Aglaja Veteranyi | Lo scaffale degli ultimi respiri

Concepita ero stata concepita a Cracovia, dice mia madre. Concepita a Cracovia e partorita a Bucarest. Sono una valacca. Cos’è una valacca? Le mani della mia levatrice venivano dalla Germania. La mia appendice rimase in Cecoslovacchia, in un ospedale militare. Si dovette tirare il freno d’emergenza del treno. All’epoca c’erano ancora mio padre e mia sorella (…) Le mie adenoidi rimasero a Madrid [Aglaja Veteranyi, Lo scaffale degli ultimi respiri, trad. A. Lorenzini]

La protagonista de “Lo scaffale degli ultimi respiri” di Aglaja Veteranyi (trad. A. Lorenzini, Keller editore, 129 pagine, 13 €), la voce narrante senza nome, è una giovane donna che ha girovagato tutta l’Europa. Dalla Romania, dove i suoi genitori e parenti hanno radici, alla Polonia, passando per la Cecoslovacchia e la Spagna, per poi giungere – finalmente – in Svizzera, l’attuale punto di arrivo di questa famiglia di circensi.

La giovane protagonista racconta la sua vita e quella della sua famiglia di girovaghi, ma si focalizza in particolare sull’amata zia, la sorella della mamma; la zia per la protagonista è una figura importante, molto più importante della stessa madre.

Il breve romanzo della Veteranyi è suddiviso in tre parti: nella prima vengono narrati con grande drammaticità la malattia della zia; nella seconda parte invece viene narrata la storia personale della protagonista; infine, nella terza, viene ripresa la vicenda della malattia della zia, l’agonia e la triste dipartita.

Quando la zia leggeva i fondi di caffè a qualcuno, si doveva infilare una moneta sotto la tazza capovolta. Propiziava la fortuna. La fortuna aveva attraversato tutte le monete sotto il letto matrimoniale della zia. La lettura dei fondi di caffè la zia l’aveva ereditata da sua nonna. La gente si faceva leggere i fondi di caffè da lei come il giornale. Portava monete e regali. I fondi di caffè raccontavano del tempo dietro al tempo. Delle buone notizie, dei lunghi viaggi, di ricchezza e fecondità, di invidia e malattia [Aglaja Veteranyi, Lo scaffale degli ultimi respiri, trad. A. Lorenzini]

Aglaja Veteranyi girovagò per tutta Europa assieme alla sua famiglia di circensi, infatti la vicenda narrata nel romanzo breve “Lo scaffale degli ultimi respiri” ha molti aspetti autobiografici. La Veteranyi rimase analfabeta sino a quattordici anni, quando finalmente iniziò ad imparare a leggere e scrivere in tedesco; è il tedesco, infatti, che usa come lingua per scrivere “Lo scaffale degli ultimi respiri“.

Le frasi sono semplici, molto brevi, quasi lapidarie e spesso c’è esclusivamente l’essenziale. Ma anche utilizzando poche parole l’autrice, di origine romena naturalizzata svizzera, riesce a rendere il dolore che la donna protagonista prova durante la malattia e l’agonia della zia. E’ un libro che tra un sorriso e l’altro, tra una ricetta tradizionale e un po’ di ironia, nasconde molto disagio.

Oltre alla malattia della zia, vi è il disagio di non appartenere a nessun popolo; di non sentirsi parte del Paese dove si vive e della scarsa conoscenza della cultura degli antenati. L’essere divisa in tanti mondi: quello dei circensi romeni, quello degli svizzeri, quello di tutti i luoghi e le persone incontrate durante i vagabondaggi.

E’ questo disagio di non appartenenza, unito certamente ad altri problemi, che porta la giovane Aglaja Veteranyi a darsi la morte in riva al Lago di Zurigo, pochi giorni prima dell’uscita del romanzo che ho appena recensito. Forse per nostra natura sentiamo di dover necessariamente appartenere a qualcosa, un luogo, una lingua, una cultura. Possiamo migrare, spostarci, viaggiare, girovagare, ma da qualche parte le radici ci devono essere, le dobbiamo sentire e anche custodire e raccontare con orgoglio, perché no. Non si devono dimenticare solo perché si vive in un Paese straniero. Perché possiamo andare dall’altra parte del mondo ed essere felici, ma credo si possa essere ancora più felice se sappiamo che da qualche parte c’è quel posto che possiamo chiamare ‘casa’.

Ogni morto porta a Dio il suo ultimo respiro, secondo Costel. Un respiro in cui Dio può leggere la vita di quell’uomo come in un libro. La biblioteca di Dio è uno scaffale pieno di ultimi respiri [Aglaja Veteranyi, Lo scaffale degli ultimi respiri, trad. A. Lorenzini]

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AA. VV. | Pro Armenia Voci ebraiche sul genocidio armeno

Deve essere noioso leggere di questa crudeltà, ma sono state riportate così tante, centinaia, forse migliaia, di storie simili, che è impossibile mantenersi nei giusti limiti quando si chiede a qualcuno che ne è al corrente. Si prova una sorta di esplosione, e di bisogno fisico di raccontare alcune delle cose che si sono viste o di cui si è udito parlare. E, per concludere, chi scrive chiede che gli sia consentito di dire alcune parole su come questi maccacri hanno influito sugli armeni, su come essi hanno inciso sull’intero impero turco e su chi sono i veri responsabili di questo bagno di sangue senza pari. [Aaron Aaronsohn “Pro Armenia”, memorandum presentato al ministero della guerra a Londra, il 16 novembre 1916]

