Marilynne Robinson | Gilead

Ammesso che tu abbia qualche ricordo di me, mi capirai meglio grazie a quello che ti sto raccontando. Se potessi guardarmi con gli occhi di un uomo fatto anziché con quelli di un bambino, noteresti senz’altro in me un che di crepuscolare. Mentre leggi queste pagine, spero tu capisca che quando parlo della lunga notte che precedette questi miei giorni di felicità, più che la sofferenza e la solitudine ricordo la pace e il conforto: sofferenza, certo, ma mai senza conforto; e solitudine, ma mai senza pace [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Gilead” di Marilynne Robinson (trad. Eva Kampmann, Einaudi, 257 pagine, 12 €), scritto nel 2004 e vincitore del Pulizer Prize of Fiction 2005, è il primo volume di una trilogia incentrata sugli abitanti di Gilead, immaginaria cittadina rurale del Midwest americano. “Gilead” si svolge nel 1957 ed è incentrato sulla figura del reverendo John Ames, la voce narrante.

Il reverendo John Ames ha quasi settantasette anni e sente di essere prossimo alla morte. Sapendo che non avrà la possibilità di veder crescere suo figlio, decide di scrivergli una lettera diario.

Nella lettera s’intrecciano personaggi, luoghi ed episodi che riaffiorano dai ricordi del reverendo Ames. Storie che si legano l’una con l’altra, come i rami nodosi di una vecchia quercia, e che vanno a comporre un preciso ritratto di Ames, dai suoi sentimenti alle sue paure, dai suoi dubbi alla sua umiltà.

Quando ero piccolo, la gente credeva che fossi più grande e spesso pretendeva da me di più – più buonsenso, di solito – di quanto fossi in gredo di tirar fuori all’epoca. Divenni molto bravo a fingere di capire, un’abilità che mi è servita ad andare avanti nella vita. Ti dico questo perché coglio che tu ti renda conto che sono tutt’altro che un santo (…) Godo di molto più rispetto di quanto non meriti [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Parla della sua famiglia originaria del Maine ma vissuta in Kansas, di sé stesso, del suo rapporto con la religione e il sacerdozio, delle rare amicizie, dell’amore che prova per la moglie e per il figlio, il tutto descritto con struggente sentimento e commozione. Ciò che il reverendo John Ames ha vissuto è stato filtrato attraverso i suoi occhi e il suo cuore di pastore di anime, è un uomo che ha sempre rispettato il prossimo, che ha perdonato chi ha sbagliato e che si è privato dei suoi magri guadagni per aiutare chi era in difficoltà.

Andrew Wyeth (1943)

Il reverendo Ames descrive suo nonno, John Ames a sua volta sacerdote, un uomo dai modi coloriti che sosteneva i Free Soiler ad affermare il diritto al voto schierandosi come antischiavista, dichiarandosi a favore della guerra per liberare gli schiavi, e richiamava i fedeli in chiesa sparando un colpo di pistola in aria. Scrive di suo padre, John Ames anch’esso uomo di religione, pacifista convinto e spesso in conflitto con il padre, eppure sempre pronto al perdono, tanto da scendere in Kansas con il figlio adolescente per cercare la tomba di suo padre John Ames: durante gli ultimi anni della sua vita, il vecchio Ames era tornato in Kansas a predicare e da laggiù non era mai tornato.

Mio padre nacque in Kansas, come me, perché il vecchio si era spinto fin laggiù dal Maine col solo scopo di aiutare i Free Soiler ad affermare il diritto al voto, in quanto si doveva votare sulla costituzione che avrebbe deciso se il Kansas sarebbe entrato a far parte dell’Unione degli Stati Uniti come stato schiavista o antischiavista (…) ovviamente, molti abitanti del Missouri che volevano annettere il Kansas al Sud fecero la stessa cosa. Perciò, per un certo periodo la situazione fu completamente fuori controllo. Un’esperienza da dimenticare, diceva mio padre. Non gli piaceva sentir accennare a quei tempi, e questo fatto fu causa di rancori tra lui e il genitore [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Descrive la sua gioventù spensierata con le marachelle combinate con l’amico Robert Boughton, l’ammirazione smisurata per il fratello maggiore Edward, uomo con teorie e idee contrapposte a quelle del padre; racconta della piccola Louise, una bambina con le trecce che da adulta diventerà sua moglie, ma disgraziatamente perirà in seguito al parto di Rebecca, la loro sfortunata primogenita.

Il reverendo Ames descrive gli anni solitari dopo essere diventato vedovo, le serate infinite, le pie donne di Gilead sempre pronte a fargli trovare un pasto caldo; dopo le bravate giovanili, anche Boughton è diventato un sacerdote e nella lettera diario vengono riportate molte costruttive discussioni a sfondo religioso con l’amico sacerdote Boughton. Intere pagine vengono riservate al rapporto tra il sacerdote Boughton e suo figlio, John Ames “Jack” Boughton, pecora nera della famiglia Boughton e figlioccio del reverendo John Ames.

Uno dei personaggi più interessanti, benché sia il più silenzioso ed elusivo, è Lila, la giovane moglie del reverendo Ames, descritta con una delicatezza incredibile. Nella lettera, il reverendo Ames usa solo parole commoventi per raccontare l’attimo in cui ha conosciuto la donna che sarebbe diventata la sua seconda moglie, incontrata nel 1947, durante una funzione. Il reverendo è immediatamente attratto da Lila, egli capisce che quella donna rappresenta qualcosa di unico e la avvicina, invitandola al circolo biblico.

Pian piano la donna si avvicina alla religione, impara a vivere assieme alle persone e diventa una voracissima lettrice. Lila ha un passato turbolento, del quale il reverendo non scrive molto. Durante una lumiosa giornata, mentre sono in giardino, la donna propone al reverendo di sposarla.

Cominciò a venire a casa mia insieme ad alcune delle altre donne per prendere le tende da lavare, o sbrinare la ghiacciaia. E poi cominciò a venire da sola per prendersi cura del giardino. Lo fece diventare bellissimo e rigoglioso. E una sera, quando la trovai là, vicino alle splendide rose, le chiesi: – Come potrò sdebitarmi di tutto questo? E lei mi rispose: – Dovrebbe sposarmi – . E lo feci. [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Andrew Wyeth (1963)

Ma la gioia più grande per il reverendo Ames è la nascita del figlio. È ormai anziano, Ames, ha quasi sett’anni quando diventa padre: è felice ma allo stesso tempo la paura di morire prima che al piccolo restino ricordi di lui. Nel descrivere i momenti della loro vita quoditiana, si percepisce un amore fortissimo e straordinario, un sentimento profondo, autentico, emozionante.

Tu e tua madre eravate seduti sul dondolo, avvolti in una trapunta. Lei ha detto: – Forse questa è l’ultima serata mite -. Mi ha fatto posto al suo fianco, mi ha sistemato la trapunta sulle ginocchia e ha appoggiato la testa sulla mia spalla (…) E così siamo rimasti seduti al buio per un po’, tu più o meno addormentato mentre tua madre ti carezzava i capelli [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Per il figlio, il reverendo Ames è disposto a tutto, anche a giocare con lui nonostante gli accacchi dell’età e mentre lo tiene in braccio prega per il suo futuro, per lui augura solo il meglio. Non ci sarà, accanto a lui, gli anni che li dividono sono troppi e il tempo scorre fin troppo in fretta; ma il reverendo prega affinché il figlio diventi un uomo intelligente, buono e misericordioso.

Pregherò per tu diventi un uomo coraggioso in un paese coraggioso. Pregherò perché tu trovi un modo per renderti utile [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Come avrete intuito dalla mia recensione, “Gilead” è un romanzo che mi è piaciuto moltissimo, che mi ha emozionata, commossa e colpita. Le vicissitudini dei pochi personaggi legati alla cittadina di Gilead sono filtrate dagli occhi e dai sentimenti del reverendo Ames, che restituisce al lettore un ritratto unico di alcuni abitanti della cittadina del Midwest degli anni Cinquanta. Lo stile di Marilynne Robinson è coinvolgente, studiato nei minimi dettagli, ogni parola usata è calibrata, nulla è lasciato al caso o allo sproposito. I personaggi, pochi appunto, sono caratterizzati con un dettaglio incredibile e vengono indagati in profondità, presentati con le loro paure e sicurezze, certezze e debolezze.

Solo un personaggio è evanescente, pur raccontandone le gesta. È il figlio di Amese e Lila, il bambino di sette anni che rappresenta la gioia del padre, ma non viene descritto in quanto bambino, bensì immaginato dall’anziano padre quando sarà un vecchio.

