talvine_aurav_viimsi_meri

La spiaggia estone di Viimsi in inverno (Di MP6lder – Opera propria, CC BY-SA 3.0, Wikipedia)

Quante volte sono tornato a quel molo, a quell’acqua, là dove il fiume si fa ampio e impetuoso e i treni del metrò corrono in lontananza sul ponte attraverso l’oscurità come se fosse acqua, come se il mondo fosse sotto l’acqua, dall’altra parte, non qui dove stiamo. Osservo la superficie come un limite oltre il quale deve celarsi il mondo vero, aspetto che la tua mano emerga o che sullo specchio dell’acqua si formino dei cerchi a indicare che mi è concesso raggiungerti. Ma non accade nulla. Un colpo di vento increspa la superficie e fa mormorare i grandi alberi sopra di me, e tra il mormorio si distingue un ansimare di dolore o di piacere, dal ponte giunge un fischio lacerante, ma laggiù non c’è anima viva. Qualcuno trova soddisfazione al suo desiderio, qualcuno cade morto nella stessa erba in cui qualcun altro ha appena sparso il suo seme. Tutt’intorno la carne è pronta, mio caro Angelo, ma lo spirito non c’è da nessuna parte [Terra di confine, Emil Tode]

Narrato attraverso lettere mai spedite al misterioso Angelo, scritto in prima persona, “Terra di confine” è un libro davvero molto particolare. La scrittura fluida e precisa di Emil Tode racconta, con tono appassionato e fortemente sentimentale, le gioie e i dolori del giovane traduttore Est europeo in una Parigi descritta con precisione. Proprio la passione che Tode lascia trasparire dalle pagine, conferisce a “Terra di confine” l’eco di un romanzo ottocentesco, pur essendo stato scritto nei primi anni Novanta del Novecento.

Il paese che il giovane che scrive le missive non cita mai è quel luogo reso attraverso immagini e colori suggestivi: dove in giugno c’è sempre luce e d’inverno calano presto le tenebre. Una terra ambita per la sua posizione geografica perfetta, a cavallo tra Est e Ovest, che per centinaia di anni ha subito invasioni da popoli diversi – dai danesi, dagli svedesi, dai tedeschi, dai russi, dai finlandesi – e che solo nel 1991 ha potuto dichiararsi indipendente per la seconda volta e in modo definitivo. La terra di confine è l’Estonia.

Una volta ho trovato su un giornale l’espressione “terra di confine”. Così definivano il paese da cui provengo. Un termine tecnico della politca. Molto preciso, del resto. Ma una terra di confine non può esistere: c’è qualcosa da questa parte della frontiera e qualcosa dall’altra parte, ma il confine stesso non esiste. Ci sono l’autostrada e il campo di grano con la casa colonica tra gli alberi assetati, ma dove corre il confine tra queste due cose? Non lo si può vedere. E se ci si trova esattamente su quel confine non si può essere visti, né dall’una né dall’altra parte [Terra di confine, Emil Tode]

Emil Tode parla di quel senso di sradicamento che vive nel cuore di chi ha lasciato il suo amato-odiato paese; quella confusione di sogni, ricordi e realtà che vive nel cuore degli animi sensibili, come il giovane traduttore estone durante il soggiorno a Parigi; racconta di un amore omosessuale, appassionato quanto clandestino, e di ciò che succede quando si vive divisi tra due mondi apparentemente molto diversi. Tra le pagine vive quella passione quasi ottocentesca, di cui parlavo, che Emil Tode ci mette nel raccontare la sua storia ad Angelo: l’amore per Franz, in primo luogo, ma anche i suoi ricordi di gioventù nella casa della nonna, del momento in cui – dopo aver visto passare tanti tram sotto la sua finestra – ha deciso di prenderne uno anche lui, e fuggire dall’Estonia alla volta della Francia.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Un’alba invernale estone sulla neve (Di MaarjaLiisR – Opera propria, CC BY-SA 3.0, Wikipedia)

Mi sono ritrovata ad amare (e a rileggere) le romantiche descrizioni usate per raccontare della sua terra di confine, la città di Tallinn, i paesaggi innevati e preda del gelo o le notti estive piene di luce. Mi sono ritrovata ad amare una terra che non conosco ancora ma che scoprirò presto.

