Jón R. Hjálmarsson | Atlante leggendario delle strade d’Islanda

Alla Scuola Nera il preside era il diavolo in persona e si potevano imparare magie e altri arcani misteri. Quando gli studenti si diplomavano, per consuetudine il diavolo si prendeva l’ultimo a uscire, così quando Sæmundur appena diplomato si offrì volontario per varcare la soglia per ultimo, i suoi compagni ne furono molto sollevati. Si avvolse un grande pastrano sulle spalle, ma senza infilare le maniche e senza abbottonarlo. Sulla porta il diavolo lo ghermì esclamando: “Sei di mia proprietà!” per poi rimanere lì con il cappotto in mano mentre Sæmundur se la svignava. Dopo gli anni trascorsi alla Scuola Nera, Sæmundur era diventato così esperto che riusciva a servirsi del diavolo per fargli svolgere incombenze di ogni genere al posto suo, e lo raggirava a tal punto che il demono non riusciva mai ad ottenere qualcosa in cambio per il disturbo [Sæmundur il Saggio e il diavolo, Atlante leggendario delle strate d’Islanda, Jón R. Hjálmarsson, trad. S. Cosimini]

Jón R. Hjálmarsson è uno studioso di miti e leggende islandesi, oltre che essere stato professore e preside scolastico per molti anni; l’idea di raccogliere le storie della tradizione islandese deriva dal fatto che, per il professor Hjálmarsson, i racconti popolari sono una parte importante della cultura del proprio Paese.

Se oggi l’Islanda è un’isola relativamente semplice da raggiungere, fino a qualche decennio fa era più remota e lontana dal continente europeo: da questo isolamento si sono sviluppati miti, storie e leggende che si sono radicate nella cultura locale e sono state trasmesse alle nuove generazioni.

Le strade in Islanda sono poche e molte sono decisamente impervie da percorrere, ma c’è una strada ad anello che segue il perimetro dell’isola e tocca quasi tutte le principali attrattive; si chiama statale n.1 ed essendo un anello la si può percorrere in senso orario o in senso antiorario partendo da Reykjavík.

Per presentare ai lettori le leggende popolari della tradizione islandese, il professor Hjálmarsson ha avuto un’idea geniale: un viaggio immaginario attraverso sessanta leggende lungo la statale n.1. Il professore ha geograficamente suddiviso l’isola in sei porzioni e per ognuna di queste ha scelto e raccontato storie che, in qualche caso, hanno almeno un fondo di verità. Le leggende sono introdotte da un breve commento del professore per spiegare il contesto storico, culturale o geografico.

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Così chi legge si immerge totalmente nella magia e nella mitologia islandese: vi si trovano troll e trollesse malvagi che tentano di uccidere gli uomini; prelati che praticano esorcismi e magie tanto potenti da fermare le eruzioni vulcaniche; sacerdoti che duellano in versi con i demoni; uomini che vengono tramutati in animali e animali che salvano gli uomini; eserciti fantasma delle grandi pianure centrali, spiriti che nascondono i tesori sotto le cascate; mostri che emergono dalle profondità della terra o delle acque, pronti a ghermire anime buone. In ognuna delle sessanta leggende vi è la contrapposizione tra il bene e il male, e non sempre il finale vede vincere le forze buone.

Alcune storie spiegano in modo fantasioso la formazione di determinati paesaggi dell’isola, come la formazione della spaccatura dell’Ásbyrgi, nell’Islanda settentrionale: si dice che a creare quella profonda incisione nella crosta terrestre sia stata niente meno che la pressione dello zoccolo di Sleipnir, il cavallo di Odino. Un’altra bellissima leggenda fornisce le istruzioni per realizzare tre desideri sulla montagna sacra di Helgafel, nella penisola di Snæfellsnes, nell’Islanda Occidentale.

