Antonio Tabucchi | Requiem

Sono tornata a Lisbona e l’ho fatto di nuovo con Antonio Tabucchi leggendo “Requiem” (Feltrinelli, trad. S. Vecchio, 139 pagine, 8 €), un romanzo breve che profuma di salsedine, alghe, sole e sogni.

(…) oggi per me è un giorno molto strano, sto sognando ma mi pare che sia vero, e devo incontrare delle persone che esistono soltanto nel mio ricordo [Requiem, Antonio Tabucchi, trad. S. Vecchio]

Il protagonista è un uomo senza nome – alter ego dell’autore – che a mezzogiorno di una caldissima domenica di luglio si trova sul molo Alcântara ad attendere che arrivi “un tizio“, anzi, un “grande poeta“; ma il grande poeta è in ritardo, oppure l’appuntamento non era per mezzogiorno bensì per mezzanotte.

Il protagonista occupa le dodici ore di quella calda domenica a Lisbona iniziando un lungo viaggio attraverso la città e le sue coste, il fiume Tago e i paesi di Cascais nell’Estoril, incontrando persone reali – la Vecchia Zingara, il guardiano del cimitero, il Venditore di Storie – e altr che vivono solo nei suoi ricordi – come Tadeus ed Isabel. A mezzanotte in punto si ritroverà al moldo Alcântara ad attendere – se arriverà – il grande poeta al quale vorrà dimostrare tutta la sua ammirazione

Il battello che veniva da Cacilhas fischiò all’attracco. La notte era veramente magnifica, con una luna sospesa sopra gli archi del Terreiro do Paço così che bastava stendere una mano per acchiapparla. Mi misi a guardare la luna, accesi una sigaretta e il Venditore di Storie cominciò a raccontare la sua storia [Requiem, Antonio Tabucchi, trad. S. Vecchio]

Lisbona (fonte: Jason Briscoe, unsplash.com)

È questa, in estrema sintesi, la trama del romanzo “Requiem” e non aggiungo molto altro per non rovinare il gusto della lettura a chi non l’ha ancora letto. “Requiem” è piuttosto diverso da “Sostiene Pereira“: a fare da sfondo ad entrambi i romanzi c’è sempre Lisbona, caldissima e sfavillante, ammantata di una luce accecante e avvolta da una cappa di umidità che fa sudare i due protagonisti; ma se in “Sostiene Pereira” la trama ha un filo logico ben preciso, con una precisa serie di eventi che conducono al magnifico e commovente finale, in “Requiem” gli incontri del protagonista sono dettati più dal caso che dalla logica. Proprio come nei sogni, quando si sovrappongono cose vissute e cose immaginate.

In “Requiemil tempo scorre a tratti velocemente e tratti più lentamente, l’obiettivo finale del protagonista è ritornare all’Alcântara e incontrare questo personaggio che è facile indovinare che si tratti di Fernando Pessoa, il più noto poeta e scrittore portoghese del Novecento.

Di “Requiem” ho amato molto le atmosfere lisboete, quella sensazione di essere costantemente sospesa tra la verità e l’illusione, tra l’incontro con chi è vivo e chi vive solo nella memoria; il tutto scritto con lo stile coinvolgente e ammaliante di Tabucchi che avevo già apprezzato nel romanzo “Sostiene Pereira”. Un altro bel libro che è un vivo omaggio a Lisbona e al Portogallo, un racconto che ha davvero il potere di far innamorare il lettore.

Praia da Barra Aveiro, Gafanha da Nazaré (fonte: Miss Porcelain, unsplash.com)

Titolo: Requiem
L’Autore: Antonio Tabucchi
Traduzione dal portoghese:
Editore: Feltrinelli
Perché leggerlo: per sognare Lisbona, il Portogallo, la sua cucina, la sua gente e per sognare, sognare, sognare in una caldissima domenica di luglio

Paolo Rumiz | Trans Europa Express

Ho letto “Trans Europa Express” di Paolo Rumiz (Feltrinelli, 231 pagine, 9.50 €) grazie al consiglio di Pina che cura il blog Il mestere di leggere, un suggerimento nato quasi per caso ma che si è rivelato decisamente interessante: il reportage di viaggio di Rumiz mi ha coinvolta e conquistata, in un modo che non avrei mai immaginato.

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Partire dunque, ma per dove? La Cortina di ferro non c’era più, i reticolati erano stati sostituiti da spazi addomesticati, musei e piste ciclabili. Per cercare spazi bradi bisognava andare oltre, sul margine orientale dell’Unione europea. Forse lì cominciava ancora un “altro mondo”. E così non mi restò che immaginare un itinerario bordeline dal Mar Glaciale Artico al Mediterraneo, fino alla Turchia e magari fino a Cipro. Le soprese non sarebbero mancate [Paolo Rumiz, Trans Europa Express]

Partire dunque, ma per dove?, è la domanda che ogni tanto sorge anche a me, quando ho voglia di organizzare un viaggio, breve o lungo che sia. Molte volte il luogo che voglio visitare lo ragiono a lungo, qualche volta lo scelgo quasi a caso. Partire, per Paolo Rumiz, è soprattutto varcare i confini, le frontiere, in modo particolare quelle più difficili. Rumiz è un giornalista e scrittore triestino che festeggia il compleanno lo stesso giorno della caduta delle frontiere con la ex-Jugoslavia, è uno che i confini li conosce bene e forse proprio per questo ne è tanto affascinato.

Narva è la città estone che conduce in Russia (fonte: Wikipedia Commons, Aleksander Kaasik,CC BY-SA 4.0)

Il viaggio da Nord verso Sud, lungo la cerniera che unisce l’Unione europea con la Russia, inizia ad immaginarlo raccogliendo informazioni e disegnando da solo la mappa di viaggio; non esiste una mappa che unisca Kirkenes, Norvegia, con Istambul, o meglio esiste ma a scala molto piccola, dove i dettagli si perdono. Rumiz sceglie mappe a grande scala e le unisce con il tratto che percorrerà con Monika, fotografa e interprete polacca.

Dalle terre iperboree dove il sole non tramonta mai fino a Instabul, dove la luna si specchia sul Mar Nero, il Bosforo che tanto pazientemente unisce l’Europa all’Asia. In trentatré giorni Rumiz percorre circa seimila chilometri, riempie otto taccuini di appunti e uno di disegni e schizzi, incontra innumerevoli persone di ogni estrazione sociale, dai contadini più umili e personaggi più illustri come pope e governanti di paesini; Rumiz e Monika si spostano con ogni mezzo, a piedi, in treno, in auto a nolo, in autostop, in nave o battello e in bus.

Le guide sono pagine piene di nulla. Banalizzano, complici dell’oblio che scende sui territori. Ne propiziano la distruzione con il loro silenzio. Straccio quelle poche pagine pompose e inutili, le appallottolo, le butto nella spazzatura. Ma sì, si viaggia assai meglio chiedendo alla gente, e forse il viaggio perfetto sarebbe quello fatto alla cieca, senza nemmeno la carta. Partire insomma, salendo sul primo treno che va nella nostra direzione [Paolo Rumiz, Trans Europa Express]

Monasteri sulle Isole Solovetsky, Russia (fonte: Wikipedia Commons CC BY-SA 4.0)

Un viaggio, quello di Rumiz e Monika, che affascina e colpisce coloro che amano scoprire nuovi luoghi e lanciarsi in nuove avventure. Paolo Rumiz ha la grande, grandissima capacità di trasportare il lettore attraverso gli spazi che descrive, a volte rallentando qualche volta andando di corsa; spesso serve una mappa, per conoscere l’itinerario, per seguire bene il viaggio di Rumiz attraverso luoghi che hanno nomi così antiquati da non averli forse mai uditi: Ostrobotnia, Carelia, Livonia, Curlandia, Prussia.

