Carlos Reyes e Rodrigo Elgueta | Gli anni di Allende

Lavoratori della mia patria: ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Continuate voi, sapendo che, più prima che poi si riapriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore. Via il Cile! Viva il Popolo! Viva i lavoratori! [Gli anni di Allende, Carlos Reyes e Rodrigo Elgueta, trad. Paolo Primavera]

Il 4 settembre 1970 Salvador Allende divenne Presidente del Cile, primo di stampo marxista votato democraticamente dalla maggioranza del popolo. Iniziarono così tre lunghi e difficili anni durante i quali Allende governò il Cile. Osteggiato dai militanti di estrema sinistra e di estrema destra, e dagli americani che tentarono più volte di rovesciare il governo, Allende cercò di tenere insieme un Paese pieno di contraddizioni, problemi e povertà,  frutto degli errori dei governi precedenti.

I militanti di estrema sinistra sostenevano che Allende non fosse abbastanza di sinistra; i militanti di estrema destra avevano visione diametralmente opposte e cercarono di sabotare in ogni modo gli interventi governativi; gli americani, dal canto loro, già impegnati a controllare Cuba e Fidel Castro, inasprirono i rapporti con Allende quando quest’ultimo decise di nazionalizzare le grandi miniere di rame e metalli del Nord del Cile e toglierle di fatto agli americani.

Salvador Allende cercò di fare del suo meglio per governare un Paese che giorno dopo giorno sembra sgretolarsi come un castello di sabbia. Allende ordinò di attuare le migliori misure per fronteggiare una serie di crisi, ma gli atti di sabotaggio e i tentativi di attentato diventarono via via sempre più frequenti.

Gli anni di Allende” di Carlos Reyes e Rodrigo Elgueta, tradotto da Paolo Primavera per Edicola ediciones, abbraccia un lasso di tempo della storia del Cile che va dai mesi precedenti all’elezione di Allende sino alla giornata della sua morte avventuta l’11 settembre 1973 al Palazzo Moneda.

La storia viene raccontata in prima persona da un personaggio di fantasia, John Nitsch, corrispondende americano inviato in Cile per seguire la campagna elettorale; Nitsch resterà poi in Cile, dopo l’elezione di Allende, per seguire la storia in diretta. Saranno due rivoluzionari appassionati a raccontare all’americano molte cose sulla storia del Cile e sul suo popolo.

Il giornale argentino Primera plana dedica la copertina alla vittoria di Salvador Allende, settembre 1970

Gli anni di Allende” è davvero un’ottima graphic novel, coinvolgente e appassionate, che racconta con preciso dettaglio storico – con tanto di note per il lettore a digiuno di storia cilena – i tre anni del mandato di Allende. Sono presenti delle curiosità davvero interessanti, grazie a questa storia ho scoperto che Salvador Allende era un medico, che quando Fidel Castro venne a trovarlo in Cile gli portò un AK-47 in regalo e che Allende riponeva notevole fiducia nella figura di Augusto Pinochet, tanto da nominarlo Comandante in capo dell’Esercito del Cile il 23 agosto del 1973, quando la situazione socio-politica stava diventanto letteralmente incandescente.

Suggerisco la lettura di questa dettagliata e interessante graphic novel in particolare a chi è appassionato di storia o è semplicemente curioso di scoprire qualcosa su una delle più importante figure politiche del Sudamerica del Novecento.

Voglio ricordare di fronte alla storia la scelta epocale che avete compiuto sconfiggendo la superbia del denaro, la pressione e la minaccia, le informazioni distorte, la campagna del terrore, dell’insidia e della cattiveria. [Gli anni di Allende, Carlos Reyes e Rodrigo Elgueta, trad. Paolo Primavera]

Titolo: Gli anni di Allende
Gli Autori: Carlos Reyes e Rodrigo Elgueta
Traduzione dallo spagnolo: Paolo Primavera
Editore: Edicola ediciones
Perché leggerlo: per conoscere un periodo storico fondamentale per il Cile

(© Riproduzione riservata)

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Alejandra Costamagna | C’era una volta un passero

Mio padre è il protagonista di questa storia, ma mio padre non c’è più. Devo andare all’indietro e grattarmi la testa per farlo comparire. Con la sua partenza molte cose cambiarono in casa. Non sto parlando della carta da parati o degli elettrodomestici. Mi riferisco al fatto che tutti cominciarono a dare un po’ di matto. Anche se sembra che a dirlo sia una persona sana, anch’io ero diventata matta [C’era una volta un passero, Alejandra Costamagna, trad. M. Nicola ]

C’era una volta un passsero” di Alejandra Costamagna (trad. Maria Nicola, Edicola ediciones, 75 pagine, 10 €) è una raccolta di tre racconti brevi ambientati in Cile durante gli anni della dittatura di Augusto Pinochet. Hanno, tutti e tre i racconti, ragazze adolescenti come protagoniste, le quali sono immerse in questa realtà stagnante e pericolosa, della quale sanno o capiscono poco.

Nel primo racconto della raccolta, “Mai nessuno si abitua” la protagonista è Jani, una ragazzina che lascia il Cile per andare in Argentina dalla zia, accompagnata dal papà. Quello che non sa è che la mamma e il papà si stanno separando, e che è stato deciso che trascorrerà più tempo col papà e la zia in Argentina che con la mamma in Cile.

Il secondo racconto, “Lancette d’orologio“, è brevissimo, in due pagine sole, la Costamagna riesce a trasmettere l’infinito vuoto che una madre lascia quando scompare.

