Bonnie Nadzam | Lions

La loro era una terra inospitale, troppo dura, polverosa, secca, povera, che non offriva lavoro né prospettive. La cosa davvero stupefacente era che fossero rimasti tutti così a lungo. Per anni, come uccellini che spiccano il volo uno ad uno, gli abitanti di Lions avevano gradualmente abbandonato la città. Poi, quest’estate, se n’erano andati anche i restanti, tranne undici. Nei vecchi negozi di mattoni e nelle case imbiancate le finestre erano state sbarrate o rotte a sassate, occhi ciechi di un mondo che molti anni prima era stato reclamato al prezzo di tanto sangue (…) a Lions la vita non era fatta per essere vissuta. Scivolava tra le dita [Lions, Bonnie Nadzam, trad. L. Taiuti]

È l’estate dei diciassette anni di Leigh e Gordon: la cittadina di Lions brucia sotto il sole spietato che arroventa gli altopiani del Colorado mentre la polvere sollevata dall’impetuoso vento ricopre ogni antica leggenda, ogni vecchio edificio abbandonato.

Leigh lavora nel dinner gestito dalla madre May e dal marito Boyd, scongela e frigge unti hamburger e riscalda caffè scadenti, mettendo da parte ogni centesimo di mancia perché Leigh ha un sogno: abbandonare Lions e frequentare il college. Gordon lavora in officina con John Walker, impara a saldare alla perfezione, a costruire e riparare macchinari agricoli, ma Gordon più che un sogno è convinto di avere un percorso già segnato: il destino degli Walker.

È l’estate dei diciassette anni di Leigh e Gordon quella in cui tutto cambia e l’evento catalizzatore è l’arrivo, a Lions, di uno sconosciuto vestito di nero accompagnato da un’affettuosa cagnolina. Gli Walker sono persone ospitali e danno cibo, abiti e conforto allo sconosciuto giunto dalla statale, ma qualche giorno dopo il passaggio di quest’uomo, John Walker muore all’improvviso.

La morte di John Walker turba Gordon, la moglie Georgianna e la stessa Leigh, per la quale John era come un padre; mentre la vicenda dello sconosciuto si trasforma essa stessa nell’ennesima leggenda che grava su quelle aspre terre polverose, mentre Lions muore giorno dopo giorno divenendo una città fantasma, Leigh è sempre più convinta di portare avanti le sue decisioni, esattamente come Gordon è sempre più convinto di affrontare il destino già segnato per ogni Walker nato in suolo americano.

Dunque la vita era dolce da un lato e amara dall’altro. L’avrebbe abbracciata nella sua totalità, senza condizioni né riserve, e senza desiderare che fosse diversa. Non perché fosse un uomo virtuoso o buono, ma perché era stanco, a mani vuote e non aveva la forza di fare altrimenti. Il mondo pulsava intorno a lui e in esso non c’erano poi troppe cose che, a suo parere, valesse la pena di inseguire [Lions, Bonnie Nadzam, trad. L. Taiuti]

Lions” di Bonnie Nadzam (trad. L. Taiuti, Black Coffee edizioni, 271 pagine, 15 €) è un romanzo di sogni, illusioni, speranze e destini che s’intrecciano tra loro. Lions è una città che muore: avrebbe dovuto essere una delle tante concretizzazioni del sogno americano, ma qualcosa non ha funzionato e le attività a poco a poco hanno chiuso, mentre le persone abbandonavano la città. A Lions vivono solamente vecchie leggende: l’improbabile morte di uno sconosciuto nel 1923, la storia di Lucy Graves, la tragedia della scuola elementare, la Echo Station e la vicenda di Lamar Boggs.

I personaggi protagonisti, Leigh e Gordon, sono caratterizzati molto bene: si amano eppure solo in parte condividono le idee sul futuro; sembrano solo sfiorarsi, senza toccarsi mai. Leigh ha la certezza che abbandonare Lions sia la scelta giusta; Gordon ha dei dubbi sulla capacità di adattarsi in un altro luogo che non sia l’officina del padre o le polverose strade verso gli altipiani.

“Lions” è un romanzo perfetto che mescola emozioni, sentimenti, leggende e vite così ben descritte da vederle davvero come reali; l’idea in sé, quella di una città che muore, è lo sfondo ideale per un libro che si pone parecchie domande: quali sono le conseguenze delle nostre scelte? Le decisioni che abbiamo preso sono giuste oppure avremmo dovuto pensarci di più e meglio? Non tutte le domande avranno una risposta come non tutti gli enigmi troveranno una soluzione: un alone di mistero continuerà ad ammantare la cittadina di Lions.

Le storie – nuove e vecchie, reali e leggendarie – raccontate in “Lions” trascinano il lettore e lo coinvolgono intensamente. La strada che ogni protagonista traccia per sé è come un senso unico che una volta imboccato non è possibile percorrere all’indietro: si può solo procedere in avanti senza sapere dove porterà esattamente. Ammesso che la strada scelta sia quella giusta.

Molti anni dopo (…) si sarebbe resa conto di aver passato tutta la vita in preda all’entusiasmo o alla depressione. Si sarebbe accorta che gli ultimi giorni della sua ultima, vera estate erano stati violentati da un desiderio insostenibile. Avrebbe tentato di richiamare alla mente un evento, un dono o una situazione che l’aveva soddisfatta, a diciassette, diciotto, e poi più tardi a venticinque, trenta, ma la verità era che nulla ci sarebbe mai riuscito [Lions, Bonnie Nadzam, trad. L. Taiuti]

Titolo: Lions
L’Autrice: Bonnie Nadzam
Traduzione dall’inglese: Leonardo Taiuti
Editore: Black Coffee edizioni
Perché leggerlo: perché è un romanzo che fa riflettere sulle conseguenze delle nostre scelte, per leggere un’America diversa dalla quale siamo abituati e perché certi fantasmi continuano a perseguitarci anche se facciamo di tutto per cacciarli via

Evan S. Connell | Mrs Bridge

Nei libri ci sono altri libri, si dice, e certamente se non fosse stato per il romanzo “Nessuno scompare davvero” di Catherine Lacey io, probabilmente, non avrei mai letto “Mrs Bridge” di Evan S. Connell (trad. G. Boringhieri, Einaudi, 227 pagine, 12,00), perdendomi così un libro brillante, a tratti divertente ma anche molto riflessivo e profondo.

Si chiamava India, un nome a cui non riuscì mai ad abituarsi. Aveva il sospetto che i suoi genitori, nel darglielo, avessero avuto in mente un’altra persona. O forse avevano sperato di avere una figlia diversa. Da bambina era stata più volte sul punto di indagare, ma il tempo era passato e non l’aveva mai fatto. Da ragazza le era capitato spesso di pensare che se la sarebbe cavata benissimo anche senza marito, e terminati gli studi questa convinzione aveva prevalso per alcuni anni, con grande pena di suo padre e sua madre. Fino ad una sera d’estate e a un giovane avvocato di nome Walter Bridge [Mrs Bridge, Evan S. Connell, trad. G. Boringhieri]

È India Bridge la protagonista del romanzo di Evan S. Connell, una donna americana che di particolare ha solo il nome di battesimo. Mrs Bridge è una donna bella, ma non troppo, ed è decisamente normale: sposata con un avvocato – che non si tira indietro nel fare gli straordinari -, hanno tre figli, Ruth, Carolyn e Douglas, e vivono in una bella casa con tanto di servitù di colore a Kansas City, tra gli anni Venti e la fine degli anni Quaranta del Novecento.

Mrs Bridge ha diverse amiche, alcune molto acculturate, quindi spesso si fionda in biblioteca e si impone di leggere libri impegnativi per farsi un’opinione; ma è il marito a dirle come votare e quando Mrs Bridge cerca di emanciparsi, si scoraggia perché non è mica semplice votare di testa propria. Prova ad imparare lo spagnolo, inizia un corso di pittura che non porta a termine, va a vedere film d’essai che puntualmente non capisce.