(…) quando sarai vecchio come me, forse ti verrà in mente di scrivere una sorta di resoconto personale, come sto facendo io (…) Perché mi piace pensarti vecchio? Quella prima fitta dell’artrite nel tuo ginocchio la immagino con tutta la tenerezza di quando mi ha mostrato il tuo dente dondolante. Sii assiduo con le tue preghiere, vecchio mio [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Eppure, benché possa sembrare che “Gilead” parli di morte – da quella del nonno a quella repentina della voce narrante – io in questo romanzo ho trovato la vita e la speranza, tanta speranza, la fiducia nel futuro e la certezza che tutti possiamo cambiare in meglio.

Andrew Wyeth (1998)

La vita del figlio che continuerà e che un giorno diventerà adulto; la speranza e la fiducia in un futuro radioso per tutti; e la certezza che se si vuole, se si lavora duramente, si può cambiare. Potrà cambiare Jack Bougthon come è cambiata Lila quando ha incontrato il reverendo Ames. Ma questo lo scoprirò solo ritornando a Gilead, ritornando a casa.

Titolo: Gilead
L’Autrice: Marilynne Robinson
Traduzione dall’inglese: Eva Kampamann
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché Gilead è come una trapunta calda quando a settembre iniziano le prime serate fredde. Perché racconta un’America rurale che esiste solo più nei ricordi, o nelle lettere polverose che si disfano se le si legge. Perché il reverendo Ames, col suo gran cuore, è uno dei personaggi più belli e meglio riusciti incontrati nei tanti romanzi americani che ho letto.

(© Riproduzione riservata)

 

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Lauren Groff | Arcadia

Tu sei nato nella Carovana, dice Abe a bassa voce, quanto eravamo ancora un manipolo di groupie che seguiva Handy nei suoi giri (…) Eravamo due dozzine, al massimo. Andavamo ai concerti, restavamo per le riunioni che si tenevano dopo. Ovunque andassimo, incontravamo comuni, alcune lavoravano, altre no. A forza di vedere iurte, cupole geodetiche, capanne sudatorie e case occupate nei ghetti, cominciammo a pensare che anche se tutti stavano facendo cose simili, noi volevamo fare qualcosa di diverso dagli altri. Qualcosa di pur. Volevamo vivere con la terra, non su di essa (…) Volevamo che il nostro amore fosse un faro col quale illuminare il mondo [Arcadia, Lauren Groff, trad. T. Pincio]

Briciola è un bambino minuscolo come un bruscolino, primo nato di quella che diventerà la comune di Arcadia. Abe e Hannah, i genitori di Briciola, sono due giovani che sentono di doversi allontanare dal mondo, quel mondo fatto solo di falsità, inganni e guerre, per unirsi alla carovana di Handy, un uomo mosso dalla voglia di creare una comune unica nel suo genere, Arcadia appunto.

Dopo aver girovagato attraverso gli Stati Uniti, nel 1968 gli arcadi trovano posto nello stato del New York. Qui parcheggiano i pullmini, il Pink Piper e i caravan, finalmente si fermano per creare Arcadia. Briciola è piccolissimo e di quel periodo ricorda la fame, le difficoltà, il freddo e soprattutto la depressione invernale della mamma. I primi anni di Arcadia sono difficili: inventarsi un mondo nuovo non è facile. Nell’ideale mondo di Arcadia nessun animale viene sfruttato – gli arcadi sono vegan; se vai a letto con una donna diventi suo marito e puoi avere più di un coniuge; qui circolano liberamente droghe leggere e pesanti; puoi sentirti libero ma devi lavorare per il bene della comune.

Col tempo Arcadia cresce, vengono realizzati dei fabbricati fissi e abbandonati quelli mobili; quando Casa Arcadia viene inaugurata e la voce si sparge per tutto lo stato e oltre. Sono molti i giovani che arrivano a popolare Arcadia, attratti principalmente dalla libertà sessuale e dalla possibilità di assumere droghe.

Anche Briciola, nel frattempo, cresce e dimostra giorno dopo giorno una sensibilità fuori dal comune. Briciola si rende conto che Arcadia è un sogno che non potrà vivere a lungo, ma Arcadia è il suo guscio perché Briciola non è mai uscito dalla comune, non ha mai visto il mondo, pur sapendo chi è il Presidente degli Stati Uniti e cosa succede in Vietnam.

Molte cose smettono di funzionare ad Arcadia e iniziano i primi aspri attriti tra gli arcadi. Handy non ha mai lavorato, troppi cappelloni vengono solo per approfittare dell’ospitalità, di soldi i genitori di Briciola non ne hanno mai avuti e la fame è uno spettro sempre presente, specialmente quando il clima di guasta e vanno persi ettari di coltivi.

La fine del sogno degli arcadi è questione di tempo e quando la magia di Arcadia s’infrange, Briciola e i suoi genitori lasciano la comune e, spaventati, decidono di affrontare il mondo. Scelgono di andare a  New York, sono gli anni Ottanta, molte cose sono cambiate dal 1968, l’anno in cui Abe e Hannah sono entrati nella comune; per Briciola, invece, sarà una dura prova scoprire cosa c’è nel mondo al di fuori di Arcadia.

Sorge il sole. Con la luce del giorno vede spuntare nel finestrino il riflesso del suo viso. Scorge così poco in quell’immagine: una bella frangia di capelli dorati, il collo lercio di una maglietta. Un po’ di fragile e pallida carne sopra ossa appuntite e occhi così grandi, in quel suo viso, che minacciano di inghiottire il mondo che sfila in un vortice di apparizioni fugaci, quello stesso mondo che minaccia di inghiottirli [Arcadia, Lauren Groff, trad. T. Pincio]

The Arcadian Pastoral State, Thomas Cole (1834)

Arcadia” di Lauren Groff (trad. Tommaso Pincio, 371 pagine, 16.90 €) è un libro molto bello, delicato, tenero e crudele allo stesso tempo, scritto e tradotto in modo eccellente. Suddiviso in quattro parti racconta la storia di Briciola e della comune Arcadia dagli anni Sessanta al 2018, ovvero dagli anni luminosi dei sogni degli hippies ad un futuro alquanto apocalittico dove un’epidemia di influenza polmonare si abbatte sulla popolazione di una Terra sovrasfruttata.

La bellezza del romanzo “Arcadia” risiede nelle stupende descrizioni di luoghi e sentimenti che Lauren Groff dipinge con notevole maestria e nelle riflessioni che necessariamente scaturiscono da un simile testo. Realizzare una comune perfetta e autonoma è un’utopia: è impossibile, o quasi, pensare di allontanarsi dal mondo per inventare a tutti gli effetti un mondo nuovo; lo era negli anni Sessanta e lo sarebbe ancora oggi. Arcadia è come un essere che si evolve, che cresce, che muta e durante la sua evoluzione riflette drammaticamente la società dalla quale gli arcadi fuggivano.

Handy, il capo, è il primo dei fannulloni che rifugge il duro lavoro sin dall’inzio di Arcadia. Un copione che si osserva spesso nelle istituzioni, dove chi è a capo di qualcosa è sempre colui che lavora meno degli altri. Con il passare del tempo, Arcadia vede aumentare la propria popolazione: è quello l’inizio della fine. Troppe persone da sfamare e da sistemare: in Casa Arcadia, la struttura fissa e riscaldata, non c’è posto, per cui gli ultimi arrivati vengono alloggiati nelle carovane mobili. Iniziano le proteste: perché i primi arcadi possono stare a Casa Arcadia e gli altri nelle gelide roulotte? Come nella nostra società: i primi e i più furbi meglio alloggiano, agli altri restano le briciole.

Inoltre, gli abitanti di Arcadia hanno spesso patito la fame: è molto difficile impostare un’economia basata su agricoltura e autoproduzione, vegana per di più, le fatiche sono alte e il risultato scarso.

Le droghe, il sesso libero e la troppa libertà sono stati tre elementi che hanno causato la rovina di Arcadia; troppa libertà, si sa, nuoce a chi non la sfrutta usando la testa e la consapevolezza. Per questo Arcadia muore lentamente: la gente se ne va, per via della fame, per via della polizia sempre più presente con i controlli antidroga; così anche Briciola e la sua famiglia vanno via: per Briciola sarà uno shock essere buttato nel mondo fuori Arcadia.

Arcadia è un guscio protettivo, quasi un grembo materno, ad Arcadia il piccolo Briciola è legato con un cordone ombelicale. Reciderlo gli causa paure, terrore e grande infelicità. Il mondo fuori è terribile e lui lo sa già prima di uscire da Arcadia, ma lo affronta e non saranno poche le difficoltà che di nuovo troverà sul suo cammino.

