Adrián N. Bravi | L’idioma di Casilda Moreira

Su una carta geografica dietro la cattedra aveva indicato la zona dove si parlavano queste lingue, compresa la famiglia a cui appartenevano, e alla fine aveva raccontato un aneddoto che aveva suscitato la curiosità di alcuni studenti. Di una di queste lingue erano rimasti solo due parlanti, un uomo e una donna.
– Ma la volete sapere una cosa? (…) Questa donna e quest’uomo non si parlano da tantissimi anni, da quanto avevano circa vent’anni (…) Capite, è curioso questo, no? (…) non esiste un dialogo in questa lingua, ma solo singole testimonianze senza riscontro, come una lingua museale o qualcosa del genere [L’idioma di Casilda Moreira, Adrián N. Bravi]

Annibale è uno studente di etnolinguistica, affascinato dalle brillanti lezioni del professor Montefiori. Al termine di una lezione, il professor Montefiori accenna all’originale vicenda del popolo günün a künä: pare che siano rimasti solo due rappresentanti di questa etnia a parlare l’antica lingua günün a yajüch. L’occhialuto Annibale resta ammaliato da questa storia: nel caso gli ultimi due parlanti della lingua günün a yajüch morissero, che fine farebbe la lingua? Una lingua muore quando l’ultimo parlante se ne va, oppure nonostante tutto la lingua sopravvive?

Lo studente vuole saperne di più e chiede un appuntamento al professor Montefiori per approfondire. Annibale viene a sapere che si chiamano Casilda Moreira e Bartolo Medina gli ultimi due parlanti günün a yajüch, e vivono entrambi a Kahualkan, un minuscolo paesino spazzato dal venti della pampa argentina, duecento chilometri a sud di Santa Rosa, e, come anticipato dal professore, non si rivolgono parola da anni.

Sarà la storia della lingua günün a yajüch, sarà un incidente improvviso occorso al professor Montefiori, ma ad Annibale viene voglia di partire per Kahualkan, per conoscere gli anziani Casilda e Bartolo e per cercare di farli parlare e registrarne una conversazione in lingua günün a yajüch.

Ci sono posti che, anche se li vedi per la prima volta, ti sembrano così familiari che giureresti di esserci già stato e di conoscerne persino la lingua e le abitudini; perché sei sicuro che li avevi dentro, quei posti, e che solo ora hai deciso di tirarli fuori per fartici due passi in santa pace [L’idioma di Casilda Moreira, Adrián N. Bravi]

Il viaggio di Annibale è lungo: una sosta a Buenos Aires, un viaggio notturno in treno sino a Río Colorado, un tragitto sul camion del simpatico Zunino, ed eccolo finalmente a Kahualkan, il paese sperduto nel cuore della pampa.

Per Annibale, mai stato così lontano dai suoi affetti e dal sicuro profilo dei Monti Sibillini, Kahualkan appare immediatamente familiare. Dopo aver trovato un posto dove alloggiare, Annibale può finalmente mettersi alla ricerca di Casilda e Bartolo – se è ancora vero che vivono a Kahualkan – e a studiare un modo per farli parlare e registrare la conversazione. In suo aiuto giungerà la vivace Alma, figlia dell’unico locandiere del paese.

Chissà da dove arriva una lingua così strana e complicata. Io, a essere sincero, quando l’ho sentita parlare per la prima volta ho pensato che il vecchio Bartolo se la fosse inventata di sana pianta, come quanto di metti a parlare una lingua tua, che capisci solo tu… [L’idioma di Casilda Moreira, Adrián N. Bravi]

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/d/d6/1855_Colton_Map_of_Patagonia_and_the_Falkland_Islands._-_Geographicus_-_Patagonia-colton-1855.jpg

Antica mappa dell’Argentina meridionale ad opera di J. H. Colton, 1855 (Wikipedia)

L’idioma di Casilda Moreira” di Adrián N. Bravi (Exórma) è un romanzo intenso che racchiude tra le righe più tematiche. C’è in primo luogo il dibattito sulle lingue: quando il professor Montefiori instilla in Annibale la curiosità di scoprire la lingua günün a yajüch, il giovane studente si chiede che cosa succede quando una lingua muore o si evolve in un’altra, e come venne affrontata dal popolo indio günün a künä l’imposizione della lingua mapuche prima e castigliano poi.

C’è il viaggio di Annibale, che parte perché mosso dalla voglia accademica di scoprire i misteri della lingua di Casilda e Bartolo, curioso di farli parlare tra loro per cercare di indagare i misteri di quell’oscura grammatica e fonetica. Ma il viaggio di Annibale sarà anche un modo per scoprire qualcosa di se stesso, per mettersi alla prova in un ambiente così diverso dalla sua regione, per iniziare ad apprendere i riti e le tradizioni dei günün a künä e forse per trovare persino un nuovo amore.

Adrián N. Bravi racconta così al lettore italiano una storia che si focalizza proprio sulla cultura dei günün a künä, un’antichissima cultura ben presente e radicata nella pampa prima che arrivassero i coloni europei. La cultura dei günün a künä rivive con le storie di Casilda e Bartolo e con la voglia di Annibale di farli di nuovo parlare tra loro, per intrappolare la lingua su un nastro e sviscerarla con l’occhio critico di uno studioso.

Il romanzo di Adrián N. Bravi mi è piaciuto moltissimo: la trama è lineare, scorrevole, piacevole da leggere grazie alle struggenti descrizioni dell’ambiente della pampa argentina, apparentemente respingente per i suoi grandi spazi e la sua immensità poco a misura d’uomo, ma in grado di regalare ad Annibale una sensazione di libertà unica; un romanzo che sembra molto semplice, ma capace di aprire una serie di riflessioni sia sulle lingue che si parlano nel mondo, sui popoli e le culture presenti prima della colonizzazione europea dell’Argentina e anche su noi stessi.

L’idioma di Casilda Moreira” è un libro riflessivo e romantico, dove – da buon libro sudamericano che racconta di queste remote terre lontane – non mancano incantesimi e credenze ancestrali. E su di me l’incantesimo ha funzionato benissimo: grazie al romanzo di Adrián N. Bravi ho compreso come mai il soprannaturale è così radicato nella cultura e soprattutto nella letteratura sudamericana.

Qualche minuto dopo arrivò alla stazione. Camminò lungo il binario su delle pietre irregolari e coperte di muschio; negli interstizi crescevano pianticelle esili e lunghe. Tutto sembrava immobile, come il volo inespressivo della pianura. Cercò di immaginare il treno che un tempo, ogni giorno, doveva attraversare il paese (…) Adesso, però, c’erano solo l’erba alta dappertutto, un vecchio orologio attaccato a un muro senza più lancette e, vicino al binario, una pompa dell’acqua ricoperta di arbusti e sterpi [L’idioma di Casilda Moreira, Adrián N. Bravi]

Titolo: L’idioma di Casilda Moreira
L’Autore: Adrián N. Bravi
Editore: Exorma
Perché leggerlo: perché è un bellissimo romanzo capace di generare incantesimi su chi legge

(© Riproduzione riservata)

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Corrado Augias | I segreti di Istanbul. Storie, luoghi e leggende di una capitale

A dispetto di ogni mutamento, Istanbul resta un insieme unico al mondo se non altro per la quantità di storia che racchiude, per le tracce che un così lungo passato vi ha impresso. Chi decide di visitarla dovrebbe essere in grado di cogliere questi riferimenti restituendo così (…) un po’ di vita e di senso a quelle mura, a quelle torri, ai resti smozzicati di edifici anche quando sia scomparsa ogni grandezza, ricercando, ricreando, le tracce di una delle più poderose civilizzazioni della storia umana, ricca di figure grandiose nell’ingegno come nella crudeltà [I segreti di Istanbul, Corrado Augias]

I segreti di Istanbul. Storie, luoghi e leggende di una capitale” di Corrado Augias (Einaudi) è il romanzo di una città, un racconto che si snoda attraverso i secoli, i personaggi, i fatti storici salienti e una serie di riflessioni sul rapporto tra Occidente e Oriente.

