Intervista d’autore #4 | “Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati” di Davide Bacchilega

Grazie al progetto Book Bloggers Blabbering, ho potuto rispolverare la rubrica “Interviste d’autore” e in questo nuovo appuntamento ho avuto la possibilità di porre alcune domande a Davide Bacchilega, autore del romanzo giallo “Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati” edito da Las Vegas edizioni: ringrazio Davide per aver dedicato il suo a rispondere alle mie domande. Buona lettura!

La prima è una domanda personale: diventare scrittore era un tuo sogno o è semplicemente successo?

Sono diventato scrittore? Non me ne ero accorto! Battute a parte, la mia personale teoria è che per definirsi “scrittore” sia necessario guadagnarsi da vivere con la scrittura, riuscire a pagare la spesa al supermercato e le bollette che spuntano dalla buchetta. Chi ce la fa, ha il diritto di compilare con la parola “scrittore” il campo Professione sulla carta d’identità. Sulla mia, invece, si legge “pubblicitario”. Nonostante questo, e grazie a questo, per me diventare scrittore è più di un sogno: è un obiettivo.

Il romanzo “Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati” ha un meccanismo narrativo pressoché perfetto: dove hai tratto l’ispirazione per scrivere questo incredibile giallo?

Le idee per il romanzo sono arrivate da tutto ciò che ho letto, visto e sentito prima di iniziare a lavorare sul testo. In particolare, le narrazioni che più di altre sono state fondamentali per spingermi a scrivere Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati sono state quelle di Una squillo per l’ispettore Klute, un film noir del 1971 diretto da Alan Pakula, e dei romanzi 1974 e 1977 di David Peace.

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Il libro di Davide Bacchilega edito da Las Vegas edizioni (foto: Claudia)

“Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati” è un romanzo con un titolo decisamente evocativo: vivo in un piccolo paese ed è spesso vero che i peccati sembrano molto più grandi. Come avete scelto, tu e gli editori, questo titolo?

La frase “più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati” è una sorta di tormentone che ricorre in diverse pagine. Viene pronunciata per la prima volta dall’ex direttore del quotidiano Romagna Sera, il cinico Sabatini; è ripetuta più volte da uno dei protagonisti, il non meno cinico Michele Zannoni, giornalista di cronaca nera. È un motto che fa da filo conduttore a tutta la vicenda e in un certo senso la riassume. Quando l’ho suggerito come titolo del libro, l’editore ha avuto inizialmente qualche perplessità, per via della sua lunghezza. Chi sarebbe riuscito a ricordarlo? Di contro, aveva riconosciuto che la formula era originale e adeguata allo spirito della storia, con tutte le potenzialità per incuriosire il lettore. Come è finita lo sappiamo. A mia difesa posso comunque affermare con certezza che i titoli dei film di Lina Wertmüller sono molto più lunghi!

I tuoi personaggi, Mauro su tutti, sono pieni di tic e manie, caratteristiche che li rendono a dir poco unici: per qualche personaggio in particolare ti sei ispirato a persone che in passato hai davvero conosciuto o sono tutti frutto della fervida fantasia?

Tutti i personaggi del libro, in fin dei conti, possiedono dei tratti di personalità piuttosto diffusi,  presenti in misura diversa in ognuno di noi (anche in te, non credere!). Solo che io ho calcato la mano su certe caratteristiche, ingigantendo ad esempio disturbi ossessivo-compulsivi (Mauro) o portando alle estreme conseguenze disillusione e disfattismo (Michele). Ho iniettato nei miei personaggi tic e manie comuni, ma in quantità così massicce da renderli insoliti. “Normalità” e devianza sono irrorate dalla stessa linfa. La differenza la fa il dosaggio.

Stile narrativo: una delle cose che più ho apprezzato del tuo romanzo è il fatto che ogni capitolo sia affidato ad un personaggio diverso, e ogni capitolo successivo riprenda la frase finale del precedente. Questa forma narrativa, che ha lo scopo di rendere avvincente e originale la vicenda, era già presente nella prima edizione del romanzo – pubblicato con il titolo “Bad news” (Giulio Perrone Editore, 2011) – oppure è una delle rivisitazioni di questa seconda edizione con Las Vegas Edizioni?