Lauren Groff è stata eccezionale nel descrivere la crescita formativa di Briciola: seguiamo la sua vita dalla nascita nel caravan sino all’età adulta, quando è padre a sua volta di Grete e lavora come fotografo a New York. “Arcadia” è anche un perfetto romanzo di formazione, che segue tappa per tappa la crescita e la maturazione del piccolo Briciola. Cambia anche stile narrativo la Groff, man mano che Briciola cresce si alza la nebbia posata ridosso gli eventi e i personaggi che circondano il piccolo e diventa via via più chiaro, dagli aspetti negativi a quelli positivi.

In questa recensione mi sono volutamente concentrata sulle riflessioni scaturite dalle prime due parti del romanzo perché sono quelle più belle e più ricche; nella terza e nella quarta parte Briciola affronta il mondo reale, con le sue difficoltà, affronta tre drammi famigliari ma accanto avrà Grete, una figlia straordinaria avuta dall’amore della sua vita, Helle la figlia ribelle di Handy. Le parti terza e quarta più che riflessive sono descrittive, la Groff racconta cosa succede ai personaggi una volta usciti da Arcadia, drammi ed eventi che il lettore vuole conoscere, soprattutto se come me si è affezionato a Briciola, Abe e Hannah.

“Arcadia” è un ottimo romanzo, ben riuscito, che consiglio a chi ama la letteratura americana e a chi ha voglia di leggere un libro che porta a riflettere: Arcadia non è solo una comune degli anni Sessanta fondata da un manipolo di hippies un po’ sballati, Arcadia siamo anche noi e nel romanzo della Groff spesso mi ci sono ritrovata.

Titolo: Arcadia
L’Autrice: Lauren Groff
Traduzione dall’inglese: Tommaso Pincio
Editore: Codice edizioni
Perché leggerlo: per chi ama la letteratura americana e per chi ha voglia di leggere un libro che porta a riflettere: Arcadia non è solo una comune degli anni Sessanta fondata da hippies sballati, Arcadia siamo anche noi
Suggerimento musicale: From Yesterday, Thirdy Seconds To Mars (2006)

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Tom Drury | La fine dei vandalismi

Fecero una passeggiata tra i boschi fino a un dirupo presso il grande lago. “Non sapevo che ci fossero posti del genere” disse Louise. Il vento soffiava loro in faccia e tra i capelli, e quella sera a Dan venne il mal d’orecchio. Il giorno dopo aveva più di trentotto di febbre, perciò andarono da un medico dell’isola, che disse a Dan di mettersi della senape nell’orecchio. Louise e Dan, allora, presero un traghetto per tornare sulla terraferma, comprarono degli antibiotici a Escanaba e tornarono a casa (…) Erano le undici e un quarto di una mattina limpidissima quando furono di ritorno a Grafton. Gli allibratori clandestini avevano lasciato la zona e, nel luogo in cui un tempo si trovava la casa mobile di Dan, la soia cresceva a file ricurve [Tom Drury, La fine dei vandalismi, trad. G. Pannofino]

Lo sceriffo Dan Norman si innamora di Louise Darling, sposata con Charles ‘Tiny’ Darling, durante l’iniziativa per la raccolta di sangue alla stazione dei pompieri di Grafton. Louise è una fotografa che lavora presso uno studio a Grafton, mentre Tiny è un uomo che si aggiusta facendo più danni che lavori onesti.

Mary Monrose, la madre di Louise, ama Hans Cook, un uomo che cura i dolori alla cervicale con l’LSD; Mary è una donna molto severa che al consiglio comunale durante la discussione riguardante il cane mordace di Alvin propone delle soluzioni drastiche. Ma è anche una madre che qualche volta fa emergere un lato gentile verso la figlia Louise, al contrario della fredda madre di Tiny.

Il giovane Albert Robeshaw, ultimogenito del vecchio Robeshaw, si innamora perdutamente di Lu Chiang, una studentessa orginaria di Taiwan in America per uno scambio culturale temporaneo (anche se, in realtà, la famiglia che la ospita le assegna il compito di tenere in ordine il pollaio e curare le galline).

Quando Louise chiede il divorzio a Tiny, Dan Norman dichiara il suo amore per Louise e le chiede di andare a vivere con lui. Alla festa contro i vandalismi, Tiny arriva su di giri e vedendo Dan abbracciare teneramente Louise, distrugge il monumento contro gli atti vandalici realizzato dagli studenti di miss Thorsen e corre a rifugiarsi dal fratellastro Jerry, decidendo poi di andare a vedere il Gran Canyon e di cercare fortuna sugli altopiani del Colorado.

“Cos’è che stavi scrivendo?” disse Dan mentre uscivano, e lei gli porse un foglietto su cui aveva scritto, quattro volte: Dimostrami amore. “Lo farò” disse lui. [Tom Drury, La fine dei vandalismi, trad. G. Pannofino]

La vita scorre lenta nei paesi della contea di Grouse County; le stagioni si susseguono: le piogge di aprile danno spazio alle torride estati, le quali introducono tiepidi autunni che scivolano in nevosi e gelidi inverni. Albert e i suoi amici commettono buffi atti per attirare l’attenzione degli adulti; una donna abbandona un neonato in un carrello di un supermercato; Tiny torna a Grouse County per spiare la vita di Louise; Joan Grower cerca di instillare la religione nel cuore delle persone; Johnny Withe sfida Dan Norman alle elezioni per la carica di sceriffo della contea.

A Dan sembrava di averla sposata senza conoscerla, di non averla conosciuta neanche dopo e forse di essere destinato a non conoscerla mai, ma quelle cose sparse avevano su di lui una specie di potere magico. [Tom Drury, La fine dei vandalismi, trad. G. Pannofino]

La fine dei vandalismi” di Tom Drury (trad. G. Pannofino, NN Editore, 384 pagine, 19 €) è romanzo composto dalle tante fotografie delle vite di chi abita nei piccoli paesini sparsi in un immaginario, ma realistico, Midwest americano dalla fine degli anni Ottanta ai primi anni Novanta, Grouse County.

Primo di una trilogia, “La fine dei vandalismi” è privo di una trama vera e propria, ma le fotografie letterarie che Drury scatta ai personaggi della contea di Grouse County sono nitide e precise, e le vicende si compenetrano mentre gli abitanti di Grafton, uno dei paesini della contea, interagiscono tra loro.

Usando uno stile coinvolgente e talvolta divertente e scanzonato, Tom Drury riesce a descrivere con grande sensibilità anche episodi drammatici e con molta tenerezza l’amore che Dan prova per Louise e quello (impossibile) che Albert prova per Lu Chiang.

La fine dei vandalismi” introduce il lettore a Grouse County ed è un libro da assaporare lentamente per seguire vicente, storie e sviluppi degli abitanti di Grafton e dintorni, sullo sfondo dell’incessante trascorrere del tempo e dell’alternarsi delle stagioni. Un romanzo bello, poetico, struggente e a tratti drammatico, che mette in scena la vita nelle sue mille sfaccettature.

Titolo: La fine dei vandalismi
L’Autore: Tom Drury
Traduzione dall’inglese: Gianni Pannofino
Editore: NN editore
Perché leggerlo: perché “La fine dei vandalismi” è un romanzo bello, poetico, struggente e a tratti drammatico, che mette in scena la vita nelle sue mille sfaccettature

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Michael Harvey | Brighton

Kevin uscì dall’area di battuta e fissò i fantasmi che aleggiavano sull’infield vuoto. Crescere a Brighton significava essere legati al passato. Alcuni di questi legami ti lasciavano poco spazio, erano un circolo vizioso e autodistruttivo, che preva le misure di chiunque ci si imbattesse. Altri legami erano più labili e indistinti, e finivano per coinvolgere i nuovi amici e la famiglia, il denaro, il potere, anche l’infamia. Ma tutti avevano come fulcro quel posto. Un posto tentacolare, che ti afferrava nella sua morsa. Un luogo di buio e di luce [Michael Harvey, Brighton, trad. N. Manuppelli]

Kevin Pearce, vecchia promessa del baseball, è un reporter investigativo che ha conquistato il prestigioso premio Pulizer per un’inchiesta sull’omicidio di Rosie Tallent avvenuto a Brighton, del quale era stato accusato un uomo di colore dimostratosi poi innocente.

Kevin conosce bene Brighton, un sobborgo di Boston, perché è il luogo in cui è cresciuto e dove, nel 1975, aveva assistito a due omicidi piuttosto violenti. L’uno aveva coinvolto una persona molto vicina a Kevin, il secondo aveva coinvolto il suo presunto assassino, un nero di nome Curtis Jordan; Kevin dopo quell’episodio aveva lasciato Brighton per entrare in una scuola prestigiosa e per allontanarsi dalla violenza.

