Martin Pollack | Paesaggi contaminati. Per una nuova mappa della memoria in Europa

Come vivono le persone, come viviamo con quello che sappiamo, come ci regoliamo, come lo conciliamo con la nostra quotidianità? Vediamo con gli stessi occhi di prima il paesaggio in cui sono avvenuti i fatti, e in cui continuiamo a vivere, o dover vivere, perché lì siamo a casa, lì abbiamo le nostre case, i nostri campi? O esperienze simili causano un cambiamento nelle persone? E non solo nelle persone (…) Una volta che sappiamo cosa è successo in un posto, lo percepiamo diversamente [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

Avete mai pensato a che cosa possa nascondersi dietro l’immagine da cartolina di un paesaggio? State osservando una radura circondata da pioppi, state passeggiando un altopiano di origine carsica, disseminato da doline, oppure state costeggiando il corso di un importante fiume: avete mai immaginato che il bucolico paesaggio che state fotografando sia poco ameno e molto infetto?

Nel reportage “Paesaggi contaminati. Per una nuova mappa della memoria in Europa“, tradotto da M. Maggioni per Keller editore, lo scrittore e slavista Martin Pollack pone l’accento proprio su questo punto: quanti dei bei paesaggi europei – che siano campagne, rive fluviali, montagne o grotte – nascondono un oscuro segreto?

Pollack viaggia attraverso l’Europa dell’Est per catalogare questi luoghi e capire come si possa vivere oggi conoscendo uno o più dolorosi fatti avvenuti in quel punto preciso. Si chiede, nel corso del suo reportage, quanto un massacro, una battaglia, una lotta o una serie di esecuzioni abbiano modellato il paesaggio e la percezione che noi, conoscendo le vicende, abbiamo di quel luogo.

I cimiteri di guerra e i monumenti sono oggi attrazioni per turisti, punti di incontro per veterani e politici, che, accompagnati dai suoni delle cappelle militari, depongono fiori e corone e tengono discorsi ampollosi [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

Se è vero che i cimiteri di guerra, gli altari ai militi ignoti, i luoghi degli eccidi oggi hanno una lapide che informa il visitatore, o addirittura ci sono pannelli esplicativi e visite turistiche guidate, Pollack è interessato alle tragedie che, frettolosamente, sono state nascoste, sepolte assieme alle vittime e per lungo tempo taciute, spesso con la complicità dei governi.

Ma non sempre si tiene alta la memoria dei morti. Non sempre e non ovunque vengono introdotti nel paesaggio monumenti commemorativi in loro onore (…) Almeno altrettanto spesso accade che i morti vengano sotterrati frettolosamente in prati e campi, in boschi isolati, nella natura selvaggia (…) [Queste persone] Devono essere cancellate per sempre. Vengono affidate all’oblio, al silenzio eterno. Che nessuno si ricordi di loro. Nessuno deve commemorarle. [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

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Campo fiorito nell’Oblast’ di Odessa, Ucraina (Wikipedia)

Ma perché questi esseri umani devono scomparire senza lasciare traccia, perché nessuno deve commemorarle, alcun parente deve sapere la fine che ha fatto, o semplicemente possa piangere sulla tomba di suo padre, o suo fratello, o suo nonno? Perché certe persone sono scomode, ecco. Sono fastidiose, inutili e potenzialmente pericolose. In un regime, sia esso di destra o di sinistra, è necessario eliminare i dissidenti, coloro che potrebbero aprire gli occhi agli altri e, addirittura, guidare una possibile rivolta.

Largamente sconosciuto all’Ovest è il nome Kurapaty, un bosco di circa 30 ettari alle porte della capitale bielorussa Minsk, dove tra il 1937 e il 1941 membri del Commissariato del popoloper gli Affari Interni sovietico spararono a decine di migliaia di civili nell’ambito di una repressione di massa rivolta contro intellettuali e patrioti bielorussi [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

Pollack spiega che i carnefici hanno sempre lo stesso obiettivo: ingannare e mimetizzare. Tutti gli oppositori o nemici del regime devono sparire e non solo: anche la loro fossa deve sparire, altrimenti sarebbe necessario fornire spiegazioni sul massacro, con l’aggiunta del pericolo che le vittime possano poi trasformarsi in martiri ed essere osannati da chi si ribella al dittatore di turno.

