AA. VV. | Sul mare. Racconti di sole e di vento

Abito distante dal mare e ogni volta che lo raggiungo sono sempre emozionata. Quando devo andare via mi sento molto nostalgica perché non ho mai idea di quando lo rivedrò. Ogni secondo passato al mare per me è prezioso: mi siedo sul bagnasciuga, ammiro le onde, inalo salsedine, attendo il tramonto. “Sul mare. Racconti di sole e di vento” (AA. VV., 177 pagine, 14 €) è una bella raccolta di vari autori, italiani e stranieri, che ha come soggetto principale il mare e i personaggi che hanno la fortuna di poterlo vivere.

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Titolo: Sul mare. Racconti di sole e di vento

Autrici e Autori: H. Lawrence, Grazia Deledda, L. Capuana, F.Tozzi, K. Mansfield, L. Pirandello, G. D’Annunzio, J. M. Machado de Assis, G. Arpino, C. Salvago Raggi

Traduzioni: dal portoghese Giuliana Segre Giorgis (Machado de Assis), dall’inglese Sergio Daneluzzi (H. D. Lawrence) e Franca Genta Bonelli (K. Mansfield)

Editore: Lindau edizioni

Il mio consiglio: “Sul mare. Racconti di sole e di vento” è una bella e suggestiva raccolta di racconti che include classici contemporanei; consigliato a chi ama il mare in ogni sua forma, anche quando è burrascoso, a chi vuole sognare ad occhi aperti i ricordi che ha vissuto e custodisce con gelosia

Aveva smesso di lavorare al suo libro. L’interesse era svanito. Gli piaceva sedersi sulla bassa sommità dell’isola e vedere il mare; null’altro che il mare, pallido e quieto. E sentire la propria mente farsi sofficie e caliginosa, come la foschia sull’oceano. Talvolta vedeva sollevarsi come un miraggio in direzione nord la sagoma lontana della grande isola. Ma era del tutto priva di consistenza. [dal racconto: L’uomo che amava le isole, H. D. Lawrence]

Ho scelto di iniziare la recensione della raccolta con la citazione di uno dei racconti che più mi è piaciuto. “L’uomo che amava le isole” di H. D. Lawrence è un racconto terribilmente romantico, con un incipit che affascina e trascina, proprio come un’onda durante una giornata di vento. Le isole sono lembi di terra per la quale ho una grande passione e leggendo il racconto di quest’uomo che le ama così tanto a tratti mi ci sono ritrovata. Sarebbe bello possedere un’isola, piccolina, un pezzo di terra accarezzato dal mare, un luogo sicuro, un rifugio dove il grande blu la circonda con un abbraccio.

Leggendo, ci si accorge come il mare sia sfondo e protagonista, sempre descritto con grande sensibilità e romanticismo, anche quando ulula sospinto dalla bonaccia oppure cerca di capovolgere una barchetta con due novelli sposi a bordo.

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Carlo Carrà, “Barcaiolo” (1939)

Gli autori e le autrici scelti per comporre il volume, sono soprattutto autori classici. Confesso che quando ho letto il nome di Gabriele D’Annunzio tra gli autori ho sospirato: l’autore abruzzese non mi è mai stato simpatico, ma dopo aver superato l’iniziale diffidenza, mi ha regalato parole come queste:

Ma l’odore del mare li ubriacava quei due. A volte stavano a guardarsi dentro gli occhi lungamente, come ammaliati, lei seduta su l’orlo della barca, lui disteso su le tavole del fondo a’ suoi piedi; mentre il flutto li cullava e cantava per loro, il flutto verde come un immenso prato a maggio mosso dal vento [dal racconto: Dalfino, G. D’Annunzio]

Oltre al racconto di Lawrence, ho apprezzato moltissimo i racconti di Grazia Deledda, magnetici e scorrevoli. Originalissimo e divertente, con finale più che a sorpresa, “Le lumache di mare” di G. Arpino; molto sudamericano e immancabile dove si parli di mare, “La notte dell’ammiraglio” del brasiliano Machado de Assis. Particolare e fortemente nostalgico “Incontro a Bordighera” della genovese C. Salvago Raggi.

Il mio preferito è  certamente “Alla baia” di Katherine Masfield: un caleidoscopio di personaggi più o meno bizzarri, alcuni freddi e senza cuore, nonne che lavorano a maglia in spiaggia e bambini che adorano l’acqua.  Un po’ mi ha ricordato le suggestione di “Gita al faro” di Virginia Woolf, questa attesa che prosegue, che non finisce mai, il sentirsi costantemente alla ricerca di qualcosa o di qualche evento che smuova l’esistenza, come quando si getta un sasso in acqua.

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Ignacio Olano, Figlia al porto (c 1932)

Sul mare. Racconti di sole e di ventoè una bella raccolta ideale da leggere in estate, ma forse è soprattutto un balsamo per l’inverno, quando avrete quella strana nostalgia del mare, delle onde, dei bagni mattutini e dei tramonti rosa.