Dopo aver ricevuto la notizia del premio Pulizer, Kevin Pearce torna a Brighton per comunicarlo alla vedova dell’uomo accusato ingiustamente dell’omicidio della Tallent, ma una volta ritornato a Brighton i fantasmi del suo passato iniziano nuovamente a tormentarlo.

Brighton è un luogo che non si può scordare ed è ancora molto, molto violento e razzista nei confronti dei neri. Kevin incontra sua sorella Bridget e i suoi vecchi amici Bobby e Finn. Tutti coloro che sono rimasti a Brighton sono caduti nella spirale della violenza, tutti vogliono fare soldi in fretta e in modo semplice; nessuno lavora onestamente, nessuno va in giro disarmato, nessuno si fa scrupoli se bisogna pestare qualcuno o se c’è da regolare un conto in sospeso.

L’omicidio di una poliziotta sotto copertura, Sandra Patterson, collegato alla morte di un’altra donna di nome Chrissy McNabb, impegnano Lisa, la compagna di Kevin, e il giornalista stesso che inizia ad indagare. Le morti della Patterson e della McNabb sono simili a quelle di Rosie Tallent e della persona vicina a Kevin uccisa nel 1975. Persino l’arma parebbe la stessa, come la modalità di uccisione: quindi queste persone sono state uccise tutte dalla stessa mano?

Negli anni Settanta, non c’era modo di confonderla. Rumorosa, nera, povera e maleodorante. Piena di droga e disperazione. Straccioni e vagabondi fermi agli angoli della strada che vendevano coca a dieci centesimi a bustina; mamme adolescenti sedute in veranda nel tardo pomeriggio a guardare i figli e attendere che il peggio passasse; vecchi uomini neri che giocavano rapide partite a scacchi bevendo birra doppio malto chiusa in sacchetti di carta; fratelli che guidavano auto superaccessoriate a dieci miglia all’ora giù per le strade, con le mani sul volante nella miglior posa da teppisti. Questa era Fidelis. La vita [Michael Harvey, Brighton, trad. N. Manuppelli]

“Brighton” di Michael Harvey (trad. N. Manuppelli, Nutrimenti editore, 365 pagine, 19 €) è un romanzo che contiene tutte le caratteristiche necessarie per essere classificato come thriller impostato come un classico cold case. Un uomo piuttosto pacato e tranquillo come Kevin Pearce – affermato reporter vincitore del premio Pulizer – torna a Brighton dopo molto tempo e scopre che tutto è rimasto come ricordava e che i suoi vecchi amici – e persino sua sorella – sono diventati dei criminali, uomini e donne senza nessuno scrupolo, cresciuti nella violenza, imbebiti di violenza, che non conoscono null’altro che violenza.

Harvey cattura l’attenzione del lettore grazie al vecchio caso d’omicidio, quello del 1975 ai danni della persona vicina a Kevin (continuo a scrivere così per non rivelarvi l’identità di questa persona: rovinerei il gusto della lettura), che forse non è stato realmente commesso dall’uomo accusato e giustiziato, il nero Curtis Jordan; e chi ha ucciso la persona vicina a Kevin molto probabilmente ha ucciso di nuovo, e col tempo è diventato sempre più abile e preciso.

“Brighton” inizia nel 1975 con uno stile molto avvincente che tiene incollato il lettore alle pagine; prosegue con una parte centrale più lenta e spenta, dove vengono introdotti molti personaggi legati specialmente alla malavita di Boston e dintorni, e si chiude con una terza parte ricca di suspance dove in ogni secondo si ha la sensazione che accadrà qualcosa di brutto e dove, infine, viene risolto il caso da Kevin Pearce grazie all’aiuto dell’amico Bobby.

È un buon libro onesto nel senso che il lettore può arrivare alle stesse conclusioni di Kevin Pearce. È scritto bene benché sia poco coinvolgente nella parte centrale (dove però vengono forniti dettagli importanti per la risoluzione del caso) e ogni personaggio alla fine incontra il suo destino, mentre ogni evento trova la sua spiegazione.

Brighton” di Michael Harvey è un romanzo che consiglierei di mettere in valigia tra le letture estive agli amanti del genere thriller.

Titolo: Brighton
L’Autore: Michael Harvey
Traduzione dall’inglese: Nicola Manuppelli
Editore: Nutrimenti
Perché leggerlo: perché è un buon thriller, onesto e scrito bene, dove ogni personaggio alla fine incontra il giusto destino, buono e cattivo che sia

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Mary Miller | Happy hour

È preoccupato che un giorno non la amerà più. Adesso la ama molto e questo lo spaventa, perché potrebbe non durare. Forse entrambi dovrebbero trovarsi qualcun altro da amare di meno. O forse, semplicemente, lei non è la ragazza che lui credeva, quella che desiderava che fosse. L’ha deluso. E deludendolo ha deluso se stessa, e non riesce a fare altro che deluderlo perché lei stessa è delusa di averlo deluso e via discorrendo. Va tutto bene, gli aveva detto quella notte, accarezzandogli i capelli e stringendogli il braccio. Siamo felici, l’aveva rassicurato. Nessuna tempesta in vista [Mary Miller, dal racconto Istruzioni, trad. S. Reggiani]

Sin dalla sua uscita, sono stata incuriosita dalla raccolta di racconti “Happy hour” di Mary Miller (trad. Sara Reggiani, Edizioni Black Coffee, 259 pagine, 15 €). Lette presentazione e un’intervista di approfondimento a cura della casa editrice stessa, nonché qualche recensione pubblicata a ridosso dell’uscita del volume, ho iniziato a leggere “Happy hourcon un misto di curiosità e angoscia.

Dall’idea che mi ero fatta del contenuto dei racconti immaginavo che le voci protagoniste dei sedici racconti appartenessero ad un mondo troppo distante dal mio per essere apprezzate a pieno, invece sono riuscita ad apprezzarli perché mi hanno fatta riflettere, e talvolta mentre leggevo mi sono fermata a pensare che alcune loro debolezze e fragilità, in passato, le ho provate anche io.

Vorrebbe un’amica accanto, ma ultimamente sembrano tutte scomparse o hanno troppo da fare, o forse è lei a esserersi accorta solo adesso di preferire di gran lunga le loro vite alla sua, perciò fa fatica a starci insieme [Mary Miller, dal racconto Orsetto, trad. S. Reggiani]

Primo, le donne di Mary Miller non vogliono essere chiamate donne e una di loro lo ribadisce chiaramente nel racconto “Sporca”: Non sopporto di essere chiamata donna. Sono una ragazza. Lo sarò sempre. Questa prima precisazione è necessaria per presentare le sedici voci che introducono il lettore in questo vortice di storie.

Le ragazze tratteggiate dalla Miller sono originarie del Sud degli Stati Uniti, sono inquiete, ansiose, preoccupate per un futuro che non riescono a costruirsi, o che immaginano ma che sanno perfettamente che non vivranno mai. Osservano le amiche o le altre donne e si rendono conto che non saranno mai come loro, ma forse non vogliono nemmeno esserlo.

Questa non è la mia vita, e non è neppure quella che in teoria dovrei vivere, perciò tanto vale fingere che lo sia. La verità è che più la vivo più questa vita diventa mia, diventa reale, mentre quella che dovrei vivere recede sullo sfondo e un giorno scomparirà per sempre dalla mia vista [Mary Miller, dal racconto Verso l’alto, trad. S. Reggiani]

Galveston, Texas (Photo by Rajiv Perera on Unsplash)

Le ragazze hanno dei mariti o compagni distratti, incapaci di dir loro ‘ti amo‘ o anche solo ‘ti voglio bene‘; alcune ragazze sono già divorziate, altre separate, altre meditano di lasciare il compagno, altre ancora sono insoddisfatte del proprio uomo e si chiedono perché non solo l’hanno sposato ma hanno anche fatto dei figli con lui.

(…) mi ritrovo a chiedermi come abbia fatto a finire con lui e ad averci vissuto insieme per tutti questi anni. Cosa avremo ancora da dirci fra qualche tempo? Non riesco a immaginare un futuro in cui siamo felici. In generale c’è una cosa che non capisco nella vita, e cioè perché nessuno stia mai con la persona che ama davvero [Mary Miller, dal racconto Prima classe, trad. S. Reggiani]

In questo vortice di paure verso il futuro e incertezze riguardo loro stesse, le ragazze dei racconti della Miller sono immobili, incapaci di prendere un decisione e di svoltare la propria vita. Nell’attesa di qualcosa che – forse – non arriverà mai, molte ragazze si stordiscono con droghe o l’alcool che in casa non manca mai, nonostante le difficoltà economiche. Curare una fragilità con una sostanza che rende ancora più fragili è il modo migliore per rischiare un vero e proprio crollo.