Oggi Istanbul non è più la capitale della Turchia, sostituita con l’anatolica Ankara per volere di Kemal Atatürk nel 1923; ma la megalopoli sul Bosforo è la città più popolosa della Turchia e resta uno dei principali punti d’accesso al Paese (gli scali aeroportuali stanbulioti assorbono buona parte del traffico aereo turco), oltre che l’oggetto di visita di milioni di viaggiatori e di turisti ogni anno.

Nel corso della sua millenaria storia, Istanbul ha cambiato nome tre volte e innumerevoli volte ha visto mutare il suo aspetto. Inizialmente è Bisanzio, fondata da Byzas e i suoi compagni greci: è proprio dal nome di questo monarca successo ai micenei che deriva il primo nome – e il primo nucleo – dell’attuale Istanbul.

Ai greci di Byzas gli sono successi i persiani e i macedoni, l’imperatore romano Settimio Severo ha raso al suolo Bisanzio, e infine Diocleziano (acerrimo nemico dei cristiani) propone di suddividere l’impero in due porzioni e di darlo a governo a due Cesari e due Augusti.

L’idea era buona, ma l’uomo difficilmente divide il potere con altri uomini. Costantino, visitata Bisanzio, decide di fondare qui la Nuova Roma diventando unico imperatore; dopo il leggendario sogno dove gli appare la Santa Croce, Costantino rende legale e aiuta la diffusione del culto del Cristianesimo.

Flickr Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

L’antica Bisanzio cambia nome: diventa Costantinopoli, la città di Costantino. E resta la capitale dell’Impero Romano fino al 395, anno in cui l’Impero Romano si smembra e nascono l’Impero Romano d’Occidente e l’Impero Romano d’Oriente, su quest’ultimo regnano gli imperatori e le imperatrici bizantini.

Per più di mille anni, gli imperatori bizantini – di varie dinastie – dominano l’Impero Romano d’Oriente, fino al 29 maggio 1453, giorno in cui i soldati ottomani agli ordini del sultano Maometto II sfondano le mura ed entrano vittoriosi nel cuore della città. Di religione islamica, gli Ottomani trasformano molte chiese in moschee, cambiano il volto e assegnano alla città un nuovo nome: Istanbul, che in turco significa semplicemente “città“.

Ha cambiato nome tre volte: Bisanzio, Costantinopoli, Istanbul; ancora nella metà dell’Ottocento nelle sue strade si parlavano il turco, il greco, l’armeno, l’italiano, l’ebraico, il francese e l’inglese. A millequattrocento chilometri di distanza da Roma (…), Bisanzio, Cosantinopoli, Istanbul, ha dato a un ciclo della civilizzazione umana non solo una sede ma la possibilità di coltivare il sogno che da un unico palazzo imperiale si potesse governare l’intero mondo conosciuto (…) I monumenti sono muti, i ruderi giacciono indecifrabili, gli oggetti conservati nei musei diventano insignificanti se non si sa come interpretarli, di quali eventi siano stati protagonisti o testimoni, quali memorie sia necessario richiamare perché comincino a dire di sé [I segreti di Istanbul, Corrado Augias)

Questa è la storia, fondamentali passaggi per capire la Istanbul di oggi; nel libro di Augias sono presenti soprattutto tante curiosità legate alla città e alle vicende che l’hanno vista, spesso suo malgrado, protagonista. Augias parla degli imperatori bizantini più noti, come Giustianiano – sua l’idea di erigere la magnifica Basilica di Santa Sofia – e la sua nota consorte Teodora – forse prostituta, forse attrice, di fatto una delle donne più potenti dell’epoca; la crudele imperatrice Irene, che ordina di accecare il figlio per impedirgli di salire al trono; la “porfirogenia” Zoe, nata nella porpora, ma costretta a dividere il trono con la sorella.

Si parla degli ebrei, che fuggiti dalla Spagna e dall’Europa Centrale, trovano rifiugio sul Bosforo; ci sono le storie di personaggi come l’infermiera inglese Florence Nightingale, che con la sua preparazione medica e tecnica ha salvato la vita a molti soldati feriti durante la guerra in Crimea. E a proposito della guerra in Crimea, Augias racconta in dettaglio questo conflitto che ha visto coinvolti moltissimi giovani italiani, per volere del Conte di Cavour. Non può mancare, ovviamente, un capitolo sul leggendario Orient Express e su un suo frequentatore molto particolare.

Augias ci fa perdere nel Gran Bazar, il mercato probabilmente più grande del mondo; attraversiamo in tram il quartiere di Beyoğlu; visitiamo i quartieri di Fener, Balat e Üsküdar, sulla sponda asiatica.

Nel libro, Augias lascia molto spazio agli Ottomani, ai sultani, alla conquista di Costantinopoli e alla vita di palazzo. Gli aneddoti e le informazioni legate alla Sublime Porta sono quelle che mi hanno affascinata di più: dal destino dei sultani, alla vita nell’harem, al racconto di Istanbul che cambia volto per volere degli Ottomani.

Infine, si giunge alla fine della Prima Guerra Mondiale, quando l’Impero Ottomano ne esce sconfitto e il movimento laico e modernista di Mustafà Kemal Atatürk ottiene i consensi dei turchi e l’ultimo sultano della Sublime Porta viene mandato in esilio a Sanremo, in Italia.

Se si esce dai consueti itinerari turistici della città storica e dei quartieri di Pera (…) Istanbul si presenta più con l’aspetto di una frettolosa modernità che con quello un po’ logoro di un orientalismo da cartolina (…) il miracolo è che – quanto meno agli occhi dello “straniero” – tutto questo riesce in qualche modo ad apparire con un amalgama omogeneo, e su tutto continua a prevalere il favoloso profilo stagliato contro il cielo della città vecchia che rimane nella memoria di ogni viaggiatore (…) [I segreti di Istanbul, Corrado Augias]

Flickr Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

I segreti di Istanbul” di Corrado Augias mi è piaciuto parecchio e l’ho letto con vivo interesse. Il modo in cui Augias racconta aneddoti e presenta personaggi importanti riflette l’architettura attuale della città: labirintica e con abbondanza di digressioni. Nel libro “La balia“, per bocca di Markaris il commissario Charitos sostiene che a Istanbul pare che chiunque sia arrivato abbia lasciato opere, oggetti e manufatti alla rinfusa; e coloro che sono arrivati dopo non li abbiano toccati, anzi, abbiano aggiunto le loro opere, i loro oggetto e i manufatti, rendendo Istanbul all’apparenza disordinata. Ma – come ricorda Augias – basta rovistare tra le rovine e i vecchi muri per leggere le storie.

Come dicevo, ho apprezzato il libro su Istanbul, devo però lasciare un appunto: l’Autore ha il vizo di cambiare il tempo verbale mentre racconta, per cui un racconto inizia al passato remoto e prosegue al presente. Un modo di fare fastidioso certo, ma forse anche questo riflette la spettacolare confusione di una delle città più affascinanti del mondo.