Era presente fin dall’inizio. Nella prima edizione del libro così come nel primo manoscritto uscito dalla mia stampante. La rivisitazione effettuata con Las Vegas non ha riguardato la struttura narrativa, ma si è concentrata su aspetti più formali. Riprendere in mano il romanzo dopo qualche anno mi ha fatto capire che nel frattempo avevo guadagnato una maggiore consapevolezza e maturità come autore. Senza cambiare nulla della storia e senza tradire le intenzioni espressive della prima versione, ho ritenuto necessario migliorare l’efficacia del testo condensando la scrittura ed eliminando qualche pagina superflua.

Hai ambientato il tuo romanzo in Romagna, la tua terra, non in estate bensì in inverno. Scelta insolita, dato che la fama della Riviera romagnola è legata soprattutto all’estate. Come mai hai scelto questo periodo e ci potresti dare qualche buon motivo per visitare la Romagna fuori stagione?

Avevo in mente di scrivere un noir oscuro, torbido e nebbioso, seppure intriso di ironia. L’inverno e l’indole romagnoli hanno contribuito a ricreare il clima perfetto per questo tipo di narrazione. Vuoi visitare la Romagna fuori stagione? Beh, ti potrei raccontare di quanto è romantico il mare in inverno, descriverti come luccicano di storia i mosaici bizantini di Ravenna, illustrarti qual è la sottile differenza tra la piadina romagnola e la piada riminese… Ma lascia perdere: vieni in estate che ti diverti molto di più.

In questo momento stai lavorando ad un nuovo libro? Se sì, ci puoi raccontare qualcosa in più?

Ho terminato da qualche mese un nuovo romanzo, ma per ora è un progetto segretissimo. Così segreto che non ho ancora capito nemmeno io di cosa si tratta.

Chiudo con un consiglio: da scrittore, hai qualche suggerimento per quei ragazzi che oggi vorrebbero diventare scrittori?

Leggere tanti libri e poi leggerne altri ancora. E quando si è finito di leggerli, uscire di casa, fare una passeggiata, infilarsi nella prima libreria che capita e comprarne un altro paio. E altri due ancora, già che si è lì. Insomma, vivere per la lettura. E se mentre si vive per la lettura si inizia a scrivere qualcosa, bisogna essere consapevoli che lo si può scrivere meglio, e poi meglio ancora, e che quel meglio ancora non sarà mai abbastanza perché qualcuno alla fine lo boccerà. E sarà il primo di mille rifiuti. Solo dopo avere completato il giro completo dei fallimenti si inizierà a scrivere davvero. Da quel momento, oltre che per la lettura, si dovrà iniziare a vivere anche per la scrittura. E farlo con umile ambizione, spregiudicata dedizione e disciplinata follia.

Intervista a cura di Claudia Pezzetti

Intervista d’autore #3 | “Ti scriverò prima del confine” di Diego Barbera

Qualche giorno fa vi ho parlato del romanzo “Ti scriverò prima del confine” di Diego Barbera (CasaSirio editore, 267 pagine, 14 euro) e potete trovare la recensione già pubblicata sul blog. Poiché il libro mi è piaciuto molto, ho deciso di contattare la casa editrice per chiedere se l’Autore fosse disponibile per un’intervista; l’editore mi ha messa in contatto con Diego Barbera, che gentilmente ha risposto alle mie domande e se il romanzo vi ha incuriositi, leggete che cosa racconta Diego!

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“Ti scriverò prima del confine”, Diego Barbera, CasaSirio editore

Giornalista e scrittore: fare della scrittura il tuo lavoro è sempre stata la tua ambizione oppure è un desiderio nato quando meno te lo aspettavi?

