Erika Fatland | Sovietistan. Un viaggio in Asia Centrale

Gli abitanti dell’Asia centrale non hanno mai vissuto isolati, ma attraverso i millenni hanno avuto a che fare con eserciti invasori provenienti da est e da ovest, da nord e da sud. Gruppi etnici sono arrivati a piedi da tutti i punti cardinali (…) La caratteristica distintiva dell’Asia centrale è stata, appunto sempre la sua posizione centrale, nel cuore dell’Asia, tra l’Europa e l’Asia (…) È questo destino, questa posizione, questo afflusso di genti e di idee, ad aver fatto sì che città come Samarcanda, Bukhara e Merv siano diventate ai loro tempi fiorenti centri del sapere. I decenni sotto il governo sovietico, quando l’Asia centrale costituiva la periferia dell’impero e per giunta era chiusa dietro rigide barriere di filo spinato, costituiscono (…) un’anomalia nella sua storia [Sovietistan. Un viaggio nell’Asia Centrale, Erika Fatland, trad. E. Kampamann]

Erika Fatland è un’antropologa sociale norvegese che nel corso di due viaggi, durati in complesso otto mesi, attraversa cinque tra i più nuovi stati del mondo, nati nel 1991 all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica. I nomi di queste repubbliche sembrano uno scioglilingua: Turkmenistan, Kazakistan, Tagikistan, Kirghizistan e Uzbekistan.

Gli obiettivi della Fatland sono molteplici: la studiosa vuole scoprirne di più sulla vita quotidiana delle genti che popolano questi immensi deserti cinti da montagne aguzze; vuole farsi un’idea il più possibile obiettiva della politica post-sovietica; intende ripercorrere la storia, vedere coi suoi occhi i confini tracciati da Stalin e comprendere la geografia arzigogolata di questi luoghi vicini ma lontani dagli europei.

Il viaggio della Fatland incomincia in Turkmenistan, una dittatura mascherata da repubblica, come negli altri Stan ad eccezione del Kirghizistan. Nel Paese degli amanti dei cavalli, la Fatland ha modo di iniziare a vedere ciò che poi vedrà in tutti gli altri Stan: se nelle capitali la ricchezza viene ostentata con fierezza, nelle periferie dei grandi centri abitati e nei villaggi remoti è la povertà a farla da padrona. Soprattutto nelle zone rurali e nelle valli quasi inaccessibili del Tagikistan e del Kirghizistan, la Fatland incontra persone che pur vivendo con meno di un dollaro al giorno non si tirano indietro a dividere con lei tè verde e pane appena sfornato.

Laghi in prossimità del Lenin Peak, Tagikistan (fonte: Wikipedia, CC BY-SA 4.0)

L’Unione Sovietica non esiste più ma in queste zone ha lasciato pesanti eredità. I governatori dei cinque stati centro asiatici mettono in atto politiche molti simili a quelle sovietiche: cariche presidenziali a vita con poteri enormi tra le mani, poster con le loro immagini per incentivare il culto della propria persona e un sistema talmente corrotto da risultare agli ultimi posti nella classifica dell’indice di percezione della corruzione mondiale.

Con alcune politche sbagliate i sovietici sono riusciti a innescare il processo di distruzione del lago d’Aral deviando il corso dei suoi affluenti, hanno reso radioattivi centinaia di chilometri quadrati a causa dei test nucleari svolti in Kazakistan durante la Guerra Fredda, hanno sequestrato le terre e creato i kolchoz, hanno obbligato i nomadi a domiciliarsi in un luogo solo. Hanno tracciato i confini a tavolino senza pensare che avrebbero diviso etnie e culture, hanno avviato una politica repressiva nei confronti dei dissidenti, che sono stati spediti in massa nei campi di lavoro o in Siberia.