Una madre è una foto sul muro di una casa; un primo piano di famiglia felice. Una madre è un orologio, dice un padre. Non sapete quanto può essere perniciosamente bello un padre [Lancette d’orologio, Alejandra Costamagna, trad. M. Nicola ]

Infine, l’ultimo racconto è “C’era una volta un passero“, quello che dà il titolo alla raccolta. Qui ci sono due sorelle adolescenti come protagoniste, Virginia e Amanda, la voce narrante della storia, e c’è un padre che all’improvviso sparisce. La madre è avida nel dare informazioni alle figlie, l’unica cosa che sanno è che il padre è in carcere. Poi, però, sparisce.

La calligrafia è inconfondibile. Mio padre ha sempre scritto tutto attaccato, come se ogni frase fosse un’unica lunga parola. Non c’è mittente (…) E’ una lettera per mia sorella e per me, quindi dovremmo aprirla insieme (…) vado avanti, leggo, torno indietro, gratto, rileggo (…) Non capisco tutte le parole, alcune frasi mi sfuggono. Ma so che rileggerò questa lettera mille volte, fino a impararla a memoria [C’era una volta un passero, Alejandra Costamagna, trad. M. Nicola ]

I racconti di Alejandra Costamagna trattano di temi molto importanti e impegnativi: la scomparsa, la morte, la dittatura, la perdita di un genitore, l’arrivo della consapevolezza che forse il mondo non è un luogo così bello. Con uno stile diretto, che parla al lettore con delicatezza ma senza troppi sconti, la Costamagna sviscera una delle pagine più delicate della storia del Cile: l’avvento della dittatura, la perdita delle libertà individuali e il terrore di essere imprigionati con la sola colpa di aver espresso un’idea.

Però, quello che ho colto in ogni racconto è la speranza, soprattutto ne “C’era una volta un passero“. Sì, è vero che Amanda e Virginia non sanno che fine abbia fatto il loro papà – la immaginano, la suppongono, ma nono sicure che sia andata proprio così; eppure, la speranza di rivederlo c’è, e penso che per tutti coloro che hanno perso qualcuno durante la dittatura la speranza di sapere che fine hanno fatto, o magari riabbracciarli dopo tanto tempo, sia ancora viva, luminosa, accesa.

Titolo: C’era una volta un passero
L’Autrice: Alejandra Costamagna
Traduzione dallo spagnolo: Maria Nicola
Editore: Edicola ediciones
Perché leggerlo: perché si tratta di tre racconti graffianti ma delicati che gettano luce su una pagina importante della storia del Cile

(© Riproduzione riservata)

Nona Fernández | Chilean electric

Non so come tutto sia cominciato. Non ricordo se lei me l’abbia raccontato o meno. Forse ci fu una cerimonia. Qualcuno fece un discorso dall’alto di una pedana montata per l’occasione o sulla scalinata della cattedrale. Probabilmente si parlò del progresso, dei tempi venturi, del futuro che stava arrivando e che si sarebbe manifestato lì in quella notte, nella penombra del chilometro zero della città, nell’ombelico del paese (…) velocemente per non svelare il trucco, ognuno dei lampioni installati nella piazza si accese nello stesso momento regalando al pubblico un numero di illusionismo al quale prima d’allora nessuno aveva mai assistito. La gente ammutolì. Restammo a bocca aperta, così mi disse. Non volava nemmeno una mosca, tutto era silenzioso mentre osservavamo le lampadine accese [Chilean electric, Nona Fernández, trad. R. D’Alessandro]

Una bambina riceve dalla nonna ciò che di più prezioso possa trasmettere: i ricordi. Forse si tratta di ricordi non proprio reali, forse sono ricordi falsati, come spesso capita a molte persone; ma la cerimonia della luce, l’installazione delle prime lampadine che illuminarono Santiago del Cile nel 1883, è un qualcosa di magico.

La città illuminata come a giorno anche nelle ore notturne è incredibile per molti cileni; nella notte a Plaza de Armas le ombre vengono sconfitte da quelle piccole lampadine luminose e tremolanti, i volti e i pensieri delle persone che assistono alla cerimonia vengono illuminati quella notte.

Per molti, l’arrivo della luce elettrica in Cile è sinonimo di progresso e dell’avvento di un grande futuro radioso. Quello che i cileni non sanno, in quella notte inghiottita dalla potenza della luce, quello che non sanno è che qualche anno dopo arriveranno persone capaci di spegnerla, la luce: la spegneranno con rapimenti e pestaggi, crudeltà e dittatura. Spegneranno spensieratezza e speranze verso il futuro, e spegneranno con la forza gli ideali del Presidente Salvador Allende.

Per molti anni Salvador Allende fu per me soltanto una voce. Sapevo che era stato l’ultimo presidente eletto dal paese, sapevo che era morto all’interno della Moneda, però non avevo mai visto nessuna sua immagine, era solo un’ombra oscura e sfocata. In casa mia non c’erano foto di Allende. In nessuna casa di nessun amico, di nessun parente, di nessun vicino. E se c’erano, stavano ben nascoste (…) Per questo, durante i miei primi anni di vita, Allende non ebbe volto né corpo, ebbe solo una voce [Chilean electric, Nona Fernández, trad. R. D’Alessandro]

Murales cileno (foto: Federica, Una ciliegia tira l’altra – Blog)

Chilean electric” dell’autrice cilena Nona Fernández (trad. Rocco D’Alessandro, Edicola ediciones, 102 pagine, 10 €) è un bel romanzo breve ma molto intenso che consiglio volentieri, uno di quei libri capace di trasmettere emozioni e di parlare al cuore di chi lo legge.

