Paolo Rumiz | La Regina del Silenzio

Un tempo, quando le notti erano più buie e nei villaggi ardeva solo il lume di qualche candela, oltre al grande fiume chiamato Duma non esistevano ancora le montagne (…) Non esisteva al mondo una frontiera naturale così facile da attraversare. Tutti i popoli circostanti lo sapevano, e avevano battezzato quella terra di foreste, acque e praterie col nome Terra del Passo (…) i Burjaki dovettero divendersi dalle invasioni e imparare in fretta il mestiere delle armi (…) nessuno era mai riuscito a farli schiavi (…) Ma un giorno d’autunno essi videro qualcosa che superò la loro immaginazione. Era arrivata l’Orda [La Regina del Silenzio, Paolo Rumiz]

Per secoli i Burjaki, abitanti della Terra del Passo, hanno saputo respingere invasori ed eserciti, vivendo come anime libere e felici. Un giorno, l’Orda del malvagio re Urdal – figlio della crudele regina Ubiaga – invade la Terra del Passo e grazie all’aiuto di tre orrendi mostri, Antrax, Uter e Saraton, conquista i territori dei Burjaki, imponendosi sovrano. Durante una battaglia, Eco, il mago che fa risuonare il mondo, viene fatto prigioniero da re Urdal.

La regina Ubiaga odia la musica, quindi vieta ai Burjaki gli strumenti musicali e il canto, così sulla Terra del Passo cala un silenzio irreale. Ma c’è un uomo che, nonostante il divieto, continua a suonare e cantare a bassissima voce canzoni e filastrocche: è Tahir il bardo, suonatore di tambùriza, un uomo che proviene dalle terre oltre il Negroponto.

Da bravo vagabondo, viaggiava anche da fermo (…) I suoi sogni erano la continuazione della vita reale. Era un cacciatore celeste, amava il buio della foresta. Diceva ai ragazzi che i luoghi si attraversano di giorno ma si capiscono davvero solo di notte [La Regina del Silenzio, Paolo Rumiz]

Tahri si trova tra i Burjaki perché assiste la vedova del soldato Vadim, caduto in battaglia. Tahir suona la tambùrinza e canta per la creatura che Thassìa porta in grembo, Mila, che non vedrà mai suo padre. Gli anni passano e Tahir il bardo torna nelle sua terra natia e la giovane si sente orfana per la seconda volta.

Quando Mila cresce, attraversa mari e terre per andare da Tahir il bardo; la aiuterà a riportare la musica tra la sua gente, perché sin da piccola Mila scopre di avere doti innate per le melodie e vuole che l’armonia risuoni di nuovo tra i Burjaki.

Mila cresceva e sentiva ogni cosa: il mormorio del torrente, il canto del vento tra i rami dei pruni e degli albicocchi, il frullo d’ali delle farfalle, il richiamo siderale dei lupi, persino lo scricchiolio impercettibile delle stelle più lontane. D’inverno, quando gelavano i ruscelli e la neve cadeva soffice per giorni (…) Mila sentiva l’arpeggio eseguito da ogni singolo cristallo di neve (…) [La Regina del Silenzio, Paolo Rumiz]

Tramonto d’inverno (crediti: Artyom Gorbatyuk, Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic CC BY-NC-SA 2.0)

La Regina del Silenzio” di Paolo Rumiz (La Nave di Teseo, 16 €) è una fiaba che si legge tutta d’un fiato e che risuona come una delicata melodia. Rumiz è un narratore eccezionale, capace di descrizioni così poetiche che permettono a chi legge di sognare ad occhi aperti.

Scese la prima neve, i ruscelli gelarono, poi anche i fiumi, e le giornate si accorciarono. Un sole basso allungò a dismisura l’ombra delle betulle e illuminò di luce rossa le case di legno del villaggio, che sembrarono ardere sulla neve al tramonto [La Regina del Silenzio, Paolo Rumiz]

Nella storia narrata da Rumiz ci sono tutti gli elementi caratteristici di una fiaba: i buoni contro i cattivi, le creature mostruose e crudeli, gli elementi magici come l’anello del nonno di Mila, la natura che comunica e aiuta i buoni. Rumiz crea una geografia per il mondo nel quale vive Mila, ma non la colloca in un tempo preciso; sappiamo che il tempo trascorre e passa per via del semplice susseguirsi delle stagioni.

Come in tutte le fiabe, si arriva ad un punto in cui sembra tutto perduto. I cattivi stanno prevaricando, i buoni o sono imprigionai oppure sono deboli, senza forze e armi. Solo grazie all’unione di tanti si possono sconfiggere i tre mostri, re Urdal e la malvagia madre; solo restando uniti i buoni potranno ripristinare l’armonia e la musica nella terra dei Burjaki. Come nella vita reale, quando si trova un ostacolo o si deve superare una difficoltà: meglio affrontarle insieme che in solitudine.

Titolo: La Regina del Silenzio
L’Autore: Paolo Rumiz
Editore: La Nave di Teseo
Perché leggerlo: perché è una fiaba dolce e delicata come una melodia, che si legge tutta d’un fiato e tra le sue magie permette agli adulti di tornare un po’ bambini

(© Riproduzione riservata)

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Elia Gonella | Tenebre

L’appartamento l’aggredì fin dalla soglia. Sulla porta d’ingresso, una zaffata d’aria calda, pesante di polvere, d’acqua stagnante, la colpì al volto (…) Alcuni drammi si consumano in un istante, altri in una vita intera (…) Forse era un’ospite indesiderata, forse la casa l’avrebbe trattata come tale. A inquietarla più di tutto era il silenzio incompleto. Là dentro non c’era nessuno, eppure dagli angoli bui, dagli insterstizi tra le assi imbarcate del pavimento salivano i crepitii, gli schiocchi di una presenza invisibile che operava nell’oscurità [dal racconto L’ospite, Elia Gonella]

Una donna si ritrova nel vecchio appartamento disabitato del padre per mettere in ordine alcuni ricordi. Un uomo cancella le immagini della sua vita passata, pronto ad indossare una nuova maschera. Un uomo di mezz’età incontra un vecchio amico e si lascia andare ad un flusso di pensieri che risalgono ai tempi dell’ultima colonia estiva. Un bambino in età scolare scopre che il suo idolo in realtà è una persona crudele e senza cuore. Un marito incontra la moglie in un luogo dove non si sarebbe mai aspettato di trovarla. Una donna attende la distruzione del quartiere Futura.

Una donna indossa un vecchio maglione e in una casa in riva al mare in burrasca ricorda la sua vita passata. Un uomo disagiato fa affari con un misterioso Tukor, ma c’è un oggetto che non può proprio scambiare, benché non lo usi più da molti anni. Un ex-soldato riacquista la vista, ma non può più tornare quello che era un tempo. Un bambino e la sua famiglia trovano una civetta intrappolata nel camino la notte di Natale e cercano di fare di tutto per liberarla e far passare Babbo Natale.

Nei racconti della raccolta “Tenebre” di Elia Gonella (Las Vegas edizioni) è notte, il buio avvolge ogni cosa, l’oscurità ammanta ogni sentimento. Buona parte dei racconti sono ambientati in una città dove un quartiere di nome Futura – un ammasso di palazzi che doveva essere il progresso, il futuro apppunto – è ormai disabitato e sta per essere abbatuto. I protagonisti vedono le torri di Futura e in esse si rispecchiano: Futura sta per essere distrutta, loro stanno per essere distrutti.