India Bridge frequenta malvolentieri gli amici del marito, ricchi e facoltosi, ma appare sempre felice quando è ora di iniziare la cena; organizza cocktail party in casa tirando fuori dai cassetti gli asciugamani degli ospiti che gli invitati non toccheranno per non rovinarli. Cerca di educare i figli con principi sani, ma spera che l’amicizia tra Carolyn e la figlia nera del giardiniere finisca presto; insegna ai figli come risparmiare e non sciupare nulla, ma quando si annoia corre a fare shopping o a mangiare dolci al Plaza, il ristorante più rinomato di Kansas City.

Mentre i figli crescendo capiscono sempre meno la loro madre, in particolare Ruth che addirittura sceglie – giovanissima – di andare a vivere da sola a New York, Mr Bridge sta sempre accanto alla moglie, confortandola nei momenti difficili, e anche se pare a volte assente, Walter è capace di slanci d’affetto sorprendenti, come regalarle un viaggio in Europa oppure donarle rose rosse dopo aver fallito una prova di cucina.

Eppure, nonostante la vita agiata, la casa di proprietà, il marito affettuoso e i figli sani, Mrs Bridge soffre di nostalgia, di rimpianti, di cose non dette o non fatte, di tristezza che giunge all’improvviso e sembra rallentare ancora di più il corso del tempo.

“Stanza a New York” Edward Hopper (1932)

L’album di fotografie le regalava molte ore serene. Lì ritrovava i suoi figli, e con loro anche suo marito. Una foto lo ritraeva in pieno sole, con una mano appoggiata al parafanghi della nuova Reo e Carolyn a cavalcioni sulle spalle. E in un’altra c’era Douglas, che mostrava orgoglioso la mazza da baseball (…) E poi c’era Ruth, in posa con il suo primo paio di scarpe con i tacchi alti (…) Mrs Bridge rimpiangeva di non aver scattato più fotografie (…) rievocavano tutto ciò che aveva conosciuto più intimamente, e più profondamente aveva amato [Mrs Bridge, Evan S. Connell, trad. G. Boringhieri]

Mrs Bridge” è un libro che mi è piaciuto e mi ha coinvolta, mi ha fatta sorridere e allo stesso tempo riflettere. La quotidianità  della famiglia Bridge – in particolare di India Bridge – è raccontata in terza persona attraverso 117 episodi, che non occupano mai più di un paio di pagine. Gli episodi, tutti rigorosamente in ordine temporale, riescono nella loro brevità a regalare dei veri e propri flash ai lettori sulla vita e sulle emozioni provate da India Bridge.

Evan S. Connell ha creato un personaggio originale, pieno di difetti e virtù, ma anche di paure e di ansie, di slanci d’amore e di momenti di notevole sconforto; Mrs Bridge è una donna che ama la sua famiglia, per la quale farebbe davvero tutto, ma nel suo intimo è spesso incostante – i corsi che comincia e non finisce -, si annoia quando i figli diventano adulti e non sa come trascorrere le giornate, corre spesso senza meta, con il solo obiettivo di far passare il tempo; ed è guardandosi indietro che Mrs Bridge vede che non ha mai vissuto la sua vita per se stessa, ma unicamente per compiacere gli altri.

Un romanzo ottimo, audace e decisamente intimo che consiglio vivamente a chi ama la letteratura americana e quei personaggi tratteggiati talmente bene da apparire perfettamente reali.

“Anziani coniugi con il cane a Cape Cod” Edward Hopper (1939)

Titolo: Mrs Bridge
L’Autore: Evan S. Connell
Traduzione dall’inglese: Giulia Boringhieri
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: per sorridere, per riflettere, per meditare sul senso delle vite di chi passa le proprie unicamente per far felici gli altri

Kent Haruf | Le nostre anime di notte

Chissà se sarò in grado di trasmettere tutte le emozioni che ho provato leggendo “Le nostre anime di notte” di Kent Haruf (trad. F. Cremonesi, 166 pagine, 17 €), in particolare a chi a Holt non ci è ancora stato. Ho atteso questo romanzo di Kent Haruf con grande curiosità e quando l’ho avuto tra le mani, in anteprima, mi sono imposta di non leggerlo subito; ma non ci sono riuscita e sono corsa a leggerlo, sicura che mi avrebbe conquistata tanto quanto i libri che compongono la Trilogia della Pianura.

Sei di nuovo troppo severo con te stesso, osservò Addie. Chi riesce ad avere quello che desidera? Non mi pare che capiti a tanti, forse proprio a nessuno. E’ sempre un incontro alla cieca tra due persone che mettono in scena vecchie idee e sogni e impressioni sbagliate. Anche se, ripeto, questo non vale per noi due. Non in questo momento, non oggi.
Anche per me è così. Eppure persino tu potresti stancarti di me e non volerne più sapere.
Se dovesse succedere, possiamo smettere, disse lei. Questo è l’accordo tra noi, no? Anche se non ce lo siamo mai detti. [Le nostre anime di notte, Kent Haruf, trad. F. Cremonesi]

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Addie e Louis sono due anziani vicini di casa che vivono a Holt, in Colorado, entrambi vedovi con figli adulti ormai lontani; le giornate sono lunghe ma le notti ancor di più, per questo ad Addie viene un’idea un po’ bislacca: chiedere a Louis se gli va di trascorrere le notti da lei. Non si tratta di sesso, precisa immediatamente Addie, è qualcosa di molto più profondo: attraversare le notti assieme, parlare a letto, nel buio, delle loro vite e dei loro progetti.

Louis accetta e inizia così a uscire di casa ogni sera dopo la cena. La prima sera Louis passa dal cortile sul retro, bussa alla porta di un’emozionata Addie che lo sta aspettando. La donna, però, preferisce che Louis passi dalla porta principale e non da quella di servizio; se la gente di Holt avrà voglia di spettegolare, che lo faccia pure, ad Addie non importa poiché sa che con Louis non sta facendo nulla di male.

Addie e Louis, con una tenerezza incredibile, attraversano le notti assieme. Addie racconta dell’incidente della figlia, della morte del marito e della difficile situazione famigliare di suo figlio; Louis parla del suo tradimento alle promesse matrimoniali, della sua redenzione, della malattia e della morte della moglie e infine del difficile rapporto con la figlia.

Ma la gente di Holt, specialmente quelli con la mente più chiusa, prendono a parlar male di questo bel rapporto tra Addie e Louis; parlano talmente tanto che le voci arrivano sino alle orecchie dei figli, che con prepotenza chiedono ai rispettivi genitori di non vedersi più.

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George Ault “Bright Light at Russell’s Corners” (1946)

Cos’è che ci siamo detti? Che è impossibile aggiustare le vite degli altri, no?
Questo vale per te, disse lei. Non per me.
Capisco, disse Louis.
Oh, mi sento già meglio a parlare con te avendoti accanto.
Non abbiamo parlato molto per il momento.
Eppure mi sento già meglio. Te ne sono grata. Ti ringrazio per tutto questo. Adesso mi sento di nuovo molto fortunata. [Le nostre anime di notte, Kent Haruf, trad. F. Cremonesi]

Leggendo, anche questa volta Kent Haruf mi ha emozionata, con la sua capacità di intrecciare le storie delle vite dei suoi personaggi, descrive situazioni, sentimenti e paesaggi con grande semplicità.

Le nostre anime di notte” non è un romanzo molto lungo: in queste poche pagine sono condensati molti sentimenti ed episodi della vita di Addie e Louis, sia del passato che del presente. Quella di Kent Haruf è una scrittura asciutta e incisiva, mai ridondante eppure sempre precisa e coinvolgente.

