Shirley Jackson | L’incubo di Hill House

Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola [L’incubo di Hill House, Shirley Jackson, trad. M. Pareschi]

Nel corso di una settimana d’estate, il professor John Montague, emerito antropologo, contatta una serie di persone per dare avvio ad un esperimento a Hill House. L’oggetto del lavoro è il paranormale, in ogni sua declinazione. Il professor Montague invia una serie di inviti a persone sapientemente scelte, e solo due – due donne – hanno i requisiti giusti, Eleanor e Theodora.

Eleanor è una giovane donna che ha vissuto gli ultimi dieci anni della sua vita intrappolata in casa ad accudire la madre ammalata. È una donna che si rende conto, all’improvviso, di non aver mai vissuto veramente e di aver rinunciato a tutti i suoi sogni per restare al capezzale della genitrice; al contrario, la sorella di Eleanor si è sposata e ha avuto una bambina, lasciando alla sorella il gravoso compito di assistere la madre.

Eleanor decide quindi di accettare l’invito del professor Montague e, rubata l’auto di proprietà in parte sua e in parte di sua sorella, corre a Hill House. Inizialmente, la donna, si sente respinta dalla casa: percepisce appunto una forza respingente e il suo stesso subconscio le suggerisce di scappare a gambe levate.

Ma mentre Eleanor medita sul da farsi, a Hill House giunge Theodora, l’altra donna prescelta per l’esperimento sul paranormale; Theodora è una donna che appare più sicura di sé, avvenente, bella, con gran gusto nell’abbigliamento e con un savoir faire che la rende spesso potragonsita della scena. L’isterica Eleanor si ritrova ad ammirare e allo stesso tempo odiare amabilmente Theodora.

Oltre al professor Montague, direttore dell’esperimento, in casa vi è Luke Sanderson, il più prossimo erede della proprietaria di Hill House, un’anziana donna che ha autorizzato l’esperimento del professore con l’unica condizione che fosse presente anche il giovane Luke.

Sin dal primo momento, i partecipanti all’esperimento si rendono contro che quella casa è infetta, anormale, viva. Le porte si chiudono da sole, i pavimenti hanno punti gelidi, gli angoli non esistono e i corridoi sono un vero e proprio labirinto, perdersi è più semplice che ritrovare la propria camera. Nel corso delle giornate successive i fenomeni paranormali si manifestano con sempre più intensità, aumentando le angosce dei partecipanti, fino al drammatico epilogo.

C’è una lista impressionante di tragedie collegate a Hill House, ma è anche vero che è così per la maggior parte delle case. Dopotutto per persone devono pur vivere e morire da qualche parte, ed è difficile che una casa esista per ottant’anni senza veder morire fra le sue mura alcuni dei suoi abitanti [L’incubo di Hill House, Shirley Jackson, trad. M. Pareschi]

Photo by Ján Jakub Naništa on Unsplash

L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson (trad. M. Pareschi, Adelphi editore) è il più classico dei romanzi appartenti al genere gotico, scritto nel 1959. Grande protagonsita del romanzo è, assieme a Eleanor Vance, la casa stessa di Hill House, quell’orrenda e ripugnante dimora fondata sulla collina.

Nella casa avvengono fatti curiosi, strampalati ed eclatanti. Nel gruppo, ma mano che passa il tempo e i fenomeni si materializzano, cresce l’inquietudine e dilaga l’isteria, in particolare proprio nel cuore di Eleanor.

Ho letto “L’incubo di Hill House” perché dalle recensioni e dalla trama mi ispirava parecchio: mi piaceva l’idea dell’atmosfera cupa, l’ambientazione del romanzo in una casa isolata, la casa stregata stessa, capace di muoversi, di respirare e di caricare d’ansia chi vi entra.

Inizialmente la narrazione, sempre in terza persona ma con un attento riguardo agli isterici pensieri dei protagonsiti, mi ha coinvolta e interessata. Dalla metà in avanti ho iniziato ad annoiarmi: sembrava che non succedesse nulla, che le giornate si ripetessero senza grandi eventi degni di nota. È vero che qualche fenomeno paranormale accadeva, come quei colpi notturni contro le porte delle camere delle donne o quelle scritte col sangue, ma nulla di che.

Verso la fine, invece, mi ha proprio annoiata. Il finale stesso, poi, mi è sembrato una modalità un po’ frettolosa per finire il romanzo, quasi non si sapesse bene come farlo terminare. Theodora ed Eleanor mi sono risultate particolarmente antipatiche e insopportabili, a tratti persino un po’ stupide, noiose e ripetitive nei gesti e nei ritornelli.

Insomma, per le descrizioni della casa e per l’inquietudine nella prima parte, senza dubbio lo salvo. Dalla metà circa in poi mi è sembrato un romanzo del tutto ordinario, tanto che non è riuscito a tenere alta la mia attenzione.

Forse mi aspettavo di più da questo libro che viene considerato il capolavoro di Shirley Jackson; causa aspettattive troppo altre e non pienamente soddisfatte, non consiglierei la lettura di questo romanzo.

Titolo: L’incubo di Hill House
L’Autrice: Shirley Jackson
Traduzione dall’inglese: Monica Pareschi
Editore: Adelphi

(© Riproduzione riservata)

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Kent Haruf | Vincoli. Alle origini di Holt

(…) so che nella primavera seguente, quella del 1896, partirono insieme dall’Iowa su un carro sovraccarico e si trasferirono sugli altipiani del Colorado (…) probabilmente viaggiavano soli, dato che le carovane di carri non esistevano ormai da trent’anni, e forse a metà della seconda settimana Ada smise di guardarsi indietro. In ogni caso arrivarono fin qui, e quando furono nel Colorado nordorientale cosa trovarono? (…) Questa campagna era sabbiosa ed era arida e perlopiù piatta, con qualche bassa collina di sabbia che si perdeva a nordest (…) Praticamente non c’erano alberi [Vincoli. Alle origini di Holt, Kent Haruf, trad. F. Cremonesi]

Nel 1896 Roy Goodnough lascia lo Iowa deciso a insediarsi nel Colorado. Grazie all’Homestead Act, firmato dal Presidente Lincoln già nel 1862, era possibile ottenere terre coltivabili e sfruttabili al di fuori delle tredici colonie. Roy coglie l’occasione e con la moglie Ada, dopo un estenuante viaggio, raggiunge gli altipiani del Colorado, liberate dai rissosi indiani, e si insedia ad una decina di chilometri dalla cittadina di Holt.

Le pianure attorno a Holt sono aride, secche, polverose e senza alberi. Roy costruisce la sua casa di legno, Ada non si dà pace, pensando sempre all’Iowa e rattristandosi ogni giorno di più, e in queste polverose piane nascono Edith e Lyman. Roy Goodnough si rivela un uomo sanguigno e violento, che non tollera l’ozio e che costringe ognuno dei membri della famiglia a seguire i duri ritmi di lavoro nei campi e nella fattoria.

Ad un chilometro di distanza dalla fattoria dei Goodnough si trova la casa della famiglia Roscoe, composta da una donna mezza indiana e da suo figlio John, appena più grande di Edith e Lyman. I ragazzi fanno amicizia, iniziano ad uscire assieme e tra Edith e John sembrerebbe esserci un tenero sentimento, ma una serie di drammatici avvenimenti stronca l’amore sul nascere e obbliga i due fratelli Goodnough a sottostare ai vincoli dettati dal vecchio Roy.

Niente in questa faccenda è giusto. La vita non lo è. E tutti i nostri pensieri su come dovrebbe essere non servono a un cavolo, a quanto pare. Tanto vale che lo sappia subito [Vincoli. Alle origini di Holt, Kent Haruf, trad. F. Cremonesi]

“L’ultima luce” di Andrew Wyeth

Vincoli. Alle origini di Holt“, tradotto da Fabio Cremonesi per NN Editore, è il romanzo d’esordio di Kent Haruf, pubblicato negli Stati Uniti nel 1984. Il legame famigliare è il nocciolo della storia, un legame di sangue che è forte e minaccioso, e che si tramuta nei rigidi vincoli che Roy Goodnough impone ai figli.