L’arrivo della luce elettrica a Santiago del Cile nel 1883 è il pretesto che la Fernández utilizza per raccontare la storia di sua nonna, la guerra del salnitro, della morte di Salvador Allende, degli anni lunghi e difficili della dittatura di Pinochet, del destino del Cile e di come tutto questo abbia interessato anche la sua famiglia.

Io non ho mai visto una lucciola. E non so nemmeno se in Cile esistano (…) Quando penso a quelle lucciole inesistenti mi viene voglia di avventurarmi e decifrare la scena che mi ha regalato mia nonna, raccontandomi che la storia del Cile può essere divisa allo stesso modo a partire dalla cerimonia della luce. Un prima e un dopo. I tempi dell’ombra e i tempi della luce. Potrei dire che ci sono state cose fondamentali che sono state giustamente illuminate, metre altre sono state tristemente abbagliate e bruciacchiate dalle lampadine della piazza [Chilean electric, Nona Fernández, trad. R. D’Alessandro]

La luce fa scomparire le lunghe ombre e illumina con il suo calore le porzioni buie e fredde della terra. Allo stesso modo i ricordi, nostri e quelli che ci vengono raccontati, gettano luce sul passato e ci aiutano a sentirci partecipi di qualcosa che non abbiamo potuto vivere.

Possono essere ricordi positivi, pieni di luce, o ricordi negativi, fatti solo di ombre lunghe; ma sono i ricordi le cose più preziose, quelli che ci permettono di far vivere per sempre le persone che abbiamo amato.

Ogni primo dicembre si metteva sul tavolo della cucina a sistemare le decorazioni natalizie (…) le lucine colorate cominciavano ad accendersi e a spegnersi in un tintinnio rapido e fugace. Prima quelle rosse, poi le verdi, poi le gialle. Oppure tutte insieme (…) Ognuna di quelle lampadine rappresenta una storia, una di quelle che mi raccontava di sera per farmi addormentare. Oguna è un racconto, o meglio la traccia di quel racconto (…) Questo è il vero regalo che ci tramanda l’albero di Natale che qualche volta abbiamo decorato insieme ai nonni [Chilean electric, Nona Fernández, trad. R. D’Alessandro]

Titolo: Chilean electric
L’Autrice: Nona Fernández
Traduzione dallo spagnolo: Rocco D’Alessandro
Editore: Edicola ediciones
Perché leggerlo: perché è un romanzo breve che vibra d’emozioni come la luce tremolante delle prime lampadine elettriche che fecero brillare Santiago del Cile
Suggerimento musicale: Gracias a la vida di Violeta Parra (1966)

(© Riproduzione riservata)

La nuova poesia dell’America latina | a cura di Loretto Rafanelli

Qualche mese fa su La Lettura, l’inserto del Corriere della Sera, ho letto la segnalazione di un libro di poesie sudamericane. Leggo poco la poesia, forse perché ho sempre un po’ il timore di non comprenderla appieno, però l’idea di fare un lungo viaggio dal Messico sino al Cile accompagnata da nuove voci ispanofone, mi allettava molto. Così, eccomi qui a recensire “La nuova poesia dell’America latina” a cura di Loretto Rafanelli (Algra Editore, 260 pagine, 23 €, testo spagnolo a fronte).

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Titolo: La nuova poesia dell’America latina

Traduzione a cura di: Loretto Rafanelli

Editore: Algra Editore

Il mio consiglio: per chi ama la poesia e per chi vuole conoscere autori e autrici latino americane poco noti o sconosciuti in Italia

Tuttavia, qui è il Sud. Le vie
iniettate di indigenti,
l’architettura contorta
di una stazione di treno dismessa,
i passi fassi dei bambini poveri
e certa sporcizia ferma nelle unghie.Qui è il Sud e non perché sia miserabile;
non è il Sud perché i cani abbaiano
per paura, più che per abitudine.
Qualche punto in una mappa può essere il Sud
sempre e quando tiene frecce che segnalano
verso fuori.
Gustavo Adolfo Chaves, poeta costaricano

L’America latina è un luogo che esercita un grande fascino e negli ultimi anni in Italia, fortunatamente, sono giunte parecchie voci, sia attuali che classiche. Molti degli Autori sudamericani da noi poco conosciuti, sono molto famosi in patria, tanto da rappresentare la loro identità nazionale. Per esempio, nell’aeroporto di Managua, in Nicaragua, ci sono i volti del Augusto César Sandino, che rovesciò la dittatura dei Somoza, e il poeta Rubén Darío.

La poesia, quindi, nel subcontiente sudamericano è molto sentita, da una buona parte della popolazione. Le poesie circolano con facilità senza bisogno di traduzioni, grazie al fatto che molti Stati parlano lo spagnolo. Se sono ben noti poeti come il Nobel Pablo Neruda o il romanziere Gabriel Gracia Marquez, sono meno noti i giovani poeti e questa raccolta è senza dubbio un ottimo strumento per conoscere queste nuovi voci.

I nuovi scrittori latino americani scelti per questa antologia rappresentano diciotto Stati centro e sudamericani: di che cosa parlano, questi nuovi poeti e poetesse? I temi sono molteplici e le poesie di non sempre semplice comprensione: alcuni autori parlano dell’amore, altri della difficoltà di vivere, degli spettri delle vecchie dittature, della denuncia sociale, della violenza sulle donne e gli argentini della terribile storia dei desaparecidos.

Ogni voce rappresenta una piccola porzione di questo vasto areale, e le poesie scelte dal curatore Loretto Rafanelli indagano ogni aspetto della realtà quotidiana.