Di Ponary ho già parlato nell’articolo dedicato al libro “Gli ebrei di Vilna” di Grigorij Šur, che vi invito a leggere. Nei boschi attorno a Ponary, in Lituania, pochi chilometri dalla capitale Vilnius, nel corso di soli tre anni furono uccise per mano nazista circa 100.000 persone: ebrei, rom, filosovietici e intellettuali polacchi e lituani.

Pollack viaggia attraverso la Slovenia alla ricerca delle “grotte maligne“: nella regione slovena del Kočevje sono presenti molte spaccature nel terreno calcareo, sono inghiottitoi e doline, luoghi perfetti per far sparire centinaia di persone. Si stima che in Slovenia siano presenti oltre 600 fosse comuni, ma nessuno lo saprà con precisione perché non si prevede né di avviare una ricerca, né tantomeno di aprire le fosse.

Quando qualche fossa viene aperta per sbaglio, durante dei lavori minerari o dei sondaggi di vario genere, l’orrore torna a galla e di fronte a 427 persone, quelle ritrovate nel cunicolo Barbara, non si può far finta di nulla. Ma chi erano queste vittime, e chi i loro carnefici?

Le vittime erano delle persone comuni, scomode, e i carnefici i partigiani comunisti di Tito. Uomini, donne e bambini giacciono nel buio delle profondità carsiche, uccisi con un colpo d’arma da fuoco, o morte per i colpi dovuti alla caduta (per risparmiare pallottole, veniva ucciso un uomo e il secondo era legato a lui con del fil di ferro, gettato quindi vivo nella dolina), o ancora uccisi con la testa sfondata dai colpi di piede di porco o martello.

Ora che abbiamo conosciuto vittime e carnefici, Pollack fa riflettere su chi oggi vive nei paesaggi contaminati. Come si può vivere pensando che, nel bosco dietro casa o nel proprio campo, una mano malvagia ha tolto la vita a decine di persone? Come vivono gli abitanti di Oświęcim, il cui nome non si slegherà mai da quello di Auschwitz?

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Škocjan Cave, Slovenia (fonte: Wikipedia)

[L’Ucraina] Il Paese intero è avvelenato con tutti i cadaveri che non hanno mai trovato una sepoltura decorosa, perché non c’era più nessuno che li seppellisse e che recitasse il Kaddish per loro. [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

E che cosa possiamo fare noi affinché questi morti non lo siano invano e soprattutto che vengano ricordati? Se è vero che oggi le località hanno cambiato nome, le tombe sono ben celate in un paesaggio ormai contaminato, se è vero che la Storia la scrive sempre chi vince, noi possiamo ugualmente fare qualcosa per i disgraziati nascosti.

È quello che dovrebbe fare anche la nostra mappa, rendere l’invisibile visibile e tangibile. Le mappe non mostrano soltanto dove si trova qualcosa, a quale longitudine e latitudine, a che distanza rispetto ad un altro luogo, ma raccontano anche delle storie. Anche dolorose [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

Dobbiamo creare una mappa, una mappa che renda visibile ciò che non lo è e che mostri cosa realmente si cela dietro un bucolico campo di girasoli. Abbiamo il dovere di ricordare, di raccontare le storie di questi sconosciuti, di portare rispetto per chi, innocente, ha sofferto di una morte violenta. E abbiamo il dovere di viaggiare per l’Europa con la consapevolezza che il meraviglioso bosco lettone o la splendida foresta polacca o ancora lo struggente altopiano carsico sloveno al tramonto possono essere paesaggi contaminati.

