Anne Frank | Diario

La storia di Anne Frank e della sua famiglia è nota a tutti: in ogni antologia italiana delle scuole medie ci sono stralci del suo diario. Ho letto il Diario di Anna Frank per la prima volta quando frequentavo le scuole medie, e avevo all’incirca l’età di Anna. Pochi giorni fa ho deciso di rileggerlo: sono passati quasi quindici anni da allora, volevo capire se le epistole a Kitty mi avrebbero fatto una diversa impressione e se avessi colto sfumature diverse.

Titolo: Diario (Il retrocasa in originale in lingua olandese)

L’autrice: Anna Frank (Francoforte sul Meno, 1929 – Bergen Belsen, 1945) nacque da una agita famiglia di ebrei tedeschi. A seguito delle leggi razziali emanate dal governo tedesco, la famiglia si trasferì ad Amsterdam, Olanda. Quando anche in Olanda arrivarono i tedeschi, la famiglia Frank si nascose in un alloggio segreto, ma la polizia riuscì a scoprirli lo stesso. Anna e sua sorella Margot morirono di tifo nel campo di concentramento di Bergen Belsen, poche settimane prima della capitolazione tedesca

Traduzione: Arrigo Vita

Editore: Mondadori I Miti

Il mio voto: 5/5

Giovedì, 11 maggio 1944 [Kitty] sai che il mio maggiore desiderio è quello di diventare giornalista e poi scrittrice celebre. Se riuscirò a soddisfare questo mio desiderio (o follia?) di grandezza, resta a vedersi; ma fin d’ora i soggetti non mi mancano. Dopo la guerra voglio ad ogni costo pubblicare un libro intitolato Her Achterhuis [Il retrocasa, n.d.t.]. Se ci riuscirò o meno ancora non lo so, ma il mio diario mi sarà di aiuto […] La tua Anna

Anna è una ragazzina molto brava a scuola, anche se odia l’algebra; vive ad Amsterdam con suo papà, sua mamma e Margot, la sorella maggiore. Il giorno del suo tredicesimo compleanno riceve, tra i vari regali, un diario su cui scrivere ciò che succede nella sua vita di adolescente. Inizalmente, Anna scrive i turbamenti di una ragazzina, le prime cotte, le ingiustizie a scuola, i compiti; decide che chiamerà il suo diario Kitty, inventandosi così un’amica che non è mai riuscita a trovare. Ma il suo destino ha in serbo per lei un’amara sorpresa. Anna ha origini ebraiche e quando in Olanda arrivano i tedeschi e le leggi razziali, la sua vita cambia totalmente. Iniziano i divieti e gli obblighi, sempre più stretti e sempre più difficili da sopportare.

Grazie alle conoscenze del padre di Anna, riescono a trovare un nascondiglio. Nel magazzino ove lavorava il padre di Anna, infatti, c’è un alloggio segreto, di cui solo pochi sono a conoscenza. Miep, Elli, Kraler e Koophius, i colleghi olandesi del padre di Anna non si tirano indietro e nascondono non solo la famiglia Frank, ma anche la famiglia Van Daam e il dottor Dussel. Così, giovedì 9 luglio 1942, sotto una pioggia scrosciante, i Frank raggiungono il canale dove sorge il magazzino; salgono varie rampe di scale e dietro un armadio mobile, ecco l’alloggio segreto. I rifugiati dovranno essere silenziosi nelle ore di lavoro degli operai al magazzino: potranno muoversi e camminare e andare al bagno solo quando essi finiscono il turno di lavoro.

Anna Frank vivrà per poco più di due anni nascosta qui, senza poter mai uscire, senza vedere il sole, senza correre sui prati. Anna è un’adolescente e in alcune lettere a Kitty emerge anche un po’ di superiorità e arroganza, soprattutto quando discute con la madre. Due stanze e un solaio sono davvero strette per otto persone, a volte la convivenza è difficile, si litiga per le piccole cose. La paura costante di essere scoperti e le difficoltà di organizzare una vita comune, minano fortemente le emozioni di Anna e spesso, confida a Kitty, piange silenziosamente di notte.