Stava iniziando a fare caldo. Metà luglio. Il cielo terso e il grano già falciato nei campi lungo la strada, le stoppie regolari e ordinate, nel campo accanto il granturco verde scuro che correva in file dritte. Una luminosa, torrida giornata estiva [Le nostre anime di notte, Kent Haruf, trad. F. Cremonesi]

Usa pochissime parole, Haruf, anche per descrive la campagna attorno a Holt, un campo di grano appena falciato, il mais verde brillante che sta crescendo lentamente, un cielo stellato che illumina le notti di Addie e Louis o la Main Street di Holt. E poche parole per rendere concetti quali l’amore, l’amicizia, l’essere genitori, i drammi della vita che tutti, purtroppo, ci ritroviamo ad affrontare.

Dopo aver letto i quattro romanzi di Kent Haruf finora editi in Italia ho capito che la potenza della sua scrittura è la semplicità ed è così che il lettore si identifica facilmente negli avvenimenti che accadono ai protagonisti.

Se volte farvi un regalo, leggete Kent Haruf: le sue storie vi arriveranno dritte dritte al cuore.

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Titolo: Le nostre anime di notte
L’Autore: Kent Haruf
Traduzione dall’inglese: Fabio Cremonesi
Editore:NN Editore
Perché leggerlo: per farvi un regalo, perché la scrittura di Kent Haruf vi entrerà dritta nel cuore

A. B. Guthrie | L’ultimo serpente

Ci sono epoche che vorrei aver vissuto, periodi storici che mi affascinano così tanto che quando osservo un dipinto o una fotografia del tempo mi ritrovo a sognarlo ad occhi aperti. Leggendo “L’ultimo serpente” di A. B. Guthrie (trad. N. Manuppelli, 149 pagine, 16.90 €) e lasciandomi coinvolgere da ogni racconto mi pare averlo vissuto, almeno con l’immaginazione, emozioni e sentimenti, forti e aspri come le terre dell’ovest.

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A volte si lasciava andare ai ricordi e non vedeva né sentiva gli altri intorno a lui, e non rispondeva se qualcuno gli diceva qualcosa. Era tutto a posto. Non gli importava che dubitassero delle sue storie o che ridessero di lui o delle sue idee. Un uomo dopo aver passato abbastanza tempo da solo là dove nessun altro uomo bianco aveva mai messo piede, cominciava a pensare in modo differente (…) Si sentiva una cosa sola con quelle montagne e l’enorme cielo e i venti solitari, e anche con gli indiani e gli animali, ed era un po’ come condividere ciò che essi sapevano, come se non ci potesse essere segreto che non gli venisse sussurrato, come quelle cose segrete che stava sentendo anche adesso. [L’ultimo serpente, A. B. Guthrie, trad. N. Manuppelli]

Immaginate di scendere con un salto dalla carovana sulla quale avete viaggiato per giorni e notti interi. Sollevate una nuvola di polvere, togliete il cappello e abbassate il bavero; vi passate una mano sugli occhi che bruciano tanto sono abbagliati dal sole, vi guardate attorno e non avete nessun punto di riferimento. Qui non c’è nulla: né strade, né ferrovia, né sentieri, neppure montagne. Ci siete voi, i vostri compagni di ventura, due cavalli, qualche arma e una distesa piatta e sconfinata che si apre per miglia e miglia, fin dove i vostri occhi stanchi riescono a mettere a fuoco. Muovete un paio di passi, esitanti, e cercate di capire quanto ancora immenso possa essere l’ovest.

Quanto è immenso l’ovest? Che sensazione devono aver provato i primi coloni americani che decisero di avventurarsi in territori inespolorati? Partire, lasciare la sicurezza di un luogo dove si vive da molto tempo, per inseguire una sorta di chimera, che all’epoca ovviamente non veniva percepita come tale ma era semplicemente un viaggio di conquista, occasione di guadagno. Fu il prezioso metallo giallo a far salire la febbre di conquista negli anni Quaranta dell’Ottocento e, seppur Lewis e Clark avessero già intuito quanto immensi fossero gli Stati Uniti d’America, molti altri in quel periodo se ne resero conto.

A. B. Gurthie nacque nel 1901 quando buona parte delle piste per la conquista dell’ovest erano state aperte e battute. Dagli stati dell’est verso l’ovest, coltivatori, cacciatori, allevatori e cercatori d’oro avevano condotto numerose carovane e guidato spedizioni. Nei racconti di Guthrie della raccolta “L’ultimo serpente” l’ovest è mitizzato, come accade negli scrittori che non hanno vissuto direttamente la conquista del west. C’è infatti una buona differenza tra gli scrittori che hanno vissuto la conquista dell’ovest e chi non l’ha vissuta, e la descrive per immagini, per storie raccontate o addirittura filtrate dal grande schermo (è del 1903 il film The great train robbery di Porter).

La conquista dell’ovest come mito che ha il sapore di leggenda, di eroica impresa, anche se i protagonisti dei racconti di Guthrie sono uomini con mille difetti, che arrivano subito alle mani – anzi, alle pistole – e spesso fortemente dipendenti dall’alcool.

“Il whisky non fa male qui,” disse. “Questa terra è così aspra e asciutta che lo si brucia subito. Si smaltisce in fretta. Non come in quegli stati del sud, dove una volta ho spedito un carico di mustang. Se ti fai tre o quattro bicchieri con quel clima, il corpo non li assorbe, e prima ancora che te ne accorgi, sei sbronzo.” [L’ultimo serpente, A. B. Guthrie, trad. N. Manuppelli]

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“Donne indiane in marcia” Charles Russel (1898)

Nell’ovest ci sono spazi immensi e tutto è più grande e sconfinato, quasi infinito, e qui anche i sentimenti e le emozioni vengono amplificate. Leggendo i racconti lo si percepisce molto bene: alcune figure sembrano quasi esagerate e i fatti narrati quasi assurdi. Il mito del west viene raccontato attraverso storie brevi, incisive, con il finale spesso a sorpresa o che ribalta tutto ciò che abbiamo creduto sino a quel punto; capisaldi sono la voglia di avventura, di riscatto, di libertà e la possibilità di infrangere la legge e vivere quasi senza regole.

E senza regole e umanità i visi pallidi si sono interfacciati con i nativi americani. Nei racconti di Guthrie spesso emerge la figura del nativo americano visto quasi sempre con la classica connotazione da ‘nemico’ da combattere. I visi pallidi sono sempre in trepidazione, quando percepiscono la presenza degli indiani, e non si fanno grandi problemi nell’aprire il fuoco contro di loro.

Nel racconto “Il grande demone” non si legge la solita ostilità tra bianchi e indiani, ma l’abisso culturale sì: quando lo spettacolo ‘pirotecnico’ termina, il giudizio di Due Piume è lapidario: “Visi pallidi (…) e le loro imprese da somari.”

Sarà per la mia passione per i nativi americani, ma ho sempre provato fastidio nel vederli dipinti come i cattivi; furono durissime le guerre contro i nativi americane, le tribù registrarono notevoli perdite e si ritrovarono a tutti gli effetti invasi dai bianchi. Nonostante la schiacciante vittoria Lakota, Cheyenne e Arapaho contro il Generale Custer a Little Big Horn, i visi pallidi determinati e meglio armati vinsero le cosiddette Guerre Indiane. Fu poi con il Massacro di Wounded Knee, Sud Dakota, nel 1890, che si chiuse definitivamente la questione indiana. A favore dei bianchi, come tutti sappiamo.