Sogno:
stiamo in qualche luogo
tu papà e io
mi racconti che ieri ti accusarono
mi dici che di sicuro ti stanno per venire a cercare
ti prego: la fuga
andiamo lontano
ti dico: molto lontano
ma mi rispondi che…il sangue dei compagni non si negozia
e non c’è alternativa
Julían Axat, poeta argentino

Molte poesie, dicevo, sono sibilline e di difficile interpretazione. Altre, al contrario, sono immediatamente comprensibili e corrono dritte al cuore, con il loro trasporto e sentimento.

I miei giorni sono un lento specchio intatto che aggroviglia
impassibile
nelle sue fragili fibra la tua immagine
Alì Calderón, poeta messicano

La nuova poesia dell’America latina” è un raccolta poetica decisamente interessante per chi ha la curiosità di conoscere giovani autori centro e sudamericani, per scoprire nuovi talenti letterari oltre ai notissimi poeti e scrittori felicemente tradotti in italiano. E’ un libro sicuramente di nicchia, che mira ad uno specifico pubblico; peccato per diversi refusi e qualche piccolo pasticcio nella traduzione.

Alejandro Zambra | Risposta multipla

Di tutti i libri che ho letto finora “Risposta multipla” di Alejandro Zambra (SUR edizioni, 107 pagine, 12 €) è di certo quello più originale. Strutturato come i quesiti che i ragazzi cileni devono sostenere per entrare all’università, Zambra riesce a raccontare qualcosa anche utilizzando questo espediente. E i risultato è divertente e molto interessante.

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Titolo: Risposta multipla

L’Autore: Alejandro Zambra (1975) poeta, narratore e critico letterario è nato in Cile. In Italia sono stati pubblicati: I miei documenti (Sellerio), Modi di tornare a casa (Mondadori) e Bonsai (Neri Pozza)

Traduzione dallo spagnolo: Maria Nicola

Editore: SUR

Il mio consiglio: “Risposta multipla” lo consiglio a chi cerca una lettura orginale e molto interessante

Viviamo nel paese dell’attesa, disse allora il poeta. C’erano diversi poeti alla festa, ma solo lui meritava questo nome, perché parlava sempre da poeta, e più precisamente nel tono inconfondibile di un poeta ubriaco, di un poeta ubriaco cileno, di un poeta ubriaco cileno giovane: noi viviamo nel paese dell’attesa, passiamo la vita ad aspettare, il Cile è un’immensa sala d’attesa e moriremo aspettando il nostro numero. Quale numero? Il numero che ti danno nelle sale d’attesa, cretino, gli risposero [Alejandro Zambra, Risposta multipla]

Che cos’è esattamente “Risposta multipla“? E’ una serie di domande? E’ una sequenza di frasi da completare? E’ la comprensione di un testo (con domandine trabocchetto alla fine? Sì, “Risposta multipla” è soprattutto questo ma se si legge tra le righe (anche tra quelle che il lettore è chiamato a completare) si legge una parte della storia del Cile, tormentata come molte dittature del Novecento.

Novanta quesiti in totale, quindi armatevi pure di gomma e matita, se volete stare al gioco con Zambra. “Risposta multipla” inizia con 24 quesiti dove dovete indicare qual è la parola che tra le possibili non c’entra nulla con il termine proposto nella domanda; segue l’organizzazione di un discorso, per cui dovrete, tra i quesiti 25 e 36, costruire un testo sensato con le proposte di Zambra.

Prosegue con il completamento delle frasi, e sarete impegnati fino alla domanda 50. Continuerete con la soppressione degli enunciati, dovrete indicare cosa si può togliere da una sequenza di frasi che raccontano un qualcosa e ne avrete fino alla domanda 66. Le ultime domande, sino alla 90, sono comprensioni del testo: leggete tre bellissimi racconti brevi e Zambra vi interrogherà (state attenti ai trabocchetti!).

Se quello che in te era _____ è diventato _____, come saranno le tue _____.
A) luce         tenebra          tenebre
B) confusione          luce          luci
C) candore         lussuria          tette

D) amore          furia          follie
E) allegria          amarezza          pagine

Se deciderete di mettervi in gioco con Zambra e le sue novanta domande, tenete sempre a portata di mano una gomma: scoprirete infatti che spesso la risposta giusta di un questito con possibilità multiple non è quella che credevate. Magari, ripensandoci, vorrete cambiare qualcosa, e spesso rimarrete interdetti quando scoprirete che cinque risposte possono essere uguali. Quindi? Quale risposta barrare?

In questo consiste la vita, temo: nel cancellare e nell’essere cancellati. Anche noi stavamo per cancellarti, come forse sai o sei arrivato a sospettare. Noi non lo volevamo un figlio. Noi eravamo figli. Eravamo talmente figli che la possibilità di diventare genitori ci sembrava tremendamente lontana. E poi sapevamo, già allora, che dovevamo separarci. Per noi l’amore era un incidente, un accidente, una pratica; nel migliore dei casi, uno sport estremo [Alejandro Zambra, Risposta multipla]

Pedro Lemebel | Parlami d’amore

Nelle cronache piumate raccolte in “Parlami d’amore” di Pedro Lemebel (marcos y marcos, 160 pagine, 12 euro) ho ritrovato il don Pedro che avevo già avuto il piacere di leggere in “Baciami ancora, forestiero“. Attraverso queste pagine traspare tutta la passione che ha da sempre caratterizzato gli scritti di Pedro Lemebel, consegnandoci altri suoi pensieri che dovrebbero farci riflettere, soprattutto in questi tempi difficili di lotta per i diritti civili.

