Marianne Jaeglé | Giallo Van Gogh

Amava quei fiori, tipici del Sud, che si orientano verso il sole come adoratori umili e appassionati. Ama il loro voltarsi in modo fervido, ma anche il fatto che la loro amministrazione si traduca in una modesta imitazione della loro divinità: il loro cuore e i loro petali non sono altro che un omaggio colorato e vibrante al sole [Giallo Van Gogh, Marianne Jaeglé, trad. M. L. Fanello]

Arles, 1888. Nell’assolato Sud della Francia, Vincent Van Gogh vive in una squallida pensione e occupa il suo tempo dipingendo febbrilmente. Grazie al fratello Theo, che gestisce una galleria d’arte a Parigi, Vincent riesce a piazzare qualche quadro, anche se non è molto apprezzato nel mondo dell’arte di quel periodo. Theo è generoso con Vincent: gli compra i colori, le tele e gli passa dei soldi. Con quel denaro Vincent riesce ad affittare una casa gialla ad Arles e ad arredarla; il suo sogno è quello di vivere con Paul Gauguin, un artista dal quale vuole imparare.

Paul accetta di andare a vivere nella casa di Vincent, ma il rapporto tra i due artisti è tormentato. Vincent è quasi come un amante geloso e giorno dopo giorno Paul si rende conto che l’anima dell’olandese è posseduta dalla follia. Quando Vincent, in un attimo di rabbia, si taglia un orecchio, Paul ne ha la certezza.

Per aiutare il fratello, Theo gli suggerisce di trascorrere un periodo dapprima in ospedale per curare la ferita all’orecchio, e poi in una struttura dove si curano i malati mentali. L’intera Arles ce l’ha con Vincent, nessuno capisce la sua arte, le pennellate con cui rabbiosamente imbratta le tele non piacciono, benché esca una recensione positiva ai suoi lavori da parte del critico Albert Aurier.

Van Gogh non è solo un grande pittore, entusiasta della sua arte, della sua tavolozza e della natura, è ancora un sognatore, un credente esaltato, un divoratore di belle utopie che vive di idee e speranze [Giallo Van Gogh, Marianne Jaeglé, trad. M. L. Fanello]

“Campo di grano con volo di corvi”, Van Gogh (1890)

Vincent sente stringersi attorno a sé un cerchio: Gauguin lo discredita, la cognata Johanna lo sopporta poco, il fallimento incombe su di lui, è convinto che qualcuno tenti di avvelenarlo, iniziano paranoie e paure immotivate. Ma in tutto questo disagio, fisico e mentale, l’unico che crede in lui è Theo e Vincent si sente spronato a continuare a creare e dipingere, usando ogni cosa come soggetto. Dove c’è volontà c’è un sentiero, si ripete, un giorno qualcuno lo apprezzerà.

Nel 1890 Theo decide di portare Vincent a Auvers-sur-Oise, in una clinica per persone disturbate mentalmente. Lui e la moglie vivono a Parigi, potranno così passare spesso a salutare Vincent. Qui ad Auvers-sur-Oise accade l’irreparabile. Di ritorno da un’uscita, Vincent è sanguinante: uno sparo l’ha colpito. Si è sempre pensato che il pittore olandese, ormai scoraggiato e distrutto, si sia sparato un colpo per suicidarsi. Ma è davvero così?

È la pittura che mi ha scelto, la pittura e nessun altro [Giallo Van Gogh, Marianne Jaeglé, trad. M. L. Fanello]

Dettaglio de “I girasoli”, Van Gogh (1888)

Giallo Van Gogh” di Marianne Jaeglé (trad. M. L. Fanello, L’Asino d’Oro edizioni, 16 €) è un lungo romanzo che indaga gli ultimi due anni di vita del pittore olandese Vincent Van Gogh supponendo che la sua morte non sia stata un suicidio bensì un omicidio, come sostengono alcuni storici americani.

Da qui il titolo del romanzo: il giallo allude ad uno dei colori preferiti del pittore e all’omicidio che la Jeaglé mette in scena e risolve. Il romanzo è narrato in terza persona e suddiviso in tre parti: nella prima viene messo in scena il turbolento rapporto tra Vincent e Paul Gauguin, che si conclude con il drammatico gesto di autolesionismo di Van Gogh; nella seconda parte vengono descritti il fallimento di Vincent, il rapporto tra Vincent, Theo e Johanna, il fatto che nessuno riesca a comprendere ed apprezzare la sua arte; infine, nella terza parte, che si sposta dal Sud della Francia alle porte di Parigi, si ritrova Vincent chiuso in manicomio fino al suo drammatico omicidio.

Il romanzo è corposo, forse fin troppo. La Jeaglé si è documentata molto, ma a tratti la narrazione è piuttosto lenta e ripetitiva, e leggendo talvolta ho avuto la sensazione che non si arrivasse mai al dunque. Giunta finalmente al punto cruciale del libro – il presunto omicidio di Vincent Van Gogh – il movente e l’assassino mi sono sembrati alquanto irrealistici: mi sarei aspettata di tutto, tranne quello che poi viene descritto. Non posso certo dire che non sia stato un colpo di scena, in effetti. 

Quello che invece mi è piaciuto, è l’aver presentato Vincent Van Gogh come un uomo solo, ignorato dalle persone della sua epoca – ad eccezione, ovviamente, dell’amato fratello Theo – e soprattutto incompreso nella sua arte. Van Gogh dipingeva soggetti semplici, persone comuni, con quelle sue rapide e rabbiose pennellate che sembravano quasi voler distruggere le tele. Voleva, Van Gogh, creare una nuova arte, andare oltre l’impressionismo, voleva lasciare il segno.

Ma dati gli insuccessi, Vincent si sente un fallito. Soffre di paraioe e turbe mentali ma non smette mai di disegnare e dipingere. Dipinge ogni giorno della sua vita, senza dare ascolto alle voci che lo tormentano, alle persone che lo criticano. Lavora perché è convinto che un giorno qualcuno apprezzerà il suo lavoro e si emozionerà di fronte ai suoi dipinti. Proprio come me, che mi sono commossa quando al Musée d’Orsay, a Parigi, ho visto all’improvviso la sua splendida “Notte stellata”.

Domani dipingerà quel campo di grano maturo, con le sue spighe ben gonfie e pesanti, cosparso di fiori delicati e al di sopra, con un colore piatto e uniforme, il cielo blu cobalto vivo e puro. Mostrando la natura semplice e sublime, infonderà un desiderio di bontà e di speranza in tutti coloro che guarderanno la sua tela [Giallo Van Gogh, Marianne Jaeglé, trad. M. L. Fanello]

“Notte stellata sul Rodano”, Van Gogh (1888)

Titolo: Giallo Van Gogh
L’Autrice: Marianne Jaeglé
Traduzione dal francese: Maria Letizia Fanello
Editore: L’Asino d’Oro edizioni
Perché leggerlo: se amate l’arte e il personaggio di Van Gogh, se volete scoprire chi potrebbe aver ucciso il famoso pittore olandese

(© Riproduzione riservata)

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Sylvie Schenk | Veloce la vita

Eppure sei presa da una sensazione di infinito, la tua vita si apre, una fine è impensabile, la tua anima è come quel mulino là fuori, un vero mulino con le pale che girano al vento, che macinano scintille d’amore sempre nuove spargendole per il mondo. L’amore, e soprattutto l’attesa dell’amore, trasforma tutto, le colline, i colori, i significati, anche le stesse parole, solo dopo nascono le poesie [Veloce la vita, Sylvie Schenk, trad. F. Filice]

Arrivi a Lione e ti senti persa. Sono gli anni Cinquanta, la città è diversa dal tuo paesino ai piedi delle Alpi. Indossi un paio di stivaletti con i tacchi non troppo alti, così ha voluto la tua mamma, e una gonna plissettata di seconda mano, dono della zia divorziata. Di casa ti manca tutto: le montagne, i prati, i tuoi fratelli, la mamma.

Sei a Lione per studiare latino, greco, linguistica, letteratura. Le materie scientifiche non sono per le donne. All’università incontri Francine, una marsigliese parecchio sveglia, e confrontandoti con lei ti rendi conto quanto sei provinciale. La nonna cattiva, dalla quale sei ospite a Lione, dice che sei una bifolca. Non ti ribelli, ha ragione.