E’ il paesaggio, vagamente bretone, dell’antica Curlandia, una delle tante regioni mitologiche del Centro Europa che la collisione degli imperi e la mobilità delle frontiere hanno cancellato dalle carte geografiche (…) I viaggi leggeri son fatti così: le soste generano incontri, e gli incontri rimettono in moto l’avventura. Funziona sempre. Anche qui, nella verde Estonia degli uomini silenziosi [Paolo Rumiz, Trans Europa Express]

Una penna che imprime emozioni e sensazioni vive, pulsanti, reali a chi legge. Pagina dopo pagina, sono stata letteralmente catturata dal magnetismo di un’avventura così incredibile da non poterla neppure immaginare. Le genti incontrate, i paesi, i paesaggi, gli spostamenti: ogni cosa è minuziosamente descritta, nulla è lasciato al caso. Vengono anche raccontati episodi e fatti storici, che aggiungono un notevole valore culturale al libro. Si impara moltissimo, da un diario di viaggio come questo.

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Moschea Nuova a Instabul (fonte: Wikipedia Commons, Pubblico dominio)

Per chi ama viaggiare “Trans Europa Express” è l’ispirazione, è la sublimazione dei sogni di colui che sceglie un luogo e va, documentandosi man mano che si avvicina la data della partenza. Per chi ama scoprire nuovi lunghi questo è un libro irrununciabile, senza dubbio.

Il viaggio lungo la nuova Cortina di ferro è finito. Cercavo una Frontiera vera, e l’ho trovata. A volte ha coinciso con i confini nazionali, altre volte no (…) Mi chiedo che ne sarà della vecchia Europa, del suo martoriato cuore contadino ed ebraico spazzato da troppe guerre. Alla stazione di Sirkeci mi aspetta il treno per Belgrado (…) Solo il turco e la circassa sembrano non tenere conto dell’orologio (…) Si baciano, indifferenti alla città, alla gente, alla pioggia [Paolo Rumiz, Trans Europa Express]

Titolo: Trans Europa Express
L’Autore: Paolo Rumiz
Editore: Feltrinelli
Perché leggerlo: per sognare un lungo viaggio, fatto di persone, incontri, luoghi e storia; per capire che le frontiere sono quelle che ci costruiamo noi stessi, con i nostri stereotipi e pregiudizi. Per chi sogna di avere sempre la valigia pronta, con l’essenziale, e una mappa pasticciata e stroppicciata piena di appunti sulle cose da vedere.

Antonio Tabucchi | Sostiene Pereira

Alcuni libri hanno bisogno di tempo prima di essere letti e vengono apprezzati e amati di più in un preciso momento della nostra vita. Tra gli Stati europei che mi affascinano, oltre a quelli nordici, c’è il Portogallo: non chiedetemi il motivo, non lo so, è così e basta. Sono sicura che il Portogallo sia uno di quei luoghi dove mi sentirei a casa (come mi successe in Grecia). Quindi, ho deciso di scoprire il Portogallo attraverso i libri e ho iniziato quest’avventura leggendo “Sostiene Pereira” di Antonio Tabucchi (Feltrinelli, 214 pagine, 7.50 €).

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Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d’estate. Una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell’imbarazzo di mettere su la pagina culturale, perché il “Lisboa” aveva ormai una pagina culturale, e l’avevano affidata a lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte. Quel bel giorno d’estate, con la brezza atlantica che accarezzava le cime degli alberi e il sole che splendeva, e con una città che scintillava, letteralmente scintillava sotto la sua finestra, e un azzurro, un azzurro mai visto, sostiene Pereira, di un nitore che quasi feriva gli occhi, lui si mise a pensare alla morte. Perché? Questo a Pereira è impossibile dirlo [Sostiene Pereira, Antonio Tabucchi]

Nella calda estate del 1938, mentre il direttore è in ferie alle terme di Coimbra, Pereira gestisce la pagina culturale del “Lisboa”, un giornale portoghese nato da pochi mesi. Pereira, dopo quasi trent’anni di giornalismo di cronaca nera, si trova a lavorare con la cultura: innanzi tutto, vuole essere indipendente e non vuole che la politica rientri nei suoi lavori. Prepara omaggi e ricorrenze a scrittori che non sono ancora morti – ma che son vecchi e potrebbero morire, meglio essere pronti – e traduce in portoghese gli scrittori francesi dell’Ottocento non ancora letti in Portogallo.

La vita di Pereira è fatta di piccole, semplici cose: le sue traduzioni, le omelette alle erbe del Café Orquídea, le confessioni con Don António e le lunghe chiacchierate con la fotografia della moglie mancata diversi anni prima. Pereira vive quasi in punta dei piedi, nonostante la sua mole, in silenzio, senza interessarsi troppo al mondo che lo circonda.

Quando incontra Monteiro Rossi e la sua fidanzata Marta, qualcosa nel cuore buono e tranquillo di Pereira inizia a cambiare. Il giornalista si rende conto che la situazione in Portogallo non è buona: vige la censura, ogni articolo prima di essere pubblicato deve essere approvato; Pereira crede di essere libero , ma viene ripreso dal direttore del “Lisboa” perché ha pubblicato un racconto francese che si conclude con l’esclamazione “Viva la Francia!” e la Francia no, non è amica dei portoghesi.

Oltre a Monteiro Rossi e Marta, Pereira incontra per caso la signora Delgado su un treno e diventa confidente del dottor Cardoso: tutti questi personaggi fanno capire a Pereira che deve fare qualcosa per il suo Paese, deve sfruttare il fatto che sia un giornalista che scrive settimanalmente su una pagina culturale molto seguita. La sua vita verrà rivoluzionata, ma sono proprio gli incontri casuali quelli che fanno stravolgere le nostre convinzioni.

La signora Delgado (…) disse: e allora faccia qualcosa. Qualcosa come?, risposte Pereira. Beh, (…) lei è un intellettuale, dica quello che sta succedendo in Europa, esprima il suo libero pensiero, insomma faccia qualcosa. Sostiene Pereira che avrebbe voluto dire molte cose. Avrebbe voluto rispondere che sopra di lui c’era il suo direttore, il quale era un personaggio del regime, e che poi c’era il regime, con la sua polizia e la sua censura, e che in Portogallo tutti erano imbavagliati, insomma che non si poteva esprimere liberamente la propria opinione (…) Ma non disse niente di tutto questo, Pereira, disse solo: faro del mio meglio signora Delgado (…) Capisco, replicò la signora Delgado, ma forse tutto si può fare, basta averne la volontà. Pereira guardò fuori dal finestrino e sospirò (…) Era bello, quel piccolo Portogallo baciato dal mare e dal clima, ma era tutto così difficile, pensò Pereira [Sostiene Pereira, Antonio Tabucchi]

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Lisbona vista dal belvedere Santa Luzia (fonte: Diego Delso, CC BY-SA 3.0 Wikimedia Commons)

Sostiene Pereira” è un romanzo che mi ha conquistata sin dalle prime righe, quando nell’incipit Tabucchi descrive il tempo e lo spazio in modo incisivo e coinvolgente. Leggendo, si entra nella storia con una facilità incredibile, Tabucchi prende per mano i lettori e li conduce attraverso una Lisbona scintillante e ventosa, ma soffocata da un regime crudele e opprimente. L’uso di poche parole – quasi contate – per descrivere situazioni, sentimenti ed emozioni è una prerogativa, secondo me, dei grandi narratori: per raccontarci un’emozione a volte servono davvero poche righe.

