Majgull Axelsson | Io non mi chiamo Miriam

Sono trascorsi molti anni dal mio viaggio in Austria, ho qualche frammento incastrato nella memoria, ma il più dei ricordi sono stati diluiti dal tempo. C’è una cosa, però, che non ho dimenticato: l’innaturale silenzio di Mauthausen, l’unico campo di concentramento che io abbia mai visitato. I libri sull’Olocausto mi mettono sempre moltissima angoscia, perché è una storia ancora recente e perché mi spavento sempre quando leggo o ascolto nuove atrocità. Il romanzo “Io non mi chiamo Miriam” di Majgull Axelsson (trad. L. Cangemi, Iperborea, 562 pagine, 19.50 €) è uno dei pochi libri che raccontano l’Olocausto attraverso gli occhi di un’appartenente al popolo rom. Una testimonianza da non perdere.

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Ma cosa sarebbe successo se avessi detto la verità? Se un giorno fossi andata da Olof e gli avessi spiegato come stavano le cose? Che ero una rom. Una zingara. Che appartenevo allo stesso popolo di quelli che si accampavano giù a punta Adela. Questo comportava che in realtà non avevo il diritto di abitare in una casa, di cucinare su un fornello elettrico, di fare il bucato in quella magnifica lavatrice che mi aveva comprato? Mi avrebbe buttato fuori? Oppure avrebbe solo fatto un passo indietro guardandomi con disgusto e trasformandomi apertamente nella serva che sotto sotto ero già? E se mi avesse buttata fuori, sarei potuta tornare a una vita da rom? Ero poi davvero una rom, ormai? E lo sono adesso? Oppure non sono niente? Né rom né ebrea, né tedesca né svedese? [Io non mi chiamo Miriam, Majgull Axelsson, trad. Laura Cangemi]

E’ la prima giornata d’estate, in Svezia i giorni sono luminosi e il cielo cristallino. E’ la mattina del compleanno di Miriam, un’elegante signora svedese di ottatancinque anni. Il figlio Thomas, con la moglie, la figlia Camilla e il piccolo bisnipotino Sixten, consegnano il regalo alla nonna: un raffinato bracciale d’argento di fattura zingara.

Miriam alla vista del bracciale bonfonchia qualcosa di sconnesso: sembra che abbia detto di non essere Miriam. Thomas immagina sia l’età, forse mamma non sa più cosa dice. Camilla, studentessa di medicina, non crede che la nonna sia sulla via della demenza senile, le propone una passeggiata in un parco e si fa raccontare la verità.

Già, ma qual è la verità? Chi è davvero Miriam, la nonna così elegante, raffinata e di ottime maniere? E’ la mamma adottiva di Thomas, figlio di Olof, il defunto marito; è la nonna di Camilla, la bisnonna di Sixten. E’ colei che ha vissuto i campi di prigionia tedeschi, che ha una cicatrice su un braccio dal quale spuntano dei numeri, è l’ebrea arrivata in Svezia con i treni della Croce Rossa dalla Danimarca, giusto?

No, non è così, e Miriam decide di confessarlo a Camilla. Le racconta della sua infanzia, del collegio in Germania, della deportazione ad Auschwitz e del duro viaggio a Ravensburg, nuovamente in Germania. Le racconta che in realtà lei non è ebrea, ma rom, e in un attimo di panico ha rubato l’identità a Miriam, una giovanissima ebrea morta sul treno in viaggio dalla Polonia alla Germania. Le racconta di Anuscha, di Didi, di Malika… le racconta così tante cose che Camilla sarà costretta a vedere la nonna sotto una luce diversa.

Potevano fucilarla per il vestito a brandelli (…) Senza riflettere, se lo tolse in fretta e si chinò su una ragazza stesa sul pavimento del vagone, le sbottonò il vestito e se lo infilò per poi gettare sulla morta il suo tutto strappato (…) Un triangolo giallo. Ebrea. Ah. Dunque era diventata ebrea e doveva mettersi tra le altre ebree. Una volta arrivata al campo avrebbe sempre potuto inventarsi una spiegazione… [Io non mi chiamo Miriam, Majgull Axelsson, trad. Laura Cangemi]

Nel romanzo “Io non mi chiamo Miriam” di Majgull Axelsson vengono affrontati temi molto diversi: l’Olocausto, anzitutto, l’evento negativo che forse ha più di ogni alto contraddistinto il Novecento, raccontato attraverso gli occhi di una ragazza appartenente al popolo rom. Alla parola Olocausto il pensiero corre immediatamente agli ebrei, popolo che più di tutti ha subito perdite e danni, ma molti altri sono state le etnie coinvolte nella “soluzione finale” del Terzo Reich: sono finiti nei campi di lavoro e concentramento anche omosessuali, testimoni di Geova, dissidenti politici di varie fazioni e rom. In particolare, con lucidità, viene affrontata la questione degli esperimenti svolti sui prigionieri da parte dei medici nazisti: pagine dense di atrocità, che mi hanno scioccata perché pur essendo a conoscenza di questi esperimenti non riesco mai a capacitarmi di quanto l’uomo possa essere stato malvagio nei confronti dei suoi simili.

