Israel Joshua Singer | La famiglia Karnowski

Il romanzo “La famiglia Karnowski” era da molto tempo tra le letture che mi ero preposta di portare a termine. Tra i generi letterari che apprezzo maggiormente, ci sono anche le saghe famigliari con uno sfondo storico ben definito e preciso, libri che mi appassionano ma mi insegnano anche molte cose che non conoscevo o che nel corso del tempo, dopo gli studi, avevo dimenticato. “La famiglia Karnowski“, ha ripagato completamente le mie aspettative: esso avrà un posto speciale nel mio cuore e nella mia libreria.

Titolo: La famiglia Karnowski

L’autore: Israel Joshua Singer (Bilgoraj, Polonia 1893 – New York 1944) è stato uno scrittore polacco autore in lingua yiddish. Fratello del celebre Isaac Bashevis Singer, premio Nobel per la Letteratura, nel 1918 entrò a far parte del circolo letterario yiddish del Circolo Kiev e nel 1921 fu corripondente del giornale americano yiddish The Forward. Nel 1943 emigrò definitivamente negli Stati Uniti. Adelphi ha in progetto di pubblicare altre sue opere.

Traduzione: Anna Linda Callow

Il mio voto: 5/5

L’indomani mattina Georg salì su un autobus e andò da suo padre. David Karnowski fu sbalordito di rivedere il figlio dopo tanti anni. Rimase interdetto, impietrito. Georg lo abbracciò. «Non abbiamo più motivo di essere in collera, papà,» disse con un sorriso amaro «adesso siamo tutti ebrei allo stesso modo». David Karnowski gli accarezzò le guance, come si fa con un bambino che ha compiuto una marachella e torna a casa a chiedere perdono. «Sii forte, figlio mio, come lo sono io e tutti gli ebrei della vecchia generazione,» disse «ci siamo abituati da sempre e lo sopportiamo, da ebrei». [La famiglia Karnowski, pagina 280]

Il romanzo racconta le vicende di tre generazioni di Karnowski, coprendo un lasso di tempo che va dal 1860 al 1940, passando dalla Polonia a Berlino sino ad approdare a New York. E’ suddiviso in tre parti, dove in ognuna viene analizzato un singolo rappresentante della generazione. La prima parte è incentrata su David Karnowski, la seconda sul figlio Georg e l’ultima sul nipote Jegor. La narrazione scorre via fluida e placida come le acque di un fiume e pagina dopo pagina entriamo nel vivo della storia, nel vivo della famiglia stessa. La cultura ebraica, che a molti può sembrar ostica da comprendere, viene presentata in modo semplice e chiaro, anche se spesso il lettore si deve aiutare con il glossario in calce per capire alcuni termini che non sono stati tradotti.

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“L’ebreo errante” Marc Chagall

David Karnowski è il personaggio che si ribella ai rabbini polacchi e dopo il matrimonio con Lea fugge a Berlino, capitale della cultura e della luce, a suo parere. David si integra benissimo, ha un lavoro solido che gli permette di guadagnare parecchi soldi e frequenta ebrei colti e raffinati, col quale intavola conversazioni forbite e complesse. Benché non abbia potuto studiare, è un uomo che si è fatto da sé, leggendo molto e appunto frequentando persone erudite. La moglie Lea invece soffre a Berlino, odia il tedesco e lo parla scorrettamente, preferendo la sua lingua madre, l’yiddish; lei si sente una straniera in Germania, non riesce a fare amicizie né a fare buona impressione sulla gente che frequenta il marito, proprio perché è una donna molto semplice.

Georg Karnowski è il primo figlio di David e Lea, nato a Berlino. Georg ha qualche difficoltà di integrazione con i ragazzi tedeschi, a causa delle sue origini ebraiche. Georg si sente un emarginato e inizia a vivere in modo sregolato trasgredendo alle ferree regole del padre. Scialaqua il denaro che David gli regala per pagarsi gli studi, ma un incontro con una ragazza ebrea, Elsa, gli cambia la vita. Elsa è la figlia di un medico ebreo e studia medicina, ma ad Elsa interessa la politica. Georg decide di iscriversi a medicina e, benchè David sia convinto che non finirà mai gli studi, si laurea e inizia ad esercitare come medico militare. Al ritorno dalla guerra, conoscerà Teresa, un’infermiera di una clinica privata. Per sposare Teresa, cristiana, sfida il padre che decide di non parlargli più.

