Non stancarti di andare | Intervista agli autori Stefano Turconi e Teresa Radice

Quando la casa editrice BAO Publishing mi ha chiesto se avrei voluto leggere in anteprima il graphic novel “Non stancarti di andare” e intervistare Stefano Turconi e Teresa Radice ho accettato subito. Mi diverte molto preparare le domande per le interviste ma ancor di più mi piace leggere le risposte degli autori.

Vi presento subito l’intervista realizzata grazie alla collaborazione di Stefano e Teresa, in primis, e della disponibilità della casa editrice BAO Publishing e in calce all’articolo troverete le istruzioni per vincere una copia del graphic novel “Non stancarti di andare“.

  1. Come è nata la vostra passione per il disegno e la scrittura? Quando avete deciso di diventare fumettisti?

Stefano: La mia passione per il disegno è nata da molto piccolo, conservo un paio di disegni miei fatti all’età di 3 anni (almeno, così mi hanno detto) dove ci sono un cow boy a cavallo in uno e un Topolino e un Pippo nell’altro (un destino segnato!) chiaramente distinguibili. E, su una mensola del mio studio, c’è una coppa con scritto “1° classificato” a un concorso di disegno, e datata 1979 (avevo 5 anni). Insomma, che il disegno sarebbe stato il mio lavoro è sempre stato abbastanza evidente; la passione per il fumetto nello specifico viene invece dalle prime letture (soprattutto Topolino e Asterix). Passavo le ore a copiare, soprattutto i personaggi e gli animali, e ancora oggi è il consiglio che dò sempre ai giovani che vogliono accostarsi al disegno: copiare, copiare, copiare.

Teresa: La mia passione per le storie nasce da piccolissima, grazie a un nonno che, con vocine e “vocione”, mi leggeva le Fiabe Italiane di Calvino sul divano in salone. La passione per il fumetto è invece “colpa” di un giovane zio biondo appassionato di Topolino e Alan Ford. Mi dicono che a tre anni leggevo; di certo mi sono avventurata molto presto tra le pagine da sola, anche perché, essendo figlia unica, nelle storie trovavo luoghi da esplorare e compagni di viaggio che mi tenevano compagnia. In età di asilo, riempivo quaderni di storie disegnate; alle elementari le raccontavo a puntate agli altri bambini nell’intervallo; al liceo scrivevo le mie prime cose lunghe rintanata dietro una pila di libri e le facevo leggere alle mie compagne. Insomma, le storie fanno parte di me da sempre: sono l’unica cosa che so fare cavandomela decentemente. Poi, la vita prende strade strane e fa giri lunghissimi; nel 2001, in università, sono incappata in un corso di sceneggiatura per fumetti Disney… ed è stato l’inizio di un cammino che mi ha portato fin qui.

  1. Siete due autori decisamente poliedrici: dalle storie Disney, da Topolino a Witch, a fumetti per ragazzi come Tosca o Viola Giramondo, per arrivare a graphic novel per adulti, come “Il porto proibito” e “Non stancarti di andare”: c’è una tipologia di storie che in modo particolare preferite raccontare e disegnare?

Stefano & Teresa: Ci piace raccontare storie “in costume”, come si direbbe se si trattasse di film. Storie, cioè, ambientate in epoche storiche diverse, magari con dei fatti accaduti realmente ma sempre in secondo piano, inseriti in una narrazione di fantasia. Raccontiamo di personaggi che, per citare Mario Monicelli, “si muovono nelle retrovie della Storia”. Non Stancarti di Andare è l’unico nostro libro, finora, ad essere ambientato in epoca contemporanea, anche se, a ben guardare, si svolge nel 2013 (un passato vicino, ma comunque passato) ed è una storia che affonda le sue radici in tempi più lontani, gli anni ’30, e gli anni ’70.

  1. A questo proposito, ci raccontate come lavorare per ottenere un prodotto destinato a lettori adulti e per lettori piccoli?

Stefano & Teresa: In realtà non facciamo mai troppi ragionamenti da questo punto di vista: pensiamo semplicemente a cosa avremmo voglia di leggere noi, se ci rivolgiamo a degli adulti, e a cosa vorremmo far leggere ai nostri figli, se ci rivolgiamo a dei bambini. Lavoriamo molto “d’istinto”: troppi ragionamenti, troppi “calcoli” finiscono sempre (o quasi) per uccidere le idee e trasformare qualcosa di “forte” e di “emozionante” in qualcosa di “freddo”, di “calcolato” appunto. Il concetto credo sia di non pensare che stai lavorando a un “prodotto” (brutta parola!), ma a una “storia”, perché questo è il nostro mestiere: raccontare storie.

  1. La storia contenuta in “Non stancarti di andare” è ricca di personaggi e storie parallele, oltre a quella tra Ismail e Iris. Ci raccontate com’è nata l’idea per questo intreccio di vicende?

Teresa: Sono partita da un luogo, in realtà, un luogo della Siria che ci era rimasto scritto dentro, al termine del nostro viaggio del 2007: quel monastero che gioca una parte molto importante e di svolta nella storia di Iris e Ismail, e non solo nella loro. Volevo che quel luogo, e l’incontro con padre Saul, il suo fondatore, diventassero una sorta di nucleo incandescente della vicenda, una sorta di “cuore” che batte nelle vite di diversi personaggi che, per i motivi più diversi, sono passati da lì e da allora non sono più gli stessi, perché da quel momento, come afferma Linda a un certo punto, “sono riconoscibili per la cittadella che portano nel cuore”. Quello che si respira al Monastero è quello che volevo far respirare in tutto il libro, attraverso le vicissitudini dei personaggi: che siamo tutti fatti della stessa cosa, che il fatto di essere tutti differenti è quello che ci rende uguali, che c’è un’enorme ricchezza, nella diversità. Per rafforzare questa sensazione, abbiamo voluto due “protagonisti” (sento in realtà protagonisti anche molti altri personaggi, oltre a Iris e Ismail: persino la casa di Verezzi è, a suo modo, fortemente protagonista!) “impuri”, con delle storie di famiglia e di migrazione forti, alle spalle, o davanti a sé: Iris ha radici argentine, Ismail ha studiato in Italia, ed è lì che lo aspetta il futuro, pur essendo siriano. Da questa scelta sono venuti i personaggi “di contorno”, le famiglie di entrambi, non necessariamente biologiche.

  1. Come sono nati i personaggi principali di questa storia? E, di conseguenza, come li create graficamente? Vi ispirate a persone che avete conosciuto oppure lasciate galoppare la fantasia?

Teresa: Mi piace ripetere che “come in ogni storia di finzione, non c’è quasi nulla di inventato”. Succede anche qui. Raccontiamo solo storie che abbiamo voglia o addirittura bisogno di raccontare, quindi è chiaro che hanno sempre molto a che fare con noi, anche quando sono ambientate su velieri ottocenteschi tra l’Inghilterra e il Siam. Anche in questo caso, siamo partiti da nostre esperienze, conoscenze, realtà che abbiamo sperimentato personalmente. La fantasia poi galoppa ugualmente, le due cose non sono in contrasto: semplicemente ci viene più semplice essere “sinceri” se parliamo di cose che conosciamo. Potremmo dire che praticamente tutti i personaggi del libro esistono nella realtà: magari sono persone mescolate tra loro, hanno età diverse o provenienze diverse da quelle del romanzo, hanno vissuto esperienze differenti, ma emotivamente simili… ma comunque esistono, o sono esistite. Ed è questo che ci dà la forza e la voglia di raccontarle.