Francine ti prende in simpatia e con lei inizi a uscire e frequentare locali dove si suona il jazz. Non sai niente di musica, non sai niente della vita, sei una bambina di vent’anni. È in uno di questi locali, il Deux Pianos, che incontri Henri, Joahnn e Soon. Henri è un lionese con la passione per la musica, suona il pianoforte, ha perso i genitori durante l’ultima guerra; Joahnn è un tedesco che studia farmacia, sta approfittando di un accordo tra Francia e Germania Ovest per studiare a Lione; Soon è un filippino di origini cinesi, fa strani sogni e nasconde un segreto inconfessabile per quegli anni.

Louise, ogni giorni senti nascere in te nuovi sentimenti, emozioni che non pensavi avresti mai provato. Sei attratta da Henri, dalla sua musica, dalla sua vitalità e quando lui ti racconta cosa è successo a Lione durante la guerra, resti scioccata. Louise, a te non hanno mai detto nulla della guerra, non sai niente dei campi di concentramento, i tuoi genitori hanno voluto proteggerti dalle brutture e tu non hai mai chiesto, come fosse un tabù, tanto quanto le vere origini della tua amata mamma.

Perché la generazione dei tuoi genitori e dei tuoi nonni ha parlato così poco della guerra? Probabilmente perché non hanno mai aderito alla Résistance e hanno aspettato, rassegnati e terrorizzati, che quei brutti tempi passassero. E tu perché non hai mai fatto domande? Quel passato recente (…) era per te distante [Veloce la vita, Sylvie Schenk, trad. F. Filice]

Studi molto, Louise, e impari a vivere. La vita ti sembra un inganno scintillante quando Henri ti rivela qualcosa a proposito di Joahnn e Francine ti racconta diverse cose sui genitori di Henri. La guerra ha sconvolto gli animi, che ora celano dei segreti importanti. Tu, Louise, sei la meno interessante di tutti. Tu di segreti non ne hai.

La vita corre, va veloce, va avanti. Ti laurei e trovi il coraggio di prendere la decisione che cambierà la tua vita per sempre. Lasci alle spalle la Francia e, benché tuo padre non sia d’accordo, ti trasferisci in un Paese nuovo, il Paese che fino pochi anni prima era nemico del tuo. Ma questa è la tua vita, Louise, devi viverla prima che corra via veloce e devi accettare che sarà costellata di rimpianti e di occasioni mancate.

La vostra vita è un lago poco profondo, l’acqua è trasparente, qui e lì sono già visibili i sassi e le alghe (…) il matrimonio è sopportabile solo se si lascia sullo sfondo o di lato la nostalgia, se è tenuto in vita da un’ombra, come nell’arte, dove l’ombra di una persona ritratta ricorda all’osservatore che quella è realmente esistita? C’è qualcuno, con un profilo così definito, da poter amare ignorando il secondo uomo sullo sfondo? Di quanto amore, di quanto accecamento c’è bisogno per considerare il compagno di vita l’unico eletto? [Veloce la vita, Sylvie Schenk, trad. F. Filice]

Lione, panorama (fonte: Wikipedia, CC BY-SA 4.0)

Veloce la vita” di Sylvie Schenk (trad. F. Filici, Keller editore) è un romanzo breve che si può definire concentrato di emozioni e meraviglie. “Veloce la vita” colpisce sin da principio per lo stile con cui la Schenk ha deciso di raccontare la storia: viene utilizzata la seconda persona singolare, narrando la vita di Louise rivolgendosi direttamente a lei. L’uso della seconda persona singolare è un modo molto intimo per raccontare una storia, ed è un espediente che funziona solo se il romanzo ha un contenuto altamente emotivo. E il romanzo “Veloce la vitanon poteva che essere narrato in questo modo.

Una delle grandi capacità della Schenk, oltre a catturare vorticosamente il lettore una volta che incomincia a leggere la storia di Louise, è quella di raccontare tra le righe, accennando a temi importanti, senza dilungarsi troppo, lasciando al lettore lo spazio per interpretare e assorbire da sé i concetti presentati.

Tema principale del romanzo è la crescita personale e l’emancipazione di Louise, impacciata e goffa ragazza degli anni Cinquanta, che lascia il suo paesino natale per trasferirsi in una realtà – ai suoi occhi – caotica e tentacolare come Lione. Accompagnati dalla seducente scrittura della Schenk, seguiamo lo sviluppo emotivo di Louise, che resterà sempre un po’ insicura e imprecisa, ma che riuscirà a trovare il coraggio di scegliere finalmente per se stessa, con la sua volontà.

Sullo sfondo c’è la Francia all’indomani della Seconda Guerra Mondiale. I fatti legati al conflitto sono ancora molto vicini, sono crepe aperte che bruciano quando un ricordo all’improvviso getta del sale sulla ferita. Il padre di Louise non nasconde il suo astio nei confronti dei tedeschi, pur apparendo gentile quando Joahnn, assieme agli altri ragazzi, va in visita al paesino di Louise; al contrario, il padre di Johann è ben disposto nei confronti dei francesi, adora parlare in francese e apprezza Louise.

Veloce la vita“, oltre ad essere un meraviglioso romanzo di formazione ed emancipazione femminile, è a una struggente riflessione su cosa accade quando finisce una guerra, quando chi era nemico si ritrova gomito a gomito poi. Se i padri l’astio lo serbano ancora, i figli devono sentirsi liberi da tutto quell’odio. Le colpe dei padri, Louise ne è convinta, non devono mai ricadere sui figli.

In un campo ti togli il vestito bianco e ne indossi uno estivo, al posto delle scarpe bianche coi tacchi ti metti le espadrillas. Sei scalza e mezza nuda in un campo che emana gli odori della terra calda e del timo selvatico (…) resti ferma per qualche istante nell’ultimo raggio di sole. Leggera, giovane, tu. [Veloce la vita, Sylvie Schenk, trad. F. Filice]

Titolo: Veloce la vita
L’Autrice: Sylvie Schenk
Traduzione dal tedesco: Franco Filici
Editore: Keller editore
Perché leggerlo: oltre ad essere un meraviglioso romanzo di formazione ed emancipazione femminile, è a una struggente riflessione su cosa accade quando finisce una guerra, quando prima si era nemici e poi – pian piano – si impara di nuovo a convivere.

(© Riproduzione riservata)

Bruno Tertrais e Delphine Papin | Atlante delle frontiere. Muri, conflitti, migrazioni

Tracciare un confine comporta sempre una doppia conseguenza: si rinchiude al suo interno ciò che consideriamo “nostro”, “noi” compresi, e si crea “l’altro” e l’alterità, togliendo a chi lo traccia la possibilità di essere tutto ciò che è in potenza. Qui nasce una domanda centrale, che i molti casi esposti e analizzati in questo Atlante delle frontiere aiutano a comprendere meglio (…): è il confine a creare la diversità o, al contrario, è quest’ultima a far nascere un confine? [dalla prefazione di Marc Aime ad Atlante delle frontiere, B. Tertrais e D. Papin, trad. M. Aime]

C’è un luogo in Europa che mi piacerebbe visitare, si trova in Lussemburgo, in prossimità del confine con la Germania e la Francia. Non è una di quelle cittadine famose per le bellezze artistiche, anche se si adagia dolcemente sul fiume Mosella; in quella cittadina, che tutti abbiamo nominato una volta nella vita, il 14 giugno 1985 i delegati di cinque Stati europei – Francia, Lussemburgo, Belgio, Olanda e Germania dell’Ovest – sottoscrissero lo storico accordo sul superamento delle barriere alle frontiere: l’Accordo di Schengen.

Oggi la politica europea riguardo ai suoi confini è ambigua. Da una parte, l’Europa vuole mostrarsi come uno spazio dove è possibile circolare liberamente; dall’altra, dopo la crisi siriana e le massicce migrazioni provenienti dall’Africa, l’Europa ha rispolverato il concetto di ‘confine’, nel 2016 ha creato la Frontex (corpi speciali di militari che presidiano le frontiere) e alcuni Stati europei hano costruito muri e recinzioni per impedire ai profughi di passare e transitare netro i propri territori.