Pereira è un personaggio semplice, che vive la sua vita con estrema tranquillità, dividendosi tra la redazione della pagina culturale del “Lisboa”, il suo café preferito e le brevi vacanze nelle cliniche talassoterapiche sull’Estoril, portando sempre con sé il ritratto della moglie defunta. Pereria è un uomo maturo che vive nei suoi ricordi e ci tiene a mantenerli tali; prova nostalgia del tempo che corre, delle vicende e dei sentimenti che ormai appartengono al passato, ma non si rassegna a lasciarli andare.

L’incontro con Monteiro Rossi e Marta, due giovani che ammiccano ai repubblicani spagnoli, iniziano ad illuminare Pereira e fargli capire che deve aprire gli occhi. Pereira non vuole abbandonare “quel piccolo Portogallo” anche se sa che la vita non è per niente facile. Durante il regime di Salazar, come in ogni dittatura, informazioni e persone erano controllate con grandissima attenzione. L’incontro con altri due personaggi, la signora Delgado sul treno da Coimbra verso Lisbona, e il dottor Cardoso, direttore della clinica talassoterapica, aggiungeranno i tasselli necessari a Pereira per prendere la sua decisione. Dopo un drammatico evento, a Pereira gli viene “un’idea folle” e la messa in pratica di questa idea cambia la sua vita per sempre.

Sostiene Pereira” mi ha regalato alcune delle emozioni che avevo vissuto durante la lettura de “Ho paura torero” di Pedro Lemebel (marcos y marcos) e mentre proseguivo nella lettura, che ha un ritmo sempre più incalzante pagina dopo pagina, ho capito che sul Portogallo voglio leggere ancora molto, perché non so nulla se non che è un luogo che mi affascina. Aver cominciato questa scoperta con la lettura di “Sostiene Pereira” si è rivelata un’ottima scelta, perché ho iniziato ad amare la “soleggiata e ventilata” Lisbona in compagnia di Pereira, un personaggio che mi resterà nel cuore per molto, molto tempo.

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Arco di Trionfo, Piazza del Commercio, Lisbona (fonte: Diego Delso, CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons)

Titolo: Sostiene Pereira
L’Autore: Antonio Tabucchi
Editore: Feltrinelli
Perché leggerlo: perché “Sostiene Pereira” è un romanzo con una trama molto semplice ma dal grande potere di emozionare, commuovere e far riflettere

Elena Loewenthal | Conta le stelle, se puoi

Nel Giorno della Memoria ho deciso di parlare di “Conta le stelle, se puoi” di Elena Loewenthal (Einaudi, 257 pagine, 17.50 €) per un motivo molto semplice: questo libro non parla di Shoah, campi di concentramento, di rastrellamenti, forni crematori o deportazioni. Questo romanzo parla di quella che avrebbe potuto essere la vita, con le sue speranze, gioie e difficoltà, di una famiglia ebrea se un bel giorno del 1924 “quel Mussolino lì” avesse preso un colpo.

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Nonno Moise partì da Fossano una domenica mattina di fine estate, poco prima delle grandi feste. A quel tempo non era ancora nonno e nemmeno immaginava che un giorno lo sarebbe diventato. A dire più o meno il vero (…) nonno Moise non immaginava nessuna delle tante, o forse poche, cose che nella vita gli sarebbero capitate. Non immaginava, ad esempio, che invece di un albero composto e altero la sua discendenza avrebbe disegnato un tessuto senza capo né coda steso alla bell’e meglio fino ai quattro angoli del mondo, tutto instarsi e ricami e maglie diseguali come fa un filo di lana fra due ferri maldestri (…) neppure sperava perché era ancora troppo giovane per sperare, quando la vita è tutta un’allegra certezza e la linea dell’orizzonte sta persa in un mare di luce, neppure sperava di morire come Giobbe, sazio di anni [Elena Loewenthal, Conta le stelle, se puoi]

Nel 1872 Moise Levi è un giovane ebreo di Fossano, intraprendente e curioso. Figlio unico, decide di lasciare la natia città per cercare fortuna a Torino: con sé porta la sua incredibile voglia di costruirsi un futuro e un carretto pieno di stracci. La sorte gli è amica, giunto a Torino – dopo varie traversie tra Saluzzo e la Vel Pellice – Moise si distingue immediatamente per la sua voglia di lavorare e poco tempo dopo il suo arrivo a Torino fonda una società che commercia nel settore tessile con il signor Malvano.

Trascorrono gli anni e mentre Moise invecchia, prima padre e poi nonno, Torino muta il suo aspetto diventando sempre più moderna senza perdere mai il suo esclusivo fascino di antica capitale del Regno d’Italia. Nonno Moise diventa parecchio ricco, acquista l’intero stabile di via Maria Vittoria, la sua discendenza diventa sempre più numerosa e anche a lui a volte è impossibile raccapezzarsi tra tutti i nipoti e pronipotini.

Quando nel 1922 le camice nere e quel Mussolino lì marciano su Roma, nonno Moise capisce immediatamente che quella è brutta gente. E il re Vittorio Emanuele II, un perfetto incapace, non è in grado di fermare i fascisti che con il suo beneplacito salgono al governo. Ma se tutti immaginano l’arrivo di tempi duri, si sbagliano di grosso: una bella mattina del 1924 a quel Mussolino lì viene un infarto e crepa.

Così, nonno Moise non conoscerà le leggi razziali, né i drammatici rastrellamenti, né gli episodi di razzismo e violenza nei confronti degli ebrei. Moise e la sua numerosa discendenza non vedranno mai le sinagoghe o le attività degli ebrei bruciare per mano dei fascisti; non saranno costretti ad emigrare in Svizzera o in America per scampare alla morte. Semplicemente, nonno Moise e la sua famiglia vivranno, in silenzio senza mai fare rumore – come sono abituati gli ebrei – ma vivranno, felici e numerosi.

Ah, il ’38! Che anno, che è stato. Unico e irripetibile, tanto che si fa persino fatica a raccontarlo, a mettere in ordine nella sequenza di eventi, nelle gioie e negli entusiasmi, nei ricordi che s’affollano, nelle nostalgie che non guariscono. Il ’38 è un anno così, che tiene insieme chi c’era e chi aveva ancora da venire al mondo e persino chi se n’era già andato: tutti uniti dall’attesa e dalla speranza e dalla felicità di essere finalmente lì [Elena Loewenthal, Conta le stelle, se puoi]

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Il romanzo “Conta le stelle, se puoi” di Elena Loewenthal mi è piaciuto davvero moltissimo, e questo lo specifico subito. La narrazione procede in modo non sempre scorrevole, sono frequenti i salti temporali e le anticipazioni: è così che di punto in bianco, magari leggiamo il nome di un nipote che nascerà solo anni e anni dopo, ma con l’albero genealogico alla mano è come sfogliare un album fotografico, con fotografie e storie dal 1848 al 2003, saltando da Torino a Fossano, dalla Terra Promessa alle Americhe, lasciandosi cullare dalla musicalità del piemontese mescolato con l’ebraico.

La storia raccontata dalla Loewenthal diventa originale nel momento in cui la scrittrice torinese immagina che a Mussolini venga un colpo secco e muoia, e da qui in avanti la Storia prende una piega diversa: nello stesso anno della morte di Mussolini viene dato il voto alle donne; nel 1938, anno mirabile e irripetibile, finisce il mandato britannico in Terra Santa e nasce lo Stato di Israele, Vittorio Emanuele II abdica e va in esilio in Egitto, nasce quindi la Repubblica italiana e nel 1948 viene abolito il servizio militare.