In quest’opera, la scrittura di Kent Haruf è descrittiva e ricca, riuscendo ad essere allo stesso tempo scorrevole, semplice, limpida e naturale. Haruf affida la narrazione a Sanders Roscoe, il figlio di John Roscoe.

Sanders conosce la famiglia Goodnough poiché è sempre vissuto nella fattoria ad un chilometro di distanza da quella del vecchio Roy. Da bambino, Sanders ha aiutato sovente i Goodnough nei lavori agricoli, ha dato una mano a Edith quando Lyman se ne andava a spasso per gli States, viaggiando senza meta e inviando alla sorella delle cartoline. E Sanders conosce l’epilogo della disgrazia che ha coinvolto Edith e Lyman, giusto otto giorni fa.

È quindi attraverso la voce di Sanders che veniamo a conoscenza dell’intera storia della famiglia Goodnough, dal momento dell’arrivo di Roy e Ada a fine dell’Ottocento alla primavera dell’incidente alla fattoria, nel 1977.

Edith rinuncia all’amore e alla vita a causa dei doveri che sente nei confronti dell’arcigno padre. È una donna che sente di avere delle responsabilità in casa e sacrifica la sua felicità personale per gli obblighi dettati da Roy; Lyman detesta lavorare in campagna, mietere il grano e curare le vacche, così all’indomani dell’attacco di Pearl Harbour coglie l’occasione e, fingendo di volersi arruolare nella Marina, si terrà ben lontano da Holt per vent’anni.

Sullo sfondo ci sono gli avvenimenti più significativi della storia del Novecento, che hanno toccato anche gli agricoltori di Holt: la Grande Depressione del 1929, il Proibizionismo, la ripresa economica, l’attacco giapponese a Pearl Harbour e la guerra in Vietnam.

“Vincoli. Alle origini di Holt” è un romanzo che, abbracciando quasi ottant’anni, permette di assistere al cambio dei costumi e della mentalità americana: dall’indiscutibile rispetto del capofamiglia alla sua più aperta contestazione; dal legami verso la terra ad un lavoro più cittadino; da una donna arrendevole ad una più indipendente; dalla limitata visione racchiusa tra le pianure a quella più aperta verso il mondo.

Perché se sai come guardarlo, questo è davvero un bel posto [Vincoli. Alle origini di Holt, Kent Haruf, trad. F. Cremonesi]

Ma Haruf ci racconta, in modo particolare, quanto sia difficile spezzare un vincolo, quanto coraggio serva per farlo e quanto possa essere drammatico passare dall’idea all’azione.

Titolo: Vincoli. Alle origini di Holt
L’Autore: Kent Haruf
Traduzione dall’inglese: Fabio Cremonesi
Editore: NN Editore
Perché leggerlo: perché si tratta di un romanzo che racconta quanto sia difficile spezzare un vincolo, quanto coraggio serva per farlo e quanto possa essere drammatico passare dall’idea all’azione

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Jill Eisenstadt | Rockaway Beach

Cara Alex, come stai? In questo momento sto aspettando la telefonata di un tizio che mi ha promesso di trovarmi un lavoro a Fish R Us. Non c’è altro sostanzialmente. La storia di fare il vigile del fuoco è andata a farsi benedire: la lista degli iscritti al test d’ingresso è già lunga sei isolati. Potrei entrare nella guardia costiera, fare lo sbirro o cose del genere ma non so (…) Il fratello di Chowder diventerà insegnante di ginnastica. È strano dover diventare qualcosa, così all’improvviso [Rockaway Beach, Jill Eisenstad, trad. L. Taiuti]

È strano dover diventare qualcosa o scegliere di diventare qualcuno all’improvviso. E quando si ha la sensazione che il periodo più bello della propria vita stia per terminare, oltre che strano è anche angosciante.

Sono gli anni Ottanta, a Rockaway Beach, e la trama non potrebbe essere più classica: ci sono quattro amici, Timmy, Chowder, Peg ed Alex, e ci sono i loro dubbi e paure sul futuro. Le incertezze legate alla loro identità e a quello che vorrebbero fare nella vita, i litigi tra loro e i dissapori tra le proprie famiglie.

Se Peg e Chowder, assieme ad altri, sono quasi di contorno e non si sognano di lasciare il luogo dove hanno sempre vissuto, i veri protagonisti del romanzo – che poi sono quelli che nel corso della vicenda crescono di più – sono Timmy ed Alex.

Timmy lascia la scuola, più per fare un dispetto alla madre bigotta e alla zia suora, e preferisce trascorrere le giornate in spiaggia sulla torre di guardia del corpo dei bagnini, poi vedrà; forse per l’inverno cercherà un lavoro in un supermarket o farà il concorso per diventare vigile del fuoco, o non sa.

Alex vince e accetta una borsa di studio per un college nel New Hampishire ed è la sua partenza il punto di rottura. Timmy ed Alex stavano insieme, si amavano, ma lei sembra sapere cosa vuole, diversamente da Timmy e dagli altri.

Ma al college Alex scopre che l’ambiente è molto diverso da come se l’era immaginato: all’interno della scuola ci sono passaggi obbligati, prove da superare per essere accettati, bisogna avere un ragazzo altrimenti si passa per sfigati. Così Alex conosce Joe, forse ne innamora o forse no, comunque lo porta a conoscere i suoi genitori a Rockaway a Natale. Forse lo porta a casa solo per far ingelosire Timmy, che a Rockaway d’inverno senza Alex si annoia e gli sembra che il tempo non passi mai.

Quando ritorna l’estate e Alex rientra a Rockaway Beach, trova cose diverse e cose uguali. E matura una certezza: che alla fin fine lei si sente fuori posto, in ogni luogo.

Fuori posto a scuola, fuori posto a casa, a corto di argomenti, a corto di fiato, lenta a capire qualsiasi cosa di ogni cosa. Quando si allontana da Peg, che rimane lì con i capelli sul viso, non sa più come sentirsi, solo giovane e un pochino triste [Rockaway Beach, Jill Eisenstad, trad. L. Taiuti]

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Rockaway Beach Boulevard (fonte: Wikipedia)

Rockaway Beach” di Jill Eisenstadt, tradotto da Leonardo Taiuti per Black Coffee edizioni, è un romanzo che arriva dritto dagli anni Ottanta e leggendo lo si capisce molto bene. Quando la Eisenstadt pubblicò “From Rockaway” era il 1987 e lei aveva ventiquattro anni, uscita indenne da poco dall’adolescenza dei primissimi anni Ottanta.

Quello che salta subito agli occhi, è il forte disagio giovanile che vivono i ragazzi. A parte Alex, nessuno di loro sa esattamente cosa vuole dalla vita e mirano unicamente a far passare il tempo, anche se allo stesso tempo hanno paura che passi troppo in fretta e che il miglior periodo della vita scivoli via.

Il romanzo è una serie di instantanee che abbracciano un anno, dal momento in cui i quattro amici escono dal ballo di fine anno – sì, c’è anche Timmy, benché abbia lasciato la scuola – al momento in cui si riuniscono dodici mesi dopo, con Alex completamente cambiata e con Timmy che è in dubbio se la ama ancora oppure no.

Proprio perché è il tempo a dare ritmo alla vicenda – il suo trascorrere inesorabile – “Rockaway Beach” ha una narrazione con velocità altalenante: a tratti scorre rapida, a tratti non procede perché sembra che non succeda assolutamente nulla. In effetti, nelle località marine come Rockaway, in inverno il tempo è davvero infinito.

Tra le feste in spiaggia, gli scherzi pesanti e la vita del college aleggia sempre un’insoddisfazione di fondo. Più i protagonisti provano a raggiungere l’estremo, meno capiscono di loro stessi. E allora entrano nel circolo vizioso di provare qualcosa di ancora più mortale: come gettarsi in acqua tuffandosi da diciotto metri d’altezza.