Le torri di Futura erano condomini popolari fatiscenti: sciacalli aspettavano che i vecchi inquilini morissero in solitudine per forzare le porte e trasformare ogni stanza in una camera doppia, tripla, quadrupla. Nelle case, le pareti erano impregnate dall’odore di cento cucine, i pavimenti erano frusti come cuoio vecchio. L’acqua e l’elettricità saltavano di continuo, gli ascensori dalle porte sfondate erano usati come pisciatoi, gli specchi rotti restituivano grappoli di immagini confuse e incomplete [dal racconto Lo scambio, Elia Gonella]

Se lo spazio è quasi sempre la città dove ai margini sorge il fatiscente quartiere di Futura, il tempo è incerto, evanescente. Non ci sono riferimenti storici che possono aiutarci nella collocazione dei racconti in un dato momento, potrebbe essere un passato appena trascorso oppure un futuro che deve ancora arrivare.

Gioca col tempo, Elia Gonella: se apre il racconto parlando del presente, immediatamente avvia un flashback; se il racconto incomincia in un punto del passato, si torna al presente e di nuovo al passato per sbrogliare le matasse di eventi e ricordi.

I protagonisti si trovano a dover affrontare i loro personali fantasmi: il passato ingombrante, la risoluzione di un mistero nel presente o l’immaginare un futuro. La donna che cerca di liberarsi dei ricordi del defunto padre, il ragazzino che scopre chi è davvero il suo idolo e il giovane uomo che scambia oggetti con gli sconosciuti e non riesce ad ammettere di aver fallito nella sua carriera da studente di musica.

Con uno stile ricercato ma essenziale, i dieci racconti di Elia Gonella scorrono come tanti piccoli lampi su uno schermo televisivo, sempre in bilico tra passato e futuro.

Quarantotto ore dopo, Futura fu rasa al suolo. Le cariche d’esplosivo minarono i pilastri alle basi, e le torri di comento si ripiegarono su loro stesse, inghiottite da una nuvola di polvere. Le strade circostanti, chiuse al traffico, si erano riempite di telecamere e di curiosi. Ma la donna non era là. Aveva lasciato la città per non tornare mai più [dal racconto Addio, Elia Gonella]

Titolo: Tenebre
L’Autore: Elia Gonella
Editore: Las Vegas Edizioni
Perché leggerlo: perché si tratta di racconti ben scritti, in bilico tra passato, presente e futuro, immersi in un’atmosfera incerta e infestata da fantasmi

(© Riproduzione riservata)

Alessio Romano | D’amore e baccalà

Che poi Lisbona è davvero una delle città scenograficamente più spettacolari del mondo: e allora perché il suo simbolo non è il Castelo de São Jorge, vicino a dove ho scelto di abitare? O la Sé de Lisboa, la cattedrale che sembra una fortezza? O ancora le spettrali rovine del Convento do Carmo? Volevano a tutti i costi qualcosa di più moderno? C’è il neogotico Elevador de Santa Justa che non ha nulla da invidiare alla Tour Eiffel (…) E invece no: hanno scelto proprio questo stupidissimo tram [Alessio Romano, D’amore e baccalà, EDT]

Alessio Romano è uno scrittore abruzzese che viene inviato a Lisbona per scrivere di cucina e per descrivere ai lettori italiani l’affascinante capitale del Portogallo. Come ad imitare il mitico ragionier Fantozzi, Alessio prova prendere il tram 28 al volo, aggrappandosi a quella dannata trappola gialla che frena e accelera tanto bruscamente quanto improvvisamente.

Il tram 28 è un vero trabiccolo e Alessio cade, dopo una frenata, sbattendo la testa al suolo. La capoccia ha sbattuto forte perché Alessio crede di risvegliarsi a casa di Amália Rodrigues, una delle più note cantanti di Fado del Portogallo, morta e stramorta.

Quando rinviene – sul serio? – si trova nella minuscola e affaccendata cucina di una tipica tasca portoghese e di fronte a sé, oltre all’anziana cuoca sdentata, ha la più bella cameriera di Lisbona, Beatriz. Dopo aver mangiato un bacalhau e aver sostenuto una lunga conversazione con la cuoca, Alessio è deciso a scoprirne di più a proposito della bella Beatriz, che sembra però sparire nel nulla e perdersi nelle irte salite e discese della magica città di Lisbona.

Dalla caduta in poi, ad Alessio incominciano a capitare cose strane e assurde: parla con Pessoa, Camões, Chiado e una notte, sceso dal taxi, incontra persino Antonio Tabucchi. I grandi scrittori e poeti lo guidano come spiriti nei meandri della capitale del Portogallo, apparendo in modo del tutto casuale e repentino.

Alessio sa di sognare. Oppure no. Lisbona è una città dove possono accadere cose davvero assurde, buffe, incredibili. Tra un pasteis de nata e una crocchetta di bacalhau (perché sì, dovrebbe scrivere un reportage sulla cucina portoghese), tra una visita alle rovine del Carmo e un inseguimento per cercare la magnifica Beatriz, Alessio Romano, oltre ad assaggiare e raccontare i piatti lusitani, cercherà di comprendere dove si trova il sottile confine tra sogno e realtà in quel Portogallo investito di luce.

Panorama di Lisbona da uno dei numerosi miradouro (foto: Claudia)

È la prima cosa che ti sconvolge di Lisbona, questa luce caravaggesca. È come essere sempre dentro un quadro barocco con un’illuminazione precisa, perfetta che rende tutto un po’ irreale, come ti trovassi su un palco pronto per il tuo spettacolo [Alessio Romano, D’amore e baccalà, EDT]

D’amore e baccalà” di Alessio Romano (EDT, 162 pagine, 8.90 €) è il brillante e divertente diario di viaggio di un italiano che in un mese scopre, o cerca di scoprire, la città di Lisbona. Sempre scorrevole e coinvolgente, il libro è anche un omaggio ai poeti e scrittori, i già citati Pessoa, Chiado, Camões e Tabucchi, raccontando con semplicità ed efficacia un viaggio sempre i bilico tra realtà e sogno.

Lisbona è, allo stesso tempo, una città che lasciatasi alle spalle il grigiume di una dittatura opprimente e feroce, si sta facendo largo nel settore turistico: sempre più cittadini europei (e non solo) vengono attratti dalle bellezze e dall’ottimo cibo lisboeta. Un grande afflusso turistico genera introiti interessanti, ma allo stesso tempo rende necessario fornire al turista sempre più servizi. Lisbona dovrà trovare, nei prossimi anni, il giusto equilibrio per non restare soffocata dal boom turistico.

Il risultato è un libro agile e tascabile che può essere letto sia come dichiarazione d’amore per Lisbona che essenziale e originale guida per chi intende visitare la capitale del Portogallo. Per chi, come me, a Lisbona c’è stato, leggere “D’amore e baccalà” una volta tornato a casa sarà come tornare tra viuzze ripide, tramonti spettacolari e piazze immerse di luce, e necessariamente ci si ritroverà con l’acquolina in bocca a furia di leggere di pasteis de nata e baccalà.