Appena fuori del centro c’è l’unica attrazione turistica di Mujnak: il cimitero delle navi. Nella sabbia sono allineati undici scafi arrugginiti di diverse fogge e grandezze, da piccoli pescherecci a grandi traawler (…) Foto satellitari mostrano come il lago, un tempo il quarto più grande del mondo, è rimpicciolito sempre di più fino a dividersi in due. Solo fino pochi anni fa due rami del lago si spingevano dal Kazakistan dentro l’Uzbekistan; ora ne resta soltanto uno, che continua ad accorciarsi e a restringersi (…) Negli ultimi cinquant’anni è sparito oltre il novanta percento del lago [Sovietistan. Un viaggio nell’Asia Centrale, Erika Fatland, trad. E. Kampamann]

Nave abbandonata ove un tempo c’era il lago d’Aral, Kazakistan (fonte: Wikipedia CC BY 2.0)

Allo stesso tempo, grazie ai sovietici sono arrivate le scuole gratuite per tutti i bambini e le bambine, l’analfabetismo è stato ridotto drasticamente, sono stati approntati centri medici e luce, gas, benzina sono diventati beni pressoché gratuiti, inoltre i biglietti aerei per gli spostamenti dei residenti avevano prezzi ridicoli ed erano alla portata di chiunque. Tutti avevano un lavoro e, se vogliamo credere alle statistiche sovietiche, la disoccupazione quasi non esisteva.

Ma prima dei sovietici e dei dittatori di oggi, l’Asia Centrale ha avuto un ruolo molto importante per la cultura mondiale. Era attraverso i suoi roventi deserti e lungo i pericolosi passi montani del Pamir che passava la Via della Seta. Un’infinità di genti, con culture e saperi diverse, attraversava l’Asia Centrale fermandosi nelle città e scambiando beni e idee. I matematici e gli astronomi dell’Asia Centrale erano i più all’avanguardia dell’epoca: il famoso matematico uzbeko al-Khwarizmi, vissuto tra il 780 e l’850 d.C. è considerato il padre dell’algebra; la seta uzbeka superò in qualità e in capacità d’essere tessuta la pregiata seta cinese e gli architetti si sbizzarrirono a costruire madrase e palazzi suntuosi. In seguito, nell’Ottocento Impero russo e Impero britannico misero gli occhi sull’Asia Centrale, innescando quello che passò alla storia come il Grande Gioco.

Quando vidi il Registan per la prima volta, il sole stava tramontando (…) Ciascuna delle madrase, con la facciata azzurrissima e gli archi perfetti, è una meraviglia a sé stante. La simmetria perfetta con cui sono disposte una di fronte all’altra innalza l’insieme al sublime (…) In quel preciso momento capii che lo scopo di tutto quel lungo viaggio, di quei cinque mesi, era di starmene seduta esattamente lì, davanti al Registan al tramonto, al suono di una moderna musica pop uzbeka e cento passeri cinguettanti [Sovietistan. Un viaggio nell’Asia Centrale, Erika Fatland, trad. E. Kampamann]

Registan, Samarcanda, Uzbekistan (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0)

Sovietistan. Un viaggio in Asia Centrale” di Erika Fatland (trad. E. Kampmann, Marsilio) è un lungo e affascinante viaggio attraverso una regione che per troppo tempo è stata inaccessibile. Con uno sguardo verso l’Europa e uno verso la Cina e la Russia, l’Asia Centrale è da sempre il punto di incontro tra l’Ovest e l’Est.

La capacità della Fatland di trasportare il lettore con lei è sorprendente: questa è una lettura che equivale davvero ad un incredibile viaggio. Con uno stile ironico e sempre scorrevole, nonostante la mole del libro, la Fatland mostra ai lettori europei il cuore pulsante dell’Asia, il vero centro.

E oltre a farci viaggiare per chilometri e chilometri, tra città di marmo bianco tappezzate da immagini di dittatori dal sorriso giocondo, tra deserti e laghi morti, tra città fantasma radioattive e montagne così splendide da sembrare una fiaba, la Fatland sembra insegnarci una cosa importante e fondamentale, una cosa che noi occidentali abbiamo senz’altro scordato: il vero splendore di una civiltà si ha quando questa entra in contatto con innumerevoli culture, idee, genti. L’Asia Centrale ce lo ricorda, e noi europei dovremmo fare in modo di non dimenticarcelo.