“Perché hai dovuto farlo?” vuole sapere Alex (…) “Ma per vedere se sarei sopravvissuta, è ovvio”. [Rockaway Beach, Jill Eisenstad, trad. L. Taiuti]

Più leggevo, più mi sentivo distante dalla realtà dei ragazzi. Non li biasimo, e nemmeno li comprendo. A volte avrei voluto scuoterli, gridar loro che – mannaggia – sono giovani e hanno tutta la vita davanti, non sono né dei falliti. Avrei voluto dir loro che la vita vera è là fuori che li aspetta, e che anche se non sono perfetti, non è necessario esserlo. E che è veramente troppo breve, effimera, sfuggente.

Una volta ho letto che le larve delle effimere vivono diciotto anni nel fango, sul fondo delle pozze, e che quando escono e finalmente diventano insetti, si accoppiano e muoiono nel giro di un’ora. Questa sì che è vita, eh? Be’, non sentirti in obbligo di rispondermi ma [Rockaway Beach, Jill Eisenstad, trad. L. Taiuti]

Titolo: Rockaway Beach
L’Autrice: Jill Eisenstadt
Traduzione dall’inglese: Leonardo Taiuti
Perché leggerlo: per essere catapultati nei veri anni Ottanta su una spiaggia del Queens e per vivere il vero disagio di un gruppo di adolescenti che ha il terrore di crescere, e di perdere tutto

(© Riproduzione riservata)

Jane Alison | Meglio sole che nuvole

Le parole scritte sono parte del problema? Tradurre, trasporre, è parte del problema? Prima dell’invenzione della scrittura, le parole nuotavano da sole nella testa della gente? Voglio dire, esistevano le parole nel silenzio prima dell’invenzione della scrittura, o esistono solo quando vengono soffiate al di là dai denti? Le cose al tempo di Omero erano diverse? O siamo sempre stati tutti una piscina piena privata di parole che nuotano mute? [Jane Alison, Meglio sole che nuvole, trad. L. Noulian]

J è una donna di mezz’età che, a seguito dell’ennesima delusione amorosa, sceglie di ritornare a Miami, in Florida, dove prende in affitto un appartamento in un condominio fatiscente. Miami è tutta grattacieli di vetro, cieli blu a tratti velati da sottili nuvole e personaggi piuttosto bislacchi. Per esempio, c’è una donna che getta oggetti dal balcone lassù in alto, e a J farebbe davvero piacere scoprire che cosa butta giù.

J porta con sé tre cose: la sua insicurezza, l’anziano gatto Buster e il suo amato Ovidio. J è una traduttrice, si occupa di rendere in inglese versi del poeta latino Ovidio. I brani de Le Metamorfosi che J deve tradurre durante quella calda estate le entrano sottopelle e non è raro che si ritrovi a fantasticare storie ispirate ad Ovidio, usando i personaggi che incontra quotidianamente a Miami.

Avrete notato, immagino, la simmetria di tali eziologie: Furia + Amore; Non Bisogno + Bisogno. Ira e lussuria. Non posso vivere con te né senza di te e mi sembra di non sapere nemmeno io quello che voglio, dice Ovidio. Gia, tutti lo capiamo [Jane Alison, Meglio sole che nuvole, trad. L. Noulian]

I dubbi e le insicurezze di J, in particolar modo sugli uomini, assorbono buona parte dei suoi pensieri. Il matrimonio è fallito, gli amanti che ha avuto le sembrano essi stessi dei falliti, sente che forse è meglio restare da sola, al posto di collezionare tutte queste storie d’amore che in realtà d’amore non hanno nulla. J fa amicizia con N e P, accudisce Buster come fosse un figlio, si prende a cuore un’anatra di un parco che le pare menomata e cerca di convincere sua madre ad andare a vivere in una casa di riposo. J si preoccupa anche del corallo che vive vicino al porto: l’inquinamento non lo ucciderà?

L’estate avanza, le traduzioni devono essere completate. Mentre nel condominio si inizia a parlare di lavori di restauro e smantellamento della piscina a clessidra, lavori costosissimi d’altronde, J incomincia a rendersi conto che l’essere sola non significa necessariamente aver fallito in qualcosa, e forse è proprio dentro di sé che si può trovare il miglior equilibrio, soprattutto smettendo di essere ciò che non si è.

Be’, le trasformazioni sono logiche. Ovidio lo fece capire molto bene. Le trasformazioni sono eque. Si diventa ciò che si era destinati ad essere; si diventa ciò che si è realmente. Non volevi essere di pietra? O di vetro, o di cromo? O qualcosa del genere? [Jane Alison, Meglio sole che nuvole, trad. L. Noulian]

Miami (Photo by Francesca Saraco on Unsplash)

Meglio sole che nuvole” di Jane Alison (trad. Laura Noulian, NN Editore, 18 €) è prima di tutto un libro non-fiction, un collage di tanti pensieri della protagonista che si affastellano a tratti senza logica apparente. È come un lungo monologo interiore, dove non sempre J fa entrare il lettore nel suo mondo: J non rivela il suo nome, né quello dei condomini o dei suoi amanti, che chiama usando pseudonomi assurdi; gli unici che hanno un nome, nel libro, sono il gatto Buster e Virgil.  J dà voce ai pensieri e alle riflessioni sulla sua vita; questo non è un diario e non è un’autobiografia. È una forma di scrittura, una confessione talmente intima e spirituale, che non avevo mai incontrato prima e che inizialmente mi ha lasciata un po’ confusa.

Non è un libro di immediata lettura e a mio avviso necessita di parecchia concentrazione, sia per lo stile narrativo che la Alison utilizza, sia per i riferimenti all’opera di Ovidio qui e là nel testo. Una mia grande pecca è il non aver mai studiato né letto letteratura latina, pertanto ho avuto non poche difficoltà a cogliere i riferimenti e allusioni a Ovidio disseminati nel testo.

Ho riconosciuto alcuni miti citati, conoscevo quello di Dafne e Apollo, con la metamorfosi di Dafne in alloro raccontata da Ovidio e quello delle sfere di Aristofane di Platone, ma altri mi sono sfuggiti.

Le sfere di Aristofane nel racconto di Platone (…) sono quei mostri felici fatti ciascuno da due persone, uomo-donna o uomo-uomo o donna-donna (…) l’unico modo per essere interi constisteva nell’essere in due. Ma questi aggregati sferici erano troppo potenti, e una saetta li divise in due. Adesso loro, noi, passiamo la vita a cercare la metà perduta. No. Non c’è nessuna metà. Ecco cosa pensavo mentre nuotavo con foga, vasca dopo vasca (…) [Jane Alison, Meglio sole che nuvole, trad. L. Noulian]

Photo by Coby Shimabukuro on Unsplash

Ciò che invece mi è piaciuto, oltre al continuo mettermi alla prova durante la lettura, è il fatto che J col tempo capisca che non è necessario avere a tutti i costi qualcuno a fianco, soprattutto se questa persona non è adatta a noi. Un po’ come dice il proverbio “Meglio soli che mal accompagnati”, meglio un cielo illuminato dai raggi solari che annebbiato da una coltre di nuvole.

“Meglio sole che nuvole” è un libro introspettivo, intimo e cerebrale, dove emerge quanto la letteratura possa far parte della vita reale e dove spicca il fatto che essere soli, anche per un breve periodo, non significa essere un fallito o una persona arresa nei confronti dell’amore.

Titolo: Meglio sole che nuvole. Leggere Ovidio a Miami
L’Autrice: Jane Alison
Traduzione dall’inglese: Laura Noulian
Editore: NN Editore
Perché leggerlo: per mettersi alla prova, per chi cerca un libro intimo, introspettivo e cerebrale

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Joshua Cohen | Un’altra occupazione

Alcuni ragazzi ci andavano giù pesante, irrompevano nelle case degli sconosciuti, smantellavano i mobili, portavano via i mobili, rompevano oggetti a caso per sbaglio, e anche non per sbaglio, facevano dei furtarelli insignificanti per caso, e anche non per caso, o sempre in maniera superficiale, scorticando i linoleum, lasciando tutto vuoto, lasciando tutto un casino: chi avrebbe detto che la vita sotto l’esercito lo avrebbe preparato per fare traslochi? Il che significava che fare traslochi era… cosa? Un dovere? Una vocazione superiore? Un lavoro? Un’altra occupazione? [Un’altra occupazione, Joshua Cohen, trad. C. Durastanti]

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Yoav e Uri sono due ragazzi israeliani congedati dall’esercito dopo averlo servito per tre anni. Come molti compagni di leva, Yoav e Uri vogliono lasciare Israele per un po’ di tempo, per vedere il mondo, per dimenticare cos’è successo durante i tre anni di servizio militare.

