Zigmunds Skujiņš | Come tessere di un domino

Per i popoli vivere sotto governanti stranieri ha sempre significato vivere con una parte superiore estranea. Se ciò acccade spesso e a lungo, i geni programmano la situazione facendone la norma: noi siamo la parte di sotto. O si può dirla anche così: i popoli vengono messi alla prova, ciascuno in maniera diversa. Alcuni con terremoti e alluvioni, altri con eruzioni di vulcani o con la siccità. Noi lettoni per centinaia di anni siamo stati messi alla prova nella nostra resistenza e nella speranza che riotterremo la nostra parte superiore perduta, e che una volta per tutte impareremo a custodirla con rispetto [Come tessere di un domino, Zigmunds Skujiņš, trad. M. Carbonaro]

In un austero maniero nei dintorni di Riga vive una famiglia molto particolare. Il narratore è un ragazzino senza nome, figlio di due artisti circensi che hanno abbandonato la Lettonia per portare i loro numeri in Europa; privo delle figure genitoriali, il ragazzo viene cresciuto dal nonno, un uomo bizzarro che sembra nascondere nobili origini ma che gestisce il noleggio di carrozze e cavalli per cerimonie. Assieme al nonno, al maniero vive una Baronessa con origini tedesche ed ebree, e un bel giorno – anticipato da una breve lettera – compare Jānis, il fratellastro del narratore, figlio della mamma e di uomo giapponese. Infine, fa capolino al maniero un enigmatico Aviatore.

La vicenda dell’eccentrica famiglia si snoda nell’arco del Novecento, della rottura del patto Molotov-Ribbentrop, avvenuta nel 1939, all’agosto del 1991, quando la Lettonia tornerà nuovamente indipendente. Nel corso di questi concitati anni, i lettoni cambiano più volte governanti: sovietici, tedeschi e di nuovo sovietici, i quali si alternano in un macabro balletto. In tutta questa confusione sociale e politica, il narratore e il fratellasto Jānis cercano di seguire le proprie inclinazioni e di diventare adulti.

Nel contempo, Skujiņš ci racconta la surreale storia di Waltraude von Brügger, Baronessa vissuta nel Diciottesimo secolo. L’avventura della Baronessa è quanto mai orginale e strampalata: l’amato marito, il Barone Eberhard von Brügger, pare sia morto in guerra, anzi, forse è morto solo per metà; un misterioso alchimista ha ricucito la parte inferiore del corpo del Barone a quella di un certo capitano Bartolomejs Ulste, un soldato lettone affabile e seducente, il quale durante la stessa battaglia ha perso la metà del corpo, dall’ombelico in giù.

Ma è davvero possibile che di due uomini ne possa venir fuori solo uno? Alla Baronessa non resta che scoprirlo andando a conoscere il capitano Ulste, viaggiando da Riga alla regale città di Jelgava, alla ricerca dell’alchimista Gibram e di un misterioso Cagliostro, giunto direttamente dal Cinquecento.

Si sa ancora pochissimo sull’essenza dell’amore. Come si sa pochissimo sul cosmo, dove l’umanità vive da almeno duecentosessantamila anni. Le teorie più recenti spiegano l’innamoramento in maniera prosaica, cioè attraverso l’azione di dopamina e noradrenalina sul sistema limbico del cervello. Comunque sia, la chimica non ha saputo offrire nessuna chiarezza. Il meccanismo di accensione che mette in moto la chimica, facendo in modo che venga notata da una persona e non da un’altra, continua ad essere avvolto nel mistero [Come tessere di un domino, Zigmunds Skujiņš, trad. M. Carbonaro]

Palazzo a Jelgava, Lettonia (fonte: Valdis Veinbergs, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons)

Come tessere di un domino” di Zigmunds Skujiņš (tradotto da Margherita Carbonaro, Iperborea, 364 pagine, 18.50 €) è il primo romanzo dell’autore lettone tradotto in Italia. Romanzo storico, di fantasia, di formazione, di riflessione e saga famigliare: “Come tessere di un domino” è un collage di personaggi e vicende storiche che intimamente sono legate tra loro.

