Carmen Korn | Figlie di una nuova era

Henny si era messa dietro al fotografo e, distolto lo sguardo dal gruppo verso il reparto maternità dall’altra parte della strada, aveva visto una donna uscire dal portone della clinica con un fagottino tra le braccia. In quel momento aveva capito qual era il suo posto. Non sarebbe diventata infermiera, ma ostetrica. Avrebbe assistito al nascere della vita, dopo tutto il dolore e lo strazio che aveva avuto sotto gli occhi ogni giorno all’ospedale militare [Figlie di una nuova era, Carmen Korn, trad. M. Francescon e S. Jorio]

La Prima Guerra Mondiale è terminata, la Germania si sta riprendendo dalla sconfitta e dalle condizioni imposte dagli Stati vincitori. In questo contesto storico si inserisce il romanzo “Figlie di una nuova era” di Carmen Korn, tradotto da M. Fracescon e S. Jorio per Fazi editore. Lo sfondo è la città di Amburgo, e le vicende narrate abbracciano un periodo che va dal 1919 al 1948.

Le protagoniste del romanzo sono quattro ragazze, i cui destini si intrecceranno nel corso degli anni a venire; seguiremo le loro vicende in particolar modo durante l’avvento del nazismo e della sua affermazione, fino allo scoppio e alla risoluzione della Seconda Guerra Mondiale.

Henny ha perso suo padre durante il conflitto e s’appresta a inziare il suo nuovo lavoro come ostetrica alla prestigiosa clinica Finkenau. Sua madre Else, una donna piuttosto invadente, ma è fiera di sua figlia. Käthe, la migliore amica di Henny, ha seguito lo stesso percorso scolastico: anche lei inizierà a lavorare come ostetrica alla clinica. A Käthe – e al suo compagno Rudi – interessa molto la politca poiché si batte per la causa comunista.

Ida è una ragazza ricca e viziata; per motivi puramente economici, è costretta dal padre a sposare un uomo che non ama, ma Ida – con la sua voglia incredibile di conoscere il mondo – si ritrova presto ad avvicinarsi al mondo della comunità cinese di Amburgo. Infine, c’è Lina, la sorella maggiore di Lud, che ha studiato per diventare insegnante; i due fratelli sono orfani per motivi drammatici legati alla estrema povertà in cui la loro famiglia ha versato durante il conflitto.

Pur essendo molto diverse tra loro, le ragazze matureranno assieme – durante certi periodi saranno più vicine, altri meno. Le loro idee crescono con loro, cambiano, col tempo imparano a conoscere i loro stessi caratteri, a scendere necessariamente a compromessi e imparano a vivere sotto la costante minaccia del nazismo prima e di un nuovo conflitto armato poi.

Oltre alle quattro ragazze, tra i personaggi troviamo due eccezionali medici della Finkenau: Theo Unger e Kurt Landmann, uomini che insegneranno a Henny e Käthe non solo il mestiere di ostetriche, ma anche lo stare al mondo, soprattutto in tempi così bui.

Tutti loro, legati da rapporti diversi, non esiteranno aiutarsi a vicenda quando i venti di guerra si faranno più minacciosi.

Erano tempi difficili per cominciare una vita nuova. Ma non era ancora troppo tardi. Che bello [Figlie di una nuova era, Carmen Korn, trad. M. Francescon e S. Jorio]

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Tramonto su Amburgo (fonte: Wikipedia)

Figlie di una nuova era” di Carmen Korn, Fazi editore, trad. da M. Francescon e S. Jorio, è uno di quei romanzi che vanno dritti al cuore. Primo di una trilogia – che verrà pubblicata da Fazi, il secondo volume uscirà nella primavera del 2019 – il romanzo è scritto con uno stile semplice e diretto, ricco di descrizioni per far sì che il lettore si immedesimi nella storia, la Korn riesce perfettamente a far scorrere il tempo, mostrando come la Germania è cambiata nel corso di trent’anni.

Nel romanzo, ogni personaggio è toccato dalla minaccia nazista e dalla guerra, e ognuno in cuor suo si schiera, più o meno apertamente, a favore o contro i politici dell’epoca. Narrando la storia in terza persona, la Korn permette al lettore di entrare nei pensieri di ognuno dei personaggi, dando così la possibilità di conoscerli profondamente.