La madre di Yoav ha un parente che vive in America e ha fatto fortuna fondando una ditta di traslochi, la King Traslochi; David King vive a New York ma è di origini ebraiche, ha americanizzato il suo cognome per dare maggiore incisività alla sua impresa. David è sempre alla ricerca di manodopera a basso costo e accetta di buon grado che i due ragazzi – dapprima Yoav e poi Uri – vengano a lavorare nella sua ditta.

Il primo ad arrivare è Yoav e con lui David è immediatamente schietto e sincero. L’America non è il paese delle opportunità, soprattutto per chi è ebreo. Che se lo ricordi, Yoav, che è un ebreo che arriva da Isreale e, bene o male, verrà giudicato dagli americani.

Non importa. Nel mondo degli affari chiacchierano tutti. Quello che voglio dire è che, a differenza mia Yo, tu sei un vero ebreo. E’ quello che sei per natura, cresciuto nella terra tua. E adesso che hai pagato il tuo tributo a quella terra, adesso che hai sofferto per lo Stato, sei fuori, sei qui, e devi capire il significato che ha una cosa del genere. Qui in America, un vero ebreo come te dovrà rispondere a una sfida che appartiene soltanto a lui [Un’altra occupazione, Joshua Cohen, trad. C. Durastanti]

Il lavoro da traslocatori è duro. Non si tratta solo di spostare degli oggetti perché gli inquilini si trasferiscono in un altro alloggio; spesso bisogna buttare giù le porte degli abitanti morosi, spaccando i mobili, rubando cose, buttando oggetti dai balconi.

I gesti che Yoav e Uri vedono ripetersi da parte dei loro colleghi, li riportano inevitabilmente agli anni dell’esercito. Ricordano quando irrompevano nelle case dei palestinesi; quando per noia chiudevano i passaggi ai confini e impedivano alle persone di passare, banché in possesso di regolari documenti; quando potevano fare tutto ciò che passava loro per la testa perché facevano parte dell’esercito israeliano.

(…) tutto il paese si stava sciogliendo. I confini si restringevano, si espandevano, continuavano a essere spostati, finché non ci si ritrovava intrappolati tra dove eri stato ieri e dove sarebbe stato domani e tu, tu stesso, non eri diventato un confine, scavto nella sabbia lungo le strade squarciate dai tondi per il cemento armato e alterate dal filo spinato [Un’altra occupazione, Joshua Cohen, trad. C. Durastanti]

Deserto del Negev (fonte: immagine di pubblico dominio su Wikipedia)

Un’altra occupazione” di Joshua Cohen (trad. Claudia Durastanti, Codice edizioni, 18 €) è un romanzo che racconta il servizio militare in Israele e il dietro le quinte di una ditta di traslochi newyorkese, due diverse esperienze solo all’apparenza scollegate, e pone l’accento sull’identità personale e sulla formazione di un individuo, aggiungendoci una buona dose di razzismo verso gli ebrei da parte degli americani.

Il romanzo è strutturato in modo originale: Cohen si dedica a raccontare in dettaglio le vite degli altri personaggi, non solo di Yoav e Uri, generando una girandola di storie, eventi, luoghi, fatti di cronaca che inizialmente possono confondere – soprattutto i lunghi flashback – ma che giunti alla fine spiegano i comportamenti di protagonisti del libro.

Nel romanzo emerge quanto un’esperienza, positiva o negativa, possa formare l’individuo. In tre anni di servizio militare possono accadere molte cose e si tratta di un’esperienza impossibile da cancellare. Uri ci prova, andando a chiedere consiglio dopo il congedo ad un rabbino. E le risposte sono eloquenti.

(…) non puoi smettere di essere un soldato, proprio come non puoi smettere di essere un ebreo. Sono entrambe condizioni permanenti, per la vita (…) Sei nato soldato, perché sei nato ebreo [Un’altra occupazione, Joshua Cohen, trad. C. Durastanti]

Per questo, ogni volta che i ragazzi vedono certe scene durante le irruzioni negli appartamenti, la loro mente torna in Israele, in Cisgiordania, a Gaza. Yoav non vuole accettare di essere l’ebreo da compatire, né l’israeliano da condannare; Uri vorrebbe mettersi tutto alle spalle, chiudere per sempre il capitolo del servizio militare, vorrebbe giustificare le sue azioni pensando che non è stata colpa sua, ha solo eseguito gli ordini.

Ma ciò che siamo oggi non è altro che il risultato delle azioni passate, i nostri trascorsi ci hanno formati e per quanto possiamo sforzarci, sono impossibili da cancellare. Pur non avendo scelto di nostra iniziativa quali azioni compiere.

Siamo sempre stati costretti a diventare quello che siamo, eppure hanno tutti un’opinione al riguardo, ci trattano come se lo avessimo scelto [Un’altra occupazione, Joshua Cohen, trad. C. Durastanti]

Gaza (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0)

Titolo: Un’altra occupazione
L’Autore: Joshua Cohen
Traduzione dall’inglese: Claudia Durastanti
Editore: Codice edizioni
Perché leggerlo: perché è una profonda riflessione sul quanto influiscano gli eventi esterni nella formazione psicologica di un individuo e su quanto sia impossibile cambiare la natura e l’identità una volta che la società ci ha formati.

(© Riproduzione riservata)

Jesmyn Ward | Salvare le ossa

La prima volta che mamma mi aveva spiegato cos’è un uragano, ero convinta che gli animali scappassero tutti, che fuggissero prima della tempesta, che fiutassero il vento in anticipo e capissero che stava arrivando (…) Che i cervi guardassero i compagni e poi balzassero via. Che le volpi parlottassero tra loro, incassassero le spalle e si dessero alla fuga. E forse gli animali più grandi lo fanno davvero. Adesso però sono convinta che gli altri, come gli scoiattoli e i conigli, non si comportino affatto così. Forse gli animali piccoli non scappano. (…) fiutano l’aria del temporale in arrivo, quell’aria che sa di sale, di sale e fuoco che brucia tutto, e si preparano come noi [Salvare le ossa, J. Ward, trad. M. Pareschi]

Nell’entroterra del Mississippi, gli ultimi giorni di agosto sono densi quanto il cielo gonfio di nuvole grigie e lattiginose, così pesante che potrebbe cadere in terra da un momento all’altro. Il tempo sembra scorrere lentamente mentre la famiglia di Claude Batiste attende gli aggiornamenti sull’andamento dell’uragano che si muove nel Golfo del Messico.

I Batiste vivono nella “Fossa”, una porzione del bayou ribassata a causa dell’estrazione di argilla. Nella Fossa, dove tutto è polvere rossa e umidità e puzza di rifiuti bruciati, a regnare è il disordine: carcasse di furgoni, pezzi di ricambio di vario tipo, galline che razzolano nel cortile ma nascondo le uova nella foresta. Poco più in là si trova una piscina scavata nell’argilla dove l’acqua è rosa-arancione.

I componenti della famiglia nuotano nell’aria rovente e nei propri pensieri, in quei giorni di febbrile attesa. Claude Batiste, il padre, è spesso alticcio ma sa quale può essere la violenza di un uragano, ha vissuto Camille nel ’69, una tempesta leggendaria che spesso ricorreva anche nei racconti di mamma.

Randall è maturo per i diciassette anni che ha, sogna di poter andare al campo estivo di basket per dimostrare agli allenatori che la meriterebbe lui, la una borsa di studio il college. Skeetah, sedici anni, possiede un pit bull da combattimento, la bianchissima China, che ha appena dato alla luce cinque bellissimi cuccioli. Junior ha sette anni, l’ultimo fiore di mamma Rose, la quale vive solo più nei ricordi dei suoi figli.