Tramonto al miradouro Nossa Senhora do Monte (foto: Claudia)

Titolo: D’amore e baccalà
L’Autore: Alessio Romano
Editore: EDT
Perché leggerlo: perché è un libro agile e tascabile che fa sognare chi a Lisbona c’è stato e a chi ha intenzione di andare

(© Riproduzione riservata)

Roberto Camurri | A misura d’uomo

(…) pensa ai gol segnati nella porta senza rete, ai pali arrugginiti, al pericolo, alla fiducia dei loro genitori nel farli giocare lì da soli, pensa alle loro risate prive di responsabilità, al fatto che la vita nei pomeriggi della loro primavera sembrava perfetta. Sembrava, mentre correvano sudando e calpestando i fiori, che tutto quello di cui avevano bisogno si trovasse lì, a portata di mano [A misura d’uomo, Roberto Camurri]

Davide e Valerio sono amici. Vivono a Fabbrico, un paese della bassa emiliana, un luogo non-luogo di passaggio dal quale le persone preferirebbero scappare piuttosto di viverci. Il rapporto tra Davide e Valerio inizia a vacillare quando Davide incontra Anela, e se ne innamora. Davide e Valerio si allontanano, si riavvicinano, provano a ricucire il loro rapporto. Un giorno Valerio decide di andare via da Fabbrico, di lasciarsi alle spalle tutto e tutti e di ricominciare daccapo.

Attorno a Fabbrico ruotano Luigi, Mario, Elena, Giuseppe, Maddalena e la Bice, anziana proprietaria di un bar che orgogliosamente apre ogni giorno. Ognuno di loro, in modo diverso, è collegato a Davide, Anela e Valerio. Andare via da Fabbrico può sembrare difficile, eppure è più difficile tornare, riprendere le fila della vita di un tempo che oggi non c’è più.

Il treno è piccolo, ci sono tre vagoni, sono tre vagoni tristi, di quelli che si muovono piano, che arrivano sempre in ritardo, che ti aspetti di trovarci un camino in cima, di vedere il vapore. Il treno si muove svogliato, sembra quasi inciampare nelle erbacce che trova lungo i binari, lungo il cammino, gli sembra di essere sulle spalle di un vecchio, vede case diroccate fuori dal finestrino, il treno è vuoto. A Brescello scende per salire su un autobus che finalmente lo lascerà a Fabbrico, il paese dove è nato [A misura d’auomo, Roberto Camurri]

A misura d’uomo” di Roberto Camurri (NN Editore, 168 pagine, 16 €) è uno di quei libri che attirano l’attenzione, vuoi per la bella copertina – quello sfondo color Lambrusco e il ragazzo in bianco e nero con lo sguardo trasognato – vuoi per la trama semplice e intrigante allo stesso tempo. Dopo averlo letto, però, mi sono chiesa cosa effettivamente avessi letto. Tra me e “A misura d’uomo” non è scattata la scintilla, non ci sono stati ammirazione o incanto. Provo a raccontarvi il perché.

Innanzi tutto per i personaggi. I personaggi, principali e secondari, sono incosistenti. Ad eccezione di uno di loro, gli altri mi sono sembrati dei fantasmi incompiuti e immateriali. Le loro azioni sono spesso ripetitive, i dialoghi tra loro sono secchi, asciutti, vuoti; i silenzi sono troppi, quasi nessuno di loro è in grado di comunicare con gli altri.

L’unico personaggio ad avermi convinta è Valerio, perché descritto con più cura. Per me, è Valerio è il collante di tutte le storie raccontate in “A misura d’uomo“; è Valerio che cura con dedizione delle persone di Fabbrico – Giuseppe, Mario, Elena, la Bice, la sua compagna e, poi, sua figlia. È Valerio che va via da Fabbrico sapendo che non potrà andare via per sempre. È Valerio che cerca di ristabilire il caos che gli altri creano, continuamente.

L’amore a Fabbrico è insicuro, incerto, acerbo. L’amore è stare con una persona anche se non la sia ama. L’amore è abbracciarsi perché non si ha nulla da dirsi. L’amore è trascorrere una vita senza dichiararsi mai e vivere un’esistenza solitaria ai margini di un paese dimenticato, vuoto, un po’ triste. L’amore tra Davide e Anela convince, ma non dura. L’amore tra Valerio e Anela non convince, ma dura. L’amore più bello è, forse, quello tra Mario ed Elena, perché lei nonostante tutti i problemi, gli resta accanto.

A Mario piace quando piove, quando fuori fa freddo, quando è sabato. Gli piace passare i pomeriggi e le serate in casa con lei, sdraiati sul divano, a leggere, a guardare film, gli piace che sia lei, a volte, a cucinare, gli piace che veda quel posto come casa sua, che si senta libera, che si senta a casa [A misura d’uomo, Roberto Camurri]

A misura d’uomo” è un romanzo composto da racconti, dove questi ultimi possono essere letti in ordine casuale oppure nell’ordine in cui vengono proposti. Nei racconti a comparire sono sempre gli stessi personaggi, per questo viene naturale pensare un collegamento tra loro. I racconti saltano in avanti e indietro nel tempo, in modo imprevedibile.

L’idea di raccontare una storia saltando avanti e indietro nel tempo è un espediente che funziona quando l’autore ha in mente una trama forte, ben precisa. Leggendo i racconti nel libro “A misura d’uomo” ho avuto la sensazione che la storia si inceppasse ogni tanto, che alle vicende narrate mancassero i tasselli importanti, quelli necessari al lettore per capire la storia, i pezzi fondamentali per vedere il disegno di puzzle; al contrario, Camurri si concentra su quei dettagli che all’apparenza sono insignificanti ma risultano piacevoli da sottolineare.

Forse in questo suo esordio Camurri ha messo troppa carne al fuoco, concentrando tutte le sue forze sullo stile narrativo e mettendo in secondo piano la storia vera e propria, trascurando la cura di alcuni personaggi che potenzialmente potevano essere molto interessanti (come la Bice, Giuseppe, Elena, Mario… avrei voluto sapere di più su di loro, avrei voluto ascoltare le loro storie).

Romanzo in racconti in parte collegati e in parte no; salti temporali avanti e indietro negli anni, dove spesso sono i vuoti a farla da padrona; stile narrativo asciutto, freddo, con tutte tutte quelle virgole, il periodare infinito, i lunghi elenchi di azioni e gesti. Scelte stilistiche che, tutte concentrate in poco meno di 200 pagine, a mio avviso hanno appesantito il libro nella sua globalità.

Leggere “A misura d’uomo” è stato come guardare un film a spezzoni in ordine caotico: si incomincia guardando l’inizio, poi si guardano un paio di scene a metà film, poi si passa alle scene appena prima del finale, quindi al finale e di nuovo ad inizio film. Ma gli spezzoni tra una scena e l’altra, tra un fotogramma e l’altro, non vedono mostrati tutti, lasciando un senso di incompletezza. I vuoti e i silenzi che Camurri ha lasciato sono troppi e io ho fatto fatica a colmarli tutti.

Sono cresciuta e vivo anche io in un paese di provincia, ma tutto questo male di vivere non lo vedo. Sarà che noi piemontesi abbiamo le montagne, punti fermi nei nostri orizzonti, invece nella bassa emiliana è tutto piatto e lì forse sì, forse perdersi è più facile.