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Titolo: Parlami d’amore

L’Autore: Pedro Lemebel è nato a Santiago negli anni Cinquanta, povero e maricon. Dopo aver fondato un collettivo artistico con Francisco Casas, inizia a realizare spettacoli e performance artistiche. Ha da sempre rivendicato il diritto alla vita, alla memoria e alla libertà sessuale. Pedro Lemebel è morto nel gennaio del 2015 dopo una lunga malattia

Traduzione dallo spagnolo: laboratorio di traduzione tenutosi a Roma presso la Libreria Altroquando

Editore: marcos y marcos

Il mio consiglio: la voce di Lemebel non deve smettere di parlare, d’amore, di rabbia, di storie di gente comune, di diritti civili e di diritti per le donne. Un libro assolutamente da leggere.

Uff! Che giorni, che tempi, in cui accettavamo di correre dei rischi pur di farci notare! E’ strano, ma sono pochi quelli che ricordano queste esperienze. I dettagli si sono cancellati perfino nei protagonisti di quelle azioni, in un’epoca in cui nessuno si azzardava ad agire sulla pubblica piazza. Non eravamo in molti, forse meno di un centinaio, a partecipare quel giorno all’azione lampo di arte politica, con la strizza al culo e il respiro affannato, elettrizzato dall’emozione [Pedro Lemebel, estratto da “Il coordinatore culturale”, trad. Annunziata Capanna]

La voce di Pedro Lemebel ha ancora molto da dire e chi decide di approcciarsi ai suoi scritti pieni di passione è portato necessariamente a riflettere su ciò che sta leggendo. Ora che ho letto tutto di Pedro Lemebel che è disponibile in italiano, mi sono fatta un’idea della sua figura e credo che servirebbe anche qui da noi, in Italia, una persona simile.

Lemebel fu uno degli intellettuali che non fuggirono dal Cile il giorno in cui Pinochet organizzò il colpo di stato e uccise l’allora Presidente Allende. Lemebel rimase nel suo Paese, continuando ad opporsi alle angherie e ai soprusi introdotti dalla dittatura militare. Chi ha davvero voglia di combattere e cambiare le cose nel proprio Paese resta.

Gli scritti raccolti in “Parlami d’amore” sono un caleidoscopio di pensieri e ricordi di Pedro Lemebel, ricordi che all’apparenza sembrano casuali e sembrano andare avanti e indietro nel tempo, senza soluzione di continuità. Alcuni scritti sono piccole gemme che raccontano la vita di persone comuni, gente del popolo, che potrebbe essere chiunque, come la protagonista di “Aloma non abita più qui” che ritrova dopo averlo creduto desaparecido il grande amore della sua gioventù.

Non ci potevo credere, l’amore può arrivare in ogni momento. Aloma l’ha trovato, penso adesso, e guardo le nuvole sopra la cordigliera mentre l’aereo che mi porta in Uruguay trema come una sposa innamorata [Pedro Lemebel, estratto da “Aloma non abita più qui”, trad.  Francesca Conte]

Ma tra gli scritti ci sono anche veri e propri manifesti a proposito dei diritti civili: toccante quando bello è “Un uovo non è un pollo“, che parla del diritto all’aborto della donne cilene, un tema che ancora oggi è piuttosto tabù nel Paese sottile; oppure come “Viña è un festival, musica sul mar” che racconta di un ritrovo di Fate e conseguente retata punitiva per crimini che non hanno commesso, oppure “Il Primo maggio” dove Pedro racconta come il lavoro non gli sia mai piaciuto più di tanto, ma difende con le unghie e con i denti il diritto di lavorare per tutti.

Le cronache piumate raccolte qui sono quindi squarci dei pensieri di Pedro Lemebel, colui che per tutta la vita si è schierato a favore dei deboli e di chi era privo di diritti. Senza mai fuggire dal Cile e lasciarlo in mano alla destra della dittatura, senza mai rifugiarsi dove era più comodo vivere, Lemebel ha dato una lezione di coraggio a tutti: fuggire dal proprio Paese preda di una dittatura può sembrare che richieda coraggio, invece secondo me i veri coraggiosi sono quelli come Pedro che restano e combattono per far sì che ritorni un Paese civile.

Pedro Lemebel è una figura scomparsa senza dubbio troppo presto, perché di diritti civili ce n’è più che mai bisogno, e oggi più che mai vengono calpestati e ignorati per codardia, in tutti i Paesi e non solo nel Cile. Non si fanno leggi sulle unioni civili o sull’eutanasia per paura di non essere più votati da chi non è d’accordo, lasciando così sole le persone che soffrono e che avrebbero bisogno di assistenza, e facendo sì che solo i ricchi possano vedersi riconosciuti all’estero diritti che a loro spettano, ma solo dopo aver pagato profumatamente.

Non sono riuscito a scrivere tutto quello che avrei voluto scrivere, ma potete immaginare voi, miei lettori, che cosa manca, che sfoghi, che baci, che canzoni non ho potuto cantare. Il cancro maledetto mi ha rubato la voce (stonata o intonata che fosse). Un bacio a tutti, e a chi ha diviso con me qualche notte torbida. Arrivederci, ovunque sia. Pedro Lemebel [tratto dal messaggio scritto su Facebook nel capodanno del 2015, ventitré giorni prima di morire]

Pedro Lemebel | Ho paura torero

Condensare in un articolo di recensione tutte le emozioni che ho vissuto leggendo questo romanzo credo sia impossibile. Come sa bene chi mi segue da tempo, sono una lettrice più che appassionata; leggo tantissimi libri, spesso appartenenti a generi molto diversi tra loro, ma sino ad oggi non ero ancora riuscita a trovare quel libro che si possa classificare come “preferito”. Ecco, credo che grazie al bellissimo (gli -issimo si sprecano) romanzo “Ho paura torero” di Pedro Lemebel (Marcos y Marcos, pagine 202, 15 euro) credo di poter finalmente dare una risposta alla domanda “qual è il tuo libro preferito?“.