Ancora oggi è diffusa la credenza che salendo in cima a Helgafell sia possibile vedersi esaudire tre desideri. Secondo gli esperti, il metodo prevede quanto segue: partire dalla tomba di Guðrún Ósvífursdóttir e salire verso la vetta; non guardarsi mai indietro né pronunciare una sola parola durante il tragitto; una volta raggiunta la cima, fermarsi davanti ai ruderi della cappella, voltarsi verso est e formulare mentalmente i tre desideri [I tre desideri sulla montagna sacra, Atlante leggendario delle strate d’Islanda, Jón R. Hjálmarsson, trad. S. Cosimini]

Atlante leggendario delle strade d’Islanda” a cura di Jón R. Hjálmarsson (trad. Silva Cosimini, Iperborea, 225 pagine, 16 €) è una raccolta di storie che inquieta, diverte e suggestiona il lettore, specialmente quella tipologia di persone che amano il Grande Nord e sono affascinati dalle culture che derivano da quelle norrene.

È un vero e proprio viaggio, quello proposto dal professor Hjálmarsson; un viaggio per partire o per tornare – almeno con la fantasia – in quelle terre leggendarie e remote che costituiscono una delle isole più affascinanti del continente europeo. Per chi è già stato in Islanda, leggere queste storie sarà un po’ come tornare in luoghi già visti e vissuti; per chi, come me, non è ancora stato in Islanda ma la sogna da tempo, sarà come sentirsi vicino alla millenaria cultura di quest’isola e, perché no, sarà una buona occasione per appuntarsi qualche luogo che si desidera vedere. E chissà se i desideri non si realizzino anche prima di salire sulla Montagna Sacra.

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Titolo: Atlante leggendario delle strade d’Islanda
A cura di: Jón R. Hjálmarsson
Traduzione dall’islandese: Silvia Cosimini
Editore: Iperborea
Perché leggerlo: per sognare l’Islanda e i suoi miti, i luoghi e i paesaggi; per immergersi in una cultura millenaria, per sorridere, inquietarsi e suggestionarsi; per chi c’è stato e per chi sogna di andarci, in quelle terre remote, tra ghiacci e vulcani

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Mia Alvar | Famiglie ombra

Isn’t that the way? cantammo in coro. Le origini di Baby davano un tocco americano a una storia che conoscevamo bene. Nelle Filippine, quando eravamo piccole, non esisteva famiglia che non avesse una seconda famiglia “ombra”, segreta. Mariti che lasciavano le province per Manila, mogli che lasciavano le Filippine per il Medio oriente: tutti si separavano dalle persone care per riuscire a mantenerle e poi si sentivano soli [Mia Alvar, Famiglie ombra, trad. G. Guerzoni]

Nei nove racconti di Mia Alvar le protagoniste sono sempre le famiglie e i suoi componenti, da qui il titolo della raccolta “Famiglie ombra” (Racconti edizioni, trad. Gioia Guerzoni, 453 pagine, 18 €) che prende il nome da uno dei racconti inclusi nel volume.

In poche righe, l’autrice di origini filippina riesce a catapultare il lettore nella storia: è uno dei casi in cui chi scrive prende letteralmente per mano chi legge e gli permette di compiere un viaggio attraverso Manila, gli slum della capitale, il Medio Oriente, New York e Boston. Perché questi sono i luoghi dove si svolgono le storie delle famiglie sulle quali Mia Alvar punta la sua lente di ingrandimento.

Nelle storie ambientate nelle Filippine ci sono le speranze e i sogni dei componenti delle famiglie: chi vorrebbe studiare, chi lasciare la catapecchia negli slum, chi andare in Medio Oriente a fare soldi facili e in fretta, chi invece si rassegna al proprio duro destino. Nel racconto “Milagros”, il più corposo della raccolta, sullo sfondo della storia di Milagros e del marito giornalista, c’è la storia recente delle Filippine, fatta di leggi marziali, corruzione, rapimenti di persone scomode, divieti di scrivere e dire ciò che si pensa.

“Ti piacerebbe, l’America. Ci sono rimasto per sette anni, e me ne sono andato solo per ricreala qui.” Si siede sul bordo del letto ma Milagros non si sposta per fargli spazio. “Però ti devo avvisare. Puoi anche andartene, ma i luoghi hanno la capacità di non lasciarti (…) Non potrai mai dimenticare cosa è successo qui, a prescindere da dove andrai o da quanto ti sforzerai.” [Mia Alvar, Milagros, trad. G. Guerzoni]

Ma ci sono anche uomini che tornano nelle Filippine, sempre in modo temporaneo, e scoprono che il Paese che hanno lasciato è tale quale – se non peggio – a quello che ricordavano. Per questo non vedono l’ora di andare nuovamente via.