Titolo: A misura d’uomo
L’Autore: Roberto Camurri
Editore: NN Editore
Perché leggerlo: per chi ama i libri che lasciano vuoti da colmare con la propria immaginazione

(© Riproduzione riservata)

Franco Faggiani | La manutenzione dei sensi

Le ore di cammino nella notte erano le preferite di Martino. Nessuna domanda, nessuna parola, solo occhi spalancati, piccoli gesti e passi misurati per non fare rumore; inizialmente impacciati poi sempre più fluidi, naturali fino a essere parte di quel momento e di quell’ambiente. Come i rami sottili d’arbusto che tremolano al vento lieve, un cumulo di neve che diventa liquido e trasparente e si immerge nella terra, un pipistrello in caccia che sfreccia silenzioso tra gli alberi. I nostri sicuri cammini notturni, ben diversi da certi nebbiosi e inquietanti ritorni a casa nelle serate milanesi, erano contemplati da Martino come “la manutenzione dei sensi” [La manutenzione dei sensi, Franco Faggiani]

Leonardo Guerrieri è uno scrittore ed editore milanese, sulla cinquantina, dal carattere un po’ burbero e diretto. La prematura morte dell’amata moglie Chiara lo getta nello sconforto, ma sua figlia Nina, osteopata, riesce a salvarlo dalla depressione. Dopo la morte della madre, Nina incomincia a fare volontariato all’Istituto Maria Ausiliatrice e qui incontra Martino Rochard, un piccolo orfano.

La proposta di Nina è semplice: perché Leonardo non richiede all’Istituto l’affido Martino? Se sulle prime Leonardo è contrario, col tempo si rende conto che Nina vuole davvero fare qualcosa per Martino: vorrebbe farlo crescere in una vera famiglia. Così Leonardo accetta e il Tribunale dei minori gli affida il bambino.

In casa ognuno viveva nei propri spazi; ogni tanto, come due silenziosi alianti sostenuti dalle calde correnti, ci intercettavamo. Per due chiacchiere, più le mie che le sue, e per mangiucchiare qualcosa, come due buoni amici che all’ora di pranzo si incrociano per caso in piazza e vanno al bar [La manutenzione dei sensi, Franco Faggiani]

Quando Martino inizia a frequentare le scuole medie gli viene diagnosticata la Sindrome di Asperger; eppure,  non ha l’aria di un ragazzino malato, a scuola è brillante e i suoi ragionamenti sono molto maturi. Leonardo è spaventato dalla diagnosi ma il goliardico dottor Rambaldi lo rincuora: Martino potrà condurre una vita normale.

Dopo la diagnosi, Milano inizia a star stretta a Leonardo e decide di realizzare un vecchio sogno, suo e dell’amata Chiara: vende l’appartamento a Milano e acquista e ristruttura una baita a Cesana Torinese, in Alta Valle Susa, in Piemonte. Chiara si era innamorata di quelle montagne e Leonardo decide di andarci a vivere con il piccolo Martino Rochard, mentre Nina fa carriera in America.

Una volta abitabile la baita, Leonardo e Martino si trasferiscono. La vita in montagna è molto diversa da quella di città: se è vero che all’apparenza mancano molti servizi o sono distanti da raggiungere, a Martino la montagna piace. Il giovane Rochard impara a camminare nei boschi di notte, a seguire le tracce degli animali e inizia a dare una mano nelle stalle dell’agriturismo Barba Gust, gestito dalla famiglia Bermond.

Le montagne valsusine sono la dimensione ideale per Leonardo e Martino: durante le loro camminate notturne ognuno è perso, in silenzio, nei propri pensieri. Entrambi impareranno molto da queste nuove esperienze: Martino inizierà a fare progetti riguardanti il suo futuro e Leonardo impararà a lasciarsi indietro il passato e smettere di sentirsi in colpa per le cose non dette, non fatte con Chiara.

Novembre per molti era dunque un mese triste, noioso. Noi non vedevamo l’ora che le nuvole e l’oscurità venissero ad abbracciare la nostra casa e che la pioggia premurosa verso i ruscelli e i boschi si raffreddasse trasformandosi in fiocchi soffici di neve. Così potevamo avere l’alibi per barricarci dentro e dedicarci alle nostre silenziose occupazioni (…) Come fossimo in orbita a tempo indefinito, a guardare la Terra girare senza sentirne i rumori. Nel chiuso della nostra casa ci sentivamo liberi [La manutenzione dei sensi, Franco Faggiani]

Panorama in Val Thuras, Alta Val di Susa, Piemonte (foto: Claudia)

La manutenzione dei sensi” di Franco Faggiani è un romanzo che ho apprezzato tanto. Narrato in prima persona da Leonardo, il libro è scritto con uno stile scorrevole e semplice, ma coinvolgente. Amando i luoghi teatro della storia, mi sono piaciute soprattutto le descrizioni di Cesana Torinese e delle belle montagne della Val di Susa. I dialoghi tra i personaggi per la maggior parte sono brevi e diretti, perché i valligiani sono così, non si perdono in lunghe chiacchiere ma, essendo taciturni di natura, cercano di andare subito al sodo. Anche Leonardo e Martino sono di poche parole, più sguardi e intese che tanti discorsi.

La montagna è silenzio, è contemplazione, è rispetto per la natura, è seguire ritmi più lenti; per raggiungere una cima non bisogna correre, ma tenere un passo il più possibile costante. Per questo Leonardo e Martino trovano a Cesana, ognuno a loro modo, la dimensione ideale per vivere.

Leggendo “La manutenzione dei sensi” ascoltato una storia delicata e tenera che nasconde una riflessione sulla vita, sulle cose che possono succedere ad ognuno di noi; si incontrano persone grazie alla scomparsa di altre, o si può ricevere una diagnosi che inizialmente spiazza, ma col tempo si arriva a capire che i limiti sono solo nella nostra testa e che gli ostacoli, con l’aiuto giusto, possono essere saltati.

Un sentiero, un crinale, e via. A volte mi mettevo perfino a correre, come a volere arrivare in fretta in un posto, spesso in cresta, un dosso. La felicità poteva essere semplicemente una salita ripida e un panorama nuovo. Oltre ogni dorsale o cima c’era sempre qualcosa da scoprire, se non altro quella sensazione iniziale di vuoto e di immenso che ti prende alla testa [La manutenzione dei sensi, Franco Faggiani]

Titolo: La manutenzione dei sensi
L’Autore: Franco Faggiani
Editore: Fazi editore
Perché leggerlo: perché è una storia che coinvolge, perché è densa di sentimenti e di umanità, perché è uno di quei romanzi da leggere mentre si è in montagna, seduti all’ombra di un folto larice, cullati dalla piacevole brezza che spira dal lago
Leggilo se: ti è piaciuto “Cade la terra” di Carmen Pellegrino (Giunti)

(© Riproduzione riservata)

Dino Buzzati | Il deserto dei tartari

Adesso era finalmente ufficiale, non aveva più da consumarsi sui libri né da tremare alla voce del sergente, eppure tutto questo era passato. Tutti quei giorni, che gli erano sembrati odiosi, si erano ormai consumati per sempre, formando mesi ed anni che non si sarebbero ripetuti mai. Sì, adesso egli era ufficiale, avrebbe avuto soldi, le belle donne lo avrebbero forse guardato, ma in fondo – si accorse Giovanni Drogo – il tempo migliore, la prima giovinezza, era probabilmente finito. [Il deserto dei tartari, Dino Buzzati]

Il tenente Giovanni Drogo è stato nominato ufficiale e si prepara per raggiungere la sua prima destinazione: la Fortezza Bastiani. Drogo ha trascorso anni per prepararsi a quel momento: ha studiato molto, ha dovuto fare innumerevoli sacrifici, ha sopportato le angherie dei compagni e dei superiori; ma finalmente, ecco, è tenente.

Saluta l’amata madre, i suoi amici e la città, pronto per raggiungere la Fortezza Bastiani. Viaggia per due giorni a cavallo del suo destriero e accompagnato dai dubbi che si manifestano ogni volta che si incomincia una nuova avventura. Giunto alla Fortezza, Drogo si accorge che è un luogo davvero solitario.