Lo capisco anch’io che l’unico modo che abbiamo di cavarcela è restare in mezzo a disabili e ubriaconi, legare le nostre vite alle tristi e inutili esistenze di gente messa peggio di noi [Mary Miller, dal racconto Sporca, trad. S. Reggiani]

La scrittura di Mary Miller è incisiva, asciutta e non di perde in descrizioni o in sbrodolature: è essenziale, ho apprezzato molto il fatto che in una semplice frase la scrittrice americana sia riuscita a condensare situazioni o frustrazioni o pensieri delle protagoniste.

Eppure basterebbero pochi minuti per riassumere quello che c’è stato fra noi [Mary Miller, dal racconto La casa di Main Street, trad. S. Reggiani]

Fun in the pool (Photo by Jesper Stechmann on Unsplash)

Sì, le protagoniste femminili dei racconti di Mary Miller non sono felici, non sono soddisfatte della loro vita, non sono capaci di svoltare, di cambiare la loro vita e di prendere in mano le situazioni che vengono loro offerte; le protagoniste di Mary Miller sono piene di difetti, paure, ansie e incapacità.

Eppure, mi sono piaciute nel loro mettersi a nudo, nel loro confessarsi senza pudore, nella loro presa di coscienza di essere quello che sono, cioè deboli; come mi è piaciuta la scrittura tagliente di Mary Miller, che mi ha letteralmente tenuta incollata ai suoi racconti e ho dovuto dosarne la lettura, per non finirli troppo in fretta e aspettare poi troppo tempo per rileggerla di nuovo.

Lei lo guarda e si sente felice, ma la felicità è una cosa pesante, e ha l’impressione di doverne fare qualcosa [Mary Miller, dal racconto Hamilton pool, trad. S. Reggiani]

Titolo: Happy hour
Autrice: Mary Miller
Traduzione dall’inglese: Sara Reggiani
Editore: Edizioni Black Coffee
Perché leggerlo: perché Mary Miller ha una scrittura tagliente e ipnotica, perché in poche parole condensa vite intere di frustrazioni e paure; perché le protagoniste sono deboli e sanno di esserlo eppure non fanno nulla per migliorarsi. Perché è una lettura che emoziona, nonostante tutto

(© Riproduzione riservata)

AA. VV. | Ombre. Racconti ispirati ai dipinti di Edward Hopper

– Quale pensi che sia la storia? – chiese lei.
– Cosa, la loro? Cosa ti fa credere che ce ne sia una?
– C’è sempre una storia. Dipingere è raccontare. Sai perché si intitola Nighthawks?
– Nel senso di “falchi nella notte”? No, in realtà.
– Be’, che sia notte è ovvio. Ma dài un’occhiata al becco di quello che sta con la donna.
Bosch lo fece. Se ne accorse per la prima volta. Il naso dell’uomo era appuntito e incurvato come quello di un uccello. Un falco nella notte. Ovvero un nottambulo. [Michael Connelly, Nighthawks, trad. L. Briasco, F. Deotto, L. Sacchini]

Una ballerina nuda. Un pierrot triste e una donna dalle gote rosse alle sue spalle. Una ragazza sola in un caffè, con un cappellino. Un uomo che legge il giornale e una donna che, annoiata, pigia un tasto del pianoforte. La vetrina curva del diner più noto d’America, dove un cameriere serve un uomo e una donna che appaiono molto intimi. S’intravede una ragazza ad una finestra. Una ragazza nuda, ad eccezione delle scarpe, guarda fuori dalla finestra. Una giovane donna sola in una stanza attigua ad un cinema affollato. 

Atmosfere cupe, personaggi in costante attesa e nessun volto sorridente. Questi sono gli ingredienti dell’arte di Edward Hopper (1882-1967), uno dei più noti e apprezzati pittori americani del Novecento, acclamati dal pubblico per la sua incredibile capacità di trasmettere l’America – quella che vive nel nostro immaginario – attraverso i suoi quadri; spesso definito come il pittore del silenzio, nelle scene rappresentate da Edward Hopper aleggia un senso di solitudine e di attesa. Hopper disegnava luoghi che non hanno nulla di caratteristico: interni di locali, tavole calde, case, fari, marine, uffici; Hopper riportava su tela scene quoditiane, luoghi raggiungibili da chiunque e soprattutto, senza inventare niente, esaltava la normalità. Osservando i suoi lavori, lo spettatore viene letteralmente catturato e analizzando i personaggi e i paesaggi hopperiani non è difficile che percepisca una storia.

I nottambuli, Edward Hopper (1942) Art Institute of Chicago

I dipinti di Edward Hopper non hanno mai lasciato indifferenti né lettori né scrittori, come Lawrence Block, che ha chiesto ad alcuni autori americani di scegliere un dipinto di Edward Hopper e di scrivere un racconto ad esso ispirato. Il materiale prodotto è stato raccolto da Lawrence Block per andare a comporre l’antologia “Ombre. Dipinti ispirati a Edward Hopper” (trad. L. Briasco, F. Deotto, L. Sacchini, Einaudi, 304 pagine, 18.50 €).

L’antologia è composta da tredici racconti che prendono spunto dal dipinto di Hopper scelto dall’autore. Il racconto inizia con il nome dell’autore, il titolo e una riproduzione del dipinto: quindi, con il quadro in mente, inizia il racconto e il lettore si sente più coinvolto. Si possono immaginare molte storie – partendo da un dipinto come Nighthawks o Sera d’estate – e ancora prima di iniziare a leggere il racconto aleggia la curiosità di scoprire in quale punto dello scritto l’autore sceglierà di descrivere la scena del dipinto; è un po’ come sapere già quale scena succederà, ma senza conoscere i nomi e le azioni dei protagonisti.

I racconti appartengono a generi diversi: prettamente narrativi – “Lo spogliarello“, “La storia di Caroline“, “Soir bleu“, “La donna alla finestra“, “Natura morta 1931“, “Finestre nella notte” e “Autunno, tavola calda” -, noir – “La verità su quanto è successo“, “Nighthawks“, “L’incidente del 10 novembre“, “Il proiezionista” -,  fantastico – “Stanze sul mare” -,  e horrorLa sala della musica“.

La casa aveva altre qualità che Carmen trovava inquietanti. Per esempio il fatto che ogni anno, senza l’intervento di nessuno, guadagnasse una stanza. Se n’erano accorti lo stesso anno che era arrivato Fabius, qualche mese prima che Klaus Ronson si ammalasse di cancro ai polmoni. Calleta non aveva dato peso alla coincidenza. E aveva sempre trovato normale che le stanze comparissero all’improvviso, come sorte dal mare. Il mondo è pieno di fenomeni che sfidano le leggi della fisica, ripeteva, solo che in genere passano inosservati [Nicholas Christopher, Stanze sul mare, trad. L. Briasco, F. Deotto, L. Sacchini]

“Cinema a New York”, Edward Hopper (1939), The Museum of Modern Art, New York

Diversi generi letterari, diversi autori e autrici: la raccolta è eterogenea e alcuni scritti non fanno altro che confermare il genio dello scrittore, altri stupiscono e necessariamente qualcuno delude; confermano i loro genio Stephen King (“La stanza della musica”) e Jeffery Deaver (“L’incidente del 10 novembre”). Avendo letto per la prima volta Lee Child (“La verità su quanto è successo”), Michael Connelly (“Nighthawks”) e Joe R. Landsdale (“Il proiezionista”) mi hanno stupita parecchio.

Tra gli autori che non conoscevo nemmeno di nome, sono rimasta folgorata dai racconti di Jill D. Block (“La storia di Caroline”, l’autrice è la figlia di Lawrence Block, curatore dell’edizione americana), da Nicholas Christopher (“Stanze sul mare”) e da Kris Nelscott (“Natura morta 1931”). Ecco, soprattutto il racconto di Kris Nelscott: ci avrei visto bene un romanzo, uno di quelli da leggere tutto d’un fiato.

A malincuore ammetto che a deludermi è stata l’ultima alla quale avrei pensato, ovvero Joyce Carol Oates: il suo “La donna alla finestra” mi è sembrato isterico, inconcludente e contorto sin dall’inizio.

Un’antologia eterogenea come questa per preziosa principalmente per tre motivi: primo, permette al lettore di scoprire nuovi autori e autrici ed è un modo ambizioso e originale per celebrare un genio dell’arte del Novecento (temevo un po’ l’effetto commerciale, ma per fortuna – quasi- tutti i racconti si sono rivelati all’altezza delle mie aspettative).