C’è un’infinità di cose da scoprire in questa parte di mondo. Proprio un’infinità [Sovietistan. Un viaggio nell’Asia Centrale, Erika Fatland, trad. E. Kampamann]

Astana, capitale del Kazakistan (fonte: Wikipedia, CC BY 2.0)

Titolo: Sovietistan. Un viaggio in Asia Centrale
L’Autrice: Erika Fatland
Traduzione dal norvegese: Eva Kampmann
Editore: Marsilio
Perché leggerlo: per viaggiare e sognare l’Asia Centrale, con i suoi paesaggi e le sue culture, le sue genti e la sua storia
Leggilo se: ti è piaciuto “Buona notte signor Lenin” di Tiziano Terzani

(© Riproduzione riservata)

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Morten A. Strøksnes | Il libro del mare o come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone sul vasto mare

Qualcuno una volta ha scritto che il nostro pianeta non dovrebbe chiamarsi Terra: dovrebbe semplicemente chiamarsi Mare. Sotto di me sfilavano montagne, boschi e altipiani all’infinito, finché, arrivati a Helgeland, la terra si è aperta in fiordi e in un mare ondulato che si estendeva a ovest fino a dove la linea tra cielo e acqua perdeva all’orizzonte, in un grigio lucente che pareva fatto di piume di uccelli. Ogni volta che lascio Oslo e vado a nord ho la senzazione di liberarmi: dall’entroterra, da formicai, da abeti, da fiumi, dalle acque dolci e dal gorgoglio delle paludi. Via, verso il mare, libero e infinito (…) [Il libro del mare, Morten A. Strøksnes, trad. F. Felici]

Due amici norvegesi appassionati di mare e di pesca. Un enorme e sfuggente squalo di Groenlandia. Un arcipelago costituito da isole e isolette dove è la natura a farla da padrona. Un’amicizia che si rinnova ad ogni viaggio, nonostante i battibecchi. Una serie di curiosità scientifiche, naturalistiche, sociali e storiche sulla Norvegia e sul Nord Europa.

Questi sono gli ingredienti che fanno funzionare alla perfezione “Il libro del mare o come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone sul vasto mare” di Morten A. Strøksnes, edito da Iperborea nella traduzione di Francesco Felici.

Morten Strøksnes raggiunge l’amico Hugo sull’isola di Skova, nel Nord della Norvegia, dove quest’ultimo vive con la famiglia. L’intenzione dei due amici è quello di pescare il temibile squalo di Groenlandia usando la loro semplice attrezzatura da pesca e uscendo in mare col loro gommone.

Hugo è un artista e gran conoscitore del mare e dei suoi pericoli, mentre Morten è un giornalista, fotografo e fonte inesauribile di sapere scientifico: una coppia decisamente ben assortita che incomincia a navigare nel Vestfjorden, il braccio di mare che divide Skrova dalle isole Lofoten, alla ricerca della loro preda speciale.

Sfrecciamo fuori dalla baia e oltre, fino al lato esterno del faro di Skrova, dove gettiamo in acqua il sacco perforato con i salmoni. Sul Vestfjorden c’è opplætt, come la chiamano i pescatori, cioè la quiete che piano piano cala dopo la tempesta. Benché non ci sia quasi vento, ci vuole tempo prima che il mare si calmi (…) Più che altro per divertimento, caliamo anche la lenza, trecentocinquanta metri più sei di catena, e un amo su cui ho infilato un pezzo massiccio di grasso di balena. Sappiamo che non ci sono grandissime possibilità, oggi, visto che l’odore del salmone non ha ancora avuto il tempo di diffondersi. Comunque provare non costa nulla, e poi ci serve una scusa per rimanere qualche ora sul Vestfjorden  [Il libro del mare, Morten A. Strøksnes, trad. F. Felici]

Photo by Johny Goerend on Unsplash

Il libro del mare” di Morten A. Strøksnes è un’opera che sfugge ad ogni definizione, un testo impossibile da inquadrare in un solo genere. C’è la storia di un’amicizia, alla base, e la conseguente caccia allo squalo di Groenlandia che ne fa da collante. Ma il vero protagonista è il mare: Strøksnes scrive di miti, leggende, storie del Nord, curiosità naturalistiche, ecologiche e geologiche, insomma un vero caleidoscopio di informazioni che divertono e coinvolgono profondamente il lettore.

Allo stesso tempo, “Il libro del mare” contiene una affascinante riflessione sull’uomo, da secoli intrepido esploratore terrestre e stellare, ma che sa bene quanti segreti siano ancora celati nelle profondità degli abissi marini. E infine, chi ama così tanto la natura e le scienze sa quale pericolo concreto l’umanità e la Terra saranno costrette ad affrontare nei prossimi decenni: il cambiamento climatico globale, un fenomeno apparentemente inarrestabile che minaccerà ogni angolo della Terra, splendidi mari norvegesi compresi.