Che cosa succede nel resto del mondo? Che cos’è un confine e cosa una frontiera? E quante frontiere esistono?

Nella lingua italiana, come in quella francese, confine e frontiera sono diventati sinonimi. In inglese, invece, border e boundary indicano delle linee di demarcazione, mentre frontier è lo spazio aperto, quello da conquistare, quello su cui si è costruita l’intera epopea del West (…) Questo Atlante ci dice che oggi esistono al mondo 323 frontiere terrestri su circa 250.000 km (dalla prefazione di Marc Aime ad Atlante delle frontiere, B. Tertrais e D. Papin, trad. M. Aime)

Possono sembrare parecchie 323 frontiere terrestri, tanto più che salgono ad oltre 750 se si aggiungono quelle marittime; oggi si cerca di evitare di tracciare o spostare le frontiere, perché la Storia insegna che può davvero essere molto pericoloso, perché “le frontiere sono cariche di storia: storia di guerre, di diplomazia, di colonialismo certamente, ma talvolta anche storia di antiche divisioni culturali“.

Il confine tra India e Pakistan è quella linea arancione che si vede dallo spazio. Si tratta di uno dei confini più presidiati e controllati al mondo (fonte: Wikipedia)

Atlante delle frontiere” di Bruno Tertrais e Delphine Papin (trad. M. Aime, add editore, 25 €) è uno splendido volume che, grazie a testi chiari e mappe infografiche colorate e puntuali, in cinque capitoli mostra uno spaccato interessante della situazione geopolitica a livello mondiale.

Esistono le frontiere ereditate, quelle di un tempo che oggi generano attriti e conflitti, come la suddivisione del Medio Oriente, i confini tra India, Pakistan e Bengala o le aree di influenza in Europa durante la Guerra Fredda.

Vi sono frontiere invisibili, che non hanno una realtà fisica. Come si traccia un confine in mare? E se ci sono laghi o fiumi come si procede? I fiumi si spostano, quindi Croazia e Serbia sentono il bisogno di ridefinire il proprio confine. Quando ci sono di mezzo giacimenti petroliferi ogni singolo metro è prezioso e per strapparlo al proprio vicino si studia di tutto. Cina e India si dividono la cima dell’Himalaya, ma entrambe la vorrebbero in esclusiva.

Le frontiere possono essere rimarcate da muri, recinti, metri di filo spinato. I confini diventano realtà fisiche, barriere, oggetti lineari che devono proteggere chi sta al di qua della linea. Se il muro di Berlino è stato smantellato, in Europa continuano ad esserci muri: a Ceuta e a Melilla, due enclavi spagnole su suolo marocchino, oppure il muro che divide la città di Nicosia, sull’isola di Cipro, a sua volta divisa in due dalla Linea Verde tracciata nel 1974. Al di fuori dell’Europa i muri sono tantissimi: noto quello che si sta costruendo tra USA e Messico, e famose e barricate tra Stato israeliano e territori palestinesi.

Il muro più basso: barriera alta 2 metri tra India e Pakistan; il muro più alto: barriera alta 9 metri tra Uzbekistan e Kirghizistan.

Per la felicità di persone come me, che adorano le curiosità, c’è un bel capitolo sulle stravaganze frontaliere: a Cuba c’è un pezzo di Stati Uniti, Guantanamo. India e Bangladesh nel 2015 si sono scambiati 162 enclave di prim’ordine, permettendo così il disenclavamento di numerose enclave, di una contro-enclave e di una contro-contro-enclave. Ma di enclave ne esistono anche tra Belgio e Olanda, tra Belgio e Germania, e ne abbiamo anche due su suolo italiano: Città del Vaticano e la Repubblica di San Marino. Il confine tra Svezia e Finlandia passa sull’isola di Märket, nel Golfo di Botnia; l’isola dei Fagiani, tra Francia e Spagna, viene amministrata dai francesi e dagli spagnoli a turno.

Il confine tra Svezia e Finlandia passa sull’isola di Märket, nel Golfo di Botnia (fonte: Wikipedia)

Nell’ultimo capitolo si parla di guerra. Confine e conflitto sono sempre andati a braccetto. I confini caldi del mondo si trovano principalmente in Medio Oriente, nell’Africa subsahariana, nel Mar Cinese (dove Cina, Filippine, Taiwan, Vietnam e Malesia cercano di mettere le grinfie su isolette lunghe nemmeno un chilometro) e lungo i confini della Russia, Ucraina, Caucaso e Crimea, soprattutto.

La gente non è fatta per vivere in situazioni di frontiera, cerca di sfuggire o di liberarsene il prima possibile. E tuttavia non fa che imbattercisi, trovarle e sentirle ovunque” ha scritto il reporter e viaggiatore Ryszard Kapuscinski. Di certo c’è che vivere nelle zone di confine, in particolar modo quelli caldi, non fa per gli uomini. Disagio, militari armati, alta tensione: chi vorrebbe vivere in un simile contesto?

Un confine ci fornisce un’identità e uno spazio conosciuto nel quale muoverci; allo stesso tempo, una frontiera non dovrebbe mai essere la tomba di un altro essere umano.

A vederle dall’alto, le frontiere non esistono perché sono solo linee su una carta geografica. Se n’era già accorto Juri Gagarin quando in orbita attorno alla Terra doveva essersi sentito davvero libero dicendo: “da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere, né confini“.

Titolo: Atlante delle frontiere
Autori: Bruno Tertrais e Delphine Papin
Traduzione dal francese: Marc Aime
Editore: add editore
Perché leggerlo: per rendersi conto di quanto un confine possa essere importante, per capire meglio il mondo che ci circonda, per avere un’idea di ciò che potrebbe accadere in futuro

(© Riproduzione riservata)

Isabelle Autissier e Erik Orsenna | Verso il Grande Sud

Nell’agosto di qualche anno fa, mentre ero in Toscana, visitai la città di Siena. Tra le cose da vedere, figurava il museo dell’Antartide, ospitato alla Facoltà di Scienze geologiche. Gli ultimi visitatori del museo dell’Antartide di Siena risalivano a giugno e la signora alla reception fu sorpresa di vedere due ragazzi interessati all’esposizione: quando le spiegai che sono una geologa, si illuminò e tutto, forse, le sembrò più logico.

Questo piccolo preambolo per farvi capire quanto io sia appassionata di geologia e quindi di libri che parlano di viaggi avventurosi in luoghi impervi e “Verso il Grande Sud” scritto dai navigatori francesi Isabelle Autissier ed Erik Orsenna (trad. M. Uberti Bona, Longanesi, 202 pagine, 15 €) è stato uno di quei libri che mi ha permesso di viaggiare lontano.

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E’ questa l’emozione che attraverso i secoli risorge, intatta, nei nostri spiriti di moderni naviganti. Noi ci facciamo strada ben muniti di previsioni meteorologiche e di fotografie satellitari, eppure lo stretto di Drake continua ad essere un vero pericolo. Esso è l’estremità più australe cui giungono le terre abitate, il punto di incontro dei due più grandi oceani, il luogo del mondo in cui si affrontano come nemici immense masse d’acqua e d’aria. Le une giungono dal caldo, ossia dai tropici, le altre dal polo, dall’impero del freddo. E la loro battaglia è provocata dall’altezza delle montagne andine e dal loro contano prolungamento in Antartide. Qui l’uomo deve ritrovare l’umiltà e imparare, se vuole avere la possibilità di trovare la sua strada nella furia del mondo [Verso il Grande Sud, I. Autissier e E. Orksenna, trad. M. Uberti Bona]

Isabelle Autissier ed Erik Orsenna sono due francesi con la passione per il Grande Sud. Isabelle acquista una barca, l’Ada, e l’attrezza per compiere l’avventura di raggiungere la Baia Margherita, coordinate geografiche 66° 33′ S, il Circolo Polare Antartico. Erik si unisce alla spedizione, assieme ad un equipaggio ben sortito.