La Storia verrà a bussare alla porta di ognuno di loro. Sarà necessario prendere decisioni, anche dolorose; ci saranno perdite, lutti e scomparse; alcuni di loro verranno imprigionai e il loro destino non sarà noto. Allo stesso tempo, ci saranno matrimoni – più o meno felici -, nascite e successi lavorativi. Qualche personaggio crescerà di più, lasciandosi alle spalle la vecchia vita. Il tutto raccontato con eleganza e notevole sensibilità.

Sullo sfondo degli anni più difficili per la Germania e i tedeschi, nella bellissima Amburgo martoriata dalle bombe, le quattro protagoniste e gli altri personaggi de “Figlie di una nuova era” vi mostreranno quanto la Storia possa essere crudele ma anche quanto l’amicizia e l’amore possano ridare speranza agli uomini.

Titolo: Figlie di una nuova era
L’Autrice: Carmen Korn
Traduzione dal tedesco: Manuela Francescon e Stefano Jorio
Editore: Fazi
Perché leggerlo: perché si tratta di un bellissimo romanzo, scorrevole e piacevole da leggere, che racconta quando la Storia possa essere crudele e quanto, in contrapposizione, l’amore e l’amicizia possano ridare speranza

(© Riproduzione riservata)

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Cornelia Klauss e Frank Böttcher | Alpinisti illegali in URSS. Viaggiare controvento

Lassù, tra i 6000 e i 7000 metri la mente dell’uomo cambia, non si pensa più a nulla, è tutto meccanico: “Ora il piede qui. Respira profondamente tre volte. Il piede qua e ancora tre respiri. Soprattutto non cadere né addormentarti, si muore in un battibaleno”. Quei pensieri normali che si fanno in pianura lassù sono cancellati. Per settimane e mesi ho assorbito tutto quello che in un modo o nell’altro avrei potuto sperimentare (…) “Lì devi fare questo e lassù quest’altro. E quando sei in cima – foto alla vetta!” Tutto ciò ha funzionato, ma la felicità l’ho avvertita solo nel breve istante in cui mi sono potuto lasciar cadere nella neve in vetta. 7134 metri [da Sul Picco Lenin coi piedi congelati, trad. V. Ghidotti, V. Grassi e S. Tentori]

Più una cima è alta, più nasce nell’uomo la voglia di conquistarla. Le montagne hanno da sempre attratto e affascinato l’uomo, scatenando la curiosità di raggiungere la sommità. Se una montagna era molto alta, l’uomo giungendo in vetta si sentiva più vicino alla divinità, avendo inoltre un punto di vista privilegiato sulle valli contigue. Spesso le montagne rappresentavano luoghi sacri.

Con il tempo si sono sviluppate discipline come l’alpinismo, uno sport tecnico che mira a superare i limiti esterni e interni dell’uomo. Gli Ottomila, le cime più elevate del Pianeta, sono state conquistate tra gli anni Cinquanta e Sessanta, da alpinisti di versa nazionalità: neozelandesi, italiani, svizzeri, francesi, americani, austriaci, tedeschi, inglesi e cinesi.

Ma gli appassionati di alpinismo che vivevano intrappolati nella Repubblica Democratica Tedesca, la DDR, come potevano raggiungere le alte cime del Caucaso e dell’Unione Sovietica? Viaggiare attraverso l’URSS era tutt’altro che semplice.

Gergeti Trinity Church e Monte Kazbeg (fonte: Wikipedia, CC BY-SA 4.0)

Anzitutto, era complicato procurarsi i permessi per accedere a determinate aree geografiche: non era possibile viaggiare liberamente perché in diverse zone dell’Imperium regnava una grande povertà, e gli alpinisti (sia residenti nell’Imperium che occidentali) non dovevano vedere in condizioni versava la popolazione, ne sarebbe andato della credibilità stessa dell’URSS.

Una grande difficoltà che si prospettava nell’organizzare un viaggio era che di molte parti dell’URSS non esistevano mappe: non vi era una cartografia di dettaglio aggiornata e le poche carte erano tenute segrete, perché si trattava di luoghi “sensibili”, quali giacimenti di minerali preziosi o luoghi dove venivano condotti test nucleari.

Un’altra pericolosa mancanza degli alpinisti della DDR che volevano intraprendere una scalata nel Caucaso era quella di attrezzature adeguate. Servivano giacche e sacchi a pelo capaci di resistere a forti venti e basse temperature; erano necessari ramponi, picozze e corde; occhiali da sole con lenti adeguate, con semplici occhiali da sole oltre una certa quota si rischia la cecità, tanto il riverbero solare è violento.