Titolo: I segreti di Istanbul. Storie, luoghi e leggende di una capitale
L’Autore: Corrado Augias
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: per immergersi nel millenario e immortale fascino di Istanbul

(© Riproduzione riservata)

Desy Icardi | L’annusatrice di libri

Cosa le stava succedendo? Per la prima volta dopo mesi aveva letto, su quello non c’erano dubbi, ma le parole che le erano sgusciate dalle labbra non erano penetrate nella sua mente passando per gli occhi. Il primo istinto fu quello di parlarne con qualcuno (…) Ma una strana sensazione l’attraversò: doveva tacere! (…) Qualunque origine avesse il prodigio che aveva sperimentato – sempre che di prodigio si trattasse -, l’unica cosa sensata da fare era metterlo a frutto per l’interrogazione del giorno seguente, senza farne parola con nessuno [L’annusatrice di libri, Desy Icardi]

Torino, 1957. A pensione dalla zia Amalia, papà Adelmo manda la quattordicenne Adelina per iniziare a frequentare l’Istituto Maria Cristina di Savoia, con l’intenzione di conseguire un prezioso titolo di studio. La zia Amalia riceve una discreta somma di denaro dal fratello Adelmo per coprire le spese legate alla figlia, ma la donna pur essendo benestante è piuttosto spilorcia e Adelina è costretta ad andare a scuola con pesanti scarponi e buffi cappellini di lana ruvida.

Oltre all’improbabile abbigliamento, la povera Adelina ha perduto la capacità di leggere. Già, gli occhi vedono le lettere sulla carta stampata, ma il cervello non riesce a tradurle per comporre le parole. Così Adelina si ritrova brutti voti in quasi tutte le materie, soprattutto in lettere, corso tenuto dal severo il reverendo Kelley.

Luisella Vergnano, la figlia del prestigioso notaio, si ritrova costretta a dover studiare con Adelina. Mentre Adelina e Luisella si trovano nella biblioteca del suntuoso appartamento del notaio, Adelina scopre che lei può leggere, ma non con gli occhi, bensì con il naso.

Adelina percepisce gli effluvi che fuoriescono dai libri e il suo cervello li decifra con apparente facilità. La giovane lettrice legge con il naso persino libri scritti in lingue a lei sconosciute, come lo spagnolo o l’antico sanscrito. Ma i superpoteri hanno pregi e difetti: Adelina può leggere i suoi amati romanzi, ma lo scotto da pagare sono dei fortissimi e dolorosissimi mal di testa.

Il suo dono non resta segreto per molto tempo e dai superpoteri degli ingenui c’è sempre chi ne vuole approfittare. Per esempio, il reverendo Kelley e il notaio Vergnano, i quali vorrebbero che Adelina decifrasse il misterioso codice Voynich, un libro scritto in una lingua illeggibile che potrebbe contenere persino la mitica formula per trasformare i metalli in oro oppure le istruzioni per preparare la pozione dell’immortalità.

Qualcosa, però va storto e il piano di Kelley e del notaio Vergnano viene sconbussolato. È necessario attuare il piano B, molto più costoto, ma necessario. Peccato che si mettano in mezzo anche il vecchio avvocato Ferro, Luisella e la zia Amalia, quest’ultima sempre a caccia di denari e facoltosi mariti.

Il libro che emanava una così intensa fragranza era molto corposo, lo afferrò con entrambe le mani e lo poggiò sul tavolino. Tuttavia, un solo libro non sarebbe bastato ad intrattenerla per le successive quattro ore poiché, pur basandosi su una breve esperienza, aveva già avuto modo di constatare che la lettura olfattiva era molto più rapida di quella visiva [L’annusatrice di libri, Desy Icardi]

L’annusatrice di libri” di Desy Icardi, edito da Fazi, è un romanzo fresco, brioso, divertente e scorrevole, narrato in terza persona. Amo Torino, per cui ho ampiamente apprezzato l’atmosfera torinese che permea il libro e i sottili riferimenti alla cittadina, ai suoi locali e alle manie dei torinesi di un tempo.

I personaggi sono descritti con ironia e humor, nessuno di loro si prende veramente sul serio. Presentati con difetti e pregi – spesso soprattutto difetti – appaiono reali agli occhi di chi legge. Come dicevo, la trama scorre via senza intoppi e anzi, come una sorta di matrioska, dentro “L’annusatrice di libri” è raccontata – un capitolo là e uno qua – la bizzarra ascesa sociale di zia Amalia una volta giunta a Torino negli anni Trenta.

L’annusatrice di libri” è un buon romanzo di intrattenimento, semplice e godibile, adatto a chi ha voglia di una lettura leggera ma con un messaggio di fondo molto forte: l’importanza dei libri e della lettura. Perché, come si chiede Adelina ad un certo punto, una vita senza libri può davvero avere motivo di essere vissuta?

Adelina promise e si diresse verso casa, domandandosi se una vita senza libri avesse davvero motivo di essere vissuta [L’annusatrice di libri, Desy Icardi]

Titolo: L’annusatrice di libri
L’Autrice: Desy Icardi
Editore: Fazi
Perché leggerlo: perché si tratta di una storia leggera ma godibile, carina e divertente, che insegna quanto siano importanti i libri, e le loro storie, nella vita di ognuno di noi

(© Riproduzione riservata)

Silvia Zetto Cassano | Foresti

Quant’era bella, Capodistria. Tutto era giusto, armonioso, proporzionato. Gli spazi erano perfetti, strade grandi e piccole e calli e slarghi e piazzette per giocarci a nascondino, orti e giardini, fontane con la pompa per schizzarsi, angoli di terra per scavarci le buche, prati appena oltre la porta della Muda e campagne con alberi di ciliegie da andarci su e mangiarsele sopra i rami. Il mare stava da tutte le parti, in dieci minuti ci si arrivava, d’estate la mamma mi ci portava, nell’acqua filava come un pesce e si tuffava con me dal pontile di legno (…) [Foresti, Silvia Zetto Cassano]

Il 16 agosto 1955 la piccola Silvia indossa un abito giallo con stelle e cerchi di tutti i colori. Gliel’ha cucito la cara nonna Anna, la bambina le è molto affezionata. È il giorno in cui nonna Anna, mamma Gemma e Silvia devono lasciare l’Istria. Sono gli anni dell’esodo giuliano dalmata.

La nonna cerca di prendere più oggetti che può, dalla loro casa, vorrebbe portarli in Italia, nella casa nuova; la mamma vorrebbe lasciarsi tutto alle spalle, vorrebbe bruciare tutto, carte, oggetti, la casa intera; Silvia è una bambina positiva, pensa a tutte le belle cose che potrà avere a Trieste: libri, giornalini, giocattoli, dolcetti, arance e mandarini. Tutte cose che, nell’Istria occupata, non ha mai potuto avere.

Le tre raggiungono il posto di blocco che divide la zona A, in Istria, dalla zona B, in Italia. Alla frontiera tra le zone, un militare controlla i documenti. Possono passare, possono lasciare l’Istria ora occupata dalle truppe titine e andare in Italia. La loro casa, gli oggetti rimasti, le loro terre lasciate in Istria verranno prese dai foresti, quei poveracci che dalle campagne istriane e croate andranno a vivere a Capodistria.

Ma appena Gemma, Anna e Silvia varcano il confine, eccole foreste. Foresto è colui che non è del posto, che arriva da lontano, spesso è senza nulla, spesso si è lasciato il passato alle spalle e deve ricominciare daccapo. Foresto è colui che agli altri fa paura perché a prima vista appare diverso.

