La nuova poesia dell’America latina | a cura di Loretto Rafanelli

Qualche mese fa su La Lettura, l’inserto del Corriere della Sera, ho letto la segnalazione di un libro di poesie sudamericane. Leggo poco la poesia, forse perché ho sempre un po’ il timore di non comprenderla appieno, però l’idea di fare un lungo viaggio dal Messico sino al Cile accompagnata da nuove voci ispanofone, mi allettava molto. Così, eccomi qui a recensire “La nuova poesia dell’America latina” a cura di Loretto Rafanelli (Algra Editore, 260 pagine, 23 €, testo spagnolo a fronte).

15235674_1148539618532475_8938218837629599190_o

Titolo: La nuova poesia dell’America latina

Traduzione a cura di: Loretto Rafanelli

Editore: Algra Editore

Il mio consiglio: per chi ama la poesia e per chi vuole conoscere autori e autrici latino americane poco noti o sconosciuti in Italia

Tuttavia, qui è il Sud. Le vie
iniettate di indigenti,
l’architettura contorta
di una stazione di treno dismessa,
i passi fassi dei bambini poveri
e certa sporcizia ferma nelle unghie.Qui è il Sud e non perché sia miserabile;
non è il Sud perché i cani abbaiano
per paura, più che per abitudine.
Qualche punto in una mappa può essere il Sud
sempre e quando tiene frecce che segnalano
verso fuori.
Gustavo Adolfo Chaves, poeta costaricano

L’America latina è un luogo che esercita un grande fascino e negli ultimi anni in Italia, fortunatamente, sono giunte parecchie voci, sia attuali che classiche. Molti degli Autori sudamericani da noi poco conosciuti, sono molto famosi in patria, tanto da rappresentare la loro identità nazionale. Per esempio, nell’aeroporto di Managua, in Nicaragua, ci sono i volti del Augusto César Sandino, che rovesciò la dittatura dei Somoza, e il poeta Rubén Darío.

La poesia, quindi, nel subcontiente sudamericano è molto sentita, da una buona parte della popolazione. Le poesie circolano con facilità senza bisogno di traduzioni, grazie al fatto che molti Stati parlano lo spagnolo. Se sono ben noti poeti come il Nobel Pablo Neruda o il romanziere Gabriel Gracia Marquez, sono meno noti i giovani poeti e questa raccolta è senza dubbio un ottimo strumento per conoscere queste nuovi voci.

I nuovi scrittori latino americani scelti per questa antologia rappresentano diciotto Stati centro e sudamericani: di che cosa parlano, questi nuovi poeti e poetesse? I temi sono molteplici e le poesie di non sempre semplice comprensione: alcuni autori parlano dell’amore, altri della difficoltà di vivere, degli spettri delle vecchie dittature, della denuncia sociale, della violenza sulle donne e gli argentini della terribile storia dei desaparecidos.

Ogni voce rappresenta una piccola porzione di questo vasto areale, e le poesie scelte dal curatore Loretto Rafanelli indagano ogni aspetto della realtà quotidiana.

Sogno:
stiamo in qualche luogo
tu papà e io
mi racconti che ieri ti accusarono
mi dici che di sicuro ti stanno per venire a cercare
ti prego: la fuga
andiamo lontano
ti dico: molto lontano
ma mi rispondi che…il sangue dei compagni non si negozia
e non c’è alternativa
Julían Axat, poeta argentino

Molte poesie, dicevo, sono sibilline e di difficile interpretazione. Altre, al contrario, sono immediatamente comprensibili e corrono dritte al cuore, con il loro trasporto e sentimento.

I miei giorni sono un lento specchio intatto che aggroviglia
impassibile
nelle sue fragili fibra la tua immagine
Alì Calderón, poeta messicano

La nuova poesia dell’America latina” è un raccolta poetica decisamente interessante per chi ha la curiosità di conoscere giovani autori centro e sudamericani, per scoprire nuovi talenti letterari oltre ai notissimi poeti e scrittori felicemente tradotti in italiano. E’ un libro sicuramente di nicchia, che mira ad uno specifico pubblico; peccato per diversi refusi e qualche piccolo pasticcio nella traduzione.

Annunci

Andrés Neuman | Le cose che non facciamo

Le cose che non facciamo” di Andrés Neuman (SUR edizioni, 152 pagine, 15 €) è uno di quei libri che necessariamente colpiscono per la copertina: di colore rosa shocking, con un ombrellone e una racchetta da pingpong stilizzati mi hanno immediatamente incuriosita. Scoprire che si trattava di una raccolta di brevi (e brevissimi) racconti, un po’ sperimentali, scritti da un prolifico autore argentino, ha fatto sì che mi ritrovassi a leggerlo e ad essere qui a parlarne.

20160911_133801

Titolo: Le cose che non facciamo

L’Autore: Andrés Neuman è nato in Argentina nel 1977. Autore di romanzi, poesie e racconti, in Italia sono stati pubblicati Parlare da soli, Frammenti della notte e Il viaggiatore del secolo, tutti editi da Il Ponte delle Grazie

Traduzione dallo spagnolo: Silvia Sichel

Editore: SUR edizioni

Il mio consiglio: la raccolta di brevi e brevissimi racconti di Neuman la consiglio agli appassionati del genere narrativo breve, a chi piace leggere qualcosa di sperimentale e assurdo, a chi cerca qualcosa di decisamente innovativo

Io? Se mi contraddico? Se mi rendo conto di fare sempre gli stessi errori? Spesso. Spessissimo. Cosa credi. Tanto per cominciare, sono una stupida. E una fifona. E una rinunciataria. E fingo che potrei vivere una vita che non avrò mai. Pensandoci bene, non so cosa sia più grave: non accorgersi di certe cose o accorgersene e non fare niente. Proprio per questo, capisci, ho tirato questa riga. Sì. È infantile. È brutta e piccolina. Ed è la cosa più importante che io abbia fatto quest’estate. [dal racconto Una riga sulla sabbia, Andrés Neuman]

Al termine dell’estate una ragazza traccia una riga sulla sabbia e vieta al compagno di valicarla; un uomo si trova in una clinica e si accinge a partorire suo figlio; un ragazzino sfida se stesso e nuota verso uno scoglio lontano assieme alla ragazza oggetto del suo desiderio. E poi, un poeta scopre che le sue poesie sono andate perdute durante un incidente; un aspirante suicida telefona alla psichiatra per comunicarle la sua drammatica decisione; di un padre, ad un ragazzo, restano solo le scarpe.