Quindi, come organizzarsi per un viaggio alpinistico in URSS? Illegalmente, procurandosi un visto di transito (relativamente semplice da ottenere a partire dagli anni Ottanta in avanti) oppure falsificando documenti e costellandoli di timbri fatti ad hoc – i triangolari erano i preferiti dei sovietici – e restando vaghi sul luogo da raggiungere.

La prima volta che andai in Unione Sovietica fu ne 1977 (…) Fu un normale viaggio organizzato. Quando scorsi il Caucaso a Pezonda rimasi subito affascinato dalle alte montagne, ma soprattutto dal fatto che lì d’estate ci fosse ancora la neve. Fu in quell’occasione che nacque in me il desiderio irrefrenabile di salirci prima o poi, in un modo o nell’altro. Fino ad allora conoscevo solo di Alti Tatra, la Svizzera sassone e i Carpazi meridionali in Romania. Ma l’essere umano si spinge sempre oltre (…) In Unione Sovietica ci sono poi andato diciannove volte, sempre illegalmente [da Sul Picco Lenin coi piedi congelati, trad. V. Ghidotti, V. Grassi e S. Tentori]

Peak Communism (fonte: Wikipedia, CC BY-SA 3.0)

Alpinisti illegali in URSS“, volume a cura di Cornelia Klauss e Frank Böttcher (trad. V. Ghidotti, V. Grassi e S. Tentori, Keller editore) raccoglie quattro originali viaggi illegali attraverso le regioni che un tempo componenvano l’Imperium sovietico, corredate da numerose fotografie in bianco e nero.

Dopo un’introduzione sul concetto di alpinismo per i sovietici e una riflessione sulla difficoltà di viaggiare in URSS, presentate da Christian Hufen e Kai Reinhart, vengono presentate le quattro storie: “I miei settemila furono la Crimea” di Hartmut Beil, una serie di disavventure tragicomiche successe durante il viaggio per raggiungere il Tagikistan; “Sul Picco Lenin con i piedi congelati” di Ulrich Henrici, il racconto della rocabolesca salita sul Picco Lenin e della pericolosa discesa; “Con la vela da ghiaccio sul lago Bajkal” di Uwe Wirthwein, l’avventura di un manipolo di tedeschi che costruiscono una barca a vela per veleggiare sul lago Bajkal gelato; infine, “Dal complesso residenziale 5E a Hoyerswerda sul Mar Nero (1970-1976)” di Iduna Böhning, ovvero il racconto delle vacanze ‘alternative’ di una famiglia della DDR sempre a caccia di avventure.

“Alpinisti illegali in URSS” è un libro piacevole e scorrevole da leggere, che permette di scoprire com’era un tempo l’Unione Sovietica, attraverso i viaggi degli alpinisti e vacanzieri. Quando si vive una dittatura mancano la libertà, la possibilità di viaggiare per scoprire il proprio Paese e confrontarsi con diverse culture; agli alpinisti della DDR non è però mancato il coraggio di assaporarla, questa libertà tanto agognata. Perché è sulle aguzze cime del Caucaso e dell’Asia Centrale che gli alpinisti illegali, dopo aver sfidato i limiti, si sentivano liberi.

Titolo: Alpinisti illegali in URSS. Viaggiare controvento
A cura di: Cornelia Klauss e Frank Böttcher
Traduzione dal tedesco: Verdiana Ghidotti, Valentina Grassi e Sara Tentori
Editore: Keller editore
Perché leggerlo: consigliato a chi ama la montagna, le curiosità, i reportage di viaggio

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Judith Schalansky | Atlante tascabile delle isole remote

La cartografia dovrebbe essere annoverata finalmente tra i generi poetici e l’atlante tra la bella letteratura (…) Consultare le carte può sì alleviare il desiderio di viaggiare in paesi lontani che esse suscitano e addirittura sostituire il viaggio, ma allo stesso tempo ofre molto di più di un appagamento estetico. Chi apre le pagine di un atlante non si limita a cercare i singoli posti esotici, ma desidera smodatamente tutto il mondo in una sola volta (…) Ancora oggi preferisco un atlante a ogni guida di viaggio [Atlante tascabile delle isole remote, Judith Schalansky, trad. F. Gabelli]

Atlante tascabile delle isole remote” di Judith Schalansky (trad. F. Gabelli, Bompiani) porta un curioso sottotitolo: “Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò“. Incuriosita dall’argomento e dopo averlo sfogliato in libreria, decido di immergermi in questa lettura atipica.