Gemma ora si trova a ricominciare daccapo. A cercare un lavoro a Trieste, a cercare una vera casa – che non sia una baracca per i profughi, a cercare integrarsi tra i triestini nel migliore dei modi e cercare di levarsi di dosso la fastidiosa etichetta di straniera. Ricominciare: proprio come era accaduto a tutte le donne della sua famiglia nel passato.

Questa è la storia di cinque donne. Gran parte delle loro vite ha avuto come sfondo paesaggi, villaggi e città dell’Istria del Novecento (…) [Foresti, Silvia Zetto Cassano]

View of Koper from Zusterna.JPG

Capodistria (fonte: Wikipedia, pubblico dominio)

Iniziando dalle storie delle donne del passato, e dei loro uomini, figli e fratelli, Silvia Zetto Cassano tesse l’intricata tela dei ricordi familiari, che si fondono con gli eventi che hanno interessato la regione istriana dai primi del Novecento ai giorni dell’esodo.

Le donne sono le principali protagoniste: da Caterina Milic, la trisavola, alla madre Gemma, la Zetto Cassano ritrae con dovizia di particolari le vite delle sue progenitrici, mettendo in luce quanto il contesto storico le abbia toccate, tanto da modellare persino il loro carattere una volta adulte. La bisnonna Maria con la sua depressione e il suo male di vivere; Anna con il dispiacere del suo matrimonio combinato con Francesco; Adele, che tanto voleva maritare il bel Tonin; Gemma, solo all’apparenza felice con Sergio.

Gli uomini sono sullo sfondo, ma è loro che vengono più toccati dalla Storia. Sono loro che affrontano le guerre. Nonno Francesco, marito di Anna, che combatté durante la Prima Guerra Mondiale, uno dei tanti italiani d’Istria che combatterono nelle fila del Regio esercito italiano. Guido, uno dei figli di Anna, brillante studente che si ritrova a dover combattere sul fronte albanese e greco nel corso della Seconda Guerra Mondiale. La guerra di Sergio, più cruenta e difficile, combattuta tra le mura dell’Ospedale Psichiatrico San Giovanni di Trieste.

Dopo il 25 luglio 1943, venne l’otto settembre.
Vennero i giorni del caos.
Venne il tempo dei ratti che se la filano dalle fogne, e molti ci riuscirono e la fecero franca.
Vennero i giorni delle vendette, delle esecuzioni sommarie.
Venne il tempo delle foibe.
Venne il tempo che battevano alle porte di notte, e ti portavano via e sparivi nel niente.
Venne il tempo che si moriva per caso, per caso si viveva [Foresti, Silvia Zetto Cassano]

“Foresti” di Silvia Zetto Cassano è la storia fiume, poetica e drammatica, sempre scorrevole e intrigante, della famiglia dell’Autrice. Le vicissitudini di una famiglia composta da poveri mezzadri, contadini, commercianti, soldati, pescatori, falegnami, docenti che ha subito la Storia. Ed è la storia di chi, troppo spesso è stato indicato come foresto, straniero, straniero sulla propria terra.

Titolo: Foresti
L’Autrice: Silvia Zetto Cassano
Editore: Comunicarte edizioni
Perché leggerlo: perché “Foresti” racconta una serie di episodi intimamente legati alla recente Storia dell’Italia, fatti ed eventi che non andrebbero dimenticati

(© Riproduzione riservata)

Stefano Malatesta | Il cammello battriano. In viaggio lungo la via della seta

La storia dell’Asia Centrale si confonde con la storia dei popoli nomadi di ceppo mongolo, turco o tunguso. Non esistevano territori occupati stabilmente, ma pascoli, con mandrie che cercavano l’erba e cavalieri che seguivano le mandrie. Prima dell’unificazione effettuata da Gengis Khan, che pose tutte le tribù mongole sotto la bandiera dei mongoli blu, una parte dell’attuale Mongolia era turca. E ancora oggi un popolo turco, gli yakuti, occupano a nord dei tungusi il nord-est della Siberia [Il cammello battriano, Stefano Malatesta]

Stefano Malatesta è un giornalista e viaggiatore italiano. Da sempre appassionato di Storia, studiando gli oggetti esposti nelle sale d’arte orientale del British Museum di Londra, Malatesta scopre un rotolo buddhista, chiamato Diamond Sutra, il quale parrebbe stampato nel 866 d.C. in Cina, sei secoli prima della famosa Bibbia di Gutemberg.

Il prezioso oggetto è stato portato in Inghilterra dagli archeologi che lavorarono in un’oasi sperduta nel Turkestan Cinese, una regione della Cina dove la maggioranza è composta dagli uiguri, un’etnia turcofona e mussulmana, non distante dal temibile deserto del Taklamakan. La scoperta dell’intrigante rotolo è il pretesto per intraprendere un viaggio lungo uno dei tanti rami della Via della Seta.

Il viaggio di Stefano Malatesta inizia da Peshawar, in Pakistan, al cospetto di alcune delle montagne più alte del pianeta, e attraversa una parte del desolato altopiano del Pamir tagiko.

Il Pamir, che gli arabi chiamavano Bam-Dunya, il Tetto del Mondo, si trova alla latitudine del Mediterraneo, ma non nasconde da nessuna parte quei piccoli paradisi verdeggiandi come altrove nell’Himalaya. E’ una steppa gelida, spazzata dal vento come le montagne che le circondano. L’aridità dell’aria provoca una rapidissima evaporazione su qualsiasi superficie e i rari viaggiatori primaverili rimangono stupefatti quando le valanghe staccatesi dalle cime vaporizzano in nuvole d’argento prima di toccare il suolo (…) Nei tremila chilometri quadrati che costituiscono il cuore di ghiaccio e neve del Pamir, ci sono 1500 ghiacciai, di cui almeno 30 superano qualsiasi ghiacciaio delle Alpi [Il cammello battriano, Stefano Malatesta]

Dopo aver valicato i passi che uniscono Pakistan e Tagikistan, Malatesta scende in CIna e il suo itinerario tocca la millenaria città di Kashgar, nel Turkestan Cinese.

I cavalli erano la maggiore attrazione del mercato (…) Rimasi incantato ad ammirare i volteggi scuri, gli arresti imperiosi, la scioltezza morbida con cui stavano in sella i cavalieri che venivano dalle steppe. Kirghisi, kazaki, mongoli, uiguri, tagiki, che d’estate salivano dalla pianura per raggiungere i grassi pascoli delle montagne. Ma la domenica riscendevano, attratti dal mercato di Kashgar. La città esiste da almeno duemila anni. Ma la domenica riscendevano, attratti dal mercato di Kashgar. La città esiste da almeno duemila anni [Il cammello battriano, Stefano Malatesta]

Antica mappa che mostra i luoghi lungo la Via della Seta (fonte: Wikipedia)

L’obiettivo di Malatesta è quello di seguire le tracce degli archeologi – alcuni senza scrupoli – che qui scavarono giungendo a scoperte grandiose. Il viaggiatore italiano prosegue ancora nellla regione del Xinjiang, alla ricerca delle famose oasi, con la bussola sempre puntata verso est. Raggiunge infine Tun-huang, alle pendici dell’imponente catena montuosa dello Nan Shan.