Jegor Karnowski è l’unico figlio di Georg e Teresa ed è il personaggio più difficile e forse meglio riuscito dell’intero romanzo. Jegor si definisce un mezzosangue, a causa del matrimonio misto dei genitori. Odia la parte ebrea perchè odia suo padre, vorrebbe essere un tedesco puro, come quelli che marciano tra le fila dei sostenitori di Terzo Reich. Jegor sembra la copia di suo padre: commette gli stessi errori, ma a differenza del padre non riesce proprio ad adattarsi, in nessun modo e in nessun contesto. Non è tedesco, quindi non può militare tra le fila dei nazisti che tanto approva e ammira. Non è ebreo, odia la religione e odia suo padre che gli ha trasmesso quei capelli neri da zingaro e quegli occhi scuri.

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“Solitudine” di March Chagall

Il romanzo di Israel Singer dipinge l’ascesa e la caduta della famiglia Karnowski, che nonostante tutte le difficoltà, resta sempre unita e nel momento del bisogno l’un per l’altro si aiutano, e sopportano con grande coraggio e forza interiore le persecuzioni e gli affronti dei gentili. Ma quando in Germania per un ebreo diventa davvero impossibile vivere, loro riescono a scappare a New York, dove ad attenderli c’è un nuovo mondo, con molte più sfide di quello vecchio.

Israel Singer morì nel 1943 a New York, forse prima di scoprire le atrocità che il popolo tedesco infliggeva agli ebrei, o semplicemente nel suo romanzo ha deciso non concentrarsi sui risvolti negativi e cruenti della storia. Israel Singer preferisce mostrarci una famiglia unita, i cui componenti sono senza dubbio caparbi e testoni – ce lo dice presentantoli nelle prime righe del romanzo: “I Karnowski della Grande Polonia erano noti per il loro carattere testardo e provocatore, ma allo stesso tempo stimati per la vasta erudizione e l’intelligenza penetrante.”; ma nonostante essi siano davvero testardi e, aggiungo io, molto orgogliosi, alla fine riescono sempre a trovare il modo per perdonarsi a vicenda e per continuare ad amarsi come una vera famiglia.

Ciò che lascia il romanzo è proprio questo: nonostante le difficoltà, economiche o sociali, non bisogna mai soccombere. Si deve lottare, anche se si viene umiliati e si deve ricominciare da capo. E soprattuto, bisogna restare uniti, sempre, e bisogna avere l’umiltà di chiedere aiuto ed essere aiutati.

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AA. VV. | Pro Armenia Voci ebraiche sul genocidio armeno

Deve essere noioso leggere di questa crudeltà, ma sono state riportate così tante, centinaia, forse migliaia, di storie simili, che è impossibile mantenersi nei giusti limiti quando si chiede a qualcuno che ne è al corrente. Si prova una sorta di esplosione, e di bisogno fisico di raccontare alcune delle cose che si sono viste o di cui si è udito parlare. E, per concludere, chi scrive chiede che gli sia consentito di dire alcune parole su come questi maccacri hanno influito sugli armeni, su come essi hanno inciso sull’intero impero turco e su chi sono i veri responsabili di questo bagno di sangue senza pari. [Aaron Aaronsohn “Pro Armenia”, memorandum presentato al ministero della guerra a Londra, il 16 novembre 1916]

1915

Titolo: Pro Armenia Voci ebraiche sul genocidio armeno

Gli autori: Antonia Arslan (Prefazione), Lewis Einstein (I massacri armeni), André Mandelstam (La Turchia), Aaron Aaronsohn (Pro Armenia), Raphael Lemkin (Dossier sul genocidio armeno), Francesco Berti e Fulvio Cortese (Postfazione)