Dopo un’introduzione nella quale la Schalansky, giornalista tedesca, spiega come è nata la sua passione per le mappe e gli atlanti, vengono presentate cinquanta isole situate nel Mar Glaciale Artico, nell’Oceano Atlantico, nell’Oceano Indiano, nell’Oceano Pacifico e infine nell’Oceano Antartico.

La Schalansky dedica per ogni isola quattro pagine: la prima è una sorta di carta d’identità dell’isola stessa, con informazioni generali quali coordinate geografiche, localizzazione rispetto ad altre isole o a punti geografici ben noti, numero di abitanti o abitatori, eventi storici degni di nota. Segue una mappa dell’isola, dove il lettore curioso più leggere i nomi dei monti, delle insenature, delle eventuali cittadine presenti, quindi seguono due pagine di informazioni o curiosità sull’isola.

Isola di Pasqua, 27° 9′ S, 109° 25′ W (fonte: Wikipedia, CC BY-SA 3.0)

Con la lettura, inizia per chi legge un rocambolesco giro del mondo attraverso le isole, pur restando comodamente sprofondato in poltrona: dall’isola di Sant’Elena, celebre perché Napoleone vi trascorse gli ultimi anni in esilio, passando all’isola di Howland, ridosso della quale sparì il velivolo dell’intrepida aviatrice Amelia Earhart.

Sull’Itasca tutti scrutano l’orizzonte con i binocoli, mandano segnali, ma l’etere non risponde più. Amelia Earhart sparisce poco dietro la linea del cambiamento di data, in volo verso il giorno ormai passato. L’oceano tace. [Atlante tascabile delle isole remote, Judith Schalansky, trad. F. Gabelli]

Storie di naufraghi e di esperimenti nucleari in paradisi tropicali; storie di esploratori che affrontano i ghiacci artici e antartici ben sapendo a cosa andranno incontro; vicende di marinai ammutinati del Bounty e di popolazioni del pacifico che nascono (quasi) tutti daltonici. C’è anche spazio per storie davvero inquietanti, come quella della Sarah Joe che navigava nelle acque delle isole Taongi.

Alle 17, la Sarah Joe è dichiarata dispersa. La guardia costiera invia un elicottero e un aereo nella tempesta, ma la visuale è pessima (…) Per cinque giorni la guardia costiera esce in mare, i parenti ancora un’altra settimana. Non trovano niente (…) Nove anni e mezzo più tardi, uno dei cercatori, il biologo marino John Naughton, scopre sulla spiaggia di Taongi – l’atollo più settentrionale e più arido delle Isole Marshall, 3600 chilometri a ovest delle Hawaii -, il relitto di una barca. E’ la Sarah Joe. Proprio lì accanto, una croce di legno si innalza su una semplice tomba di pietre accatastate. Un paio di ossa spuntano dalla sabbia. Come si scoprirà, sono i resti di Scott Moorman. Chi lo abbia sepolto qui e dove siano gli altri, rimane un mistero. [Atlante tascabile delle isole remote, Judith Schalansky, trad. F. Gabelli]

Taongi, isole Ratak, 14°32′N 169°00′E (Wikipedia, CC BY 2.0)

Atlante tascabile delle isole remote” è un viaggio attraverso terre estreme e dimenticate, ma non aspettatevi più di qualche breve cenno per ogni isola: starà a voi e alla vostra voglia di scoperta approfondire gli episodi accennati che vi intrigano di più.

Titolo: Atlante tascabile delle isole remote
L’Autrice: Judith Schalansky
Traduzione dal tedesco: Francesca Gabelli
Editore: Bompiani
Perché leggerlo: per viaggiare attraverso mari e oceani restando ben comodi in poltrona
Leggilo se: ti sono piaciuti “L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson e “Robinson Crusoe” di Daniel Defoe

(© Riproduzione riservata)

La stasi dietro il lavello | Claudia Rusch

Nel 1989 ero piccolina e per quanto provi a pensarci, non ho nessuno ricordo del telegiornale della sera del 9 novembre 1989, la sera in cui i primi abitanti di Berlino Est scavalcarono il muro verso Berlino Ovest. Come spesso polemizzo, i programmi scolastici italiani non arrivano quasi mai agli anni Ottanta, e l’unico modo per saperne di più su un dato evento è quello di cercare un libro o un romanzo che parli di quell’argomento. Io sulla vita della DDR ho trovato questo romanzo di Claudia Rusch, autrice tedesca, che con allegria, gioia di vivere e autoironia racconta la sua vita e la vita della sua famiglia dagli anni ’60 agli anni 2000.