Ho avuto la grande fortuna di crescere in una famiglia di grandi lettori e di avere insegnanti di italiano/lettere che mi hanno sempre spronato a scrivere e che mi hanno consigliato ottimi libri da leggere, sin dalle Medie e anche se non ero proprio il primo della classe. Mi ha sempre appassionato molto inventare storie, sin da quando ero bambino, è quando ho provato a scrivere ho notato che era ancora più divertente. Ho cercato in tutti i modi di fare della scrittura il mio lavoro sin da subito e per fortuna ho iniziato presto, da quando avevo 19 anni. Prima come giornalista e ora, finalmente, anche come scrittore.

Qual è l’dea che ti ha portato a scrivere il romanzo “Ti scriverò prima del confine”?

Sono sempre stato affascinato dal rapporto tra coraggio e paura, mi sono sempre chiesto fin dove arriva uno e dove inizia l’altro. Avevo in testa alcune suggestioni senza forma che poi hanno trovato una loro storia quasi improvvisamente. L’idea è arrivata in modo bizzarro: stavo guidando in collina a Torino e una ragazza ha attraversato la strada. Non so per quale strambo motivo ma la storia del romanzo mi è come apparsa. Ovviamente non era tutta completa, così ho iniziato a pensarci e a “completarla” nella mente. Ci pensavo prima di dormire, quando ero solo, quando nuotavo o andavo in bici ed effettivamente anche mentre lavoravo. E dopo circa un anno ho iniziato a sentire la nostalgia di questa storia così ho pensato che forse valeva la pena che la scrivessi.

Nel romanzo “Ti scriverò prima del confine” Giulia chiede al protagonista M***o di raccontarle la sua storia, ma impone che lui non pronunci mai un nome proprio – compresi i nomi dei luoghi o dei marchi degli oggetti – che infatti nel testo vengono contrassegnati con gli asterischi. Come mai questa originale scelta stilistica?

Ha un significato preciso, non è un vezzo come magari qualcuno potrebbe pensare. Ho scritto la storia seguendo le stesse regole che Giulia ha imposto a M***o a inizio romanzo perché la vicenda è raccontata dal punto di vista del ragazzo. Giulia non vuole sprecare tempo e gli chiede di concentrarsi solo sugli eventi, sulle vicende, sui ricordi che gli chiede di rievocare, lasciando perdere tutto ciò che è superfluo. Visto che il presente del romanzo avviene in un momento ben preciso della vita di M***o, quando è soggetto a emozioni e sentimenti molto forti e contrastanti e in seguito a determinati avvenimenti, lui continua a pensare rispettando quelle regole e io l’ho seguito, scrivendo. Infatti, l’unica volta che un altro nome non viene censurato è proprio quando Giulia lo chiama ed è inoltre l’unica volta che parla in tutto il romanzo, in un istante molto importante.

Tra Giulia e M***o, tra le mura della clinica, nasce dapprima un’amicizia, che giorno dopo giorno e storia dopo storia, M***o sente trasformarsi in qualcosa di più forte. E’ stato difficile descrivere questa tenera storia d’amicizia e d’amore senza cadere nei soliti banali cliché?

Ho cercato di concentrarmi sul fatto che i sentimenti molto forti siano anche molto semplici e credo fermamente che la semplicità non sia banalità. Lo diventa quando si aggiunge troppo, lo si edulcora eccessivamente. Non ho mai amato le storie in cui i personaggi sono perfetti, perché tutti noi abbiamo il nostro lato d’ombra, sentimenti difficili da riconoscere, debolezze e attimi (più o meno numerosi) in cui ci si comporta poco bene. Quando scrivo voglio sempre che ci sia credibilità, anche nel caso in cui si stia raccontando un fatto fuori dall’ordinario. Giulia e M***o sono due persone che condividono poco tempo, ma credo che siano fondamentali per come la loro vita cambia da quando si conoscono e cercano di capirsi.

