Grigorij Šur | Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944

Il 23 settembre 1943 iniziò l’ultimo atto del terribile dramma. Alle undici e trenta di mattina il ghetto venne strettamente accerchiato da soldati tedeschi armati fino ai denti, muniti di elmetti, di bombe a mano e fucili, proprio in assetto di battaglia. Questa volta i soldati non si limitarono a circondare il ghetto: in ranghi serrati si disposero, a partire dall’ingresso del ghetto, lungo le vie Getmanskaja e Sirotskaja, fino alla diramazione ferroviaria della via Rossa, dove precedentemente venivano caricati sui convogli gli ebrei deportati in Estonia (…) A tutti fu chiaro che era arrivato il loro ultimo giorno [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944” di Grigorij Šur, tradotto da Paola Buscaglione Candela per Giuntina, è una di quelle testimonianze che avrebbero potuto perdersi tra pieghe della Storia, se non fosse stato per Anna Šimajte, una donna conosciuta quasi per caso da Šur, come spesso accade.

Grigorij Šur nasce a Vilna, in Lituania, in una famiglia ebrea nel 1888. Sin da giovane si interessa di politica e giornalismo e capisce subito che non sempre si può manifestare la propria idea; dopo essere stato confinato nella steppa precaspica, nel governatorato di Astrakan, Šur riesce a ritornare a Vilna e a proseguire la carriera giornalistica.

Di nuovo arrestato come dissidente, per un po’ si tiene lontano dalla politica, ma nel 1940 mentre la Lituania è sotto il controllo sovietico, Grigorij Šur dirige un giornale dell’amministrazione ferroviaria. Quando è convinto di poter stare tutto sommato in pace, il vento della Storia prende a soffiargli di nuovo contro.

Nella notte tra il 21 e il 22 giugno 1944 la Germania nazista infrange il patto Molotov-Ribbentrop e invade i Paesi Baltici. Le truppe sovietiche si ritirano e i nazisti prendono il controllo di Estonia, Lettonia e Lituania.

Gli ebrei erano consapevoli che dopo l’occupazione da parte dell’esercito tedesco la loro situazione in quella zona sarebbe stata difficile, ma nessuno avrebbe mai pensato che alla maggior parte di loro non sarebbe stato consentito di rimanere in vita. Sembrava probabile che dopo il primo, turbolento periodo di transizione, tutto sarebbe rientrato nei binari consueti, i pacifici cittadini avrebbero continuato la solita vita, misera forse, difficile, ma comunque sarebbero vissuti [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

Gli ebrei di Vilna sanno che sarebbe iniziato un periodo difficile. I nazisti incominciano emanando leggi antisemite, istituendo coprifuoco e regole assurde, infine creano prima un ghetto, il principale, e poi un secondo. Nel secondo ghetto, liquidato prima del principale, le persone vengono messe in attesa di essere trasferite a Ponary: a piedi o sui treni, quasi sempre con un inganno sottile, gli ebrei vengono portati in questa località a pochi chilometri da Vilna, e qui brutalmente massacrati.

Il 15 settembre [1941], dal ghetto 1 furono condotte via 1200 persone e l’1 ottobre, nella sera del Yom Kippur, altre 2300. Nella notte tra il 3 e il 4 ottobre portarono via dal ghetto 2 2000 persone, il 16 altre 3000 e cinque giorni dopo 13000 (fra cui 60 paralizzati e malati di mente). Così il ghetto 2 cessò di esistere, e a Vilna rimase un solo ghetto. [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

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Targa che ricorda la conformazione dei due ghetti di Vilnius (fonte: Wikipedia)

La famiglia di Šur viene trasferita nel ghetto, mentre Grigorij viene rinchiuso nella fabbrica di pellicce “Kailis”, dove è costretto a lavorare. Ma Grigorij Šur, appena può, scrive.