Titolo: La stasi dietro il lavello

L’autrice: Claudia Rusch nata nel 1971 a Stralsund, è cresciuta tra Ruegen e Berlino. Ha studiato germanistica e romanistica a Berlino e a Bologna. Dal 2001 vive a Berlino come libera scrittrice.

Editore: Keller Editore

Il mio consiglio: sì per farvi raccontare dalla Rusch i retroscena di una vita difficile ma senza mai cadere nei sentimentalismi

Nei giorni successivi alla caduta del Muro ci fu a Berlino Est una fuga di massa di studenti – durante le ore di lezione. Tutti marinavano alla grande. C’erano un sacco di cose nuove da vedere, tanti parenti da visitare. Tutto suscitava più interesse della scuola. Restavamo alla larga dalle lezioni con le scuse più assurde. A metà dell’anno scolastico gli insegnanti si arresero. Le ore marinate e i giorni di assenza furono registrati come lezioni straordinarie di geografia. Della serie, mettiamoci una pietra sopra.

Keller Editore è una mia recente scoperta e dopo aver letto due romanzi pubblicati da loro, ecco che arriva il terzo. Anche questa volta non sono rimasta delusa. La traduzione è ottima e non ci sono errori di editing o di battitura. I periodi sono scorrevoli e immediatamente comprensibili, anche se sono asciutti, ma questo fa proprio parte dello stile di Claudia Rusch.

La scrittrice tedesca ci racconta in ordine casuale una serie di episodi della sua vita e della vita della sua famiglia, a partire dagli anni ’60 fino agli anni 2000, quando lei finalmente riuscirà ad andare a Parigi, realizzando uno dei sogni della sua infanzia.

Sempre sotto l’occhio vigile della temuta Stasi, la polizia della DDR, la Rusch ci racconta delle sue esperienze scolastiche, delle gite, dei suoi sogni e delle sue speranze. Parla della difficoltà di reperire i generi alimentari che adora – i Raider, ovvero i nostri Twix, troppo cari nella DDR le arrivano in regalo da un amico che è stato a Berlino Ovest; ci racconta di quell’angosciante Muro e della plumbea vita che si svolge alla sua ombra. Per poi aprirsi e raccontarci della gioia e della felicità che pervade una Berlino Est che viene autorizzata ad andare liberamente verso Ovest, ed è destinata a sgretolarsi pian piano.

La lettura di questo romanzo mi ha certamente insegnato cose che non conoscevo e aperto gli occhi su certe questioni di cui non avevo mai sentito parlare. L’argomento del Muro di Berlino e della sua caduta continua ad affascinarmi e sicuramente leggerò qualcos’altro in merito.

AA. VV. | Le donne che leggono sono pericolose

E’ un giovedì pomeriggio e in biblioteca ci siamo solo il bibliotecario ed io; il bibliotecario sistema delle schede mentre mangia una caramella, io cerco un libro d’arte sui Preraffaelliti in previsione di una grandiosa mostra che verrà ospitata a Torino (chi è curioso troverà maggiori informazioni qui) ma la mia attenzione viene anche catturata da un libro verde, dall’enigamatico titolo “Le donne che leggono sono pericolose”. In copertina c’è il bellissimo dipinto di Ramòn Casas y Carbo “Aprés le bal” (1895) che ho visto alla mostra di Bard (AO) qualche settimana fa. Leggiucchio la trama e lo sfoglio: penso possa essere di mio gradimento. Con un sorriso dico al biblitecario: “Gentilemente, mi segni anche questo?”

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Ramòn Casas y Carbo “Dopo il ballo” (1895) Monserrat, Catalogna, Museo de la Abadia

Titolo: Le donne che leggono sono pericolose

Gli autori: Daria Bignardi è una giornalista italiana, di questo volume ha curato la prefazione; Stefan Bollmann è uno studioso di germanistica, storia e filosofia; Elke Heidenreich è una conduttrice e autrice per la radio e la televisione tedesca

Editore: Rizzoli

Il mio consiglio: siete appassionati di arte? siete appassionati di lettura? Sì, bene: allora è il libro che fa per voi

Le donne che leggono sono pericolose perché non si annoiano mai e qualunque cosa accada hanno sempre una via di fuga: se ne infischiano se le fai troppo soffrire perché loro s’innamorano di un altro libro, di un’altra storia, e ti abbandonano.
D. Bignardi

Leggere oggi da molte persone è considerata una noia, un obbligo, una costrizione; per leggere si deve faticare, bisogna far funzionare parecchi neuroni oltre che molti muscoli del corpo: bisogna pensare a che cosa si leggere e fare un grande sforzo, ovvero immaginare quello che non vediamo ma che ci viene descritto a parole.