I racconti di Andrés Neuman sono rapidi sprazzi di luce che si aprono sulle vite di sconosciuti: iniziano in modo rocambolesco, a volte è necessario leggerli due volte per capire cosa sta succedendo e dove l’autore voglia andare a parare. Quasi sempre il racconto si conclude senza una vera conclusione, e chi legge resta col fiato sospeso. A volte, invece, c’è quel finale “a sorpresa” che inquieta perché la conclusione – dove c’è – è torbida.

Alcuni brani sono dei piccoli capolavori, uno su tutti il racconto che dà il titolo all’intera raccolta Le cose che non facciamo, appunto.

Mi piacciono le lingue che vorremmo parlare e sogniamo di imparare l’anno prossimo, mentre ci sorridiamo sotto la doccia. Ascolto dalle tue labbra quei dolci idiomi ipotetici, le loro parole mi riempiono di stimoli. Mi piacciono tutti i propositi, dichiarati e segreti, che disattendiamo insieme. È questo che preferisco della vita a due. La meraviglia aperta sull’altrove. Le cose che non facciamo. [dal racconto Le cose che non facciamo, Andrés Neuman]

Altri racconti, come scrivevo, sono brevissimi ma intesi, altri sono degli esercizi di stile, per esempio il racconto Dare alla luce dove in tutto il racconto c’è un solo punto, il resto è una foresta di virgole.

(…) è difficile amare per gli uomini, è un rischio essere i primi a commuoversi, a lanciarsi nel vuoto senza sapere quale sarà la risposta o dove si dirigerà la bicicletta, essere amati è diversi, ci osservano, tutto è comodo e gelido, in terza persona, lei mi ama, e una terza persona era proprio ciò che da quella notte si stava generando come una ragnatela microscopica, così, (…) [dal racconto Dare alla luce, Andrés Neuman]

Infine, in appendice ci sono quattro dodecaloghi, imperativi e regole su come dovrebbe essere scritto un racconto ad effetto secondo Andrés Neuman. La trovo una cosa molto originale e molte regole dettate dall’autore riflettono fortemente il suo stile, innovativo e stravagante, la degna conclusione di una raccolta di racconti così particolare. Una norma su tutte? Questa!

XI. Nel racconto, un minuto può essere eterno e l’eternità durare lo spazio di un minuto. [Andrés Neuman]

Manuel Puig | Scende la notte tropicale

La lettura de “Scende la notte tropicale” di Manuel Puig (Sellerio, 280 pagine, 10 €)  si è rivelato un momento entusiasmante e fortemente coinvolgente della mia ‘carriera da lettrice’. Una sfida anche per lo stile e per il modo che usa Puig per raccontare una storia che, all’apparenza, può sembrare molto banale ma che contiene un piccolo universo di personaggi dove, quasi sicuramente, riusciamo ad identificarci.

20160724_102944

Titolo: Scende la notte tropicale

L’Autore: Manuel Puig è nato a General Villegas, vicino a Buenos Aires, nel 1932. A causa di una complicazione legata ad un intervento chirurgico, muore nel 1990. Oltre a Scende la notte tropicale, Sellerio ha pubblicato in italiano: Agonia di un decennio, New York ’78 (1984), Mistero del mazzo di rose (1996), Una frase, un rigo appena (1996-2000), The Buenos Aires Affair (1997-2000). Altri romanzi di Puig sono stati pubblicati da Einaudi e Feltrinelli

Traduzione dallo spagnolo: Angelo Morino

Editore: Sellerio

Il mio consiglio: Scende la notte tropicale è un libro bellissimo permeato di nostalgia, quella nostalgia di eventi sia belli che brutti che hanno caratterizzato le nostre vite. E’ una storia, all’apparenza semplice, di due anziane sorelle argentine, è la dolcezza di una notte calda e tropicale, di un tramonto in riva al mare

Ah, Nidia, com’è angosciante tutto questo, per quei quattro giorni in croce che mi rimangono di vita devo ritrovarmi in questa situazione. Lasciare il giardinetto dell’appartamento di Rio è il peggio, separarmi da quelle felci, e da quelle foglie enormi della pianta tigrata. E chi comprerà l’appartamento non saprà badare a niente. Io le innafiavo, e poi dalla finestra della camera da letto le vedevo lucide lucide, che crescevano, che diventavano sempre più belle, verde chiaro e poi verde intenso, senza la minima sfumatura di giallo, con qualche germoglio nuovo, sempre verde chiaro. E’ così bello vedere le cose crescere, alzarsi dal suolo, ma avvinte dalla loro radice (…) Separarmi da ogni pianta sarà come morire ogni volta, o sentire che stanno per morire, senza le mie cure [Scende la notte tropicale, Manuel Puig, trad. A. Morino]

Nidia e Lucy sono due sorelle argentine, già un po’ anziane, che vivono a Rio de Janeiro. Lucy ha ottantun anni ed è la più giovane, si è trasferita per prima da Buenos Aires a Rio e Nidia l’ha seguita; con il portoghese Nidia ha ancora qualche problema, e pur avendo ottantatré anni, lo sta imparando velocemente.