Il mare se la cava bene senza di noi. Siamo noi che senza di lui non ce la caviamo [Il libro del mare, Morten A. Strøksnes, trad. F. Felici]

Photo by Lukas on Unsplash

Titolo: Il libro del mare o come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone sul vasto mare
L’Autore: Morten A. Strøksnes
Traduzione dal norvegese: Francesco Felici
Editore: Iperborea
Perché leggerlo: per sognare il Grande Nord, per i curiosi della natura, per chi ha a cuore il nostro Pianeta
Leggilo se: ti è piaciuto “L’arte di collezionare mosche” di Fredrik Sjöberg (trad. F. Ferrari, Iperborea)

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Monica Kristensen | La leggenda del sesto uomo

E’ febbraio alle isole Svalbard, calano le tenebre e le temperature non si alzano mai sopra lo zero: è l’inverno polare, il cielo nerissimo illuminato da piccole stelle e tappezzato da magnifiche aurore boreali. Durante il pomeriggio del 22 febbraio, Ella Olsen scompare misteriosamente: chi può averla portata via dall’asilo che frequenta? Alle Svalbard non succede quasi mai nulla, qualche cacciatore di frodo o qualche contrabbandiere, ma niente di grave. Da qualche tempo, però stanno succedendo delle cose strane: arrivano minacce a pioggia e nel buio delle miniere di carbone, aleggia la leggenda del sesto uomo… che sia lui ad aver rapito la piccola Ella?

Titolo: La leggenda del sesto uomo

L’autrice: Monica Kristensen è nata nel 1950 in Svezia, ma è cresciuta in Norvegia. Dopo gli studi in matematica, fisica e glaciologia, è diventata una delle più note esploratrici polari nordeuropee. Alle isole Svalbard ha vissuto due anni per osservare le aurore boreali; è stata la prima donna ad aver vinto la medaglia d’oro della Royal Geographical Society

Traduzione: Maria Valeria d’Avino

Editore: Iperborea

Il mio consiglio: sì, per chi ama i gialli, l’inverno, il mistero…

La direttrice sospirò e rientrò nell’ingresso pieno di tutine colorate buttate alla rinfusa tra i ripiani bassi e gli appendiabiti. I bambini erano stati fatti rientrare presto dal cortile per il freddo. La tutita imbottita di Ella non era appesa al suo gancio, ma quello non voleva dire granché. C’era poco da fare, i piccoli seminavano le loro cose ovunque. Dal suo scaffale però mancava anche il berrettino da orso con le orecchie di peluche, e perfino gli stivali. Ella andava molto fiera dei suoi stivaletti rosa con il bordo di pelliccia bianca. Era l’unica ad averli. Glieli aveva regalati una nonna gentile che viveva più a sud e non li avrebbe mai lasciati in giro. La direttrice pensò che se ritrovava berretto e stivali, Ella non poteva essere lontana.

Longyrbyen è l’insediamento più popoloso delle isole Svalbard, la cittadina dove è ambientato buona parte del romanzo di Monica Kristensen, che vede con la casa editrice Iperborea la sua prima traduzione in lingua italiana. In questo sonnecchioso e buio paese, dove spesso la temperatura scende a meno venticinque gradi sotto lo zero, sembra che non possa accadere nulla di brutto, ma la piccola Ella scompare nel nulla. Come scompare nel nulla anche Steiner Olsen, il nuovo ingegnere minerario arrivato dal contienente. Perché è proprio attorno alle miniere e ai misteri che esse custodiscono nelle loro viscere che ruota il giallo della Kristensen.

Seguendo le vicissitudini narrate da Monica Kristensen, si viene trasportati in un mondo quasi parallelo, dove il ghiaccio, la neve e gli orsi ne fanno da padrona. Attraverso una serie di flashback, la Kristensen addentra il lettore nei luoghi dove il cielo bianco e la neve si confondono in un’orizzonte nero che non viene illuminato per molti mesi all’anno.