A volte, nello stordimento generale e con tutte quelle domande che lo tormentavano, arrivava a dubitare di se stesso. Si chiese se un uomo potesse commettere un crimine senza averne poi alcun ricordo, e a forza di domande, al di là della memoria, arrivare al punto di convincersi [L’ultimo serpente, A. B. Guthrie, trad. N. Manuppelli]

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“Sul sentiero di guerra” Charles Russsel (1895)

Il mito della conquista dell’ovest americano è costellato di imprese eroiche, personaggi bislacchi e alticci, capitani di ventura, fiumi d’alcool e centinaia di frecce e proiettili; l’ovest degli spazi aperti, delle libertà, dei fuorilegge che rappresentano la legge; è un periodo storico fatto di contraddizioni e contrasti, di battaglie e di armistizi. Ma il mito della conquista dell’ovest che ci è stato trasmesso non è ciò davvero fu, ma è quello degli ideali, di quello che avrebbe dovuto essere.

Un ulteriore interessante approfondimento a proposito dei racconti di A. B. Guthrie lo potete trovare sul blog Il mondo urla dietro la porta di Fabrizia: lei è stata la compagna di viaggio di questa bella lettura condivisa!

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Titolo: L’ultimo serpente

L’Autore: A. B. Guthrie (1901 – 1991)

Traduzione dall’inglese: Nicola Manuppelli

Editore: Mattioli 1885

Perché leggerlo: sono racconti intensi seppur brevi, ricchi di fascino, nostalgia e un pizzico di ironia; ideali per chi si ritrova spesso a sognare il vecchio west, per chi vorrebbe indossare degli stivali di pelle e cavalcare senza sella, per chi vuole immaginarsi tra gli indiani o nascosto dentro la tana di un castoro

Brian Turner | La mia vita è un paese straniero

Raccontare la guerra non è facile. Chi vive un’esperienza traumatica si trova per tutto il resto della propria vita a fare i conti con le azioni commesse e i comportamenti tenuti. Se si hanno padri e nonni che la guerra l’hanno fatta e la conoscono bene, non si può che essere irrimediabilmente segnati. Ne “La mia vita è un paese straniero” (NN editore, trad. G. Calza, 208 pagine, 18 €) Brian Turner prova a raccontare le sue esperienze, e lo fa sempre in bilico tra uno stile poetico e uno crudo e violento.

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Titolo: La mia vita è un paese straniero

L’Autore: Brian Turner ha servito per sette anni nell’esercito americano. È stato in Bosnia-Erzegovina e in Iraq, in Medio ed Estremo Oriente. Saggista e docente universitario, ha debuttato nel 2005 con la raccolta di poesie Here, Bullet, ottenendo riconoscimenti di critica e di pubblico. La sua seconda raccolta, Phantom Noise, è stata candidata al premio T.S. Eliot nel 2010

Traduzione dall’inglese: Guido Calza

Editore: NN Editore

Il mio consiglio: è un libro non facile, non divertente, non semplice. Ma è un libro poetico, ricco, necessario. Ed io sono veramente contenta di averlo letto

(…) direi che ci è capitata una sistemazione solida per dormire e prepararci alle missioni. Nel giro di pochissimo tempo, qualche giorno al massimo, l’America scompare. Strade e città si allontanano e svaniscono, sostituite da frutteti e boschetti di datteri e dal Tigri, dal paesaggio iracheno di un’epoca di violenza [La mia vita è un paese straniero, Brian Turner, trad. G. Calza]

Militare, che tu lo voglia o no, lo sarai per sempre. Hai la guerra nel sangue, hai la dimestichezza con le armi, ti sei nutrito sin da piccolo dei racconti dei bisnonni, dei nonni e dei tuoi padri. Sarai sempre il sergente Turner perché certe cose dalla mente non si cancellano. Ci si può provare, certo, a togliersi dalla retina le immagini dei corpi dei compagni smembrati, il rumore raccapricciante dei colpi di mortaio, l’ansia che sale nella notte quando si dovrebbe riposare ma non si dorme per paura di un attacco suicida.

Che cos’è la guerra? Il verde triste delle divise, la ruvidezza della polvere del deserto sotto i molari, il vento caldo che impasta la sabbia col sudore. E’ l’acqua del fiume Tigri che continua placida a scorrere, nonostante a Mosul si scateni l’inferno. E’ il colpo d’arma da fuoco che colpisce la testa di un compagno. E’ il sangue rosso brillante che sgorga dalla tempia di un bambino che credevi imbottito di esplosivo. Sono le lacrime fredde di una bambina che abbraccia la bara avvolta dalla bandiera americana dove riposa per sempre suo padre.

Quanto dura la guerra? Per sempre. Per sempre sarà con chi l’ha vissuta, obbligato alla leva o volontario. Per sempre restano i fantasmi e si aggirano lievi attorno a te, quando pensi di essertene liberati ecco che tornano all’improvviso: durante una cena di Natale, durante una vacanza, durante una giornata trascorsa con tua moglie.

Come si racconta la guerra? Sembra impossibile raccontare la guerra. Ho letto tanti libri che parlano di guerra, visti con gli occhi dei militari, dei giornalisti, degli amici e parenti rimasti a casa ad attendere. Attendere cosa? Il ritorno del loro figlio, amico, marito, amante. No, non venite a suonare alla mia porta, voi del governo, non venite a dirmi che mio figlio, il mio amico, mio marito, il mio amante è morto.

Eppure, nonostante sembri impossibile raccontare la guerra, ci sono scrittori e scrittrici che ci riescono e lo fanno molto bene. Brian Turner prima di essere scrittore o militare è un poeta e quest’ultima affermazione trova conferma in ciò che lui riesce a scrivere.

Come fa uno a lasciarsi alle spalle una guerra, qualche che sia, e a riprendere il cammino della vita che gli resta? (…) Il mondo in rovina prenderà casa dentro di me. E tutti costoro ci seguiranno fino ai nostri aerei e s’imbarcheranno con noi. Cammineranno per le strade americane, nella mia città, staranno nel mio giardino a notte fonda, magari si siederanno ai piedi del letto per vedere me e mia moglie attorcigliati insieme in un sogno [La mia vita è un paese straniero, Brian Turner, trad. G. Calza]

Soldiers from the Iraqi army and 4th Platoon, Alpha Company, 1st Battalion, 111th Infantry Regiment (Associators), 56th Stryker Brigade Combat Team, 28th Infantry Division, Pennsylvania National Guard, Multi-National Division Baghdad, load onto UH-60 Blackhawk helicopters at the end of a Joint Air Assault Operation to intercept and prevent illegal weapons movement near Mushada, Iraq, on May 11.

Joint Air Assault Operation in Mushada (Joint Combat Camera Center Iraq, photo by Spc. Neil Stanfield. Credits: Attribution 2.0 Generic CC BY 2.0)

“La mia vita è un paese straniero” è un libro prima di tutto molto particolare: non è un romanzo, ma una raccolta di pensieri, all’apparenza sconnessi, che hanno la guerra come filo conduttore; guerra che, come scrivevo, non è solo quella alla quale ha partecipato il sergente Turner, ma vengono citate anche le guerre dei suoi padri e in generale le guerre che hanno visto i giovani militari americani in prima linea.

Questi pensieri forti e sparsi sono molto personali e sono nati in tempi diversi: per questo si registrano cambi di tempo verbale, dal passato remoto al presente al futuro, e spesso non sono facilmente interpretabili (ma alla fine si trovano delle note scritte dall’autore che aiutano il lettore a districarsi tra il gergo militare, i luoghi e le guerre citate).

Ci sono frammenti di memoria bellissimi, nella loro crudezza, così poetici che si stenta a credere che nella guerra ci possa essere tanta poesia; altri sono più contorti e di difficile interpretazione. I pensieri del sergente Turner rispecchiano la vita militare e cambiano velocità della narrazione: lenti quando i soldati sono in attesa, con l’ansia crescente man mano che si avvicina l’azione; veloci quando si entra nel cuore dell’azione, quando si corre leggendo le parole di Turner, fino a ritrovarsi senza fiato e a rileggere di nuovo dall’inizio per godersi con più calma le parole.