La storia di M***o porta il lettore a riflettere su come si crea un circo mediatico attorno a un evento o un gesto. M***o all’indomani del suo gesto – il Fatto – è assediato dai giornalisti che vogliono un’esclusiva. Ma M***o scoprirà anche che gli eroi durano poco. Cosa pensi di questo accanimento dei media e della gente comune verso fatti di cronaca – come quello di M***o – oppure di cronaca nera?

Un altro messaggio che ho voluto inserire nel romanzo è proprio questo, ci tenevo parecchio perché lo vivo tutti i giorni col mio lavoro. Mi ha sempre incuriosito molto la scelta di alcuni fatti da raccontare rispetto ad altri così come alcuni “filoni” che nascono e che durano qualche settimana poi vengono abbandonati. Penso ad esempio ai blocchi di ghiaccio che cadevano dagli aerei, ai casi di meningite, ai cani che mordono, ecc… i media decidono di dedicarci spazio ogni giorno per un tot di tempo e poi, puf, non ne parlano più. Così la gente passa da credere che tutto ciò avvenga sempre di più ogni giorno al dimenticarsene, mentre in realtà sono cose che sono sempre accadute e che continuano ad accadere. Oppure, peggio, a volte sono fatti un po’ inventati. Ma credo che il momento più basso si raggiunga sui fatti di cronaca e sull’accanimento verso gli avvenimenti più macabri. È nostro istinto essere incuriositi dalla morte e dallo “splatter” e dunque non è niente di strano, ma diventa malato quando si tirano su carrozzoni vomitevoli. Credo inoltre che nel giornalismo ci sia tanta vanità e lo si può notare in alcune interviste che in realtà sono esibizioni di quanto l’intervistatore sia figo, informato e bravo a fare domande difficili. Non ho mai sopportato quando il giornalista si atteggia a celebrità quando scrive o quando appare in TV, insomma mentre sta lavorando, perché mette in secondo piano il raccontare, che poi dovrebbe essere la sua vera occupazione.

Il bellissimo e poetico finale di “Ti scriverò prima del confine” è aperto ed è il lettore che decide o meno per il lieto fine: io mi sono commossa e ho scelto il lieto fine. Tu come mai hai deciso di lasciare questa originale e importante scelta al lettore?

Ti ringrazio. Anche se la stella polare del romanzo è Giulia, per me il tema centrale è la graduale presa di coscienza di M***o di se stesso e dei propri sentimenti. Su tutti la paura e infatti – lentamente – passa dall’essere sicuro di non averla mai provata a dubitarne e poi a esserne completamente travolto. Le ultime pagine, che sono il presente del romanzo, vedono M***o “immerso” nella paura per la prima volta consapevolmente nella propria vita. Non sa come sta Giulia, ma non vuole saperlo perché è spaventato da cosa potrebbe scoprire. Tuttavia, se fino a quel momento ha quasi sempre galleggiato andando avanti per inerzia, questa volta accetta cosa sta accadendo e si fa forza. La storia del romanzo si chiude, dunque, proprio quando M***o raggiunge questa consapevolezza e completa questo percorso.

Le ultime 4-5 pagine sono il racconto di una manciata di secondi di un pensiero di M***o quando si trova in questo stato d’animo tutto nuovo (o meglio, più chiaro) per lui. Il registro del linguaggio cambia perché è terrorizzato, perché sta immaginando vite intere in un respiro e perché non vuole perdere la speranza, anche se sente che la luce è sempre più fioca. Ho voluto chiudere la storia lasciando che, in ogni caso, Giulia fosse viva in quel presente, ma che il lettore potesse valutare e decidere di scegliere il momento successivo. Ho inserito gli elementi di una e l’altra ipotesi. Ovviamente la fine meno lieta è quella più probabile, ma al tempo stesso questa è una storia in cui si dimostra sin dal principio che le piccolissime percentuali, in quanto esistono, talvolta possono accadere.

In questo momento stai lavorando ad un nuovo romanzo? Se sì, ci puoi dare qualche anticipazione?