Gli pareva, la Fortezza, uno di quei mondi sconosciuti a cui mai aveva pensato sul serio di poter appartenenre, non perché gli sembrassero odiosi, ma perché infinitamente lontani dalla sua solita vita. Un mondo ben più impegnativo, senza alcuno splendore che non fosse quello delle sue geometriche leggi [Il deserto dei tartari, Dino Buzzati]

Il primo impulso di Giovanni Drogo è quello di scappare, di abbandonare la Fortezza e tornare a casa. Ma il Maggiore Matti, sfoggiando le sue migliori capacità persuasive, convince Drogo a restare almeno quattro mesi, poi vedrà.

È così che il tenente Giovanni Drogo si trova sempre più irretito dal misterioso potere della Fortezza Bastiani: i quattro mesi trascorrono, ma Drogo decide di restare ancora qualche mese. È sicuro, Giovanni, che presto o tardi i tartari arriveranno dal deserto per invadere i territori che i soldati devono difendere; Drogo dovrà essere lì alla Fortezza a contrastare l’invasione dei tartari, anche al costo di trascorrere tutta la vita in attesa di quel momento.

Sperava di non scorgere nulla e invece una striscia nera attraversava obliquamente il fondo biancastro della pianura e questa striscia si muoveva, un denso brulichio di uomini e convogli che scendevano verso la Fortezza. Altro che le miserabili file di armati al tempo della delimitazione del confine. Era l’armata del nord, finalmente e chissà… [Il deserto dei tartari, Dino Buzzati]

Dino Buzzati scrisse “Il deserto dei tartari” nel 1940, quando aveva trentatré anni e lavorava al Corriere della Sera. Sin dalle prime pagine, chi legge si accorge che l’intera opera di Buzzati è permeata di attesa e velata d’angoscia e preoccupazioni.

Il tenente Giovanni Drogo giunge alla Fortezza da giovanissimo, appena uscito dalla scuola degli ufficiali, e la sua prima destinazione non lo convince. Allo stesso tempo, però, la Fortezza esercita su di lui uno strano potere ammaliante e una volta entrato Giovanni non riesce più ad andarsene via.

Gli anni trascorrono velocemente, e Drogo diventa sempre più vecchio. Il tempo passa ma dei tartari neppure l’ombra. Giovanni Drogo torna in città in più di un’occasione e rivede alcuni suoi vecchi compagni di classe e gli pare che essi abbiano raggiunto i veri successi della vita: qualcuno si è sposato, altri hanno un buon lavoro.

Drogo, invece, si sente prigioniero della Fortezza Bastiani ma allo stesso tempo non vuole scapparte perché è convinto che prima o poi qualcosa accadrà.

Fotogramma tratto dal film “Il deserto dei tartari” del 1976, diretto da Valerio Zurlin.

Il deserto dei tartari” è una lettura che arriva dritta al cuore dei lettori perché nelle parole di Buzzati è impossibile non ritrovarsi: quanti di noi abbiamo atteso che un certo periodo della nostra vita terminasse, per poi rimpiangerlo? Abbiamo atteso che la scuola finisse, e con essa le interrogazioni a sorpresa e le sgridate dei professori; ma guardandoci indietro saremmo disposti a rivivere quei giorni, anziché vivere la monotonia di un giorno lavorativo.

Quante volte guardiamo i nostri vecchi compagni di scuola o amici e pensiamo che loro abbiano avuto più successo di noi? E quante volte lasciamo scappare via il tempo presente, senza viverlo appieno, aspettando un futuro sconosciuto?

Il deserto dei tartari” nella sua prosa immobile e sempre in attesa è un libro che mi è piaciuto molto e che ho fatto mio: mi sono ritrovata spesso nei ragionamenti del tenente Drogo e nell’immobilità della Fortezza; godersi di più il presente, non lasciarsi intristire dal passato e non pensare troppo al futuro remoto potrebbero essere buoni propositi per l’anno che incomincia.

Titolo: Il deserto dei tartari
L’Autore: Dino Buzzati
Editore: Mondadori
Perché leggerlo: perché è un libro universale, un libro che parla di tutti noi e del tempo che trascorriamo nell’attesa di qualcosa che – forse – non arriverà mai

(© Riproduzione riservata)

Elvis Malaj | Dal tuo terrazzo si vede casa mia

Trovarsi bene o meno in un posto non dipende dal posto, dipende da te. Ovunque vai ti porti sempre dietro qualcosa che alla fine rende ogni posto uguale ad un altro. Potrei anche rispondere alla sua domanda, ma non significherebbe niente. Tradirei semplicemente la mia capacità di trovarmi bene o male in Italia [Elvis Malaj, Dal tuo terrazzo si vede casa mia]

Dal mio terrazzo si vede casa tua e sbircio cosa stai facendo; mi sembra che tu non stia preparando bene la pastasciutta, secondo me l’hai cotta troppo. Ho visto che non lasci uscire tua figlia assieme alle amiche: perché? Mi hai risposto che non puoi far uscire una ragazza senza un fratello maschio o un parente adulto, hai paura che ritorni a casa con un “bastardo” nella pancia. Però tuo figlio lo lasci sempre uscire, e anzi gli fai i complimenti se ha concluso con una ragazza, che potrebbe a sua volta trovarsi con un “bastardo” nella pancia.

Dal mio terrazzo si vede casa tua e ho visto rientrare tuo figlio, il minore, dopo la scuola: che muso lungo! Suppongo che i compagni l’abbiano di nuovo preso in giro perché è albanese, pruncia male le parole e non capisce tutto ciò che il professore spiega. Ho notato, invece, che il maggiore non è più in casa con voi: è quello che è scappato con la ragazza italiana, vero? Mi sembra che il papà della ragazza abbia dato dei soldi a tuo figlio: cinquemila euro, tuo figlio li ha presi e poi è a prendere anche la ragazza.

Dal mio terrazzo si vede casa tua e ho visto tuo cugino che portava su all’ultimo piano un televisore guasto, uno di quelli raccattati dall’immondizia; no, ma dico, siete scemi? Ma se è guasto! Noi italiani se è una cosa è rotta la buttiamo, mica ci pensiamo due volte.

Ah, dato che da mio terrazzo si vede anche casa di tuo fratello, ho visto che tuo nipote si è introdotto a casa della ragazza italiana, quella carina, quella che ha studiato all’alberghiero con mia sorella; Kastriot, si chiama, giusto?, beh, lui dice che va a casa di Veronica per bagnare le piante sul terrazzo, ma secondo me è innamorato di lei.

Bashkim si avvicinò; era un modello vecchio, di quelli con lo schermo bombato, senza telecomando e con le manopole al posto dei tasti.
“Ma se l’hanno buttato come fa a essere buono?” chiese Bashkim.
“Non è detto che è rotto, può essere che l’hanno buttato perché ne hanno comprato un altro. Fanno così gli italiani, non sono come noi che prima telefoniamo a tutti i parenti, ai conoscenti, ai conoscenti dei parenti, per vedere se qualcuno lo vuole. Gli italiani lo buttano e basta.”
“Ma non hai detto che erano rumeni?”
“Ma che ne so! Per me è buono (…)”. [Dal tuo terrazzo si vede casa mia, Elvis Malaj]

Gjirokastra, Albania (crediti fotografici: Giulia, Viaggiare con gli occhiali)

Dal tuo terrazzo si vede casa mia” (Racconti edizioni, 164 pagine, 14 €) è la raccolta di racconti d’esordio di Elvis Malaj, giovane scrittore di origini albanesi che oggi vive, lavora e scrive in Italia. I protagonisti dei racconti sono albanesi – che vivono in Albania o che sono emigrati in Italia – e italiani che con quest’ultimi si confrontano. Leggendo si scoprono molte curiosità riguardo all’Albania, dall’origine del nome Marenglen – che esite solo in Albania – alle differenze di educazione tra figli maschi e figlie femmine.