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Titolo: Ho paura torero

L’Autore: Pedro Lemebel è nato a Santiago negli anni Cinquanta, povero e maricon. Dopo aver fondato un collettivo artistico con Francisco Casas, inizia a realizare spettacoli e performance artistiche. Rivendica il diritto alla vita, alla memoria e alla libertà sessuale. In italiano è apparso anche il suo primo romanzo, “Ho paura torero“, il libro più venduto in Cile nel 2001. Pedro Lemebel è morto nel gennaio del 2015 dopo una lunga malattia

Traduzione: M.L. Cortaldo e Giuseppe Mainolfi

Editore: Marcos y Marcos

Il mio consiglio: assolutamente sì! Leggete la mia recensione e soprattutto le citazioni

Quante cose aveva fatto per Carlitos, ed era pronta a farne molte altre, e solo per godere della sua preziosa compagnia, meditò solitaria, in soffitta, perforando con i suoi occhi asciutti lo scorcio della strada, da cui tre giorni prima l’aveva visto dileguarsi. Ogni volta che Carlos spariva, un abisso insondabile incrinava quel paesaggio, e tornava a pensare che lui era così giovane, e lei così vecchia, lui così bello e lei così spelacchiata dagli anni. Lui un ragazzino così sottilmente virile, e lei frocia persa, tanto checca che perfino l’aria intorno a lei sapeva di finocchio fermentato. E che poteva farci se lui la riduceva in fin di vita, come carta velina impregnata dell’umidità del suo alito? E che poteva farci, se nella sua vita aveva sempre brillato il proibito, nella passione imbavagliata dell’impossibile? [Ho paura torero, Pedro Lemebel, citazione pagine 123-124]

Siamo a Santiago del Cile, nel 1986, il regime di Augusto Pinochet dopo anni di oppressioni e crudeltà sta iniziando lentamente a vacillare. I protagonisti del romanzo sono una lei e un lui. Lei è la Fata dell’angolo, una vecchia frocia persa che nell’anima si sente donna, artista e ricamatrice. Ama la sua vita nonostante le mille avversità e ama in modo appassionato e con un pizzico di follia lui, Carlos, giovane studente misterioso e militante del Fronte patriottico Manuel Rodrìguez.

Carlos era così buono, dolce, così gentile. E lei era così innamorata, così presa, così sonnambula in quelle notti che passava a parlare con lui aspettando la fine delle riunioni. Lunghe ore di silenzio a guardare le sue gambe stanche abbandonate nel raso fucsia dei cuscini. Un silenzio vellutato sfiorava la sua guancia azzurrina e non rasata. Un silenzio denso lo stordiva, la testa ciondolante dal sonno. Un silenzio letargico di piume calava sulla testa pesante come il piombo ma lei attenta, lei tutta bambagia, tutta delicatezza, sistemava un guanciale di spugna per farlo stare comodo. [Ho paura torero, Pedro Lemebel, citazione pagina 19]

Per passione e per amore, la Fata dell’angolo permette a Carlos e ai suoi amici di riunirsi della sua soffitta nel cuore di Santiago. I giovani ragazzi portano delle misteriose casse, accuratamente sigillate, il cui contenuto è oscuro alla Fata ma lei non se ne preoccupa, anzi le addobba con pizzi e merletti, come se fossero dei mobili. Alla Fata l’unica cosa che conta per lei è stare accanto a Carlos, quel ragazzo scapestrato e bellissimo che lei sente di amare dal profondo del cuore.

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Skyline di Santiago del Cile, città in cui si svolge per buona parte il romanzo “Ho paura torero” (foto: Federica – Una ciliegia tira l’altra)

E’ un amore (im)possibile, quello tra Carlos e la Fata, un amore struggente che lei dissemina di bellissime cose come un picnic su un prato verso Cajon del Maipo oppure una festa di compleanno a sorpresa con una grande torta e tutti i bambini chissosi del quartiere.

Mi fai stare bene; quando sono con te sono felice. Neanche fossi un pagliaccio del circo. Non è questo, con te mi sento ottimista. E che altro? Che altro vorresti? Che mi ami un pochino. Sai che ti voglio bene più di un pochino. Non è lo stesso, tra l’amore e l’affetto c’è un mondo di differenza. Ti voglio bene con la tua differenza. [Ho paura torero, Pedro Lemebel, citazione pagina 133]

Settembre si avvicina, e assieme al compleanno di Carlos si porta a compimento un pezzo della missione dei ragazzi del Fronte patriottico. Augusto Pinochet, dittatore stanco e tormentato da Lucia, la moglie che non gli dà tregua, subisce un attentato lungo la strada per tornare a Santiago. Carlos ora deve fuggire, non può più stare a Santiago e non può più farsi vedere nei dintorni della casa della Fata dell’angolo. Ma anche lei è in pericolo, a malincuore deve abbandonare tutto e fuggire lontano.

Così uniti, nessuna mano ossuta poteva raggiungerli. Così vicini, sarebbero scappati da qualsiasi cosa, comunque, galoppando sulle nuvole, se necessario. [Ho paura torero, Pedro Lemebel, citazione pagina 51]

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L’Oceano Pacifico si infrange a Zapallar, località balneare a nord di Valparaiso (foto: Federica, Una ciliegia tira l’altra)

Ho paura torero“, un romanzo dal titolo così strano (che verrà svelato nel corso della narrazione), è un libro che mi porterò nel cuore di lettrice. La scrittura di Pedro Lemebel è spesso un connubio riuscitissimo a tratti raffinata e a tratti più forte, senza mai cadere nel volgare. L’assenza di segni di punteggiatura nei dialoghi non rende incomprensibile il testo, anzi, sembra essere un espediente per far leggere al lettore le parole tutte d’un fiato, una di fila all’altra, come tante piccole perle.