Dando un semplice sguardo alla carta geografica ci si accorge che l’Asia Centrale non appartiene né alla Russia né alla Cina, e nemmeno a se stessa. Appartiene al vuoto [Il cammello battriano, Stefano Malatesta]

Il cammello battriano” è il racconto del lungo itinerario che Stefano Malatesta ha seguito attraverso Pakistan, Tagikistan e Turkestan Cinese. Nel corso del viaggio, Malatesta snocciola aneddoti, curiosità, storie e fatti legati a questa affascinante quanto sconosciuto frammento d’Asia, riuscendo perfettamente nell’intento di appassionare e stupire il lettore.

Una regione da sempre attraversata da carovane, uomini e oggetti che viaggiavano lungo l’asse ovest-est; le merci provenienti dall’estremo Oriente erano richieste in Occidente, e proprio grazie a questi scambi commerciali hanno anche circolato idee, religioni, culture, saperi. Qui si sono mescolate popolazioni per secoli, tanto che non è raro trovare alcune etnie con caratteri spiccatamente nordici, quali occhi azzurri e capelli chiari, come i cafiri del Palistan, o come le mummie del Tarim, una serie di corpi che mostrano spiccati caratteri caucasici ritrovati lungo il fiume Tarim risalenti a circa 2000 anni prima di Cristo.

La grande ricchezza dell’Asia Centrale sta nel fatto di essere stata, per molti secoli, una sorta di terra di mezzo che tutti dovevano attraversare. Era questo settore il fulcro, il motore del mondo dell’epoca. E come ricorda Stefano Malatesta, è vero che le civiltà sono nate una volta che l’uomo ha messo radici, ma senza il movimento – di uomini, oggetti, idee – non saremmo arrivati ai livelli culturali oggi.

La presenza dei nomadi metteva allegria. Sappiamo che le civiltà sono nate quando i popoli migratori sono diventati stanziali. Ma qualcosa continua a suggerirci che la nostra natura consiste nel moto e che la quiete assoluta è la morte [Il cammello battriano, Stefano Malatesta]

Titolo: Il cammello battriano
L’Autore: Stefano Malatesta
Editore: BEAT Edizioni
Perché leggerlo: perché è un viaggio attraverso i secoli e lungo uno dei molti rami della Via della Seta, luoghi che ancora oggi, dopo tanto tempo, hanno il potere di affascinare il viaggiatore moderno

(© Riproduzione riservata)

Paolo Ferruccio Cuniberti | Ultima Esperanza

Valparaíso, 10 gennaio 1869. In questa data, io Federico Sacco, veterinario, zoologo e naturalista, nato Piemontese e ora Italiano, mi accingo a redigere le prime note del mio diario di viaggio verso la Terra Australe altrimenti detta Patagonia. E che Dio mi protegga [Ultima Esperanza, Paolo Ferruccio Cuniberti]

Nel maggio del 1872 i soci della Società Geografica Italiana si riuniscono a Firenze. Lo scopo della riunione è quello di leggere e commentare il diario di Federico Sacco, giovane veterinario piemontese, del quale nessuno conosce il destino, poiché partito nel gennaio del 1869 per svolgere una spedizione naturalistica nelle Terre Australi, finanziata da privati e dalla Società Geografica stessa, è misteriosamente scomparso.

Solo poche lettere sono state scritte dal Sacco, destinatari la famiglia e la Società Geografica. A seguire, solo il silenzio. Ma all’improvviso giunge a Firenze uno dei due diari di Federico Sacco: il diario con le annotazioni scientifiche e naturalistiche non è pervenuto, ma i membri della Società Geografica possono leggere il diario personale.

Prende avvio l’avvincente e intrigante lettura delle annotazioni del Sacco, le quali iniziano nel gennaio del 1869, una volta raggiunta – dopo un lungo viaggio faticoso ed estenuante – la città di Valparaíso. Quando Federico Sacco racconta del suo ambizioso progetto ai compagni di nave, tra una tempesta e l’altra, alcuni di essi lo prendono per pazzo: Sacco non sa cosa lo aspetta, le Terre Australi sono selvagge, difficili da attraversare e soprattutto abitate da popolazioni indigene bellicose.

(…) percorrere una via di terra di oltre milletrecento miglia sul versante cileno della Patagonia da Puerto Montt fino a Punta Arenas è impossibile; i collegamenti avvengono solo via mare o passando oltre il confine argentino: sul lato del Pacifico è una miriade di isole, fiordi e canali; in terraferma i luoghi sono impraticabili con aspre e inaccessibili montagne a picco sul mare intersecate da valli glaciali. Lo vedrete con i vostri occhi (…) [Ultima Esperanza, Paolo Ferruccio Cuniberti]

Federico Sacco non si lascia intimidire dai commenti negativi delle persone che incontra; il veterinario è deciso ad affrontare il lungo viaggio nel cuore della Patagonia cilena sia per soddisfazione personale, sia per dovere nei confronti di chi lo ha gentilmente sponsorizzato.

Inizialmente, Sacco si unisce all’esercito del colonnello Cornelio Saavedra Rodríguez, un uomo senza scrupoli che cerca, con la violenza, di strappare le terre agli indigeni, nelle regioni del Bio-Bio. Staccatosi finalmente dagli altri bianchi, Federico Sacco può partire per il viaggio sognato, alla fine dell’ottobre del 1869, dall’isola di Chiloé.

Da questo punto in avanti, Federico Sacco potrà annotare ogni dettaglio, subirà furti e prepotenze, si ritroverà solo in mezzo al nulla, conoscerà avanzi di galera a Punta Arenas e gli indigeni aonikenk della regione di Ultima Esperanza. Vivrà una serie di avventure incredibili, peripezie che mai avrebbe immaginato, ma il punto fermo di tutto il suo viaggio sarà la costante meraviglia di trovarsi di fronte a luoghi e panorami di incomparabile bellezza che certamente nascondono clamorosi segreti.

Nel paesaggio primordiale in cui mi trovavo immerso, ho immaginato aggirarsi i mostruosi iguanodonti e gli altri giganteschi rettili che oggi sappiamo aver popolato il pianeta prima di noi. Mi sono convinto che se in futuro si avvieranno quaggiù sistematiche ricerche con appropriate spedizioni scientifiche, anche in questa parte di mondo non tarderanno ad emergere nuove e ancor più clamorose meraviglie. Chissà quali straordinarie vestigia di esseri antidiluviani affioreranno dagli abissi della preistoria di questo continente rimasto isolato così a lungo! [Ultima Esperanza, Paolo Ferruccio Cuniberti]

Patagonia cilena (fonte: photo by Ken Treloar on Unsplash)

Ultima Esperanza” di Paolo Ferruccio Cuniberti è uno di quei libri che riescono a trasportare il lettore completamente dentro la storia. Si seguono con trepidazione le tappe del viaggio di Federico Sacco: ci si meraviglia con lui di fronte alla grandiosità dei panorami, si trema quando ci si imbatte negli indios e ci si indigna quando si incontrano persone crudeli e violente le quali vogliono strappare la terra ai nativi.

Cuniberti crea un personaggio che è un uomo d’altri tempi: intelligente, curioso, rispettoso e corretto, il quale suscita immediatamente simpatia. Proprio al suo personaggio, Federico Sacco, è affidata la narrazione sotto forma di diario personale, inserita nella cornice della lettura delle note da parte della Società Geografica Italiana quando già si conosce il triste epilogo della vicenda.

Ultima Esperanza” è sia il fantasioso racconto delle esplorazioni di Federico Sacco, veterinario piemontese con la bruciante passione per la scoperta (tanto che, Cuniberti immagina che sia proprio il Sacco a scoprire la Cueva del Milodonte), sia un ritratto vivido e preciso di quella che doveva essere la Patagonia cilena verso la fine dell’Ottocento.

