La nuova poesia dell’America latina | a cura di Loretto Rafanelli

Qualche mese fa su La Lettura, l’inserto del Corriere della Sera, ho letto la segnalazione di un libro di poesie sudamericane. Leggo poco la poesia, forse perché ho sempre un po’ il timore di non comprenderla appieno, però l’idea di fare un lungo viaggio dal Messico sino al Cile accompagnata da nuove voci ispanofone, mi allettava molto. Così, eccomi qui a recensire “La nuova poesia dell’America latina” a cura di Loretto Rafanelli (Algra Editore, 260 pagine, 23 €, testo spagnolo a fronte).

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Titolo: La nuova poesia dell’America latina

Traduzione a cura di: Loretto Rafanelli

Editore: Algra Editore

Il mio consiglio: per chi ama la poesia e per chi vuole conoscere autori e autrici latino americane poco noti o sconosciuti in Italia

Tuttavia, qui è il Sud. Le vie
iniettate di indigenti,
l’architettura contorta
di una stazione di treno dismessa,
i passi fassi dei bambini poveri
e certa sporcizia ferma nelle unghie.Qui è il Sud e non perché sia miserabile;
non è il Sud perché i cani abbaiano
per paura, più che per abitudine.
Qualche punto in una mappa può essere il Sud
sempre e quando tiene frecce che segnalano
verso fuori.
Gustavo Adolfo Chaves, poeta costaricano

L’America latina è un luogo che esercita un grande fascino e negli ultimi anni in Italia, fortunatamente, sono giunte parecchie voci, sia attuali che classiche. Molti degli Autori sudamericani da noi poco conosciuti, sono molto famosi in patria, tanto da rappresentare la loro identità nazionale. Per esempio, nell’aeroporto di Managua, in Nicaragua, ci sono i volti del Augusto César Sandino, che rovesciò la dittatura dei Somoza, e il poeta Rubén Darío.

La poesia, quindi, nel subcontiente sudamericano è molto sentita, da una buona parte della popolazione. Le poesie circolano con facilità senza bisogno di traduzioni, grazie al fatto che molti Stati parlano lo spagnolo. Se sono ben noti poeti come il Nobel Pablo Neruda o il romanziere Gabriel Gracia Marquez, sono meno noti i giovani poeti e questa raccolta è senza dubbio un ottimo strumento per conoscere queste nuovi voci.

I nuovi scrittori latino americani scelti per questa antologia rappresentano diciotto Stati centro e sudamericani: di che cosa parlano, questi nuovi poeti e poetesse? I temi sono molteplici e le poesie di non sempre semplice comprensione: alcuni autori parlano dell’amore, altri della difficoltà di vivere, degli spettri delle vecchie dittature, della denuncia sociale, della violenza sulle donne e gli argentini della terribile storia dei desaparecidos.

Ogni voce rappresenta una piccola porzione di questo vasto areale, e le poesie scelte dal curatore Loretto Rafanelli indagano ogni aspetto della realtà quotidiana.

Sogno:
stiamo in qualche luogo
tu papà e io
mi racconti che ieri ti accusarono
mi dici che di sicuro ti stanno per venire a cercare
ti prego: la fuga
andiamo lontano
ti dico: molto lontano
ma mi rispondi che…il sangue dei compagni non si negozia
e non c’è alternativa
Julían Axat, poeta argentino

Molte poesie, dicevo, sono sibilline e di difficile interpretazione. Altre, al contrario, sono immediatamente comprensibili e corrono dritte al cuore, con il loro trasporto e sentimento.

I miei giorni sono un lento specchio intatto che aggroviglia
impassibile
nelle sue fragili fibra la tua immagine
Alì Calderón, poeta messicano

La nuova poesia dell’America latina” è un raccolta poetica decisamente interessante per chi ha la curiosità di conoscere giovani autori centro e sudamericani, per scoprire nuovi talenti letterari oltre ai notissimi poeti e scrittori felicemente tradotti in italiano. E’ un libro sicuramente di nicchia, che mira ad uno specifico pubblico; peccato per diversi refusi e qualche piccolo pasticcio nella traduzione.

