Arno Camenisch | Ultima sera

Una delle cose che amo di più del Salone del Libro di Torino è la possibilità di chiacchierare con gli editori, loro impegni permettendo; qualche anno fa, girovagando tra gli stand, ho incontrato Keller editore e un po’ travolta dal loro entusiasmo, un po’ dai titoli brillanti, ricordo che una di loro mi aveva parlato molto bene dell’autore svizzero Arno Camenisch. Seguendo il suo consiglio, ho da poco letto “Ultima sera” (trad. Roberta Gado, Keller editore, 120 pagine, 12 €) e appena finito sono corsa in libreria a comprarne un altro.

camenisch

Come acqua, chiede la zia al tavolo fisso dell’Helvezia guardando l’Alexi, ti è andato di volta il cervello. Scuote la testa e si infila una Mary Long tra le labbra, l’acqua non te la porto, se proprio la vuoi arrangiati, dove sono i bicchieri lo sai. Prende un fiammifero dalla scatola del tavolo e si accende la Mary Long. L’Alexi fa per alzarsi, il Luis gli stringe l’avanbraccio, tu resti seduto, gli dice, qui nessuno beve acqua, non siamo ancora caduti così in basso, un paio di botte in testa, quelle sì che posso dartele se le vuoi, e poi magari ti rimetti a ragionare (…) La zia lascia la Mary Long sul posacenere (…) si alza e va dietro il bancone. Serve una birra alla spina all’Alexi, viva, dice (…) è tutta la vita che bevi soltanto birra e adesso mi chiedi l’acqua, vorrai mica ammazzarti [Ultima sera, Arno Camenisch, trad. R. Gado]

L’ultima sera di apertura dell’Helvezia, una locanda sperduta sulle montagne dei Grigioni in Svizzera, è una notte piovosa, fredda e buia di gennaio; anziché nevicare, piove, tutta quell’acqua alla fine provocherà un’alluvione.

La zia, che ha gestito l’Helvezia per moltissimi anni – e facendo solo un’unica vacanza di due settimane a Gran Canaria – chiuderà la mattina dopo, così quella a tutti gli effetti è l’ultima sera per andare a bere qualcosa nel suo locale. Ci sono avventori che hanno trascorso più tempo all’Helvezia che a casa propria; clienti affezionati che hanno tracannato birre chiare e scure, liquori alpini, caffé e vini; c’è la nonna sonnambula, ci sono l’Alexi, l’Otto, il Luis, la Silvia, il Gion Barretta. C’è un’umanità variegata, l’ultima sera nell’Helvezia, unita dalla passione per le bevute, per lo stare assieme, per l’affetto verso il proprio paese e le sue montagne. Ci si raccontano pettegolezzi, storie, aneddoti, si litiga, si discute, si viene quasi alle mani.

La scrittura di Arno Camenisch mi ha sorpresa: non utilizza mai i segni di punteggiatura per introdurre un discorso, le parole di un personaggio fluiscono in modo naturale e spontaneo sovrapposte a quello di un altro; il risultato è affascinante perché in questo modo, leggendo, si ha la sensazione di essere davvero in un bar dove tutti hanno qualcosa da dire e spesso si sovrappongono le voci.

I personaggi sono descritti in modo particolare nei loro difetti più che nei pregi, apparendo a tutti gli effetti come persone reali e vive. La Svizzera che Camenisch è molto lontana da quella ordinata e precisa delle grandi città: questa storia è ambientata in un piccolissimo paese di montangna speduto nei Grigioni, un luogo dal quale difficilmente gli abitanti si sono allontanati, se non per brevi periodi magari solo fino a Coira (ad eccezione della vacanza alle Canarie della zia, un colpo di testa, senza dubbio).