Ci sono le storie ambientate in Medio Oriente, luogo dove molti uomini filippini hanno scelto di andare a vivere e lavorare. Lavorano principalmente nel settore petrolifero ma qualcuno lavora anche come autista per dei ricchissimi signori del petrolio. Questi uomini spesso partono da soli, altre volte con loro si portano la famiglia; non riescono mai del tutto ad ambientarsi in una cultura tanto diversa e passano la vita a sentirsi degli expat che aspettano le vacanze per tornare a casa.

Infine ci sono i racconti ambientati negli Stati Uniti, a New York e Boston: in particolare, il racconto ambientato a New York si svolge l’11 settembre 2001 ed è un’amara riflessione sulla vita, sull’amore e sulle cose che avremmo dovuto fare ma non abbiamo fatto pensando di avere chissà quanto tempo per farle.

Gli stili dei racconti sono diversi ed è uno dei motivi per cui la scrittura di Mia Alvar mi ha colpita molto; ci sono racconti narrati in prima persona, altri in terza, uno in seconda persona singolare e infine uno raccontato da più voci. Ogni racconto ha un finale che non risolve completamente le situazioni che si sono create nel corso della storia.

Ho acquistato questa raccolta di racconti perché ero interessata alla cultura filippina: la travagliata storia di un arcipelago prima conquistato dagli spagnoli, quindi dagli americani, invaso dai giapponesi e poi caduto in mano a Ferdinand Marcos. Le immense contraddizioni che ancora oggi caratterizzano queste isole: filippini benestanti, magari mantenuti dai parenti expat, che vivono accanto agli slum dove migliaia di persone sopravvive senz’acqua corrente, né luce, né gas.

Lo chiamavano il torrente sì: il torrente: In effetti era semplicemente un canale di scarico all’aria aperta, largo quanto un risciò a pedali e profondo più o meno un metro e mezzo, che raccoglieva le acque di scolo delle nostre case e più avanti, dopo aver attraversato un altro villaggio, finiva nel fiume San Juan. Gettavamo i rifiuti lì dentro. Giravano battute su cos’altro ci finisse dentro: qualche povero gatto attirato dall’odore di qualche lisca, siringhe usate, o peggio [Mia Alvar, Un contratto all’estero, trad. G. Guerzoni]

Sulle Filippine e il suo popolo ora so qualcosa in più e allo stesso tempo ho scoperto un’ottima scrittrice (vincitrice, tra l’altro, del prestigioso PEN/ Robert W. Bingham Prize nel 2016) capace di raccontarmi realtà tanto lontane quanto diverse dalla mia, incantandomi ad ogni racconto e dandomi la possibilità – in qualche caso – di ritrovare qualcosa di me nei personaggi che vivono dall’altra parte del mondo.

Titolo: Famiglie ombra
L’Autrice: Mia Alvar
Traduzione dall’inglese: Gioia Guerzoni
Editore: Racconti edizioni
Perché leggerli: i racconti di Mia Alvar sono scorrevoli, avvincenti e coinvolgenti; sono perfetti per chi vuole conoscere qualcosa della realtà filippina, dal dopoguerra ad oggi; per chi vuole riflettere sulle disparità sociali, per chi è affascinato da culture diverse dalla propria e per chi vuole ritrovare un pezzo di sé dall’altra parte del mondo

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Massimo Cuomo | Bellissimo

Dietro al vetro c’è la faccia di Miguel, zero giorni. Davanti al vetro c’è la faccia di Santiago, cinque anni. La sua espressione stupita si riflette sulla vetrata insieme al neo sulla guancia destra. Come il bottone di una camicetta. Come il punto di un punto di domanda. E la domanda che pensa Santiago, osservando il fratellino nella culla oltre il vetro, è una soltanto: “Perché è così bello?” [Massimo Cuomo, Bellissimo]

Nel 1976 a Mérida, in Messico, nella famiglia Moya nasce un bambino bellissimo. La nascita di Miguel, questo è il nome del fortunato nascituro, interessa da subito tutta la popolazione del paese perché il piccolo Moya è così perfetto, così bello da conquistare chiunque lo guardi per la prima volta.