Elvis Malaj ha tratteggiato sia personaggi positivi (e tenerissimi, come Kastriot del racconto “Dal tuo terrazzo si vede casa mia“) sia personaggi insopportabili e alquanto balordi (come Agron del racconto “A pritni miq?” e Dedë, tragicomico protagonista del racconto “Scarpe”). E mi è piaciuto il fatto che Elvis Malaj non abbia parlato solo positivamente dei suoi personaggi ma abbia messo in scena anche le pecche e i difetti; perché, lo sappiamo, nessuno è perfetto.

I racconti che ho apprezzato di più sono tre: “Il televisore“, “Scarpe” e “Dal tuo terrazzo si vede casa mia“; perché ho scelto questi? Perché qui ho riso e riflettuto, ho scoperto diverse cose della cultura albanese e ho letto di personaggi buoni e altri più sgradevoli; questi sono i tre racconti che mi hanno coinvolta di più, quelli che leggevo con urgenza e in modo febbrile per scoprire come sarebbero andati a finire.

Riguardo agli altri racconti, le idee sono buone e la voglia di raccontare l’Albania e gli albanesi agli italiani c’è, ma la penna non è ancora ben definita. Con il tempo verrò fuori la vera voce di Malaj, le premesse ci sono tutte, e mi piacerebbe leggere un racconto più lungo o un romanzo. Mi piace questa sensazione di guardarmi attraverso gli occhi di una persona super partes, una persona che proviene da un’altra cultura, che magari vede i miei difetti e li corregge, oppure che mi insegna qualcosa di nuovo.

Quando si guarda uno straniero lo si fa attraverso i propri filtri culturali; ciò che facciamo noi ci sembra più giusto. Se siamo convinti di fare la cosa giusta – l’unica possibile secondo la nostra rigidità mentale – non riusciamo ad accettare che si possa fare anche in altra maniera e che, magari, questa possa essere un’interessante alternativa.

Il razzismo non esiste. E siccome non ci credo, col razzismo non ho mai avuto problemi. [Dal tuo terrazzo si vede casa mia, Elvis Malaj]

Titolo: Dal tuo terrazzo si vede casa mia
L’Autore: Elvis Malaj
Editore: Racconti edizioni
Perché leggerlo: per guardasi attraverso gli occhi di chi proviene da un’altra cultura

(© Riproduzione riservata)

Ivano Porpora | Fiabe così belle che non immaginerete mai

(…) quando una persona ti parla di un mondo a mille colori, e tu dici che ce n’è uno solo, non pensare che sia un pirla: magari ha solo avuto il coraggio di procurarsi occhiali migliori dei tuoi [Ivano Porpora, Fiabe così belle che non immaginerete mai]

C’era una volta, in un Reame Lontanissimo, ma così lontano che se chiedevi indicazioni per raggiungerlo ti rispondevano tipo: uh, ma per carità!, lascia stare che consumeresti le suole di un cointainer di Primigi o altri dicevano tipo: dovresti percorrere almeno seimila anni luce sui convogli di Trenitalia, ti pare il caso? Quindi, in questo Reame Lontanissimo si svolge la storia del Libro Magico, di Dina la bambina frignona (e rompiballe) e della Strega Cattiva.

In questo Reame Lontanissimo – e Grandissimo, pure – c’era un Libro Magico che, per semplicità chiameremo: “Fiabe così belle che non immaginerete mai“; no fermi, facciamo: Libro Magico, così il titolo è più corto. Comunque, questo Libro Magico lo aveva scritto un certo Ivano Porpora che, capitato per sbaglio nel Reame Lontanissimo – e Grandissimo -, aveva lasciato un’unica copia del Libro Magico nella biblioteca della città, in modo che tutti gli abitanti potessero leggerlo.

Nel Reame Lontanissimo – e Grandissimo – c’era una bambina di cinque anni che si chiamava: Dina, che era frignona (e un po’ rompiballe) tanto frignona che i genitori la lasciavano vagare per il paese da sola e lei adorava andare in biblioteca. Sì, aveva cinque anni e già sapeva leggere: era precoce, va bene? Volete andare avanti voi?

Ogni giorno Dina si allacciava le sue Primigi nuove di fabbrica e correva in biblioteca a leggere il Libro Magico, che ormai conosceva a memoria. La sua fiaba preferita era “L’uomo che perse a briscola con la tristezza“, benché Dina non sapesse cosa fosse la briscola (ma la tristezza sì, eh); amava molto anche la fiaba “Il nuovo paio d’occhiali“, ché aveva imparato che il mondo si deve guardare a colori, e non in bianco e nero; mentre il Kraken con centinaia di orologi waterproof per ogni tentacolo era il suo mostro preferito, che sperava, un giorno, d’incontrare.

Comunque. Una mattina, giunta in biblioteca, Dina chiese di consultare il Libro Magico ma il bibliotecario le spiegò che era sparito. Come sparito?, domandò la bambina e iniziò a frignare. Hai poco da frignare, la redarguì il bibliotecario, ti dico che il Libro Magico non c’è.

Dina uscì dalla biblioteca con le lacrime agli occhi e all’improvviso si palesò la Strega Cattiva con il Libro Magico tra le grinfie. Cerchi questo?, le domandò. Dina smise di frignare: Sì, dammelo. Col cavolo, rispose la Strega Cattiva e iniziò a ghignare in modo malvagio. Dina ricominciò a frignare. Se vuoi il libro, prova a prenderlo, gné gné!, la schernì la Strega Cattiva. Dai, però, sei cattiva! disse Dina tra le lacrime. Eh, ma va?

La Strega Cattiva batté due volte i tacchi delle sue Primigi ormai fruste e volò via; Dina non si perse d’animo, oltre che frignona era pure testarda. Anche la bambina batté due volte i tacchi delle sue Primigi nuove di fabbrica e volò via dietro la Strega Cattiva.

Le due si inseguirono per tutta l’estensione del Reame Lontanissimo – e Grandissimo – che era veramente grandissimo, ma tipo che volarono sopra tundre, taighe, ghiacci artici e antartici, foreste pluviali ed equatoriali, su deserti caldi e deserti freddi, volarono su oceani, delta ed estuari, mari, fiumi, laghi salati, laghi immensi e laghi piccoli. Insomma, avete capito. Dina continuava a chiedere il Libro Magico indietro e la Strega Cattiva continuava a rispondere: giammai!

Finalmente giunsero ai confini del Reame Lontanissimo – e Grandissimo – o meglio: quello che si suppone fosse il confine perché nessuno c’era mai stato, tanto era grandissimo il Reame. Dunque, l’apparente confine era delimitato dalle pendici di un gigantesco vulcano: per dire, più grande del Mauna Kea, più grande del Krakatoa, più grande del Popocatépetl, più grande del: insomma, avete capito, era grande. Fu lì, alle pendici del vulcano, che Dina decise di frignare e fare capricci con lo scopo di sfinire l’avversaria.