Traduzioni: Rossanella Volponi

Editore: Giuntina Casa Editrice

Il mio voto: 5/5

Metz Yeghérn. Ho appena scritto due parole che forse non vi dicono nulla. Grande Male. Forse a qualcuno può venire in mente qualcosa, ma ad altri ancora nulla. Genocidio armeno. Adesso ci siamo, molti avranno sentito parlare del grande Genocidio armeno, Metz Yeghérn, come lo definiscono ancora oggi i pronipoti degli armeni scampati al massacro perpetrato nel 1915 per mano dei Giovani Turchi.

Il Novecento è stato il secolo dei genocidi e quello armeno è stato il primo di tutti in ordine temporale. Perpetrato a cavallo della Prima Guerra Mondiale, il genocidio armeno fu un vero e proprio massacro che ancora oggi le autorità dello Stato turco nega con presunzione. Per i turchi queste persone non sono mai state allontanate dalla Turchia, non sono mai state obbligate alle marce della morte nel deserto, queste persone per lo Stato turco non sono mai esistite, semplicemente: questi armeni non ci sono mai stati.

A cento anni esatti dall’inizio del genocidio armeno, escono per la prima volta tradotti in italiano quattro saggi che sono stati raccolti nel volume “Pro Armenia Voci ebraiche sul genocidio armeno” e sono stati scritti da autori di origini ebraiche ma di nazionalità differente: Lewis Einstein, americano (1877 – 1967) ha contribuito con I massacri armeni, scritto nel 1917; André Mandelstam, russo (1869 – 1948) autore del saggio La Turchia scritto nel 1918; Aaron Aaronsohn, romeno (1876 – 1919) ha scritto Pro Armenia nel 1916; infine, Raphael Lemkin, polacco, (1900 – 1959) scrive Dossier sul genocidio armeno.

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Le marce della morte

Attraverso i lucidi saggi dei quattro autori, si ripercorrono le cause predisponenti quello che passò alla storia come il Metz Yeghérn, il genocidio vero e proprio. Se un primo blando tentativo di eliminare gli armeni iniziò già tra il 1894 e il 1896 ad opera del sultano ottomano Abdul Hamid, è con l’avvento dei fanatici Giovani Turchi che il massacro diventa una vera e propria opera di sterminio pianificata nei minimi dettagli. Grazie al silenzio della Germania e ai disordini scatenati dalla Prima Guerra Mondiale, i Giovani Turchi puntano il dito contro gli armeni e li accusano di colpe che non hanno.

Gli armeni erano un pericolo per i Giovani Turchi che volevano creare uno Stato completamente omogeneo, sia dal punto di vista religioso che etnico. Gli armeni erano cristiani e avevano dei valori culturali differenti e richieste di autonomia, tutto ciò agli occhi dei Giovani Turchi era inaccettabile. I turchi non volevano solo cancellare il popolo armeno, con la sua religione e la sua cultura, ma avevano anche intenzione di rubar loro le terre e gli averi.

I Giovani Turchi allontanano gli armeni dalla penisola anatolica; promettono loro terre nuove e fertili da coltivare lungo il corso del Fiume Eufrate. Iniziano le “marce della morte“, perché durante il cammino per arrivare a quella sorta di terra promessa, i curdi assoldati dai turchi, attaccano e uccidono gli armeni. Gli armeni vengono spinti nei deserti e nei sentieri di montagna. Attendono estenuati i treni che portano l’acqua, ma quando questi convogli arrivano, i turchi li tengono indietro con le fruste e i macchinisti aprono i rubinetti  e la preziosa acqua viene gettata via, assorbita dal terreno, mentre gli armeni continuano a morire di sete.

Armeni crocifissi lungo le strade. Donne e ragazze violentate o comprate come schiave dai turchi e dai curdi. Bambini nati morti lungo il percorso. Cadaveri e cadaveri ammucchiati lungo i sentieri, mangiati dai cani randagi e dagli avvoltoi. Agguati all’improvviso e crudeli uccisioni di fronte agli occhi innocenti dei bambini superstiti.