È impossibile non amare Miguel: i suoi sorrisini ammaliano le infermiere, che non perdono occasione di prenderlo in braccio e coccolarlo; la sua perfezione rende la famiglia entusiasta, mentre le amiche della mamma la invidiano perché ha un bambino così bello. Persino Santiago, il fratello maggiore di cinque anni, resta colpito dalla piccola creatura bellissima, ma sente anche che il suo arrivo cambierà qualcosa per sempre. Per tutti.

L’aura che Miguel esercita sulla famiglia Moya e sugli abitanti di Mérida si accentua quando, ancora piccolissimo, contrae la difterite e per miracolo ne guarisce. Miguel diventa “il bambino divino“, e mentre la sua bellezza si manifesta giorno dopo giorno, Santiago si sente sempre più messo da parte. Per tutta la loro vita insieme, Santiago e Miguel gestiranno con alti e bassi, amore e odio, gelosie e momenti di comprensione, il rapporto di fratellanza. Perché fratelli, bene o male, lo saranno per sempre.

Insomma, un santo, questo è diventato il piccolo Miguel. E questo pensa Maria Serrano mentre Vicente Moya la afferra senza riguardo, la trascina con sé sul tappeto, nella processione, in mezzo alla gente che grida, incontro alla festa che comincia. “E adesso?” le viene da dire guardando il marito, che non la sente nemmeno, per chiedere cosa sarà della serata, e cosa della loro vita [Massimo Cuomo, Bellissimo]

Ho acquistato “Bellissimo” di Massimo Cuomo (edizioni e/o, 264 pagine, 17 €) al Salone del libro di Torino e ho iniziato a leggerlo con le aspettative altissime. Dello stesso autore ho letto “Piccola osteria senza parole“, un romanzo che mi aveva conquistata e ha conquistato anche diversi amici ai quali l’ho prestato; “Bellissimo”, però, è molto diverso da “Piccola osteria senza parole” e non solo per i contenuti, ma soprattutto per lo stile dell’Autore.

Piccola osteria senza parole” è un romanzo scritto in modo semplice e scorrevole, molto ironico spesso, con parole in dialetto veneto e personaggi davvero surreali e divertenti; “Bellissimo”, invece, ha uno stile molto più complesso, ricco di frasi articolate con parecchi incisi e parole decisamente ricercate; in “Bellissimo” si legge chiaramente la capacità di Massimo Cuomo di rimettersi in gioco, di non fossilizzare il proprio modo di scrivere, di non restare lo scrittore statico che non cambia perché ha riscosso successo con i romanzi precedenti. E per cambiare radicalmente stile narrativo servono una buona dose di bravura e molto, molto coraggio.

Massimo Cuomo ha saputo rischiare, cambiando stile e il risultato è notevole: le suggestioni, le descrizioni dei luoghi – la luce del Messico, il calore della gente, i profumi e i sapori – e i sentimenti dei personaggi principali sono delinati con una precisione tale per cui chi legge ha la sensazione di essere trasportato nel tempo e nello spazio.

La mattina di San Cristóbal ha i rumori del mercato, il profumo nell’aria fresca di pannocchie arrostite e carne soffritta in sughi piccanti. Miguel muove a piedi verso il centro del paese, lungo vie di ciottoli diritte che salgono e scendono in dolci declivi, abbandonandosi al languore che sente attorno e dentro di sé, per vie bordate di muri dipinti, fermandosi ad assaggiare qualsiasi cosa se un colore oppure un odore lo attraggono, in posadas dai tetti rossi animati di chiacchiere e musica, fra venditori ambulanti di peperoncini, papaya, fagioli secchie  farina [Massimo Cuomo, Bellissimo]

Il contenuto del romanzo è semplice: “Bellissimo” indaga il rapporto tra Santiago e Miguel, illuminando una volta l’uno e una volta l’altro. Santiago è il fratello maggiore, forse mai notato del tutto neppure prima della nascita del fratellino; Santiago è silenzioso, riflessivo, vive quasi come in punta di piedi. Miguel è il bambino bellissimo, capace di ammaliare chiunque, che scopre molto presto le gioie (e i dolori) dell’amore. Ma Miguel scopre anche che la bellezza può essere una benedizione ma, se usata scorrettamente, allo stesso tempo può essere una maledizione.