Scrive tutto ciò che accade agli ebrei, senza edulcorare la realtà, raccontando minuziosamente le crudeltà naziste; confessa la cattiveria dei poliziotti ebrei che vogliono ingraziarsi i tedeschi e non si risparmia nel parlare di cosa succede a Ponary. Scrive appena ha un attimo di tregua, su fogli di recupero, frasi disconnesse, in disordine, casuali. E poi nasconde tutto perché se questi appunti dovessero essere scoperti, per lui e la sua famiglia sarebbe senz’altro la fine.

E la fine arriva. La Germania sta perdendo la guerra, gli Alleati e i sovietici avanzano, così viene autorizzata la liquidazione del ghetto di Vilna: è il 23 settembre 1943.

E così, dopo la liquidazione del ghetto di Vilna, in vita erano rimasti in tutto circa tremila ebrei; nei blocchi della fabbrica di pellicce “Kailis”, nelle officine automobilistiche e in qualche altra impresa. Insomma, la città era “libera da ebrei” (Judenfrei), come “liberi” erano anche i villaggi e molte città di Polonia, Estonia, Lituania, Bielorussia, Ucraina. Nei blocchi e nelle officine automobilistiche si viveva in costante attesa della liquidazione e dell’invio a Ponary (…) oppure nel trasferimento in qualche altra località in Estonia, per esempio, dove si sarebbe stati uccisi più lentamente da lavori sfibranti (se non forse all’improvviso durante il tragitto, in qualche bosco) [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

Grigorij Šur perde la moglie e il figlio Aaron, mentre la figlia Miriam riesce a fuggire in modo alquanto rocambolesco grazie all’amica Anna Šimajte, una donna che Grigorij Šur aveva conosciuto anni prima. Dopo un anno circa dalla liquidazione del ghetto di Vilna, i nazisti spostano gli uomini dalla fabbrica di pellicce al lager di Stutthof. Nei concitati momenti che precludono la fine della Germania nazista, i soldati tedeschi caricano i prigionieri di Stutthof su una chiatta e, portata al largo, la affondano nel Mar Baltico.

Ma forse hanno ragione quanti vivono come se intorno non ci fosse quella situazione da incubo, quanti non vogliono vedere le mura che ci rinchiudono, quasi dimenticando che ci troviamo sul palmo di una mano di acciaio che a ogni momento può chiudersi, schiacciandoci tutti come moscerini [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

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Ragazze nel ghetto di Vilna (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0 de)

La testimonianza di Grigorij Šur è preziosa perché è scritta da colui che assiste e osserva il crescendo della follia nazista nei confronti della comunità ebraica di Vilna, e viene raccontata con uno sguardo lucido e oggettivo; ed è fondamentale perché descrive la vita e la morte degli ebrei di Vilna mentre il dramma si compie.

Grigorij Šur non vivrà abbastanza per vedere i suoi preziosi appunti pubblicati; essi vengono salvati da Anna Šimajte, quindi curati dai responsabili del neonato Museo Ebraico di Vilna e stampati sotto forma di libro testimonianza. Il risultato è un libro emotivamente coinvolgente, molto scorrevole e tradotto usando parole semplici ma efficaci, capaci di arrivare a tutti. Perché questa tipologia di libri deve arrivare a tutti, senza lasciare indifferente nessuno.

Oggi, a oltre settant’anni dai fatti narrati, abbiamo ancora bisogno di libri come questo, perché come sottolinea Vladimir Porudominskij nella prefazione al testo, da sempre una comunità ha cercato il nemico all’esterno, mai tra i membri della comunità stessa. 

Avremo sempre bisogno di documenti storici come questo, e non solo per onorare la memoria degli oltre 65.000 ebrei lituani morti nei tre anni di occupazione nazista, ma per mandare a memoria ciò che è stato e cercare, ognuno nel nostro piccolo, di evitare che succeda di nuovo.