A portare ulteriore turbamento ai rifiugiati, vi sono continui tentativi di furto nei magazzini e negli uffici ai piani inferiori: i ladri cercano macchine da scrivere o denaro. Spesso sono i rifiugiati stessi a metterli in fuga, rischiando di essere scoperti. Anna quindi confida tutta la sua quotidiniatà a Kitty e nella seconda metà del diario, Anna si rende conto che potrebbe andar bene anche un amico, anziché un’amica da lei tanto desiderata. Si avvicina al timido e silenzioso Peter, il figlio dei Van Daam, e la loro amicizia barcollante si trasforma in un fragile amore.

Con il passare del tempo, le privazioni diventano sempre più grandi e la vita nell’alloggio segreto sempre più grama; il cibo scarseggia, come anche i generi di prima necessità: sapone, medicinali, abiti, scarpe. Elli e Miep, le colleghe del padre di Anna, cercano di non far mai mancare nulla ai rifugiati, anche a costo di comprare cibo e abiti alla borsa nera.

Alla radio, che si ascolta solo dopo le 17, le voci dei reali d’Olanda e di Winston Churcill infondono qualche barlume di speranza nel cuore dei profughi ebrei. E quando il 6 giugno 1944 la radio annuncia il D-Day, lo sbarco in Normandia, Anna e gli altri hanno il cuore che trabocca di gioia: è la fine della guerra, la fine è vicinissima, presto potranno uscire da quelle quattro mura. Ma dopo l’onda di entusiasmo dello sbarco alleato in Francia, benché inizino a cadere una ad una le roccaforti tedesche e i russi avanzino da Est, la situazione in Olanda resta in stallo.

Inizia il caldo dell’estate del 1944 e le speranze sembrano svanire. Anna, però, non perde mai la speranza perché come scrive proprio nelle ultime pagine del suo diario, ella continua a sperare e a credere nell’intima bontà dell’uomo. Anna vede che il mondo diventare un deserto, sente il rombo dei bombardamenti su Amsterdam, lei sa che fine fanno gli ebrei e conosce benissimo la realtà dei campi di lavoro (anche se forse non riesce ad immaginare tutta la cattiveria di un lager), ma nonostante tutto questo odio, questa guerra, questi morti, Anna confida che un giorno il mondo ritornerà in ordine, e regneranno la pace e la serenità.

L’ultima pagina di diario è datata al 1° agosto 1944. La polizia irrompe nell’alloggio segreto il 4 agosto 1944. Dei componenti della famiglia Frank si salva solo il padre sopravvissuto ad Auschwitz, mentre Elli e Miep ritrovano il diario di Anna in una catasta di giornali vecchi e riviste. Anna e sua sorella Margot perirono di tifo e di fatica nel marzo del 1945 a Bergen Belsen, solo due mesi prima della liberazione dell’Olanda. Peter Van Daam, invece, morì di stenti nel maggio 1945 a Mauthausen, in Austria.

Il Diario di Anna Frank, riletto dopo quindici anni, mi ha lasciato addosso molta angoscia e le ultime pagine – sapendo come andava a finire – le ho lette con il cuore in gola. Ma oltre al valore storico del diario, lo spaccato della vita dei rifugiati durante la guerra, le parole della giovane Anna Frank devono infondere speranza nel cuore di tutti: benché la sua situazione fosse drammatica e lei lo sapesse bene, la speranza non l’aveva perduta nonostante tutto, quindi non dobbiamo perderla nemmeno noi.

Giovedì, 23 febbraio 1944 [Pensiero] Qui manca molto, moltissimo, e da molto tempo, e tanto a me quanto a te. Non mi riferisco alle cose esteriori – qui ne siamo provvisti sufficientemente – ma a quelle interiori. Desidero intesamente, come te, l’aria e la libertà di cui siamo privi, ma credo che per queste privazioni siamo largamente compensati. Me ne resi conto improvvisamente stamane quando sedevo dinnanzi alla finestra. Intendo parlare di compensi interiori. Quando guardavo fuori, immergendomi nella profondità di Dio e della natura, mi sentivo felice, assolutamente felice. Peter, finché c’è questa felicità interiore, questo godere della natrua, della salute e di tante altre cose, finché si ha tutto questo si tornerà sempre a essere felici.  Ricchezza, fama, tutto puoi perdere, ma questa felicità nell’intimo del tuo cuore può soltanto velarsi, e si rinnoverà sempre finché vivrai. Finché puoi guardare il cielo senza timore, sappi che sei intimamente puro e che ridiverrai comunque felice.