Pur essendosi prese molte libertà narrative, soprattutto storiche, la Loewenthal descrive bene l’evoluzione della città di Torino: da quando barriera Nizza erano quattro cascine attorniate da prati incolti, all’arrivo degli stabilimenti Fiat e quindi allo sviluppo industriale della porzione sud della città. Come descrive con notevole veridicità l’ubicazione di quello che fu il ghetto ebraico di Torino e del quale oggi non restano che i cancelli di ferro tra via Bogino, via Maria Vittoria e via S. Francesco da Paola.

“Conta le stelle, se puoi” è un titolo evocativo che si ispira ad un episodio della Genesi: quando Dio mostra ad Abramo la volta celeste e gli confida che tanto sarà vasta la sua discendenza. Tornando alla realtà, sappiamo bene che Mussolini non morì nel 1924 e le leggi razziali furono emanate e molti ebrei piemontesi e non solo vennero deportati e uccisi nei campi di concentramento.

Ma Elena Loewenthal non si è arresa e non l’ha data vinta ai fascisti: ha immaginato un lieto fine e una storia diversa per la discendenza di nonno Moise e per tutti gli ebrei, descrivendoci come avrebbe potuto essere la Storia contando i vivi anziché i morti.

Titolo: Conta le stelle, se puoi
L’Autrice: Elena Loewenthal
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: per non arrendersi alla Storia, per immaginare un futuro diverso, felice e numeroso come le stelle della volta celeste

Fulvio Gatti | I nerd salveranno il mondo

Sono la persona meno adatta per parlare de “I nerd salveranno il mondo” di Fulvio Gatti (Las Vegas edizioni, 127 pagine, 10 €) perché in vita mia non ho mai visto Star Wars (nessun capitolo), non ho mai seguito The Big Bang Theory, non ho mai apprezzato il finto giornalista del Kansas e a dirla tutta Batman mi sta pure un po’ antipatico, per non parlare di quello con le orecchie a punta e la frangetta anni Ottanta. Eppure sono qui, a raccontare l’esperienza legata ad una lettura che entra nel mondo dei nerd.

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“(…) Prima, però, rispondi alla domanda. Cos’è un nerd?” “Ok, aspetta. Provo con una definizione completa: un nerd è un essere umano che manifesta, fin dalla giovanissima età, spiccati interessi per specifiche branche del sapere umano. Si dedica a essi con entusiasmo e passione a volte scambiati per stravaganti da tutti gli altri. Nello specifico, però, si intende nerd ogni esperto e promotore di quell’insieme di personaggi, serie e franchise, soprattutto di provenienza fumettistica, chiamati “cultura pop”.” “Quindi è un reietto della società. Per questo non si riproduce.” “Non ho detto che i nerd non si riproducono. Ci sono femmine nerd e femmine molto pazienti che tollerano il lato nerd del compagno. Se no a quest’ora si sarebbero già estinti. Ma sappi che la nerdosità è contagiosa anche al di fuori dell’ereditarietà familiare.” “Ma è un reietto oppure no?” “Membro di sotto-società, al limite.” [Fulvio Gatti, I nerd salveranno il mondo

Un nerd terreste, alter ego dell’autore, viene rapito da una forma di vita aliena. L’essere alieno vuole vivisezionare il terrestre per capire come funziona, come è fatto; il terrestre, logico, non è d’accordo e decide di distrarre l’alieno dal suo intento. Il terrestre inizia a raccontare all’alieno che cosa sono i nerd, come si è sviluppata la cultura pop, quali sono stati i suoi trampolini di lancio verso la conquista e come, dal nulla, sia giunta al successo e apprezzata da molti.

L’alieno pone delle domande, il terrestre risponde con pazienza e racconta. Questo è, in sostanza, l’espediente usato da Fulvio Gatti, che ha la capacità di sviluppare la “questione nerd” in punti precisi e riesce a introdurre curiosità e fatti legati alla cultura pop. L’essere alieno è colpito dal fiume di informazioni che il terrestre gli riversa addosso, e forse – ma questo lo saprete solo se arriverete alla fine del libro – forse il terrestre riuscirà ad evitare di essere tagliuzzato e sezionato dalle lame aliene.

Non ci sarebbe viaggio, però, senza eroe. E la cosa più divertente è che l’eroe, i suoi valori e le sue motivazioni sono ciò attorno a cui viene costruita la trama stessa. Per chi perde tempo a cercare i significati dentro le storie, quei significati che come si diceva hanno reso importante l’immaginario nerd, il nocciolo tematico ruota in buona parte attorno alla figura del protagonista; tanto più se la struttura dell’avventura in cui viene immerso aderisce ai canoni del viaggio dell’eroe. Questa è l’ennesima anomalia dell’immaginario nerd; ciò che, visto da fuori, ci rende del tutto fraintesi. Sì, ci piace che la storia sia sempre la stessa. Perché, in effetti, all’interno di quella reiterazione – di strutture e tematiche – nei casi migliori abbiamo trovato i messaggi e le emozioni che ci hanno resi le persone che siamo [Fulvio Gatti, I nerd salveranno il mondo]

Fulvio Gatti indaga le cause che hanno portato al successo la cultura nerd. Ammettetelo: il nerd come ve lo immagina(va)te? Tutto ciccia e brufoli, con l’hamburger a portata di mano, nascosto in una stanza illuminata solo dallo schermo del pc, dove gli unici suoni sono il ticchettio dei tasti e le sue grasse risate. Ecco, niente di tutto questo, o in ogni caso non solo questo.

Grazie ad Internet un giovane nerd di Caresanablot, suggestiva località nella piana vercellese, ha capito di non essere solo al mondo: se nessun caresanablottese conosceva e venerava le epiche gesta di Anakin Skywalker, ecco che attraverso forum e chat on line il giovane nerd scopre che a Roma o a Venezia o addirittura nella ridente Ghislarengo, altro ameno paese della bassa vercellese, c’è un ghislarenghese con la sua stessa passione per le spade laser e i giornalisti che si trasformano in supereroi entrando in una cabina del telefono. Da qui in poi, una volta essersi conosciuti in rete, il passo è breve: l’unione fa la forza, si organizzano le convention e alle fiere del fumetto iniziano a comparire i primi cosplay.

La scrittura di Fulvio Gatti è ironica, scorrevole e fresca: “I nerd salveranno il mondo” è una lettura leggera ma che fornisce parecchie informazioni sulla cultura pop e nerd, è un concentrato di nerdaggine in formato tascabile. Apprezzando solo Il Signore degli anelli e la mitica saga di Ritorno al futuro, non mi sento assolutamente appartenente al genere nerd, e Gatti ce lo ricorda quando scrive che apprezzare Ritorno al futuro è come apprezzare la cioccolata, in effetti sono capaci tutti.

Mi è venuta voglia di guardare la saga di Star Wars? No. Superman ora mi è simpatico? Per carità. Vivisezionerei un nerd per capire come funziona? Ma no, il sangue mi fa un po’ senso. Beh, ma io vi avevo avvertiti che sono la persona meno adatta per parlare della cultura nerd.

Titolo: I nerd salveranno il mondo
L’Autore: Fulvio Gatti
Editore: Las Vegas edizioni
Perché leggerlo:I nerd salveranno il mondo” è un libro per chi si sente nerd nell’anima e vuole ripercorrere le tappe dei suoi predecessori o per ricordare – immagino con piacere – le epiche gesta dei suoi eroi preferiti. E’ un libro anche per chi, come me, è completamente a digiuno del mondo legato ai nerd e vuole farsi una piccola cultura.

Emilio Salgari | Alla conquista della Luna

Lo scrittore Emilio Salgari è soprattutto noto ai lettori per aver dato vita all’immortale personaggio di Sandokan, la Tigre della Malesia; ma l’autore veneto, oltre ad essere un romanziere prolifico e visionario, si è dedicato anche alla scrittura dei racconti: raccolti nel volume “Alla conquista della Luna” (Cliquot, 142 pagine, 16 €) ci sono sei racconti fantastici e fantascientifici in grado di divertire e far provare un po’ di nostalgia per un tempo in cui si immaginava un futuro molto diverso.