Chi avrebbe potuto credere che nel XX secolo, nel cuore dell’Europa, in un paese dai livelli altissimi di civiltà, sarebbe sorta una dottrina della razza e che si sarebbero trovati uomini capaci di mettere in atto tale dottrina compiendo azioni impensabili persino in epoche barbariche? Menzogne, demagogia, violenza brutale, repressione del diverso, crudele eliminazione dei non allineati, una fitta rete di delatori e di agenti segreti, un onnipresente, sanguinario terrore: ecco i fondamenti che hanno permesso al nazismo di corrompere il proprio popolo e i popoli sottomessi e di spingere migliaia di uomini ad eliminare altri uomini, in primo luogo gli ebrei [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

Titolo: Gli ebrei di Vilna. Cronaca dal ghetto 1941-1944
L’Autore: Grigorij Šur
Traduzione dal russo: Paola Buscaglione Candela
Con una nota di: Vladimir Porudominskij
Editore: Giuntina
Perché leggerlo: perché si tratta di una testimonianza preziosa e unica dell’occupazione nazista in Lituania, perché racconta dove può spingersi la follia degli uomini, una follia che non dovrebbe ripetersi mai più

(© Riproduzione riservata)

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Romain Gary | Educazione europea

Tadek Chmura aveva ragione. In Europa abbiamo le cattedrali più antiche, le più vecchie e celebri università, le più grandi biblioteche, ed è qui che si riceve l’educazione migliore, sembra che vengano in Europa da tutti gli angoli del mondo per istruirsi. Ma alla fine, quel che ti insegna tutta questa famosa educazione europea è come trovare il coraggio e delle buone ragioni, valide e convenienti, per ammazzare un uomo che non ti ha fatto nulla e che se ne sta seduto sul ghiaccio con i pattini e a testa china, aspettando la fine. [Educazione europea, cit. pagina 263]

Titolo: Educazione europea

L’autore: Romain Gary, psedonimo di Romain Kacev, nacque nel 1914 in Lituania, figli di un’attrice ebrea russa fuggita durante la Rivoluzione e di Ivan Mosjoukine celebre vedette del cinema muto. Con il romanzo Educazione europea gli si aprono le porte della diplomazia, si trasferisce in Francia e continua a scrivere numerosi romanzi. Il 2 dicembre 1980 si uccide a Parigi nella sua casa a Place Vendome, con un colpo di pistola alla tempia

Traduzione: Mario Nardi

Editore: Neri Pozza

Il mio consiglio: è un romanzo sulla Resistenza polacca durante la II Guerra mondiale, secondo me è un testo unico con un punto di vista decisamente interessante

Prima di commentare Educazione europea, occorre capire chi fu l’autore, Romain Gary, poiché il romanzo nasce dalla sua personale riflessione sulla II Guerra Mondiale. Le informazioni di seguito riassunte, sono tratte dal saggio di Jan Brokken “Anime baltiche“, libro grazie al quale ho conosciuto la figura di Romain Gary e le sue brillanti opere.

Romain Kacev sin da piccolo si mostrò ambizioso e desiderava volare alto nel cielo, in un cockpit come aviatore. Nel 1938 realizzò il suo desiderio, avviandosi all’addestramento dell’accademia dell’aviazione nel Sud della Francia, ma fu l’unico allievo a non essere promosso a sottotenente. Ottenne però la nazionalità francese e si cambiò nome in Romain Gary, ma rimase comunque un uomo dal passato oscuro, russo o polacco, ebreo o mezzo ebreo; durante la II Guerra Mondiale iniziò a volare: nell’Africa centrale, in Sudan, in Egitto e a Damasco, poi nell’Europa occidentale. Ma fu solo nel 1942 che Gary venne arruolato nella squadriglia Lorraine che faceva parte della Royal Air Force di istanta in Inghilterra. Con la testa tra le nuvole, mentre bombardava la Germania nelle sue varie missioni aeree, Gary coltivava un altro sogno: quello di diventare scrittore. In ogni caso, prima di diventare scrittore, il destino volle fare di lui un eroe di Guerra: nel 1944 l’aereo su cui volava fu colpito dalle mitragliatrici dei caccia tedeschi e il pilota venne colpito dalle scheggie di vetro, restando cieco. Gary, alle sue spalle nel vano del navigatore, dovette guidare il pilota e nonostante non potesse vedere grazie alle istruzioni di Gary poterono atterrare miracolosamente al suolo. Questo gesto valse ad entrambi la massima onoreficienza militare. E mentre Gary nell’ospedale militare si riprendeva dalla missione, iniziò a scrivere Educazione europea, che uscì in Francia nel 1945. Fu l’inizio della carriera di scrittore di Romain Gary.