Stefano: Graficamente i modi di creare i personaggi sono tanti: ci si ispira alla realtà, prendendo spunto da conoscenti, amici, facce notate sul metrò, o dagli attori di qualche film, o da altre storie a fumetti, o da libri illustrati… insomma, da quello che si ha intorno, e poi si mescola il tutto. A volte capita di usare la barba di un attore sulla faccia del tuo vicino di casa con gli occhiali di una vecchia prof del liceo… Per questo libro ho seguito il medesimo procedimento: Teresa mi ha dato una descrizione “psicologica” dei personaggi (che è quello che serve al disegnatore: non mi importa di sapere se uno è alto o basso o con i capelli rossi o neri, mi interessa sapere se è simpatico, antipatico, gentile, burbero, cosa pensa, cosa prova, come reagirebbe in determinate situazioni…) e io ho creato il loro aspetto fisico, mescolando elementi delle più svariate provenienze (così svariate che non sono più in grado di ricostruire cosa ho preso dove, ma è normale così…).

  1. Qual è il personaggio di “Non stancarti di andare” che preferite? E perché?

Stefano: Maite, perché dice un sacco di parolacce.

Teresa: Anch’io ho un debole per Maite che, come sto dicendo spesso nelle primissime presentazioni del libro, “mi è scappata di mano”: pensata per essere un personaggio secondario, ha finito per prendersi un posto di primo piano. Ma forse alla tua domanda risponderei Padre Saul, perché è per raccontare lui che ho costruito tutte le storie che lo circondano.

  1. Tecnicismi grafici: quando si ha in mente l’idea per una scena, come avviene il processo grafico che porta alla tavola?

Stefano: Io parto sempre da un piccolo schizzo sulla pagina di sceneggiatura, poi passo a un “rough”, cioè la tavola (in formato più grande di come verrà stampata, ovviamente) disegnata su un foglio A3 da fotocopie: in questa fase lavoro con matite grasse senza minimamente preoccuparmi di non sporcare o di stare attento a quello che faccio, tanto questo foglio lo vedrò solo io. Questa prima versione della tavola è in genere apparentemente confusa, pasticciata, piena di ripensamenti, di appunti a margine. A questo punto, col tavolo luminoso, passo al “clean up”, cioè “finalizzo” la tavola, ripassandola a china, o a pastelli, o con qualunque tecnica mi passi per la testa (Non Stancarti di Andare è ripassato quasi interamente con una banalissima penna a sfera).

  1. Tecnicismi scenografici: quando si ha in mente una storia – o una scena in particolare – la si scrive su carta o la si trasforma in un bozzetto?

Teresa: Sarebbe un disastro se la trasformassi in un bozzetto, io che non so disegnare! Io parto sempre dai dialoghi: quando immagino una scena, la prima cosa che faccio è buttare giù i dialoghi a matita su un foglietto. Solo in un secondo momento divido quei dialoghi in vignette e ci costruisco attorno il set e le azioni. Vale per la sceneggiatura dell’intera storia, che scrivo interamente a mano, in matita… e poi batto a computer perché possa essere leggibile per Stefano.

  1. I luoghi del libro: Italia, Siria, Argentina. Quanto i vostri viaggi influiscono e ispirano i vostri lavori grafici?

Teresa & Stefano: I viaggi hanno da sempre ispirato tantissimo le nostre storie. A volte sono viaggi recenti, fatti magari apposta per cercare documentazione (vedi il caso de Il Porto Proibito: abbiamo girato i porti storici del sud dell’Inghilterra in cerca di spunti, fotografie, libri), altre volte viaggi del passato, come nel caso di NSDA: qui, alla base di tutto, c’è un viaggio in Siria di 10 anni fa (era il 2007). Un viaggio in un Paese magnifico, accogliente, lontanissimo dalle immagini che invece vediamo oggi. Un Paese che ci ha lasciato tantissimi ricordi di incontri e di emozioni.

  1. Per inventare e disegnare storie bisogna avere una buona propensione allo studio e alla ricerca. Quante e quali ricerche avete fatto per realizzare “Non stancarti di andare”?

Teresa & Stefano: D’abitudine siamo abbastanza “maniacali” nell’espetto documentazione, e questo libro non ha fatto eccezione: Il libro parla anche di argomenti emotivamente “difficili” come il dramma dell’immigrazione o la guerra in Siria, e volevamo trattarli con tutto il rispetto dovuto a tragedie che colpiscono degli esseri umani: abbiamo quindi letto e studiato tantissimo, incontrato esperti, per essere più accurati possibile, e poi selezionato cosa raccontare, cosa mostrare, e cosa no.

  1. Quali consigli dareste ai ragazzi che vorrebbero avviarsi alla carriera da fumettista?

Stefano & Teresa: Copiate, copiate, copiate! Non solo fumetti. E leggete, leggete, leggete! Non solo fumetti. Siate curiosi. Mettetevi nelle cose che scrivete e disegnate. Siate onesti (non è detto che le storie debbano essere vere, ma fate che siano autentiche le emozioni che provano i vostri personaggi). Mettetevi nei panni degli altri. Non fate storie solo “di testa”, anche se sono su commissione o su personaggi di altri: metteteci il cuore. Osate rischiare. Cercate nuovi punti di vista sulle cose note. Documentatevi molto bene su quel che pubblica l’editore al quale vi state proponendo. Non insultate l’editore che vi ha rifiutato un progetto; se siete nervosi, andate a mangiarvi una fetta di torta, poi tornate a casa, cambiate pagina e ricominciate. E, se sentite che raccontare è esattamente la cosa che vi brucia dentro, non lasciatevi scoraggiare dalle porte in faccia: fanno parte del gioco.

  1. Curiosità: la gestazione di “Non stancarti di andare” è stata lunghissima e state iniziando ora a raccogliere i frutti del vostro lavoro, ma… vi chiedo quali sono i vostri prossimi progetti per il futuro, se potete rivelarci qualcosa!

Stefano & Teresa: Al momento ci troviamo nel medioevo italiano, in una Toscana un po’ reale un po’ immaginata, alle prese con le avventure di un trio di ragazzini diversissimi tra loro, ma che stanno diventando inseparabili. Potrete leggere le avventure di “Tosca dei Boschi” tra un annetto circa. Teresa ha da poco terminato di scrivere una seconda avventura di Orlando Curioso, che Stefano si appresta a disegnare. Poi c’è Orgoglio e Pregiudizio, versione Disney del romanzo della Austen, 100 tavole di paperi ottocenteschi (pubblicazione prevista entro il 2018). E, dallo scorso aprile, stiamo macinando letture per immergerci nell’atmosfera del nostro prossimo graphic novel adulto: speriamo di riuscire a preparare un progetto da presentare a BAO all’inizio del 2018.

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“Non stancarti di andare” Book Blog & Vlog Tour, 5 tappe, dal 8 al 17 novembre 2017!

Un modo per conoscere meglio il nuovo libro di Stefano Turconi e Teresa Radice, Non stancarti di andare, edito da BAO Publishing, attraverso una serie di recensioni, video-recensioni e interviste che vi sveleranno, secondo diversi punti di vista, i lati più interessanti di questo graphic novel!