Una benedizione: ottenere un lavoro, avere moltissime fidanzate, portare nel proprio cortile decine di donne e fare in modo che il padre ci guadagni su. Una maledizione: può renderlo antipatico, può allontanarlo dal fratello Santiago, può generare molti attriti e avere pochi amici.

Eppure, Santiago e Miguel saranno fratelli per sempre, si vorranno bene, nonostante le difficoltà, le invidie e le comprensioni; si aiuteranno, litigheranno, si allontaneranno, ritorneranno insieme e si cercheranno per tutta la vita. E nel finale, bellissimo e colmo di speranza, questo loro amore fraterno maturato con il tempo esploderà e fiorirà come un fiore cempasúcil.

Allora Santiago lo guarda negli occhi e capisce il senso della lettera che ha scritto, delle parole che ha scelto, della terra che dissoda, di questa casa sospesa nel niente di Topolobampo, lontana dall’unico posto dove dovrebbe essere, dove suo figlio dovrebbe nascere. E capisce che anche questo è amore. L’atto d’amore di Miguel per lui, per difenderlo da se stesso, per proteggerlo dal male che gli ha fatto, che potrebbe fargli ancora. Ma adesso, finalmente, Santiago non ha più paura [Massimo Cuomo, Bellissimo]

Titolo: Bellissimo
L’Autore: Massimo Cuomo
Editore: edizioni e/o
Perché leggerlo: perché è un romanzo ben scritto, piacevole da leggere, che indaga il rapporto tra due fratelli, il significato e le conseguenze della bellezza

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Alessandra Minervini | Overlove

Una delle bellezze di questo luogo dopo quelle abusate, i trulli, le chiese, le frise, le spiagge, la pizzica, è la cava di bauxite. La bauxite è il materiale da cui nasce l’alluminio. La casa non è segnalata sulle guide ufficiali. Gli informatori turistici non conoscono la strada. La cava è fuori uso. Tecnicamente è una cosa rotta. Non serve a nulla. Non ci puoi fare l’alluminio. Non ci puoi fare il bagno. Ha l’aspetto di un lago ma non lo è. E’ un deposito acquifero naturale. Un luogo inutile come solo la bellezza sa essere. Chi ci arriva, di solito con qualcuno che conosce la zona, capirà. Non è difficile. Capire. Ciò che ora è finito, ha avuto inizio in quel luogo [Overlove, Alessandra Minervini]

Carmine è un giovane musicista, ancora poco conosciuto, che cerca il successo. Anna è una donna adulta che alle spalle ha il peso del suicidio del padre, il fallimento del Negozio e l’ossessione della madre Carla per la serie tv che ha Margaret Mitchell come protagonista.

Carmine è sposato e ha una figlia, Anna è uno spirito libero. Carmine ama Anna, Anna ama Carmine. Si amano tantissimo. Il loro è un amore fortissimo, intenso, passionale, geloso. Ma il loro amore è troppo, si manifesta troppo intensamente. Oppure, non si amano affatto, ma stanno assieme solo per non sentirsi troppo soli.

Anna decide di porre fine alla storia con Carmine: è un amore destinato a non portare da nessuna parte, un amore che si trascina e che trascina gli stessi protagonisti al largo, in balia delle onde; è un amore che li rende fragili e indifesi, facili vittime di tempeste violente.

Così, Anna sperimenta per la prima volta cosa significa la mancanza. Mancanza del padre, suicidatosi un anno prima, mancanza dei soldi a causa del fallimento del Negozio, mancanza di Carmine. Non le era mai mancato prima. Prima di perderlo. Si percepisce l’importanza di una persona solo quando questa manca.