Quando era morta, mamma mi aveva detto che era andata via, e io mi chiedevo dove. Siccome piangevano tutti, mi ero avvinghiata a mamma come una scimmia, mi ero aggrappata al suo corpo morbido con le braccia e con le gambe, e mi ero messa a piangere anch’io, lasciandomi attraversare da caterve d’amore, come pioggia estiva, continua, accecante. E poi era morta anche mamma, e non mi ero più potuta aggrappare a nessuno [Salvare le ossa, J. Ward, trad. M. Pareschi]

Alba nel bayou (fonte: WIkipedia CC BY-SA 4.0.)

L’unica ragazza in questo universo maschile è Esch, che ha quindici anni e vorrebbe essere amata. Esch si occupa come può della casa e della famiglia, ama segretamente Manny, l’amico di Randall, e legge e rilegge la storia di Medea e Giasone.

Nell’attesa di scoprire quale sarà la traiettoria dell’uragano e di sapere se colpirà anche il Mississippi, la vita alla Fossa scorre come se fossero giornate normali. Skeetah assiste la sua pitt bull che ha appena partorito; Randall si allena senza sosta per la partita di selezione per il campo estivo; Junior bazzica qua e là coi fratelli maggiori; i ragazzi organizzano un piccolo furto a casa dei bianchi, una grigliata con gli amici, un combattimento con i cani di Marquise, Manny e Rico, mentre Big Henry è sempre disponibile per dare una mano a tutti. Ed Esch, in quell’attesa rovente, fa la scoperta più incredibile di tutte: diventerà madre.

Il sole piomba su di me bruciandomi, facendo evaporare il sudore, acqua, sangue e lasciando solo la pelle, i miei organi dissecati, le ossa friabili: il mio corpo, un acino d’uva secca. Se potessi mi ficcherei dentro una mano e mi strapperei via il cuore, e quel minuscolo seme bagnato che diventerà il bambino. Prima quelli; il resto non farà così male [Salvare le ossa, J. Ward, trad. M. Pareschi]

Nel romanzo c’è un altro protagonista, ingombrante e spaventoso. Viene nominato spesso e quando si manifesta lo fa senza nessuna misura, devastando e distruggendo tutto, urlando e frustando gli alberi con la sua furia: l’uragano Katrina. I Batiste sanno che il luogo dove vivono è sulla linea di passaggio degli uragani e da Katrina vengono presi in pieno.

Katrina li costringe a chiudersi in quella casa pericolante, fa saltare la corrente elettrica, li terrorizza riversando piogge torrenziali e stradicando querce secolari. Devasta il bayou. Devasta le esistenze. Miete vittime al suo passaggio. Ma allo stesso tempo, rinsalda i rapporti, unisce i Batiste, ora che hanno un nemico comune, fortissimo, da combattere. Se l’uragano Katrina dispensa morte, Esch deve resistere al suo passaggio perché dentro di lei sono racchiusi vita, speranza e futuro. È racchiuso Jason, se sarà maschio. È racchiusa Rose, se sarà femmina.

Legherò i pezzi di vetro e mattone con lo spago e appenderò i frammenti sopra il letto, in modo che brillino nel buio e raccontino la storia di Katrina, la madre che è entrata nel golfo come una regina per portare la morte. Il suo carro era una tempesta terribile e nera (…) La madre assassina che ci ha feriti a morte e tuttavia ci ha lasciati vivi, nudi, stupefatti e raggrinziti come bimbi appena nati, come cuccioli ciechi, come serpentelli appena usciti dal guscio, affamati di sole. Ci ha lasciato un mare buio e una terra bruciata dal sale. Ci ha lasciati qui perché impariamo a camminare da soli. A salvare ciò che possiamo [Salvare le ossa, J. Ward, trad. M. Pareschi]

Tipiche abitazioni nei bayou del Sud degli USA (fonte: Wikipedia: CC BY 2.0)

Salvare le ossa” di Jesmyn Ward (trad. M. Pareschi, NN Editore, 19 €) è un romanzo narrato in prima persona da Esch, spettatrice e protagonista in attesa dell’arrivo di Katrina, suddiviso in dodici giorni. La Ward delinea la storia come se fosse lei stessa un urgano: senza usare mezze misure, con schiettezza e senza nascondere nulla. La paura, la gioia, l’attesa, tutte le emozioni sono estreme. Non ci sono sconti.  Allo stesso tempo, la scrittrice utilizza dei paragoni così poetici e toccanti che sembra incredibile che stia parlando di un qualcosa che dispenserà morte e panico.

Katrina ha ferito l’America, ha distrutto tutto, ha seminato morte. Ma ai Batiste ha insegnato che c’è solo un modo per salvare le ossa: restare uniti, soprattutto se la furia distruttrice si palesa sotto forma di fenomeno naturale impossibile da fermare.

Titolo: Salvare le ossa
L’Autrice: Jesmyn Ward
Traduzione dall’inglese: Monica Pareschi
Editore: NN Editore
Perché leggerlo: perché la Ward delinea la storia come se fosse lei stessa un urgano: senza usare mezze misure, con schiettezza e senza nascondere nulla. Perché un fenomeno naturale ingovernabile può insegnare quanto preziosa è la vita.

(© Riproduzione riservata)

Mary Ann Shaffer e Annie Barrows | Il Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey

(…) sono davvero felice che la sua lettera sia riuscita a trovarmi e che il mio libro abbia trovato lei. Fu uno strazio dovermi separare da Saggi scelti di Elia. Avevo due copie del libro e un estremo bisogno di spazio sugli scaffali, tuttavia venderlo mi ha fatto sentire una traditrice. Lei ha placato la mia coscienza. Mi chiedo come abbia fatto ad arrivare a Guernsey. Forse i libri hanno un istinto segreto per cercare la strada di casa, che li porta dal loro lettore ideale. Come sarebbe bello se fosse vero! [Mary Ann Shaffer & Annie Barrows, Il Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey, trad. G. Scocchera e E. Rinaldi]

Londra, 1946. La Seconda Guerra Mondiale è terminata ma la capitale inglese è ancora ferita benché i cuori degli abitanti siano più leggeri. Juliet Ashton è una giovane e stralunata giornalista londinese che ha scritto un libro pubblicato dalla casa editrice Stephen & Stark Ltd., diretta dal suo amico d’infanzia Sidney Stark; Juliet è in giro per le città inglesi a presentare il suo romanzo quando accadono due cose che le cambieranno la vita: incontra un seducente editore americano chiamato Markham Reynolds jr.  e riceve una lettera dall’isola di Guernsey, firmata da un certo signor Dawsey Adams.

Nella lettera, il signor Dawsey di Guernsey si dichiara in possesso di un vecchio libro appartenuto a Juliet, il libro di Charles Lamb, che lei aveva venduto anni prima; Dawsey chiede a Juliet se può dargli il nome di una libreria di Londra, perché sulla sua isoletta non ce ne sono più. Quando, nella lettera, Dawsey cita di sfuggita il Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey, Juliet si incuriosisce e in risposta alla richiesta la donna chiede informazione in merito al Club.

Dawsey mette Juliet in contatto con gli altri membri del Club: Amelia, Eben e Isola. Nelle loro lettere raccontano storie personali, le vicende e le difficoltà legate all’Occupazione tedesca, la gioia della fine della guerra e tutti scrivono un gran bene di Elizabeth, la vulcanica ragazza che ha fondato il Club. È grazie a questo scambio epistolare che a Juliet viene l’idea di scrivere un libro sull’isola, sul Club e sull’Occupazione.

Quando l’affascinante Markham chiede a Juliet di sposarlo, la giovane giornalista decide di partire per Guernsey, affrontando il capriccioso canale della Manica. E una volta giunta a Guernsey si sentirà a casa e giorno dopo giorno Juliet capirà qual è davvero il suo destino.