Infine, nell’introduzione di Lawrence Block spiega il motivo per cui nel libro c’è la riproduzione di un dipinto in più: i racconti sono tredici, ma avrebbero dovuto essere quattordici. Un autore (o autrice) all’ultimo non ha potuto consegnare il lavoro, ma ormai Block e la sua squadra avevano già acquistato i diritti per riprodurre “Mattina a Cape Cod“, così il curatore, nella prefazione, invita i lettori a mettersi alla prova: quale storia c’è in questa donna vestita di rosso chiaro che si sporge verso la finestra?

Voi che storia ci vedete? Io una la vedo, e chissà se un giorno mi metterò a raccontarvela.

“Mattino a Cape Cod”, Edward Hopper (1950) Smithsonian American Art Museum, Washington

Titolo: Ombre. Racconti ispirati ai dipinti di Edward Hopper
Autori: Megan Abbott, Jill D. Block, Robert O. Butler, Lee Child, Nicholas Christopher, Michael Connelly, Jeffery Deaver, Stephen King, Joe R. Lansdale, Joyce C. Oates, Kris Nelscott, Jonathan Santlofer, Lawence Block
Traduzione: Luca Briasco, Fabio Deotto, Letizia Sacchini
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché è un’antologia di racconti molto belli, appassionanti per chi ama i lavori di Edward Hopper

(© Riproduzione riservata)

Bonnie Nadzam | Lions

La loro era una terra inospitale, troppo dura, polverosa, secca, povera, che non offriva lavoro né prospettive. La cosa davvero stupefacente era che fossero rimasti tutti così a lungo. Per anni, come uccellini che spiccano il volo uno ad uno, gli abitanti di Lions avevano gradualmente abbandonato la città. Poi, quest’estate, se n’erano andati anche i restanti, tranne undici. Nei vecchi negozi di mattoni e nelle case imbiancate le finestre erano state sbarrate o rotte a sassate, occhi ciechi di un mondo che molti anni prima era stato reclamato al prezzo di tanto sangue (…) a Lions la vita non era fatta per essere vissuta. Scivolava tra le dita [Lions, Bonnie Nadzam, trad. L. Taiuti]

È l’estate dei diciassette anni di Leigh e Gordon: la cittadina di Lions brucia sotto il sole spietato che arroventa gli altopiani del Colorado mentre la polvere sollevata dall’impetuoso vento ricopre ogni antica leggenda, ogni vecchio edificio abbandonato.

Leigh lavora nel dinner gestito dalla madre May e dal marito Boyd, scongela e frigge unti hamburger e riscalda caffè scadenti, mettendo da parte ogni centesimo di mancia perché Leigh ha un sogno: abbandonare Lions e frequentare il college. Gordon lavora in officina con John Walker, impara a saldare alla perfezione, a costruire e riparare macchinari agricoli, ma Gordon più che un sogno è convinto di avere un percorso già segnato: il destino degli Walker.

È l’estate dei diciassette anni di Leigh e Gordon quella in cui tutto cambia e l’evento catalizzatore è l’arrivo, a Lions, di uno sconosciuto vestito di nero accompagnato da un’affettuosa cagnolina. Gli Walker sono persone ospitali e danno cibo, abiti e conforto allo sconosciuto giunto dalla statale, ma qualche giorno dopo il passaggio di quest’uomo, John Walker muore all’improvviso.

La morte di John Walker turba Gordon, la moglie Georgianna e la stessa Leigh, per la quale John era come un padre; mentre la vicenda dello sconosciuto si trasforma essa stessa nell’ennesima leggenda che grava su quelle aspre terre polverose, mentre Lions muore giorno dopo giorno divenendo una città fantasma, Leigh è sempre più convinta di portare avanti le sue decisioni, esattamente come Gordon è sempre più convinto di affrontare il destino già segnato per ogni Walker nato in suolo americano.

Dunque la vita era dolce da un lato e amara dall’altro. L’avrebbe abbracciata nella sua totalità, senza condizioni né riserve, e senza desiderare che fosse diversa. Non perché fosse un uomo virtuoso o buono, ma perché era stanco, a mani vuote e non aveva la forza di fare altrimenti. Il mondo pulsava intorno a lui e in esso non c’erano poi troppe cose che, a suo parere, valesse la pena di inseguire [Lions, Bonnie Nadzam, trad. L. Taiuti]

Lions” di Bonnie Nadzam (trad. L. Taiuti, Black Coffee edizioni, 271 pagine, 15 €) è un romanzo di sogni, illusioni, speranze e destini che s’intrecciano tra loro. Lions è una città che muore: avrebbe dovuto essere una delle tante concretizzazioni del sogno americano, ma qualcosa non ha funzionato e le attività a poco a poco hanno chiuso, mentre le persone abbandonavano la città. A Lions vivono solamente vecchie leggende: l’improbabile morte di uno sconosciuto nel 1923, la storia di Lucy Graves, la tragedia della scuola elementare, la Echo Station e la vicenda di Lamar Boggs.

I personaggi protagonisti, Leigh e Gordon, sono caratterizzati molto bene: si amano eppure solo in parte condividono le idee sul futuro; sembrano solo sfiorarsi, senza toccarsi mai. Leigh ha la certezza che abbandonare Lions sia la scelta giusta; Gordon ha dei dubbi sulla capacità di adattarsi in un altro luogo che non sia l’officina del padre o le polverose strade verso gli altipiani.

“Lions” è un romanzo perfetto che mescola emozioni, sentimenti, leggende e vite così ben descritte da vederle davvero come reali; l’idea in sé, quella di una città che muore, è lo sfondo ideale per un libro che si pone parecchie domande: quali sono le conseguenze delle nostre scelte? Le decisioni che abbiamo preso sono giuste oppure avremmo dovuto pensarci di più e meglio? Non tutte le domande avranno una risposta come non tutti gli enigmi troveranno una soluzione: un alone di mistero continuerà ad ammantare la cittadina di Lions.

Le storie – nuove e vecchie, reali e leggendarie – raccontate in “Lions” trascinano il lettore e lo coinvolgono intensamente. La strada che ogni protagonista traccia per sé è come un senso unico che una volta imboccato non è possibile percorrere all’indietro: si può solo procedere in avanti senza sapere dove porterà esattamente. Ammesso che la strada scelta sia quella giusta.

Molti anni dopo (…) si sarebbe resa conto di aver passato tutta la vita in preda all’entusiasmo o alla depressione. Si sarebbe accorta che gli ultimi giorni della sua ultima, vera estate erano stati violentati da un desiderio insostenibile. Avrebbe tentato di richiamare alla mente un evento, un dono o una situazione che l’aveva soddisfatta, a diciassette, diciotto, e poi più tardi a venticinque, trenta, ma la verità era che nulla ci sarebbe mai riuscito [Lions, Bonnie Nadzam, trad. L. Taiuti]

Titolo: Lions
L’Autrice: Bonnie Nadzam
Traduzione dall’inglese: Leonardo Taiuti
Editore: Black Coffee edizioni
Perché leggerlo: perché è un romanzo che fa riflettere sulle conseguenze delle nostre scelte, per leggere un’America diversa dalla quale siamo abituati e perché certi fantasmi continuano a perseguitarci anche se facciamo di tutto per cacciarli via

Evan S. Connell | Mrs Bridge

Nei libri ci sono altri libri, si dice, e certamente se non fosse stato per il romanzo “Nessuno scompare davvero” di Catherine Lacey io, probabilmente, non avrei mai letto “Mrs Bridge” di Evan S. Connell (trad. G. Boringhieri, Einaudi, 227 pagine, 12,00), perdendomi così un libro brillante, a tratti divertente ma anche molto riflessivo e profondo.

Si chiamava India, un nome a cui non riuscì mai ad abituarsi. Aveva il sospetto che i suoi genitori, nel darglielo, avessero avuto in mente un’altra persona. O forse avevano sperato di avere una figlia diversa. Da bambina era stata più volte sul punto di indagare, ma il tempo era passato e non l’aveva mai fatto. Da ragazza le era capitato spesso di pensare che se la sarebbe cavata benissimo anche senza marito, e terminati gli studi questa convinzione aveva prevalso per alcuni anni, con grande pena di suo padre e sua madre. Fino ad una sera d’estate e a un giovane avvocato di nome Walter Bridge [Mrs Bridge, Evan S. Connell, trad. G. Boringhieri]

È India Bridge la protagonista del romanzo di Evan S. Connell, una donna americana che di particolare ha solo il nome di battesimo. Mrs Bridge è una donna bella, ma non troppo, ed è decisamente normale: sposata con un avvocato – che non si tira indietro nel fare gli straordinari -, hanno tre figli, Ruth, Carolyn e Douglas, e vivono in una bella casa con tanto di servitù di colore a Kansas City, tra gli anni Venti e la fine degli anni Quaranta del Novecento.