1915

Titolo: Pro Armenia Voci ebraiche sul genocidio armeno

Gli autori: Antonia Arslan (Prefazione), Lewis Einstein (I massacri armeni), André Mandelstam (La Turchia), Aaron Aaronsohn (Pro Armenia), Raphael Lemkin (Dossier sul genocidio armeno), Francesco Berti e Fulvio Cortese (Postfazione)

Traduzioni: Rossanella Volponi

Editore: Giuntina Casa Editrice

Il mio voto: 5/5

Metz Yeghérn. Ho appena scritto due parole che forse non vi dicono nulla. Grande Male. Forse a qualcuno può venire in mente qualcosa, ma ad altri ancora nulla. Genocidio armeno. Adesso ci siamo, molti avranno sentito parlare del grande Genocidio armeno, Metz Yeghérn, come lo definiscono ancora oggi i pronipoti degli armeni scampati al massacro perpetrato nel 1915 per mano dei Giovani Turchi.

Il Novecento è stato il secolo dei genocidi e quello armeno è stato il primo di tutti in ordine temporale. Perpetrato a cavallo della Prima Guerra Mondiale, il genocidio armeno fu un vero e proprio massacro che ancora oggi le autorità dello Stato turco nega con presunzione. Per i turchi queste persone non sono mai state allontanate dalla Turchia, non sono mai state obbligate alle marce della morte nel deserto, queste persone per lo Stato turco non sono mai esistite, semplicemente: questi armeni non ci sono mai stati.

A cento anni esatti dall’inizio del genocidio armeno, escono per la prima volta tradotti in italiano quattro saggi che sono stati raccolti nel volume “Pro Armenia Voci ebraiche sul genocidio armeno” e sono stati scritti da autori di origini ebraiche ma di nazionalità differente: Lewis Einstein, americano (1877 – 1967) ha contribuito con I massacri armeni, scritto nel 1917; André Mandelstam, russo (1869 – 1948) autore del saggio La Turchia scritto nel 1918; Aaron Aaronsohn, romeno (1876 – 1919) ha scritto Pro Armenia nel 1916; infine, Raphael Lemkin, polacco, (1900 – 1959) scrive Dossier sul genocidio armeno.

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Le marce della morte

Attraverso i lucidi saggi dei quattro autori, si ripercorrono le cause predisponenti quello che passò alla storia come il Metz Yeghérn, il genocidio vero e proprio. Se un primo blando tentativo di eliminare gli armeni iniziò già tra il 1894 e il 1896 ad opera del sultano ottomano Abdul Hamid, è con l’avvento dei fanatici Giovani Turchi che il massacro diventa una vera e propria opera di sterminio pianificata nei minimi dettagli. Grazie al silenzio della Germania e ai disordini scatenati dalla Prima Guerra Mondiale, i Giovani Turchi puntano il dito contro gli armeni e li accusano di colpe che non hanno.

Gli armeni erano un pericolo per i Giovani Turchi che volevano creare uno Stato completamente omogeneo, sia dal punto di vista religioso che etnico. Gli armeni erano cristiani e avevano dei valori culturali differenti e richieste di autonomia, tutto ciò agli occhi dei Giovani Turchi era inaccettabile. I turchi non volevano solo cancellare il popolo armeno, con la sua religione e la sua cultura, ma avevano anche intenzione di rubar loro le terre e gli averi.

I Giovani Turchi allontanano gli armeni dalla penisola anatolica; promettono loro terre nuove e fertili da coltivare lungo il corso del Fiume Eufrate. Iniziano le “marce della morte“, perché durante il cammino per arrivare a quella sorta di terra promessa, i curdi assoldati dai turchi, attaccano e uccidono gli armeni. Gli armeni vengono spinti nei deserti e nei sentieri di montagna. Attendono estenuati i treni che portano l’acqua, ma quando questi convogli arrivano, i turchi li tengono indietro con le fruste e i macchinisti aprono i rubinetti  e la preziosa acqua viene gettata via, assorbita dal terreno, mentre gli armeni continuano a morire di sete.

Armeni crocifissi lungo le strade. Donne e ragazze violentate o comprate come schiave dai turchi e dai curdi. Bambini nati morti lungo il percorso. Cadaveri e cadaveri ammucchiati lungo i sentieri, mangiati dai cani randagi e dagli avvoltoi. Agguati all’improvviso e crudeli uccisioni di fronte agli occhi innocenti dei bambini superstiti.

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Donne armene crocifisse lungo le strade ad opera dei Giovani Turchi

E infine, l’arrivo alle paludi nei pressi dell’Eufrate per i pochi sopravvissuti. In questi spazi non vi sono terre fertili, il deserto è di giorno rovente, di notte gelido, non vi è riparo ma vi sono solo acquitrini che pullulano di zanzare portatrici di malaria.

Gli autori dei saggi scrivono con parole affilate come lame di bisturi una storia che a noi occidentali non può che colpire e inorridire, ma che deve penetrare nella nostra memoria e deve farci riflettere. Senza risparmiarsi i dettagli più dolorosi, questi lavori ci spiegano le origini e le cause di quello che passò alla storia come Metz Yeghérn, o il Grande Male. Spaventati, disgustati, attoniti, increduli, gli autori scrivono dei tormenti degli armeni senza sospettare minimamente che anche il loro popolo da sempre tormentato e umiliato – il popolo ebraico – sarà vittima poche decine di anni dopo, quando il popolo tedesco approfitterà della confusione della Seconda Guerra Mondiale per dare origine ad un nuovo atto di sterminio, un nuovo genocidio del Novecento: la Shoah, o l’Olocausto.