800px-sedrun01

L’abitato di Sedrun nei Grigioni, Svizzera (fonte: Wikipedia Commons CC BY-SA 3.0)

In “Ultima sera” si percepisce quella sensazione della gente di montagna di fare comunità, di essere un gruppo e di farne parte; di essere orgogliosi delle proprie tradizioni e delle proprie origini. Sono valori forti che vengono fuori dal cuore di persone molto, molto semplici. E infine, in “Ultima sera” si legge tra le righe quella vena di nostalgia per un luogo che non sarà più il punto di ritrovo del paese, perché quella è l’ultima sera di apertura dell’Helvezia, anche se la vita continuerà, come ha sempre fatto, dopo un giro di birra o di caffè.

Titolo: Ultima sera
L’Autore: Arno Camenisch
Traduzione dal tedesco: Roberta Gado
Editore: Keller
Perché leggerlo: perché è un libro dolce e amaro, pieno di nostalgia e allegria, un breve romanzo fatto di genti di montagna, bevute e di contrasti.

Annemarie Schwarzenbach | La notte è infinitamente vuota

Sono tante le cose che non riesco a spiegare bene, e sono proprio queste piccole cose a farmi soffrire di più: influenze che sono come scosse elettriche, che aprono in me spazi sconosciuti senza che io riesca a spiegarmene il perché. Le lettere non ricostruiscono i fatti a posteriori. Vi si trova a volte la traccia di una di quelle scosse. Sono le sole spiegazioni che posso darle per alcune delle mie azioni [La notte è infinitamente vuota, cit. pagina 30]

Titolo: La notte è infinitamente vuota

L’autrice: Annemarie Schwarzenbach nacque nel 1908 a Zurigo e morì a soli 34 anni a seguito di un incidente e ad un tragico errore di diagnosi. Grande amica dei figli di Thomas Mann, viaggiatrice, fotografa, scrittrice e intrepida reporter durante la sua breve vita viaggiò molto in Europa, America e Asia

Editore: Il Saggiatore

Il mio consiglio: è un racconto breve ma intenso, un’ottima lettura per avvicinarsi alla scrittura della Schwarzenbach

Essere giovani studenti nella Parigi del 1929 può instillare oggi un po’ di nostalgia per quell’epoca da noi mai vissuta. Le lezioni all’Università della Sorbona e poi un caffé nei bistrot del Quartiere Latino o una notte di follie nei night club. Nel racconto lungo “La notte è infinitamente vuota”, il secondo della trilogia dedicato a Parigi, Annemarie Schwarzenbach descrive le vicende di Ursula, una studentessa che trascorre due semestri di studio nella capitale francese.

Si tratta di un lungo racconto autobiografico, Ursula è in realtà l’alter ego di carta di Annemarie Schwarzenbach, che proprio tra il 1928 e il 1929 trascorse un periodo di studio a Parigi. Annemarie Schwarzenbach ha una forza evocativa molto intensa nel descrivere e raccontare le vite dei ragazzi e delle ragazze che s’intrecciato all’ombra della Tour Eiffel.

Ursula e Annemarie, due ragazze in cerca di se stesse

Ursula a Parigi frequenta locali e night club dove conosce molte persone. Tra le intricate vie della città, ecco Hochberg, l’uomo che cerca di conquistare Ursula raccontandole dei suoi viaggi e correggendo le bozze dei lavori di lei: il personaggio di Hochberg è probabilmente ispirato all’ufficiale tedesco Karl Haushofer di Monaco, col quale Annemarie iniziò uno scambio epistolare, prima che l’uomo venisse accusato dell’attentato contro il Terzo Reich quindi detenuto e ucciso il 23 aprile 1945, pochi giorni prima dell’arrivo dei russi. Ursula a Parigi conosce Lena Amstel – personaggio realmente esistito e conosciuto anche da Annemarie – una bellissima ballerina ebrea zingara che conquista uomini e donne con i suoi sguardi di ghiaccio; conosce Jaqueline e Joan, gelose l’una dell’altra nell’ottenere le attenzioni di Ursula.