Per il giveaway, saranno estratti 3 vincitori o vincitrici tra i partecipanti.
Ognuno/a di loro vincerà:
– 1 copia di “Non stancarti di andare” con dedica disegnata degli autori
– 1 esclusiva serigrafia numerata di “Non stancarti di andare”

Per partecipare e poter vincere è necessario:

– Mettere mi piace alla pagina Facebook BAO Publishing
– Diventare lettori fissi/seguire i blog/vlog partecipanti
– Commentare tutte le tappe del blog tour
Compilare il form con i dati (per il givaway)
– Condividere il blogtour sui social

“Non stancarti di andare” Teresa Radice e Stefano Turconi, Book Blog & Vlog tour, 8-17 novembre 2017

8 novembre: Il colore dei libri
10 novembre: Chibi is the way
13 novembre: Every POP
15 novembre: Books and tea
17 novembre: Il giro del mondo attraverso i libri

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Otto domande per Alejandra Costamagna, scrittrice cilena

Conoscete il blog di Good Book.it La scimmia dell’inchiostro? Si tratta di un bel blog di approfondimento culturale che propone suggerimenti di lettura, interviste, anteprime, news ed eventi legati al mondo editoriale; la redazione de La scimmia dell’inchiostro ogni mese sceglie una casa editrice e la presenta al pubblico italiano attraverso interviste agli editori e agli autori, il tutto volto a conoscere le diverse realtà editoriali italiane, soprattutto quelle più piccoline.

Il mese di ottobre sarà dedicato alla scoperta di Edicola ediciones, una casa editrice tosta che fa spola tra l’Italia e il Cile, traducendo nel Belpaese autrici e autori cileni e viceversa verso il Cile.

Quale ruolo ha il mio blog in questo progetto? Giulia Cuter di Good Book.it mi ha proposto di leggere “C’era una volta un passero“, raccolta di tre racconti brevi scritti da Alejandra Costamagna, e quindi di porre alla scrittrice cilena alcune domande per la rubrica Interviste del blog La scimmia dell’inchiostro. Le otto domande che ho posto alla gentilissima Alejandra sono state tradotte da Paolo Primavera e Alice Rifelli di Edicola ediciones; le trovate di seguito in questo articolo e sul blog La scimmia dell’inchiostro a questo link.

Buona lettura!

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Claudia: Scrittori per desiderio o per caso. Lei, Alejandra, come e quando ha capito che voleva diventare scrittrice?

Alejandra: Non credo si sia trattato di una decisione consapevole. Credo che tutto sia partito dalla lettura. La scrittura è, in un certo senso, la proiezione della lettura. Forse nel momento della pubblicazione del mio primo romanzo, En voz baja, mi sono trovata di fronte a un dato di fatto. Che ho assecondato.

Claudia: Nel racconto “C’era una volta un passero” quando la protagonista adolescente, Amanda, va a trovare il padre in carcere afferma: “La perquisizione non ci sembra la cosa peggiore; forse la cosa peggiore è che ci siamo abituate” e in questa frase lei ha condensato tutto il disagio che deriva dal vivere in una dittatura. Com’è stato, per lei bambina e adolescente, vivere gli anni della dittatura di Augusto Pinochet? Quali sono state le limitazioni che ha patito di più?

Alejandra: Non ho vissuto l’esperienza più dura, non ho famigliari desaparecidos né torturati o uccisi. Le limitazioni che ho dovuto vivere, in questo senso, sono state più domestiche. Ho trascorso l’infanzia e la prima adolescenza sotto coprifuoco e in stato d’assedio, in un paese dalla falsa normalità, dove avevamo paura a camminare per strada e, al tempo stesso, nutrivamo il desiderio di imparare il linguaggio degli adulti, che ci avrebbe permesso – credevamo allora – di capire il significato dei silenzi, delle estreme attenzioni dei nostri genitori, degli eufemismi, dei militari in strada, delle persone che non c’erano più, dei blackout, delle parole proibite.

Claudia: Sempre nel racconto “C’era una volta un passero”, di nuovo Amanda – ma riferendosi anche alla sorella Virginia –, dichiara: “Noi continuiamo a fare domande, non smetteremo mai di farne”, riferito al fatto che spesso la madre taceva alle figlie le informazioni a proposito del destino del padre. Lo stesso è stato anche per lei? Anche lei poneva domande e questioni ai suoi genitori, quando la realtà irrompeva nelle vostre vite? E che cosa le raccontavano i suoi? Indoravano la pillola o le presentavano la realtà così come stava?

Alejandra: Come molte famiglie durante quegli anni, anche i miei genitori cercavano di proteggermi ed evitavano di raccontarmi tutto quello che stava succedendo. Non per indorare la pillola, quanto per non espormi ai pericoli. I miei genitori sono argentini e si sono traferiti in Cile nel 1967, dopo l’arrivo al potere di Juan Carlos Onganía. Ricordo che, chissà perché, percepivo la loro argentinità come una specie di salvacondotto. Sapevo molto bene che la parola “comunismo” era una bomba verbale che in quegli anni nebbiosi non potevamo assolutamente sganciare. A volte mi facevo scappare altre parole, come Quilapayún [gruppo cileno di musica popolare che appoggiò il governo di Salvador Allende, N.d.T.] o Víctor Jara [cantautore cileno, militante del Partito Comunista, imprigionato, torturato e assassinato dai militari pochi giorni dopo il colpo di stato, N.d.T.], che era la musica che si ascoltava in casa mia. A volte canticchiavo addirittura le loro canzoni. Ed è capitato che ogni tanto qualche curioso mi chiedesse se i miei genitori fossero comunisti. Era in quei momenti che tiravo fuori il salvacondotto: «Sono argentini». Ora che ci ripenso, a quell’età ero convinta che il comunismo fosse cileno e che, in quanto argentini, i miei genitori fossero immuni da quegli strani sospetti.

Claudia: Nel racconto “Lancette d’orologio” la protagonista afferma: “Una madre è una foto sul muro di una casa”, mentre nel racconto “C’era una volta un passero” Amanda dichiara: “un padre è una bomba ad orologeria”. In queste due dichiarazioni, fatte da due ragazze adolescenti, si legge il riferimento alle persone scomparse durante i diciassette anni del regime di Augusto Pinochet. La madre che scompare e diventa una foto, un padre che si ribella al regime e potrebbe mettersi in pericolo. Quanto è ancora forte in Cile – e in Argentina – la questione dei desaparecidos?

Alejandra: Non avevo mai dato questa interpretazione alle frasi che hai citato, ma la tua mi sembra una lettura possibile e interessante. Il tema continua senza dubbio a essere presente. E fino a quando la verità, tutta la verità sui detenuti desaparecidos, non verrà a galla e non si farà vera giustizia, questa continuerà a essere una questione in sospeso.

Alejandra Costamagna (© Alberto Sierra)

Claudia: Uno dei libri che ho amato di più è “Ho paura torero” di Pedro Lemebel (edito in Italia da marcos y marcos e tradotto da M. L. Cortaldo e G. Mainolfi), che ha un incipit drammatico e bellissimo allo stesso tempo: “Come scorrere una garza sul passato, una tenda bruciacchiata che sventola alla finestra aperta di quella casa nella primavera dell’86. Un anno marchiato a fuoco dai copertoni fumanti per le strade di Santiago, schiacciata dal pattugliamento. Una Santiago che si svegliava al suono delle pentole sbattute nei cortei, al lampi dei black out, per i cavi elettrici scoperti, esposti alle catene, alle scintille. Poi il buio pesto, le luci di un camion blindato, i Fermo lì stronzo, agli spari e le corse a perdifiato (…) Quelle notti funeree, trafitte dalle grida, dall’incessante “Cadrà”, e dai tanti, tanti comunicati dell’ultimo minuto, sussurrati dall’onda sonora del “Diario de Cooperativa”. Quando è terminato il regime di Augusto Pinochet, lei aveva vent’anni: cosa ricorda degli ultimi anni della dittatura?