Caro Sidney, ho così tante cose da raccontarti! Sono a Guernsey da sole venti ore, ma ognuna  è stata così piena di facce e idee nuove che ho pagine e pagine da scrivere. Vedi quanto è stimolante la vita su un’isola? (…) Nel momento in cui il battello entrava beccheggiando in porto, ho visto St. Peter Port che si ergeva dal mare, e in cima una chiesa, come la decorazione di una torta. Il cuore mi batteva all’impazzata. Anche se ho cercato di ripetermi e di convincermi che era per via del panorama emozionante, in realtà sapevo il vero motivo. Tutte quelle persone che non il tempo sono arrivata a conoscere, e anche ad amare, erano in attesa di vedere… me. [Mary Ann Shaffer & Annie Barrows, Il Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey, trad. G. Scocchera e E. Rinaldi]

Guernsey, autore Nicolas Raymond on Flickr (Attribution 2.0 Generic CC BY 2.0)

Il Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey di Mary Ann Shaffer e Annie Barrows (Astoria, trad. G. Scocchera e E. Rinaldi, 292 pagine, 17 €) è un romanzo che mi ha conquistata sin dalle prime pagine, o forse a conquistarmi è stata la protagonista, Juliet Ashton, nel suo essere impacciata, ironica e stralunata.

Il romanzo è composto da lettere, più qualche telegramma e un paio di cablogrammi: l’intreccio di lettere, scritte da mittenti verso destinatari sempre diversi, funziona alla perfezione, ogni tassello va al suo posto e compone una storia davvero molto scorrevole e coinvolgente.

I personaggi sono decisamente riusciti, tutti ben caratterizzati, alcuni preda delle loro manie e difetti, altri più decisi e sicuri, e molti di loro, come ad esempio Juliet, dotati di una buona dose di humor tipicamente britannico e un po’ di autoironia che rende il racconto – oltre che scorrevole – decisamente frizzante e divertente.

Tra i personaggi che ho perferito, ci sono Juliet ed Elizabeth, due figure molto interessanti benché diametralmente opposte. Juliet è un personaggio straordinario, una giovane donna confusa dopo la guerra, con alle spalle due proposte di matrimonio andate in fumo (entrambe per validi motivi), ma che una volta arrivata a Guernsey capisce qual è la sua vera vocazione, oltre la scrittura, e impara a mettere da parte se stessa a favore di chi ha più bisogno. Elizabeth, nelle lettere e nel romanzo, non interviene mai in prima persona ma vive attraverso i racconti e i ricordi degli abitanti di Guernsey e viene presentata come una ragazza generosa, buona, coraggiosa e ricca di inventiva.

L’ambientazione passa da Londra, le campagne inglesi e la Scozia verso l’isola di Guernsey, dove Juliet si reca nella seconda parte del libro; sullo sfondo ci sono Londra e Guernsey che si ritrovano a fare i conti dopo la Seconda Guerra Mondiale e nelle lettere degli abitanti dell’isoletta della Manica vengono spesso raccontati episodi – più o meno crudi – legati al periodo dell’Occupazione tedesca.

Il Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey è un romanzo epistolare che mi è piaciuto davvero tantissimo e che consiglio vivamente a chi ama le storie d’amore, l’ambientazione del Dopoguerra e quel savoir faire che hanno gli inglesi nell’affrontare i problemi.

Un libro per chi crede che le persone buone e capaci a sacrificare se stesse per il bene degli altri esistano; questo è un romanzo sul potere dei libri e su ciò che possono fare per noi: salvarci e farci incontrare le persone che cambieranno per sempre la nostra vita.

Pensaci! Avremmo potuto andare avanti in eterno a desiderarci l’un l’altra e a fingere di non saperlo. Questa ossessione per l’orgoglio può rovinarti l’esistenza, se glielo permetti (…) Ho sempre pensato che la storia finisse, una volta che l’eroe e l’eroina si erano felicemente fidanzati (…) Ma è una bugia. La storia deve ancora cominciare e a ogni ora aggiungeremo un nuovo pezzo della trama. [Mary Ann Shaffer & Annie Barrows, Il Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey, trad. G. Scocchera e E. Rinaldi]

Titolo: Il Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey
Le Autrici: Mary Ann Shaffer e Annie Barrows
Traduzione dall’inglese: Giovanna Scocchera ed Eleonora Rinaldi. Revisione a cura di Bruna Mora
Editore: Astoria
Perché leggerlo: perché è un romanzo epistolare adorabile e frizzante, un romanzo sul potere dei libri e su ciò che possono fare per noi: salvarci e farci incontrare le persone che cambieranno per sempre la nostra vita.

(© Riproduzione riservata)

Megan Mayhew Bergman | Paradisi minori

C’è posto per me nel paesino di porcellana? Per la mia casa cadente, i cani, le pecore? (…) Entrai a versarmi altra vodka e limonata. Pensai alle foglie di Gray nel cassetto del mio comodino e andai di sopra a prenderle. Il procione aveva fatto il nido nel mio cuscino. Sembrava così tenero, e dormiva tanto bene che non cacciai. Portai fuori l’album e mi sedetti sui gradini, con il coniglio sordo ai miei piedi, i cani accanto, le pecore che mi fissavano con le pupille a fessura. La gente dice sempre, Non abbandonare le cose che ami. Ma si può fare, e io l’ho fatto. [dal racconto Collezioni, Megan M. Bergam, trad. G. Guerzoni]

Sono dodici i racconti che compongono la raccolta “Paradisi minori” di Megan Mayhew Bergman, tradotti da Gioia Guerzoni per NN Editore, dove figure femmili e animali sono protagonisti.

Le donne vengono ritratte nei momenti cruciali della loro esistenza. Alcune quando devono prendere delle decisioni che cambieranno la loro vita, come tenere un bambino, abbandonare il proprio compagno, far operare il cane, lottare contro il senso di pietà che la gente manifesta dopo un grave incidente.

La sua sicurezza, che un tempo mi affascinava, era sgradevole, un ostacolo alla mia felicità (…) Adesso so cosa voglio fare, dissi. Abbassai lo sguardo e mentre cominciavo a spiegare vidi la speranza nel mio corpo, la mia stupida, grezza speranza [dal racconto Le balene di ieri, Megan M. Bergam, trad. G. Guerzoni]

Altre stanno per perdere qualcosa di importante: la madre, il compagno, l’affetto di una figlia, la memoria del padre; o vedono messe in discussione le loro convinzioni, trasformandole in donne più fragili, insicure e indecise.

Forse era solo il suo corpo, e non le sue idee, a essere in declino. Ero sorpresa che la nostra piccola tragedia personale facesse più male di un oceano morto, che quella sua vita troppo lunga mi desse angoscia, in quel momento (…) Ero sorpresa da quanto avevo fatto per proteggere la sua vita, per arricchirla, per prolungarla. Un istante dopo averlo ucciso con la fantasia, mi sentii di nuovo pronta a qualunque cosa per farlo star bene, per regalargli qualche attimo di felicità [dal racconto Il cuore artificiale, Megan M. Bergam, trad. G. Guerzoni]

Assieme alle donne, dicevo, gli altri protagonisti sono degli animali di diversa specie. C’è un pappagallo che custodisce un segreto molto importante e la protagonista corre a cercarlo; ci sono tre vecchi e acciaccati Golden Retriever che una giovane donna ama più delle persone; c’è un raro aye-aye accudito da una donna adulta vittima dell’alcool che grazie all’animale capisce gli errori che ha commesso con la figlia; c’è un coyote bianco che vuole proteggere i propri cuccioli dalla furia di una ragazza che presto perderà la madre.

Voglio chiamarla e dirle della notte in cui ho salvato un aye-aye (…) Voglio chiamarla e dirle che mi dispiace, che capisco, che il mondo non finirà (…) Voglio raccontarle della proscimmia in via di estinzione che ho nell’armadio. Voglio chiamarla e dirle che le voglio bene. Voglio raccontarle un’altra storia a cui lei non crederà [dal racconto Un’altra storia a cui lei non crederà, Megan M. Bergam, trad. G. Guerzoni]

Ci sono racconti davvero toccanti, come “Salvare la faccia“, “Le balene di ieri” o, il mio preferito, “Collezioni” (preferito perché la protagonista prende la decisione giusta e poi, sapete, io ho una passione per i Golden Retriever). Ci sono racconti che fanno riflettere e allo stesso tempo sono ben strutturati, come “Le arti della casalinga” e “Il cuore artificiale“, “Caccia notturna” e “Il calzino da duemila dollari” hanno un finale agrodolce perché spesso la vita non sempre va nella direzione che vogliamo. Non mi hanno convinta le storie racchiuse nei racconti “La mucca che si mungeva da sola” e “L’orto urbano“.

