Joan London | L’età d’oro

Davanti ai suoi occhi il suo corpo galleggiava, come alghe che chiunque avrebbe potuto gettar via. Provava vergogna per quel costume di seconda mano, per il peso di quelle gambe inutili. Per il sussurro con cui il padre aveva risposto a Nance. Era umiliante avere una figlia che si era presa la polio. Elsa aveva coperto di vergogna la famiglia. La gente si teneva alla larga dalle vittime della malattia (…) Galleggiava pallida e cupa, con gli occhi chiusi. Quando li riaprì si ritrovò a fissare quelli di Frank Gold (…) [L’età d’oro, Joan London, trad. Silvia Castoldi]

Frank Gold è un ragazzo ebreo ungherese che è riuscito a sopravvivere all’orrore della Seconda Guerra Mondiale. A Meyer e Ida, i genitori di Frank, viene proposto di emigrare a Perth, in Australia, e la famiglia Gold si trasferisce in quella terra desertica e lontana.

Sicuri di essersi lasciati alle spalle i peggiori momenti della loro vita, i Gold non sanno che le sfortune continueranno a perseguitarli anche nel grande continente australiano: il giovane Frank, infatti, contrae la poliomielite durante l’epidemia del 1949. I Gold portano Frank al sanatorio Golden Age, una struttura che accoglie e cura amorevolmente bambini e ragazzi poliomielitici; qui Frank, tra mille difficoltà causate dalla malattia, incontra Elsa, una ragazzina australiana anch’essa vittima della polio.

L’incontro tra i due ragazzi poliomielitici cambierà non solo la loro vita ma anche quella delle loro famiglie.

Ma quando Frank si allontanava lei ne sentiva la mancanza. All’improvviso tutto diventava noioso. Una luce si spegneva. Ogni mattina, quando si svegliava, tendeva l’orecchio in cerca del suono della sua voce. Di solito riusciva a sentirlo da qualche parte dentro l’edificio. Era un chiacchierone. Parlava spesso di chi era suo amico e di chi non lo era. Per lui era una questione importante (…) Sosteneva che Elsa fosse la migliore amica che avesse mai avuto. [L’età d’oro, Joan London, trad. Silvia Castoldi]

L’età d’oro” di Joan London (trad. S. Castoldi, edizioni E/O, 229 pagine, 16.50 €) è un romanzo che ho letto incuriosita dalle tematiche trattate, in particolare la gestione di un’epidemia di poliomielite. Purtroppo, si è rivelata una lettura deludente e faticosa.

Sin dalle prime pagine ho avvertito come la sgradevole sensazione che il meccanismo narrativo si inceppasse di continuo: come un orologio al quale si stanno scaricando le batterie, la storia a tratti partiva e proceva, a tratti si fermava e stazionava su dettagli irrilevanti. Più volte nel corso della lettura mi sono ritrovata a leggere frasi e capoversi perché non riuscivano ad entrarmi in testa.

A questo si è aggiunto lo stranissimo stile della London: la scrittrice australiana predilige frasi brevissime, quasi telegrafiche, che spezzano continuamente il discorso, con un risultato finale irritante e fastidioso.

Lui aveva bevuto. L’alcool gli dava coraggio. Era abituato alla propria forza. Poco più che trentenne, qualche anno meno di lei. Aveva fatto esperienza durante la guerra. Aveva appoggiato il berretto sulla scrivania [L’età d’oro, Joan London, trad. Silvia Castoldi]

Skyline di Perth, Australia (foto: Mark on Wikipedia, GFDL)

L’uso di molti flashback e il continuo cambio del punto di vista dei vari personaggi tra un capitolo e l’altro – pur mantenendo sempre la narrazione in terza persona – ha contribuito ad inceppare la lettura. Suppongo che la London volesse introdurre il lettore nel mondo ovattato e sterile del sanatorio, dando il punto di vista dei piccoli degenti, dei famigliari e delle infermiere. Scritto così, però, quest’idea potenzialmente interessante ha aumentato la confusione nella storia.

I dialoghi tra i personaggi sono nuovamente telegrafici, brevi e secchi; non vi sono quasi monologhi o discorsi più lunghi e articolati. Io sognavo l’Australia con i suoi vasti spazi, l’immensità dei deserti roventi, canguri e koala, la magia di tramonti infuocati sull’oceano indiano… beh, niente di tutto questo. C’è la descrizione di una giornata in spiaggia e ci sono dei riferimenti alla casa nel deserto della famiglia di Elsa, ma per il resto sembra quasi che la London dia per scontato che tutti noi conosciamo Perth e le sue campagne. Magari.

I personaggi stessi mi sono apparsi piatti e privi di spessore. Nemmeno i protagonisti principali, Frank ed Elsa, mi sono sembrati interessanti: descritti per sommi capi, conoscerli è stato come quando un amico ci presenta una terza persona e noi ne dimentichiamo il nome mentre gli stringiamo la mano.

Quando ho iniziato a leggere la storia ero più che altro interessata all’Australia (che come abbiamo visto, è descritta poco e nulla) e ciò che ruota attorno all’epidemia di poliomielite. Se sono riuscita a finire il romanzo “L’età d’oro” è proprio grazie alla poliomielite: ero curiosa di conoscere le condizioni di vita dei piccoli pazienti e gli stati d’animo dei loro genitori.

I bambini soffrono di nostalgia: di casa, dei loro giochi, della loro vita precedente alla polio. C’è, e si percepisce bene questa volta, una netta spaccatura tra la vita prima e dopo la malattia. All’epoca, per la poliomielite non c’erano vaccini e le cure erano ancora in fase di sperimentazione; chi all’epoca contraeva la polio restava invalido a vita. Alcuni riuscivano a riprendere a camminare, altri no.

In ogni caso, chi sopravviveva alla polio era segnato, vuoi per un difetto fisico visibile, vuoi per una ferita nell’animo. Pur non avendo apprezzato il modo in cui è scritto, sono contenta di aver letto “L’età d’oro” di Joan London perché mi ha dato la conferma di ciò in cui credevo già: l’importanza della ricerca scientifica e dei vaccini.

Un libro come “L’età d’oro” dovrebbe ricordarci di cosa sono state certe malattie, di quanti innocenti hanno ucciso e di quante giovani vite hanno rovinato per sempre; dovrebbe ricordarci quanto siamo fortunati, noi occidentali moderni che abbiamo a disposizione le armi per sconfiggerle.

Titolo: L’età d’oro
L’Autrice: Joan London
Traduzione dall’inglese: Silva Castoldi
Editore: edizioni E/O
Perché leggerlo: non certo per il modo in cui è scritto, ma per il contenuti e il messaggio ne vale la pena

(© Riproduzione riservata)

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