Forse il punto non è tanto che è difficile tornare a casa, quanto che a casa non c’è spazio per tutto quello che devo portarci. L’America, smisurata ed estesa da un oceano all’altro, non ha abbastanza spazio per contenere la guerra che ognuno dei suoi soldati porta a casa. E anche se ne avesse, non vorrebbe [La mia vita è un paese straniero, Brian Turner, trad. G. Calza]

“La mia vita è un paese straniero” di Brian Turner è un libro non facile, non divertente, non semplice. Ma è un libro poetico, ricco, necessario. Ed io sono veramente contenta di averlo letto.

Kent Haruf | Crepuscolo

Si ha quella sensazione, quando si legge un romanzo di Kent Haruf, di venir presi per mano e accompagnati in un luogo dove all’apparenza non succede nulla, se non la vita delle persone comuni. Leggere Crepuscolo di Kent Haruf (NN Editore, 314 pagine, 17 €) è un’emozione che cresce pagina dopo pagina.

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Titolo: Crepuscolo

L’Autore: Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani. Ha ricevuto diversi riconoscimenti tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speziale alla PEN/Hemingway Foundation

Traduzione dall’inglese: Fabio Cremonesi

Editore: NN editore

Il mio consiglio: per chi è già stato a Holt, sarà di nuovo come tornare a casa, dove si incontrano vecchi amici e conoscenze. Consiglio di leggere Crepuscolo dopo aver letto Canto della pianura

Intanto all’esterno della casa, fuori dalla stanza silenziosa in cui erano seduti, il buio iniziò ad avvolgere le strade. Presto i lampioni si sarebbero accesi tremolando, sfarfallando, per illuminare tutti gli angoli di Holt. E ancora più in là, fuori città, sugli altipiani, le luci blu dei lampioni nei cortili avrebbero brillato dagli alti pali sulle fattorie e sugli allevamenti isolati nella campagna aperta e brulla, si sarebbe alzato il vento, avrebbe soffiato negli spazi aperti senza trovare ostacoli sui vasti campi di grano invernale, sugli antichi pascoli e sulle strade sterrate, portando con sé una polvere pallida mentre il buio si avvicinava e scendeva la notte. E loro erano ancora seduti insieme nella stanza, in silenzio (…) fra le braccia, in attesa. [Crepuscolo, Ken Haruf, trad. F. Cremonesi]

In Colorado c’è un paesino che si chiama Holt. D’inverno è sferzato dai freddi venti che portano spesso nevischio e ghiaccio, d’estate è illuminato da un sole che fa brillare gli sterminati campi di grano. Victoria è una ragazza che ha dovuto crescere in fretta e ora ha da pensare al suo futuro e a sua figlia Katie; lascia la casa dei fratelli McPheron, Harold e Raymond, quei due uomini timidi, all’apparenza rudi, ma dal cuore immenso.

DJ è un ragazzino che vive con il nonno, ferroviere in pensione, un po’ testone ma affezionato al nipote; Mary Wells è una giovane madre che deve prendere delle decisioni molto importanti, per sé stessa e per le figlie, Emma e Dena. Betty e Luther sono due coniugi che vivono ai margini, in una roulotte con i due figli Joy Rae e Richard, una famiglia bisognosa a carico dei servizi sociali e seguita da Rose Tyler.

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George Ault, “Daylight at Russell’s Corners” (1944)

Crepuscolo è un romanzo dove all’apparenza sembra non accadere nulla, se non la semplice vita di un paesino immerso nelle pianure del Colorado. C’è chi soffre, chi impara ad amare, chi a camminare con le proprie gambe, chi cade e cerca di rialzarsi, chi cade e si rialza e chi non ce la fa.

Narrato in terza persona, Haruf conduce il lettore attraverso un turbine di storie e di vite che non possono che affascinare. La dura vita di campagna, quella dei fratelli McPheron; la difficile vita di chi non sa badare a se stesso, come Betty e Luther; i ragazzi che hanno dovuto crescere velocemente, come Victoria, DJ e Dena. Insomma, Crepuscolo è uno di quei romanzi ai quali è impossibile non affezionarsi ai personaggi, alle situazioni, addirittura al paese stesso, Holt, descritto con cura attraverso le stagioni.

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Rockwell Kent, “December 8, 1941”, (1941).

Se Benedizione era il romanzo della morte, quella di Dad Lewis, ferramenta di Holt, e se Canto della pianura era il romanzo della vita, quella che nasce da Victoria, in Crepuscolo vengono tirate le fila di alcune vite lasciate in sospeso; non mancano i lutti e le rinascite, le difficoltà e le soddisfazioni. C’è sia la vita che la morte, in Crepuscolo, e c’è l’amore che alla fine vince su tutto.

Una volta arrivati, sotto il cielo che impallidiva, andarono alla scuderia, ai recinti del bestiame e alla stalla per controllare che tutto andasse bene, e bovini e cavalli sembravano a posto. Quindi risalirono a casa attraverso il vialetto coperto di ghiaia. Ma l’eccitazione della giornata era ormai passata (…) Alle dieci accesero il vecchio, massiccio televisore in cerca di un notiziario qualsiasi proveniente da qualunque punto dal mondo, prima di salire le scale e buttarsi a letto sfiniti, ciascuno nella propria stanza ai due lati del corridoio, confortati oppure no, demoralizzati oppure no, da ricordi e pensieri familiari logorati dal tempo [Crepuscolo, Ken Haruf, trad. F. Cremonesi]

Catherine Lacey | Nessuno scompare davvero

Nessuno scompare davvero” di Catherine Lacey (SUR editore, 243 pagine, 16.50 €) è il romanzo d’esordio di questa giovane autrice americana. Non è un libro semplice da leggere: spesso il meccanismo narrativo sembra incepparsi e si cade in un vortice di ripetizioni, mentre a tratti è davvero interessante, tanto che nella mia copia sono stati sottolineati interi paragrafi.

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Titolo: Nessuno scompare davvero

L’Autrice: Catherine Lacey è nata a Tupelo, nel Mississippi, nel 1985, e vive a New York. È stata scelta dalla rivista Granta come una delle migliori nuove voci del 2014, ed è stata finalista allo Young Lions Award, il premio della New York Public Library per i migliori autori under 35. Nessuno scompare davvero il suo romanzo d’esordio, è stato incluso fra i migliori libri dell’anno dal New Yorker, dall’Huffington Post, da Vanity Fair e da Time Out.

Traduzione dall’inglese: Teresa Ciuffoletti

Editore: SUR

Il mio consiglio: questo romanzo mi è piaciuto. E’ necessario leggerlo con lo spirito giusto e prendere il personaggio di Elyria per quello che è: una donna insoddisfatta che non sa cosa vuole dalla vita.

Quello che volevo era stare da sola; stare da sola non era quello che volevo. Non volevo desiderare niente; volevo desiderate tutto. Volevo desiderare una vita normale: il solito marito, la solita casa, le solite strade, i soliti marciapiedi, i soliti rumori e così via. Ma avevo rinunciato a tutta quella roba. Me n’ero andata. Era la scelta giusta, credevo, tranne che nei casi in cui ero convinta del contrario, cosa che mi succedeva sia spesso che di rado. [Nessuno scompare davvero, Catherine Lacey]

La protagonista del romanzo “Nessuno scompare davvero” è Elyria, una ragazza giovane che porta il nome di una città dell’Ohio dove la madre non è mai stata. Elyria ha un lavoro stabile come sceneggiatrice di soap opera e vive a New York con Marito. All’apparenza, nella vita di Elyria non manca nulla: ci sono sicurezze e certezze, economiche e affettive. Eppure, un giorno Elyria si imbarca su un volo di sola andata per la Nuova Zelanda, decisa a cercare una persona vista solo una volta, per pochi minuti, che le aveva detto qualcosa del tipo Se capiti in Nuova Zelanda, io ti ospito nella mia fattoria.