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Alejo Carpentier | Écue-Yamba-Ó

Alcuni libri sono vere e proprie esperienze di lettura: storie trascinanti, affascinanti, che catturano parlando di persone ed eventi così distanti dalla cultura propria del lettore. Alejo Carpentier è uno scrittore che ha dato voce ai Caraibi e al continente americano descrivendo con precisione l’identità della cultura afrocubana. Immergersi nella lettura di Écue-Yamba-Ó (Lindau edizioni, traduzione di Vittoria Martinetto e Thais Siciliano, 219 pp., 21 euro) è come partire per un viaggio, un viaggio rigorosamente immaginario, costituito da magia, mito, religione, suggestione e riti antichissimi.

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Titolo: Écue-Yamba-Ó

L’Autore: Alejo Carpentier (1904 – 1980) nacque a Losanna da un architetto francese e da una traduttrice di origine russa. Trasferitosi a Cuba è cresciuto in un ambiente di meticciato culturale, mostrandosi sensibile fin da giovane al valore della cultura afrocubana. Ammirato da molti scrittori, tra cui Gabriel Garcia Marquez, Alejo Carpentier ha contribuito ad elevare e nobilitare la cultura latinoamericana e i suoi narratori.

Traduzione: Vittoria Martinetto e Thais Siciliano

Editore: Edizioni Lindau

Il mio consiglio: Écue-Yamba-Ó è un romanzo di formazione e di denuncia sociale, è un affascinante affresco di una cultura  diversa dalla nostra occidentale ed è uno spaccato interessante sulla realtà cubana dei primi del Novecento.

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Quando le lente carrette di canne, pesanti, zoppicanti, arrivavano dinanzi al bohìo del vecchio Cué, le stanghe si alzavano, e si riposava un istante al riparo del gran tamarindo dall’ombra di pizzo. Col muso a terra, i buoi sbuffavano come motori surriscaldati, sventagliandosi i fianchi con la coda. Gli uomini lasciavano cadere i cappelli e, con due dita, si toglievano dalla fronte una mota rossiccia di polvere e sudore. Un vapore tremulo si alzava dalle erbe calde. Le palme erano quiete come piante in un acquario. Le palmacanas scoppiettavano in sordina. C’era sciopero nella segheria dei grilli. A mezzogiorno il sole era così grande che riempiva il cielo intero. [Écue-Yamba-Ó, Alejo Carpentier, citazione pagina 21]

La formazione di Menegildo Cué

Per iniziare a parlare del romanzo Écue-Yamba-Ó sono partita con una citazione che descrive l’ambiente dove il protagonista Menegildo vive. E’ la Cuba dei primi del Novecento, l’isola che galleggia nel Mar dei Caraibi e che riceve ogni giorno nuovi arrivi di stranieri – haitiani, polacchi, americani – che raggiungono queste ricche terre chi per lavorarle fatiscosamente, chi per sfruttarle senza ritegno.

Suddiviso in tre parti – Infanzia, Adolescenza, La città – il romanzo Écue-Yamba-Ó racconta la storia di Menegildo Cué che vive all’ombra dello Zuccherificio San Lucio, con la sua numerosa famiglia. Il nonno Luì è discendente di Juan Mandinga, uno vero negro bozal giunto dalla Guinea come schiavo per lavorare nelle Americhe. Le origini di Menegildo sono umili e la sua vita molto faticosa. Non ha potuto frequentare la scuola perché il padre ha preferito che lavorasse con lui, nei campi.

Durante una festa, però, Menegildo incontra una ragazza di Guantanamo che vive nell’accampamento degli haitiani, poiché è moglie di uno di essi. Per il giovane Menegildo quella ragazza diventa una sorta di ossessione, tanto da andare dal vecchio Beruà, lo stregone, per chiedergli un embò, un sortilegio, per far innamorare di lui la giovane moglie dell’haitiano.