Vengo da una terra dove il sole è un diamante raro, una favolosa moneta d’oro che si gira e si rigira al chiarore del fuoco, e la si morde prima di osare fidarsene. In autunno si mette via il sole in cantina, insieme alle patate e ai cavoli, e quando lo si ritira fuori, a primavera, diffonde il velenoso odore dei bianchi germogli di patate su tutta la fattoria, fino al bosco [Terra di confine, Emil Tode]

Meelis Friedenthal | Le api

Tra i libri che preferisco ci sono quei romanzi dove ti senti completamente trasportata nel tempo e nello spazio; io amo quelle storie dove abbondano i dettagli e le descrizioni, perché fanno sì che io mi senta davvero lettrice protagonista. Nel caso del romanzo “Le api” di Meelis Friedenthal (Iperborea, 275 pagine, 16,50 euro) a tratti mi pareva persino di percepire il freddo umido e pungente che viveva Laurentius Hylas, il tormentatissimo protagonista del libro.

20151020110238_253_cover_mediaTitolo: Le api

L’Autore: Meelis Friedenthal (1973) è laureato in teologia e filosofia all’Università di Tartu, in Estonia. Dopo un romanzo di stampo fantascientifico e una serie di racconti, scrive il secondo romanzo “Le api” ottenendo nel 2013 il Premio dell’Unione Europea per la Letteratura

Traduzione dall’estone: Daniele Monticelli

Editore: Iperborea

Il mio consiglio: per tutti coloro che amano i romanzi storici ambientati nel Seicento dove alchimia e medicina ancora si fondono, per chi ama i protagonisti tormentati e per chi apprezza le descrizioni minuziose come un quadro fiammingo

Laurentius si guardò attorno e cercò di argomentare. “L’anima non è forse l’attualità del corpo? Per questo sezionando non la troviamo, perché non è più attualmente nella persona. Possiamo fare un cadavere in pezzi minuscoli, ma l’anima non c’è. Semplicemente non c’è. Eppure tutti sentono di averla, no? Finché esistiamo la percepiamo”. Peter prese la parola: “Credo che il teatro anatomico possa servire da illustrazione a questa discussione. Il signor Laurentius Hylas ha magari fatto un cadavere a pezzettini e si è così convinto delle proprie parole, ma l’esperienza insegna più di ogni parola e l’esperienza è ciò di cui abbiamo bisogno. E che altro è il teatro, se non esperienza?” [Le api, Meelis Friendenthal, trad. D. Monticelli, citazione pagina 179]

Laurentius Hylas giunge in Estonia dopo un lungo viaggio periglioso per mare e per terra. Con sé ha un baule con le sue carte e una gabbia di ferro costuita con le sue mani, la casa del suo pappagallo Clodia. Laurentius è uno studente che ha lasciato l’università di Leida, Olanda, per giungere in Estonia ed iscriversi all’università di Tartu. Durante il tragitto, il tempo è piuttosto inclemente: pur essendo fine settembre cade quasi ogni giorno una fitta pioggia gelida e l’umidità raggiunge sia le membra che le ossa. L’Estonia, esce da un’estate piovosa che ha distrutto molti raccolti e condotto alla fame diverse persone, in particolare le fasce contadine più deboli e povere, pur essendo definita il granaio di Svezia, dato che all’epoca la piccola repubblica baltica era sotto il dominio svedese.

La carrozza di Laurentius fa una sosta prima di arrivare a Tallinn, e durante quell’occasione, nella sudicia e sporca locanda dove si fermano a riposare, il povero pappagallo Clodia muore. Il giovane Laurentius era molto legato a Clodia, perché il ragazzo credeva che il pappagallo potesse aiutarlo a socializzare con gli estranei e a tenere a bada la sua bile nera e i suoi umori.