Il viaggio vero inizia quando si decide di partire, ci si prepara febbrilmente e si equipaggia l’imbarcazione. Dall’aereo Isabelle vede la pampa argentina e raggiunge Rio Gallegos, quella che definisce “la porta del Grande Sud” che “segna forse l’inizio della solitudine“.

Isabelle si unisce ai compagni e attendono le condizioni meteorologiche buone per partire. La base è a Puerto Williams, in Cile, una cittadina sperduta alla fine del mondo, che si affaccia pigramente sul Canale Beagle. Finalmente il tempo pare buono e all’Ada viene imposta la direzione Sud.

Durante il viaggio che porterà i francesi e i loro equipaggio a sfiorare il Circolo Polare Antartico, Isabelle ed Erik raccontano non solo della loro spedizione, ma scrivono approfondimenti legati al misterioso continente antartico. Si leggono le storie dei primi esploratori, quelli più famosi come Amundsen e Shackleton: il primo fu il norvegese che per primo raggiunse il Polo Sud geografico, mentre il secondo fu l’inglese che sfiorò il Polo Sud magnetico, senza però riuscire a raggiungere quello geografico.

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Icebergs (fonte: Christopher Michel, Wikipedia Free Commons CC BY 2.0)

I francesi incantano i lettori descrivendo le varie specie di foche, i tanti pinguini che popolano il Sud, raccontano la leggenda secondo cui si spiega l’assenza degli orsi, qui in Antartide. Si mette in mezzo la botanica, l’esiguo numero di specie di piante e l’infinito numero di specie di muschi, licheni e poi di batteri e altri microorganismi che non temono i gelidi venti e le condizioni estreme di vita.

Si parla della geografia aspra e selvaggia dell’Antartide, con le sue coste frastagliate, gli iceberg immensi che galleggiano in un mare tanto blu che pare dipinto, una morfologia che pare cambiare anno dopo anno, ghiaccio che si stacca dopo ghiaccio che scompare; si parla della geologia dei ghiacciai, dei fiumi sotterranei, di rocce e di vulcani, di paleontologia e dei resti di organismi fossili di climi caldi: la deriva da Nord verso Sud dell’Antartide, quel lungo viaggio dall’equatore al Polo Sud magnetico che ha fatto sì che questa placca di terra si ricoprisse interamente di ghiaccio e neve.

Si parla di clima, attuale, passato e futuro; dell’importanza della corrente circumpolare, che senza di questa non ci sarebbe il clima come lo conosciamo oggi sulla Terra, e ci raccontano – i due esploratori francesi – di quanto sia affascinante studiare le bolle d’aria intrappolate nel ghiaccio antartico per studiare la composizione dell’aria del passato.

Ogni massa d’acqua è caratterizzata da una certa temperatura e da una certa salinità, e non ha particolare ambizione a mescolarsi con le masse d’acqua vicine. Acque più salate o più dolci, fredde e calde, hanno insomma l’abitudine di guardarsi in cagneso dai due lati di barriere ancor più rigide delle frontiere umane. L’oceano è crudelmente privo di leggi che promuovano fusione e integrazione: solo le correnti riescono in qualche modo a mescolare acque altrimenti nemiche fra loro. I naviganti attraversano tali invisibili confini sapendo di entrare in questo modo in nuovi territori [Verso il Grande Sud, I. Autissier e E. Orksenna, trad. M. Uberti Bona]

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Ciao! (fonte: Christopher Michel, Wikipedia Free Commons CC BY 2.0)

Verso il Grande Sud” è l’unione dei diari personali di Isabelle ed Erik con le storie legate alle esplorazioni, alle disgrazie, ai successi e alla natura dell’Antartide: un libro che sta a metà tra un saggio – comunque molto accessibile grazie ad un liguaggio perfettamente divulgativo – e il racconto di un’impresa personale. E’ un libro perfetto per sognare luoghi che probabilmente non credevamo di amare perché si conoscono davvero pochissimo, vuoi perché sono molto lontani da noi, vuoi perché a nessuno verrebbe in mente di organizzare un viaggio o una spedizione in Antartide.

Oltre alle suggestive immagini e alle emozioni che Isabelle ed Erik riescono a trasmettere bene attraverso la scrittura, ho apprezzato il grandissimo rispetto che hanno avuto nei confronti dell’Antartide: questo è un continente ricchissimo di minerali preziosi e combustibili fossili, elementi che l’uomo sfrutterebbe ben volentieri ma non può per via del Trattato Antartico. Il documento citato è stato sottoscritto da molti Paesi del mondo, i quali si impegnano a mantenere intatto il più possibile l’Antartide e i suoi abitanti animali.

Se negli Anni Settanta non si fosse sottoscritto il Trattato Antartico, molto probabilmente questo continente che ha incantato generazioni di scienziati ed esploratori, oggi sarebbe un’appendice sterile saccheggiata dai governi più potenti.

Per fortuna questo scenario non si è verificato e l’Antartide si può definire un’area protetta da leggi ben precise. Vi sono basi scientifiche, e nella Terra di Graham vi è anche una piccola comunità argentina, che sfida neve e gelo per vivere qui, ma il tutto è regolato e certi comportamenti non si possono tenere.

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Gennaio 2009, viaggio verso l’Antartide dell’imbarcazione Spirit of Sidney. Passaggio Drake, Ushuaia (Wikipedia Free Commons CC BY 2.0)

L’Antartide è uno scrigno di ghiaccio che per molto tempo non finirà di rivelare i suoi segreti agli scienziati e a chi ne subisce il fascino: le nevi perenni e le banchise custodiscono i segreti del clima del passato, possono spiegarci molte cose del presente e ci possono essere utili per prevedere gli scenari futuri.

L’Antartide è capace di sconvolgere i ritmi come nessun altro continente sa fare. A volte passa senza preavviso dalla calma alla tempesta, confermando il detto secondo cui in queste regioni si avvicendano ogni giorno le quattro stagioni. A volte, invece, si attarda, si fissa. Il tempo del Grande Sud arresta la sua corsa [Verso il Grande Sud, I. Autissier e E. Orksenna, trad. M. Uberti Bona]

Titolo: Verso il Grande Sud
Gli Autori: Isabelle Autissier ed Erik Orsenna
Traduzione:  M. Uberti Bona
Editore: Longanesi
Perché leggerlo: per chi ama le curiosità legate ad uno dei luoghi più remoti e misteriosi della Terra. Chi ama il gusto dell’avventura e vuole essere catapultato in un mondo di ghiaccio, ostile quanto affascinante.

Éric Faye | Sono il guardiano del faro

Ci sono luoghi che da sempre mi hanno affascinata. Il faro, per esempio, è uno di questi: mi è sempre sembrato un luogo fuori dal tempo e dallo spazio, un po’ misterioso, cupo ma dispensatore di luce, e il suo guardiano l’ho sempre visto come un’entità romantica. Attratta dalla bella copertina, dal titolo e dalla nuovissima casa editrice, ho letto “Sono il guardiano del faro” Éric Faye (traduzione di Valentina D’Onofrio, Racconti edizioni, 150 pagine, 14 €).

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Titolo: Sono il guardiano del faro

L’Autore: Éric Faye è uno scrittore e saggista francese. “Sono il guardiano del faro” ha vinto il Prix des Deux Magots nel 1998

Traduzione dal francese: Valentina D’Onofrio

Editore: Racconti edizioni

Il mio consiglio: è un’ottima raccolta di racconti, molto raffinati e sofisticati, per chi cerca una prosa che la potenza di una poesia

Non si partiva più dai porti; non ci si arrivava che dall’entroterra. Pensavo ai guardiani del faro sotto la notte oceanica, alle città tagliate fuori dal mondo, ai monasteri perduti; a tutti gli uomini che, volutamente o no, facevano esperienza di un ritiro, di uno scalo all’io profondo. Linee invisibili a occhio nudo collegavano quei punti e una parte di me viveva l’estinzione dei fuochi sul monte Athos, un crepuscolo sul mare o la nostalgia di un guardabarriere. Sul dirupo delle solitudini, l’ibernazione diventava un rifiugio per anime in pena. [Sono il guardiano del faro, Éric Faye]

Un treno corre all’infinito senza mai giungere alla stazione, luogo che per i viaggiatori diventa sempre più inarrivabile e irreale. Un viaggiatore s’intestardisce a visitare la città di Taka-Maklan, fermata purtroppo soppressa sulla linea ferroviaria a causa di problemi legati all’abitato stesso. Ci sono persone che cercano di scalare muri – frontiere – sempre più alte e irraggiungibili, fino ad arrendersi e a vivere negli anfratti del muro stesso. Un uomo trova un’agendina che predice il suo futuro. Una donna, una sirena, quasi annegata si ritrova su una spiaggia della penisola greca, dove sorge il Monte Athos.