Prima che i coloni abbattessero alberi, distruggessero vilaggi, depradassero le terre degli indios ona, kaweshqar, chono, aonikenk – oggi tutti estinti -, la Patagonia cilena era davvero un luogo dove un uomo poteva sentirsi più estraneo che parte del posto. Un luogo che forse avrebbe dovuto restare tale, per preservare il suo fascino selvaggio e quasi intimidatorio.

Non fosse per i leoni, che mi pare di sentire in agguato dietro ogni cespuglio, siamo in una terra benedetta che offre del suo meglio, ma non posso non riflettere sul mio confronto costante con le risorse della natura, tra le quali sono un momento preda, un momento predatore, ma sempre con un che di estraneo. [Ultima Esperanza, Paolo Ferruccio Cuniberti]

Titolo: Ultima Esperanza
L’Autore: Paolo Ferruccio Cuniberti
Editore: Edicola Ediciones
Perché leggerlo: per stupirsi della piccolezza dell’uomo di fronte all’abbagliante maestosità e grandiosità della Patagonia cilena di fine Ottocento

(© Riproduzione riservata)

Dušan Jelinčič | I fantasmi di Trieste

Già da bambino mi piaceva sognare, ma per poterlo fare devi avere il luogo adatto. La finestra di casa, che dava sul grande giardino della chiesa degli Armeni, era il loggione ideale per i miei sogni infantili. Dal mio podio reale vedevo i tre gradoni del giardino: il più basso era all’altezza del primo piano della casa dove vivevo, e con un balzo ci potevo andare per la via più breve (…); il secondo, con gli alberi da frutto e un pendio di pochi metri che con la pioggia diventava scivoloso, era il più vasto; in quello superiore, invece, c’era il giardino proibito, con le siepi ben curate e la ghiaia del piccolo sagrato che dava sull’entrata della chiesa. Poi c’era la chiesa stessa, che allora mi sembrava enorme con i due campanili gemelli svettanti verso il cielo, e la facciata giallo pallida con la sua finestra centrale slanciata con i vetri scuri [I fantasmi di Trieste, Dušan Jelinčič]

I fantasmi di Trieste” di Dušan Jelinčič (Bottega Errante Edizioni) è una raccolta di racconti che hanno come protagonisti la città di Trieste, alcuni personaggi realmente esistiti, luoghi particolari e i ricordi di Dušan Jelinčič stesso, attraverso una scrittura fluida, sempre briosa e brillante.

Trieste è una città con una storia complessa ma affascinante, una città che pare quasi la porta verso l’Est. “Trieste” scrive Dušan Jelinčič nella postfazione, “è una collana con tante perle, tutte diverse tra loro, ma ognuna col suo fascino sempre nuovo“.

Ci sono tante storie e fantasmi che si aggirano lungo le strette vie di Trieste. C’è il fantasma di Diego de Henriquez, l’uomo che voleva combattere i nuovi fascisti, accumulando ogni sorta di reperto bellico, e cercando i carnefici delle vittime della Risiera San Sabba. Ma proprio a causa di questa ostinazione farà una brutta fine.

C’è il bellissimo racconto sulla chiesa degli Armeni di Trieste, con sottili rimandi al popolo armeno che nel 1915 subì una terribile tragedia per mano turca; Dušan Jelinčič in questo racconto intesse vicende reali, come quella dell’organista Krugy, e personali, come i suoi pomeriggi a sognare guardando il giardino della chiesa degli Armeni.

C’è la storia dell’uomo che si vendicò di un collaborazionista ai tempi dell’occupazione nazista, incontrato per caso sul tram per Opicina; il racconto dove i ricordi di Dušan Jelinčič fluiscono liberamente dopo aver rivisto il campo da calcio dove andava una volta a giocare, ricordi fatti anche insulti da parte dei ragazzini dai cognomi italiani, perché lui, Dušan Jelinčič, è di origini slovene. “Sciavo” è un dispregiativo che usavano gli italiani per riferirsi con cattiveria agli sloveni di Trieste.

Ci sono anche racconti sui matti di Trieste all’indomani della chiusura definitiva dei manicomi, con la legge Basaglia del 1978; e la storia del bagno di Trieste dove uomini e donne sono separati: un romantico retaggio austroungarico. Non può mancare, poi, lo scrittore che elesse Trieste come seconda patria: James Joyce. Il suo fantasma si aggira spesso tra le viuzze della Città Vecchia di Trieste.

Infine, nuovamente il calcio: dai ricordi di una partita combattuta tra nazisti e occupati, ai ricordi di nuovo personali di Dušan Jelinčič quando col primo lavoretto riuscì a guardagnarsi l’ingresso allo stadio.

Le città non sono un’entità atratta, ma sono fatte di persone e palazzi, di strade e ricordi. E questi sono a volte insostenibili. Allora ho voluto dare ai fantasmi astratti dei volti concreti, descrivendo storie e persone reali che hanno fatto, nel bene e nel male, la storia della mia città attraverso le proprie angosce, alcuni esorcizzandole, e altri invece uscendone sconffitti [I fantasmi di Trieste, Dušan Jelinčič]

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Bora sul Molo Audace, Trieste (fonte: Wikipedia)

I fantasmi di Trieste“, come dicevo, è un libro affascinante e coinvolgente, che raccoglie ricordi personali e curiosità legati ad una città. Ogni città ha i suoi incanti e i suoi spettri, e Jelinčič gli ha dato voce con il fine ultimo di omaggiare Trieste.

Oggi Jelinčič vive in una casa sulla collina, nel Carso, dalla quale abbraccia con lo sguardo la città di Trieste. Da questo osservatorio privilegiato, Jelinčič ha intessuto la rete di storie che compone la bella raccolta “I fantasmi di Trieste“, realizzando a tutti gli effetti un’originale mappa della città, un libro piacevole da leggere che permette di sognare ad occhi aperti.

Titolo: I fantasmi di Trieste
L’AutoreDušan Jelinčič
Illustrazioni: Elisabetta Damiani
Editore: Bottega Errante
Perché leggerlo: per compiere un’originale passeggiata a Trieste in compagnia di un bravissimo scrittore capace di dare voce ai fantasmi omaggiando una città.

(© Riproduzione riservata)

Daniel Vogelmann | Piccola autobiografia di mio padre

Infine tornai a Firenze. Andai subito alla Tipografia Giuntina e fui accolto come un “eroe”: tutti piangevano e mi abbracciavano. Ci fu anche un articoletto di ben tornato sulla Nazione. Ora si trattava di ricominciare a vivere, di risorgere dopo quella morte [Piccola autobiografia di mio padre, Daniel Vogelmann]

Ci sono persone che vivono la Storia in modo più intenso rispetto agli altri. Sono coloro che si ritrovano, vuoi per caso oppure per motivi diversi, impigliati nelle strette maglie delle vicende che caratterizzano un’epoca intera.

Schulim Vogelmann la Storia l’ha vissuta sulla sua pelle e oggi suo figlio Daniel scrive in sua memoria l’autobiografia che Schulim avrebbe voluto scrivere, ma che la vita non gli ha dato l’opportunità di portarla a compimento. Inizia con un treno in corsa, questa storia, mentre la città brucia e la famiglia di Schulim scappa.