Ma un altro evento sconvolge Laurentius prima di giungere finalmente a Tartu: lungo la strada resa sdrucida dalle piogge, una ruota della carrozza di rompe e mentre il cocchiere – aiutato dai passeggeri – ripara la vettura, Laurentius incontra uno straccione dai profondi occhi azzurri e disperati, che lo inquieta profondamente e gli ruba la gabbia con il corpicino del povero Clodia. Da quel momento in poi, Laurentius lamenterà di forti febbri, spossatezza persistente e inappetenza dovuta principalmente ad un odore marcescente quanto persistente che gli ammorberà le narici e l’anima per lungo tempo. E quella giovane ragazza vestita di bianco, che afferma di chiamarsi Clodia è reale oppure nata dal delirio febbrile?

lezione-di-anatomia-del-dottor-Nicolaes-Tulp-Rijksmuseum-Amsterdam-1632

“Lezione di anatomia del dottor Tulp”, olio su tela, Rembrandt (1632)

Il suo fiato era forse come il ragno che si arrampicava sul muro? Esiste tutto il tempo da qualche parte, ma finché non si mostra con chiarezza è come se non ci fosse. Quello stesso fiato che gli animava il corpo un attimo prima, che gli circolava nei polmoni e gli toccava il sangue, ora se ne vola via nell’oscurità. Si mescola all’aria umida della notte e diventa parte di essa, si muove dentro e fuori i polmoni perfino quando con l’avanzare della sera, la ragione e lo spirito si ottundono sempre più. Perfino quando il corpo si affloscia addormentato sul letto. Vuoto di memoria. Quel fiato che si muove dentro e fuori è dunque la vita, l’esistenza dell’uomo? [Le api, Meelis Friendenthal, trad. D. Monticelli, citazione pagine 206-207]

Ambientato a fine Seicento, il romanzo “Le api” permette realmente di far compiere al lettore un salto nel tempo. La vita dell’Estonia dell’epoca è resa in modo pressoché perfetto, dalla descrizione della vita contadina e delle loro disgrazie ai suntuosi banchetti universitari e alle lezioni di anatomia.

Nel romanzo compaiono, oltre alle teorie di famosi scienziati come Newton e Boyle dei quali spesso nel libro si discute, anche dei personaggi realmente esisiti come il rettore matematico Sven Dimberg, il filosofo Gabriel Sjoberg e il medico Jakob F. Below. I paesi baltici sono stati spesso territori contesi, e solo dopo quasi settecento anni di varie dominazioni straniere hanno potuto dichiararsi indipendenti; come l’ambientazione, anche il periodo scelto per sviluppare il romanzo è un periodo di confine, un’epoca dove la gente si scrolla di dosso i retaggi medievali per iniziare a vedere le cose attraverso occhi scientifici.

E poi, c’è il protagonista Laurentius Hylas, un uomo che riflette il Seicento di passaggio nel quale egli vive: Laurentius vuole credere nella scienza e nelle nuove teorie scientifiche, ma sembra essere ancora saldamente radicato alla stregoneria e all’alchimia, continuando a mescolare – come molti all’epoca – le teorie scientifiche con l’alchimia. Laurentius è preda della malinconia, che si manifesta sottoforma di “febbre” o “bile nera”, uno continuo sbalzo dei suoi umori interni che gli provocano febbri e spossatezza, e quell’odore costante e pestilenziale e marcescente che lo perseguita e gli impedisce di cibarsi dignitosamente, così Laurentius si procura la corteccia di salice per prodursi una tintura da bere, pratica su di sé il salasso, convinto che eliminando i corpuscoli malati del suo sangue, potrà guarire dalle febbri che lo attanagliano. Ma le febbri continuano e continuano anche le visioni di una ragazza vestita di bianco che dice di chiamarsi Clodia, ma che nessun’altro oltre Laurentius conosce.

ponte nel bosco

“Ponte nel bosco” Rafail Levitsky

E infine, ci sono le api che rappresentano l’anima, che spesso è oggetto di molte discussioni nel romanzo. Le api vengono paragonate alle virtù umane e a Laurentus ricordano le parole di Platone, quando afferma che sono la reincarnazione delle persone che hanno vissuto una buona vita. Sul finale onorico e particolare, Friedenthal lascia il lettore in bilico, libero di decidere come interpretarlo, pare un po’ nebbioso e sfocato, come chi guarda il mondo attraverso un corpo colpito dalla febbre e dalla malinconia.