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Donne armene crocifisse lungo le strade ad opera dei Giovani Turchi

E infine, l’arrivo alle paludi nei pressi dell’Eufrate per i pochi sopravvissuti. In questi spazi non vi sono terre fertili, il deserto è di giorno rovente, di notte gelido, non vi è riparo ma vi sono solo acquitrini che pullulano di zanzare portatrici di malaria.

Gli autori dei saggi scrivono con parole affilate come lame di bisturi una storia che a noi occidentali non può che colpire e inorridire, ma che deve penetrare nella nostra memoria e deve farci riflettere. Senza risparmiarsi i dettagli più dolorosi, questi lavori ci spiegano le origini e le cause di quello che passò alla storia come Metz Yeghérn, o il Grande Male. Spaventati, disgustati, attoniti, increduli, gli autori scrivono dei tormenti degli armeni senza sospettare minimamente che anche il loro popolo da sempre tormentato e umiliato – il popolo ebraico – sarà vittima poche decine di anni dopo, quando il popolo tedesco approfitterà della confusione della Seconda Guerra Mondiale per dare origine ad un nuovo atto di sterminio, un nuovo genocidio del Novecento: la Shoah, o l’Olocausto.

Wojciech Tochman | Come se mangiassi pietre

Mentre i serbi massacravano i mussulmani bosniaci a Srebrenica, senza che l’ONU opponesse resistenza, io frequentavo le scuole elementari e le lezioni di pianoforte. Un giorno arrivai a lezione e, oltre ai miei compagni di pianoforte, c’erano dei ragazzi molto più grandi. Non parlavano l’italiano, ma uno di loro sapeva suonare benissimo il pianoforte.

Il maestro disse a noi bambini che questi ragazzi arrivavano da lontano, dalla Jugoslavia, ed erano arrivati qui perché nel loro Paese c’era la guerra. Non so se oggi quei ragazzi siano ancora in Italia, o siano tornati a casa loro alla fine della guerra o siano andati a vivere in un altro Paese europeo. Di loro ricordo solo solo il ragazzo che suonava benissimo il pianoforte: capelli scuri tagliati a spazzola e occhi azzurri, chiarissimi. Pensavo che suonava così bene il pianoforte, musica classica tutta a memoria, non guardava mai lo spartito. Pensavo che era così bravo e volevo diventare come lui.

Titolo: Come se mangiassi pietre

L’autore: Wojciech Tochman nato a Cracovia nel 1969 è un noto giornalista e scrittore polacco. Il reportage Come se mangiassi pietre è il primo di una serie di progetti che si propongono di analizzare e illustrare le devastanti conseguenze sociali della violenza bellica, dai genocidi ai crimini di guerra. Oltre questo reportage, ha lavorato in Rwanda per commemorare i 20 anni dal genocidio dei rwandesi (libro a breve in uscita anche in Italia) e oggi sta lavorando nelle Filippine per un reportage sulle baraccopoli di Manila

Editore: Keller Edizioni

Il mio consiglio: non può mancare nella vostra libreria, soprattutto se siete nati negli anni ’80 e ’90 e della guerra dei Balcani sapete poco e niente

La dottoressa Eva li riesumò nel dicembre del 1998. Quel giorno faceva un freddo da lupi (venti gradi sottozero, a tratti di più), ma in fondo alla grotta si stava bene (otto gradi sopra). Una settimana abbondante di lavoro, dalla mattina alla sera. Non era stato facile calcolare il numero delle vittime. Non se ne veniva a capo. Un po’ per via del tempo trascorso (sei anni dal massacro), e un po’ perché il fondo della grotta (sei metri per otto) era in pendenza. Man mano che i muscoli e la cartilagine degli uomini uccisi scomparivano, le ossa scivolavano in giù mischiandosi tra loro. A partire da questo miscuglio di ossa la dottoressa Eva ricompone le persone. Si direbbe che nessuno in Bosnia sappia farlo meglio di lei.