Alejandra: Anche se gli ultimi anni non furono i più duri della dittatura, ci sono stati casi atroci dei quali ci è toccato essere testimoni diretti. Tra questi, i fatti del 29 marzo del 1985, ovvero l’assassinio dei fratelli Rafael e Eduardo Vergara Toledo nella Villa Francia, e il sequestro, e successivo sgozzamento, del sociologo José Manuel Parada, a quei tempi capo della documentazione della Vicaría de la Solidariedad, del pittore e pubblicista Santiago Nattino, e del dirigente sindacale dei professori Manuel Guerrero. Sono molti i crimini commessi durante quegli anni dalla dittatura, una lista a cui voglio aggiungere l’assassinio del giornalista José Carrasco e di altri tre militanti di sinistra nel 1986 e la cosiddetta “Operazione Albania” nel 1987. Furono degli avvertimenti, la dittatura ci stava dicendo di essere ancora viva, sempre vigile. Nonostante questo eravamo giovani, e come giovani credevamo che il futuro potesse portare un cambiamento e ci consegnavamo a quell’idea con una dolce e ingenua speranza.

Claudia: La sua collega scrittrice Nona Fernández nel suo libro “Chilean electric”, portato in Italia da Edicola e tradotto da Rocco D’Alessandro, scrive: “Per molti anni Salvador Allende fu per me soltanto una voce. Sapevo che era stato l’ultimo presidente eletto dal paese, sapevo che era morto all’interno della Moneda, però non avevo mai visto nessuna sua immagine, era solo un’ombra oscura e sfocata. In casa mia non c’erano foto di Allende. In nessuna casa di nessun amico, di nessun parente, di nessun vicino. E se c’erano, stavano ben nascoste”. Lei era molto piccola quando Salvador Allende morì, ma qualcuno dei suoi famigliari o amici più grandi è riuscito a trasmetterle qualcosa del Presidente? Ha ascoltato a posteriori i suoi discorsi registrati? Se sì, che idea si è fatta del Presidente Allende?

Alejandra: Sì, chiaramente ho ascoltato i discorsi di Allende più volte. Senza andare troppo indietro nel tempo, ho riascoltato il discorso di Radio Magallanes [fu l’ultimo discorso alla nazione di Salvador Allende, trasmesso da Radio Magallanes mentre i militari stavano bombardando il palazzo presidenziale, N.d.T.] proprio l’11 di settembre appena trascorso. Non ho conosciuto Allende, ma mia madre mi portò sulle spalle a più di uno dei suoi comizi. Ero molto piccola e ovviamente non ho ricordi, ma con il tempo mi sono creata un’immagine molto precisa e delineata del suo personaggio. Che fosse soprannominato “El Chicho” [letteralmente, il piccolo, N.d.T.] già fa capire quanto venisse considerato un tipo tranquillo, simpatico a tutti. I miei genitori parlavano con infinito rispetto del Chicho e io conservo questo ricordo ereditato da loro.

La copertina del libro “C’era una volta un passero”, edito da Edicola ediciones

Claudia: Nella graphic novel “Gli anni di Allende” di Carlos Reyes e Rodrigo Elgueta, tradotto da Paolo Primavera per Edicola, quando il Presidente Allende è sotto assedio al Palazzo della Moneda, lancia un ultimo messaggio ai cileni: “Lavoratori della mia patria: ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Continuate voi, sapendo che, più prima che poi si riapriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore. Via il Cile! Viva il Popolo! Viva i lavoratori!”. Dopo i diciassette anni della dittatura di Pinochet, cosa è successo al Cile? Ha seguito il commovente, ultimo messaggio del Presidente o ha intrapreso una strada diversa, lasciandosi alle spalle sia la dittatura sia l’eredità dei tre anni del mandato di Allende?

Alejandra: Senza dubbio, e finalmente, il Cile è uscito dalla lunga notte della dittatura. Anche se credo che i legami istituzionali con il regime, l’ossessione nei confronti del consenso, gli accordi inclini all’impunità e il rafforzamento del sistema neoliberale hanno finito per ostacolare il coronamento effettivo di questa nuova democrazia. Temo che l’ultima parte del discorso di Allende (“Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore”) non si sia ancora compiuta.

Claudia: L’ultima domanda è una curiosità. Quali libri consiglia di leggere, a noi lettori italiani, per capire il Cile della dittatura e il Cile di oggi?

Alejandra: Poco hombre, di Pedro Lemebel. È stato pubblicato da Ediciones UDP poco prima della sua morte e riunisce settantatré cronache tratte dai suoi libri. Un ripasso del Cile degli ultimi decenni: dagli anni settanta del secolo scorso fino al 2012.

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Ringrazio Alejandra Costamagna per aver risposto alle mie domande, grazie a Edicola ediciones, nelle persone di Alice e Paolo per la traduzione e le imamgini per l’articolo, e un grande grazie a Giulia di Good Book.it per avermi coinvolta in questo progetto.

Intervista d’autore #4 | “Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati” di Davide Bacchilega

Grazie al progetto Book Bloggers Blabbering, ho potuto rispolverare la rubrica “Interviste d’autore” e in questo nuovo appuntamento ho avuto la possibilità di porre alcune domande a Davide Bacchilega, autore del romanzo giallo “Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati” edito da Las Vegas edizioni: ringrazio Davide per aver dedicato il suo a rispondere alle mie domande. Buona lettura!

La prima è una domanda personale: diventare scrittore era un tuo sogno o è semplicemente successo?

Sono diventato scrittore? Non me ne ero accorto! Battute a parte, la mia personale teoria è che per definirsi “scrittore” sia necessario guadagnarsi da vivere con la scrittura, riuscire a pagare la spesa al supermercato e le bollette che spuntano dalla buchetta. Chi ce la fa, ha il diritto di compilare con la parola “scrittore” il campo Professione sulla carta d’identità. Sulla mia, invece, si legge “pubblicitario”. Nonostante questo, e grazie a questo, per me diventare scrittore è più di un sogno: è un obiettivo.

Il romanzo “Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati” ha un meccanismo narrativo pressoché perfetto: dove hai tratto l’ispirazione per scrivere questo incredibile giallo?

Le idee per il romanzo sono arrivate da tutto ciò che ho letto, visto e sentito prima di iniziare a lavorare sul testo. In particolare, le narrazioni che più di altre sono state fondamentali per spingermi a scrivere Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati sono state quelle di Una squillo per l’ispettore Klute, un film noir del 1971 diretto da Alan Pakula, e dei romanzi 1974 e 1977 di David Peace.

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Il libro di Davide Bacchilega edito da Las Vegas edizioni (foto: Claudia)

“Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati” è un romanzo con un titolo decisamente evocativo: vivo in un piccolo paese ed è spesso vero che i peccati sembrano molto più grandi. Come avete scelto, tu e gli editori, questo titolo?