Sì sto lavorando a una nuova storia, che mi ha richiesto molto tempo soprattutto in ricerca dato che è ambientata in buona parte in un periodo storico ben preciso e non così ben documentato e per metà in un paese molto lontano. Ho scoperto un avvenimento che è stato fondamentale per il futuro dell’Italia nel dopoguerra, soprattutto a livello internazionale, ma che è caduto nel dimenticatoio, pur essendo pregno di personaggi e fatti straordinari. Purtroppo il tempo a disposizione per scrivere cose mie è sempre poco, ma un po’ per volta ce la farò. La storia è già tutta nella mia mente.

In Italia ci sono pochi lettori e tanti che ambiscono a diventare scrittori: tu sei uno scrittore molto giovane, puoi dare qualche suggerimento a chi oggi vorrebbe fare lo scrittore?

Hai colto perfettamente il punto: c’è un sacco di gente che scrive ma che non legge ed è quanto di più sbagliato possa accadere. Se non leggi allora non sarai mai uno scrittore. Consiglio ai giovani aspiranti di leggere quanto più riescono e di non essere snob: leggete romanzi di qualsiasi genere e autore, romanzi best-seller e di piccolissime case editrici, classici e libri stroncati dalla critica oppure che tutti considerano sopravvalutati, ma anche i quotidiani, le riviste e i fumetti. Quando scrivete non dimenticate mai che tutto deve avere un senso e niente deve essere messo lì solo “perché mi piace”. Non abbiate paura di ricevere giudizi negativi, perché aiutano a migliorare.

Infine, una domanda personalissima… Hai un sogno nel cassetto?

Spero di continuare a poter scrivere e di avere più tempo da dedicarci, ho tante storie ancora da raccontare.

Intervista a cura di Claudia Pezzetti

Intervista d’autore #2 | “Piccola osteria senza parole” di Massimo Cuomo

Una delle mie belle letture estive è stata “Piccola osteria senza parole” di Massimo Cuomo (e/o edizioni, 238 pagine, 9 euro), della quale ho già pubblicato la recensione. Sono nuovamente qui a parlare di questo piccolo ma intenso libro semplicemente perché ho contattato Massimo Cuomo, e gli ho chiesto se aveva voglia di rispondere a qualche domanda a proposito del suo ultimo libro. Massimo è stato molto gentile e ha risposto alle mie domande, anche le più strampalate… Ecco a voi l’intervista completa!

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Piccola osteria senza parole di Massimo Cuomo, e/o edizioni, 238 pagine, 9 euro (foto: Claudia)

Inizio con una domanda personale: diventare scrittore è sempre stato un tuo sogno oppure è semplicemente successo, come spesso accadono le cose più belle della vita?

Non ricordo con precisione quando ho cominciato a desiderarlo. Sebbene sin da piccolo fossi portato per la scrittura ho cominciato a leggere tardi e questo ha certamente rallentato la mia maturazione come potenziale scrittore e il desiderio stesso di diventarlo. Ricordo invece con chiarezza quando ho deciso di provarci, mettendomi a scrivere il mio primo romanzo con l’obiettivo di raggiungere la pubblicazione, sfondare il muro dell’editoria per vedere cosa c’era dall’altra parte. Perché le cose più belle della vita, ho imparato, te le devi andare a prendere.

Da dove hai tratto l’ispirazione per scrivere “Piccola osteria senza parole”?

Dalla quotidianità, dal mio vissuto. Sono nato in Veneto ma sono figlio di meridionali emigrati nel profondo Nord Est e ancora oggi per i miei amici sono un “terrone”. E poi da una decina d’anni vivo fra i campi che ho raccontato nel romanzo. Il colore che avevo in mente quando ho cominciato a scrivere era il giallo, perché il grano era maturo ed esplodeva ovunque intorno a me.

“Piccola osteria senza parole” è un romanzo con un titolo molto particolare: di solito, nelle osterie si parla molto, anzi, le parole non mancano mai. Come mai la scelta di questo titolo?