Dalla Galizia polacca alla Palestina, peregrinando per l’Europa, Schulim infine raggiunge Firenze e qui inizia a lavorare in una tipografia. A Firenze si sposa con Annetta e la nascita della figlia Sissel, chiamata col nome dell’amata madre prematuramente scomparsa, sembra il raggiungimento della vera felicità.

Purtroppo, quando i fascisti prendono il potere, si inizia a tollerare sempre meno gli ebrei sul suolo italiano, e il 6 febbraio 1944 Schulim Vogelmann, con la sua famiglia, si ritrova a varcare i cancelli di Auschwitz. Il drammatico ritorno in Polonia.

In questo luogo pregno d’orrore e privo di umanità, Schulim perde per sempre la moglie Annetta e l’adorata figlia Sissel. Gli viene tatuato un numero sul braccio, 173484, ma grazie alle sue conoscenze della lingua polacca e del mestiere di tipografo, viene assunto dai nazisti al campo di lavoro di Plaszow, un sobborgo di Cracovia.

A Plaszow conosce Oscar Schlinder che lo mette in salvo assieme a molti altri ebrei. Il rientro a Firenze sarà per Schulim un nuovo inizio, doloroso a causa delle importanti perdite affettive subite, ma necessario per risorgere la morte ad Auschwitz. E sarà una donna, anch’essa segnata dal dolore e dalla perdita, a mostrare a Schulim che il miracolo della vita può sconfiggere la morte e che questo miracolo si può perpetuare in eterno.

Questa, in breve, è stata la mia esistenza su questa terra. Vorrei soltanto aggiungere che la parola che ho ripetuto sempre in tutta la mia vita, soprattutto nelle ore più buie (e anche poco prima di morire), è stata una parola, paradossalmente, araba: maktùb, che vuol dire “era scritto”. Però che non saprò mai se c’è qualcuno che scrive il destino degli uomini o è tutto un caso [Piccola autobiografia di mio padre, Daniel Vogelmann]

Auschwitz (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0 de)

Piccola autobiografia di mio padre” di Daniel Vogelmann, Giuntina, è un libro molto breve, che si legge in fretta ma che contiene fatti e insegnamenti destinati a perdurare nell’animo del lettore.

Scritto in prima persona, è Schulim che ci racconta la sua vita attraverso la penna di Daniel, il figlio che dà voce al padre. In calce, c’è una serie di brevi ma intense poesie che Daniel ha composto per la sorellina Sissel, mai conosciuta.

Piccola autobiografia di mio padre” è un libretto piccolino che Daniel Vogelmann ha inizialmente scritto per le sue nipotine, affinché non dimentichino la storia del loro bisnonno e vengano a conoscenza delle loro origini. Poi, però, la piccola autobiografia è stata date alle stampe: così che tutti possano leggerla e riflettere su cosa accade alle persone che vivono la Storia più intensamente degli altri.

Titolo: Piccola autobiografia di mio padre
L’Autore: Daniel Vogelmann
Editore: Giuntina
Perché leggerlo: perché è una storia destinata a perdurare nell’animo del lettore e apre una serie di riflessioni su cosa accade a chi vive la Storia più intensamente degli altri

(© Riproduzione riservata)

Ornela Vorpsi | Il paese dove non si muore mai

L’Albania intera lavora per la capitale, che è il sogno dei paesani ed è la loro schiavitù – i loro raccolti fuggono tutti a Tirana: una volta usciti dalla capitale, si trova un solo tipo di pane rotondo, fatto di mais e acqua di cipolle e basta. Oh, quanto dispiaceva adesso il loro destino alle donne del quartiere! (Vivi che ti odio, e muori che ti piango.) [Il paese dove non si muore mai, Ornela Vorpsi]

Ornela Vorpsi è nata a Tirana nel 1968, nel bel mezzo del mandato del dittatore di stampo comunista Enver Hoxha, l’uomo che con la sua folle politica ha condotto l’Albania sull’orlo del disastro.

Nel breve memoir “Il paese dove non si muore mai“, ripubblicato da Minimum fax qualche mese fa, la Vorpsi raccoglie i suoi ricordi, da quando era una bambina al giorno in cui, su un aereo, ha lasciato l’Albania dopo la morte del compagno Hoxha.

Il paese dove non si muore mai” è l’ideale descrizione dell’Albania perché per la Vorpsi gli albanesi sono fatti di ferro, sono robusti, sono persone che non hanno paura di nulla, niente li spaventa. Gli uomini lavorano senza sosta e non sono tenuti a criticare il regime del compagno Hoxha, diversamente scattano punizioni molto severe. Perché l’Albania di Hoxha è il paradiso, è il Paese perfetto per nascere, vivere ma non per morire.

Le donne vengono trattate alla stregua di animali, buone solo per soddisfare le voglie degli uomini e generare bambini che saranno gli albanesi forti di domani. Se muoiono in seguito agli aborti clandestini non è un gran problema, se lo meritavano di certo, quelle prostitute che non sono altro.

Vivi che ti odio, e muori che ti piango. In questa frase c’è la crudeltà e la durezza degli anni del regime di Hoxha; le persone all’epoca perdevano la loro umanità, tutto era volto verso la sopravvivenza e il proprio interesse. Mors tua vita mea, lo riassumerei.

Ornela assume diverse identità, racconta della sua famiglia, del padre incarcerato e della gente che li schifa un po’ per questo. La maestra stessa ce l’ha con lei: per via del padre, certo, ma anche perché Ornela è bella e la bellezza non è una buona qualità. Parla della madre e della nonna, del nonno avvocato che non può praticare la professione e parla di lei, di cosa sogna una ragazzina in trappola in un Paese che è un inferno spacciato per paradiso e racconta di quanto l’Italia la affascini.

Ero figlia di un condannato politico, quindi dovevo impegnarmi d’educazione comunista più degli altri perché ero a rischio, anche a causa della mia avvenenza, che mi stava conducendo senza dubbio verso la perdizione [Il paese dove non si muore mai, Ornela Vorpsi]

Berat, città Patrimonio Mondiale dell’UNESCO (fonte: Wikipedia)

Eppure, nonostante le premesse e le positive recensioni lette, questo libro non mi è piaciuto.

Anzitutto, non ha aggiunto nulla che già non conoscessi sull’Albania al tempo del dittatore Enver Hoxha. A questo proposito, ho letto due libri molto più illuminanti e interessanti: “Breve diario di frontiera” di Gazmend Kapllani (Del Vecchio Editore) e “Appartenersi” di Karim Miské (Fazi editore).

Entrambi memoir, nel primo Kapllani racconta la sua vita in Albania e la sua fuga in Grecia all’indomani della morte del compagno Enver Hoxha; nel secondo, Miské racconta della sua vita divisa tra Francia, Mauritania e Albania, dove viveva con la madre, fervente comunista, ma non in grado di rinunciare alle comodità dei “capitalisti”, come la televisione, gli autisti privati, e le bevande proibite tipo la Coca-Cola.

Questi due memoir contengono molte informazioni, mentre “Il paese dove non si muore mai” della Vorpsi è troppo scarno, asciutto, poco approfondito. Lo stile che usa la Vorpsi non mi è piaciuto: eccessivamente lento, per nulla scorrevole, benché fosse un libro breve l’ho vissuto con la pesantezza di un macigno.

L’ho trovato esageratamente essenziale per i miei gusti ed enigmatico: d’accordo che sull’Albania avevo già letto dei libri e molte cose le conoscevo, ma per un lettore che si approccia alla scoperta dell’Albania da questo libro trarrà ben poche informazioni. Gli episodi raccontati sono frammentati, ho percepito poca continuità e mi ha dato abbastanza fastidio questo saltare di palo in frasca dell’Autrice.