La frase “più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati” è una sorta di tormentone che ricorre in diverse pagine. Viene pronunciata per la prima volta dall’ex direttore del quotidiano Romagna Sera, il cinico Sabatini; è ripetuta più volte da uno dei protagonisti, il non meno cinico Michele Zannoni, giornalista di cronaca nera. È un motto che fa da filo conduttore a tutta la vicenda e in un certo senso la riassume. Quando l’ho suggerito come titolo del libro, l’editore ha avuto inizialmente qualche perplessità, per via della sua lunghezza. Chi sarebbe riuscito a ricordarlo? Di contro, aveva riconosciuto che la formula era originale e adeguata allo spirito della storia, con tutte le potenzialità per incuriosire il lettore. Come è finita lo sappiamo. A mia difesa posso comunque affermare con certezza che i titoli dei film di Lina Wertmüller sono molto più lunghi!

I tuoi personaggi, Mauro su tutti, sono pieni di tic e manie, caratteristiche che li rendono a dir poco unici: per qualche personaggio in particolare ti sei ispirato a persone che in passato hai davvero conosciuto o sono tutti frutto della fervida fantasia?

Tutti i personaggi del libro, in fin dei conti, possiedono dei tratti di personalità piuttosto diffusi,  presenti in misura diversa in ognuno di noi (anche in te, non credere!). Solo che io ho calcato la mano su certe caratteristiche, ingigantendo ad esempio disturbi ossessivo-compulsivi (Mauro) o portando alle estreme conseguenze disillusione e disfattismo (Michele). Ho iniettato nei miei personaggi tic e manie comuni, ma in quantità così massicce da renderli insoliti. “Normalità” e devianza sono irrorate dalla stessa linfa. La differenza la fa il dosaggio.

Stile narrativo: una delle cose che più ho apprezzato del tuo romanzo è il fatto che ogni capitolo sia affidato ad un personaggio diverso, e ogni capitolo successivo riprenda la frase finale del precedente. Questa forma narrativa, che ha lo scopo di rendere avvincente e originale la vicenda, era già presente nella prima edizione del romanzo – pubblicato con il titolo “Bad news” (Giulio Perrone Editore, 2011) – oppure è una delle rivisitazioni di questa seconda edizione con Las Vegas Edizioni?

Era presente fin dall’inizio. Nella prima edizione del libro così come nel primo manoscritto uscito dalla mia stampante. La rivisitazione effettuata con Las Vegas non ha riguardato la struttura narrativa, ma si è concentrata su aspetti più formali. Riprendere in mano il romanzo dopo qualche anno mi ha fatto capire che nel frattempo avevo guadagnato una maggiore consapevolezza e maturità come autore. Senza cambiare nulla della storia e senza tradire le intenzioni espressive della prima versione, ho ritenuto necessario migliorare l’efficacia del testo condensando la scrittura ed eliminando qualche pagina superflua.

Hai ambientato il tuo romanzo in Romagna, la tua terra, non in estate bensì in inverno. Scelta insolita, dato che la fama della Riviera romagnola è legata soprattutto all’estate. Come mai hai scelto questo periodo e ci potresti dare qualche buon motivo per visitare la Romagna fuori stagione?

Avevo in mente di scrivere un noir oscuro, torbido e nebbioso, seppure intriso di ironia. L’inverno e l’indole romagnoli hanno contribuito a ricreare il clima perfetto per questo tipo di narrazione. Vuoi visitare la Romagna fuori stagione? Beh, ti potrei raccontare di quanto è romantico il mare in inverno, descriverti come luccicano di storia i mosaici bizantini di Ravenna, illustrarti qual è la sottile differenza tra la piadina romagnola e la piada riminese… Ma lascia perdere: vieni in estate che ti diverti molto di più.

In questo momento stai lavorando ad un nuovo libro? Se sì, ci puoi raccontare qualcosa in più?

Ho terminato da qualche mese un nuovo romanzo, ma per ora è un progetto segretissimo. Così segreto che non ho ancora capito nemmeno io di cosa si tratta.

Chiudo con un consiglio: da scrittore, hai qualche suggerimento per quei ragazzi che oggi vorrebbero diventare scrittori?

Leggere tanti libri e poi leggerne altri ancora. E quando si è finito di leggerli, uscire di casa, fare una passeggiata, infilarsi nella prima libreria che capita e comprarne un altro paio. E altri due ancora, già che si è lì. Insomma, vivere per la lettura. E se mentre si vive per la lettura si inizia a scrivere qualcosa, bisogna essere consapevoli che lo si può scrivere meglio, e poi meglio ancora, e che quel meglio ancora non sarà mai abbastanza perché qualcuno alla fine lo boccerà. E sarà il primo di mille rifiuti. Solo dopo avere completato il giro completo dei fallimenti si inizierà a scrivere davvero. Da quel momento, oltre che per la lettura, si dovrà iniziare a vivere anche per la scrittura. E farlo con umile ambizione, spregiudicata dedizione e disciplinata follia.

Intervista a cura di Claudia Pezzetti

Intervista d’autore #3 | “Ti scriverò prima del confine” di Diego Barbera

Qualche giorno fa vi ho parlato del romanzo “Ti scriverò prima del confine” di Diego Barbera (CasaSirio editore, 267 pagine, 14 euro) e potete trovare la recensione già pubblicata sul blog. Poiché il libro mi è piaciuto molto, ho deciso di contattare la casa editrice per chiedere se l’Autore fosse disponibile per un’intervista; l’editore mi ha messa in contatto con Diego Barbera, che gentilmente ha risposto alle mie domande e se il romanzo vi ha incuriositi, leggete che cosa racconta Diego!

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“Ti scriverò prima del confine”, Diego Barbera, CasaSirio editore

Giornalista e scrittore: fare della scrittura il tuo lavoro è sempre stata la tua ambizione oppure è un desiderio nato quando meno te lo aspettavi?

Ho avuto la grande fortuna di crescere in una famiglia di grandi lettori e di avere insegnanti di italiano/lettere che mi hanno sempre spronato a scrivere e che mi hanno consigliato ottimi libri da leggere, sin dalle Medie e anche se non ero proprio il primo della classe. Mi ha sempre appassionato molto inventare storie, sin da quando ero bambino, è quando ho provato a scrivere ho notato che era ancora più divertente. Ho cercato in tutti i modi di fare della scrittura il mio lavoro sin da subito e per fortuna ho iniziato presto, da quando avevo 19 anni. Prima come giornalista e ora, finalmente, anche come scrittore.

Qual è l’dea che ti ha portato a scrivere il romanzo “Ti scriverò prima del confine”?

Sono sempre stato affascinato dal rapporto tra coraggio e paura, mi sono sempre chiesto fin dove arriva uno e dove inizia l’altro. Avevo in testa alcune suggestioni senza forma che poi hanno trovato una loro storia quasi improvvisamente. L’idea è arrivata in modo bizzarro: stavo guidando in collina a Torino e una ragazza ha attraversato la strada. Non so per quale strambo motivo ma la storia del romanzo mi è come apparsa. Ovviamente non era tutta completa, così ho iniziato a pensarci e a “completarla” nella mente. Ci pensavo prima di dormire, quando ero solo, quando nuotavo o andavo in bici ed effettivamente anche mentre lavoravo. E dopo circa un anno ho iniziato a sentire la nostalgia di questa storia così ho pensato che forse valeva la pena che la scrivessi.