Dina frignò e frignò, per Quaranta Giorni e Quaranta Notti, pianse e pianse tutte le lacrime che poteva piangere una bambina di cinque anni frignona (e un po’ rombipalle); pure il cielo si coprì e iniziò a piovere e piovere, e lacrime e pioggia assieme sommersero le tundre e le taighe, i ghiacci artici e antartici, le foreste pluviali e quelle equatoriali, i deserti caldi e i deserti freddi, e gli oceani e i delta e gli estuari e i mari e i fiumi e i laghi salati, immensi, piccoli.

E la Strega Cattiva alla fine non ne poté più: Tiè, piglia ‘sto libro e vattene solo, ché sei una rompiballe, non so come facciano i tuoi poveri genitori a sopportarti. La Strega Cattiva batté i tacchi delle sue Primigi ormai fruste e scomparve.

La piccola Dina, vittoriosa, prese il Libro Magico e lo abbracciò teneramente. Qualche secondo dopo, tornò il sole su tutto il Reame Lontanissimo – e Grandissimo – e comparve anche un grande arcobaleno. Dina batté i tacchi delle sue Primigi nuove di fabbrica e tornò al suo paese.

Il Fattore – ovvero il Sindaco -, l’Ortolano e il Farmacista avevano già dato l’allarme per la scomparsa della bambina perché non sentivano più frignare e tirarono un sospiro di sollievo quando videro tornare Dina con il Libro Magico. (I genitori non avevano dato nessun allarme perché non si erano accorti che Dina fosse sparita: erano ormai sordi e immuni alle scenate isteriche della figlioletta adorata).

Il Libro Magico – che, ricordiamo, di nome giusto faceva: “Fiabe così belle che non immaginerete mai” – fu riportato in biblioteca ma per evitare che in futuro qualcuno rubasse l’unica copia, una casa editrice che chiameremo, per esempio: LiberAria editrice, pubblicò molte copie del pregiato testo, le quali furono inviate ai quattro angoli del Reame Lontanissimo – e Grandissimo.

E così, tutti ebbero la loro storia e il loro momento magico. Ah, già: e vissero tutti felici e contenti.

Questa mia recensione insegna tre cose, cari lettori:

A volte frignare serve, a volte no. Valutate caso per caso.

Quando un libro è bello, è bene averne più copie in casa: non sia mai che venga prestato a qualche pesudolettore della domenica che poi non ce lo restituisce. O se ve lo ruba una Strega Cattiva sai che stress andarlo a recuperare chissà dove!

Leggete “Fiabe così belle che non immaginirete mai” di Ivano Porpora (LiberAria editrice, 165 pagine, 15 €) perché tutti abbiamo bisogno di una storia che ci scaldi il cuore.

(© Riproduzione riservata)

Patrizio Nissirio | Atene, cannella e cemento armato

Però Atene è brutta. Non potrei mai ricordare e contare quante volte ho sentito questa frase dal contrariato turista (da non confondere col viaggiatore, ovviamente) che frettolosamente e con il fiatone si arrampica nella calura agostana sulle pendici dell’Acropoli, così per mettere la bandierina del ‘ci sono stato’ (…) Ad Atene, la Storia e l’Oriente ne segnano per sempre l’identità, a dispetto del suo aspetto moderno solo superficialmente sgangerato. E questo sfugge a tutti quei turisti senza il tempo per conoscerla. Perché è proprio il tempo l’enzima che accende la rovente, sensuale reazione chimica con Atene [Patrizio Nissirio, Atene, cannella e cemento armato]

Nel libro “Atene, cannella e cemento armato” (Giulio Perrone Editore, 139 pagine, 12 €) Patrizio Nissirio, giornalista e scrittore responsabile di ANSAmed, racconta la capitale della Grecia ai lettori italiani, con uno stile ironico, fresco e scorrevole. Molti di coloro che visitano Atene superficialmente – vuoi perché si è di passaggio prima di andare a prendere i traghetti al Pireo, vuoi perché la capitale ellenica è la breve tappa di una crociera – ne restano delusi. Atene è brutta: i monumenti principali sono inglobati tra palazzi osceni, orrendi, molti in costruzione o ormai abbandonati a sé stessi.

L’abusivismo edilizio, l’assensa di piani regolatori, la dittatura militare che ‘regalava’ licenze edilizie, sono alcuni fattori che hanno permesso ad una delle più antiche città del mondo di diventare una foresta di palazzoni e strade tortuose nate a casaccio, costantemente preda del traffico cittadino.

Il giornalista Nissirio nel suo reportage racconta molto bene la storia di Atene: dallo splendore ai tempi dei primi greci alla dominazione ottomana, dalla grande migrazione dei turchi dalla Grecia alle due guerre mondiali, dalla dittatura dei colonnelli all’ingresso nell’Unione Europea; quindi le speranze legate alle Olimpiadi del 2004 e l’affondo della grande crisi che ancora oggi, putroppo, affligge lo Stato ellenico.

L’attuale conformazione della città è figlia della storia che ha vissuto e a primo impatto, in effetti, per un turista o viaggiatore può non essere piacevole. Chi si aspetta una città antica, fatta di rovine (ma curate), piazze e monumenti resta irrimedialmente deluso: ci sono solo palazzi, e traffico, e caos, e inquinamento.

Ma Patrizio Nissirio, dovendo vivere ad Atene per motivi di lavoro, ha trascorso diversi anni nella capitale greca scoprendo che la città presenta degli aspetti affascinanti. I secoli della dominazione ottomana hanno lasciato sapori, profumi, colori, spezie e modi di fare; i monumenti, quelli sopravvissuti, hanno un fascino unico, se si pensa alla loro età; persino il Pireo, il più grande porto greco, ha un qualcosa di romantico.

Nissirio sceglie di raccontare Atene usando, oltre i suoi occhi, le parole dello scrittore Màrkaris Petros, uno tra i più noti giallisti ellenici tradotti in Europa. Attraverso le parole estrapolate dai romanzi di Màrkaris, Nissirio racconta l’Atene moderna, fatta anche e soprattutto di disparità tra poveri e ricchi (la Grecia è uno Stato dove l’evasione fiscale di manifesta con notevole prepotenza), l’arrivo dei profughi e i disordini che necessariamente si creano, il caos quodidiano, le illusioni post Olimpiadi e la palude della crisi. Oltre a Màrkaris, Nissirio cita altri scrittori e scrittici greci tradotti in italiano (una ricca bibliografia alla fine del volume raccoglie degli interessanti spunti di lettura).

I luoghi, particolarmente ad Atene, sono anche intrisi di assenze, di echi. Basta solo concedersi il tempo per ascoltare, persino nel rumore del traffico o tra gli slogan urlati di una manifestazione. E così, improvvisamente, tra gli edifici con gli alti portici sorretti da pilastri in cemento armato, le saracinesche abbassate per sempre e coperte di graffiti, come i muri tutt’attorno, si può avvertire sempre la presenza del fantasma del passato. Enorme, imponente, com’è il passato di questa città. Che in questa pagina di Liberaki ha anche un nome oggi dimenticato sulla via Aristotelous: Silenzio [Patrizio Nissirio, Atene, cannella e cemento armato]

Quando sono stata a Creta non sono passata da Atene perché avevo acquistato un volo diretto verso Chanià, e in parte mi è dispiaciuto non fermarmi – anche solo un paio di giorni – nella capitale greca. Nonostante quai tutti quelli che conosco che ci sono stati mi dicano che è una città invivibile, io sono testarda e a loro non credo: io Atene vorrei vederla. Dalle immagini che ho visto in rete, da ciò che ho letto (e non solo nel libro di Patrizio Nissirio), per come sono fatta, io credo che Atene potrebbe proprio piacermi.