L’incipit del romanzo presenta il sentimento che accompagnerà per tutta la durata della narrazione: una dolcezza nostalgica per un passato ormai trascorso. Un passato non sempre positivo perché sia Nidia che Lucy hanno avuto problemi in famiglia: Nidia ha perso Emilsen, l’amata figlia, dopo una lunga malattia, mentre Lucy ha preso il marito quando era molto giovane.

Scende la notte a Rio de Janeiro, è quel momento in cui il sole tramonta e ci si accinge ad accendere la luce dentro le case: Lucy sostiene che sia quella malinconia del pomeriggio appena trascorso, non resta che mettersi a fare qualcosa per non pensarci troppo.

Le anziane Lucy e Nidia vivono assieme, lontane dai figli che abitano a Buenos Aires e a Lucerna, in Svizzera. Le due sorelle si affezionano alle vite degli altri: Lucy si interessa in modo dolcissimo a Silvia, la vicina di casa argentina che lavora come psicoterapeuta già da molti anni in Brasile, che ha un figlio che vive a Città del Messico e una schiera di uomini che non la amano davvero. Nidia invece si lega al giovanissimo muratore Ronaldo e alla sua povera moglie Wilma, che oltre a vivere nel Norte con la suocera, ha disgraziatamente perso una bambina neonata.

Tutto cambia quando Tino, il figlio di Lucy che vive in Svizzera, costringe la madre a raggiungerlo a Lucerna. Nidia e Lucy sono costrette a separarsi, a malincuore; Nidia resta a Rio, a seguire le vicende di Silvia, Ronaldo e a annaffiare le piante della sorella, sperando che Lucy torni dalla Svizzera, un luogo dove fa troppo freddo per le sue vecchie ossa sudamericane abituate al sole e alle brillanti spiagge brasiliane.

In cosa ho sbagliato? (…) Ho lasciato che vedessero la mia disperazione. Ho lasciato che vedessero come a quarantasei anni ero riuscita solo ad aumentare la mia vulnerabilità di sempre. Ho lavorato tanto, ho studiato tanto, mi sono sforzata tanto affinché le cose funzionassero. Ho viaggiato, ho tentato di adattarmi a diversi paesi, li ho studiati, ho imparato ad amarli quanto la mia stessa Argentina. E ho ottenuto solo questo, dipendere da una telefonata, per poter continuare a respirare. Eccomi da sola ad aspettare che qualcuno suoni il campanello della porta di strada (…). [Scende la notte tropicale, Manuel Puig, trad. A. Morino]

La trama raccontata così potrà sembrarvi banale, ma non lo è. Anzittuto, la narrazione di Puig è originale e incredibile: veniamo a conoscenza delle vite di Silvia, Ronaldo e Wilma attraverso i pettegolezzi delle due sorelle argentine, che sarebbero le vere protagoniste del romanzo. Inizialmente, di Nidia e Lucy sappiamo poco, perché nei loro dialoghi le sorelle parlano quasi esclusivamente degli altri: dei nipotini, dei generi, dei figli e soprattutto delle vite di Silvia e Ronaldo. Gli anziani spesso sono così: vivono attraverso gli altri, forse perché sentono che le loro vite ormai sono vuote e giunte al capolinea, prive di eventi interessanti o eccezionali.

Sullo sfondo, uno spaccato della vita tra Brasile tra il 1987 e il 1988, spesso le sorelle argentine parlano della povertà che contraddistingue Argentina e Brasile, citano la crisi, le scelte politiche sbagliate, la dittatura e la corruzione che da sempre ha piagato il Sudamerica. Grazie a Nidia e Lucy scopriamo la precarietà dei muratori brasiliani, le condizioni di lavoro angoscianti e crudeli, ma anche il problema dello sfruttamento del lavoro minorile, degli abusi sessuali e delle inevitabili conseguenze.

Scende la notte tropicale è narrato in modo unico: nella prima parte si sente parlare esclusivamente Nidia e Lucy, e solo attraverso dialoghi. Puig, il narratore, non interviene mai, è come se riportasse senza filtro alcuno la storia. Nella seconda parte, invece, ci sono soprattutto lettere: quelle che si scambiano Lucy e Nidia ormai lontane, quelle di Tino, e di Silvia, e della dolce Wilma. Rapporti di polizia e articoli di giornale fanno da contorno.

La storia funziona alla perfezione pur non essendo il canonico romanzo. Tassello dopo tassello, Puig compone un puzzle che attraverso dialoghi, articoli di giornale, lettere e denunce della polizia creano un universo unico, permeato in modo costante dalla “malinconia del pomeriggio” e di quel guardarsi indietro e dirsi “com’eravamo felici e non ce ne rendevamo conto”.

Un romanzo imperdibile, davvero.

Frida Kahlo e Violeta Parra: le Antiprincipesse sudamericane

Questa sarà una recensione assolutamente fuori dagli schemi, proprio come lo sono state le donne protagoniste dei primi due volumi dedicati alle Antiprincipesse portati in Italia e pubblicati da Rapsodia edizioni, che ringrazio per la collaborazione.

© Rapsodia edizioni

© Rapsodia edizioni

Da piccoli ci raccontano favole dove le protagoniste sono spesso principesse bellissime che vivono in suntuosi castelli; quando sono in pericolo a salvarle arriva un principe, bellissimo pure lui, a cavallo di un bianco destriero, pronto a sfidare draghi o altri mostri per il bene della principessa. Anche nei cartoni animati lo schema è simile: prendete le storie della Bella addormentata nel bosco, oppure Cenerentola, o ancora Biancaneve, fino all’esotica Jasmine di Aladin.