I mercanti di nostalgia riesumano ricordi in un originale mercatino dell’usato. L’ultimo rappresentante della sua specie si rende conto, con orrore, di essere davvero rimasto l’ultimo. Un uomo attende la sua amata per lungo tempo, rendendosi conto che forse non tornerà mai più. Infine, il guardiano di un faro costruito su uno scoglio nel mezzo di un oceano impetuoso racconta la sua storia e le sue frustrazioni.

Ho sempre sognato una società in cui il numero di parole assegnato a ciascuno nella vita venisse limitato, contatore alla mano. Ci sarebbe da ridere. Alcuni diverrebbero muti prima ancora della pubertà, altri risparmierebbero le parole, farebbero fruttare i propri silenzi come investimenti, eredità ai loro rampolli chiacchieroni. Per quanto mi riguarda non ho niente da dire, ma forse alcuni, dal momento che si parlerebbe meno ma bene, sceglierebbero parole più precise, troverebbero il modo per dire tutto in una parola sola come in cento [Sono il guardiano del faro, Éric Faye]

E’ sempre difficile parlare di una raccolta di racconti, c’è il rischio di rivelare troppo, soprattutto riguardo quei racconti che si sviluppano in poche pagine. Con la sua scrittura fluida, poetica benché sia una forma di prosa, Éric Faye ha la capacità di trasportare lontano, mentre si legge, e a tratti di inquietare un po’.

Le parole che usa Faye per scrivere i suoi racconti hanno il sapore della poesia e della salsedine, dalle pagine traspare il profumo delle alghe e del sole. Sono spesso viaggiatori, o solitari, i personaggi di Faye: i viaggiatori si spostano soprattutto in treno, mentre i solitari si arroccano in fari sperduti o si rendono conto di essere rimasti soli, o perché sono gli ultimi della specie, oppure perché la persona con la quale avevano appuntamento con arriverà.

Leggere una prosa essenziale che sa di poesia e profuma di mare e libertà non è così scontato: i temi affrontati nei nove racconti scelti ritornano con ciclicità e con precisione Éric Faye li analizza e rianalizza. Sono racconti che a prima vista sembrano semplici, ma che letti tra le righe permettono di riflettere molto.

Il sentimento di aver messo la sua vita tra parentesi, d’averla appesa a un filo a sgocciolare, non gli era poi così sgradito. Non voleva far altro che acquattarsi sul fondo, questo viaggio era solo un pretesto per fuggire, un modo per rendersi conto che non aveva legami da nessuna parte. Gli uomini di questo posto erano stati risucchiati in un buco nero. Ne approfittavano per fare pulizia, uccidere gli antichi demoni, cacciare i fantasmi dal loro piedistallo e chiudere le ferite aperte. Ma lui? Non aveva nulla di particolare da dimenticare, non aveva niente di suo, a parte un nome e un cognome [Sono il guardiano del faro, Éric Faye]

 (© Riproduzione riservata)

Annie Ernaux | L’altra figlia

Trovare le parole giuste per parlare de L’altra figlia di Annie Ernaux (L’Orma editore, 81 pagine, 8,50 €) non è semplice. Questo brevissimo ma inteso libro non è un romanzo, bensì una lunga lettera, una missiva che la destinataria non potrà mai leggere.

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Titolo: L’altra figlia

L’Autrice: Annie Ernaux è nata a Lillebonne (Senna Marittima) nel 1940 ed è una delle voci più autorevoli del panorama culturale francese

Traduzione dal francese: Lorenzo Flabbi

Editore: L’Orma editore

Il mio consiglio: una lettura breve ma potente, per chi vuole immergersi in un turbinio di sentimenti ed emozioni descritte in modo magnifico

Tu non sei mia sorella, non lo sei mai stata. Non abbiamo giocato, mangiato, dormito insieme. Non ti ho mai toccata, abbracciata. Non conosco il colore dei tuoi occhi. Non ti ho mai vista. Sei senza corpo, senza voce, sei giusto un’immagine piatta su qualche foto in bianco e nero. Non ho alcun ricordo di te. Quando sono nata eri già morta da due anni e mezzo. Tu sei la figlia del cielo, la bambina invisibile di cui non si parlava mai, la grande assente da tutte le conversazioni. Il segreto. Sei sempre stata morta. Sei entrata morta nella mia vita nell’estate dei miei dieci anni [L’altra figlia, Annie Ernaux]

La scrittrice francese Annie Ernaux ha avuto una sorella. Si chiamava Ginette ed è morta durante un’epidemia di difterite, pochi mesi prima che il governo francese introducesse il vaccino obbligatorio.

Ginette è morta nel 1938 e Annie è nata nel 1940: nate dagli stessi genitori – quelli che nella lettera la Ernaux non chiama mai ‘mamma’ o ‘papà’ – non si sono mai parlate, conosciute, toccate. Nessuno aveva rivelato ad Annie l’esistenza della sorella, ma un pomeriggio del 1950 la bambina ascolta uno stralcio di una conversazione, dove la madre cita questa sorellina morta. Una conversazione non diretta alla Ernaux ma ad una cliente del negozio della madre.

La presenza di Ginette nella vita di Annie irrompe come un urgano: ci sono poche foto della sorella, pochi ricordi, quasi nessun aneddoto. Annie scopre un’altra cosa che la sconvolge: i genitori avevano le possibilità economiche per mantenere un solo figlio, per cui se Ginette non fosse morta Annie non sarebbe mai nata.

(…) la tua morte e la necessità economica di avere un solo figlio -, e per far sì che la realtà sfolgorasse: sono venuta al mondo perché tu sei morta e ti ho sostituita. [L’altra figlia, Annie Ernaux]

La Ernaux non incolpa di genitori per non averle mai parlato della sorella, ma si sentiva a disagio quando, una volta venuta fuori l’esistenza di Ginette, i genitori confrontavano le due bambine: Ginette era quella buona e perfetta, Annie, l’altra, quella disobbediente e ribelle. La Ernaux avrebbe preferito che i genitori dimenticassero Ginette, la sua perfezione, e pensassero solo a lei; ma un genitore non può dimenticare il figlio scomparso.

Non rimprovero loro niente. I genitori di un figlio morto non sanno ciò che il loro dolore fa a quello vivo (…) Tu sei l’impossibilità stessa della colpa e del castigo. Non hai nessuna delle caratteristiche di una bambina vera. Come le sante, un’infanzia non l’hai mai avuta. Non ti ho mai immaginata reale. [L’altra figlia, Annie Ernaux]

L’altra figlia è uscito in Francia nel 2011, benché sia molto breve, la Ernaux ha impiegato molto tempo per scrivere questa lettera a Ginette perché non è facile affrontare i fantasmi del passato, tanto più quando coinvolgono i sentimenti in modo così profondo.

Ciò che sto facendo qui è rincorrere un’ombra. [L’altra figlia, Annie Ernaux]

La scrittura della Ernaux è asciutta ma piena di immagini evocative; ci sono frammenti di pensieri, spezzati quasi, discorsi che sembrano non finire e riprendono qualche pagina dopo. Ci sono parecchie ripetizioni, come un ritornello: l’autrice torna spesso sul concetto dell’assenza della sorella e della sua presenza, di tutto ciò che lei ha avuto e che Ginette non ha visssuto.

Il passato ritorna sempre, possono anche trascorrere sessant’anni e noi ritrovarci a parlare e pensare a cose all’apparenza vecchie e sepolte, con la segreta speranza di poter sistemare, cambiare o rivivere un tempo che non esiste più.