Inizia così, sin dalle prime pagine del romanzo, il viaggio di Elyria verso la Nuova Zelanda. Ma il viaggio che intraprende la protagonista non è solo fisico, è soprattutto un on the road mentale. “Nessuno scompare davvero” è narrato in prima persona e i lettori si ritrovano in balia dei pensieri della ragazza. Elyria insiste su un punto in particolare, di se stessa: il bufalo. Il bufalo è quella sensazione che non la abbandona mai, quei sentimenti che la gettano preda della rabbia, dell’insicurezza, dell’incapacità di decidere. Il bufalo vive con lei e la ossessiona, salvo quando lei fugge dai problemi, allora l’animale si calma ed Elyria con lui.

(…) perché il fatto è che nessuno può salvare nessuno e non so cos’è che ci salva, cosa ci rende delle brave persone, cosa ci tiene ancora a quel lato dell’essere umano che dà un senso alle cose piuttosto che al lato irragionevole, malsano, al bufalo impazzito che ognuno porta dentro (…) [Nessuno scompare davvero, Catherine Lacey]

Pagina dopo pagina, si viene a scoprire che la situazione famigliare di Elyriaqualche riga fa sembrava perfetta! – in realtà non è così buona: ci sono infatti una madre molto assente e preda delle dipendenze, la morte della sorella adottiva e il matrimonio con Marito (solo alla fine si saprà il vero nome) un uomo che forse lei non ama davvero e ha sposato per un solo motivo.

Io e mio marito non eravamo più due individui che s’inserivano con facilità l’uno nella vita dell’altro, eravamo un’allusione a quegli individui, ed è per questo che spesso lo sorprendevo che mi guardava come se a malapena mi conoscesse. Noi non esistevamo, non quel noi che pensavamo sarebbe esistito per sempre. [Nessuno scompare davvero, Catherine Lacey]

Elyria si muove in Nuova Zelanda quasi completamente in autostop, accettando passaggi da sconosciuti ai quali non riesce a dire ‘no‘; incontra personaggi bizzarri, tra cui gli abitanti di una comune in stile hippy; si racconta alle persone più improbabili; ma quello che non la lascia mai è quel senso di inadeguatezza, di incapacità di decisione, di totale indifferenza verso gli altri e soprattutto l’impossibilità di capire cosa davvero vuole dalla sua vita.

(…) era tanto facile trovarsi una vita improvvisata, una vita che non contemplasse né il passato né il futuro. [Nessuno scompare davvero, Catherine Lacey]

A volte chiama quella che convenzionalmente si definisce ‘casa’ o ‘famiglia’, ma il più delle volte confessa di essere sola. Elyria è sola, ma non è una solitaria: è una persona che cerca continuamente la compagnia degli altri, anche se sconosciuti o sbagliati. Quello che più mi ha colpito del personaggio di Elyria è il suo essere normale e il suo incarnare paure che, bene o male, abbiamo provato tutti. Sfido chiunque ad essersi sempre sentito sicuro, nella propria vita.

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La catena montuosa del Ben Ohau si riflette sulla spiaggia di Tekapo, Nuova Zelanda (foto: Shaun Muckle, Wikipedia Creative Commons).

Per questo motivo, non biasimo la protagonista del romanzo “Nessuno scompare davvero“. E’ ovvio che i problemi non si risolvano facendo finta di nulla, o sperando che qualcuno li risolva per noi o peggio fuggendo dall’altra parte del pianeta; questo comportamento, lo dice Elyria stessa, è sbagliato. Eppure, ci sono persone così insicure che messe alle strette, non riescono a far altro che scappare. Forse è un retaggio primitivo: di fronte al pericolo o ai cambiamenti radicali si può reagire solo in tre modi: affrondandolo, scappando, soccombendo. Elyria ha scelto di scappare, per poi pentirsi e sentirsi ancora peggio.

Come scrivevo poche righe fa, la narrazione è affidata a Elyria, che parla in prima persona. Leggendo si ha la sensazione di entrare in loop nei pensieri della protagonista, e in alcuni capitoli sembra non accadere nulla o quasi. In altri punti della storia, ci si sente trascinati e tra le righe vengono fuori ragionamenti affascinanti.

Dopo Taupo e un paio di passaggi arrivai a Wellington e feci tutta la strada fino al traghetto e mi misi a guardare il molo. Mi tornò in mente una cosa che aveva detto non chi sul viaggio, e cioè che a volte il corpo si muove troppo velocemente per l’anima e l’anima ci mette un casino di tempo a raggiungerlo perché anima e corpo non si parlano tra loro, per cui pensai che forse era il caso di fermarsi e aspettare l’anima, e mi rendevo conto di quanto fosse melodrammatico tutto ciò ma decisi di fregarmene perché dopotutto non l’avevo mica detto io per prima quella cosa, e anche se mi ricordavo chi era stato ero abbastanza sicura che si trattasse di un tipo vecchissimo o europeo o entrambe le cose: un tipo affidabile, insomma. [Nessuno scompare davvero, Catherine Lacey]

Io credo che di persone come Elyria ne esistano più di quanto possiamo immaginare: persone insoddisfatte della propria vita, della famiglia, del loro lavoro o dell’aspetto fisico. Se questi non scappano è per motivi di denaro, di possibilità, perché sanno che i problemi non si risolvono scappando e li lasciano semplicemente in stand-by oppure perché anche loro sanno che alla fine nessuno scompare davvero.

Jenny Offill | Le cose che restano

Inizia con una dedica, la mia copia de “Le cose che restano” di Jenny Offill (NN Editore, trad. G. Guerzoni, 235 pagine, 17 €). Ho potuto ascoltare e incontrare Jenny Offill alla Grande Invasione di Ivrea e sul frontespizio del libro l’autrice americana, sorridendo, mi ha scritto: “To Claudia, I hope you see a monster in the lake…“. Allora non avevo ancora letto “Le cose che restano“, ma avevo già apprezzato “Sembrava una felicità“: ora che li ho letti entrambi posso dire che Jenny Offill, a mio avviso, si conferma una bravissima narratrice.

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Titolo: Le cose che restano

L’Autrice: Jenny Offill è autrice del romanzo “Sembrava una felicità” e diversi libri per bambini. Insegna scrittura creativa alla Columbia University, alla Queen University e al Brooklyn College. “Le cose che restano”, il primo romanzo, è stato scelto come Notable Book dell’anno dal New York Times ed è stato finalista al LA Time Award for First Fiction

Traduzione dall’inglese: Gioia Guerzoni

Editore: NN editore

Il mio consiglio: per chi ama le notti stellate che mettono nostalgia, per chi crede nelle storie anche se sono un po’ inverosimili; chi ama le scienze perché hanno (quasi) una risposta per tutto, e chi ama i romanzi con i protagonisti così perfetti da sembrare veri.

Il lago nero della morte, lo chiamava mia madre quando ci andavamo di notte. Nuotava come una tartaruga, con me sulla schiena. C’erano poche stelle in cielo. Superammo a nuoto la fine del molto, verso il buio che era il Canada. Il cielo era grigio sporco striato di bianco. Sembrava che qualcuno l’avesse strizzato per farne gocciolare tutti i colori. Pensai al mostro addormentato in fondo al lago. Si sentiva solo? mi chiedevo. Pensava di essere l’unico mostro al mondo? [Le cose che restano, J. Offill, trad. G. Guerzoni]

Grace è una bambina di otto anni, che vorrebbe diventare una detective e legge assiduamente L’Enciclopedia dei misteri. Jonathan, il padre di Grace, è un chimico che crede nella scienza e rifugge ogni religione; Anna, la madre di Grace, è una biologa esperta di uccelli rapaci, parla cinque lingue (tra le quali una inventata dal proprio padre, l’annic) e racconta alla figlia tantissime storie, difficile distinguere quelle vere da quelle inventate.