Le due vicende narrate – la storia della famiglia baltica del Novecento e le avventure della Baronessa von Brügger del Diciottesimo secolo – sembrano due rette parallele, sempre pronte ad inseguirsi pur senza toccarsi mai; raccontate con due stili diversi, più colloquiale e riflessiva la prima e più pomposa e solenne la seconda, in realtà i personaggi di queste storie all’apparenza così diverse hanno un punto in comune: la ricerca della propria identità.

“(…) Perché non saresti lettone, se hai un cuore lettone? Il cuore però non lo vede nessuno. La faccia sì.” [Come tessere di un domino, Zigmunds Skujiņš, trad. M. Carbonaro]

A pronunciare questa frase è Jānis, il fratellastro mezzo giapponese del narratore. Jānis si sente lettone, ma gli occhi a mandorla e i capelli neri e listi tradiscono ben altre origini; la Baronessa che vive con loro al maniero ha origini tedesche ed ebree: si ritroverà a rinnegare le une o le altre in base a chi saranno i padroni in quel momento in Lettonia. La Baronessa von Brügger è alla ricerca del marito, morto forse, oppure no, morto solo a metà, ammesso che possa esistere un uomo creato partendo dai corpi di due uomini. E nel caso fosse possibile, la Baronessa si interroga se il risultato sarebbe ancora suo marito e in quale misura.

Infine, alla ricerca della propria identità, c’è tutto il popolo lettone. Dichiarata la propria indipendenza nel 1918 – all’indomani della caduta dei baroni baltici – la Lettonia verrà invasa nel 1940 dai sovietici. Nel 1941 arriveranno i nazisti, accolti inizialmente come salvatori, che non daranno però al popolo lettone la libertà tanto agognata, anzi ne deporteranno a migliaia nei lager sparsi per l’Europa centrale (lo stesso faranno i sovietici, deportando i baltici in Siberia); ritorneranno quindi i sovietici nel 1944 e ci resteranno fino alla dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Quello che più di ogni alta cosa amo dei popoli baltici è il loro grande, grandissimo orgoglio baltico: nonostante la Storia abbia tentato in tutti i modi di reprimere le loro lingue, le loro tradizioni e la loro cultura, i popoli baltici hanno saputo resistere. E nel romanzo i personaggi sono proprio così: fieri di essere baltici.

Sono stati anni lunghi, quelli della dominazione straniera, e una volta riacquistata la libertà ne sono seguiti altrettanti di confusione e incertezza; eppure, come scrive il narratore al termine del romanzo, durante i festeggiamenti per l’unità lettone, la Lettonia e il suo popolo impareranno a trovare la parte perduta – quella che i dominatori stranieri volevano reprimere – e a custodirla nel cuore per sempre.

Viviamo tutti in un mondo reale e in un altro fantastico. Quello fantastico è probabilmente più comodo. [Come tessere di un domino, Zigmunds Skujiņš, trad. M. Carbonaro]

Titolo: Come tessere di un domino
L’Autore: Zigmunds Skujiņš
Traduzione dal lettone: Margherita Carbonaro
Editore: Iperborea
Perché leggerlo: per immergersi in una storia vera e in una surreale, per imparare qualcosa di più sulla storia del Novecento e per innamorarsi di quei Paesi lassù, appesi tra l’Europa centrale e l’immensa Russia.

(© Riproduzione riservata)

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Imants Ziedonis | Favole colorate

Se potessi tornare indietro nel tempo, chiederei di rivivere i momenti in cui mia nonna mi raccontava le favole prima di andare a dormire. Lei sedeva accanto al mio letto, con la abat-jour accesa, mentre io stavo già sotto le coperte con le orecchie ben aperte. Le storie che mi raccontava non le ricordo più, e lei da dove si trova ora non può certo ripertermele. Leggendo “Favole colorate” di Imants Ziedonis (Damocle edizioni, 147 pagine, testo lettone a fronte, 10 €) mi è sembrato di tornare un po’ bambina, anche se accanto a me, adesso, mia nonna non c’è più.

