Guadalupe Nettel | Il corpo in cui sono nata

Sono nata con un neo bianco, che altri chiamano voglia, sulla cornea dell’occhio destro. Sarebbe stata una cosa del tutto irrilevante se la macchia in questione non si fosse trovata nel bel mezzo dell’iride, cioè proprio sulla pupilla, da dove la luce penetra fino al fondo del cervello. All’epoca i trapianti di cornea sui bambini appena nati non eseguivano ancora: il neo era condannato a rimanere lì per diversi anni (…) L’unica consolazione che in quel momento i medici poterono dare ai miei genitori fu l’attesa.
Il corpo in cui sono nata, Guadalupe Nettel, trad. F. Niola

Il corpo in cui sono nata” di Guadalupe Nettel, tradotto da Federica Niola per La nuova frontiera, è il secondo romanzo della scrittrice messicana che ho il piacere di leggere, dopo aver apprezzato “La figlia unica” ero certa che non sarei rimasta delusa da questa seconda proposta de La nuova frontiera.

In questo libro vengono raccontate, con il ritmo incalzante e coinvolgente di un romanzo, l’infanzia, l’adolescenza e le evoluzioni della famiglia dell’Autrice, sullo sfondo del Messico degli anni Settanta e Ottanta, principalmente.

La vicenda incomincia con una piccola Guadalupe nata con un difetto sulla cornea, un neo bianco sulla pupilla, che può condurre alla formazione di una cataratta precoce e al cosiddetto “occhio pigro”, preludio dello strabismo. Nel Messico degli anni Settanta, i trapianti di cornea non sono frequenti e uno dei modi classici per far lavorare l’occhio definito pigro è quello di coprire con un grande cerotto l’occhio “buono”. E’ così che Guadalupe si affaccia al mondo: con questo visibile difetto del proprio corpo che non si può nascondere.

La famiglia di Guadalupe si professa moderna e all’avanguardia: seguono la politica del paese, mandano i figli alla scuola Montessori, parlano di educazione sessuale e di droghe con grande libertà e senza alcun tabù, addirittura iniziano di comune accordo ad avere relazioni extraconiugali.

Ma la piccola Guadalupe si sente come un insetto, sempre un po’ fuori posto, con molte difficoltà nel trovare il suo luogo nel mondo. Per fortuna ci pensano i libri e la scrittura, ad aiutarla. Guadalupe legge con voracità tutti i libri che riesce a reperire – anche quelli per adulti che legge sua mamma! – e inizia a scrivere, scrivere, scrivere.

Purtroppo, a complicare il difficile rapporto tra Guadalupe, il suo corpo e il mondo, ci si mette la separazione dei suoi genitori: l’eccessiva libertà sessuale tra le parti distrugge il matrimonio e la madre decide di andare in Francia per proseguire gli studi, con un dottorato in una prestigiosa università di Aix-en-Provence.

Guadalupe e Lucas, suo fratello, inizialmente restano in Messico e vengono affidati alla nonna, una donna morigerata e severa, l’esatto opposto della madre permissiva; con la madre in Francia e il padre negli Stati Uniti, a San Diego dice la nonna, Guadalupe inizia a vivere il difficile periodo della pre-adolescenza.

Per fortuna, una volta sistemata in Francia, la mamma fa arrivare i figli da lei e Guadalupe si deve reinventare un’altra volta, in un altro paese, con un’altra lingua e un’altra cultura. Sono gli anni delle medie, dei primi drammi adolescenziali, dei primi innamoramenti e delle prime cocenti delusioni.

Il Messico però chiama, durante una festa di paese con ospiti messicani, la nostalgia per il proprio paese diventa così forte che la mamma decide di far tornare in Messico Guadalupe, di nuovo dalla severa nonna, in attesa di terminare gli studi, ritornare anche lei e Lucas in Messico e di poter finalmente portare Guadalupe negli Stati Uniti per l’intervento all’occhio, per il quale ha risparmiato un’intera vita.

Non sbagliavo a pensare che tornando a Città del Messico non sarei più stata la stessa persona. In quella settimana e mezzo si era verificato un cambiamento importante, anche se non immediatamente percepibile. I miei occhi e la mia vista erano rimasti immutati, ma vedevo in modo diverso. Finalmente, dopo un lungo periplo, mi ero decisa ad abitare il corpo in cui ero nata, con tutte le sue particolarità. In fin dei conti era l’unica cosa che mi apparteneva e mi vincolava in modo tangibile al mondo, e insieme mi consentiva di distinguerne.
Il corpo in cui sono nata, Guadalupe Nettel, trad. F. Niola

La straordinarietà di questo libro è che Guadalupe Nettel è riuscita a raccontare la sua storia e quella della sua famiglia con il ritmo che solitamente hanno i romanzi, capaci di coinvolgere e incollare letteralmente alle pagine chi legge; ho riconosciuto la stessa scrittura armonica e ammaliante che avevo trovato ne “La figlia unica“.

Narrato in prima persona, dicevo con questo ritmo che incede e che incuriosisce, Guadalupe firma un libro che – sullo sfondo del Messico degli anni Sessanta e Ottanta, con i cambiamenti della mentalità nella società – racconta la lunga accettazione del proprio corpo, quello in cui è nata appunto, e i rapporti con la famiglia (soprattutto quello talvolta conflittuale con la madre), con gli amici e con se stessa.

Accettarsi con i nostri difetti è difficile, in modo particolare quando i difetti sono ben visibili agli altri, come il caso dell’Autrice del romanzo in questione. Un percorso, questo, che può arrivare a durare tutta la vita o addirittura essere destinato a non finire.

Romanzo, memoir, autobiografia, libro per riflettere su noi stessi e su come pensiamo ci percepiscano gli altri: “Il corpo in cui sono nata” di Guadalupe Nettel è tutto questo e molto di più.

Titolo: Il corpo in cui sono nata
L’Autrice: Guadalupe Nettel
Traduzione dallo spagnolo: Federica Niola
Editore: La nuova frontiera
Perché leggerlo: perché un romanzo intenso, coinvolgente e bellissimo che ci porta a riflettere su noi stessi e su come pensiamo che ci percepiscano gli altri
Della stessa Autrice puoi leggere: La figlia unica

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