In quelle immagini non ti penso mai al mio posto. Non riesco a vederti dove mi vedo con loro. Non ti posso mettere dove sono stata io.  Sostituire la mia esistenza con la tua. C’è la morte e c’è la vita. Tu o io. Per essere, ti ho dovuta negare. [L’altra figlia, Annie Ernaux]

Karim Miské | Appartenersi

Che cosa so della Mauritania, a parte che è uno Stato africano che si affaccia sull’Oceano Atlantico? Ben poco direi, in realtà non so neppure quale sia la sua capitale e in che anno abbia guadagnato l’indipendenza dalla Francia. Leggendo il libro di Karim Miské “Appartenersi” (Fazi, 95 pagine, 15 euro) ho imparato molte cose sulla Mauritania, sul rapporto tra la Francia e le sue ex-colonie, sugli amori tra due persone di diversa cultura e sul senso di appartenere o di sentirsi parte di un mondo.

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Titolo: Appartenersi

L’Autore: Karim Miské è nato ad Abidjian nel 1964, da padre mauritano e madre francese. Cresciuto tra Dakar e Parigi, oggi è romanziere e documentarista di successo. Con il suo primo romanzo Arabian Jazz (Fazi) ha vinto il Gran Prix de Littérature policière 2012 e il Prix du Meilleur Polar des lecteurs del Points 2014.

Traduzione dal francese: Maurizio Ferrara

Editore: Fazi

Il mio consiglio: è un libro di riflessioni che offre diversi spunti di lettura sul tema del multiculturalismo e sul senso di appartenza

Vivo in un senso di estraneità. Talvolta inquietante. Non essere mai esattamente questo: the Arab in the mirror. Né quest’altro: il francese della mia testa. Strana condizione. La mia da sempre. Non essere incluso in nulla, non essere compreso in alcuna categoria saldamente stabilita. Perpetua oscillazione sul ciglio del baratro. Costanti interrogativi esistenziali. Sarebbe stato meglio o no essere come l’altro, che sa chi è, a quale mondo appartiene? Certezza desiderabile. Certezza detestabile. Che mi attira e mi respinge, nello stesso tempo, in modo estremamente preciso. [Karim Miské, Appartenersi]

Karim nasce nel 1964, quattro anni dopo dell’indipendenza della Mauritania dalla Francia. I genitori di Karim si sono spostati in parte contro le volontà delle rispettive famiglie: il nonno francese ama il piccolo Karim ma avrebbe preferito un nipotino bianco; la nonna mauritana quando ha saputo che il figlio avrebbe sposato una bianca è svenuta.

Karim Miské si è sempre sentito diviso tra due mondi e negli anni Sessanta e Settanta, quando lui era un bambino, spesso veniva visto in modo sospetto da parte dei compagni. Karim era scuro di pelle ma aveva modi da francese. Che cos’era quindi? Un francese o un arabo?

Le amiche della nonna francese chiedono a Karim cosa farebbe se ci fosse una guerra tra Francia e Mauritania: lui, se fosse un militare, quale Stato servirebbe? Si sente più arabo o occidentale? Più francese o mauritano? Tutte queste domande, forse senza senso, confondono Karim e l’immagine che lo specchio gli riflette lui non riesce ad interpretarla.

Era buffo vedere adulti che facevano una domanda così stupida a un ragazzino. Così stupida come quella che si fanno tutti i bambini, quando i grandi non ascoltano: preferisci tua madre o tuo padre? Traduzione: preferisci i francesi o gli arabi? I cristiani o i mussulmani? Noi o loro? Di dove sei? Chi sei? Ce lo devi dire, per farci dormire in pace, rinfrancati, dopo che finalmente siamo riusciti a tracciare la frontiera tra noi e loro. Ero la guardia di confine, il doganiere. Non potevo zigzagare sul tracciato, dovevo schierarmi. Dalla parte giusta. [Karim Miské, Appartenersi]

Se i francesi fanno domande strane a Karim, quando va in Mauritania per la prima volta, Miské resta scioccato dal dilagante razzismo tra le varie etnie maure e dalla scoperta dell’esistenza degli schiavi: proprio schiavi, ogni famiglia ne possiede uno, o più di uno.

La confusione per Karim aumenta ulteriormente quando la madre lo porta a vivere in Albania, negli anni del regime del compagno Enver. Karim, con l’ingenuità dei bambini, osserva che i dirigenti del partito di Hoxha e loro stessi hanno case di lusso, si spostano in automobile, hanno la TV e fumano sigarette straniere; diversamente, il popolo albanese soffre la povertà, i bambini sono sporchi, alcuni non hanno neppure una casa dove stare. Karim si chiede il perché di queste disuguaglianze in un regime comunista, dove tutti – teoricamente – dovrebbero essere uguali e possedere le stesse cose. Il senso di tutto questo Karim Miské lo capirà solo molti anni dopo quando leggerà 1984 di George Orwell.

Scritto con un stile coinvolgente, semplice e diretto, Karim Miské ci racconta la sua storia personale e ci fa riflettere sul senso di (non) appartenenza; noi siamo sicuri di essere esattamente ciò che siamo? O a volte anche noi abbiamo qualche dubbio, su chi siamo veramente?

Sentirci parte di qualcosa, stare dalla parte giusta, appartenere davvero ad un luogo o ad un popolo non è qualcosa di così scontato e Karim Miské lo racconta senza tanti giri di parole. Però, Karim nonostante tutto capirà a chi appartiene davvero.

I libri, dopo il tuo primo manuale di letteratura i cui disegni sono rimasti impressi nei tuoi neuroni, erano una cosa sacra. Vivere senza di essi era semplicemente impossibile. Aprirne uno era come tornare a casa. Insomma, era

APPARTENERE

al paese della letteratura. [Karim Miské, Appartenersi]

Cédric Gras | Vladivostok. Nevi e monsoni

Iniziamo con un gioco, ma non barate: se vi chiedo a quale latitudine si trova la città russa di Vladivostok, voi dove la collochereste, alle latitudini di Firenze oppure in prossimità di quelle di Helsinki? Mentre pensate alla risposta corretta senza usare Wikipedia, vi racconto le impressioni e le emozioni scaturite dalla lettura di “Vladivostok. Nevi e monsoni” di Cédric Gras (Voland, 209 pagine, 15 euro).

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Titolo: Vladivostok. Nevi e monsoni

L’Autore: Cédric Gras (1982) ha sempre alternato gli studi di geografia ai viaggi in terre lontane e alla pratica dell’alpinismo, attratto in particolare dall’America meridionale, dall’Himalaya e dall’Asia centrale. In Russia ha diretto la Alliance Française di Vladivostok e insegnato francese all’università. E’ stato tra i finalisti del Prix Bouvier nel 2014.

Traduzione dal francese: Gina Pigozzo Bernardi

Editore: Voland

Il mio consiglio: per chi ama la geografia, le culture diverse dalla nostra occidentale, per chi ama i viaggi e le descrizioni di scenari lontani – non senza un pizzico di ironia – “Vladivostok. Nevi e monsoni” è un libro imperdibile

Lo confesso, credevo che a Vladivostol terre innevate e mare ghiacciato si confondessero, formando una candida distesa spettacolare. Vladivostok era l’estremo limite della terra, ma fino a un certo punto, perché la costa veniva prolungata da alcuni specchi d’acqua circondati da terra. Con la fantasia, ho visto incessanti burrasche spazzare la città e sradicare la vegetazione. Per me era la città del freddo, abbarbicata alle latitudini nord della carta del globo, da qualche parte davanti all’Alaska, a 65° di latitudine nord. Anzi no, di fronte al nulla, fuori dal mondo. Vladivostok era l’ultima spiaggia ai confini della terra (…) Vladivostok era il trionfo degli estremi, la dolcezza di brezze ghiacciate, un libro aperto. [“Vladivostok. Nevi e monsoni” Cédric Gras, trad. G. Pigozzo Bernardi, citazione pagina 30]

Al giovane geografo francese Cédric Gras viene proposta la direzione di una sede della Alliance Française e lui non sceglie le destinazioni occidentali che agognano tutti i suoi colleghi: Cédric sceglie la città di Vladivostok perché quello che prova per la Russia è un qualcosa difficile da spiegare, che forse iniziò quando la madre lo portava alla biblioteca comunale e lui sceglieva spesso un libro di fiabe russe.