Titolo: Paesaggi contaminati. Per una nuova mappa della memoria in Europa
L’Autore: Martin Pollack
Traduzione dal tedesco: Melissa Maggioni
Editore: Keller editore
Perché leggerlo: perché siamo cittadini europei e abbiamo il dovere di conoscere a fondo la nostra recente Storia

(© Riproduzione riservata)

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Joseph Roth | Viaggio ai confini dell’impero

Ma su questa terra piatta vaga incessante un vento eternamente uguale che si percepisce appena. Colline, preannuncio dei Carpazi, che diventano azzurre in lontananza. Corvi che volteggiano sopra i boschi. Sono sempre stati di casa, qui. Dalla fine della guerra sono diventati numerosi. Niente fabbriche, niente avvisi pubblicitari, niente fuliggine. Nei mercati si vendono primitive marionette di legno, come in Europa duecento anni fa. Si è fermata qui l’Europa? [Viaggio ai confini dell’impero, Joseph Roth, trad. V. Schweizer]

Galizia. Solo a prunciare questo nome si sente il sapore di terre ricche di mistero e fascino. La Galizia è stata una regione storica che indicativamente si poteva collocare tra la Polonia e l’Ucraina, nel cuore dell’Europa centrale. Il nome completo era: Regno di Galizia e Lodomiria, e fu la più settentrionale delle province dell’Impero Austro-Ungarico; la sua capitale era la città di Leopoli, che si trova oggi in Ucraina, e tra le principali città figura Cracovia, oggi in Polonia.

La Galizia nacque dall’assembramento dei territori presi alla Confederazione polacco-lituana quando fu spartita la Polonia, e la Galizia come entità durò sino alla totale dissoluzione dell’Impero Austro-Ungarico nel 1918.

Lo scrittore e reporter Joseph Roth, nato a Brody nel 1894, compie una serie di viaggi attraverso l’Europa centrale, studiando e analizzando questi territori usando l’occhio critico e il cuore entusiasta poiché la Galizia è stata la tua terra d’origine. Roth si mette in viaggio tra il 1924 e il 1927.

La Galizia si trova in un isolamento trasognato, e tuttavia non è isolata; è confinata, ma non tagliata fuori; ha più cultura di quanto lascino presumere i suoi difettosi canali di scolo; un gran disordine e ancor più stranezza. Molti la conoscono dai tempi della guerra, ma allora camuffava il suo volto. Non era un paese. Era retrovia o fronte. Ma in realtà ha il proprio piacere, le proprie canzoni, la propria gente e un suo peculiare splendore; lo splendore triste degli oltraggiati [Viaggio ai confini dell’impero, Joseph Roth, trad. V. Schweizer]

La linea ferroviaria che univa la Galizia, 1897 (fonte: Wikipedia)

Viaggio ai confini dell’impero” di Joseph Roth (trad. V. Schweizer, Passigli editori) è un libro che raccoglie quindi le testimonianze preziose di un luogo che fu. Roth tratteggia le genti, le città, descrive panorami, luoghi e caratteri peculiari.

(…) sto viaggiando da due settimane attraverso la Polonia – attraverso una terra antica e uno Stato nuovo (…) Sebbene gran parte di questo paese sia stata nostra retrovia e nostro campo di battaglia, sebbene abbiamo vissuto nelle sue città e villaggi e abbiamo amato le sue donne, sebbene abbiamo potuto conoscere o per lo meno sentir parlare i suoi cittadini, i suoi contadini, i suoi ebrei, malgrado tutto ciò, è stata proprio l’idea con la quale la paggior parte di noi è venuta in Polonia ad essere il fondamento dei giudizi raccolti; e quel cassetto dove decenni fa abbiamo inserito luoghi e persone rimane il contenitore anche delle nostre nuove impressioni [Viaggio ai confini dell’impero, Joseph Roth, trad. V. Schweizer]

Riguardo alle persone, Roth si sofferma soprattutto sulle minoranze tedesche della Galizia, sulla presenza degli ebrei, su come si comportano e vivono gli ucraini e i polacchi. Racconta in modo vivido tutto ciò che osserva, con una scrittura scorrevole, a tratti informale, ma sempre apprezzabile.

Joseph Roth con questa serie di reportage di alto valore culturale e storico, trasporta il lettore direttamente nel cuore dell’Europa centrale, in un luogo che formalmente non esiste più, poiché si è trasformato, ma che non può fare a meno di ammaliare coloro che si mettono in viaggio – idealmente o nella realtà – sulle tracce dell’antica e affascinante Galizia.