Ciò che ho sempre apprezzato, anche nei racconti che mi sono piaciuti meno, è lo stile della Bergman: avviare un racconto parlando del presente quindi prendere per mano il lettore e raccontargli i trascorsi delle protagoniste; l’ho trovato bello, questo modo di strutturare il racconto, perché è solo conoscendo il passato – con gli errori, le paure e i dubbi – di chi ci sta accanto che possiamo provare a comprendere le loro scelte.

Ma il sentimento più tangibile che provava era la rabbia, rabbia nei confronti di se stessa per aver sottovalutato un animale, rabbia nei confronti di Clay che rendeva le cose più difficili, tentando continuamente di strapparla alla solitudine in cui lei si sentiva al sicuro [dal racconto Salvare la faccia, Megan M. Bergam, trad. G. Guerzoni]

Titolo: Paradisi minori
L’Autrice: Megan Mayhew Bergman
Traduzione dall’inglese: Gioia Guerzoni
Editore: NN Editore
Perché leggerlo: perché al di là della storia- che può coinvolgere o meno – questi racconti sono tecnicamente perfetti

(© Riproduzione riservata)

Emily Dickinson | Silenzi

Brucia luminoso nell’oro e in porpora si spegne,
balza nel cielo come orde di leopardi
poi, per morire posa il suo volto chiazzato
ai piedi del vecchio orizzonte
e così basso si china fino a toccare la finestra
in cucina e il tetto, e a colorare il granaio
e mandare un bacio, col cenno del berretto, al prato –
Infine il giocoliere del giorno svanisce.
(228, Emily Dickinson, trad. Barbara Lanati)

Suppongo di essere la persona meno adatta per parlare di poesia: ne leggo pochissima e mi trovo in seria difficoltà a commentare dei versi, a tirar fuori un discorso sensato e a spiegare le emozioni suscitate durante la lettura. Le poesie di Emily Dickinson, oltretutto, non sono di immediata comprensione, benché alcuni versi siano – a mio avviso – magnifici e struggenti.

(…)
E adesso un ricordo di ametista
è tutto ciò che mi resta.
(245, Emily Dickinson, trad. Barbara Lanati)

Il volume “Silenzi” (trad. Barbara Lanati, Feltrinelli, 240 pagine, 9 €) è un’agile raccolta di alcune delle poesie della grande poetessa americana: avevo già letto “Silenzi” anni fa, preso in prestito in biblioteca, e ora grazie ad Acciobooks sono riuscita a recuperare il volume e ne ho approfittato per rileggerlo. Le poesie scelte dalla curatrice Barbara Lanati pongono l’accento sulla scrittura inquieta, astratta ma sensuale allo stesso tempo, cercando di presentare la poetessa americana come persona concreta, viva, non evanescente.

Notti selvagge – Notti selvagge!
Fossi io con te
notti selvagge sarebbero
la nostra passione.
(249, Emily Dickinson, trad. Barbara Lanati)

La figura di Emily Dickinson mi ha sempre affascinata: Emily era una giovane donna vestita di bianco che all’età di venticinque anni decise di non uscire più dalla sua stanza (neppure per andare ai funerali delle persone importanti della sua famiglia); una giovane donna che per anni – pochi, in verità, perché morirà a soli 56 anni – scrive febbrilmente versi su versi, rilegando personalmente le pagine per non perderle.

“The Four Leaf Clover”, Winslow Homer.

Una poetessa, la Dickinson, che durante la vita fu quasi ignorata dai critici dell’epoca, riuscendo a pubblicare solo sei poesie. Tutte le altre rimasero nella stanza della donna fino alla sua morte, avvenuta nel 1886; la pubblicazione delle sue poesie iniziò nel 1890, grazie all’interessamento della famiglia della Dickinson.

Se tu dovessi arrivare d’autunno,
caccerei l’estate
come la massaia caccia la mosca,
con un piccolo sorriso e una smorfia di sdegno.

Se potessi rivederti tra un anno,
dei mesi farei tanti gomitoli –
che riporrei in cassetti diversi,
per paura che i numeri si rifondano –

Se solo fosse questione di secoli, d’attesa,
li conterei sulla mano, sottraendo,
fin quando non mi cadessero le dita
nel paese di Van Dieman.

Se fossi certa che oltre questa vita,
la mia e la tua saranno –
la butterei lontana, come una buccia, la mia –
e sceglierei l’eternità –

Ma ora – incerta della durata di questa –
che a metà si pone,
come un pungolo la sento, un’ape folletto –
di cui non sai – quando pungerà.
(511, Emily Dickinson, trad. Barbara Lanati)

Emily Dickinson fu una donna sensibile, tanto timida da sembrare quasi che volesse vivere senza lasciare il segno. Sembrava essere trasparente, vivere una vita eterea e fuori dal tempo e dallo spazio. Invece, il segno l’ha lasciato: consegnandoci i suoi bellissimi versi, a volte un po’ difficili ma spesso geniali.

“Easthampton” Thomas Moran (1897)

Portami il tramonto in una tazza,
sommami le caraffe del mattino
e dimmi quante stillano di rugiada.
Dimmi fin dove salta il mattino –
Dimmi fin quando dorme colui
che intrecciò e lavorò le vastità d’azzurro.

Scrivimi quante sono le note
tra i rami incantati
raccolte nell’estasi del nuovo pettirosso –
E quanti viaggi della tartaruga –
E quante le coppe di cui l’ape si nutre,
Baccante di rugiada!

E ancora, chi posò i moli dell’arcobaleno,
chi conduce le docili sfere
con vinchi di morbido azzurro?
E ancora quali rinsaldano le statalliti,
chi conta le conchiglie della notte,
per vedere che non ne manchi nessuna?

Chi costruì questa casupola bianca
e così salde ne serrò le finestre
che al mio spirito non è dato vedere?
Chi mi farà uscire un giorno di gala
e mi darà quanto occorre per volare via
più sfarzosamente di un re?
(128, Emily Dickinson, trad. Barbara Lanati)

Titolo: Silenzi
L’Autrice: Emily Dickinson
Traduzione e scelta delle poesie a cura di: Barbara Lanati
Editore: Feltrinelli
Perché leggerlo: per iniziare a conoscere una delle maggiori poetesse americane dell’Ottocento, per restare incantati e confusi di fronte alla bellezza di certi versi.

(©Riproduzione riservata)

Colson Whitehead | La ferrovia sotterranea

Ajarry morì in mezzo al cotone (…) Ultima sopravvissuta del suo villaggio, si accasciò tra le file di piante (…) Non che potesse morire in qualche altro posto. La libertà era riservata ad altre persone (…) Dalla notte in cui era stata rapita, era stata oggetto di continue valutazioni e perizie, svegliandosi ogni giorno sul piatto di una nuova bilancia. Se sai qual è il tuo valore, sai qual è il tuo posto nel sistema. Sfuggire ai confini della piantagione era come sfuggire ai principi basilari della tua esistenza: impossibile [La ferrovia sotterranea, Colson Whitehead, trad. Martina Testa]

Cora è una giovane schiava di proprietà di Terrance Randall. Come molti ragazzi della sua età, Cora non ha mai conosciuto la libertà, perché da tre generazioni la sua famiglia appartiene a Randall e la loro casa è una baracca di legno fatiscente ai margini della piantagione di cotone.

La nonna di Cora, Ajarry, era nata in Africa e da qui deportata verso gli Stati Uniti; dopo notevoli vicissitudini, violenze, cambi di padrone, era approdata in Georgia, nella piantagione dei fratelli Randall, James e Terrance, diventando a tutti gli effetti proprietà di quest’ultimo. Ajarry aveva visto morire i suoi figli uno per uno: solo una bambina era riuscita a sopravvivere, Mabel, la madre di Cora.

