Smettere di mangiare carne nella Corea del Sud | La vegetariana di Han Kang

Smettere di mangiare carne nella Corea del Sud: in sintesi è questa la decisione di Yeong-hye, protagonista del romanzo “La vegetariana” di Han Kang (trad. M. Z. Ciccimarra, Adelphi, 177 pagine, 18 €). Dopo aver fatto un sogno Yeong-hye è pronta a smettere di nutrirsi di carne, pesce, latticini e uova, sfidando apertamente la sua famiglia e le convenzioni sociali.

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Titolo: La vegetariana

L’Autrice: Han Kang è nata a Gwangju (Corea del Sud) nel 1970. Figlia dello scrittore Han Seung-won, ha vinto numerosi premi letterari. Nel 2016 le è stato assegnato il Man Booker International Prize assieme alla sua traduttrice inglese

Traduzione dall’inglese: Milena Zemira Ciccimarra

Editore: Adelphi

Il mio consiglio: un libro per riflettere sulle decisioni e su quanto possano influire sulla nostra vita. Un libro per guardarsi dentro e chiedersi quanto davvero valga la pena scegliere o lasciar scegliere gli altri per noi

Adesso i sogni vengono più volte di quante non riesca a contare. Sogni sovrapposti ad altri sogni, un palinstesto dell’orrore. Atti di violenza perpetrati di notte. Una sensazione vaga che non riesco a fissare… ma che ricordo come spaventosamente definita. Una ripugnanza intollerabile, così a lungo soffocata. Una ripugnanza che ho sempre cercato di mascherare con l’affetto. Ma adesso la maschera si sta staccando. [La vegetariana, Han Kang, trad. M. Z. Ciccimarra]

Yeong-hye ha fatto un sogno terribile: ha le mani sporche si sangue, un sapore metallico in bocca e corre in una foresta senza sapere esattamente cos’abbia fatto. Ha i vestiti zuppi di sangue e le sembra di masticare qualcosa di viscido e crudo. E’ in ansia. Molto.

Al risveglio, nel cuore della notte, prende una decisione: smettere di mangiare carne, uova, latticini e pesce. Dal freezer e dal frigorifero butta via ogni alimento di origine animale, sotto gli occhi increduli e arrabbiati del signor Cheong, suo marito.

Yeong-hye inizia a dimagrire, troppo, gli zigomi si fanno sporgenti, i seni scompaiono, le verdure e i legumi sono le sue uniche fonti di sostentamento. La famiglia non ne è felice e durante un pranzo in onore della nuova casa della sorella In-hye, il massiccio e crudele padre di Yeong-hye decide di usare la forza per costringere la figlia a mangiare un pezzetto di maiale. Questa violenza, verbale e fisica, scatenerà nell’anima di Yeong-hye una ancora più consapevole decisione, ma non prima di aver tentato un gesto estremo e disperato.

“Pensavo che fosse tutta colpa della carne” disse. “Pensavo che bastasse smettere di mangiare carne per non farla più tornare. Ma non ha funzionato”. Lui sapeva che avrebbe dovuto concentrarsi su quello che stava dicendo, ma non riuscì a impedire ai suoi occhi di chiudersi poco per volta. “Ma ora… ho capito. La faccia è nella mia pancia. Usciva dalla mia pancia”. Con le sue parole che gli risuonavano nelle orecchie come una ninnanannna senza capo né coda, precipitò oltre il ciglio della coscienza in un sonno apparentemente senza fondo. “Ma non ho più paura. Non c’è niente di cui aver paura, adesso.” [La vegetariana, Han Kang, trad. M. Z. Ciccimarra]

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Tempio buddista e giardino a Seul (fonte: Joon-Young, Wikipedia CC BY-SA 3.0)

Il romanzo “La vegetariana” è suddiviso in tre parti: La vegetariana, La macchia mongolica, Fiamme verdi. La prima parte viene narrata in prima persona dal signor Cheong, il marito di Yeong-hye. In questa prima parte, la più semplice e lineare, è densa di violenza fisica da parte del padre e verbale da parte della madre, ed emerge quanto sia sconveniente per i coreani smettere di mangiare carne. Viene tollerato per motivi religiosi – i monaci buddisti non mangiano derivati animali – oppure per motivi di salute, ma la decisione apparentemente capricciosa di Yeong-hye non è concepibile.