A Vladivostok il lavoro è fantastico: Cédric chiude la sede dell’Alliance alle 16.00, più o meno quando a Mosca aprono al mattino; la Russia è attraversata da otto fusi orari ed è quella nazione dove il messaggio di augurio del Presidente viene replicato otto volte la notte di Capodanno, una per ogni fuso orario, e quando a Mosca stappano la vodka per iniziare a festeggiare a Vladivostok stanno per svegliarsi.

Nelle pagine del libro di Cédric Gras, a metà strada tra un originale memoir e un taccuino di viaggio, pulsa una Russia moderna e nuova, che si è già lasciata alle spalle i postumi della lunga sbornia comunista e vive un Paese immenso – il più grande del mondoche vuole crescere guardando sia ad Est che ad Ovest.

Eppure, quando Cédric Gras giunge a Vladivostok un po’ ne resta deluso: si immaginava una città alla fine del mondo, una città di confine, sperduta, il capolinea della leggendaria linea ferroviaria Transiberiana. Invece trova una città dai palazzi grigi e con la nebbia persistente, l’unico porto russo sempre libero dai ghiacci di inverno, un luogo che confina con l’amica Cina, con l’ermetica Corea del Nord e con il Mar del Giappone. Ci sono chiese di ogni credo, si parlano russo, cinese, coreano e giapponese: in questa città portuale è difficile sentirsi stranieri tanto quanto è facile amarsi.

Ci si sforza di amarsi, al di là della taiga e delle steppe. Ci si può invaghire e abbandonare tutto, per seguire il nuovo marito a migliaia di chilometri. In Russia l’amore è più romantico che da qualunque altra parte. Perché è legato all’immensità. In Russia l’amore è questione di geografia. [“Vladivostok. Nevi e monsoni” Cédric Gras, trad. G. Pigozzo Bernardi, citazione pagina 71]

A Vladivostok il clima è estremo, le stagioni arrivano all’improvviso e se anche il 20 ottobre può sembrare che arrivi l’inverno, qualche giorno dopo ritorna il tepore dell’autunno. A Vladivostok i russi si sentono europei quando sono con gli asiatici, e si sentono asiatici quando sono gli europei; Vladivostok è quasi una trappola: per andare a Mosca ci sono più di novemila chilometri, è spesso consigliabile ubriacarsi prima di salire su certi trabiccoli aerei – meglio morire allegri! – oppure si può sempre affrontare una settimana di viaggio in treno, attraverso la taiga e migliaia di betulle apparentemente tutte uguali.

Si naviga per sette giorni in un mare di terra, arrivati al lago Bajkal è come incrociare l’equatore, tutti al finestrino: il treno corre sulla spiaggia. Per tutta la giornata sguardi sfuggenti si rifiugiano lontano. Fuori: neve o canicola. Verso sera il vagone si risveglia, le discussioni rompono il torpore generale, ci si corica tardi, la notte si va in giro, ci si sforza di vedere nel buio, si ascolta, il treno qualche volta oscilla, si ferma. Manca poco a Vladivostok, l’oltre-terra [“Vladivostok. Nevi e monsoni” Cédric Gras, trad. G. Pigozzo Bernardi, citazione pagina 45]

Suddiviso in capitoli che richiamano le quattro stagioni (con il ritorno finale della primavera e l’epilogo), il libro di Cédric Gras è uno strumento per sognare ad occhi aperti gli immensi spazi russi e per scalfire almeno un po’ l’animo di chi abita quei luoghi.

La Russia è un Paese che mi affascina e mi attrae, il lungo viaggio in treno da Mosca a Vladivostok lo supererei leggendo, giocando a scacchi con il mio compagno di viaggio, bevendo tè e contando le betulle, e restando per sei ore almeno incollata al finestrino a fissare l’immenso lago Bajkal. E poi chissà, forse Vladivostok grigia e nebbiosa deluderebbe anche me, ma avrei per lo meno la certezza che la Russia mi sia davvero entrata nel cuore.

La Russia vi segna e vi rimane per stagioni e ricomincia. Dopo le nevi, i monsoni e i vapori che incappucciano Vladivostok. Presto arriverà settembre con le belle giornate, le foreste rosse, una bufera precoce, in attesa di gustare la dolcezza sulle sponde del sud… [“Vladivostok. Nevi e monsoni” Cédric Gras, trad. G. Pigozzo Bernardi, citazione pagina 196]

Muriel Barbery | Vita degli elfi

Nonostante io non sia una lettrice eccessivamente selettiva, il genere fantasy non è prettamente nelle mie corde. L’unico grandioso libro fantasy che lessi nel lontano 2001 fu “Il signore degli anelli” di J. R. R. Tolkien e una volta chiuso quel librone mi imposi di non leggere più libri fantasy perché per me il romanzo di Tolkien era (ed è, ovviamente lo penso ancora) insuperabile nel modo più assoluto.

Quando mi è stata proposta la lettura de “Vita degli elfi” di Muriel Barbery (edizioni E/O, 249 pagine, 18 euro) confesso di essere rimasta incuriosita dalla trama e dai commenti di chi lo aveva già letto, così ho messo da parte la mia regola non scritta e i miei pregiudizi e ho iniziato a leggerlo, sfidando me stessa.

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Titolo: Vita degli elfi

L’Autrice: Muriel Barbery è autrice del bestseller internazionale L’eleganza del riccio e di Estasi culinarie, entrambi pubblicati dalle edizioni E/O. Ha vissuto a Kyoto, Amsterdam e Parigi e attualmente vive nella campagna francese

Traduzione dal francese: Alberto Bracci Testasecca

Editore: E/O edizioni

Il mio consiglio: “Vita degli elfi” è un romanzo per chi apprezza il fantasy e per chi ama le saghe dato che con questo libro non si concludono le avventure di Maria e Clara, le piccole protagoniste

Vedeva quanto le unità in cui la sua vita era stata relegata fino a quel momento si inserivano in un ordine di grandezza incommensurabile in cui agli strati che già conosceva si sovrapponevano universi che si fiancheggiavano, si toccavano e si urtavano con una profondità di campo da vertigini. Il mondo era diventato una successione di piani che salivano verso il cielo secondo un’architettura complessa che si muoveva, si cancellava e si ricostituiva nello stesso modo in cui il cinghiale fantastico di quando aveva dieci anni era allo stesso tempo cavallo e uomo, un modo che era contemporaneamente osmosi e sparizione e si serviva delle brume come voluttuosi paraventi. Vedeva città con strade e ponti che brillavano in albe raffreddate da nebbie dorate che si disintegravano con starnuti ripetuti prima di riformarsi lentamente sulle città (…) Ma quella musica portava anche un messaggio potente che parlava di afflizione e perdono. Ci fu un momento durante il quale si lasciò semplicemente andare alla storia regalata dalla melodia, poi la bambina al pianoforte smise di suonare e lei la sentì mormorare parole incomprensibili che suonavano come un avvertimento sordo. Alla fine tutto scomparve e Maria si svegliò. [Vita degli elfi, Muriel Barbery, trad. A. Bracci Testasecca, citazione pagina 133]

Maria e Clara sono due bambine che vivono rispettivamente in Borgogna e in Abruzzo. Non sanno nulla l’una dell’altra ma hanno in comune il fatto di essere state adottate dalle rispettive famiglie; infatti, entrambe le piccole sono state trovate sul gradino di una casa in Borgogna – Maria – e sul sagrato di una canonica in Abruzzo – Clara – in una notte mentre infuriava una tempesta di neve.

Maria ha il dono di parlare con gli animali e controllare la natura: da quando lei è arrivata nel villaggio, la caccia e l’agricoltura sono molto più proficue; Clara sa suonare il pianoforte in un modo unico, senza che nessuno gliel’abbia mai insegnato.