Ricevo ogni giorno un telegramma da Hochberg e lettere e fiori che la donna di servizio mi porta in camera: “Mademoiselle est fiancée?” chiedeva. No, non lo ero. Non sapevo assolutamente che cosa potevo essere. Nulla. Era possibile che qualcosa fosse cambiato? Che cos’erano quattro settimane: il tempo di una vacanza. Prima e dopo c’era la vita. Quello che c’è di mezzo è sogno [La notte è infintamente vuota, cit. pagina 48]

Anticonformismo e omosessualità nel primo Novecento

Annemarie Schwarzenbach è stata una donna decisamente anticonformista, una di quelle donne nate forse nel periodo storico sbagliato data la loro capacità distruttiva di precorrere i tempi. Come Annemarie, anche Ursula non riesce ad amare veramente qualcuno: si affeziona a molte persone e scrive lettere appassionate, ma ha difficoltà a legarsi sia con uomini che con donne. Sia Ursula che Annemarie amano la velocità, le macchine e i viaggi, tutti hobby decisamente maschili in una società di primo Novecento. Ed entrambe sognano di scrivere per viaggiare. La confusione che regna nel cuore di Ursula è percepibile quando Jaqueline le chiede cosa vuole fare da grande, lei non lo sa ancora, e non risponde.

Ah, perché aspiramo all’essere in due, Jaqueline, se, in definitiva, siamo nati soli […] Come posso fare dono della mia anima, Jaqueline? Era come se mi togliessero l’aria di cui avevo bisogno per respirare e la luce necessaria per vedere. Era la libertà che mi veniva tolta, Jaqueline… […] Jaqueline, si ha il diritto di uccidere un mondo per costruirne un altro? [La notte è infintamente vuota, cit. pagina 58]

Viaggiatrice, fotografa, reporter e scrittrice dimenticata

Annemarie Schwarzenbach e una sua amica fotografa furono le prime due donne a viaggiare verso l’Oriente senza uomini al seguito, guidando a folle velocità le auto verso il deserto. Dopo un matrimonio con un diplomatico, l’incontro a Berlino con una donna che la inizia all’uso delle droghe e alcuni tentativi falliti di suicidio, Annemarie Schwarzenbach si reca anche nel Congo belga, dove vorrebbe aiutare le forze Armate della Francia Libera, ma viene allontanata a causa della posizione politica del marito.

Nonostante i problemi e le crisi di nervi, la Schwarzenbach continua a scrivere febbrilmente, quasi come se sapesse di non avere molto tempo a disposizione per terminare le sue opere; scrive anche per alcune testate giornalistiche e firma diversi reportage accompagnati da fotografie.

Sono anni di intenso lavoro, che terminano bruscamente a causa della sua prematura morte. Annemarie Schwarzenbach cadde da una bicicletta e si ferì alla testa battendo contro un sasso. Dopo alcuni giorni, durante i quali aveva ripreso l’uso della parola e sembrava lucida, morì forse a causa dei traumi riportati o di ematomi non riassorbiti.

La sua figura fu completamente dimenticata e le sue opere abbandonate, benché Annemarie Schwarzenbach avesse lasciato disposizioni riguardo all’amica Anita Forrer, la quale avrebbe dovuto prendere visioni degli oggetti personali, delle lettere e dei testi e curare eventualmente i manoscritti postumi.

Oggi le opere di Annemarie Schwarzenbach stanno rivedendo la luce, con nuove traduzioni e nuove pubblicazioni. La brevità del racconto è come la vita di Annemarie: un susseguirsi di emozioni, dubbi, errori, corse in auto e sogni infranti.

Non crede che possano esistere anche libri in cui non accade nulla? […] Perché siamo noi che proviamo sentimenti, compito di chi scrive è suscitarli. Nella musica non accade nulla, eppure ci emoziona. Vorrei scrivere un libro da leggere lentamente e a voce alta, in cui ogni frase, perfino quella più incoerente, fosse armoniosa e bella [La notte è infitamente vuota, pagina 31]