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Lanciato sulla Terra a 9.500 metri. La nostra macchina funziona sempre perfettamente, mercé il calore proiettato dai nostri specchi e condensato nei nostri motori. Se nulla accade di contrario, noi fra tre ore avremo lasciato la zona d’aria respirabile e continueremo la nostra ascensione verso la Luna. Se non potremo più mai tornare sulla Terra o se il freddo ci assidererà come temiamo, chi vorrà sapere chi noi siamo e con quale macchina ci siamo innalzati, si rivolga all’alcalde di Allegranza (isole Canarie), a cui abbiamo rimesso i nostri documenti prima di lasciare definitivamente la Terra [estratto dal racconto Alla conquista della Luna, Emilio Salgari]

Ci sono navigatori norvegesi suggestionati e ossessionati dalla presenza del Maelström, un gorgo spaventoso e letale che risucchia le imbarcazioni al largo delle coste delle isole Lofoten. Spaventose creature simili a calamari giganteschi che emergono dagli abissi bui per saccheggiare le navi che solcano le acque della Cornovaglia. Un inventore crea la “Stella Filante” un prototipo di dirigibile in grado di fare il giro del mondo.

Dalle Azzorre parte una spedizione composta da scienziati che contano di raggiungere la Luna. In una zona paludosa della Florida un eccentrico riccone e il suo servitore di colore Ongro fanno una macabra scoperta, uno scheletro senza testa, e da qui si dipana una storia che sfuma quasi nell’orrore. Generazioni di navigatori portoghesi hanno cercato l’isola delle Sette Città, idealmente collocata tra le Azzorre e le Canarie.

E l’isola delle Sette Città? Mistero sempre. Che fosse però realmente esistita verso il finire del XV secolo, nessuno lo pose mai in dubbio. I marinai portoghesi e gl’isolani delle Canarie affermano anche oggidì che in mezzo al mare dei Sargassi, di quando in quando, vedono sorgere dal profondo delle acque dei getti intensi di vapore che fanno delle ecatombi di pesci, e che poi emergono dalle rupi che qualche tempo dopo tornano a scomparire. Sono le rive dell’isola delle Sette Città che in causa delle commozioni sotterranee vengono spinte verso la superficie? E’ probabile. [dal racconto L’isola delle Sette Città, Emilio Salgari]

Questi sono gli spunti su cui Emilio Salgari ha impostato i suoi sei racconti fantastici e fantascientifici. La scrittura può essere vista come un momento di evasione, di estraniazione dalla realtà, e leggendo i racconti di Salgari questa sensazione si ha spesso.

I racconti sono scritti in modo semplice, senza complessi intrecci narrativi o artifici, facili da seguire e decisamente godibili. Sono racconti piuttosto brevi, ma in pochi righe ci si sente trascinati dalla magia della penna salgariana. A tratti è un po’ come fare il giro del mondo, dato che nell’arco di poche pagine ci troviamo catapultati dalla gelida Norvegia alle calde isole Azzorre e Canarie, passando per la Cornovaglia e il soleggiato Portogallo, e con due tappe americane, una in Florida e una a San Francisco.

Se i personaggi e le situazioni immaginate dall’autore veneto lette un tempo potevano sembrare incredibili, a leggerle oggi – nel futuro dove dovrebbero essere idealmente ambientate – fanno sorridere ma non smettono di soprendere per l’incredibile fantasia utilizzata per scriverle.

Fantasia notevole per descrivere la macchina che deve condurre gli scienziati sulla Luna, e minuziose sono anche le descrizioni del decollo; incredibilmente, la storia della “Stella Filante” che dovrebbe portare i suoi passeggeri in giro per il mondo, assomiglia a quella del dirigibile Zeppelin o del trasatlantico Titanic, quasi fosse una profezia o un ammonimento nel non sfidare troppo la sorte. Più fantastici sono i racconti di “Lo scheletro nella foresta” e “Negli abissi dell’oceano“, che ammiccano il primo alla tradizione di Edgar Allan Poe e il secondo a quella di Jules Verne.

Storie, quelle di Salgari, che mettono in luce soprattutto la sfiducia dell’autore nel confronto del futuro: molte trame, infatti, non hanno il lieto fine e spesso i personaggi sono incompresi o non creduti o presi per pazzi. L’uomo tenta di volare, conquistare la Luna, sfidare i mostri degli abissi e la potenza dei fenomeni insipiegabili; ma l’uomo per natura fallibile e pieno di difetti. Emilio Salgari ci racconta questo: nonostante le idee geniali, l’uomo è fallibile e le sue storie ce lo ricordano nel caso volessimo sfidare troppo i nostri limiti umani.

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I compagni di viaggio che hanno intrapreso questo giro del mondo con Salgari, sfidato mostri e gorghi marini, sono Fabrizia, Claudia e Fabio, e io vi invito a fare un salto nei loro blog perché hanno molte cose da raccontarvi sui visionari racconti di Emilio Salgari. Seguite tutte le tappe del nostro tour!

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Fabio Bartolomei | We are family

Lo so, avete letto il titolo del libro che sto per recensire e nella vostra testa è scattata la canzone delle Sister Sleges. Come faccio a saperlo? E’ successo anche a me quando ho scartato il regalo di Natale da parte della Lettrice Rampante e ho visto la brillante copertina azzurra del libro “We are family” di Fabio Bartolomei (E/O edizioni, 275 pagine, 10 euro). We are family / I got all my sisters with me / We are family /Get up everybody and sing… Ah, scusate, mi sono distratta… Adesso vi parlo del libro.

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La sede della famiglia Santamaria è a Roma, in un quartiere di nome Ostiense. Si entra in un palazzo marroncino, si prende l’ascensore, si pigia il tasto numero quattro, poi si suona il campanello dell’interno dodici e se nonna non tiene la radio con volume troppo alto si entra senza problemi (…) La casa è nostra, in cambio papà deve solo consegnare ogni mese una busta bianca al signore dell’ultimo piano. La famiglia Santamaria è “agile e compatta”, come dice mio padre. Una nonna, uno zio e basta perché non è la quantità che conta, è qualcos’altro che ora non ricordo. Mi dispiace per gli altri bambini ma in questa famiglia abbiamo avuto una fortuna sfacciata, oltre alla madre numero uno ci è capitato anche il papà migliore al mondo [Fabio Bartolomei, We are family]

E’ il 1971, hai quattro anni, una passione per le cose che prendono fuoco e sei un piccolo genio che a scuola si annoia. Vivi a Roma, in un palazzo un po’ brutto, con la nonna, mamma, papà e tua sorella Vittoria, ma questa non è la casa promessa, ma un luogo di passaggio.

Ora sei più grande, hai cambiato diverse case, la nonna e lo zio se ne sono andati per sempre, ma sei ancora convinto di avere la mamma e il papà migliore del mondo. Mamma sforna ciambelloni divini e sulla carta d’identità c’è scritto ‘casalinga’ ma a penna ha corretto con ‘pasticciera’; papà guida gli autobus, ma un giorno guiderà l’astronave spaziale. Vittoria ha il complesso delle caviglie grosse, ma per te è la miglior sorella al mondo ed è bellissima.

Adesso vivete in un paese vuoto vicino al lido romano, la vita è sempre stata faticosa per i Santamaria, ma la famiglia è unita nei sacrifici e nessuno di voi si sognerebbe mai di abbandonarla all’ennesima difficoltà. Ecco, forse ci siamo, la casa promessa! Sì, dai, sembra un garage, anzi lo era… Ma che importa, pian piano diventerà la casa promessa.