La famiglia di Grace vive nel Vermont, nel Nord degli Stati Uniti, a pochi chilometri da un grande lago le cui sponde sono contese con il Canada e dove, a detta della madre, vive un mostro. Grace è una bambina curiosa e intelligente, vivace e intraprendente, che assorbe tutto ciò che raccontano i genitori, che seppur così diversi e contrapposti, per lei rappresentano i modelli a cui rifarsi.

Dopo un problema con un’insegnante, Anna e Jonathan decidono di ritirare la figlia dalla scuola e di istruirla in casa. Anna le spiega l’origine dell’Universo e della vita sulla Terra attraverso il Calendario Cosmico, le trasmette gioie e paure attraverso una serie di incredibili avventure durante il viaggio verso New Orleans, e un po’ per volta e dopo parecchio tempo Grace capirà quali sono le cose che restano.

Le cose che restano” è narrato in prima persona, è la Grace più matura che si guarda indietro e racconta la sua infanzia e il rapporto con i genitori. Il tono con cui è scritto il romanzo è quasi fiabesco, leggendo si è portati ad amare e odiare Anna: dalle parole di Grace, si intuisce che lei stessa si sia ritrovata a oscillare tra l’amore e l’odio nel suo rapporto con la madre.

Sin dall’inizio del romanzo si percepisce una forte tensione, costante e altalenante: Anna è un personaggio indomabile e imprevedibile, impossibile capire la sua prossima azione e spesso se ne ha paura. E’ una madre amorevole solo a tratti, spesso emerge un lato un po’ crudele, ma è piena di inventiva e di creatività: racconta storie, porta Grace a nuotare di notte alla ricerca di un mostro, prepara una torta glassata di verde e blu per festeggiare il compleanno della Terra. Ma è anche in grado di compiere gesti folli, impulsivi e repentini, come un surreale e terribile viaggio in auto verso New Orleans.

Se Grace è una narratrice perfetta nel rendere quasi magica la storia della sua infanzia, Anna è un personaggio decisamente ben riuscito e caratterizzato. I libri ben scritti, secondo me, sono quelli in cui il lettore non riesce ad intuire cosa succederà, rendendo la storia avvicente e mai monotona. E “Le cose che restano” di Jenny Offill è proprio quel genere di libro: come Anna, imprevedibile ma bellissimo, ricco di pathos e di tensione, che conduce il lettore in una folle corsa verso l’enigmatico finale.

Quella notte anche lei mi raccontò una storia sugli astronauti. “Una volta, migliaia e migliaia di anni fa, Dio scese sulla terra vestito da astronauta. Aveva la pelle d’argento e le scarpe erano fatte di luce. Era venuto perché in tutto il mondo gli uomini morivano di fame. Era arrivata l’Era glaciale, e le piante e gli animali erano ricoperti di brina. Tutto stava morendo: anche i grandi felini e i rettili giganti che un tempo dominavano la terra si erano congelati lì dove stavano. Gli uomini era quasi del tutto estinti. Le poche tribù rimaste erano nascoste nelle caverne, ormai indebolite dalla fame. Vivevano di ghiaccio sciolto e minuscoli vermi della neve. Quando l’astronauta arrivò erano rimaste meno di mille persone. Erano ancora vive perché avevano più forza e speranza degli altri. L’astronauta insegnò a tutti ad accendere un fuoco, a seminare e a coltivare. Ovunque andasse spargeva dei semi, e al suo passaggio crescevano fiori e piante. Così fu inventata l’agricoltura, e l’uomo smise di vagabondare, perché cominciò ad accamparsi vicino alle sue coltivazioni. Poi questi campi diventarono villaggi e i villaggi si trasformarono in città. Ed è così che abbiamo cominciato a costruire ponti e torri e strade” disse la mamma. “Ed è per questo che ci viene nostalgia di casa quando guardiamo le stelle”. [Le cose che restano, J. Offill, trad. G. Guerzoni]

Steve Hockensmith | Elementare, cowboy

Alzi la mano chi non vorrebbe tornare indietro nel tempo e fare un giretto nel vecchio West, quel luogo che nell’immaginario comune è popolato di cowboy sboccati e ubriaconi, cavalli a briglia sciolta, agguati ai poveri indiani d’America e pallottole, pallottole, pallottole. Ma se tornare indietro nel tempo non è possibile, si possono leggere libri come “Elementare, cowboy” di Steve Hockensmith (CasaSirio editore, 407 pagine, 18 €), storie che ci catapultano in un luogo che ha il sapore di polvere e leggenda ma con un pizzico di brio in più.

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Titolo: Elementare, cowboy

L’Autore: Steve Hockensmith è nato nel Kentucky e vive a San Francisco. Giornalista, sceneggiatore e scrittore, adora il jogging, mentre gli affari non adorano lui

Traduzione dall’inglese: Alessandra Brunetti

Editore: Casa Sirio editore

Il mio consiglio: “Elementare, cowboy” è una lettura divertente e stimolante, un’avventura raccontata in modo fluido e scorrevole, il libro ideale da portare in vacanza

Il sole del mattino illuminò l’interno, rivelando quella che sarebbe potuta essere una visione davvero nauseante se il cadavere-frittella di Perkins di qualche giorno prima non mi avesse già ben corazzato contro le esibizioni disordinate di resti umani. Sopra al buco per la cacca c’era Boudreaux, l’albino, che aveva acquistato un po’ di colore: del rosso scuro, a forma di cerchio, proprio in mezzo alla fronte. Aveva gli occhi giallastri rivolti verso l’alto. Colpo-in-canna fu il primo a constatare l’ovvio. – Beh, che sia dannato – disse senza particolare turbamento o tristezza – Qualcuno ha sparato a Spavento. [Steve Hockensmith, Elementare, cowboy]

Nel Montana del 1893 ci sono due fratelli, un po’ cowboy e un po’ tuttofare, Gustav e Otto Amlingmeyer. La loro famiglia, originaria del Kansas, è stata decimata da una serie di disgrazie, per questo i due hanno iniziato a vagabondare in lungo e in largo negli Stati Uniti per cercare lavoro.

Dati i loro capelli rossi, gli Amlingmeyer sono stati soprannominati Old Red e Big Red. Old Red è Gustav, il fratello maggiore, analfabeta a causa della povertà, ma grandissimo ammiratore di Sherlock Holmes; Big Red è Otto, il fratello minore, più grosso di stazza, in grado di leggere e di parlare a raffica.

I fratelli McPherson, Tarantola e Uly, assumo gli Amlingmeyer al ranch Dollaro Barrato, un luogo dove gli affari non sembrano andare molto bene. Nel corso di una tempesta accade una disgrazia all’amministratore del ranch e a Old Red viene spontaneo l’istinto di indagare. Istinto che viene solleticato ulteriormente quando un altro uomo viene trovato morto, appena dopo l’arrivo degli inglesi proprietari del ranch Dollaro Barrato. Che si tratti di una coincidenza?

Arrivato a questo punto anche Big Red si deve arrendere: suo fratello Old Red inizia ad investigare, cercando di emulare il suo mito Sherlock Holmes e ostinandosi a chiarire l’intera e ingarbugliata faccenda.

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Mandrie a Great Falls, Montana, 1890 circa (fonte: web)

Siccome Old Red non andava tanto d’accordo con l’alfabeto, mi toccò leggere ‘La lega dei capelli rossi’ a voce alta. E mi piacque pure molto farlo, era davvero un bel racconto. Mio fratello però non si limitò a questo. Lui ci trovò molto di più. Per Old Red ‘La lega dei capelli rossi’ era il Vangelo. Molte persone credono in Dio. Gustav crede in Sherlock Holmes [Steve Hockensmith, Elementare, cowboy]

Steve Hockensmith ha inventato una coppia di investigatori decisamente fuori dal comune: Old Red, colui che crede fermamente nelle teorie scientifiche e dimostrabili di Sherlock Holmes, e suo fratello Big Red, la spalla del detective, come il dottor Watson dell’investigatore inglese.