Informazioni su come visitare la Casa di Anna Frank ad Amsterdam.

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Jan Brokken | Anime baltiche

La neve inizia a cadere fitta, la luce del sole che muore all’orizzonte allunga le ombre delle betulle e degli abeti sui prati candidi. Qualche stella compare in cielo. All’improvviso, la cupola a cipolla di una chiesa russa-ortodossa; il fiato che si ghiaccia contro il finestrino dell’autobus e mentre la notte avanza, le luci di una città lontana iniziano a brillare.

E’ così che immagino l’inizio del viaggio che Jan Brokken racconta in “Anime baltiche“, viaggio per me immaginario ma bellissimo. Prima di leggere il mio articolo, consiglio l’ascolto delle suggestive musiche “Spiegel Im Spiegel” e “Fur Alina” del compositore estone Arvo Pärt.

Titolo: Anime baltiche

L’autore: Jan Brokken (1949) scrittore e viaggiatore olandese è famoso per la sua capacità di raccontare i grandi protagonisti del mondo letterario e musicale. Ha pubblicato numerosi romanzi di successo. In Italia, oltre ad “Anime baltiche” è uscito “Nella casa del pianista” (2011) sempre edito da Iperborea.

Traduttrici: Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo

Editore: Iperborea (2014)

Il mio consiglio: lo consiglio agli appassionati di viaggi, d’arte, di letteratura e a chi vuole scoprire la magia delle Repubbliche baltiche. Perché “viaggiare, insieme a leggere e ascoltare, è la via più breve per arrivare a se stessi

Fummo costretti a presentarci uno alla volta ai doganieri. Il mio interrogatorio fu il più lungo; delle nove persone a bordo ero l’unico passeggero. “Che cosa ci fa su questa nave?” mi chiese in inglese  uno dei doganieri. “Volevo vedere il Mar Baltico”, risposi assonnato. “Perché, cos’ha di speciale?” “Secondo i marinai è il più bello di tutti.” “Mai notato”. “E’ la luce a essere speciale. Morbida e calda”. “La luce?” gli uomini si scambiarono un’occhiata. “In autunno s’infiamma.” “Lei che cosa fa di lavoro?” “Lo scrittore.” “Ah!” Un pazzo, ma non pericoloso. Mi sembrò di cogliere una punta di sarcasmo nel modo in cui mi timbrò il passaporto [cit. Anime baltiche, pagina 17]

Grazie alla magistrale penna di Jan Brokken rivive la storia delle piccole Repubbliche Baltiche. Brokken ha viaggiato dieci anni tra Estonia, Lettonia e Lituania, durante i quali ha raccolto immagini, testimonianze, storie e interviste utili per ricostruire le vicissitudini di questo lembo d’Europa, piccolo ma sempre conteso tra oriente e occidente, tra la Germania, Svezia, Finalandia e la grande Unione Sovietica.

Nei dodici capitoli che costituiscono il libro, Brokken presenta artisti, musicisti, pittori, scrittori o semplici uomini e donne che nel loro piccolo hanno fatto la storia, rappresentando la Lituania, la Lettonia e l’Estonia nel mondo. Quelle terre dove i boschi si susseguono lungo le colline, dove la neve copre il paesaggio come una coperta avvolgente, dove il calore di un fuoco può essere fonte di gioia quando d’inverno i laghi gelano; quelle terre spesso invase e occupate, tanto che per alcuni periodi della storia era addirittura vietato parlare in estone, lettone o lituano. Quelle terre di confine, affacciate sul gelido Mar Baltico, hanno dato vita a persone che hanno combattuto la violenza con l’arte, la guerra con la letteratura, gli eccidi con la musica, creando un immenso patrimonio culturale che oggi Jan Brokken racconta nei capitoli del libro.