La Fata dell’angolo, personaggio spesso triste e discriminato ci insegna che l’affetto e l’amore può andare oltre le differenze e soprattutto le difficoltà. Per renderla felice, Carlos è disposto anche a piccole pazzie, perché in cuor suo sa di volerle bene più di un pochino. Il ritratto che Lemebel fa di Pinochet e della moglie Lucia è tragicomico, la satira pungente di chi – finalmente – può scrivere la sua a proposito del dittatore che ha tenuto in scacco il Cile per troppo tempo.

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Le coloratissime case che si incontrano passeggiando per Valparaiso (foto: Federica, Una ciliegia tira l’altra)

Cosa mi resta dopo una lettura come questa? La sensazione di aver letto un bellissimo libro, la voglia di scoprire il Cile, con le sue mille sfumature, i suoi colori, i suoi profumi e la sua gente. Mi resta la voglia di rileggerla, una storia così, perché non è facile trovare libri come questo che conquistano cuore e ragione, che mescolano sapientemente così tante informazioni e sentimenti.

Lascio ancora parlare Lemebel, perché certamente lui può arrivare dritto ai vostri cuori, e riporto l’ultima citazione, il brano che ho letto e riletto dopo averlo sottolineato a tratto fine.

Come si guarda qualcosa che non si rivedrà più? Come si fa a dimenticare quello che non si è mai posseduto? Così, semplicemente. Semplice come voler rivedere Carlos un’altra volta mentre attraversa la strada e le sorride laggiù. La vita era così semplice e così stupida allo stesso tempo. Quello scorcio di città a centottanta gradi era il fondale in cinerama di un finale insulso. Come le sarebbe piaciuto piangere, in quel momento, sentire il cellofan tiempido delle lacrime che cadeva in un velo sudicio come un soffice e piovoso telone sulla città altrettanto sudicia. Come le sarebbe piaciuto che tutto il suo dolore ingabbiato rotolasse fuori in almeno una lacrima d’amarezza. Sarebbe stato più semplice partire, lasciando una piccola pozza di pianto, una minuscola pozzanghera di tristezza acquosa che nessuna CNI potesse identificare. Perché le lacrime delle fate non avevano identità, colore, sapore, non irrigavano nessun giardino di illusioni. Le lacrime di una fata orfana come lei non vedevano mai la luce, non si sarebbero mai trasformate in mondi umidi asciugati dalla carta assorbente delle pagine letterarie. Le lacrime delle fate sembravano sempre finte, lacrime interessate, pianto di pagliacci, lacrime artificiose, complemento esteriore di emozioni eccentriche. [Ho paura torero, Pedro Lemebel, citazione pagine 181-182]

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Tutto il colore che si incontra a Valparaiso (foto: Federica, Una ciliegia tira l’altra)

Nota a pié di pagina: le bellissime fotografie del Cile che ho inserito nell’articolo sono di Federica, del blog Una ciliegia tira l’altra, amica nel mondo reale e nel mondo virtuale.

Pedro Lemebel | Baciami ancora, forestiero

Alcuni libri sprigionano quell’aura particolare che mi attira irrimediabilmente: “Baciami ancora, forestiero” di Pedro Lemebel (Marcos y Marcos, 149 pagine, 13,50 euro) è uno di questi. Di letteratura cilena sinora ho letto poco, sicuramente meno di quanto il Paese sottile offra; ho letto Isabel Allende e Antonio Skarmeta, mentre ho scoperto quasi per caso Pedro Lemebel. Attirata dalle trame, dagli argomenti e confortata dai consigli di lettura di chi lo aveva già letto, ho comprato gli unici due libri di Lemebel attualmente tradotti in italiano (è in preparazione la traduzione di Hablame de amores, che comprerò al volo appena sarà pronto). Oggi vi parlo di “Baciami ancora, forestiero” e presto vi parlerò anche di “Ho paura torero“.

Titolo: Baciami ancora, forestiero

L’Autore: Pedro Lemebel è nato a Santiago negli anni Cinquanta, povero e maricon. Dopo aver fondato un collettivo artistico con Francisco Casas, inizia a realizare spettacoli e performance artistiche. Rivendica il diritto alla vita, alla memoria e alla libertà sessuale. In italiano è apparso anche il suo primo romanzo, “Ho paura torero“, il libro più venduto in Cile nel 2001. Pedro Lemebel è morto nel gennaio del 2015 dopo una lunga malattia

Traduzione: vari

Editore: Marcos y Marcos

Il mio consiglio: la scrittura di Lemebel è originale, innovativa e toccante. Io ne sono rimasta conquistata.