© www.noticiascolombianas.com

La scrittrice argentina Nadia Fink. ©www.noticiascolombianas.com

Crescendo, però, ci si rende conto che quelle sono sì belle storielle per bambini, ma la realtà è molto diversa. Certo, non è necessario obbligare i bambini e le bambine a smettere di sognare castelli e principesse mostrando loro la cruda realtà, però io sono dell’idea che si possano anche presentare personaggi esistiti davvero che ispirino molto più che un principe in calzamaglia. Partendo da questo presupposto, la scrittrice argentina Nadia Fink, con la collaborazione dell’illustratore Pitu Saà, ha creato le Antiprincipesse e sta pubblicando diversi volumi con la casa editrice argentina Chirimbote. In Italia le Antiprincipesse sono arrivate grazie alla casa editrice Rapsodia edizioni.

Nadia Fink si è ispirata a donne sudamericane per avviare il suo progetto sulle Antiprincipesse. I primi due volumi del progetto hanno come protagoniste due donne forti, non nobili e che vita loro hanno dovuto combattere contro povertà, pregiudizi e maschilismo: loro sono la messicana Frida Kahlo e la cilena Violeta Parra.

ANTIPRINCIPESSE #1 – Frida Kahlo (Rapsodia edizioni, 24 pagine, illustrato, 15 euro)

cop_FridaKahlo_Antiprincesas_21x21

© Rapsodia edizioni

La storia di Frida Kahlo la conoscevo bene, essendo una sua ammiratrice, come donna e come pittrice. Nel libro dedicato all’Antiprincipessa Frida, viene raccontata la sua vita fatta soprattutto di sofferenza a causa della malattia che le lasciò una gamba più corta e il terribile incidente di cui fu vittima. Le illustrazioni mostrano Frida vestita da uomo – indossava i pantaloni per mascherare il problema alla gamba – ma anche vestita da azteca, benché la sua famiglia avesse origini tedesche.

Le strisce parlano anche di Diego Rivera, il pittore che fu il grandissimo amore di Frida Kahlo, nonostante i rispettivi tradimenti amorosi. Viene raccontato come Frida desiderasse tanto un piccolo Dieguito, ma a causa della sua precaria salute, la gravidanza avrebbe potuto uccidere sia lei che il feto.

Oltre alla sofferenza, viene narrato in modo semplice e chiaro come Frida abbia sfidato e vinto le convenzioni dell’epoca in cui visse. Con Tina Modotti, la nota fotografa italiana, frequentava locali, cosa che di solito le donne non facevano. Frida ha voluto diventare una pittrice, mestiere che storicamente è sempre stato di competenza dei maschi. Insomma, è stata una donna forte, che ha lottato anche per i diritti civili e lavorativi degli altri, continuando a partecipare a proteste e scioperi nonostante alla fine della sua vita fosse costretta su una sedia a rotelle.

ANTIPRINCIPESSE #2 – Violeta Parra (Rapsodia edizioni, 24 pagine, illustrato, 14 euro)

cop_VioletaParra_Antiprincesas_21x21

© Rapsodia edizioni

E’ allo scrittore Pedro Lemebel che devo la conoscenza di Violeta Parra. Pedro parla di Violeta in una delle sue cronache piumate, così incuriosita da questo nome avevo cercato informazioni su di lei. La cilena Violeta Parra è stata scelta da Nadia Fink come seconda Antiprincipessa protagonista del libro.

Violeta Parra nacque in Cile, da una famiglia parecchio numerosa e povera. Violeta scoprì per caso la chitarra di suo padre e di nascosto iniziò a suonarla. Nei primi anni del Novecendo non era consuetudine suonare in pubblico per le donne; infatti nessuno diede lezioni di musica a Violeta, eppure lei imparò a suonare da sola. Però, Violeta Parra fece molto di più che suonare musica alle feste: lei iniziò a viaggiare lungo il Cile, il suo Paese, alla ricerca di musiche folkloristiche per non lasciarle scomparire con gli ultimi che le cantavano. Violeta, dicevamo, era povera e la mamma le cucì una gonna usando una tenda, per essere elegante durante le sue esibizioni.

Violeta si sposò con un uomo di nome Luis, ebbe anche due figli, ma si dovette separare perché il marito non voleva che lei continuasse a suonare, non era normale che una donna suonasse e viaggiasse per il Cile. Violeta scelse la musica e continuò a viaggiare, con i figli piccoli e la chitarra. Conobbe un altro uomo, molto più comprensivo ed ebbe altri due figli.

A questa incredibile donna si deve il merito di aver recuperato e salvato vecchie musiche, che parlano di persone comuni, umili come contadini, allevatori, minatori, operai; denunciò ingiustizie sociali e il poeta Pablo Neruda, suo amico, la celebrò in una stupenda poesia. Oggi Violeta non c’è più, ma risuona la sua voce, ogni volta che accenderete la radio e vi capiterà di ascoltare una delle sue nostalgiche canzoni.

Antiprincipesse

© Rapsodia edizioni

I libri e soprattutto le storie di Frida e Violeta mi sono piaciuti molto; il linguaggio è semplice, adatto al piccolo pubblico, quando ci sono parole un po’ più complesse vi sono dei riquadri che spiegano meglio di cosa di sta parlando. Alla fine della storia ci sono dei giochi per bambini da svolgere, singolarmente o in gruppo. Essendo storie che raccontano di donne che hanno voluto essere semplicemente se stesse, sono consigliate alle bambini quanto ai bambini. Non c’è niente di meglio che essere se stessi e sentirsi liberi di leggere ciò che si vuole, anche da piccoli, e la conoscenza è senza dubbio il modo migliore per abbattere stereotipi e pregiudizi, formando così adulti migliori.

Luciano Lamberti | Il pappagallo che prevedeva il futuro

Io credo che “Il pappagallo che prevedeva il futuro” di Luciano Lamberti (gran vía edizioni, 96 pagine, 10 €) sia una delle migliori raccolte di racconti lette negli ultimi anni. L’argentino Luciano Lamberti è di sicuro un autore da tenere d’occhio e spero che venga presto tradotto in italiano anche il suo ultimo romanzo.