Poi, un viaggio di nozze da tanti anni rimandato e cambia tutto. Mamma e papà vanno a Venezia, e da Venezia al Belgio e dal Belgio… chi lo sa. Tu, Al, e Vittoria restate alla casa promessa, studiate, lavorate, mettete da parte i soldi, insomma vi inventate una vita. Al, il tuo progetto di costituire il Principato dei Santamaria sta prendendo forma, e giorno per giorno, sacrificio dopo sacrificio, ecco la moneta, lo stemma, la bandiera e ovviamente l’inno. Quale? We are family, I got all my sisters with me / We are family /Get up everybody and sing…

Vittoria dice che è normale, non si può essere felici ogni giorno, nessuno lo è. A me sembra da pazzi non provarci, forse il problema del mondo è proprio che tutti la pensano come lei. Io però sono diverso. A cosa serve avere un cervello straordinario se non lo usi per rendere felice te, la tua famiglia e quindi di riflesso ancora te? [Fabio Bartolomei, We are family]

We are family” è un romanzo scorrevole, commovente, divertente e anche un po’ surreale. Mi è piaciuto molto per lo stile così semplice ma intenso di Bartolomei e la prorompente simpatia di Al Santamaria, voce narrante delle avventure della famiglia. L’ho letto come primo libro dell’anno e quando l’ho iniziato non sapevo che da lì a due giorni avrei avuto un problema in famiglia; una perdita è un momento doloroso e difficile, è il momento in cui si vede davvero quando possa essere compatta o meno una famiglia.

Sono riuscita a continuare a ritagliarmi alcuni momenti per leggere, per straniarmi un attimo da questa situazione triste, e “We are family” mi ha aiutata a distrarmi e mi ha fatto capire che la felicità esiste solo se noi ci crediamo davvero. E ogni difficoltà, anche la più grande e terribile, deve essere affrontata con lo spirito giusto: credo proprio che sia questo il messaggio di Al per tutti noi, ed è per questo motivo che “We are family” mi è piaciuto tanto.

Gianluca Serra | Salam è tornata

Ho una formazione scientifica, così quando tra la moltitudine di libri che vengono pubblicati ne trovo uno che parla di scienze naturali lo leggo sempre volentieri. “Salam è tornata” di Gianluca Serra (Exòrma edizioni, 238 pagine 15.90 €) narra la vicenda legata alla scoperta di una colonia di ibis eremita in prossimità delle rovine di Palmira, ma è anche un’interessante riflessione sulla Siria e i cambiamenti climatici, sul nostro ruolo a proposito della conservazione della natura e sulle scelte che in futuro saremo costretti a prendere.

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Titolo: Salam è tornata

L’Autore: Gianluca Serra è biologo e ricercatore. Ha condotto ricerche e partecipato a progetti dapprima in Italia e poi nel resto del mondo. Ha vissuto diviso tra la Siria e l’Italia per dieci anni per studiare i voli migratori dell’ibis eremita per conto delle Nazioni Unite. Allo scoppio della guerra civile siriana si è trasferito in Polinesia per studiare il manumea, un uccello tropicale incapace di volare

Editore: Exòrma edizioni

Il mio consiglio: “Salam è tornata” è un libro per chi è curioso di conoscere meglio la natura che ci circonda, per chi vuole immaginare com’era la Siria prima della guerra e per chi si pone delle domande sul futuro del pianeta Terra

Catturammo, incolume, il primo ibis. Una bellissima femmina che chiamammo Salam. Nelle settimane successive catturammo altri due adulti: una femmina, Zenobia (la leggendaria regina di Palmira), e un imponente maschio che battezzammo col nome di Sultan. Il marcaggio dei tre volatili con i trasmettitori satellitari, dentro la tenda, fu magistralmente eseguito a tempo di record da parte di Lubo (…) A quel punto non dovevamo aspettare altro che l’inizio della migrazione, ormai prossima. Non stavo nella pelle. La rotta migratoria di questi animali era sempre rimasta un grande mistero dell’ornitologia mediorientale. Per la prima volta eravamo sul punto di svelarlo [Gianluca Serra, Salam è tornata ]

Quando l’ornitologo Gianluca Serra arriva per la prima volta in Siria, ne resta affascinato: i palazzi nuovi nascono e crescono insensatamente come funghi, a dispetto di qualsiasi piano regolatore; i soldati frontalieri sono armati ma indossano le ciabatte; il divario sociale è abissale, si va dal lusso più sfrenato alla povertà assoluta; Damasco, la capitale, è una città caotica e invivibile. Però, Palmira è bellissima. Il deserto è magnifico, con quel buio totale e un infinito numero di stelle.

E’ il 2001 e la Siria esce da una lunga dittatura ma quella che ora si definisce ‘repubblica’ in realtà non lo è. Gianluca Serra non è interessato alla politica (anche se con i politici, quasi sempre corrotti e incompetenti, avrà a che fare), ma è a capo di un progetto per la conservazione dell’avifauna del deserto siriano e non lontano dall’antica città di Palmira fa una scoperta incredibile, grazie alle informazioni degli abitanti del luogo: trova una colonia di ibis eremiti uccelli già sacri agli egizi che dal Medio Oriente si credevano assenti dagli Anni Trenta.

Gianluca Serra avvia il progetto di studio degli ibis, in particolare è interessato alla loro rotta migratoria: gli ibis vivono in Siria solo una parte dell’anno, poi volano verso sud. Non senza difficoltà, Gianluca Serra assieme ai suoi collaboratori riesce a marcare tre esemplari – Salam, Zenobia e Sultan – e, con grande emozione, a scoprire il luogo dove gli ibs vanno a trascorrere la seconda metà dell’anno: sorvolano la penisola arabica e giungono in Etiopia, attraversando in volo il Golfo di Aden.

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Ibis eremita (fonte: Rapha Hell, Wikipedia CC BY-SA 3.0)

Sulle falesie a nord di Palmira, gli ibis usavano sempre le stesse nicchie per nidificare. Ma anche in Etiopia si piazzavano ogni anno sullo stesso albero di eucalipto come posatoio per notte (…) Per tre anni di seguito abbiamo osservato questi intrepidi volatili scegliere immancabilmente sempre lo stesso albero. Più che migrare tra Siria ed Etiopia, sarebbe stato più appropriato dire che si spostavano due volte l’anno tra un albero specifico dell’acrocoro etiopico, proprio quello, e la nicchia di una falesia del deserto palmiriano, separati da tremiladuecento chilometri. Attraversando, per ben due volte, una decina di paesi tra i più problematici del mondo [Gianluca Serra, Salam è tornata ]

Salam è tornata” è un libro scritto in modo scorrevole e con un linguaggio divulgativo comprensibile anche a chi non è esperto di scienze naturali, avifauna o migrazioni. La storia di Salam, Zenobia e Sultan – rappresentanti degli ibis eremiti – si lega in modo indissolubile e drammatico con le vicende storiche della Siria: Gianluca Serra, infatti, parla anche del contesto storico siriano, dell’apparente fine della dittatura del generale Hafiz al-Assad, di come si è arrivati alla finta repubblica del maresciallo Bashar al-Assad, fino alle gravi instabilità che hanno portato alla guerra civile che conosciamo tutti.

Il ritratto della Siria fatto da Serra è un mosaico di contrasti, di situazioni sull’orlo del baratro: la ricchezza non equamente distribuita, palazzi lussuosi contro baracche di lamiera, l’informazione controllata, la classe politica corrotta, le crudeltà contro gli oppositori politici, la mukhabarat ovvero la polizia siriana che non va per i sottile e lo spettro della dittatura mai scomparsa del tutto.