Nel romanzo “Ti scriverò prima del confine” Giulia chiede al protagonista M***o di raccontarle la sua storia, ma impone che lui non pronunci mai un nome proprio – compresi i nomi dei luoghi o dei marchi degli oggetti – che infatti nel testo vengono contrassegnati con gli asterischi. Come mai questa originale scelta stilistica?

Ha un significato preciso, non è un vezzo come magari qualcuno potrebbe pensare. Ho scritto la storia seguendo le stesse regole che Giulia ha imposto a M***o a inizio romanzo perché la vicenda è raccontata dal punto di vista del ragazzo. Giulia non vuole sprecare tempo e gli chiede di concentrarsi solo sugli eventi, sulle vicende, sui ricordi che gli chiede di rievocare, lasciando perdere tutto ciò che è superfluo. Visto che il presente del romanzo avviene in un momento ben preciso della vita di M***o, quando è soggetto a emozioni e sentimenti molto forti e contrastanti e in seguito a determinati avvenimenti, lui continua a pensare rispettando quelle regole e io l’ho seguito, scrivendo. Infatti, l’unica volta che un altro nome non viene censurato è proprio quando Giulia lo chiama ed è inoltre l’unica volta che parla in tutto il romanzo, in un istante molto importante.

Tra Giulia e M***o, tra le mura della clinica, nasce dapprima un’amicizia, che giorno dopo giorno e storia dopo storia, M***o sente trasformarsi in qualcosa di più forte. E’ stato difficile descrivere questa tenera storia d’amicizia e d’amore senza cadere nei soliti banali cliché?

Ho cercato di concentrarmi sul fatto che i sentimenti molto forti siano anche molto semplici e credo fermamente che la semplicità non sia banalità. Lo diventa quando si aggiunge troppo, lo si edulcora eccessivamente. Non ho mai amato le storie in cui i personaggi sono perfetti, perché tutti noi abbiamo il nostro lato d’ombra, sentimenti difficili da riconoscere, debolezze e attimi (più o meno numerosi) in cui ci si comporta poco bene. Quando scrivo voglio sempre che ci sia credibilità, anche nel caso in cui si stia raccontando un fatto fuori dall’ordinario. Giulia e M***o sono due persone che condividono poco tempo, ma credo che siano fondamentali per come la loro vita cambia da quando si conoscono e cercano di capirsi.

La storia di M***o porta il lettore a riflettere su come si crea un circo mediatico attorno a un evento o un gesto. M***o all’indomani del suo gesto – il Fatto – è assediato dai giornalisti che vogliono un’esclusiva. Ma M***o scoprirà anche che gli eroi durano poco. Cosa pensi di questo accanimento dei media e della gente comune verso fatti di cronaca – come quello di M***o – oppure di cronaca nera?

Un altro messaggio che ho voluto inserire nel romanzo è proprio questo, ci tenevo parecchio perché lo vivo tutti i giorni col mio lavoro. Mi ha sempre incuriosito molto la scelta di alcuni fatti da raccontare rispetto ad altri così come alcuni “filoni” che nascono e che durano qualche settimana poi vengono abbandonati. Penso ad esempio ai blocchi di ghiaccio che cadevano dagli aerei, ai casi di meningite, ai cani che mordono, ecc… i media decidono di dedicarci spazio ogni giorno per un tot di tempo e poi, puf, non ne parlano più. Così la gente passa da credere che tutto ciò avvenga sempre di più ogni giorno al dimenticarsene, mentre in realtà sono cose che sono sempre accadute e che continuano ad accadere. Oppure, peggio, a volte sono fatti un po’ inventati. Ma credo che il momento più basso si raggiunga sui fatti di cronaca e sull’accanimento verso gli avvenimenti più macabri. È nostro istinto essere incuriositi dalla morte e dallo “splatter” e dunque non è niente di strano, ma diventa malato quando si tirano su carrozzoni vomitevoli. Credo inoltre che nel giornalismo ci sia tanta vanità e lo si può notare in alcune interviste che in realtà sono esibizioni di quanto l’intervistatore sia figo, informato e bravo a fare domande difficili. Non ho mai sopportato quando il giornalista si atteggia a celebrità quando scrive o quando appare in TV, insomma mentre sta lavorando, perché mette in secondo piano il raccontare, che poi dovrebbe essere la sua vera occupazione.

Il bellissimo e poetico finale di “Ti scriverò prima del confine” è aperto ed è il lettore che decide o meno per il lieto fine: io mi sono commossa e ho scelto il lieto fine. Tu come mai hai deciso di lasciare questa originale e importante scelta al lettore?

Ti ringrazio. Anche se la stella polare del romanzo è Giulia, per me il tema centrale è la graduale presa di coscienza di M***o di se stesso e dei propri sentimenti. Su tutti la paura e infatti – lentamente – passa dall’essere sicuro di non averla mai provata a dubitarne e poi a esserne completamente travolto. Le ultime pagine, che sono il presente del romanzo, vedono M***o “immerso” nella paura per la prima volta consapevolmente nella propria vita. Non sa come sta Giulia, ma non vuole saperlo perché è spaventato da cosa potrebbe scoprire. Tuttavia, se fino a quel momento ha quasi sempre galleggiato andando avanti per inerzia, questa volta accetta cosa sta accadendo e si fa forza. La storia del romanzo si chiude, dunque, proprio quando M***o raggiunge questa consapevolezza e completa questo percorso.

Le ultime 4-5 pagine sono il racconto di una manciata di secondi di un pensiero di M***o quando si trova in questo stato d’animo tutto nuovo (o meglio, più chiaro) per lui. Il registro del linguaggio cambia perché è terrorizzato, perché sta immaginando vite intere in un respiro e perché non vuole perdere la speranza, anche se sente che la luce è sempre più fioca. Ho voluto chiudere la storia lasciando che, in ogni caso, Giulia fosse viva in quel presente, ma che il lettore potesse valutare e decidere di scegliere il momento successivo. Ho inserito gli elementi di una e l’altra ipotesi. Ovviamente la fine meno lieta è quella più probabile, ma al tempo stesso questa è una storia in cui si dimostra sin dal principio che le piccolissime percentuali, in quanto esistono, talvolta possono accadere.

In questo momento stai lavorando ad un nuovo romanzo? Se sì, ci puoi dare qualche anticipazione?

Sì sto lavorando a una nuova storia, che mi ha richiesto molto tempo soprattutto in ricerca dato che è ambientata in buona parte in un periodo storico ben preciso e non così ben documentato e per metà in un paese molto lontano. Ho scoperto un avvenimento che è stato fondamentale per il futuro dell’Italia nel dopoguerra, soprattutto a livello internazionale, ma che è caduto nel dimenticatoio, pur essendo pregno di personaggi e fatti straordinari. Purtroppo il tempo a disposizione per scrivere cose mie è sempre poco, ma un po’ per volta ce la farò. La storia è già tutta nella mia mente.

In Italia ci sono pochi lettori e tanti che ambiscono a diventare scrittori: tu sei uno scrittore molto giovane, puoi dare qualche suggerimento a chi oggi vorrebbe fare lo scrittore?

Hai colto perfettamente il punto: c’è un sacco di gente che scrive ma che non legge ed è quanto di più sbagliato possa accadere. Se non leggi allora non sarai mai uno scrittore. Consiglio ai giovani aspiranti di leggere quanto più riescono e di non essere snob: leggete romanzi di qualsiasi genere e autore, romanzi best-seller e di piccolissime case editrici, classici e libri stroncati dalla critica oppure che tutti considerano sopravvalutati, ma anche i quotidiani, le riviste e i fumetti. Quando scrivete non dimenticate mai che tutto deve avere un senso e niente deve essere messo lì solo “perché mi piace”. Non abbiate paura di ricevere giudizi negativi, perché aiutano a migliorare.