Tra le prime anime baltiche che Brokken descrive, ecco il libraio di Riga Janis Roze, costretto dai sovietici a chiudere la libreria per poi darla in gestione ai proletari russi, e solo molti anni dopo il negozio avrebbe potuto riprendere il vecchio nome del fondatore. L’architetto Ejzenstejn è un altro personaggio lettone, l’artista che ha progettato molti palazzi di Riga secondo lo Jugendstil in voga a Vienna. Ma l’architetto Ejzestjn era anche il padre di Sergej, il regista divenuto famoso per film quali La corazzata Potemkin, Ottobre e Sciopero!; benché Sergej disapprovasse lo stile di vita del padre, si troverà ad essergli molto simile una volta divenuto adulto.

Sempre in Lettonia, Brokken ci presenta Gidon Kremer, il noto violinista divenuto tale per volontà di suo padre. Mentre in Lituania, spicca tra i letterati Roman Kacev, che diverrà uno scrittore famoso con il nome d’arte di Romain Gary. Gary ebbe una vita molto difficile, durante la quale cercò anche di nascondere le sue origini lituane, tanto appunto da cambiarsi addirittura il cognome. Dopo una carriera nell’aviazione, nel 1944 si salvò per miracolo da un grave incidente dove morì il suo copilota. L’esperienza militare e il rapporto con la madre, Mina, segneranno profondamente la sua vita di scrittore.

Loreta era solo una giovane ragazza, quando la notte tra il 12 e il 13 gennaio del 1991 scese in piazza per manifestare contro i sovietici. La sua avventura finì molto male, tanto che si dice che il suo sguardo ripreso dalle telecamere dopo l’incidente con il carro armato intenerì Gorbacev in persona.

Chaim Jacob Lipchiz, come Loreta e Gary, era originario della Lituania. A causa delle invasioni nemiche dovette fuggire dalla sua terra. Diventò uno scultore famoso, “Il grido” (1928-1929) è la sua opera più nota ma anche la più discussa.

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Konigsberg, la città di Hannah Arendt in un dipinto di Ludwig Hermann

La scrittrice e filosofa Hannah Arendt crebbe a Konigsberg, una città che oggi non esiste più, e anche dopo aver viaggiato in tutta Europa e negli Stati Uniti, la Arendt conservò sempre la sua terra natale nel cuore. Brokken visita la Curlandia, antica regione storica della Lituania, per raccontare l’ascesa e la caduta dei baroni baltici, ricchi proprietari terrieri che tennero in scacco la terre baltiche per molti secoli. Nel capitolo “La cacciata da Moisamaa“, Brokken racconta l’appassionante storia della madre di Karim, una sua compagna di studi. Infine, negli ultimi capitoli, vengono presentati due grandi artisti: il pittore astratto Mark Rothko, che dipinse fratture in ogni suoi quadri per esprimere il disagio della fuga dal suo paese, e il compositore Arvo Pärt, che scrisse musiche di una bellezza struggente.

Tutti questi personaggi hanno in comune la passione e l’amore per la propria terra, anche se, a prima vista, sembrerebbe che alcuni di loro abbiano cercato di dimenticare la propria patria e addirittura la propria lingua. E’ impossibile dimenticare le origini: alle proprie radici necessariamente prima o poi si torna.

Il viaggio che per caso mi aveva portato in una piccola città portuale del golfo di Riga, risvegliò la mia curiosità per quei paesi situati nell’angolo meno definito d’Europa. La calma del Baltico, l’orgoglio dei baltici, quella fierezza che Huig, con l’occhio accorto dell’uomo di mare, aveva saputo cogliere con tanta sicurezza al primo sguardo mi hanno dato voglia di saperne di più. L’orgoglio non ha niente a che vedere con il nazionalismo, lo sciovinismo o l’arroganza. Essere orgogliosi del proprio paese significa credere in tutto ciò che lo rende speciale, diverso, unico. Segnifica avere fiducia nella propria lingua, nella propria cultura, nelle proprie capacità e nella propria originalità. Quest’orgoglio è la sola risposta adeguata alla violenza e all’oppressione. [cit. Anime baltiche, pagina 23]