Mabel – sempre di proprietà di Terrance Randall – è l’unica schiava della piantagione ad essere riuscita a scappare, abbandonando Cora quando aveva circa dieci anni; per il cacciatore di schiavi Ridgeway, mecenate al soldo di Terrance Randall, la mancata cattura di Mabel è il suo unico fallimento.

Durante una delle poche feste autorizzate dai crudeli fratelli Randall, un pestaggio da parte di Terrance nei confronti di un piccolo schiavo apre definitivamente gli occhi a Cora, la quale decide di accettare l’invito dell’amico Ceasar: tentare di fuggire dalla piantagione per cercare la libertà su al Nord.

Caesar è un giovanotto sveglio e intelligente, sa leggere – capacità rara tra gli schiavi – e conosce Fletcher un uomo bianco disposto ad aiutare due neri in fuga. Fletcher è in contatto con Lumbly, un ometto che si definisce il capostazione di una delle misteriose stazioni della ferrovia sotterranea.

Dopo una rocambolesca fuga attraverso le paludi, Caesar e Cora raggiungono la stramba stazione della ferrovia sotterranea, il punto di partenza per la conquista della loro libertà. Cora resta senza parole mentre si approccia alla banchina della ferrovia sotterranea: è eccitata per la fuga ma allo stesso tempo è terrorizzata da ciò che troverà alla stazione di arrivo. I percorsi dei convogli sono sconosciuti, ricchi di diramazioni e deviazioni, non si sa bene quando partano né dove arrivino. Potrebbero approdare in uno Stato più liberale oppure in uno Stato schiavista ancora più crudele.

“Avete due alternative. C’è un treno che parte fra un’ora e un altro fra sei ore. Non sono comodissimi, come orari. Sarebbe bello che i passeggeri potessero pianificare più adeguatamente il loro arrivo, ma lavoriamo in condizioni un po’ difficili”.
“Il primo che passa”, disse Cora con fermezza (…) “Il fatto è che non vanno nello stesso posto”, disse Lumbly. “Uno va in una direzione e l’altro…”
“Dove?”, chiese Cora.
“Lontano da qui, posso dirvi solo questo. Capite quanto sia complicato comunicare tutti i cambiamenti nei percorsi (…) Si scoprono nuove stazioni di continuo, certe linee vengono dismesse. E’ impossibile sapere cosa vi aspetta in superficie finché il treno non si ferma”. I fuggiaschi non capivano [La ferrovia sotterranea, Colson Whitehead, trad. Martina Testa]

“Schiavi in attesa di essere venduti a Richmond, Virginia”, dipinto del 1853 (fonte: Wikipedia)

Nel 1619 fu l’allora colonia inglese della Virginia ad importare dall’Africa il primo carico umano da utilizzare come manodopera. Le altre colonie presero esempio dalla Virginia e quest’importazione divenne anno dopo anno sempre più massiccia e consistente. Col tempo, alcuni Stati americani – gli abolizionisti – tentarono di opporsi alla brutale detentezione dei neri nei campi di cotone, canna da zucchero, caffè o tabacco, mentre altri Stati – gli schiavisti – continuarono a sfruttare gli uomini di colore nelle loro piantagioni fino al 1865 .

Il romanzo “La ferrovia sotterranea” di Colson Whitehead (SUR edizioni, trad. Martina Testa, 376 pagine, 20 €) è ambientato diversi anni prima della Guerra di Seccessione, in un periodo in cui la schiavitù era ancora legale. I luoghi della narrazione sono la Georgia – dove Cora è nata – la Carolina del Sud, la spietata Carolina del Nord, il Tennessee e la fredda Indiana; Cora attraversa tutti questi Stati, in parte con la ferrovia sotterranea e in parte con altri mezzi.

Come anticipato da Lumbly, Cora non ha idea di cosa troverà nelle tappe successive della sua fuga. In Carolina del Sud sembra trovarsi bene, finché non inizia a capire che cosa significa “sterilizzazione”; nella Carolina del Nord Cora vede coi suoi occhi quanto la crudeltà dei bianchi possa essere fantasiosa e inquietante; nel Tennessee incontra una persona che le potrebbe stravolgere la vita, se la sfortuna e il cacciatore di taglie Ridgeway non si mettessero di nuovo nel mezzo; infine, in Indiana Cora riesce a riscattarsi e il lettore viene condotto verso un finale aperto ma colmo di speranza.

Un’idea le si fece avanti nella testa come un’ombra: che quella stazione non fosse l’inizio della linea ma la sua fine. I lavori di costruzione non erano iniziati sotto la casa ma all’altro capo del buco nero. Come se nel mondo non fossero posti in cui andarsi a rifugiare, solo posti da cui scappare [La ferrovia sotterranea, Colson Whitehead, trad. Martina Testa]

La scrittura di Colson Whitehead è decisamente americana: frasi non troppo lunghe ma descrizioni accurate, sia dei paesaggi che del contesto storico; i dialoghi sono quasi sempre brevi e taglienti, le azioni dei protagonisti sono ben contestualizzate e coerenti. La narrazione ha un taglio cinematografico, ricco di colpi di scena e rivelazioni.

I personaggi del romanzo sono credibili, ben descritti nelle loro azioni. Caesar è un uomo che ispira immediatamente fiducia: ha una cultura basilare ed è deciso ad aiutare la sua giovane amica Cora; i fratelli Randall sono crudeli e malvagi e sfuttano le libertà che la legge americana concede per abusare dei loro poteri e fare violenza agli schiavi; il cacciatore di schiavi Ridgeway è un personaggio ambiguo e insopportabile, più fortunato che intelligente.

E poi c’è Cora che nel corso dei mesi da fuggiasca si ritrova a crescere molto velocemente, diventando adulta e più consapevole nel giro di poco tempo. Cora acquista sicurezza, coraggio e consapevolezza, e dimostra di essere una ragazza molto intelligente.

“La vendita degli schiavi” (fonte: https://www.thestoryoftexas.com)

Se la condizione della vita degli schiavi e i costumi degli Stati schiavisti sono realistici, l’unica libertà che Whitehead si è preso è stata quella di inventare la ferrovia sotterranea. Questo è l’espediente che utilizza l’autore per spostare i suoi personaggi dal Sud verso il Nord degli Stati Uniti. I treni sotterranei non sono mai esistiti, ma io voglio credere che qualche bianco, nel profondo Sud o nelle colonie dell’Est, abbia aiutato qualche schiavo a fuggire dall’inferno.

L’America in quel periodo non era un buon posto per chi stava dalla parte degli schiavi: gli schiavisti erano numerosi e la legge era dalla loro parte; c’erano punizioni molto cruente per i bianchi che aiutavano gli schiavi a fuggire o peggio se li nascondevano in casa in attesa di farli scappare. La legge permetteva agli schiavisti di poter recuperare gli schiavi di loro proprietà anche a distanza di chilometri e spesso anche se si erano rifugiati negli Stati abolizionisti.

L’America era un vero inferno, in quel periodo, per molte persone. Però, la speranza non si è mai spenta: numerose persone hanno lavorato e combattuto per far sì che la schiavitù fosse abolita. Ci sono voluti anni, una Guerra Civile, e il Proclama di Emancipazione per arrivare alla ratifica al XIII Emendamento, firmata dal Presidente Lincoln, dove di fatto si aboliva in modo definitivo la schiavitù in tutto il territorio degli Stati Uniti d’America.

Quella firma ha rappresentato un grande evento storico, una svolta civile, una presa di coscienza giunta 246 anni dopo l’arrivo in Virginia dei primi 20 africani rapiti per diventare schiavi.

Il mondo può anche essere cattivo, ma le persone non devono esserlo per forza, possono rifiutarsi [La ferrovia sotterranea, Colson Whitehead, trad. Martina Testa]

Titolo: La ferrovia sotterranea
L’Autore: Colson Whitehead
Traduzione dall’inglese: Martina Testa
Editore: SUR
Perché leggerlo: perché si tratta di un memorabile romanzo sulla schiavitù e sul quanto possa spingersi la cattiveria umana, ma è anche un libro che lancia un messaggio positivo: la speranza deve sempre restare viva, nonostante le avversità

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