20160414_100220

Titolo: Il pappagallo che prevedeva il futuro

L’Autore: Luciano Lamberti è nato a Cordóba nel 1978. Oltre ai racconti contenuti ne El loro que podía adivinar el futuro ha scritto un volume di poesie San Francisco Cordóba (2008), un’altra raccolta di racconti El aesino de chanchos (2010) e il romanzo La maestra rural (2016)

Traduzione dallo spagnolo: Vincenzo Barca

Editore: gran vía edizioni

Il mio consiglio: assolutamente consigliato! Leggere dei racconti dove irreale e soprannaturale si mescolano così incredibilmente con il mondo reale è quanto di più geniale io abbia letto ultimamente

Il pappagallo che prevedeva il futuro ti conosce, e a suo modo, ti ama. Conosce la tua famiglia, i tuoi amici, gli amici dei tuoi amici. Quando la terra non era altro che una palla incandescente di pietra liquida, il pappagallo era già lì. Prima che gli uomini muovessero i loro primi passi su due gambe, era lì, e a suo modo li amava. I sumeri incisero la sua figura su vasi di argilla, distrutti poi dagli zoccoli delle orde barbariche. Gli egiziani gli eressero templi segreti. Il pappagallo fu testimone del declino di grandi imperi, di orge pubbliche, di impalamenti collettivi, di battaglie in cui uomini nudi correvano senza testa sulla terra insanguinata come polli decapitati. Furono molti i suoi padroni, parlarono con lui e seppero quel che sarebbe accaduto, ma ne pagarono anche il prezzo. Nel 1952, i soggetti dei primi esperimenti con LSD ebbero un’allucinazione collettiva: videro un uomo con la testa di pappagallo saltare sui tetti, e si cavarono gli occhi. [Il pappagallo che prevedeva il futuro, Luciano Lamberti, trad. V. Barca]

Inizio a parlare de Il pappagallo che prevedeva il futuro proprio dall’incipit del racconto che dà il titolo alla raccolta. Questo incipit l’ho letto e riletto più volte, e ad ogni rilettura mi rendevo conto di quanto sia assolutamente perfetto; la figura del pappagallo che prevedeva il futuro mi ha immediatamente spaventata e inquietata, non capendo cosa fosse davvero: è una divinità buona o cattiva?, cosa è in grado di fare agli uomini? Da questo inizio folgorante si diparte un racconto magnifico, dove Andrés acquista un pappagallo verde un po’ spelacchiato in un mercatino organizzato dopo lo sgombero degli oggetti di una vecchia casa.

Nella raccolta si trovano altri cinque racconti. Ne Perfetti incidenti ridicoli il giovane protagonista ci racconta tutte le disgrazie che gli sono occorse, pur lasciandolo miracolosamente indenne; ne La canzone che cantavamo tutti i giorni ci viene raccontato uno strano fatto successo durante una gita in montagna al fratello del protagonista: dopo aver pranzato, si allontana nel bosco e quando torna non è più lui.

Note sul paese dei giganti è una favolosa raccolta di osservazioni e appunti degli esploratori che – loro malgradosono arrivati al paese dei giganti. Si parla delle loro presunte origini, dei loro comportamenti etologici, dei portali di accesso che conducono dal nostro mondo al loro, della vita privata di chi ha esplorato questo mondo.

CITTA’. Estinguendosi, i giganti si lasciano dietro solo quelle strane città costruite dentro le montagne, rifugi dove si riparano dall’inverno e dai predatori. Le chiamiamo città per riportarle alle nostre capacità linguistiche, anche se a rigore sono un’altra cosa. Nel corso della storia, centinaia di esploratori affascinati hanno percorso le loro alte cripte scavate direttamente nella pietra (…) Nessuno degli esploratori vi ha mai trovato segni di civiltà, neppure rudimentali (…) Solo imponenti scheletri crollati nel posto in cui sono morti, nella postura in cui sono morti (…) Presto gli ultimi branchi sopravvissuti si estingueranno e allora resteranno solo queste tremende buche, buie e deserte per l’eternità, e il paese dei giganti non sarà altro che un racconto per bambini [dal racconto: Note sul paese dei giganti, Luciano Lamberti, trad. V. Barca]

Nel racconto La vita è bella sotto il mare Lamberti ci presenta un mondo dove oltre agli umani vi sono i Residenti, misteriose entità che assomigliano agli umani, ma che non sono umani; i Residenti un tempo avevano un altro aspetto e custodiscono un segreto così potente da poter far ammattire anche Koifman, lo psicologo più integerrimo.

Infine, nell’inquietante quanto bellissimo racconto Il Teatro naturale di Oklahoma si parla del direttore del Teatro che ha un grave problema con un orso russo depresso e di un nonno che parla con gli animali e risolve tutti i problemi. Ma il Teatro naturale di Oklahoma ha qualcosa di inquietante: quando arriva in città accadono cose stranissime e sembra che gli artisti che lavorano lì non invecchino mai.

I racconti in generale mi piacciono molto ma in questo caso, leggendo quelli di Lamberti, ne sono rimasta affascinata e ipnotizzata, come se fossi stata catturata dal vortice di un tornado durante una tempesta; come sia riuscito a mescolare tanto sapientemente il reale con il soprannaturale me lo spiego solo in un modo, e vi assicuro che non è scontato: Luciano Lamberti è uno scrittore geniale. Sono felice di scoprire giovani autori sudamericani davvero bravi: la letteratura sudamericana di oggi è ancora capace di incantare i lettori.

Entonces, Señor Lamberti sus cuentos son geniales, increìbles y deslumbrantes; no sé como usted pueda concentrar toda esta irrealidad en el mundo real, pero la admiro muchissimo y iré a leer con mucho gusto otros cuentos y novelas. Por saber si se va a publicar otra vez en Italia tengo que preguntarlo a los editores o riesgo y lo pregunto al loro que podía adivinar el futuro?