Katherine Mansfield | Viaggio in Urewera

Una terra alla fine del mondo, un luogo selvaggio dominato da vulcani, terremoti, gayser e fanghi bollenti. Due isole principali che costituiscono un buffo stivale al contrario, perfettamente agli antipoti dell’Italia. Questa è Aotearoa in lingua maori, la terra scoperta dal Capitano Cook nel 1769 e che venne battezzata Nuova Zelanda. Ed è in questo territorio remoto che nel 1888 nacque Katherine Mansfield, scrittrice e poetessa che si sentì sempre in bilico tra due mondi. “Viaggio in Urewera” di Kathrine Mansfield (Adelphi, 101 pagine, 8 euro) è il diario del viaggio che la giovanissima scrittrice neozelandese compì tra il novembre e il dicembre del 1907. Un viaggio del quale non potuto che subirne un grande fascino.

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Titolo: Viaggio in Urewera

L’Autrice: Kathrine Mansfield nacque nel 1888 a Wellington, Isola del Nord. Dopo aver studiato in Inghilterra tornò in Nuova Zelanda, ma sentendosi più europea decise di ritornare a vivere a Londra. Qui si sposò con lo scrittore John Middleton Murry. Per tutta la sua breve vita proseguì a viaggiare attraverso Francia, Germania, Svizzera e Italia. Morì a Fontainebleau nel 1923. Per Adelphi sono apparsi “Tutti i racconti” e “Viaggio in Urewera“.

Traduzione dall’inglese, guida alla lettura e postfazione: Nadia Fusini

Editore: Adelphi

Il mio consiglio: per chi ama i viaggi e per chi vuole scoprire la figura della scrittrice Katherine Mansfield

Poco prima di fermarci per la sosta del pranzo siamo arrivati alle cascate Waipunga – la mia prima esperienza di grandi cascate – sono indescrivibilmente belle – tre – una accanto all’altra – e un burrone boscoso da ogni lato – Il rumore è quello del tuono – il sole riverbera sull’acqua – ora sono seduta sulla sponda del fiume – a pochi metri di distanza – l’acqua scorre veloce – manuka, piante di lino e felci sulle sponde – Si riparte – a presto cara mamma [Katherine Mansfield, Viaggio in Urewera, trad. N. Fusini]

La giovanissima Katherine Mansfield, che ama gli acronomi e spesso di firma KM, nel novembre del 1907 parte per un viaggio alla scoperta della terra di Urewera, una porzione di territorio nell’Isola del Nord ancora in parte inesplorata e abitata dai maori, le popolazioni che per prime colonizzarono la Nuova Zelanda.

Pur essendo un viaggio duro e difficile, soprattutto per una signorina come Katherine, lei sta al passo con gli altri membri della spedizione e annota le sue osservazioni su un diario. Descrive i magnifici paesaggi selvaggi, i luoghi dove regno indiscussi i vulcani, parla di cascate che rombano e assordano chi sta loro vicino e di laghi immensi che puzzano di uova marce.

Dopo giorni di viaggio e notti in tenda assediati dal caldo e dalle zanzare, gli esploratori giungono a Urewera, la regione ancora mitica e inseplorata, roccaforte degli ultimi Maori che si erano opposti all’arrivo degli europei. Una volta incontrati i Maori – ora piuttosto pacifici e arresi al dominio dei bianci – la carovana degli esploratori ripercorre la strada del ritorno a casa.

Il viaggio di Katherine Mansfield assume le connotazioni di una ricerca di sé stessa, lei che si sente una ragazza divisa tra il Vecchio Mondo e il Nuovo nuovo mondo. La Mansfield durante la sua breve vita viaggiò molto, ma in nessun luogo mise radici o si sentì a casa; pur amando la Nuova Zelanda e collocando Urewera come l’arrière-pays di Yves Bonnefoy – quel luogo che è uno spazio inventato, a metà tra il mondo reale e quello immaginario, dove comprendiamo la nostra condizione di passanti e non di abitanti veri e propri – pur amando le sue isole neozelandesi lei si sente divisa e a casa da nessuna parte. Così, decide di lasciare la Nuova Zelanda e ritornare a Londra, dove pensa di sentirsi più libera di esprimere le sue arti, tra cui la musica oltre la letteratura.

Questo è un aspetto che trovo molto affascinante, pur non avendolo mai vissuto di persona: nascere in un luogo che tu credi che ti appartenga, mentre le radici dei tuoi genitori – o dei tuoi avi – affondano in una terra lontana. Come i francesi nati in Algeria, che non si sentivano né algerini né francesi; come gli italiani nati in Libia o in Somalia; come gli inglesi nati in India o in America; come, appunto, i discendenti degli europei nati in Oceania.

Viaggio in Urewera” è un libro che consiglio a chi ama viaggiare, a chi sogna un viaggio avventuroso – chissà, magari proprio in Nuova Zelanda -, un taccuino ricco di descrizioni e suggestioni, e per chi viaggia sperando si ritrovare se stesso.