Certo, i palazzi e tutto quel cemento armato, con i ferri che spuntano ovunque, son proprio orrendi. Ma Atene, va scoperta, con calma, senza tanta fretta. Un sito archeologico potrebbe essere nascosto da una serie di palazzoni fatiscenti, l’ideale potrebbe essere di fermarsi un attimo alla taverna, bere qualcosa di fresco mentre si consulta una mappa. La salita all’Acropoli io non lo affronterei alle tre del pomeriggio, rischiando un colpo apoplettico per il calore; sull’Acropoli ci salirei al tramonto, perché credo che solo da lassù potrei rendermi conto di quando davvero sia grande Atene (città che, racconta Nissirio, raccoglie metà della popolazione greca).

Sì, insomma. Credo che potrei innamorarmi di Atene, delle sue luci e delle sue ombre.

Atene, città dai sapori e odori fortissimi, alla fine sa conquistare – e per sempre – chi ci si muove nel modo più aperto e curioso. Prima, però, bisogna passare una sorta di esame: chi si ferma al suo aspetto più esteriore troverà sempre un motivo per non amarla, e fuggire verso il mar Egeo. La città sa invece premiare chi la attraversa a sensi aperti [Patrizio Nissirio, Atene, cannella e cemento armato]

Lorenzo Pini | A Lisbona con Antonio Tabucchi. Una guida

Arriviamo in una città che non conosciamo. Via mare, via aria, via terra, non importa. Possiamo scegliere di percorrerla a caso senza meta e lasciare che tutto quello che accade sia inaspettato, oppure seguire consigli e dettagliati itinerari di guide turistiche. Potremmo aver visto un film ambientato in quella città, o letto un libro che ce ne parla (…) Ci sono tanti modi di prepararsi a un viaggio, breve o lungo che sia. E tra questi è incluso anche quello di non partire affatto, e viaggiare solo con la mente. In tutti questi casi, che sia la nostra fantasia o la rigorosa documentazione, avremo una percezione di quel luogo. La percezione di una realtà, tra le tante realtà [Lorenzo Pini, A Lisbona con Antonio Tabucchi]

Mi chiedo se sia possibile amare un luogo senza averlo mai visitato. Amarlo semplicemente perché suona bene il nome, perché lo si immagina avvolto da una calda luce, perché le fotografie restituiscono l’idea di un luogo bellissimo.

Amo il Nord Europa e chi segue le mie letture lo ha capito; c’è però un altro luogo in Europa che sogno di vedere da anni: il Portogallo. Perché proprio il Portogallo? Perché io amo i confini e i luoghi di confine e le terre lusitane sono state, per secoli, le terre più ad ovest del mondo conosciuto: Cabo de Roca era il confine tra il mare e la terra, ed è a tutti gli effetti il punto “dove la terra finisce e il mare comincia”.

Nelle ricerche di romanzi ambientati in Portogallo o scritti da autori lusitani od originari delle ex-colonie, mi sono imbattuta in “A Lisbona con Antonio Tabucchi” di Lorenzo Pini (Giulio Perrone editore, 174 pagine, 12 €), originalissima guida letteraria che ho divorato in pochi giorni.

Lorenzo Pini conduce il lettore attraverso la Lisbona descritta da Antonio Tabucchi nei suoi romanzi Sostiene Pereira e Requiem, e nei suoi racconti Any where out of the world e Il gioco del rovescio. Dopo un’introduzione estratta da Requiem e un breve scritto con la storia della città (dalla fondazione ad opera dei fenici alla caduta della dittatura nel 1974), la guida di Lorenzo Pini si suddivide in sette capitoli, dove i primi sei sono dei veri e propri itinerari che il viaggiatore può seguire percorrendo le tracce dei personaggi tabucchiani (con tanto di cartine), mentre il settimo capitolo trae le conclusioni di questo viaggio immaginario. In Appendice, consigli culinari, suggerimenti per la visita, informazioni pratiche per organizzare un viaggio nella capitale lusitana.

La Lisbona di Tabucchi è geografia, architettura, spazio urbano e memoriale, entro i cui confini si sono consumati eventi privati e pubblici, esistenziali, storici e politici (…) Lisbona così com’è, pare fatta apposta per la finzione letterarie. Una matrice marittima che è nella storia del porto, nei moli protesi nell’azzurro [Lorenzo Pini, A Lisbona con Antonio Tabucchi]

Peniche (Photo by Mario Vassiliades on Unsplash)

Nel libro di Lorenzo Pini seguiamo i personaggi creati da Antonio Tabucchi attraverso le viuzze e le immense piazze di Lisbona. Ma non solo: con il protagonista di Requiem e con il dottor Pereira ci spingiamo sino a Cascais, dove le acque del Tago si gettano nell’Oceano Atlantico e dove Lisbona finisce, per lasciare posto ai comuni dell’Estoril.

Città che si riflette sull’acqua, quelle placide e limacciose del Fiume Tago, città che respira grazie ai temporali che scoppiano all’improvviso e grazie alle brezze che spirano dall’Atlantico e regalano cieli azzurri, Lisbona sembra che abbia le carte in regola per farsi amare e per far provare quella sensazione che si può dire solo in portoghese: saudade.

Lorenzo Pini, rielaborando le parole di Tabucchi, prova a spiegare cos’è la saudade, quell’emozione celebrata da poeti e scrittori non solo portoghesi. Nostalgia per il futuro, dovrebbe essere, ma la definizione è incompleta. Forse il modo migliore per capire cos’è la saudade è mettere qualche abito in valigia e ritrovarsi a Lisbona – o a Cabo de Roca – al tramonto, l’ora in cui è più facile provare la saudade.

Lisbona (Photo by Lili Popper on Unsplash)

La guida di Lorenzo Pini è quindi una bella raccolta di passeggiate facilmente realizzabili per chi si trova a Lisbona e dintorni, seguendo appunto le tracce dei personaggi di romanzi e racconti. Un modo, a mio avviso, molto originale di vivere un luogo e forse anche di ricordarlo meglio una volta tornati a casa.

Leggere un romanzo o un racconto ambientato nel luogo che andremo a visitare, secondo me, aiuta a calarsi meglio nell’atmosfera e ad aver quella sensazione di averlo già vissuto, di apprezzarlo ancor più facilmente. E leggere una guida partendo dagli scritti di chi quel luogo l’ha amato tanto da aver deciso di farne una seconda Patria, certamente aiuterà il viaggiatore a vivere il viaggio con vera passione.

Così lo scrittore si specchia nella sua città, tra le case pombaline, gli electricos, le chiese barocche, le tascas, i miradouros. Antonio Tabucchi è prima di tutto cittadino di questo luogo e sfrutta, per riconvertirli ad uso letterario, i suoi Leitmotiv: il clima, il fiume, la conformazione dell’estuario. Ma soprattutto sfrutta l’ambivalenza, la capacità delle città di offrire scenari talvolta diametralmente opposti. Da viaggiatori, siamo incuriositi dal doppio volto che Lisbona può mostrare [Lorenzo Pini, A Lisbona con Antonio Tabucchi]

Titolo: A Lisbona con Antonio Tabucchi
L’Autore: Lorenzo Pini
Editore: Giulio Perrone editore
Perché leggerlo: perché un viaggio comincia nel momento in cui si inizia a sognarlo. Caldamente suggerito agli appassionati degli scritti di Antonio Tabucchi

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