Cimitero ebraico nell’est dell’Ucraina (fonte: Wikipedia)

Questa è la città dei confini annullati. La propaggine più orientale dell’antico mondo imperial-regio. Dopo Leopoli inizia la Russia, un altro mondo. La molto più occidentale Cracovia è meno austriaca. È rimasta sempre un museo nazionale. Tra Vienna e Leopoli c’è tutt’oggi, come da sempre, un grande scambio culturale. Ma vi si è aggiunta anche Bucarest. Il rivolgimento politico, infatti, ha spostato tutte le città galiziane di qualche miglio verso est. Forse per il bene dell’Oriente… [Viaggio ai confini dell’impero, Joseph Roth, trad. V. Schweizer]

Titolo: Viaggi ai confini dell’impero
L’Autore: Joseph Roth
Traduzione: Vittoria Schweizer
Editore: Passigli editori
Perché leggerlo: per far rivivere l’affascinante Galizia, le sue usanze, le sue genti e la sua immensa cultura

(© Riproduzione riservata)

Martin Pollack | Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa

Questo viaggio immaginario, con tutte le situazioni, i luoghi e le persone che descrive, si svolge interno al 1900, epoca a cui risalgono anche i brani tratti dalle opere di autori provenienti dalla Galizia e dalla Bucovina. È possibile oggi ripercorrere questo viaggio, perlomeno per quanto riguarda gli itinerari e le strade, che spesso conducono a villaggi lontani dalle grandi città? Per lungo tempo la risposta è stata no (…) [Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa, Martin Pollack, trad. F. Cremonesi]

Si può viaggiare di persona, in modo attivo, oppure lo si può fare lasciando correre la fantasia. Il secondo modo di viaggiare è quello scelto da Martin Pollanck, scrittore austriaco: l’idea è di percorrere con l’immaginazione il tragitto ferroviario che univa la Galizia con la Bucovina. Se la Bucovina oggi esiste ancora, la Galizia non esiste più: è la Storia a modificare i nomi dei luoghi e sposta i confini, la Storia che viene scritta dagli uomini che vincono le guerre.

Pollack immagina di prendere un treno e di percorrere queste regioni storiche all’inizio del Novecento. Lo scrittore austriaco è idealmente accompagnato da altri scrittori, i quali hanno vissuto la Galizia e la Bucovina, vuoi perché ci sono nati o perché qui hanno viaggiato realmente.

La Galizia iniziava nell’attuale Polonia orientale e proseguiva verso Est nell’attuale Ucraina, sfumando quindi nella regione della Bucovina che comprende una parte dell’Ucraina meridionale e una parte della Romania nord orientale. Il viaggio immaginario di Pollack incomincia a Cracovia, sullo storico treno della linea Carl Ludwig-Bahn, e a Cracovia tornerà dopo aver attraversato le due regioni.

Vecchia carta della linea ferroviaria della Galizia e della Bucovina (fonte: Wikipedia, Pubblico Dominio)

Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa” di Martin Pollack (trad. F. Cremonesi, Keller editore) è quindi un lungo e intrigante viaggio immaginario nel cuore dell’Europa Centrale, un viaggio che – con un po’ di audacia e spirito di avventura – si può in parte ripercorrere.

Grazie ai romanzi e ai libri, Pollack riesce a ricostruire molto bene le atmosfere dell’epoca, i luoghi, i personaggi, i fatti di cronaca, coinvolgendo chi legge che si sente trasportato in un viaggio reale; questo perché è la scrittura di Pollack ad essere minuziosa e intima, in particolare nelle descrizioni dei villaggi che oggi non esistono più. Ma anche negli usi e nei costumi delle genti, nelle lingue parlate, nei panorami che si potevano vedere dal treno.

Un viaggio, quello di Pollack, che riesce a ridare lustro ad un angolo perduto d’Europa, che oggi non è più come un tempo, che ha perso o ritrovato la sua identità. Un pezzo d’Europa fiero delle proprie radici, un angolo forse mai scomparso in modo definitivo, perché ciò che siamo oggi deriva necessariamente da ciò che è stato un tempo.