Infine, una domanda personalissima… Hai un sogno nel cassetto?

Spero di continuare a poter scrivere e di avere più tempo da dedicarci, ho tante storie ancora da raccontare.

Intervista a cura di Claudia Pezzetti

Intervista d’autore #2 | “Piccola osteria senza parole” di Massimo Cuomo

Una delle mie belle letture estive è stata “Piccola osteria senza parole” di Massimo Cuomo (e/o edizioni, 238 pagine, 9 euro), della quale ho già pubblicato la recensione. Sono nuovamente qui a parlare di questo piccolo ma intenso libro semplicemente perché ho contattato Massimo Cuomo, e gli ho chiesto se aveva voglia di rispondere a qualche domanda a proposito del suo ultimo libro. Massimo è stato molto gentile e ha risposto alle mie domande, anche le più strampalate… Ecco a voi l’intervista completa!

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Piccola osteria senza parole di Massimo Cuomo, e/o edizioni, 238 pagine, 9 euro (foto: Claudia)

Inizio con una domanda personale: diventare scrittore è sempre stato un tuo sogno oppure è semplicemente successo, come spesso accadono le cose più belle della vita?

Non ricordo con precisione quando ho cominciato a desiderarlo. Sebbene sin da piccolo fossi portato per la scrittura ho cominciato a leggere tardi e questo ha certamente rallentato la mia maturazione come potenziale scrittore e il desiderio stesso di diventarlo. Ricordo invece con chiarezza quando ho deciso di provarci, mettendomi a scrivere il mio primo romanzo con l’obiettivo di raggiungere la pubblicazione, sfondare il muro dell’editoria per vedere cosa c’era dall’altra parte. Perché le cose più belle della vita, ho imparato, te le devi andare a prendere.

Da dove hai tratto l’ispirazione per scrivere “Piccola osteria senza parole”?

Dalla quotidianità, dal mio vissuto. Sono nato in Veneto ma sono figlio di meridionali emigrati nel profondo Nord Est e ancora oggi per i miei amici sono un “terrone”. E poi da una decina d’anni vivo fra i campi che ho raccontato nel romanzo. Il colore che avevo in mente quando ho cominciato a scrivere era il giallo, perché il grano era maturo ed esplodeva ovunque intorno a me.

“Piccola osteria senza parole” è un romanzo con un titolo molto particolare: di solito, nelle osterie si parla molto, anzi, le parole non mancano mai. Come mai la scelta di questo titolo?

Il titolo del romanzo, come lo presentai all’editore, era diverso. Si chiamava “Le parole dentro” e giocava sul doppio significato delle parole dentro la scatola (il Paroliere) e le parole dentro le persone, quelle taciturne che vivono sul confine fra il Veneto e il Friuli. All’editore parve un titolo troppo intimista, che faceva pensare ad una storia d’amore. Così mi misi a pensare ad un’alternativa e capii che volevo un titolo che identificasse la storia senza lasciar alcun dubbio: la parola “osteria” mi sembrò necessaria. Nelle osterie si parla molto, è vero, ma ho scoperto che veneti e friulani hanno la capacità di esprimere grandi concetti con pochi gesti. E le parole a Scovazze arrivano perché le porta il meridionale. Le porta con sé, dentro il Paroliere, e senza nemmeno volerlo, con la sua sola presenza, tirerà fuori parole alla gente del posto, parole importanti, che le persone avevano dentro ma senza saperlo nemmeno, parole che cambieranno tutto.

Il gioco del Paroliere, portato da Salvatore Tempesta, scombussola la vita degli abitanti di Scovazze: “Ma le parole, quando le pianti dentro terreno fertile e le concimi di sentimenti, mettono radici in fretta”. Secondo te, quanto possono essere importanti le parole dette a voce nella società moderna fatta di messaggi lampo inviati in tempo reale sulle piattaforme di messaggistica istantanea?

Il nodo non è lo strumento con cui si veicolano le parole o la facilità e la velocità con cui si possono distribuire. Il nodo è sempre la qualità delle parole e la qualità è legata all’impegno che ci vuole per produrle: meno è impegnativo e meno valore ha. Anche le parole dette a voce possono essere vuote, superficiali. Io alle persone cui voglio bene dico quello che penso guardandoli negli occhi ma quando non posso farlo a voce lo faccio per iscritto. Quello che fa la differenza è la fatica che quelle parole mi chiedono per essere tirate fuori, non il tempo che ci mettono per arrivare a destinazione.

Il contrasto tra le culture del Nord Italia e del Sud Italia spesso è ancora molto forte, soprattutto nei piccoli paesi di provincia. Nel romanzo, dopo un primo approccio molto diffidente, il meridionale Salvatore Tempesta viene accettato dalla comunità locale. Pensi che prima o poi i contrasti tra “polenton” e “teròn” si appianeranno anche nella realtà?

Si sono già appianati rispetto a tempo fa. E’ bastato che arrivassero nuovi stranieri, gli extracomunitari, e un nemico comune ha idealmente avvicinato i vecchi combattenti. Se domani scendessero sulla terra dallo spazio degli extraterrestri potenzialmente ostili ci sentiremmo tutti più uniti contro l’invasore. E’ nel nostro istinto animale difendere il territorio e diffidare di chi potrebbe volerci del male. Il problema nasce quando questa difesa si protrae a oltranza, in ogni caso, senza margini di apertura. A Scovazze la vita degli abitanti del posto cambia, probabilmente migliora, per ciascuno in maniera proporzionale al grado di questa apertura.

Hai ambientato il tuo romanzo a Scovazze, ovvero un paesino immaginario al confine tra il Veneto e il Friuli Venezia Giulia. Potresti dare un consiglio a chi vuole visitare il Veneto fuori dai soliti itinerari turistici?

Proprio oltre Scovazze, nel romanzo è citata, c’è una spiaggia. Si chiama Brussa ed è immersa in una riserva naturale protetta dal nome Valle Vecchia. La frequento ogni estate, ci si arriva percorrendo un breve tratto di strada sterrata e poi attraversando a piedi la pineta. Non esiste alcun tipo di servizio in spiaggia, bisogna portarsi tutto, ed è l’ideale per chi vuole godersi una giornata di mare lontano dagli affollati centri balneari dei dintorni immersi nel cemento. Al ritorno, rigorosamente in ciabatte e costume, fate un sosta da Mazarack per mangiare un piatto di spaghetti alle seppie, una porzione di calamaretti fritti e bere un bianco della casa.

In questo momento stai lavorando ad un nuovo libro? Se sì, ci puoi dare qualche anticipazione?

Sì, ci sto lavorando e – visto il blog che gestisci – penso potrà interessarti perché affronto anche il tema del viaggio. Sarà ambientato lontanissimo dal Veneto: volevo evitare di acquistare un’etichetta che non mi appartiene, quella di narratore del Nord Est. E sarà molto diverso dal precedente romanzo che era diverso dal primo. In sostanza, mi piace cambiare, affrontare nuove sfide, scrivere cercando di non annoiarmi e di non annoiare. Vorrei portare i miei lettori in posti sempre nuovi e che mi seguissero per un unico motivo: la mia scrittura.