Il messaggio contenuto in queste pagine è molto forte: la conservazione dell’ambiente è necessaria e fondamentale, per non generare disparità e portare un Paese sull’orlo della guerra, come il caso della Siria. Ogni ambiente naturale è il risultato di un equilibrio preciso e delicatissimo, di un’evoluzione che dura da milioni di anni e oggi una sola specie – Homo sapiens – è la maggior responsabile di una grande quantità di estinzioni.

Oltre alle estinzioni, già di per sé drammatiche, la modificazione dell’ambiente naturale può provocare conflitti e tensioni sociali: i disordini sociali nati nel 2011 in Siria, repressi nel sangue e poi sfociati nella guerra civile (2011 – oggi), sono dovuti all’insensato sovrasfruttamento delle risorse naturali (pascoli, acqua, terreni) e alla desertificazione con conseguente crisi ecologica.

La desertificazione ha distrutto i fertili pascoli delle pianure lungo l’Eufrate e i pastori nomadi sono dovuti andare nelle città, per sopravvivere, diventando stanziali. Qui, relegati ai margini, hanno vissuto in grave povertà e disagio, sfociato appunto nelle rivolte che vedevano come modello gli altri Paesi investiti dalle “Primavere arabe”.

Non è semplice, ma la rotta è invertibile. E’ possibile cambiare, fermarsi e anteporre al lucro il benessere dell’ambiente. Se non si inverirà questa tendenza, i nostri pronipoti dovranno risolvere problemi molto seri e prendere decisioni importanti. Sempre più specie animali e vegetali spariranno prima di essere scoperte e classificate, sempre più persone vivranno in povertà estrema e gli ibis eremiti non torneranno nelle loro amate falesie presso Palmira.

Antonio Manzini | Pista nera

Se ho letto “Pista nera” di Antonio Manzini (Sellerio, 275 pagine, 13 €) è grazie al consiglio di Elisa La lettrice rampante e di una delle istruttrici che lavora nella palestra che frequento. Le ringrazio entrambe perché grazie al loro consiglio ho potuto leggere un libro divertente, scorrevole e simpatico.

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Titolo: Pista nera

L’Autore: Antonio Manzini è attore, sceneggiatore e scrittore. La serie del vicequestore Rocco Schiavone è nata con “Pista nera” e prosegue con altri romanzi tutti editi da Sellerio

Editore: Sellerio editore Palermo

Il mio consiglio: “Pista nera” di Antonio Manzini è un giallo decisamente godibile, divertente e scorrevole. Irrinunciabile per chi, come me, è appassionato o ama la Valle d’Aosta

Che avevano? Un corpo semiassiderato sotto una decina di centimetri di neve. Chiamarlo corpo era un eufemismo. Una volta forse lo era. Un pasticcio di carne, nervi e sangue maciullati dalle frese del gatto delle nevi. E intorno c’erano piume. Dappertutta. Il vicequestore si strinse nel loden. Il vento, anche se lieve, penetrava nel bavero e gli accarezzava il collo lasciando una scia di peli sull’attenti come soldati schierati davanti a un generale (…) Chino sul morto c’era Alberto Fumagalli. L’anatomopatologo di Livorno, che con una penna smuoveva i piccoli lembi della giacca a vento del poveraccio. Il vicequestore si avvicinò senza salutarlo. Da quattro mesi, giorno del loro primo incontro, non lo facevano. Perché cominciare adesso? [Pista nera, Antonio Manzini]

Il vicequestore Rocco Schiavone è originario di Roma ma da quattro mesi è in servizio ad Aosta: ora ha un nuovo caso tra capo e collo, nel paesino di Champoluc durante la sistemazione delle piste della Monterosa Ski, il gatto delle nevi guidato da Amedeo Gunelli trancia di netto qualcosa disteso sulla neve. Si tratta del corpo di un uomo, Leone Miccichè, siciliano di origine e proprietario con la moglie valdostana, Luisa Pec, di un bellissimo chalet rifiugio a Cuneaz, sopra Champoluc, in val d’Ayas.

Schiavone viene portato su a Champoluc, quella fredda notte di febbraio (“… che freddo di merda!“), dalla BMW del collega Italo Pierron. Lo spettacolo che si apre sulla pista è raccapricciante: i resti del povero Leone sono sparsi ovunque, fresati dai cingoli del gatto delle nevi, e Alberto Fumagalli, l’anatomopatologo, è già al lavoro per capire se il poveretto fosse già morto o ancora vivo al momento dell’incidente.

Il vicequestore Schiavone ricerca indizi, informazioni, registra dettagli, ascolta il ragazzo che ha investito il corpo, il capo dei gattisti e tutto il personale della scuola di sci. Tassello dopo tassello, a volte con pazienza a volte gridando e insultando, spesso con metodi poco ortodossi, Rocco Schiavone giunge all’incredibile soluzione del giallo.

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Salendo a Chamois, Valle d’Aosta (foto: Claudia)

Pista nera” è il primo romanzo di Antonio Manzini che vede il vicequestore Rocco Schiavone come protagonista: Rocco è burbero, violento, amante delle belle donne, corrotto, senza peli sulla lingua, e a sentirne parlare così potrebbe quasi sembrare antipatico. Invece è un personaggio che ispira simpatia, con i suoi modi fare poco ortodossi (se leggerete il libro capirete) e con le battute al vetriolo ai suoi uomini della polizia.

E’ un personaggio decisamente riuscito perché è molto umano, non è perfetto, anzi è pieno di difetti più o meno importanti, proprio come ogni persona di questo mondo. Rocco Schiavone è molto bravo nel suo lavoro – anche se spesso sembra odiarlo, il fatto che sia un poliziotto – e riesce a mettere insieme gli indizi, i dettagli, riesce a leggere le persone, quando tentano di mentire e quando invece dicono la verità.

Il romanzo “Pista nera” mi è piaciuto per come è stato raccontato, sempre con leggerezza anche nei momenti più cruenti e drammatici. Mi è piaciuta moltissimo l’ambientazione, perché io amo la Valle d’Aosta, adoro la cittadina di Aosta e il paesino di Champoluc in particolare per un motivo puramente sentimentale legato al ricordo dei miei nonni. Poi, è un romanzo scorrevole, semplice da leggere, dove vengono forniti tutti gli indizi per arrivare alla stessa conclusione di Rocco Schiavone, per giungere alla scoperta del colpevole del crimine.

Ci sono solo alcuni errorini di tipo scientifico, uno sulla geologia e un paio sui nomi delle specie degli animali, ma soprassedo. “Pista nera” resta un buon romanzo per trascorrere qualche ora in compagnia di un poliziotto decisamente sopra le righe.

Gianni Farinetti | Il ballo degli amanti perduti

Era da tempo che non mi capitava di leggere un giallo divertente e scorrevole come “Il ballo degli amanti perduti” di Gianni Farinetti (Marsilio, 351 pagine, 18 €) ed era da un po’ che non mi affezionavo così tanto ad un personaggio e ai luoghi. E’ vero che Rocca Bormida non esiste, ma le Valli Bormida e Uzzone sì, e dato che quei posti dove il Piemonte sfuma nella Ligura li amo molto, per me è stato facilissimo affezionarmi.