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Può darsi che io sia l’unico a far tesoro di momenti tendando di cogliere la precisione azzurrastra che divide i mondi. Me lo chiedo, e continuo a scrivere senza dare importanza trascendentale a questo spazio, a questo spazio personale che privilegia la sensazione della pagina in bianco. E in questa vertigine ti scrivo, in questa vertigine immagino i tuoi occhi che mi seguono nella scrittura. E, magari, questo momento, in cui lettura e lettera, occhio e cuore, voce e silenzio, acqua e aria, ritrovano l’orizzonte vago di quel pomeriggio portuale, di fronte al grande anfiteatro di Valparaiso, dove feci un sogno da trapezista ubriaco, senza rete… perché tu eri il mare [Baciami ancora, forestiero, Pedro Lemebel, citazione pagina 43]

In “Baciami ancora, forestiero” vengono raccolti in un unico volume racconti e articoli firmati da Lemebel nel corso del tempo, apparsi su vari quotidiani e riviste cilene. Negli scritti qui raccolti ritroviamo la freschezza e la leggerezza della sua scrittura e troviamo anche le fate, queste figure molto particolari che ritroveremo molto ben descritta nella protagonista del romanzo “Ho paura torero“, la Fata dell’angolo. Pedro Lemebel è stato definito come un’icona del PopCamp, ovvero un artista visivo, performante, che fu anche giornalista e scrittore, che fece del frocismo la chiave di lettura della realtà.

La raccolta inizia con una serie di tre brevi racconti sono belli e incisivi; seguono quattro lettere che compongono il capitolo “Baciami ancora, forestiero“, e sono davvero magnifiche: la potenza della scrittura barocca evoca mondi lontani, fatti di sogni e nuvole, è stato un vero piacere leggerle, e sicuramente sono da rileggere. Ne “Il mio cuore all’angolo della strada” ritroviamo alcuni episodi occorsi a Pedro Lemebel, del quale lui ha da dire la sua; infine, in “Di viaggio in viaggio e di volta in volta” vi sono alcuni articoli caustici sulla sua visione del mondo e delle cose. Terminano i tre racconti in cui Pedro descrive l’arrivo a Cuba e le aspettative verso Fidel Castro.

Questi scritti possono essere molto utili e interessanti per iniziare ad accostarsi alla scrittura dell’artista cileno prematuramente scomparso dopo una lunga malattia nel gennaio del 2015. Io ho scelto di leggere prima “Baciami ancora, forestiero” anziché iniziare prima il romanzo “Ho paura torero” perché volevo immergermi in un Pedro Lemebel a tutto tondo, volevo sperimentare Lemebel come scrittore di racconti e articolista, prima di passare ad un genere più complesso, il romanzo appunto.

Figura amata dalla sinistra e dall’opposizione durante la dittatura di Augusto Pinochet, Lemebel è stato da sempre un estroso artista che non si è mai lasciato mettere i piedi in testa da nessuno. Nonostante le sue umili origini, è riuscito ad ottenere un posto di riguardo nel mondo dello spettacolo ed è stato amato da generazioni di lettori e spettatori.

Quelle che egli stesso definisce “cronache piumate“, sono perle di bellezza ma anche saette contro le dittature, i regimi e tutti i poteri che prevedono l’omologazione delle masse. Parole brillanti e usate con precisione quasi chirurgica che sono piume e perle in un costante fluire.

Antonio Skàrmeta| I giorni dell’arcobaleno

Titolo: I giorni dell’arcobaleno

L’autore: Antonio Skàrmeta, all’anagrafe Esteban Antonio Skármeta Vranicić (Antofagasta, 7 novembre 1940) è uno scrittore, traduttore e diplomatico cileno. Autore di opere narrative, saggi, sceneggiature e testi teatrali.

Editore italiano: Einaudi

Anno di pubblicazione: 2012

Il mio consiglio: sì, a chi è appassionato di storia del sudamerica e chi ama la scrittura poetica e disincantata.

Un arcobaleno.

Un semplice, coloratissimo e allegro arcobaleno. Ecco il simbolo della campagna pubblicitaria a favore del No del referendum indetto da Pinochet; siamo nel 1988 e il dittatore cileno Augusto Pinochet ha deciso che per dare una ventata di democrazia al suo Paese è necessario un referendum popolare. La domanda sarà semplice: popolo cileno, volete che Pinochet resti alla guida del vostro Paese? Sì o No?
La storia vede due famiglie protagoniste di quel caldo ottobre del 1988: i Santos, padre e figlio, e la famiglia del grafico pubblicitario Adrián Bettini.
Una mattina all’improvviso il professor Santos, docente di filosofia, viene sequestrato dai militari cileni sotto gli occhi della sua classe, nella quale vi è anche suo figlio Nico. Intanto, il grafico pubblicitario Adrián Bettini viene invitato dal Ministro Fernández per dirigere la campagna del Sì a Pinochet, ma Bettini non accetta. Il grafico è da anni sulla lista nera di Pinochet ed è senza lavoro perché nessuno lo può assumere. Bettini però decide, non senza pochi dubbi, di dirigere la campagna per il No a Pinochet.
Nico e la figlia di Bettini, Patricia, sono fidanzati e vivono non senza turbamento questo periodo difficile di campagna elettorale. Si tratta infatti di una vera e propria campagna elettorale, perché il dittatore ha deciso di lasciare ben 15 minuti di spazio in TV a chi dirige la campagna per il No.
Il 5 ottobre si avvicina, la data del referendum popolare è alle porte. Bettini inventa uno spot per il Sì che andrà in onda in quei preziosi 15 minuti, mentre Nico disperato cerca suo padre temendo che sia già diventato uno dei tanti desaparecidos.
Ma per fortuna, la vera democrazia sta per arrivare e il difficile periodo per il popolo cileno sta per finire. Dopo anni di feroce e cruenta dittatura, sta per arrivare di nuovo la rinascita: un po’ come dopo un temporale, quando all’improvviso spunta l’arcobaleno.
La penna di Skármeta mi ha nuovamente conquistata, dopo aver letto “Il postino di Neruda”. Ho ritrovato le emozioni raccontate con una leggerezza poetica rara da trovare nei romanzi che vengono ambientati in epoche difficili, come quelle caratterizzate da genocidi e disumane dittature.