Infine, un consiglio: tu sei uno scrittore che ha esordito in giovane età, hai qualche suggerimento per quei ragazzi che oggi vorrebbero diventare scrittori?

Leggere. Leggere tanto, con spirito critico. Poi scrivere con personalità, senza tentare di imitare qualcuno. Consegnare il manoscritto a persone imparziali, che restituiscano recensioni non viziate da sentimenti di parentela o amicizia. Accettare ogni critica, anche se fa male, soprattutto se fa male, farne tesoro. Rivedere quello che si è scritto in relazione alle critiche ricevute. Farlo decantare. Rileggerlo e farlo rileggere. Solo allora, se si è davvero convinti di aver scritto qualcosa di buono, spedire alle case editrici ed impegnarsi in tutti i modi per ottenere una pubblicazione vera, senza cedere alla facile tentazione dell’auto-pubblicazione. E se le cose non dovessero andare bene, ricominciare da capo.

Intervista a cura di Claudia Pezzetti

Intervista d’autore #1 |”Il dolore del mare” di Alberto Cavanna

Dopo aver letto “Il dolore del mare“, Nutrimenti, pp. 237, 16 euro, di cui ho già pubblicato la recensione, ho deciso di contattare lo scrittore Alberto Cavanna per proporgli un’intervista da pubblicare sul mio blog. L’Autore ha gentilmente accettato di rispondere alle mie domande a proposito del suo romanzo ed ecco l’intervista completa.

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Il dolore del mare di Alberto Cavanna, Nutrimenti , 237 pp., 16 euro (foto: Claudia)

  Inizio con una domanda personale. Dai cantieri navali alla scrittura: quando e perché ha deciso che sarebbe diventato scrittore?

Non è stata una decisione. Sono sempre stato un accanito lettore e ho amato, anche se la studiavo poco, la letteratura. Scrivere è innanzitutto un atteggiamento mentale che ci porta a osservare, ascoltare, ricordare… In poche parole vivere con attenzione il mondo e gli altri. Scatta poi un desiderio di trasmettere queste cose, in genere in un momento di cambiamento o di crisi. Così è stato per me.

Parliamo della genesi del libro “Il dolore del mare”: da dove deriva l’idea di scrivere un romanzo con questi contenuti?

Stiamo vivendo cambiamenti epocali. In “Da bosco e da riviera” ho parlato della crisi d’identità in seguito alla perdita della cultura del lavoro, del vivere per un mestiere. Ne “L’uomo che non contava i giorni” il dramma delle migrazioni subsahariana che stanno cambiando la geografia umana del pianeta. Eppure, in genere, a parte uno sdegno o disagio generico, nessuno percepisce di vivere in un tempo sbagliato che comporterà grandi problemi per le generazioni future. Saranno loro a giudicarci. Il tempo tra le due guerre mondiali fu un tempo sbagliato per antonomasia… Quanti ne ebbero la certezza? Vogliamo ricordare Neville Chambelrlain mentre scende dall’aereo dopo aver parlato con Hitler e dichiara alla stampa “E’ pace per il resto della nostra vita“.

L’isola di Palmaria è presente nella storia in modo così costante, tanto che la si potrebbe quasi considerare una dei protagonisti: che cosa rappresenta per lei questo luogo? E perché l’ha scelta come ambientazione per il romanzo?

La Palmaria è una sorta di testimonianza fossile di un tempo erroneo, una città perduta di un tempo e un mondo che, dopo l’apocalisse della guerra, “… Non sarebbe mai tornato a essere come prima…”. Visitare i vecchi campi a ulivo circondati dalle fortezze costruite per una guerra da sempre attesa, oggi solo rovine e erbacce, ci da la dimensione dell’erroneità del tempi vissuto dai protagonisti, ignari e impotenti. È lo stesso sentimento che si prova oggi nel visitare periferie abbandonate ricoperte da fabbriche in rovina, ricovero di un’umanità alla deriva… Vogliamo immaginare tra trent’anni i nostri quartieri dove negozi e artigiani hanno lasciato il posto alle banche?

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Isola di Palmaria e Tino © Laura on Flickr

Il personaggio di Elvira è quello di una donna forte, senza grilli per la testa e con il senso del sacrificio, soprattutto perché è cresciuta senza uomini in casa a causa delle guerre. Per tratteggiare il personaggio di Elvira si è ispirato a qualche donna che conosce o che ha conosciuto?

Elvira riassume la figura femminile, matriarcale e materna che faceva parte di un tempo perduto… Un tempo che non era sicuramente migliore del nostro ma erano migliori, più forti, più attaccate alla vita le persone. Elvira rappresenta una saggezza senza cultura capace di sopportare pressioni psicologiche inimmaginabili… Pensate un caro in guerra e nessuno contatto. Cosa possa essere per noi dipendenti dai cellulari e dalla comunicazione invasiva e immediata.

La figura di Ermes Correggiani è molto interessante, cresciuto all’ombra del ricordo del padre morto durante la guerra, colma questo vuoto abbracciando con devozione la causa fascista. “E’ figlio di questo tempo”, come ricorda Don Elmo: lei pensa che Ermes avrebbe ugualmente scritto quella lettera al duce se suo padre fosse tornato dalla Grande Guerra?

Ermes scrive al duce proprio per la mancanza di una figura importante, quella del padre. Agisce in presenza di un vuoto, un vuoto che il regime seppe colmare proprio dedicando un’enorme attenzione alle nuove generazione, strumentalizzate a fini del regime in modo scientifico. Ma forse oggi non succede la stessa cosa? I vuoti che noi lasciamo ai nostri figli non vengono colmati da sistemi e convenzioni sociali che non sappiamo ancora dove li porteranno? Non siamo forse noi impotenti come la piccola Elvira di fronte alla irregimentazione che viene fatta alle nuove generazioni con la minaccia dell’esclusione dal gruppo se no si assumono necessariamente atteggiamenti e consumi massificati?

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Panoramica da Palmaria © Michele Francia on Flickr

Ilio Correggiani è un gran lavoratore, ha fatto la guerra ed è tornato, avrebbe voglia di cambiare il mondo ma alla fine cede e si iscrive al partito fascista: lei crede che anche ai giorni nostri sia così difficile opporci al sistema come ai tempi di Ilio?

Oggi opporsi al sistema è impossibile. L’irregimentazione politica finalizzata allo stato egemone è stata sostituita da una subdola dipendenza dal superfluo garantita da flussi economici viziati (economie gonfiate, prestiti irragionevolmente concessi, bombardamento mediatico al consumo compulsivo). Una volta tutto girava in funzione della forza bellica come elemento trainante dello sviluppo, oggi invece tutto è misurabile in benessere economico e flussi finanziari: da carne da cannone siamo diventati carne da consumo e contribuzione.

Uno scrittore è sempre in attività: può dirci se sta lavorando al prossimo romanzo?

Sto lavorando ad una traduzione, commento e illustrazione di un vecchio libro di Conrad non più tradotto da anni. Ma è solo un momento di pausa per affrontare tempi più importanti. Cose che rendano i portante e utile il dolore di Elvira che il mare ci ha portato.

Nell’augurare buon lavoro ad Alberto Cavanna per i suoi prossimi scritti, lo saluto e lo ringrazio per aver accettato di rispondere a queste domande.

Intervista a cura di Claudia Pezzetti