Jaan Kross | La congiura

Tra le case editrici italiane, quella che preferisco è senza dubbio Iperborea perché da quanto ho iniziato a leggere i romanzi che pubblica ho avuto modo di conscere e approfondire un mondo che conoscevo poco o per nulla. Non avevo mai letto nessun autore estone che raccontava l’Estonia, un Paese a mio avviso molto interessante e affascinante. “La congiura” di Jaan Kross (Iperborea, trad. G. Pieretto, 182 pagine, 15 euro) è un libro che mi ha permesso di entrare nella dimensione socio-culturale delle Repubbliche Baltiche e mi ha decisamente arricchita.

20150205121212_240_cover_mediaTitotlo: La congiura

L’Autore: Jaan Kross (1920 – 2007) è stato un poeta e narratore di fama internazionale, considerato il massimo esponente della letteratura estone contemporanea. Nato a Tallinn e laureatosi in legge a Tartu, è stato arrestato come dissidente dai nazisti e poi di nuovo dai sovietici, trascorrendo otto anni nei gulag siberiani prima di votarsi alla scrittura. Nel 2010 in Estonia è stato istituito un premio letterario che porta il suo nome

Traduzione: Giorgio Pieretto

Editore: Iperborea

Il mio consiglio: per i lettori curiosi e affascinati dalle culture nordiche e dalla storia contemporanea

Ora nella primavera e nell’estate del 1944, scopro che non sempre basta svegliarsi la mattina per far finire l’incubo, perché quel cubicolo grigio di cella che mi vedo intorno quando apro gli occhi non svanisce. Non svaniscono le sbarre alla finestra, alta come quella di una cantina, né lo strato di calce che ricopre i vetri (per impedire a chi si mette in punta dei piedi di vedere la baia). Le due brande sosprese con i rispettivi occupanti sono ancora lì, insieme all’uomo che vi dorme sotto, sul pavimento, e a quello accanto a lui. Così come la cassetta marrone che serve da coperchio per la latrina e da sedile, e che, in mancanza di cuscino, funge anche da poggiatesta, e l’odore della latrina stessa, che aleggia sulle assi sconnesse del pavimento, appena percettibile eppure sempre presente, tutt’uno con l’aria della cella. Finché non ci si alza e attraverso la finestra socchiusa si è raggiunti da una scia di cloruro di calcio. Un alito di vento l’ha portata da sinistra, dall’entrata dell’obitorio che si trova al pianterreno della vecchia prigione [citazione dal racconto La grammatica di Stahl, Jaan Kross trad. Giorgio Pieretto]

Tallinn, 1939, i sovietici sono alle porte e Hitler richiama in Germania i tedeschi che vivono in Estonia e vogliono tornare in patria. L’Estonia, assieme alla Lettonia e alla Lituania, sono da sempre state contese tra Russia e Germania, tra Est e Ovest, pizzicate tra due mondi. Nei tre racconti di Jaan Kross vengono rievocati tre momenti della storia Estone del Novecento, narrati attraverso la voce del giovane Peeter Mirk studente e giovane dissidente in fuga perenne, alter ego dell’Autore.

Nel primo racconto dal titolo “La ferita” Peeter Mirk parla del Umsiedlung, il trasferimento o rimpatrio dei tedeschi che vivono in Estonia. Siamo nell’ottobre 1939, Hitler è oramai stato nominato Cancelliere, ha invaso la Polonia e ha promesso ai tedeschi che vivono in Estonia che se vorranno avranno delle terre libere sul Baltico, appunto in Polonia. Gli amici di Peeter, Flora e Karl, decidono di lasciare l’Estonia alla volta della Germania, anche se non hanno prettamente origini tedesche. Flora, la sorella di Karl, solo un anno prima era stata la ragazza di Peeter, ma avevano interrotto il fidanzamento, l’uno per un motivo, l’altra per un altro. Mentre i due fratelli Flora e Karl pensano che in Germania troveranno lavoro e benessere, Peeter non ne è così convinto, poiché il Cancelliere tedesco non gli piace. Karl decide allora di invitare Peeter a cena per l’ultima volta, prima della loro partenza, approfittando della cena vuole anche presentargli sua moglie, sposata in fretta e furia prima della partenza. Ma un evento improvviso quanto nefasto sconvolgerà i piani dei ragazzi e la vita di uno di essi.