(Per l’aiuto con la traduzione in spagnolo, ringrazio Federica)

Mauro Libertella | Scritto sulla tua terra

Quando in un libro piccolino e breve si concentrano grandi emozioni e in poche righe asciutte vengono descritti temi importanti, nascono libri come “Scritto sulla tua terra” di Mauro Libertella (Caravan edizioni, trad. Vincenzo Barca, 90 pagine, 9,5 euro). In novanta pagine, Mauro Libertella concentra e condensa tutto l’amore e la stima che ha avuto per suo padre, lo scrittore argentino Hector Libertella, scomparso nel 2006.

Titolo: Scritto sulla tua terra

L’Autore: Mauro Libertella è nato in Messico nel 1983. I genitori si erano esiliati durante la dittatura. Oggi vive a Buenos Aires. Scritto sulla tua terra è il suo primo romanzo

Traduzione: Vincenzo Barca

Editore: Caravan edizioni

Il mio consiglio: per chi cerca una lettura breve ma intensa, una storia struggente d’amore di un figlio verso il padre, un romanzo denso di ricordi che scaldano il cuore

12067314_10206974371105155_103394337_n

Avevo ventitré anni, esattamente la stessa età alla quale mio padre aveva pubblicato il suo primo libro e ricevuto il suo primo importante premio letterario, il premio Paidós. Questa sua precocità letteraria era stata per me fino ad allora come una bestia che mi correva dietro, col fiato sul collo. Avevo già raggiunto quell’età, e niente. Avevo passato tutto l’anno precedente tartassato da quell’assillo e l’età mi si parava davanti come un buco nero. I ventitré erano in qualche modo, e anticipatamente, la mia età-sintomo. Perché era stata quella l’età del suo decollo, il momento in cui aveva pubblicato il suo primo libro, aveva ricevuto migliaia di banconote, era partito per un viaggio all’estero e, al ritorno, si era trasferito a Buenos Aires. A ventitré anni lui aveva avuto il suo primo romanzo e io avevo avuto la sua morte [Scritto sulla tua terra, Mauro Libertella, trad. Vincenzo Barca, citazione pagina 52-53]

Mauro e sua sorella Malena hanno da sempre vissuto all’ombra di un padre famoso per le sue storie e per le sue ubriacature. L’alcool in casa Libertella non mancava mai, e nonostante le frequentazioni dei gruppi di aiuto degli alcolisti anonimi, Hector Libertella non è mai riuscito a smettere di bere e di fumare decine di sigarette al giorno.

Quando un giorno si sente poco bene e prende il bus per andare al pronto soccorso, i medici invitano Mauro all’ospedale e senza mezzi termini dicono che l’acqua nei polmoni di Hector non è affatto un buon segno. Da qui in avanti per Mauro e Malena inizia un periodo difficile, fatto di peggioramenti giorno dopo giorno.

In “Scritto sulla tua terra” Mauro Libertella racconta in tono asciutto e quasi asettico le vicende legate alla malattia del padre, ai medici, agli ospedali e alla casa in disordine colma di medicine che nessuno userà mai. Ma il tono di Mauro si fa più caldo, più intenso, a tratti quasi commovente, mentre racconta di quel padre che pur amando le bottiglie e i bar non ha mai smesso di amare i suoi figli.

Mauro non avrebbe nemmeno voluto diventare scrittore e laurearsi in lettere, temendo il paragone con il padre, noto come scrittore in patria ma poco conosciuto da noi in Italia. Ma è proprio Hector che aiuta Mauro nei primi passi come scrittore: sin da quando esordisce nei giornali locali a quando firma articoli e pezzi più importanti.

Un’altra volta, un po’ di tempo prima, quando stavo per pubblicare il mio primo servizio importante su una rivista, gli sottoposi la prima versione per vedere se poteva segnalarmi qualche errore. Fu l’unica volta che gli diedi un mio testo perché intervenisse prima della pubblicazione. Ho il sospetto che fu volutamente cauto e mi segnò solo i punti in cui il testo si mostrava davvero attaccabile. Quello che invece mi scrisse in margine all’ultimo paragrafo, con un tratto rosso e molto marcato, era che la chiusura dell’articolo era sdolcinata. Allora lo rilessi e, in effetti, era il colmo del melenso. Quella minuscola osservazione, schietta ed eloquente al tempo stesso, ebbe un effetto protratto e di vasta portata sul modo in cui rileggevo i miei testi. Potrei dire che da quel momento in poi, cominciarono a esserci i suoi occhi a guardarmi, nascosti tra le righe [Scritto sulla tua terra, Mauro Libertella, trad. Vincenzo Barca, citazione pagina 51]

Attraverso le fotografie degli amici del padre, degli scritti pubblicati e dei romanzi rimasti inediti che Hector ha pazientemente rilegato e lasciato in eredità a Mauro, quest’ultimo dipinge un bel ritratto dolce e a tratti crudo di suo padre. Quel padre mancato troppo presto, consapevole che il tipo di vita che conduceva lo avrebbe portato alla morte e gli avrebbe impedito di vedere i successi dei suoi figli.