In generale, i memoir mi piacciono, ma preferisco quelli contestualizzati, per conoscere anche parte della storia del Paese dove sono ambientati.

Insomma, è un libro che non consiglio a chi vuole iniziare a scoprire l’Albania, ma che potrebbe essere un libro interessante per chi ama i memoir molto personali, le storie composte da frammenti e lo stile essenziale e molto asciutto.

Titolo: Il paese dove non si muore mai
L’Autrice: Ornela Vorpsi
Editore: Minimum fax

(© Riproduzione riservata)

Claudio Fava | Mar del Plata

Il Mono se lo sarebbero portati per sempre cucito sul cuore ma la vita li tirava avanti e quando hai quell’età la vita sono sempre cose da pazzi, perfino in Argentina, perfino nei giorni infami dei generali, perché a vent’anni la vita è un vento che ti si arrampica in faccia ti entra negli occhi ti scombina i pensieri e allora capisci che non c’è tempo per i rimorsi, non c’è tempo per piangersi il morto [Mar del Plata, Claudio Fava]

Nel 1978 l’Argentina si prepara ad ospitare i Mondiali di calcio e la giunta militare, comandata da Videla, ha la necessità di far sparire le persone scomode. Oppositori politici, simpatizzanti della sinistra, comunisti più o meno dichiarati, sindacalisti o semplici dissidenti: queste persone scompaiono nel nulla, nell’indifferenza generale perché la gente ha paura di parlare.

Raul è un ragazzo di vent’anni, robusto e dalle idee chiare: oltre a Teresa, ama il rugby, tutta la sua vita. Gioca nella squadra Club La Plata, allenata da Hugo Passarella, il mister sempre arrabbiato che si trascina la gamba sciancata. Il nome della squadra deriva dal Mar de la Plata, quella lingua d’acqua che entra a Buenos Aires e incanta chiunque la guardi.

(…) non gli pareva vero quello che vedeva dal finestrino della corriera adesso che le case erano finite e cominciava l’oceano, entrava dentro la terra, s’infilava in mezzo alle campagne, le allagava di un’acqua che pareva finta, una cosa dipinta come in quella cartolina che suo padre aveva mandato (…) Davanti invece c’era il mare, blu come non lo aveva mai visto, un blu denso, compatto, senza graffi, senza niente [Mar del Plata, Claudio Fava]

Dopo uno dei soliti allenamenti, Raul accompagna a casa il Mono, al secolo Javier, ma appena la Guzzi di Raul schizza via, da un’auto nera scendono uomini dalle intenzioni molto chiare: fare un paio di domande al Mono, in particolare a proposito dell’associazione studentesca che frequenta.

Quando il Mono non si presenta agli allenamenti successivi, i compagni si chiedono cosa gli sia successo e due giorni le acque del Mar del Plata restituiscono il cadavere del giocatore.

Il Mono tornò due giorno dopo. Con le mani legate dietro la schiena da due giri di filo di ferro e un buco nella nuca grosso come una noce. Tornò a galla, sulle acque sporche del Rio de la Plata [Mar del Plata, Claudio Fava]

La partita successiva si gioca in casa col Córdoba e i ragazzi del Club La Plata chiedono di poter fare un minuto di silenzio. Solo che il minuto di silenzio diventa lunghissimo, nessuno incomincia a giocare quando finiscono quei lunghissimi sessanta secondi, e il minuto arriva a durare dieci minuti.

No, un minuto non basta, ne serve un altro, e un altro ancora (…) aveva diciotto anni, pensate che ci basti un minuto? [Mar del Plata, Claudio Fava]

Dieci minuti di silenzio per un dissidente morto: per il regime è un vero e proprio affronto. Montonero, ufficiale dell’Esma  si mette sulle tracce dei giocatori, li studia, li fa pedinare, li controlla.

E li fa sparire. Uno per uno. Per ogni giocatore ucciso o scomparso, uno nuovo del vivaio viene promosso titolare e i ragazzi del Club La Plata continuano a giocare, a vincere, a fare dieci minuti di silenzio per gli amici morti.

Il mister non ha dubbi: loro li stermineranno tutti, se restano. Ma i ragazzi restano, bisogna finire il campionato, bisogna omaggiare i compagni scomparsi. Non bisogna darla vinta, a loro.

Avete vent’anni. Vi ammazzano perché non conoscono i vostri pensieri e questo li fa impazzire [Mar del Plata, Claudio Fava]

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I ragazzi della squadra di rugby decimata dal regime di Videla (fonte: Wikipedia)

Mar del Plata” di Claudio Fava, add editore, è un minuscolo libro che racconta una storia immensa e potente. È una storia vera, questa, è la storia dei rugbisti del Club La Plata sterminati dal regime militare di Videla, nel 1978. Ben diciassette ragazzi verranno massacrati o fatti scomparire dagli uomini dell’Esma e della squadra originale sopravviverà solo Raul, l’uomo che si occupa di raccontare questa storia nell’Argentina di oggi.

Ricordare fa male, ma fa anche bene“, sostiene Raul, ed è vero. Leggere questa storia è doloroso, non posso negarlo, se ci si sofferma a pensare, ci si rende conto di quanto quegli anni in Argentina siano stati bui, pericolosi e assurdi. Ma che allo stesso tempo siano stati anni pieni di voglia di ribellarsi al regime, anni fatti da persone coraggiose che con la loro morte, l’estremo sacrificio, si sono opposti e hanno provato a riscriverla, la Storia del loro Paese.

La storia dei ragazzi del Club La Plata è raccontata da Claudio Fava con estrema semplicità, senza nessun giro di parole, buttando in faccia al lettore la dura realtà: questo è quello che è successo, è andata proprio così, non nasconde nulla. Lo stile di Fava è diretto, i dialoghi serrati, le descrizioni della città, del Mar de le Plata e degli ambienti argentini sono struggenti.

S’era alzato un vento di tramontana che tagliava la faccia come una lama. Aveva spazzato per tremila chilometri una campagna di cieli bassi ed era arrivato fino alla periferia di Buenos Aires gonfio di freddo della Patagonia. Magari a Teresa sarebbe piaciuto andarsene laggiù, a cercarsi un ultimo lembo di terra di fronte ai due oceani che si mescolano. A chi sarebbe venuto in testa di andarli a cercare alla fine del mondo? [Mar del Plata, Claudio Fava]

Mar del Plata“, come dicevo, è una storia breve ma di grande potere. È la storia di chi ha detto ‘no’ e ha sperimentato sulla propria pelle cosa significasse scegliere di ribellarsi; ma con coraggio è andato avanti sulla propria strada, senza piegarsi o senza scendere a compromessi.

È una storia terribile e bellissima, una vicenda che tutti dovremmo conoscere, per renderci conto di quanto siamo fortunati, per ora, che possiamo pensarla in modo diverso rispetto ai nostri governanti e viviamo come persone libere.

(…) quel giorno l’Argentina era morta, morti gli amici, morti i suoi vent’anni. Eppure qualcosa restava, qualcosa viveva. Qualcosa che non s’era spezzata. Non ancora. [Mar del Plata, Claudio Fava]

Titolo: Mar del Plata
L’Autore: Claudio Fava
Editore: add editore
Perché leggerlo: per renderci conto di quanto siamo fortunati, per ora, che possiamo pensarla in modo diverso rispetto ai nostri governanti e conosciamo cosa significa essere persone libere
Per approfondire: La vera storia del rugby Club La Plata

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