La voce è l’ultima cosa che se ne va quando una persona sparisce, non si dimentica. Le parole diventano una lingua perduta ma le storie che ha raccontato continuano a esistere, mettendo alle strette chi rimane [Overlove, Alessandra Minervini]

Carmine, invece, incassa il colpo e si butta sul suo lavoro da musicista e sui duri allenamenti per tenere sotto controllo peso e forma fisica. Si esibisce in diversi concerti, Carmine è l’unico componente dei Miamai, vince un premio. Ma non è soddisfatto. Anche a lui manca qualcosa.

La vittoria l’aveva attesa. L’aveva sognata. Ma poi, una volta sul palco, con il trofeo in mano l’unica cosa che avrebbe voluto fare era svuotarsi, dedicandosi a un pianto infinito alla salute di se stesso [Overlove, Alessandra Minervini]

Castel Sant’Angelo, Taranto (foto: Brunella Iannuzzi, Wikipedia CC BY-SA 4.0)

Overlove” di Alessandra Minervini (LiberAria editrice, 200 pagine, 12 €) è suddiviso in tre parti – la prima e la terza narrate in terza persona, la seconda in prima persona -, è un libro dove il linguaggio usato dall’Autrice è a tratti scorrevole, a tratti più barocco, con termini e paragoni che colpiscono; magnifiche sono le descrizione della Puglia, fotografata con leggerezza ma precisione, dove brillano i suoi colori e le sue sfumature, ma anche difetti e peculiarità.

Ma voce e stile sono ancora un po’ acerbi, destinati a migliorare con il tempo. La penna della Minervini è leggera e sussurra: racconta la storia di Carmine e Anna analizzando l’eccesso d’amore e la mancanza, due termini che sono strettamente collegati. Ma racconta lasciando vuoti, lasciando dubbi, lasciano punti in sospeso. 

Ci si interroga sull’amore: è giusto amare troppo?, cosa provoca l’eccesso d’amore? Carmine e Anna sperimentano sulla loro pelle tutto ciò che l’eccesso d’amore comporta: sentimenti negativi che consumano, rendono fragili, egoisti.  Amare troppo può portare alla distruzione di una storia d’amore. E quindi, alla mancanza e qualcosa manca solamente dopo averlo avuto e poi perso; non si sente la mancanza di qualcosa che non si ha mai posseduto o qualcosa che si sa che non si posserà mai.

Come poteva una canzone dedicata alla mancanza di amore essere diventata un inno all’abbondanza, anche spicciola, di amore? [Overlove, Alessandra Minervini]

Nel romanzo, oltre Carmine e Anna, si muovono diversi personaggi accennati come fossero fantasmi destinati a infestare solo lo sfondo della vicenda. Come il padre di Anna, del quale viene descritto il suicidio; come lo scrittore dei manuali di autoaiuto che diventano best seller; come Carla, la madre di Anna, intrappolata davanti alla televisione; come B&B, due montenegrini che vedono nell’Italia la possibilità di riscattarsi.

Il romanzo “Overlove” è riuscito nel difficile intento di fotografare le paure, le ansie, i dubbi della generazione di oggi. Alla fine del romanzo, messi a nudo sotto la lente di ingrandimento della Minervini, né Anna né Carmine sono maturati sono ancora molto indecisi, insicuri, timidi ad ogni passo. Entrambi non hanno ancora compreso appieno cosa vogliono dalla vita. Ma se Anna, forse, con un po’ di coraggio cerca di fare un passo indietro, ciò che trova è una porta chiusa. Per il momento.

E’ a fare quel passo che dovremmo aspirare tutti, anche se siamo sicuri che la porta sia chiusa. Osare, amare e vivere intensamente, fare un passo indietro se necessario e ammettere i propri errori. Overlove. Meglio l’amore piuttosto che la mancanza.

Quando un meccanismo si inceppa, bisogna ripararlo. Ma prima c’è un’operazione da svolgere: comprendere l’entità del danno, per pensare alla soluzione. Quando un meccanismo si inceppa, la prima cosa che bisogna fare è riavviare il programma. Come nel reset, dopo il quale molti dati vanno persi. Non tornano più. Si gioisce per quelli sopravvissuti e, con il passare del tempo, si affievolisce il dispiacere per quelli andati per sempre [Overlove, Alessandra Minervini]

Titolo: Overlove
Autrice: Alessandra Minervini
Editore: LiberAria editore
Perché leggerlo: per i colori della Puglia, per le sue descrizioni, le persone che la abitano. Per riflettere sui sentimenti, sull’amore, sulla mancanza, sugli eccessi.