A tratti sento ancora che questo cognome non mi appartiene. Mi capita di sentirmi uno straniero, un usurpatore di quelle dieci lettere latine. Una volta lui aveva detto: «Etimologicamente, Libertella significa libro per la terra. Questo è il libro che innaffio tutti i giorni». Quando qualcuno mi dice: «ehi, Libertella», mi sembra che si stiano rivolgendo a lui o, più esattamente, che stiano parlando di lui. Anche se non è un cognome strambo, non è nemmeno comune. Per me, il suono del mio cognome è cristallizzato nella vita sociale di mio padre e mi costa fatica staccarlo da lì.
Lui aveva sempre giocato con l’idea di indagare con serietà l’origine genealogica della famiglia, ma alla fine preferiva ciò che più lo seduceva: il gioco di parole, il nome come pura parola […] È il concetto borgesiano secondo il quale l’assenza di tradizione ci autorizza a tutto, piuttosto che limitarci. Forse, con queste teorie un po’ bislacche, mio padre mi stava dicendo che giocava con il nostro cognome a modo suo, ma che i risultati di quel gioco non erano congelati nel tempo. Dopo la sua morte, perciò, il cognome Libertella torna al punto zero. Spetterà a me inventargli nuovamente un’origine, una narrazione, così da innaffiare tutti i giorni, a modo mio, il libro per la terra [Scritto sulla tua terra, Mauro Libertella, trad. Vincenzo Barca, citazione pagina 73-74]

Mariana Enriquez | Quando parlavamo con i morti

I tre racconti raccolti nel volume “Quando parlavamo con i morti” della scrittrice e giornalista argentina Mariana Enriquez sono inquietanti e claustrofobici. In una Buenos Aires lugubre si muovono i protagonisti di queste storie che hanno qualcosa di misterioso e soprannaturale. Lontana dal realismo magico degli autori sudamericani più famosi, la Enriquez cerca di spaventare il lettore ma anche di instillare una morbosa curiosità per gli eventi narrati.

Eravamo contente che Julita finalmente dicesse qualcosa sui suoi genitori, perché noi non avevamo il coraggio di chiederle niente. A scuola se ne parlava molto, ma nessuno glielo aveva detto in faccia, e noi eravamo sempre pronte a difenderla, se qualcuno diceva qualche cretinata. Il fatto è che tutti sapevano che i genitori di Julita non erano morti in un incidente: i genitori di Julita erano spariti. Scomparsi. Erano desaparecidos. Noi non sapevamo bene come si diceva. Julita diceva che li avevano portati via, perché così raccontavano i suoi nonni. Li avevano portati via, ma per fortuna avevano lasciato i bambini nella stanza (forse non avevano neppure fatto caso alla stanza o magari Julita e suo fratello non ricordavano niente di quella notte, e probabilmente neanche dei genitori) [cit. Quando parlavamo con i morti, pagina 15]

Nel primo racconto “Quando parlavamo con i morti“, che dà il titolo alla raccolta, ritroviamo delle ragazze di Buenos Aires che cercano di mettersi in contatto con i desaparecidos che conoscono per ritrovare i loro cadaveri e vedersi intervistate televisione. Ma un evento alquanto oscuro e insipiegabile porrà necessariamente fine ai loro riti notturni.

Nel secondo racconto “Le cose che abbiamo perso nel fuoco“, la Enriquez affronta un tema molto difficile ma decisamente attuale: la violenza sulle donne. Infatti, nel metrò di Buenos Aires si trova una ragazza sfigurata dal fuoco, un gesto violento da parte del compagno. La ragazza dà l’avvio ad una serie di proteste femminili che sfoceranno nella fondazione di un gruppo, le “Donne Ardenti“, che nel loro programma di protesta hanno alcuni punti particolarmente macabri

Nel terzo e più corposo racconto “Bambini che tornano“, assistiamo al misterioso ritorno dei bambini e dei ragazzi che erano scomparsi da tempo. Ritornano anche i bambini che erano stati dichiarati morti e pare che per loro il tempo si sia fermato. Mechi – impiegata dell’ufficio bambini e adolescenti scomparsi – e Pedro – giornalista – indagano sulla questione, ma mentre Mechi cerca di dipanare la matassa, Pedro si spaventa e scappa in Brasile.

Con una prosa asciutta ed esseziale, Mariana Enriquez ci conduce negli angoli più inquietanti della capitale argentina, che è la vera protagonista nonché vero e proprio filo conduttore di tutti i racconti: una Buenos Aires macabra e cupa, dove avvengono cose misteriose e senza spiegazione. Il lettore curioso arriverà al termine del racconto senza avere un vero e proprio finale. Resterà con i dubbi e senza certezze, a meno che non riesca a dare a se stesso una spiegazione convincente di alcuni incredibili eventi.

caravan_enriquez_cover_31mar14-mini1

Titolo: Quando parlavamo con i morti

L’autrice: Mariana Enriquez (Buenos Aires, 1973) è giornalista e scrittrice. Collabora con «Radar», supplemento di «Pagina/12», e con le riviste «TXT», «La mano» e «El Guardian». Ha pubblicato Como desaparecer completamente (2004), Los peligros de fumar en la cama (2009) e Alguien camina sobre tu tumba (2013). Predilige le atmosfere dark, ma se altrove ha sperimentato il genere horror (come in No entren al 14GB, antologia dedicata a Stephen King), nei tre racconti di Quando parlavamo con i morti la paura ha sempre connotati metafisici e metaforici, con richiami alla storia dell’Argentina e alla condizione della donna

Traduttrici: Simona Cossentino e Serena Magi

Editore: Caravan Edizioni

Il mio consiglio: se non vi spaventano le premesse e gli inquietanti finali in sospeso

Julio Cortàzar | Storie di cronopios e di famas

Con Cortàzar inauguro il filone dei grandi romanzieri argentini (ho in mente a breve di leggere Borges, anche se l’ho già ‘conosciuto’ attraverso le sue splendide raccolte poetiche). Mi sono messa a leggere Cortàzar con un po’ di timore perché avevo paura della sua grandezza e del suo nome. E’ un po’ come quando senti tanto parlare di qualcuno che quando te lo presentano hai paura di dire una sciocchezza o fare una brutta figura. Invece, quando conosci questa persona non fai figuracce – anche se ti sudano le mani – e non dici sciocchezze – anche se hai la gola secca e ti chiedi come tu possa parlare con la lingua incollata al palato. Passando del tempo con la persona che pensavi di mettesse ansia, in realtà scopri che è molto alla mano, simpatica e ti fa anche sorridere; avete tante cose in comune e tu gli fai una buona impressione. Ecco, tra me e Cortàzar è andata proprio così.