Mrs Bridge ha diverse amiche, alcune molto acculturate, quindi spesso si fionda in biblioteca e si impone di leggere libri impegnativi per farsi un’opinione; ma è il marito a dirle come votare e quando Mrs Bridge cerca di emanciparsi, si scoraggia perché non è mica semplice votare di testa propria. Prova ad imparare lo spagnolo, inizia un corso di pittura che non porta a termine, va a vedere film d’essai che puntualmente non capisce.

India Bridge frequenta malvolentieri gli amici del marito, ricchi e facoltosi, ma appare sempre felice quando è ora di iniziare la cena; organizza cocktail party in casa tirando fuori dai cassetti gli asciugamani degli ospiti che gli invitati non toccheranno per non rovinarli. Cerca di educare i figli con principi sani, ma spera che l’amicizia tra Carolyn e la figlia nera del giardiniere finisca presto; insegna ai figli come risparmiare e non sciupare nulla, ma quando si annoia corre a fare shopping o a mangiare dolci al Plaza, il ristorante più rinomato di Kansas City.

Mentre i figli crescendo capiscono sempre meno la loro madre, in particolare Ruth che addirittura sceglie – giovanissima – di andare a vivere da sola a New York, Mr Bridge sta sempre accanto alla moglie, confortandola nei momenti difficili, e anche se pare a volte assente, Walter è capace di slanci d’affetto sorprendenti, come regalarle un viaggio in Europa oppure donarle rose rosse dopo aver fallito una prova di cucina.

Eppure, nonostante la vita agiata, la casa di proprietà, il marito affettuoso e i figli sani, Mrs Bridge soffre di nostalgia, di rimpianti, di cose non dette o non fatte, di tristezza che giunge all’improvviso e sembra rallentare ancora di più il corso del tempo.

“Stanza a New York” Edward Hopper (1932)

L’album di fotografie le regalava molte ore serene. Lì ritrovava i suoi figli, e con loro anche suo marito. Una foto lo ritraeva in pieno sole, con una mano appoggiata al parafanghi della nuova Reo e Carolyn a cavalcioni sulle spalle. E in un’altra c’era Douglas, che mostrava orgoglioso la mazza da baseball (…) E poi c’era Ruth, in posa con il suo primo paio di scarpe con i tacchi alti (…) Mrs Bridge rimpiangeva di non aver scattato più fotografie (…) rievocavano tutto ciò che aveva conosciuto più intimamente, e più profondamente aveva amato [Mrs Bridge, Evan S. Connell, trad. G. Boringhieri]

Mrs Bridge” è un libro che mi è piaciuto e mi ha coinvolta, mi ha fatta sorridere e allo stesso tempo riflettere. La quotidianità  della famiglia Bridge – in particolare di India Bridge – è raccontata in terza persona attraverso 117 episodi, che non occupano mai più di un paio di pagine. Gli episodi, tutti rigorosamente in ordine temporale, riescono nella loro brevità a regalare dei veri e propri flash ai lettori sulla vita e sulle emozioni provate da India Bridge.

Evan S. Connell ha creato un personaggio originale, pieno di difetti e virtù, ma anche di paure e di ansie, di slanci d’amore e di momenti di notevole sconforto; Mrs Bridge è una donna che ama la sua famiglia, per la quale farebbe davvero tutto, ma nel suo intimo è spesso incostante – i corsi che comincia e non finisce -, si annoia quando i figli diventano adulti e non sa come trascorrere le giornate, corre spesso senza meta, con il solo obiettivo di far passare il tempo; ed è guardandosi indietro che Mrs Bridge vede che non ha mai vissuto la sua vita per se stessa, ma unicamente per compiacere gli altri.

Un romanzo ottimo, audace e decisamente intimo che consiglio vivamente a chi ama la letteratura americana e quei personaggi tratteggiati talmente bene da apparire perfettamente reali.

“Anziani coniugi con il cane a Cape Cod” Edward Hopper (1939)

Titolo: Mrs Bridge
L’Autore: Evan S. Connell
Traduzione dall’inglese: Giulia Boringhieri
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: per sorridere, per riflettere, per meditare sul senso delle vite di chi passa le proprie unicamente per far felici gli altri

Kent Haruf | Le nostre anime di notte

Chissà se sarò in grado di trasmettere tutte le emozioni che ho provato leggendo “Le nostre anime di notte” di Kent Haruf (trad. F. Cremonesi, 166 pagine, 17 €), in particolare a chi a Holt non ci è ancora stato. Ho atteso questo romanzo di Kent Haruf con grande curiosità e quando l’ho avuto tra le mani, in anteprima, mi sono imposta di non leggerlo subito; ma non ci sono riuscita e sono corsa a leggerlo, sicura che mi avrebbe conquistata tanto quanto i libri che compongono la Trilogia della Pianura.

Sei di nuovo troppo severo con te stesso, osservò Addie. Chi riesce ad avere quello che desidera? Non mi pare che capiti a tanti, forse proprio a nessuno. E’ sempre un incontro alla cieca tra due persone che mettono in scena vecchie idee e sogni e impressioni sbagliate. Anche se, ripeto, questo non vale per noi due. Non in questo momento, non oggi.
Anche per me è così. Eppure persino tu potresti stancarti di me e non volerne più sapere.
Se dovesse succedere, possiamo smettere, disse lei. Questo è l’accordo tra noi, no? Anche se non ce lo siamo mai detti. [Le nostre anime di notte, Kent Haruf, trad. F. Cremonesi]

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Addie e Louis sono due anziani vicini di casa che vivono a Holt, in Colorado, entrambi vedovi con figli adulti ormai lontani; le giornate sono lunghe ma le notti ancor di più, per questo ad Addie viene un’idea un po’ bislacca: chiedere a Louis se gli va di trascorrere le notti da lei. Non si tratta di sesso, precisa immediatamente Addie, è qualcosa di molto più profondo: attraversare le notti assieme, parlare a letto, nel buio, delle loro vite e dei loro progetti.

Louis accetta e inizia così a uscire di casa ogni sera dopo la cena. La prima sera Louis passa dal cortile sul retro, bussa alla porta di un’emozionata Addie che lo sta aspettando. La donna, però, preferisce che Louis passi dalla porta principale e non da quella di servizio; se la gente di Holt avrà voglia di spettegolare, che lo faccia pure, ad Addie non importa poiché sa che con Louis non sta facendo nulla di male.

Addie e Louis, con una tenerezza incredibile, attraversano le notti assieme. Addie racconta dell’incidente della figlia, della morte del marito e della difficile situazione famigliare di suo figlio; Louis parla del suo tradimento alle promesse matrimoniali, della sua redenzione, della malattia e della morte della moglie e infine del difficile rapporto con la figlia.

Ma la gente di Holt, specialmente quelli con la mente più chiusa, prendono a parlar male di questo bel rapporto tra Addie e Louis; parlano talmente tanto che le voci arrivano sino alle orecchie dei figli, che con prepotenza chiedono ai rispettivi genitori di non vedersi più.

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George Ault “Bright Light at Russell’s Corners” (1946)

Cos’è che ci siamo detti? Che è impossibile aggiustare le vite degli altri, no?
Questo vale per te, disse lei. Non per me.
Capisco, disse Louis.
Oh, mi sento già meglio a parlare con te avendoti accanto.
Non abbiamo parlato molto per il momento.
Eppure mi sento già meglio. Te ne sono grata. Ti ringrazio per tutto questo. Adesso mi sento di nuovo molto fortunata. [Le nostre anime di notte, Kent Haruf, trad. F. Cremonesi]

Leggendo, anche questa volta Kent Haruf mi ha emozionata, con la sua capacità di intrecciare le storie delle vite dei suoi personaggi, descrive situazioni, sentimenti e paesaggi con grande semplicità.

Le nostre anime di notte” non è un romanzo molto lungo: in queste poche pagine sono condensati molti sentimenti ed episodi della vita di Addie e Louis, sia del passato che del presente. Quella di Kent Haruf è una scrittura asciutta e incisiva, mai ridondante eppure sempre precisa e coinvolgente.

Stava iniziando a fare caldo. Metà luglio. Il cielo terso e il grano già falciato nei campi lungo la strada, le stoppie regolari e ordinate, nel campo accanto il granturco verde scuro che correva in file dritte. Una luminosa, torrida giornata estiva [Le nostre anime di notte, Kent Haruf, trad. F. Cremonesi]

Usa pochissime parole, Haruf, anche per descrive la campagna attorno a Holt, un campo di grano appena falciato, il mais verde brillante che sta crescendo lentamente, un cielo stellato che illumina le notti di Addie e Louis o la Main Street di Holt. E poche parole per rendere concetti quali l’amore, l’amicizia, l’essere genitori, i drammi della vita che tutti, purtroppo, ci ritroviamo ad affrontare.