E’ molto più semplice accendere la TV o per i più “moderni” il computer o lo smarphone e connettersi a Internet per far trascorrere il tempo; si fa meno fatica, non bisogna nemmeno prestare molta attenzione a quello che le immagini o i brevi testi ci trasmettono. Siamo costantentemente bombardati da fotografie, video, pubblicità e brevi messaggi che la nostra soglia di attenzione è diventata molto scarsa. Non finiamo di leggere una riga o di guardare una foto che ecco che la bacheca scorre e ce n’è già un altra, un nuovo aggiornamento.

Leggere è faticoso perché si deve fare lo sforzo di immaginare ciò che si legge; oggi i libri sono – anzi, sarebbero – alla portata di tutti (basti pensare alle biblioteche che li prestano senza spendere un centesimo) e ne vengono pubblicati ogni anno così tanti che è praticamente impossibile non trovarne uno adatto a noi. Eppure, i dati ci dicono che in media si legge sempre meno. Ma è sempre stato così?

Il libro d’arte che ho appena finito di leggere racconta una storia fatta di donne che sono riuscite a leggere nonostante le difficoltà del loro tempo. Diamo per scontato molte cose, ma fino a cento anni non tutti sapevano leggere e scrivere; inoltre un tempo i libri erano merce rara, anzi rarissima, solo i ricchi potevano permettersi di acquistarli. Per quanto riguarda l’unico modo di comunicare a distanza dell’epoca, le lettere, pochi sapevano scriverle o leggerle, per cui bisognava ricorrere ad intermediari, oltre che la carta era costosa (e pensare che oggi ne sprechiamo a tonnelate!!!)

Questo libro è un viaggio molto affascinante, fatto appunto di bambine, ragazze e donne adulte vissute in tutte le epoche, ritratte da pittori noti e non, che hanno “lasciato” il mondo reale per vivere nell’immaginazione delle parole che avidamente divorano.

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Jean Raoux “Giovane donna che legge una lettera” (1720) Parigi, Museo del Louvre

Leggere non serviva e non serve solo come passatempo: può aiutare ad aprire gli occhi, la mente, può servire a far conoscere mondi lontani e culture diverse pur senza muoversi dalla propria comoda poltrona. Leggere è utile per farsi delle idee proprie, per imparare una nuova lingua, per avere fiducia in sé stessi e anche per avere un ottimo argomento di conversazione e perché no, per conoscere nuovi amici o… amanti!

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Anselm Feuerbach “Paolo e Francesca” (1864) Monaco, Schack-Galerie

Ma perché la lettura dovrebbe essere pericolosa? Perché porta a pensare e riflettere, quindi potenzialmente a scardinare alcuni dogmi che dovrebbero essere inviolabili. Se le donne leggono romanzi dove le eroine vivono una vita migliore e più dignitosa, potrebbe venir loro in mente di ribellarsi. E gli uomini di un tempo non amavano le donne pensanti o ribelli. Le donne dovevano sfornare figli, allevarli, cucinare e pulire. Non leggere. Non pensare.

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Pieter Janssen Elinga “Donna che legge” (1668-1670) Monaco, Alter Pinakotheck

Sono serviti molti secoli prima che la lettura potesse essere un diritto per tutti, soprattutto per le donne. Purtroppo oggi nel mondo ci sono bambini ai quali viene ancora negata l’istruzione primaria e sono così poveri che i libri non se li possono permettere.

Io per fortuna ho sempre avuto la possibilità di leggere, sin da piccola, nessuno mi ha mai negato questo piacere. Da sempre frequento biblioteche e oggi con l’avvento di un Internet di massa frequento anche i social network “libreschi”.

Per me il concetto cardine di questo libro è riassunto nella frase che Daria Bignardi cita nella prefazione:

“E poiché la lettura di opere letterarie offre sempre degli scorci sulla vita di altri, in questo modo si impara di più della vita di quanto non si possa sperimentare solo vivendo. Leggendo si condividono altre vite”