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Titolo: Il ballo degli amanti perduti

L’Autore: Gianni Farinetti è nato a Bra e vive tra Torino e le Langhe. Con Marsilio ha pubblicato: Un delitto fatto in casa (premio Grinzane Cavour autore esordiente 1997, premio Premier Roman di Chambéry 1997); L’isola che brucia (premio Selezione Bancarella 1998), Lampi nella nebbia (2000), Regina di cuori e La verità del serpente (2011), Rebus di mezza estate (2013), Prima di morire (2014) e Il segreto tra di noi (2016, premio Via Po 2009)

Editore: Marsilio

Il mio consiglio: “Il ballo degli amanti perduti” è un giallo godibile, scorrevole e molto divertente. Un libro consigliatissimo a chi ama i paesaggi nebbiosi, i personaggi tenebrosi, i paesini dove la gente mormora e ingigantisce le vicente, per chi adora i castelli antichi (anche se non sono infestati da fantasmi).

Sa’, Giustina, datti una mossa, è ora di libare nei lieti calici pure tu. A metà di un ennesimo corridoio vede una porta semi-aperta dalla quale proviene una luce fioca. Ma è già ben strano, l’ha sempre vista sbarrata. Non resiste, ficca il naso. E si mette a urlare come non credeva di poter urlare. Lì per terra, a pochi metri da lei, il sindaco disteso sul pavimento a pancia in su con un rivolo di sangue che gli sgocciola sul costume. Grida e non sente un rumore alle sue spalle, né intuisce l’ombra che le incombe sopra [Gianni Farinetti, Il ballo degli amanti perduti]

Quando Sebastiano Guarienti, sceneggiatore originario di un paesino piemontese, suggerisce di organizzare un veglione in maschera nel vecchio castello quel badòla del sìndic di Rocca Bormida va in visibilio. Una proposta azzeccata: Franco Masoero già si immagina gli abitanti di Rocca e dei paesi della Valbormida ritrovarsi tutti assieme nel castel per salutare l’anno nuovo. Mentre il sìndic dà ordini a destra e a manca affinché la festa venga organizzata bene – e chiama il trombettista, e gli sbandieratori di Bra, e contatta per i fuochi d’artificio, e cerca il costume per la mascherata – la gente di Rocca Bormida, chi d’accordo e chi meno, non fa che parlare dell’imminente festa.

E così, in una girandola di personaggi conosciamo Silvana l’estetista, malbutà, malmessa, perchè quasi costretta ad essere l’amante del sìndic e obbligata – suo malgrado – ad essere la madre di un masnà impestato, il piccolo Kevin. C’è Onorina, la masca settimina, pranoterapeuta e cartomante, che per puro caso – o forse noprevederà la tragedia di Capodanno. C’è Giustina, la cugina del parroco don Felice Raviola, perpetua e un po’ ciola, sempliciotta, che nessuno vuole maritare ma che lei, nella sua immensa ingegnuità, crede di essere amata da Giampiero, il nipote di barba, zio, Vigiù.

C’è Roberto, l’architetto affascinante figlio del sìndic, che ha preso tutto dal ramo dei Marchisio, quello materno. Roberto, tanto bello quanto possibile, almeno per Sebastiano Guarienti, che non si farà scappare l’occasione di stargli molto vicino. Ci sono l’ottimo maresciallo Beppe Buonanno, la bella cavallerizza Giulia, nipote di Rossana che altri non è che una vecchia fiamma del Conte TiberioTibbyUzzone, sì proprio lui, il nobile della Valbormida.

Ci sono due muratori romeni, Mircea e Florin, e la moglie di uno dei due, Tatiana, che hanno grosse difficoltà nel pronunciare le doppie – tranne le emme di maremmacane -, c’è la grama, cattivissima, vecchia madre di Masoero, lo staff del Bar Europa di Monesiglio, la famiglia di formaggiai Cora, dei domestici centenari e un cavallo, Osvaldo, imbalsamato.

Ma cosa succede la notte di Capodanno? Mentre tutto il paese si sta divertendo in attesa dell’anno nuovo, Franco Masoero, il busiard, quel bugiardo, viene ucciso con un colpo di pistola, durante il rabèl – il chiasso – dei fuochi d’artificio.

Chi poteva voler così male al sìndic, così tanto da ucciderlo? Praticamente tutto il paese, per un motivo o per un altro. Il maresciallo Buonanno, aiutato dai CC di Monesiglio e dal procuratore di Mondovì, ma soprattutto dall’intuito e dalla curiosità formidabile di Sebastiano, riuscirà ad arrivare al bandolo della matassa, svelando il mistero.

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L’abitato di Prunetto, con il castello e il Santuario (fonte: Lunadilana, Wikipedia CC BY-SA 3.0)

Giochiamo, non stiamo lì a penare sulle scarpe giuste, buttiamo l’orologio, regoliamoci su arcani umori, vento, sole, pioggia, fango, i colori delle foglie, il mutare delle nuvole, la neve che ricopre i tetti, campi, animali, persone. Non può non pensare all’estate, a quel sapore lì, al dormire con le finestre splancate ascoltando il fruscio inquieto della notte, il grido delle civette, il lamentoso bramire dei caprioli in amore. Sentirsi talvolta, se non sovente, lontanissimi eppure così vicini a se stessi da esserne stupiti. Frugare a piene mani anche nel supremo piacere della solitudine (…) La solitudine, già, o meglio la capacità di stare da soli, intuirne le benefiche venature (…) Che frastuono è talvolta la vita   [Gianni Farinetti, Il ballo degli amanti perduti]

Il ballo degli amanti perduti” è un romanzo che mi è piaciuto e mi ha coinvolta molto. Il giallo ha una trama ben costruita e funzionante, pagina dopo pagina le vicende si incastrano alla perfezione, per poi arrivare al colpo di scena finale (con la soluzione, ovviamente). La storia è narrata con semplicità e precisione, in modo scorrevole e soprattutto divertente, con una buona dose di ironia ed enfasi. Di tanto in tanto i dialoghi e i pensieri dei personaggi sono punteggiati da parole ed espressioni piemontesi, spiegate con pazienza affinché tutti lo possano capire.

Per chi non ha mai vissuto una piccola realtà di paese, posso garantire che questi personaggi non sono delle caricature esagerate: nei paesini dove tutti (o quasi) si conoscono, ci sono davvero dei soggetti un po’ folaton, un po’ scemi. Per questo, leggendo le descrizioni dei tanti personaggi che compongono il paese, inventato., di Rocca Bormida mi sono sentita un po’ a casa, un po’ tanto.

Il dualismo Amore e Morte, quasi classico che si può incontrare in un romanzo giallo, è perfettamente amalgamato e rappresentato nella storia: d’amore, qui, ce n’è moltissimo. Ci sono amanti, ex-mogli, mariti gelosi o cornuti, donne che l’amore lo sospirano, uomini che piuttosto che accasarsi si ammazzano. E poi c’è l’amore, tenerissimo, tra Roberto e Sebastiano. Forse, più che amore, solo un filrt, ma raccontato con una tenerezza davvero sorprendente.

L’amore, si chiede Sebastiano con fare un po’ filosofo, dura per sempre? Il nostro detective è dubbioso, ma io leggendo le vicende raccontate ne “Il ballo degli amanti perduti” un’idea me la sono fatta: mi viene da rispondere sì, il vero amore – pur mutandoci, cambiandoci, segnandoci, rincorrendoci – dura davvero per sempre.

Ma l’amore dura per sempre?, si chiede guardando il sole che tramonta dietro il crinale, per sempre sempre? La maggior parte della gente (…) crede che l’amore sia una sorta di lingotto d’oro che non si deprezza mai, che mai impallidisce, che resta lì bello squadrato e scintillante in eterno. E che è meglio tenerlo in cassaforte, cioè prigioniero. Sì, l’amore non si deprezza, anzi, col tempo acquista valore, s’impara a capirne il profondo, fragile significato. S’impara anche a riconoscerlo ed è una gran conquista. [Gianni Farinetti, Il ballo degli amanti perduti]