L’affetto che evidentemente l’autore nutre per Sherlock Holmes è notevole, tanto che, nel romanzo, il detective di Baker Street esiste davvero e spesso i racconti delle sue avventure, narrate dall’abile Watson, compaiono sui giornali americani; racconti che prontamente Big Red legge a suo fratello Old Red.

Il giallo impostato da Hockensmith funziona: i dettagli e gli indizi vengono disseminati nel corso della narrazione e il lettore abile può aspirare a risolvere (quasi) tutto il mistero, arrivando alle conclusioni di Old Red. Scritto con notevole fluidità, narrato in prima persona da Big Red, “Elementare, cowboy” è una storia divertente e spassosa, adatta a chi ama le storie con un mistero da risolvere, che regala qualche ora di spensieratezza.

L’ambientazione western è ricostruita con precisione, nonostante ogni tanto si incontri qualche termine “moderno” nei dialoghi o nelle descrizioni. Siamo nel 1893, l’epoca d’oro della conquista del West sta per tramontare assieme all’Ottocento, ma i nostri personaggi non lo sanno: continuano a comportarsi da fuorilegge anche di fronte a quelli che dovrebbero essere i rappresentati della legge.

Elementare, cowboy” oltre che un giallo divertente, è anche un libro che crea un po’ di nostalgia in chi lo legge, soprattutto chi avrebbe voluto vederlo o viverlo questo pericoloso Far West; e come dicevo qualche riga fa, se non si può viaggiare nel tempo, si può sempre viaggiare attraverso i libri. In questo caso si può fare un tuffo nel buon vecchio West, con tutti i vantaggi di non finire secchi durante una sparatoria a fuoco incrociato.

Sherwood Anderson | Canti del Mid-America

Sherwood Anderson è il padre della letteratura americana moderna e a definirlo come tale è stata Fernanda Pivano. Da parecchio tempo ero curiosa di leggere qualche lavoro di Sherwood Anderson e il primo incontro con questo scrittore è avvenuto leggendo “Canti del Mid-America” (Corrimano edizioni, 80 pagine, 10 €). Leggere i Canti di Sherwood Anderson è stato come partire per un lungo viaggio attraverso tempi e luoghi che non ci sono più.

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Titolo: Canti del Mid-America

L’Autore: Sherwood Anderson nacque a Camden, Ohio, nel 1876. Nel 1908 iniziò a scrivere racconti brevi e bozze per romanzi. Dal 1914 vide pubblicati i primi lavori su una rivista di stampo socialista. La sua opera più celebre, Winesburg, Ohio vide la luce nel 1919 e lo consacrò al successo. Anderson morì di peritonite nel 1941 a Panama. Le sue opere influenzarono Hemingway, Steinback, Scott Fiztgerald, Faulkner e Salinger

Traduzione dall’inglese: Elena Consiglio con la collaborazione di Dario Ricciardo e Francesco Romeo

Editore: Corrimano edizioni

Il mio consiglio: leggere Canti del Mid-America è farsi cullare dalle parole, profonde ed evocative, di uno scrittore magistrale, un uomo che ha saputo descrivere luoghi, tempi, persone ed emozioni con una capacità rara: quella di trasportarci lontano e farci sognare

Canti affiorano sulle mie labbra ogni ora. Getterò i miei canti ai venti del mondo. Come un soffio, un bacio, una carezza, i miei canti verranno [Canti del Mid-America, Sherwood Anderson]

Questa raccolta di Sherwood Anderson è la prima opera che leggo di quest’autore americano. Quelle che all’apparenza sembrano poesie o semplici componimenti poetici, sono in realtà dei veri e propri canti con tanto di versi che ritornano ciclicamente, come un ritornello o un salmo religioso.

La vita di Sherwood Anderson non è stata delle più semplici: nato nel 1876 da una famiglia modesta, a soli quattordici anno ha dovuto lasciare la scuola per andare a lavorare e sostenere economicamente i genitori e fratelli. M’immagino Anderson, così giovane, che lascia la sua cittadina Camden, Ohio, per andare a Chicago, nell’Illinois.

Camden: un paese circondato da lussureggianti campi di mais, cieli infiniti, tempeste perfette, strade dritte che tagliano le piantagioni e grandi spazi per sentirsi se stessi. Un ragazzo legato alle sue origini, tanto che l’immagine dei campi di granturco torna spesso nei ritornelli dei canti; un ragazzo buttato a Chicago, città industriale, tentacolare, dove il grigio del cemento dei palazzi e l’asfalto nero delle strade ha distrutto quello che un tempo erano campi sterminati, come quelli dell’Ohio.

Dal luogo dei campi di granturco andai in posti nuovi. Andai nella città. Come risero gli uomini e misero le loro mani nelle mie! (…) Sono dell’Ovest, l’esteso Ovest dei tramonti. Sono degli estesi campi dove cresce il granturco. Il sudore delle mele è in me. Sono l’inizio delle cose e la fine delle cose. [Canti del Mid-America, Sherwood Anderson]

Ci sono canti e canzoni per ogni cosa: per il granturco, per l’America industriale, per il mattino, il coraggio, la primavera, i perduti, Manhattan, i soldati, la risata. Nella prefazione scritta da Anderson stesso, egli ricorda come la canzone o il canto sia una trasmissione orale molto antica: prima che gli uomini iniziassero a scrivere, le storie o le epiche gesta venivano trasmesse a voce, dai vecchi ai giovani, e questa figura era appunto il cantore.

Le immagini e le suggestioni contenute nei canti di Anderson non sono immediatamente comprensibili: spesso bisogna leggere un paio di volte il componimento, perché pur essendo stilisticamente asciutte, quelle immagini che si generano hanno molto da dire. Il ritornello che spesso si incontra nel canto o nella canzone, ricorda molto i salmi religiosi e leggendo tra le righe si ritrova spesso spiritualità nelle parole di Anderson e torna spesso anche Dio. Nella poetica c’è la voglia di tornare alla vera vocazione del Mid-America: prima di un mondo troppo industrializzato, vuoto, sterile, dove le persone non sono altro che esseri il cui unico scopo è essere sfruttati, produrre e far guadagnare gli altri.

Da tutto il Mid-America una preghiera, / A dei più nuovi, più coraggiosi, ad albe e giorni, / A una vera e più pulita, più coraggiosa vita noi veniamo. / Levate un canto, / Miei uomini sudati, / Levate un canto. [Canti del Mid-America, Sherwood Anderson]

Immagini struggenti, parole intense ed evocative: Sherwood Anderson è gravido di canti e di sogni, deciso a trasmetterci attraverso i canti tutta la bellezza dei luoghi che necessariamente cambiano, mutano, meglio o peggio questo lo decideremo noi, noi che verremo dopo e forse ci guarderemo indietro con forte nostalgia.

Sono gravido di canti (…) Canterò e li terrò nascosti. Li strapperò e getterò i pezzi per la strada. Le strade della mia città sono piene di nascondigli oscuri. Nasconderò i miei canti nelle buche delle strade.

[…]

Tutta la gente del mio tempo era stretta in catene. Aveva dimenticato i campi estesi e il granturco dritto. Aveva dimenticato i venti dell’Ovest.

La mia gente si era raggruppata nelle città. Ormai usavano le parole in modo frenetico. Le parole li avevano soffocati. Non potevano respirare.

[…]

Rinnoverò nella mia gente il culto degli dei. Istituirò un re innanzi a loro. Un re sorgerà di fronte alla mia gente. Il vaso sacro sarà riempito con l’olio dolce del granturco. [Canti del Mid-America, Sherwood Anderson]