Dopo aver letto i quattro romanzi di Kent Haruf finora editi in Italia ho capito che la potenza della sua scrittura è la semplicità ed è così che il lettore si identifica facilmente negli avvenimenti che accadono ai protagonisti.

Se volte farvi un regalo, leggete Kent Haruf: le sue storie vi arriveranno dritte dritte al cuore.

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Titolo: Le nostre anime di notte
L’Autore: Kent Haruf
Traduzione dall’inglese: Fabio Cremonesi
Editore:NN Editore
Perché leggerlo: per farvi un regalo, perché la scrittura di Kent Haruf vi entrerà dritta nel cuore

A. B. Guthrie | L’ultimo serpente

Ci sono epoche che vorrei aver vissuto, periodi storici che mi affascinano così tanto che quando osservo un dipinto o una fotografia del tempo mi ritrovo a sognarlo ad occhi aperti. Leggendo “L’ultimo serpente” di A. B. Guthrie (trad. N. Manuppelli, 149 pagine, 16.90 €) e lasciandomi coinvolgere da ogni racconto mi pare averlo vissuto, almeno con l’immaginazione, emozioni e sentimenti, forti e aspri come le terre dell’ovest.

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A volte si lasciava andare ai ricordi e non vedeva né sentiva gli altri intorno a lui, e non rispondeva se qualcuno gli diceva qualcosa. Era tutto a posto. Non gli importava che dubitassero delle sue storie o che ridessero di lui o delle sue idee. Un uomo dopo aver passato abbastanza tempo da solo là dove nessun altro uomo bianco aveva mai messo piede, cominciava a pensare in modo differente (…) Si sentiva una cosa sola con quelle montagne e l’enorme cielo e i venti solitari, e anche con gli indiani e gli animali, ed era un po’ come condividere ciò che essi sapevano, come se non ci potesse essere segreto che non gli venisse sussurrato, come quelle cose segrete che stava sentendo anche adesso. [L’ultimo serpente, A. B. Guthrie, trad. N. Manuppelli]

Immaginate di scendere con un salto dalla carovana sulla quale avete viaggiato per giorni e notti interi. Sollevate una nuvola di polvere, togliete il cappello e abbassate il bavero; vi passate una mano sugli occhi che bruciano tanto sono abbagliati dal sole, vi guardate attorno e non avete nessun punto di riferimento. Qui non c’è nulla: né strade, né ferrovia, né sentieri, neppure montagne. Ci siete voi, i vostri compagni di ventura, due cavalli, qualche arma e una distesa piatta e sconfinata che si apre per miglia e miglia, fin dove i vostri occhi stanchi riescono a mettere a fuoco. Muovete un paio di passi, esitanti, e cercate di capire quanto ancora immenso possa essere l’ovest.

Quanto è immenso l’ovest? Che sensazione devono aver provato i primi coloni americani che decisero di avventurarsi in territori inespolorati? Partire, lasciare la sicurezza di un luogo dove si vive da molto tempo, per inseguire una sorta di chimera, che all’epoca ovviamente non veniva percepita come tale ma era semplicemente un viaggio di conquista, occasione di guadagno. Fu il prezioso metallo giallo a far salire la febbre di conquista negli anni Quaranta dell’Ottocento e, seppur Lewis e Clark avessero già intuito quanto immensi fossero gli Stati Uniti d’America, molti altri in quel periodo se ne resero conto.

A. B. Gurthie nacque nel 1901 quando buona parte delle piste per la conquista dell’ovest erano state aperte e battute. Dagli stati dell’est verso l’ovest, coltivatori, cacciatori, allevatori e cercatori d’oro avevano condotto numerose carovane e guidato spedizioni. Nei racconti di Guthrie della raccolta “L’ultimo serpente” l’ovest è mitizzato, come accade negli scrittori che non hanno vissuto direttamente la conquista del west. C’è infatti una buona differenza tra gli scrittori che hanno vissuto la conquista dell’ovest e chi non l’ha vissuta, e la descrive per immagini, per storie raccontate o addirittura filtrate dal grande schermo (è del 1903 il film The great train robbery di Porter).

La conquista dell’ovest come mito che ha il sapore di leggenda, di eroica impresa, anche se i protagonisti dei racconti di Guthrie sono uomini con mille difetti, che arrivano subito alle mani – anzi, alle pistole – e spesso fortemente dipendenti dall’alcool.

“Il whisky non fa male qui,” disse. “Questa terra è così aspra e asciutta che lo si brucia subito. Si smaltisce in fretta. Non come in quegli stati del sud, dove una volta ho spedito un carico di mustang. Se ti fai tre o quattro bicchieri con quel clima, il corpo non li assorbe, e prima ancora che te ne accorgi, sei sbronzo.” [L’ultimo serpente, A. B. Guthrie, trad. N. Manuppelli]

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“Donne indiane in marcia” Charles Russel (1898)

Nell’ovest ci sono spazi immensi e tutto è più grande e sconfinato, quasi infinito, e qui anche i sentimenti e le emozioni vengono amplificate. Leggendo i racconti lo si percepisce molto bene: alcune figure sembrano quasi esagerate e i fatti narrati quasi assurdi. Il mito del west viene raccontato attraverso storie brevi, incisive, con il finale spesso a sorpresa o che ribalta tutto ciò che abbiamo creduto sino a quel punto; capisaldi sono la voglia di avventura, di riscatto, di libertà e la possibilità di infrangere la legge e vivere quasi senza regole.

E senza regole e umanità i visi pallidi si sono interfacciati con i nativi americani. Nei racconti di Guthrie spesso emerge la figura del nativo americano visto quasi sempre con la classica connotazione da ‘nemico’ da combattere. I visi pallidi sono sempre in trepidazione, quando percepiscono la presenza degli indiani, e non si fanno grandi problemi nell’aprire il fuoco contro di loro.

Nel racconto “Il grande demone” non si legge la solita ostilità tra bianchi e indiani, ma l’abisso culturale sì: quando lo spettacolo ‘pirotecnico’ termina, il giudizio di Due Piume è lapidario: “Visi pallidi (…) e le loro imprese da somari.”

Sarà per la mia passione per i nativi americani, ma ho sempre provato fastidio nel vederli dipinti come i cattivi; furono durissime le guerre contro i nativi americane, le tribù registrarono notevoli perdite e si ritrovarono a tutti gli effetti invasi dai bianchi. Nonostante la schiacciante vittoria Lakota, Cheyenne e Arapaho contro il Generale Custer a Little Big Horn, i visi pallidi determinati e meglio armati vinsero le cosiddette Guerre Indiane. Fu poi con il Massacro di Wounded Knee, Sud Dakota, nel 1890, che si chiuse definitivamente la questione indiana. A favore dei bianchi, come tutti sappiamo.

A volte, nello stordimento generale e con tutte quelle domande che lo tormentavano, arrivava a dubitare di se stesso. Si chiese se un uomo potesse commettere un crimine senza averne poi alcun ricordo, e a forza di domande, al di là della memoria, arrivare al punto di convincersi [L’ultimo serpente, A. B. Guthrie, trad. N. Manuppelli]

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“Sul sentiero di guerra” Charles Russsel (1895)

Il mito della conquista dell’ovest americano è costellato di imprese eroiche, personaggi bislacchi e alticci, capitani di ventura, fiumi d’alcool e centinaia di frecce e proiettili; l’ovest degli spazi aperti, delle libertà, dei fuorilegge che rappresentano la legge; è un periodo storico fatto di contraddizioni e contrasti, di battaglie e di armistizi. Ma il mito della conquista dell’ovest che ci è stato trasmesso non è ciò davvero fu, ma è quello degli ideali, di quello che avrebbe dovuto essere.

Un ulteriore interessante approfondimento a proposito dei racconti di A. B. Guthrie lo potete trovare sul blog Il mondo urla dietro la porta di Fabrizia: lei è stata la compagna di viaggio di questa bella lettura condivisa!

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Titolo: L’ultimo serpente

L’Autore: A. B. Guthrie (1901 – 1991)

Traduzione dall’inglese: Nicola Manuppelli

Editore: Mattioli 1885

Perché leggerlo: sono racconti intensi seppur brevi, ricchi di fascino, nostalgia e un pizzico di ironia; ideali per chi si ritrova spesso a sognare il vecchio west, per chi vorrebbe indossare degli stivali di pelle e cavalcare senza sella, per chi vuole immaginarsi tra gli indiani o nascosto dentro la tana di un castoro