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Titolo: Favole colorate

L’Autore: Imants Ziedonis è una delle voci più amate della letteratura lettone del secondo Novecento. Le sue “Favole colorate” sono state tradotte in quattordici lingue.

Traduzione dal lettone: Paolo Pantaleo

Editore: Damocle edizioni

Il mio consiglio: una bella e romantica lettura per tornare un po’ bambini

Con la mia ambra è molto bello e molto facile vivere. Ma della talpa da quella volta non seppi più niente. Ho visto diverse altre talpe, ma una con un dente d’ambra , quella non l’ho più vista. Di sicuro starà cercando qualcun altro che ancora non possiede la propria ambra. Se la incontrate, non abbiate paura, seguitela, vi porterà nella favola d’ambra. O forse anche in qualche altra fiaba. Comunque – ci incontreremo ancora, magari in una favola colorata, o in una favola profumata, o in favole dove il vento fa frusciare le foglie, oppure dove il mare è in tempesta. Le favole sono così tante che non finiscono mai [Imants Ziedonis, Favola d’ambra, trad. P. Pantaleo]

Leggendo “Favole colorate” di Imants Ziedonis ho trascorso un paio d’orette in compagnia di brevi storie permeate da romanticismo e sensibilità, scoprendo un autore lettone molto raffinato forse ancora troppo poco apprezzato in Italia.

Ogni favola è contraddistinta da un colore (bianca, gialla, marrone, blu, nera, rossa, viola, verde e grigia) e poi ci sono le favole d’ambra e quella macchiata; in queste storie prende vita un universo di personaggi a tratti dolcissimi a volte più duri (come nella favola nera, dove si parla dell’inferno), fermo restando sempre il suo stile struggente e molto poetico. In effetti, alcune di queste favole sembrano vere e proprie poesie, versi scritti curiosamente in prosa.

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“Cavallo blu” Franz Marc (1911)

Nelle storie di Ziedonis si trovano paesaggi baltici tutti bianchi, dove anche le uova bianche delle galline bianche si perdono nella bianca neve (tra l’altro, curiosità, in lettone “bianco” si dice “baltā“); c’è la storia gialla ambientata nei prati dove tutto diventa giallo, e la bella storia marrone dove un essere dispettoso e rapidissimo con un tocco fà arrivare l’autunno. Nella favola blu, una delle più belle, c’è un cavallo solitario di colore blu, costretto alla solitudine dagli altri cavalli e obbligato a mangiare solo cose blu.

La favola nera parla dell’inferno, dove tutto è al contrario e il latte non è bianco, bensì nero; nella favola rossa una fiammella dispettosa cerca di indurre la piccola Fiammetta a liberarla, mentre nella favola viola a chi beve troppa grappa viene il naso lilla e rischia di perderlo.

Il bosco entra in città nella favola verde, e cerca di liberare Rigā da quel puzzo fatto di scarico delle macchine, fumo delle fabbriche, polvere che si deposita dappertutto.

Il colore grigio parla nella favola grigia, raccontandosi come il colore dell’attesa: non è forse vero che l’attesa è grigia?

Sono io il primo fra tutti i colori. Io sono il colore dell’attesa. Nel mattino nuvoloso tutti aspettano il sole, nella sera grigia, la luna. Nella grigia primavera del disgelo desiderano i fiori, nell’autunno plumbeo, la candida neve. Io sono il Grigio, ed è a causa mia se le persone cercano gli altri colori [Imants Ziedonis, Favola grigia, trad. P. Pantaleo]

Infine, la favola macchiata e la favola d’ambra, rispettivamente dove una Macchia dispettosa imbratta animali e persone e dove una talpa dal dente d’ambra aiuta un ragazzo a trovare la propria ambra.

A fine lettura, oltre ad un po’ di nostalgia che le favole e il pensiero dei racconti con animali magici e creature soprannaturali mi evocano un po’, sono davvero felice di aver letto e scoperto questo autore lettone, ancora non molto conosciuto in Italia. E dopo avervi parlato e raccontato di questo bel libricino, spero di avervi incuriosito e mi auguro che possa capitarvi di leggerlo.