Leopoli, Ucraina, cartolina del 1915 circa (fonte: Wikipedia Pubblico Dominio)

La stessa provincia
la stessa patria
un tempo era la nostra
oggi è straniera
(Kazimierz Wierzynski, Wiersz dla Romana Palestra)

Titolo: Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa
L’Autore: Martin Pollack
Traduzione dal tedesco: Fabio Cremonesi
Editore: Keller editore
Perché leggerlo: per i nostalgici viaggiatori che cercano luoghi perduti, inghiottiti dalla furia della Storia, ma ancora vivi e presenti, nonostante tutto

(© Riproduzione riservata)

Inge Sargent | Il tramonto birmano. La mia vita da principessa shan

L’arte e la cultura del Sud-Est asiatico mi affascinano da sempre, pur non avendo mai studiato i dettagli della storia di questi Paesi. Della Birmania, o più correttamente Myanmar, conoscevo solo vagamente la storia travagliata e uno dei personaggi più famosi birmani: la politica e premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi.

Non conoscevo, al contrario, nulla degli stati Shan e della storia interessante e complessa di questo popolo caparbio e orgoglioso. La lettura de “Il tramonto birmano. La mia vita da principessa Shan” di Inge Sargent (add editore, 283 pagine, 18 €, trad. M. Emo e P. D’Ortona, ill. di Elisa Talentino) mi ha insegnato molte cose e illuminata molto, nonché commossa verso la fine.

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Titolo: Il tramonto birmano. La mia vita da principessa shan

L’Autrice: Inger Sargent è nata in Austria nel 1932. Nel 1953 sposa Sao Kya Seng e si trasferisce nel nord della Birmania, negli stati Shan. Dopo il colpo di stato militare nel 1962 e la scomparsa di Sao, Inge fugge negli Stati Uniti con le figlie. Attivista da sempre, ha vinto nel 2000 il Premio Internazionale per il Diritti Umani delle Nazioni Unite

Traduzione dall’inglese: Margherita Emo e Piernicola D’Ortona

Editore: add editore

Il mio consiglio: è un ottimo romanzo per avvicinarsi alla cultura birmana e shan, per scoprire la storia di un popolo oppresso da un regime autoritario, che non ha mai perso la speranza di un futuro migliore

Il suo pensiero corse a Thusandi. Lo aveva seguito sull’altopiano shan dalla nativa Austria ed era sua moglie da dieci anni. Probabilmente dormiva, con le bambine nella metà del letto che di solito occupava lui. Immaginava il corpo alto e snello della moglie abbandonato nelle lenzuola damascate e i capelli castani lunghi fino alle ginocchia acconciati per la notte. Era sicuro che non l’avrebbero importunata. Si compiacque a immaginare lo sdegno e la furia con cui avrebbe accolto la notizia dell’arresto. La amava per moltissime ragioni, ma in quel momento la amava più di tutto per la sua forza di volontà, per la sua determinazione a fare ciò che è giusto. Per la prima volta in quella giornata orribile, le labbra gli si schiusero in un sorriso. [Inge Sargent, Il tramonto birmano, trad. M. Emo e P. D’Ortona]

Nel 1951 la studentessa austriaca Inge Eberhard vince una borsa di studio all’Università di Denver, dove conosce Sao Kya Seng un ragazzo birmano studente di ingegneria mineraria. Sao e Inge si innamorano e si sposano in Colorado due anni dopo. Nel 1954, completati gli studi, Sao porta la moglie Inge in Birmania, ma all’arrivo la giovane ragazza austriaca scopre una cosa a dir poco incredibile: Sao è uno dei principi regnanti degli stati Shan.

Dall’oggi al domani Inge scopre quindi di essere la moglie di un principe, con una serie di doveri da rispettare e soprattutto con moltissime cose da imparare riguardo alla cultura shan. Anzitutto, Inge perde il suo nome perché l’astrologo di corte le indica Thusandi come appellativo ideale e corretto secondo alcune congiunzioni astrali; si ritrova a studiare il birmano e la lingua shan, un idioma quest’ultimo molto complesso perché tonale: ci sono parole che si scrivono nello stesso modo, ma in base al tono vocale assumono significati totalmente diversi; Thusandi scopre anche quanto sia amato Sao dal suo popolo: il principe regnante non è un crudele tiranno, bensì un uomo che vuole sviluppare lo stato, sfruttuando in modo responsabile le risorse minerarie, piantando alberi da frutta e sviluppando allevamento e agricoltura.