Le due ragazzine di undici anni, pur parlando due lingue diverse – francese e italiano – si “sentono” avvicendevolmente, capendo entrambe di essere destinate a qualcosa di più che una vita in campagna in Borgogna o tra le impervie montagne degli Abruzzi. Le rispettive famiglie adottive sanno che non potranno tenerle a lungo: la prima ad andare via dalla famiglia adottiva è Clara, che viene condotta a Roma da uno strano personaggio. Ed è proprio a Roma che Clara scoprirà la verità sulle sue origini e su quelle di Maria, e scoprirà il nome della madre che non ha mai conosciuto e la presenza in Francia di una bambina straordinaria come lei.

Ma non esiste quiete né nel mondo degli elfi né nel mondo degli uomini, perché un elfo maligno ha intenzione di prendere il potere e distruggere tutto. Solo Clara e Maria, unite, potranno salvare i due mondi e riportare la pace tra uomini ed elfi.

“La poesia ha creato il collegamento tra voi” rispose il Maestro. “Ma non è niente senza il dono grazie al quale la tua musica mette in contatto fra loro anime che si cercano. E’ una scomessa che può sembrare insensata, ma ogni avvenimento nuovo sembra confermare che abbiamo ragione” [Vita degli elfi, Muriel Barbery, trad. A. Bracci Testasecca, citazione pagina 97]

Muriel Barbery reinventa gli elfi, con il loro mondo diverso da quello degli uomini ma con vizi simili (Petrus ama molto il vino, proprio come molti uomini) e riporta in libreria l’eterna lotta tra il Bene e il Male. Ma… ci sono diversi ma. Le aspettative che mi ero fatta sul romanzo di Muriel Barbery si sono rivelate molto diverse da come le avevo immaginate.

La storia di per sé avrebbe anche potuto essere affascinante e data la giovanissima età delle protagoniste – undici anni – avrebbe magari potuto far avvicinare alla lettura anche i lettori giovanissimi o adolescenti. Eppure la Barbery, pur avendo tra le mani un’idea interessante, non ha saputo sfruttarla appieno: il romanzo a tratti fatica a decollare perché la narrazione è appesantita da alcuni capitoli che ai fini della storia mi sono parsi superflui; il tono poetico e i colpi di scena non bastano a dare vivacità alla storia.

Presumo che l’Autrice, avendo in mente di scrivere una seconda avventura con Maria e Clara, abbia volutamente omesso alcuni dettagli in questa prima avventura per poi rivelarli nella prossima. Questo espediente narrativo mi ha lasciato addosso alcune perplessità: su tutte il perché Aelius (l’elfo cattivo) voglia prendere il potere sul mondo elfico e distruggere il mondo degli uomini. Inoltre, non ho ben capito il motivo del rallentare la storia a dismisura nei primi due terzi del libro e poi volare di colpo al finale repentino dove Clara e Maria si incontrano senza dirsi quasi nulla e dove il primo attacco di Aelius si risolve con una velocità soprendente dopo aver occupato buona parte del finale.

Immagino che “Vita degli elfi” sia il volume preparatorio di una seconda storia, più avvicente, come succede nelle saghe fantasy o in generale nelle serie di libri che proseguono e che hanno gli stessi personaggi. Quello che mi manca è la voglia di scoprire cosa succederà nella prossima avventura, perché questa storia è stata imbastita a grandi linee. Del resto, è la stessa cosa che mi è successa con “Annientamento” di Jeff VanderMeer: il primo volume era così sibillino e atono che non ho avuto voglia di proseguire con la storia dell’Area X con il secondo e terzo libro.

Questi sono solo i miei dubbi e le mie perplessità: se qualcuno di voi ha letto il libro e ha voglia di discuterne con me sarò ben felice di leggere i vostri commenti e confrontarmi con voi.

Patrick Modiano | Incidente notturno

I ricordi che ho di Parigi sono molto preziosi e ad alcuni di loro ci sono davvero affezionata. I mandarini mangiati nella soffitta del Marais dove alloggiavo mentre fuori pioveva, le luci riflesse sulla Senna, l’emozione di vedere “La colazione sull’erba” di Eduard Manet al Museo dell’Orsay e la grande ruota panoramica in Place de la Concorde.

Leggere “Incidente notturno” di Patrick Modiano (Einaudi, 115 pagine, 17,50 euro) mi ha permesso di ritornare a Parigi con i ricordi, facendomi riaffiorare qualche dettaglio che credevo di aver perso mentre era solo ripiegato in profondità nelle pieghe della memoria.

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Titolo: Incidente notturno

L’Autore: Patrick Modiano è nato nel 1945 a Boulogne-Billancourt. Autore di numerosi romanzi e racconti, nel 1978 si aggiudicò il Premio Goncourt. Nell’ottobre del 2014 l’Accademia svedese gli conferì il Premio Nobel per la Letteratura.

Traduzione: Emmanuelle Caillat

Editore: Einaudi

Il mio consiglio: un buon libro per chi vuole provare l’emozione di lasciarsi guidare dalle parole e dalle descrizioni dell’inedita Parigi di Modiano

Lungo i portici mi sembrava di tornare all’aria aperta. A sinistra il palazzo del Louvre, e subito dopo le Tuileries della mia infanzia. Man mano che mi fossi avvicinato alla Concorde, avrei tentato di intuire cosa ci fosse nel buio, dietro la cancellata del giardino: la prima vasca, il teatro all’aperto, la giostra, la seconda vasca… Ora mi bastavano pochi passi per respirare l’aria d’alto mare (…) Quella notte la città era più misteriosa del solito. E poi non avevo mai avvertito un silenzio così profondo attorno a me. Nemmeno un’auto. Poco dopo avrei attraversato place de la Concorde, senza preoccuparmi dei semafosi rossi o verdi, come si attraversa una prateria. Sì, ero di nuovo in un sogno, ma più sereno di quello di prima alle Calanques. Proprio mentre raggiungevo place des Pyramides è sbucata fuori l’auto, e quando ho avvertito quel dolore alla gamba ho pensato che stavo per svegliarmi. [Patrick Modiano, Incidente notturno, trad. E. Caillat, citazione pagine 62-63]

Il protagonista del romanzo di Patrick Modiano è un ragazzo giovane che una notte mentre attraversa place de la Concorde viene investito da una Fiat color acquamarina. L’incidente non è grave, né per la vittima dell’investimento né per la conducente. I due vengono trasportati all’ospedale Hotel-Dieu, ma poi la donna scompare mentre il ragazzo viene trasferito in una clinica privata.

Una volta dimesso, il ragazzo vuole cercare la donna che l’ha investito perché gli ricorda una persona che aveva già incontrato in passato. Infatti, questo non è stato il primo incidente occorso al giovane protagonista: era già stato investito una volta fuori dalla scuola elementare, e a soccorrerlo anche quella volta gli pare che ci fosse la stessa donna dell’incidente di place de la Concorde.

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“Quella notte la città era più misteriosa del solito” (foto: Claudia)

Di ritorno in albergo ho chiamato il servizio informazioni per sapere il numero di telefono di Jaqueline Beausergent, square de l’Alboni. Sconosciuta a tutti i civici di quell’indirizzo. La mia camera mi è sembrata più piccola del solito, come se la ritrovassi dopo diversi anni di assenza o addirittura ci avessi abitato in una vita precedente. Era mai possibile che l’incidente dell’altra notte avesse provocato una simile frattura nella mia esistenza, e che oramai ci fossero un prima e un dopo? [Patrick Modiano, Incidente notturno, trad. E. Caillat, citazione pagine 69]

La frattura nell’esistenza del giovane è dovuta allo choc che lo ha risvegliato, mentre camminava nella nebbia della sua mente, l’incidente diventa quindi “uno degli avvenimenti più determinanti della mia vita. Un richiamo all’ordine“.

Nel romanzo “Incidente notturno“, scritto da Modiano nel 2003 e tradotto solo quest’anno in italiano, si trovano tutti i temi cari e tipici dell’Autore francese: la memoria, il ricordo e la ricerca, il tutto sullo sfondo di una Parigi quasi sempre notturna e misteriosa. Una città tutto sommato “piccola”, dato che Parigi è grande ma si possono incontrare spesso gli stessi visi. Il protagonista cammina per Parigi, da place du Louvre fino alle Porte di Orleand, alla ricerca non solo della donna che lo ha investito ma anche alla ricerca di un pezzo di sé, dei suoi ricordi che credeva perduti.

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