Vengono descritti i protagonisti e i personaggi di questo romanzo con dovizia di particolari e con un’attenta analisi psicologica; dove in ogni caso, sono i misteri legati alle miniere di carbone a dominare lo spazio e il tempo, quei luoghi polverosi, scuri, pieni di pericoloso gas esplosivo che più di una volta hanno falciato le vite di numerosi minatori, tanti che uno di loro è rimasto storpio e sfigurato per sempre.

Ma le ore per ritrovare Ella Olsen e l’ingegner Steinar sono pochissime, la notte è fredda e poche ore fuori al gelo possono rivelarsi fatali anche per un uomo adulto. Senza contare gli orsi, che in inverno sono affamati e si spingono fino alle porte della cittadina.

Knut Fjeld, il poliziotto di Longyrbyen è disposto a tutto pur di ritrovare Ella Olsen. E’ disposto persino a sfidare la sua claustrofobia scendendo nella Miniera 7 e l’ancestrale paura del sesto uomo…

Un libro da leggere mentre fuori nevica, per entrare meglio nella sintonia del romanzo, con una buona tazza di tè tra le mani e la curiosità di scoprire cosa stia succedendo alle pacifiche isole Svalbard. Il colpo di scena è dietro la pagina, come la neve che copre le tracce appena lasciate, donando nuovamente candore al mondo e nasconde tutto, nulla è ciò che sembra che sia.

A febbraio 2015 uscirà per Iperborea la seconda avventura del detective Knut Fjeld, nuovamente ambientata alle isole Svalbard: il romanzo si intitolerà Operazione Fritham.

Jostein Gaarder | La ragazza delle arance

Quest’anno il 1° marzo la Fondazione Caffeina di Viterbo ha lanciato un evento molto particolare: “Il 1° marzo compra un libro! Fai vincere la cultura!”. Ora, il titolo non era esattamente questo, ma il concetto sì. Quindi, ho deciso di partecipare anche io. Aggirandomi tra gli scaffali della libreria ho puntato e scelto “La ragazza delle arance” di Jostein Gaardner. Ho preso due piccioni con una fava perché, oltre a leggere un bellissimo romanzo, ho letto un romanzo di un autore norvegese, che nella mia lista mancava. So: the show must go on…

Titolo: La ragazza delle arance

L’autore: Jostein Gaarder è uno scrittore norvegese, che ha raggiunto la fama internazionale con il romanzo Il mondo di Sofia. Gaarder ha studiato filosofia, teologia e letteratura. È stato professore di filosofia per dieci anni prima di dedicarsi alla professione di scrittore. Vive a Oslo con la moglie e i due figli.

Editore: Longanesi

Il mio consiglio: sì, sì, sì.

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La trama de La ragazza delle arance è tanto semplice quanto originale. Georg, un ragazzo quindicenne, riceve una lettera del padre. Fin qui non ci sarebbe nulla di particolare, se non che il padre di Georg è morto dieci anni prima e la lettera è una specie di eredità che aveva nascosto nel suo passeggino rosso. Georg, come tutta la sua famiglia, resta sorpreso di ricevere una lettera del padre a così tanto tempo dopo la sua morte; l’adolescente si chiude in camera per un paio di ore e mentre fuori infuria una nevicata, legge il racconto che suo papà Jan aveva scritto per lui. Il racconto parla di stelle, telescopi e filosofia, ma anche di un Jan ragazzo nella Olso degli anni ’70 che incontra una ragazza tanto bella quanto misteriosa: la ragazza delle arance.

Ora, ovviamente, non posso svelare chi sia questa ragazza delle arance e perchè compri 10 chili di arance ogni giorno. Vi rovinerei il romanzo. Posso solo commentare dicendo che questo è un racconto lungo molto bello e commovente, dove un figlio molti anni dopo la morte del padre riesce a conoscere un po’ di più di quel genitore perduto troppo presto.

Per me si tratta del primo romanzo di Gaardner che leggo. Posso dire di averlo trovato scritto (quindi tradotto) in modo magistrale, scorrevole e decisamente ricco di pathos. E’ vero che ho capito presto chi è la Ragazza delle arance, ma ho lasciato che il racconto mi portasse pian piano alla rivelazione. Ho trovato interessanti spunti di riflessione sui temi legati alle stelle e alla filosofia. Certamente Gaardner ha saputo stupirmi e presto o tardi continuerò a leggere sui romanzi.