Quando nascono le loro figlie, Mayari e Kennari, sembra che davvero nulla possa ledere tanta gioia e felicità. Pur essendo a migliaia di chilometri dall’Austria, Thusandi si sente a casa con Sao e le bambini, accolta da un popolo dalla mente aperta e dalle tradizioni secolari.

Eppure, il destino gioca un brutto scherzo alla famiglia del principe Sao Kya Seng: se gli stati Shan, pur aderendo all’Unione Birmana, hanno sempre goduto di una certa autonomia, politica ed economica, con l’avvento di alcuni sgradevoli personaggi insediatisi nel governo birmano tutta questa libertà non è più tollerata. Il generale Ne Win, seguace delle teorie marxiste, il 2 marzo 1962 rovescia il governo democratico della Birmania e lo destituisce, insediando quella che diventerà una dittatura militare che opprimerà la Birmania per ventisei lunghi anni.

Sao Kya Seng sceglie la via diplomatica, vuole parlare con la gente che ora governa la Birmania e che vuole soffocare i popoli shan e altre minoranze etniche. Ma Sao scompare il 2 marzo 1962 e Thusandi resta sola, con due figlie piccole e una situazione politica e sociale per nulla facile da gestire. Quando il 2 marzo i militari fanno perdere le tracce di Sao a Thusandi, tutta la loro felicità si sgretola in un attimo.

«Ci siamo. Siamo tornati a casa» disse a voce bassa, pensando che lei non lo sentisse. Vedere dall’alto la terra dei suoi avi suscitava in lui una giostra di emozioni: gioia, sollievo, felicità e trepidante attesa. Si tolse gli occhiali per asciugarsi le lacrime. Gli era servito tutto il suo autocontrollo per non scoppiare in un pianto dirotto. Si protese verso Thusandi e, nei limiti concessi dalla cintura, la abbracciò; sentiva il bisogno di toccarla e di stringerla. Aveva raggiunto l’obiettivo che si era prefisso quattro anni prima: tornare a casa in qualità di ingegnere minerario, per aiutare il suo popolo a sfruttare la ricchezza sepolta nella loro terra. Il titolo ereditario di principe se lo sarebbe «guadagnato». E poi portava con sé una moglie che aveva scelto lui, che lo avrebbe amato e aiutato in qualunque passo necessario per realizzare il suo destino. [Inge Sargent, Il tramonto birmano, trad. M. Emo e P. D’Ortona]

Senza pietismi, ma sempre con grande orgoglio, Inge Sergent racconta in terza persona gli anni più belli della sua vita, quelli in cui ha vissuto in una terra lontanissima dall’Austria, ma dove si è sempre sentita a casa, amata e accolta da un popolo fiero. Inge racconta il suo grandissimo amore per Sao e per le figlie, gli impegni sociali con la struttura per far nascere i bambini shan in sicurezza e con l’assistenza medica, le avventure e disavventure quotidiane. L’impegno sociale, in particolare, crescerà sempre più sfociando nelle sue battaglie sociali e politiche.

Il tramonto birmano. La mia vita da principessa shan” è un romanzo scorrevole e utile per avvicinarsi alla cultura shan e alla storia recente della Birmania, un luogo senza dubbio lontano da noi, ma non per questo degno di interesse.

L’epilogo della storia, purtroppo, non è felice: nessuno ha mai rivelato ad Inge che fine abbia fatto il principe Sao Kya Seng. Ogni anno Inge scrive una lettera al governo birmano per chiedere spiegazioni, senza mai ricevere risposte. Oggi Inge Sargent è attivista per i Diritti Umani, ha fondato un’associazione per aiutare i profughi birmani e nel 2000 ha ricevuto il Premio Internazionale per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. Il dolore per la perdita di Sao e della felicità conquistata con tanti sacrifici si sono trasformati in un impegno civile e concreto per aiutare i più deboli, coloro che sono sempre dimenticati dai governi e dalle persone.