Ngūgī wa Thiong’o | Un matrimonio benedetto

Voleva capire l’Africa, toccarle il cuore e sentire l’immenso continente vibrare tra le sue dita. In quei giorni lei e lui erano molto vicini, i loro cuori sembravano battere all’unisono. Ma col passare degli anni, lui si era allontanato sempre di più. Lei aveva perso il suo slancio iniziale; le idee che prima le erano parse brillanti, erano adesso sbiadite e coperte di ruggine. Chi erano loro, in fondo, per civilizzare qualcun altro? E, in ogni caso, che cosa era la civiltà? [dal racconto Addio all’Africa, Ngūgī wa Thiong’o, traduzione Marco Ferrazza]

Ngūgī wa Thiong’o nasce in Kenya nel 1938 e nel 1977 vieen arrestato e incarcerato a causa delle critiche nei confronti delle ingiustizie della società keniota di quegli anni; attualmente, Ngūgī wa Thiong’o vive negli Stati Uniti e da diversi anni compare tra i nomi dei candidati al premio Nobel per la Letteratura.

Un matrimonio benedetto” di Ngūgī wa Thiong’o (Quarup, trad. M Ferrazza, 183 pagine, 13.90 €) è una raccolta di tredici racconti, limpidi e lucidi, che hanno come protagonisti i rappresentanti della società keniota, dai nativi ai coloni. I racconti sono suddivisi in tre parti  e seguono un filo logico ben preciso.

La prima parte è dedicata alle madri e ai figli. In questi tre racconti troviamo una donna  che cerca il coraggio di abbandonare il marito violento; una donna sterile che senza volerlo salva il figlio di una donna che invidia perché ha una numerosa prole; una donna, da tutti creduta pazza, che racconta la tragica morte del figlio a causa della siccità.

Nella seconda parte dedicata ai dominatori e alle vittime, troviamo un reverendo che prega affinché cada la pioggia ma che non inizi a cadere proprio quando giunge al villaggio lo stregone; c’è un ragazzo che, seppur diplomato, crede alla maledizione di famiglia; c’è la tragica vicenda di un servo che, cercando di avvisare i padroni bianchi di un pericolo imminente, subirà un incidente; c’è un uomo che torna dopo anni di prigionia al suo villaggio e scopre che tutto e tutti sono cambiati; c’è un ragazzo molto giovane, intelligente e promettente che prima di partire per l’università deve risolvere un problema con una ragazza superstiziosa e ignorante; infine, ci sono due coloni bianchi alla vigilia della loro partenza dall’Africa che si interrogano cosa sia davvero la civiltà.

Nella terza e ultima parte ci sono le vite nascoste: una ragazza che si svende agli uomini solo per qualche minuto di notorietà; un uomo che rinnega la sua religione pagana e la sua natura solo per compiacere il ricco suocero; un uomo che racconta in un bar segreti legati al funerale di un noto politico e infine un uomo che abbandona il villaggio per andare in città, rinnegando la sua vocazione, e si accorge che non è tutto oro ciò che luccica.

Non si dovrebbe mai pensare di poter afferrare il significato di un continente con le nostre piccole mani: un continente di può solo amare [dal racconto Addio all’Africa, Ngūgī wa Thiong’o, traduzione Marco Ferrazza]

Ol Donyo Sabuk Mountain, Kenya (foto: Sixtuskev, CC BY-SA 3.0)

I racconti di Ngūgī wa Thiong’o mi sono piaciuti molto: in generale, amo molto il genere del racconto, ma in questo caso l’ho apprezzato ancora di più perché grazie a tredici brevi storie ho avuto la possibilità di guardare la società keniota con un respiro molto più ampio e attraverso diverse sfaccettature.

Ognuno dei tredici racconti mi ha coinvolta, vuoi per lo stile semplice e diretto, vuoi per le descrizioni poetiche oppure per la mia innata curiosità nello scoprire culture diverse dalla mia; ma i racconti di Ngūgī wa Thiong’o non sono solo questo, non si leggono solo per diletto o divertimento: l’autore keniota analizza profondamente il suo paese, presentando un quadro ben definito e preciso nel breve lasso temporale del racconto.

Vengono fuori gli aspetti legati alla colonizzazione dei bianchi, con le disparità sociali che ne conseguono. Ci si chiede che cos’è davvero la civiltà e se ha senso – e giusto – andare a “civilizzare” quegli uomini che vengono ritenuti selvaggi e ignoranti, una tematica che avevo già ritrovato ne “Il crollo” di Chinua Achebe. Ci si chiede se abbia senso o meno abbandonare la propria religione (che è anche quella dei propri avi), la propria lingua e le tradizioni ancestrali solo perché giunge da lontano un uomo bianco a dare nuovi ordini e disposizioni. Una lettura decisamente consigliata.

Titolo: Un matrimonio benedetto
L’Autore: Ngūgī wa Thiong’o
Traduzione: Marco Ferrazza
Editore: Quarup
Perché leggerlo: perché si tratta di una bella raccolta di tredici racconti che analizzano in dettaglio e in modo coinvolgente la società keniota durante e dopo la colonizzazione dei bianchi.

(© Riproduzione riservata)

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