Titolo: Storie di cronopios e di famas

L’autore: Julio Cortàzar (Bruxell, 1914 – Parigi, 1984) è stato uno scrittore, poeta, critico, saggista e drammaturgo argentino naturalizzato francese, attivo nel genere fantastico, metafisico e del mistero. Stimato da Borges è stato spesso paragonato ad Edgar Allan Poe (del quale da piccolo divorava romanzi e poesie). La particolarità degli scritti di Cortàzar è che i racconti non seguono sempre una linearità temporare e i personaggi – alquanto bislacchi e misteriosi – esprimono una psicologia profonda e non sempre sono realistici.

Editore: Einaudi

Il mio consiglio: sì se apprezzate l’ironia pungente e le creature di Stefano Benni, e le atmosfere oniriche di Murakami Haruki.

C’era una volta un cronopio piccoletto che cercava la chiave della porta di casa sul comodino, il comodino nella camera da letto, la camera da letto nella casa, la casa nella strada. Qui il cronopio si fermava perché per uscire in strada aveva bisogno della chiave della porta di casa.

Colloqui impossibili: la mia intervista con il professor Julio Cortàzar

Claudia: Da quanto tempo, signor Cortàzar, avevo in mente di leggere un suo libro! Finalmente ho letto “Storie di cronopios e di famas”. L’ho trovato molto divertente, surreale, onirico, strampalato. Insomma: l’ho apprezzato moltissimo. E’ stato come buttarmi dentro un quadro surrealista, uno come quelli di Dalì o di Magritte. Lei descrive qualcosa che esiste – o potrebbe esistere – ma che accostato con altri oggetti o concetti non esiste; come quando spiega come costruire un fissatigre o quando gli orologi mordono i polsi di chi li indossa.

Julio Cortàzar: Mi fa piacere, grazie. Ma come mai non ha mai letto nessuno dei miei romanzi? Non sono forse conosciuto in Europa? Pensavo di aver lasciato un segno, dato che sono nato in Belgio e sono morto in Francia.

C. : No, no, professor Cortàzar, lei è conosciuto e molto famoso. Sono io che avevo un po’ soggezione nel leggere i suoi testi.

J.C. (ride): Ma dai, questa non l’avevo ancora sentita! So che legge Stefano Benni e Murakami Haruki, anche loro spesso non lesinano con la fantasia nel creare strane creature. E poi, come mi ha confessato poc’anzi mi dice che i pittori surrealisti le piacciono molto.

C. : E’ vero, penso che Benni e Murakami si siano ispirati molto al suo lavoro.

J. C. : Beh, io sono stato influenzato da Edgar Allan Poe! Ma quale scrittore non è influenzato dal lavoro di un altro?

C. : L’ho letto nella nota biografica. Passando al suo libro, dicevo che l’ho trovato simpatico. Mi sono piaciuti soprattutto le vicende legate ai cronopios e ai famas e alle speranze, i mediatori tra i due. L’episodio dell’orologio-carciofo dei cronopios mi ha fatto sorridere parecchio. L’idea di un orologio-carciofo che si sfoglia man mano che passano le ore e infine si mangia con olio e sale quando resta il cuore lilla è divertente.

J.C. (ride): Modestamente. So che mentre leggeva il libro ricopiava spesso delle citazioni sulla sua Moleskine rossa.

C. (arrosisco): Sì, ci tengo a ricordarle in futuro. Trovo che siano degli spunti interessanti per riflettere; inoltre, ho letto con piacere che spesso fa delle velate citazioni molto raffinate: come la guerra delle due rose tra i Lancaster e gli York, il mito di Prometeo e la leggenda dello schiavo romano Androclo che toglie la spina dalla zampa del leone.

J. C. : Insomma, dal suo entusiasmo immagino che continuerà a leggere i miei lavori.

C. : Senza dubbio: ho già adocchiato “Ottaedro”, “Bestiario” e “Il gioco del mondo”.

J. C. : Caspita, dice poco! Brava, brava, legga e poi mi farà sapere. (guardando l’orologio, che pare non l’abbia ancora morso) Scusi, io dovrei proprio scappare, signorina. Immagino che non vorrà chiedermi anche lei come mi sia venuti in mente di creare i cronopi e i fama.

C.: Ho letto che ha avuto la visione dei cronopios durante la pausa di uno spettacolo teatrale a Parigi. Non la trattengo oltre, professor Cortàzar. Tanto, ci si sente presto.

(J. C. si alza ma poi ritorna un attimo indietro): Un’altra citazione che le è piaciuta qual è?

C. : Senza dubbio, la gestione dei ricordi dei cronopios e dei famas. Gliela scrivo, aspetti…

I famas, per conservare i loro ricordi seguono il metodo dell’imbalsamazione: dopo aver fissato il ricordo con capelli e segnali, lo avvolgono dalla testa ai piedi in un lenzuolo nero e lo sistemano contro la parete del salotto, con un cartellino che dice: «Gita a Quilmes», oppure: «Frank Sinatra». I cronopios invece, questi esseri disordinati e tiepidi, sparpagliano i ricordi per la casa, allegri e contenti, e ci vivono in mezzo e quando un ricordo passa di corsa gli fanno una carezza e gli dicono affettuosi: «Non farti male, sai», e anche: «Sta’ attento, c’è uno scalino». Questa è la ragione per la quale le case dei famas sono in ordine e in silenzio, mentre le case dei cronopios sono sempre sottosopra e hanno porte che sbatacchiano. I vicini si lamentano sempre dei cronopios e i famas scuotono la testa comprensivi, e vanno a vedere se i cartellini sono sempre al loro posto.

J. C. (ride): eh sì, quella piace molto anche a me. Ora la saluto. A presto, signorina!

C. : A presto, professor Cortàzar!