Gli italiani nati negli anni ’80 e ’90 della ex-Jugoslavia ne sanno poco. Per alcuni persino l’attuale geografia è nebbiosa. In fondo, non è meta di vacanze, non si va al mare né si va a sciare. Non c’è niente da vedere, nessuna città d’arte né museo. Sono paesi dai nomi impronunciabili e ingombri di macerie e disoccupati.

A scuola ci insegnano che i tedeschi sono stati il popolo più cattivo del mondo che ha mandato a morire milioni di persone nei campi di prigionia e concentramento; mediamente, lo studente esce dal liceo e pensa che i più bastardi di tutti sono stati i nazisti e in secondo luogo il duce. Non è solo così. La storia è variopinta, ha molte sfumature, i crimini di guerra non si possono risolvere con Mauthausen o la Notte dei Lunghi Coltelli.

Nella polveriera del Balcani sono successe cose, oso, forse anche peggiori che nei campi della Germania del III Reich. Tra serbi e bosniaci mussulmani il sangue scorreva senza sosta, mentre sui cieli sfrecciavano aerei NATO a volte per bombardare a volte per gettare viveri di prima necessità. Città sotto assedio, pullman carichi di prigionieri diretti nei campi o di prigionia o di concentramento, bambini separati dalle madri che venivano stuprate senza pietà, ragazzini alti più di un metro e cinquanta che venivano condotti nei campi con i genitori maschi per essere fucilati all’istante. Corpi gettati nelle cavità carsiche che punteggiano l’area balcanica.

Pulizia etnica. Genocidio. Campi di concentramento. Supremazia della razza. Pensavate che fatti fuori i gerarchi nazisti tutte queste parole fossero obsolete? Mai più capiterà una cosa simile, si diceva all’indomani di Norimberga. Mai più. Ne siamo sicuri?

Tochman in questo superbo reportage segue la dottoressa Eva Klonowski – antropologa forense di origine polacca – che si occupa di scavare nelle cavità carsiche e nei terreni, su segnalazione dei testimoni o dei pentiti, per dare un volto e un nome a questi miseri resti, per poi consegnarli alle famiglie. Ci sono persone che ancora attendono di sapere cosa successe ai loro cari a Omarska, a Srebrenica, a Mostar, a Tuzla.

Con Tochman ed Eva entriamo nelle grotte alla ricerca di resti umani, abiti, oggetti tutto ciò che possa servire per identificare uno scheletro e poter dare una solenne sepoltura. Incontriamo madri, sorelle, amiche, genitori che cercano i loro cari scomparsi. C’è chi cerca un padre. C’è chi cerca il figlioletto di tre anni. Chi cerca la bambina di soli quattro mesi.

Oggi serbi e bosniaci mussulmani vivono fianco a fianco, forse l’assassino di tuo padre oggi è il vicino di casa, quello che coltiva pomodori. Senza prove o testimoni gli assassini non possono finire all’Aja, e quindi vivono con i parenti delle vittime che ancora cercano, disperatamente, i loro cari, i loro amici.

Il reportage è scritto con un tono asciutto, quasi distaccato. Tochman non si lascia prendere dalle emozioni, non giudica nessuno, nemmeno i carnefici. Si limita a narrare con occhio critico ciò che vede, chi incontra e i dialoghi a cui prende parte. Sta al lettore capire, commentare, eventualmente – se se la sente – giudicare. Io non vorrei giudicare nessuno, la guerra è un demonio che acceca le persone, le fa mutare, fa fare loro cose cruente e orribili. In guerra non ci sono mai né santi, né eroi. Non ci sono vincitori, ma solo vinti. Vinti perché anche coloro che pensano di aver vinto la guerra oggi versano nella miseria, nella disoccupazione e nella fame.

E Tochman ci riporta un dialogo, con una donna di Sarajevo che si chiede a che cosa sia servito tutto questo. Già: a che cosa è servito tutto questo?