aivazovsky_-_reval_1845

“Tallinn” di Ivan Aivazovsky, Galerie Koller Zürich

Nel secondo racconto dal titolo “La grammatica di Stahl” siamo nell’estate del 1944 e Peeter decide che anche per lui è giunto il momento di lasciare l’Estonia. Seppur a malincuore, perché Peeter ama la sua terra e la sua cultura, capisce che la dominazione tedesca può rivelarsi molto pericolosa, soprattutto per dissidenti come lui. Così, con una valigia di compensato, qualche cambio e l’unica copia del romanzo nel quale mette in luce i difetti del regime nazista, Peeter si imbarca clandestinamente dal porto di Tallinn per raggiungere la Finlandia. Il viaggio dovrebbe essere breve, ma non privo di pericoli. Peeter scorge tra i profughi il suo vecchio amico Tammo, che per ripagargli un debito regala a Peeter una preziosa e vecchia copia de “La grammatica di Stahl“, il primo volume nel quale si parla della lingua e della grammatica estone. Ma qualcosa va storto durante la traversata, Peeter viene intercettato e incarcerato prima di raggiungere la Finlandia.

Nel terzo e ultimo racconto della raccolta che dà il titolo al libro, “La congiura” appunto, siamo nel 1946: ai tedeschi sono stati sostituiti i sovietici, che già tempo premevano per conquistare i piccoli stati baltici. Peeter Mirk in questo ultimo racconto parla dell’esperienza in carcere, come ne “La grammatica di Stahl”, ma questa volta i carcerieri sono i sovietici. In particolare, Peeter consiglierà al compagno di cella Lehtpuu (che in estone significa ‘albero a foglie caduche‘) come comportarsi e cosa dire durante gli interrogatori d’accusa.

Ho apprezzato molto lo stile armonico di Jaan Kross e l’alta qualità della traduzione di Giorgio Pieretti. I tre racconti, pur narrando episodi diversi della vita di Peeter Mirk, letti di seguito risultano fluidi e omogenei: sono come tre flash sugli episodi salienti della storia estone. Una storia, quella estone – come quella lituana e lettone – davvero molto complessa. Da sempre pizzicate tra Est e Ovest, hanno però saputo mantenere con orgolio la loro dignitità, la loro cultura e la loro lingua. Nella preziosa postfazione a cura di Giorgio Pieretto, il traduttore, vengono evidenziati i punti salienti della storia estone e un approfondimento biografico sullo scrittore Jaan Kross.

windmills_at_angla_saaremaa-ekkeekke

Mulini a vento sull’isola di Saaremaa (photo: Ekke Vasli, CC BY 2.0)

Lanciare uno sguardo sull’Estonia, sulla sua storia e sulla sua cultura come ho scritto nell’introduzione mi ha arricchita molto, anche se apprezzando la casa editrice Iperborea  non avevo dubbio alcuno che “La congiura” mi sarebbe piaciuta.

Nel corso delle decine di anni trascorsi da allora sono più o meno riuscito a liberarmi da quel malessere che mi prendeva nelle foreste a foglie caduche, contro il piacere che provo in quelle di conifere. Ma quando l’estate scorsa, ad Autaguse, ho visto uno scoiattolo volante, un letun, lanciarsi nel cielo blu fra i rami forcuti di un vecchio tiglio, ho provato come una stretta al cuore, un inatteso senso di colpa per il destino di quell’animaletto in via d’estinzione. E solo dopo averci pensato a lungo ho capito il perché [citazione dal racconto Lacongiura, Jaan Kross trad. Giorgio Pieretto]