“Ora la finisci con questa storia!” dichiarò. “Ecco qui, prendi. Su, mangia! Come hai fatto a ridurti in questo stato penoso, quando non c’è assolutamente niente che tu non possa mangiare?” [La vegetariana, Han Kang, trad. M. Z. Ciccimarra]

Nella seconda parte, narrata in terza persona, viene messa a fuoco la figura del cognato artista di Yeong-hye, marito della sorella In-hye. Il cognato è uno scansafatiche che si crede un artista ed è ossessionato in modo inquietante dalla macchia mongolica sul corpo di Yeong-hye. Lui userà le arti – non solo grafiche – per fare violenza alla cognata.

“Bastardo” mormorò, ingoiando i singhiozzi. “Guardala… E’ evidente che sta male, che non c’è con la testa. Come hai potuto?'” [La vegetariana, Han Kang, trad. M. Z. Ciccimarra]

Infine, nell’ultima parte, sempre narrata in terza persona, è la figura di In-hye a venire analizzata. Questa terza parte è senza dubbio la più bella e carica di pathos, quella che porta il romanzo alla degna conclusione. In-hye come ogni settimana sale sull’autobus per l’ospedale di Ch’ukseong, dove la sorella è ricoverata. Lo stato fisico della sorella sarà uno shock per In-hye, che inizia ad interrogarsi su se stessa, sulle sue decisioni e su tutte le volte che avebbe potuto fare qualcosa senza però farlo.

Gli innumerevoli alberi che ha visto nel corso della sua vita, le foreste ondeggianti che ammantano i continenti come un mare crudele, avviluppano il suo corpo esausto e la sollevano in alto. Si vedono solo frammenti di metropoli, piccole città e strade che galleggiano sul tetto della foresta come isole o ponti e vengono lentamente trascinate via, trasportate altrove da quelle calde onde. In-hye non può sapere cosa le stiano comunicando quelle onde, né cosa volessero dirle gli alberi che aveva visto alla fine dello stretto sentiero di montagna, raggruppati insieme come fiamme verdi nella penombra del primo mattino [La vegetariana, Han Kang, trad. M. Z. Ciccimarra]

“La vegetariana” è un romanzo che necessariamente porta alla riflessione: cosa succede quando si tenta di sfidare le convenzioni e quanto influiscono le esperienze – e le violenze o le scene violente – subite da piccoli nellla vita adulta, nelle decisioni future e nell’equilibrio psicologico di ogni individuo.

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Uam Historic Park nella città di Daejeon (fonte: Jo, Wikipedia CC BY 2.0)

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Leggendo il libro vengono spesso nominati i nomi dei piatti della tradizione coreana. Non conoscendone nessuno ho svolto una piccola ricerca e trovato due piatti abbastanza semplici da replicare. Ho scelto due semplici piatti, entrambi vegetariani: bibimbap e pajeon, più facili a farsi che a dirsi!

Bibimbap vegetariano

300 grammi di riso tipo basmati
2 peperoni
mezzo cavolo verza
1 spicchio di aglio
olio, sale e pepe

Far bollire il riso basmati dopo averlo lavato (l’acqua deve risultare limpida). In due pentole separate, far soffriggere i peperoni a listarelle con l’aglio, e il cavolo verza con l’aglio. Condire il riso con dell’olio e sale. Presentare in tavola il riso condito accompagnato alle verdure (ovviamente, potete scegliere voi il tipo di verdure che vi piace di più).

Pajeon (pizza frittata coreana)

4 uova
1 porro (o 1 cipolla)
aglio e olio
un cucchiaino di prezzemolo
1 cucchiaio di farina
1 bicchiere d’acqua

Far saltare i porri con l’aglio e l’olio. In una terrina, sbattere le uova con la farina e l’acqua. Aggiungere i porri (o le cipolle) soffritte e il prezzemolo. Friggere in una padella antiaderente entrambi i lati. Servire a fette tagliate tipo pizza con il riso basmati bollito.

Buona lettura e buon appetito!