Il titolo del romanzo, come lo presentai all’editore, era diverso. Si chiamava “Le parole dentro” e giocava sul doppio significato delle parole dentro la scatola (il Paroliere) e le parole dentro le persone, quelle taciturne che vivono sul confine fra il Veneto e il Friuli. All’editore parve un titolo troppo intimista, che faceva pensare ad una storia d’amore. Così mi misi a pensare ad un’alternativa e capii che volevo un titolo che identificasse la storia senza lasciar alcun dubbio: la parola “osteria” mi sembrò necessaria. Nelle osterie si parla molto, è vero, ma ho scoperto che veneti e friulani hanno la capacità di esprimere grandi concetti con pochi gesti. E le parole a Scovazze arrivano perché le porta il meridionale. Le porta con sé, dentro il Paroliere, e senza nemmeno volerlo, con la sua sola presenza, tirerà fuori parole alla gente del posto, parole importanti, che le persone avevano dentro ma senza saperlo nemmeno, parole che cambieranno tutto.

Il gioco del Paroliere, portato da Salvatore Tempesta, scombussola la vita degli abitanti di Scovazze: “Ma le parole, quando le pianti dentro terreno fertile e le concimi di sentimenti, mettono radici in fretta”. Secondo te, quanto possono essere importanti le parole dette a voce nella società moderna fatta di messaggi lampo inviati in tempo reale sulle piattaforme di messaggistica istantanea?

Il nodo non è lo strumento con cui si veicolano le parole o la facilità e la velocità con cui si possono distribuire. Il nodo è sempre la qualità delle parole e la qualità è legata all’impegno che ci vuole per produrle: meno è impegnativo e meno valore ha. Anche le parole dette a voce possono essere vuote, superficiali. Io alle persone cui voglio bene dico quello che penso guardandoli negli occhi ma quando non posso farlo a voce lo faccio per iscritto. Quello che fa la differenza è la fatica che quelle parole mi chiedono per essere tirate fuori, non il tempo che ci mettono per arrivare a destinazione.

Il contrasto tra le culture del Nord Italia e del Sud Italia spesso è ancora molto forte, soprattutto nei piccoli paesi di provincia. Nel romanzo, dopo un primo approccio molto diffidente, il meridionale Salvatore Tempesta viene accettato dalla comunità locale. Pensi che prima o poi i contrasti tra “polenton” e “teròn” si appianeranno anche nella realtà?

Si sono già appianati rispetto a tempo fa. E’ bastato che arrivassero nuovi stranieri, gli extracomunitari, e un nemico comune ha idealmente avvicinato i vecchi combattenti. Se domani scendessero sulla terra dallo spazio degli extraterrestri potenzialmente ostili ci sentiremmo tutti più uniti contro l’invasore. E’ nel nostro istinto animale difendere il territorio e diffidare di chi potrebbe volerci del male. Il problema nasce quando questa difesa si protrae a oltranza, in ogni caso, senza margini di apertura. A Scovazze la vita degli abitanti del posto cambia, probabilmente migliora, per ciascuno in maniera proporzionale al grado di questa apertura.

Hai ambientato il tuo romanzo a Scovazze, ovvero un paesino immaginario al confine tra il Veneto e il Friuli Venezia Giulia. Potresti dare un consiglio a chi vuole visitare il Veneto fuori dai soliti itinerari turistici?

Proprio oltre Scovazze, nel romanzo è citata, c’è una spiaggia. Si chiama Brussa ed è immersa in una riserva naturale protetta dal nome Valle Vecchia. La frequento ogni estate, ci si arriva percorrendo un breve tratto di strada sterrata e poi attraversando a piedi la pineta. Non esiste alcun tipo di servizio in spiaggia, bisogna portarsi tutto, ed è l’ideale per chi vuole godersi una giornata di mare lontano dagli affollati centri balneari dei dintorni immersi nel cemento. Al ritorno, rigorosamente in ciabatte e costume, fate un sosta da Mazarack per mangiare un piatto di spaghetti alle seppie, una porzione di calamaretti fritti e bere un bianco della casa.

In questo momento stai lavorando ad un nuovo libro? Se sì, ci puoi dare qualche anticipazione?