Il filosofo francese Jean Paul Sartre definì l’opera prima di Gary come il miglior romanzo scritto sulla Resistenza. Il romanzo, edito in Italia da Neri Pozza in un progetto di ripubblicazione di tutte le sue opere, racconta la storia di Janek, un ragazzo dodicenne che suo malgrado deve confrontarsi con la guerra tra polacchi e tedeschi. Janek a causa della guerra perde i genitori e si unisce ad un gruppo di partigiani polacchi: con loro impararà a combattere, conoscerà l’amore, il patriottismo, la musica e suo malgrado dovrà partecipare ad alcune misssioni che hanno come obiettivo quello di uccidere dei soldati tedeschi.

Per più di un’ora i partigiani, alcuni dei quali avevano marciato per dieci chilometri per raggiungere il rifugio, ascoltarono la voce, quel che c’è di migliore nell’essere umano, come per rassicurarsi. Per più di un’ora degli uomini stanchi, affamati, feriti, perseguitati celebrarono così la loro fece, confidando in una dignità che nessuna bruttura, nessun crimine potevano intaccare. Janek non avrebbe mai dimenticato quel momento […]

Janek trascorre molto tempo tra la foresta gelata e gli obiettivi da portare a termine, si vive nelle buche fredde scavate nella nuda terra e si mangia poco, pochissimo, solo qualche patata bollita ogni tanto. Se non fosse per  Dobranski, lo scrittore del gruppo che spesso allieta i partigiani con la lettura dei suoi racconti, sopportare l’attesa della libertà sarebbe stata più pesante.

“E’ quel che intendo scrivere nel mio libro. Non mi chiedi il titolo?” “Dimmelo” “Si intitolerà Educazione europea. E’ stato Tadek a suggerirmi questo titolo. In senso ironico, naturalmente: per educazione eurpea intende le bombe, i massacri, gli ostaggi fucilati, gli uomini costrette a vivere nelle tane come bestie. Ma io, vedi, raccolgo la sfida. Possono ripetermi finché vogliono che la libertà, la dignità, l’onore di essere uomo non è altro che un racconto per l’infanzia, un racconto di fate per il quale ci si fa ammazzare. La verità è che ci sono momenti nella storia, momenti come quello che stiamo vivendo, in cui tutto quel che impedisce all’uomo di abbandonarsi alla disperazione, tutto ciò che gli permette di avere una fede e continuare a vivere, ha bisogno di un nascondiglio, di un rifugio. Talvolta questo rifugio è solo una canzone, una poesia, una musica, un libro. Vorrei che il mio libro fosse uno di quei rifugi e che aprendolo, alla fine della guerra, gli uomini ritrovassero intatti i loro valori e capissero che, se hanno potuto forzarci a vivere come bestie, non hanno potuto costringerci a disperare.” [Educazione europea, cit. pagina 70]

Ma la Resistenza è solo uno degli obiettivi dei partigiani: come Janek e Dobranski, tutti loro hanno dei sogni e nessuno perde mai la speranza di un’Europa libera e senza guerra, senza oppressi e oppressori.