Tra le righe si legge anche il ‘peso’ di essere sopravvissuta all’esperienza di ben due campi di concentramento, mentre molte amiche e compagne non ce l’hanno fatta. C’è la difficoltà di ricominciare a vivere quando si è poco più di uno scheletro rivestito di pelle, quasi senza capelli, un fantasma che cammina sotto gli occhi a disagio dei benestanti svedesi.

L’identità è un altro aspetto molto importante del romanzo: Miriam ha vissuto in Svezia cercando di dimenticare quella ragazzina rom che viveva vicino a Monaco di Baviera ed è stata ad Auschwitz. In Svezia si è ricostruita una vita, buttando via il più possibile i brutti ricordi e gli episodi drammatici vissuti. Eppure, in Svezia Miriam avrebbe potuto tornare quella di prima, palesarsi come appartenente al popolo rom, ma non ha potuto perché con notevole disgusto scopre che il razzismo non è terminato con la chiusura dei campi di concentramento, ma continua anche in Paesi civili come appunto la Svezia.

Così Miriam si è ritrovata nuovamente a negare la sua identità, per proteggersi e per evitare nuovi pregiudizi, pestaggi e difficoltà: ha studiato lo svedese, le buone maniere ed è riuscita a sposare un medico benestante, guardando però sempre con una punta di senso di colpa i rom accampati ai margini della città.

Io non mi chiamo Miriam” è un romanzo scorrevole, intenso, interessante, estremamente coinvolgente che alterna diversi momenti della storia di Miriam senza annoiare mai o confondere il lettore. Un romanzo da leggere per rinfrescarsi la memoria, anche se si tratta di temi non facili da affrontare.

Titolo: Io non mi chiamo Miriam

L’Autrice: Majgull Axelsson

Traduzione dallo svedese: Laura Cangemi

Editore: Iperborea

Perché leggerlo: per non dimenticare una delle peggiori atrocità del Novecento, per realizzare che non solo – purtroppo – gli ebrei furono perseguitati dal nazismo. Per provare a mettersi nei panni di una donna che ha dovuto negare la sua vera identità per tutta la vita

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12 pensieri su “Majgull Axelsson | Io non mi chiamo Miriam

  1. Sono a metà e ho già la certezza che sia stato uno dei migliori libri pubblicati nel 2016 e uno fra quelli che a fine 2017 saranno fra le mie letture predilette dell’anno. Adoro lo stile con cui è scritto questo romanzo, il modo in cui fa emergere l’identità di Malika e il tentativo di Miriam di soffocarlo, la sua paura di non essere compresa. E poi, come hai detto giustamente, documenta una parte della Shoah che non è mai debitamente commemorata.

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    • Ciao Cristina! Sì, è un romanzo che entra nel cuore del lettore grazie alla notevole capacità narrativa della Axlesson. Una lettura che offre molte sfaccettature, su argomenti importanti da trattare!

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  2. Molto interessante. Di recente ho letto un paio di libri che affrontavano l’argomento e, oltre all’orrore di ciò che queste persone hanno subito, c’è anche lo sgomento nel rendersi conto che la loro situazione non è poi migliorata tanto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale…

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    • Oltre al dolore fisico, credo abbiano provato un forte dolore psicologico, nell’accorgersi che per molto tempo nessuno volesse ascoltare le loro storie. Mi pare che fino agli Anni Sessanta, l’Olocausto fosse quasi un tabù, una cosa di cui non parlare. Invece bisogna parlarne, sempre, soprattutto con i giovani, affinché maturino un minimo di coscienza e umanità!

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      • Sì, molto… Sul tabù dell’Olocausto, per gli ebrei il muro del silenzio si è rotto per primo, per altri, come i Rom, dura ancora… a questo proposito mi viene in mente il documentario “Paragrafo 175”, dove si racconta di come lo sterminio degli omosessuali sia stato un tabù fino a pochissimi anni fa… Con tutto l’odio che ha ripreso a circolare, direi che è proprio il caso di parlarne e di ricordare cosa succede quando ce ne lasciamo sopraffare…

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