Sì, ci sto lavorando e – visto il blog che gestisci – penso potrà interessarti perché affronto anche il tema del viaggio. Sarà ambientato lontanissimo dal Veneto: volevo evitare di acquistare un’etichetta che non mi appartiene, quella di narratore del Nord Est. E sarà molto diverso dal precedente romanzo che era diverso dal primo. In sostanza, mi piace cambiare, affrontare nuove sfide, scrivere cercando di non annoiarmi e di non annoiare. Vorrei portare i miei lettori in posti sempre nuovi e che mi seguissero per un unico motivo: la mia scrittura.

Infine, un consiglio: tu sei uno scrittore che ha esordito in giovane età, hai qualche suggerimento per quei ragazzi che oggi vorrebbero diventare scrittori?

Leggere. Leggere tanto, con spirito critico. Poi scrivere con personalità, senza tentare di imitare qualcuno. Consegnare il manoscritto a persone imparziali, che restituiscano recensioni non viziate da sentimenti di parentela o amicizia. Accettare ogni critica, anche se fa male, soprattutto se fa male, farne tesoro. Rivedere quello che si è scritto in relazione alle critiche ricevute. Farlo decantare. Rileggerlo e farlo rileggere. Solo allora, se si è davvero convinti di aver scritto qualcosa di buono, spedire alle case editrici ed impegnarsi in tutti i modi per ottenere una pubblicazione vera, senza cedere alla facile tentazione dell’auto-pubblicazione. E se le cose non dovessero andare bene, ricominciare da capo.

Intervista a cura di Claudia Pezzetti

Intervista d’autore #1 |”Il dolore del mare” di Alberto Cavanna

Dopo aver letto “Il dolore del mare“, Nutrimenti, pp. 237, 16 euro, di cui ho già pubblicato la recensione, ho deciso di contattare lo scrittore Alberto Cavanna per proporgli un’intervista da pubblicare sul mio blog. L’Autore ha gentilmente accettato di rispondere alle mie domande a proposito del suo romanzo ed ecco l’intervista completa.

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Il dolore del mare di Alberto Cavanna, Nutrimenti , 237 pp., 16 euro (foto: Claudia)

  Inizio con una domanda personale. Dai cantieri navali alla scrittura: quando e perché ha deciso che sarebbe diventato scrittore?

Non è stata una decisione. Sono sempre stato un accanito lettore e ho amato, anche se la studiavo poco, la letteratura. Scrivere è innanzitutto un atteggiamento mentale che ci porta a osservare, ascoltare, ricordare… In poche parole vivere con attenzione il mondo e gli altri. Scatta poi un desiderio di trasmettere queste cose, in genere in un momento di cambiamento o di crisi. Così è stato per me.

Parliamo della genesi del libro “Il dolore del mare”: da dove deriva l’idea di scrivere un romanzo con questi contenuti?

Stiamo vivendo cambiamenti epocali. In “Da bosco e da riviera” ho parlato della crisi d’identità in seguito alla perdita della cultura del lavoro, del vivere per un mestiere. Ne “L’uomo che non contava i giorni” il dramma delle migrazioni subsahariana che stanno cambiando la geografia umana del pianeta. Eppure, in genere, a parte uno sdegno o disagio generico, nessuno percepisce di vivere in un tempo sbagliato che comporterà grandi problemi per le generazioni future. Saranno loro a giudicarci. Il tempo tra le due guerre mondiali fu un tempo sbagliato per antonomasia… Quanti ne ebbero la certezza? Vogliamo ricordare Neville Chambelrlain mentre scende dall’aereo dopo aver parlato con Hitler e dichiara alla stampa “E’ pace per il resto della nostra vita“.

L’isola di Palmaria è presente nella storia in modo così costante, tanto che la si potrebbe quasi considerare una dei protagonisti: che cosa rappresenta per lei questo luogo? E perché l’ha scelta come ambientazione per il romanzo?