Ovviamente, all’haitiano non sta bene che Menegildo abbia puntato gli occhi sulla sua Longina, per cui pensa di dargli una bella lezione. Menegildo, ferito e svergognato, si ritira in casa senza raccontare la verità sull’accaduto, ma Antonio, il cugino negro della madre di Menegildo, capisce subito cos’è successo e darà a Menegildo un consiglio che lo porterà alla rovina.

Menegildo, infatti, dovrà intraprendere un lungo viaggio in treno verso la città, verso La Habana, luogo dove prima d’ora non era mai stato. E sarà proprio in città che, dopo un’esperienza difficile, si renderà conto che non gli interessa tornare in campagna all’ombra dello Zuccherificio San Lucio, ma decide di diventare ñáñinguista (ovvero, entrare a far parte di un’associazione segreta portata a Cuba dagli schiavi neri, dove si praticano rituali complessi e dane pittoresche).

Il treno disdegnò la presenza di due o tre stazioncine e fermate deserte. Alla fine arrivò a uno snodo ferroviario, situato in piena campagna, il cui marciapiede di cemento era costellato di rami e sementi. Alcune capre ruminavano all’ombra di un chiosco rosa, pieno di leve e di funghi di ceramica. I soldati fecero scendere Menegildo. Dopo una lunga attesa, sotto un sole che scaldava il cemento del marciapiede e le tavole di legno su cui erano seduti, un convoglio maestoso si affacciò alla curva più vicina, trainando lunghi vagoni gialli, decorati da scritte in inglese. Mai prima di allora Menegildo ne aveva visti di così belli! [Écue-Yamba-Ó, Alejo Carpentier, citazione pagina 140]

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“La chitarrista” Mario Carreño, pittore cubano

Il Real maravilloso e la denuncia sociale

Alejo Carpentier fu viaggiatore, tanto che nei suoi romanzi il tema del viaggio non manca mai. Viaggiò anche a Parigi, dove conobbe il surrealismo francese, dal quale però si distaccò aprendo di fatto la strada verso il real maravilloso, un filone oggi quasi tipico del continente americano, sudamericano in particolare.

Ma la maravilla per Carpentier non era quella di vedere la realtà attraverso la visione surrealista, che disorce e falsifica la realtà; per Carpentier il real maravilloso è la naturale fede nel magico e nel misterioso, è la capacità di stupirsi della magia dei riti quotidiani, abbandonando la ragione. I protagonisti del romanzo infatti venerano i santi cristiani, ma non hanno mai smesso di adorare le divinità naturali e organizzare riti e sortilegi seguendo rituali antichi e primordiali.

Écue-Yamba-Ó fu scritto in soli nove giorni, nel 1927, mentre Carpentier si trovava in carcere a La Avana. Era stato imprigionato perché appartenente al grupo minorista, di fatto un movimento in contrapposizione all’uomo bianco che introducendo il carcere, la chiesa, la schiavitù e l’imperialismo aveva oppresso e ridotto in miseria l’America Latina, tutti temi a lui cari che descrive nel romanzo, che può anche essere letto come una denuncia sociale delle drammatiche condizioni di lavoro negli azucareos, gli zuccherfici dell’epoca.

In Écue-Yamba-Ó la cultura afroamericana è ben rappresentata: i riti ancestrali sono descritti con dovizia di particolari, nella traduzione italiana sono stati mantenuti i nomi creoli e spagnoli, per cui è necessario ricorrere al glossasio al termine del romanzo. La scrittura di Carpentier è ricercata, quasi barocca, decisamente notevole per essere un’opera prima – pur essendo stata rivista più volte, solo nel 1933 venne pubblicata a Madrid la prima versione del romanzo.

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“Danza afrocubana” Mario Carreño, pittore cubano