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AA. VV. | Ombre. Racconti ispirati ai dipinti di Edward Hopper

– Quale pensi che sia la storia? – chiese lei.
– Cosa, la loro? Cosa ti fa credere che ce ne sia una?
– C’è sempre una storia. Dipingere è raccontare. Sai perché si intitola Nighthawks?
– Nel senso di “falchi nella notte”? No, in realtà.
– Be’, che sia notte è ovvio. Ma dài un’occhiata al becco di quello che sta con la donna.
Bosch lo fece. Se ne accorse per la prima volta. Il naso dell’uomo era appuntito e incurvato come quello di un uccello. Un falco nella notte. Ovvero un nottambulo. [Michael Connelly, Nighthawks, trad. L. Briasco, F. Deotto, L. Sacchini]

Una ballerina nuda. Un pierrot triste e una donna dalle gote rosse alle sue spalle. Una ragazza sola in un caffè, con un cappellino. Un uomo che legge il giornale e una donna che, annoiata, pigia un tasto del pianoforte. La vetrina curva del diner più noto d’America, dove un cameriere serve un uomo e una donna che appaiono molto intimi. S’intravede una ragazza ad una finestra. Una ragazza nuda, ad eccezione delle scarpe, guarda fuori dalla finestra. Una giovane donna sola in una stanza attigua ad un cinema affollato. 

Atmosfere cupe, personaggi in costante attesa e nessun volto sorridente. Questi sono gli ingredienti dell’arte di Edward Hopper (1882-1967), uno dei più noti e apprezzati pittori americani del Novecento, acclamati dal pubblico per la sua incredibile capacità di trasmettere l’America – quella che vive nel nostro immaginario – attraverso i suoi quadri; spesso definito come il pittore del silenzio, nelle scene rappresentate da Edward Hopper aleggia un senso di solitudine e di attesa. Hopper disegnava luoghi che non hanno nulla di caratteristico: interni di locali, tavole calde, case, fari, marine, uffici; Hopper riportava su tela scene quoditiane, luoghi raggiungibili da chiunque e soprattutto, senza inventare niente, esaltava la normalità. Osservando i suoi lavori, lo spettatore viene letteralmente catturato e analizzando i personaggi e i paesaggi hopperiani non è difficile che percepisca una storia.

I nottambuli, Edward Hopper (1942) Art Institute of Chicago

I dipinti di Edward Hopper non hanno mai lasciato indifferenti né lettori né scrittori, come Lawrence Block, che ha chiesto ad alcuni autori americani di scegliere un dipinto di Edward Hopper e di scrivere un racconto ad esso ispirato. Il materiale prodotto è stato raccolto da Lawrence Block per andare a comporre l’antologia “Ombre. Dipinti ispirati a Edward Hopper” (trad. L. Briasco, F. Deotto, L. Sacchini, Einaudi, 304 pagine, 18.50 €).

L’antologia è composta da tredici racconti che prendono spunto dal dipinto di Hopper scelto dall’autore. Il racconto inizia con il nome dell’autore, il titolo e una riproduzione del dipinto: quindi, con il quadro in mente, inizia il racconto e il lettore si sente più coinvolto. Si possono immaginare molte storie – partendo da un dipinto come Nighthawks o Sera d’estate – e ancora prima di iniziare a leggere il racconto aleggia la curiosità di scoprire in quale punto dello scritto l’autore sceglierà di descrivere la scena del dipinto; è un po’ come sapere già quale scena succederà, ma senza conoscere i nomi e le azioni dei protagonisti.

I racconti appartengono a generi diversi: prettamente narrativi – “Lo spogliarello“, “La storia di Caroline“, “Soir bleu“, “La donna alla finestra“, “Natura morta 1931“, “Finestre nella notte” e “Autunno, tavola calda” -, noir – “La verità su quanto è successo“, “Nighthawks“, “L’incidente del 10 novembre“, “Il proiezionista” -,  fantastico – “Stanze sul mare” -,  e horrorLa sala della musica“.