La Palmaria è una sorta di testimonianza fossile di un tempo erroneo, una città perduta di un tempo e un mondo che, dopo l’apocalisse della guerra, “… Non sarebbe mai tornato a essere come prima…”. Visitare i vecchi campi a ulivo circondati dalle fortezze costruite per una guerra da sempre attesa, oggi solo rovine e erbacce, ci da la dimensione dell’erroneità del tempi vissuto dai protagonisti, ignari e impotenti. È lo stesso sentimento che si prova oggi nel visitare periferie abbandonate ricoperte da fabbriche in rovina, ricovero di un’umanità alla deriva… Vogliamo immaginare tra trent’anni i nostri quartieri dove negozi e artigiani hanno lasciato il posto alle banche?

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Isola di Palmaria e Tino © Laura on Flickr

Il personaggio di Elvira è quello di una donna forte, senza grilli per la testa e con il senso del sacrificio, soprattutto perché è cresciuta senza uomini in casa a causa delle guerre. Per tratteggiare il personaggio di Elvira si è ispirato a qualche donna che conosce o che ha conosciuto?

Elvira riassume la figura femminile, matriarcale e materna che faceva parte di un tempo perduto… Un tempo che non era sicuramente migliore del nostro ma erano migliori, più forti, più attaccate alla vita le persone. Elvira rappresenta una saggezza senza cultura capace di sopportare pressioni psicologiche inimmaginabili… Pensate un caro in guerra e nessuno contatto. Cosa possa essere per noi dipendenti dai cellulari e dalla comunicazione invasiva e immediata.

La figura di Ermes Correggiani è molto interessante, cresciuto all’ombra del ricordo del padre morto durante la guerra, colma questo vuoto abbracciando con devozione la causa fascista. “E’ figlio di questo tempo”, come ricorda Don Elmo: lei pensa che Ermes avrebbe ugualmente scritto quella lettera al duce se suo padre fosse tornato dalla Grande Guerra?

Ermes scrive al duce proprio per la mancanza di una figura importante, quella del padre. Agisce in presenza di un vuoto, un vuoto che il regime seppe colmare proprio dedicando un’enorme attenzione alle nuove generazione, strumentalizzate a fini del regime in modo scientifico. Ma forse oggi non succede la stessa cosa? I vuoti che noi lasciamo ai nostri figli non vengono colmati da sistemi e convenzioni sociali che non sappiamo ancora dove li porteranno? Non siamo forse noi impotenti come la piccola Elvira di fronte alla irregimentazione che viene fatta alle nuove generazioni con la minaccia dell’esclusione dal gruppo se no si assumono necessariamente atteggiamenti e consumi massificati?

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Panoramica da Palmaria © Michele Francia on Flickr

Ilio Correggiani è un gran lavoratore, ha fatto la guerra ed è tornato, avrebbe voglia di cambiare il mondo ma alla fine cede e si iscrive al partito fascista: lei crede che anche ai giorni nostri sia così difficile opporci al sistema come ai tempi di Ilio?

Oggi opporsi al sistema è impossibile. L’irregimentazione politica finalizzata allo stato egemone è stata sostituita da una subdola dipendenza dal superfluo garantita da flussi economici viziati (economie gonfiate, prestiti irragionevolmente concessi, bombardamento mediatico al consumo compulsivo). Una volta tutto girava in funzione della forza bellica come elemento trainante dello sviluppo, oggi invece tutto è misurabile in benessere economico e flussi finanziari: da carne da cannone siamo diventati carne da consumo e contribuzione.

Uno scrittore è sempre in attività: può dirci se sta lavorando al prossimo romanzo?

Sto lavorando ad una traduzione, commento e illustrazione di un vecchio libro di Conrad non più tradotto da anni. Ma è solo un momento di pausa per affrontare tempi più importanti. Cose che rendano i portante e utile il dolore di Elvira che il mare ci ha portato.

Nell’augurare buon lavoro ad Alberto Cavanna per i suoi prossimi scritti, lo saluto e lo ringrazio per aver accettato di rispondere a queste domande.

Intervista a cura di Claudia Pezzetti