Živko Čingo | Grande Madre Acqua

Per un secolo non ci scambiammo nemmeno una parola. Restammo in silenzio, muti, trascinati dalla corrente della Madre Acqua che ci apparve di nuovo come un’eco lontana, prodigiosa come in un sogno (…) Nel cuore di Keïten non era cambiato nulla, regnavano ancora l’amicizia e l’amore, la solidarietà e l’accoglienza, il sorriso, il suo sorriso, e il desiderio, la fede nella Madre Acqua, la verità sul Monte Senterlev (…) questo monte esisteva, un monte luminoso tra nebbie dorate ed eterne. Quel sogno meraviglioso ci riapparve, niente poteva distruggere il nostro desiderio di libertà [Grande Madre Acqua, Živko Čingo, trad. C. Crespi e J. Puliero]

La Seconda Guerra Mondiale è finita e i partigiani hanno vinto, sconfiggendo le potenze dell’Asse. I territori della Macedonia entrano a far parte della Jugoslavia sotto la guida del Partito Comunista campeggiato da Josif Tito, con il nome di Repubblica Popolare di Macedonia.

È in questo contesto storico che si inserisce il romanzo “Grande Madre Acqua” di Živko Čingo (trad. C. Crespi e J. Puliero, CasaSirio editrice), ambientato dall’anno 1946 in avanti, in un orfanotrofio macedone allestito nei locali cupi di un ex-manicomio criminale.

Il conflitto mondiale ha messo a dura prova la popolazione macedone: gli zii di Lem, dodici anni, non possono più occuparsi di lui, hanno già due figlie da mantenere, e i soldi che lo zio guadagna non sono sufficienti per tutti. Senza troppe cerimonie, Lem viene affidato al Piccolo Padre, il direttore dell’orfanotrofio.

All’orfanotrofio, al pacato Lem  viene assegnato Keïten come compagno di fila, poiché di regola le file erano costituite da un ragazzo calmo e uno turbolento. È così che Lem conosce Keïten, tredici anni e un’incontenibile voglia di sognare e ridere, benché intrappolato tra le alte e grigie mura dell’istituto.

Tra le difficoltà quotidiane e le punizioni corporali della malvagia compagna Olivera Srezoska o le crudeltà del Campanaro, sboccia l’amicizia tra il tranquillo Lem e il sognatore Keïten. Keïten, solare di natura, insegna a Lem a sognare, a vivere, a sperare in un futuro migliore. Per il momento sono solo due ragazzini facile preda di pidocchi e scherzi dei più grandi, vessati da educatori meschini e crudeli; ma fuori dall’orfanotrofio c’è la Madre Acqua che li aspetta, li sorveglia, infondendo nei loro piccoli cuori gioia e speranza.

Molti secoli sono passati da allora. Alla fine siamo usciti dall’orfanotrofio, abbiamo vissuto giorni felici e giorni amari, ma questi pochi istanti inspiegabili hanno segnato il mio cuore giovane e inesperto come il più malvagio dei sogni [Grande Madre Acqua, Živko Čingo, trad. C. Crespi e J. Puliero]

Tramonto sul Lago Ohrid, Macedonia (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0)

La voce narrante del romanzo “Grande Madre Acqua” è quella del piccolo Lem, che racconta in prima persona infanzia e adolescenza trascorse nell’orfanotrofio. Il romanzo è una costellazione di ricordi di Lem, che narra ora un episodio occorso durante un gelido e nevoso inverno, ora un evento accaduto durante una timida primavera.

È un romanzo dove la contrapposizione tra bene e male è netta e molto forte: il bene è rappresentato dall’amicizia tra i due ragazzi, Lem e Keïten, e dalla Madre Acqua, che pur senza dire una parola – del resto è un’entità, non un essere fisico – infonde speranza negli animi di chi crede in lei. Il male è rappresentato dagli educatori crudeli che soffocano gli istinti di gioco e gioia dei bambini, e che calcano la mano con le punizioni.

Grande Madre Acqua” di Živko Čingo mi ha ricordato un altro libro su un’infanzia poco felice letto tempo fa: “Il battello bianco” dell’autore kirghiso Tschingis Aitmatov. Anche nel libro Aitmatov è la Natura a infondere speranza nel piccolo protagonista orfano: qui troviamo un uomo, l’amato nonno, un animale, la Madre cerva dalle ramose corna e le acque del grande lago Issyk Kul’; lo zio ubriacone e i soldati rappresentano la negatività, le difficoltà della vita. Non passa giorno che il piccolo protagonista de “Il battello bianco” corra sulla vetta del Monte Sentinella, perché solo da lassù vede il Lago Issyk Kul’, dove crede che il padre navighi su un battello bianco

Ma se ne “Il battello bianco” il finale era amaro, Čingo per il suo romanzo decide di lasciare aperta la porta della speranza. La storia di Lem e Keïten che rincorrono la Madre Acqua, ovvero un futuro felice, il meritato riscatto dopo tante disgrazie, è narrata con un tono disincantato e fiabesco, scorrevole e incalzante, dove la tensione cresce pagina dopo pagina fino a sciogliersi in un finale che presuppone positività. Ed è proprio per questo che “Grande Madre Acqua” mi è piaciuto.

È vero che spesso qualcuno cerca di distruggere i nostri sogni, strappandoci dalle nostre fantasie e mostrandoci la cruda realtà, ma non per questo motivo, ci ricorda Čingo, dobbiamo smettere di desiderare un futuro migliore.

Non è forse vero che ciascun cuore umano, per quanto gelido e impenetrabile, possiede delle gocce di pioggia primaverile? [Grande Madre Acqua, Živko Čingo, trad. C. Crespi e J. Puliero]

Titolo: Grande Madre Acqua
L’Autore: Živko Čingo
Traduzione: Carolina Crespi e Jessica Puliero
Editore: CasaSirio editore
Perché leggerlo: perché è una fiaba dove la speranza è il motore che muove animo e cuore di due bambini orfani che sperano in un riscatto, dopo tante ingiustizie e cattiverie subite

(© Riproduzione riservata)

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