Ajla Ploskic (nove mesi). Oggi avrebbe dieci anni. Jasna calcola l’età dei suoi bambini. Non ha nessuna foto della figlia. Non hanno fatto in tempo a farne. Amar Ploskic (quattro anni), con le galosce rosse. Oggi avrebbe tredici anni. Nella foto è seduto su una biciclettina. Jasna è l’unica madre sopravvissuta allo scantinato della centrale di riscaldamento. Le altre madri hanno avuto più fortuna: sono morte insieme ai loro figli.

Rutka Laskier | Il diario di Rutka

Normalmente non leggo libri dedicati all’Olocausto, non perché io sia una pazza antisemita o una nazista, ma semplicemente ritengo che a scuola l’Olocausto ce lo abbiano servito in ogni modo fino alla nausea. Sono d’accordo sul fatto che non si devono assolutamente dimenticare le atrocità commesse dai nazisti durante il Novecento, ma sono anche dell’idea che quello degli ebrei non sia stato l’unico Olocausto della Storia; basti pensare alle purghe staliniane, ai regimi dittatoriali dell’Africa, alla dittatura del cileno Pinochet e quella dell’argentino Videla. Io il 27 gennaio non commemoro la liberazione di Auschiwitz e non condivido che si parli solo di un popolo, benchè questo sia stato perseguitato e torturato; io il 27 gennaio commemoro tutte le vittime di tutti gli Olocausti del mondo, dagli ebrei ai russi, agli africani e ai cinesi. Non esistono morti più importanti da inserire nei libri di Storia e da trattare meglio degli altri: tutte le vittime sono uguali e meritano lo stesso rispetto.

Titolo: Il diario di Rutka

L’autrice: Rutka Laskier fu una ragazza ebrea, nacque a Danzica nel 1929 e morì all’età di 14 anni nel campo di concentramento di Auschwitz. Nel 1943, prima della cattura, per tre mesi scrisse un diario

Editore: BUR

Il mio consiglio: sì è un documento interessante, sopratutto da usare come confronto con il più famoso Diario di Anne Frank

Per parecchi anni queste memorie sono state custodite gelosamente da una signora, che infine col progredire degli anni, si è decisa di riconsegnarle ai superstiti della famiglia di Rutka. In realtà, l’intera famiglia di Rutka è stata sterminata durante la guerra, solo il padre è sopravvissuto e in seconde nozze ha avuto un’altra figlia, quella che ha concesso di pubblicare le memorie di Rutka.
Rutka era una ragazza di 14 anni, viveva in Polonia nel 1943, in piena invasione tedesca. Vedeva i suoi amici scomparire, ma nonostante il clima di tensione e di paura, affrontava la vita con coraggio. Rutka sapeva dei campi di concentramento e sapeva dei forni, delle camere a gas e delle torture. Ma sopratutto sapeva che dai campi vivi non si torna, o meglio, è molto difficile.
Queste sono le memorie di una ragazzina che non voleva morire nell’anonimato, non voleva essere una delle tante ebree massacrate dai tedeschi. Rutka voleva essere ricordata. E così, scrive questo diario, non parlando solo della guerra ma anche della sua vita, dei suoi amori e delle sue amicizie. Infine, poco prima di venire deportata, confessa ad un’amica più grande dell’esistenza del diario e le spiega dove lo andrà a nascondere. Dopo la guerra, l’amica difatti torna nel ghetto dove Rutka ha passato gli ultimi anni e sotto il pavimento di una casa distrutta e devastata, lo trova.
Rutka non è Anna Frank, Rutka è incisiva, cruda, la sua scrittura non contiene speranza. Non crede in Dio, nessun Dio, perchè pensa che se esistesse un Dio egli non permetterebbe che le persone venissero bruciate vive nei forni. Rutka è una delle tante voci di chi ha vissuto sulla propria pelle uno dei momenti più drammatici della storia dell’umanità, e viene ricordata oggi proprio grazie a questo diario che consiglio di leggere per non dimenticare i crimini commessi dalla nostra stessa specie.