La casa aveva altre qualità che Carmen trovava inquietanti. Per esempio il fatto che ogni anno, senza l’intervento di nessuno, guadagnasse una stanza. Se n’erano accorti lo stesso anno che era arrivato Fabius, qualche mese prima che Klaus Ronson si ammalasse di cancro ai polmoni. Calleta non aveva dato peso alla coincidenza. E aveva sempre trovato normale che le stanze comparissero all’improvviso, come sorte dal mare. Il mondo è pieno di fenomeni che sfidano le leggi della fisica, ripeteva, solo che in genere passano inosservati [Nicholas Christopher, Stanze sul mare, trad. L. Briasco, F. Deotto, L. Sacchini]

“Cinema a New York”, Edward Hopper (1939), The Museum of Modern Art, New York

Diversi generi letterari, diversi autori e autrici: la raccolta è eterogenea e alcuni scritti non fanno altro che confermare il genio dello scrittore, altri stupiscono e necessariamente qualcuno delude; confermano i loro genio Stephen King (“La stanza della musica”) e Jeffery Deaver (“L’incidente del 10 novembre”). Avendo letto per la prima volta Lee Child (“La verità su quanto è successo”), Michael Connelly (“Nighthawks”) e Joe R. Landsdale (“Il proiezionista”) mi hanno stupita parecchio.

Tra gli autori che non conoscevo nemmeno di nome, sono rimasta folgorata dai racconti di Jill D. Block (“La storia di Caroline”, l’autrice è la figlia di Lawrence Block, curatore dell’edizione americana), da Nicholas Christopher (“Stanze sul mare”) e da Kris Nelscott (“Natura morta 1931”). Ecco, soprattutto il racconto di Kris Nelscott: ci avrei visto bene un romanzo, uno di quelli da leggere tutto d’un fiato.

A malincuore ammetto che a deludermi è stata l’ultima alla quale avrei pensato, ovvero Joyce Carol Oates: il suo “La donna alla finestra” mi è sembrato isterico, inconcludente e contorto sin dall’inizio.

Un’antologia eterogenea come questa per preziosa principalmente per tre motivi: primo, permette al lettore di scoprire nuovi autori e autrici ed è un modo ambizioso e originale per celebrare un genio dell’arte del Novecento (temevo un po’ l’effetto commerciale, ma per fortuna – quasi- tutti i racconti si sono rivelati all’altezza delle mie aspettative).

Infine, nell’introduzione di Lawrence Block spiega il motivo per cui nel libro c’è la riproduzione di un dipinto in più: i racconti sono tredici, ma avrebbero dovuto essere quattordici. Un autore (o autrice) all’ultimo non ha potuto consegnare il lavoro, ma ormai Block e la sua squadra avevano già acquistato i diritti per riprodurre “Mattina a Cape Cod“, così il curatore, nella prefazione, invita i lettori a mettersi alla prova: quale storia c’è in questa donna vestita di rosso chiaro che si sporge verso la finestra?

Voi che storia ci vedete? Io una la vedo, e chissà se un giorno mi metterò a raccontarvela.

“Mattino a Cape Cod”, Edward Hopper (1950) Smithsonian American Art Museum, Washington

Titolo: Ombre. Racconti ispirati ai dipinti di Edward Hopper
Autori: Megan Abbott, Jill D. Block, Robert O. Butler, Lee Child, Nicholas Christopher, Michael Connelly, Jeffery Deaver, Stephen King, Joe R. Lansdale, Joyce C. Oates, Kris Nelscott, Jonathan Santlofer, Lawence Block
Traduzione: Luca Briasco, Fabio Deotto, Letizia Sacchini
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché è un’antologia di racconti molto belli, appassionanti per chi ama i lavori di Edward Hopper

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György Konrád | Partenza e ritorno

Nel febbraio del 1945 eravamo seduti sulla panca di un carro bestiame fermo, immobile. Non riuscivo a staccarmi dalla porta aperta, dalla quale penetrava il vento tagliente della pianura innevata. Volevo tornare a casa da Budapest per non rimanere ospite, e per farlo mi sobbarcai un viaggio di una settimana a Berettyóújfalu, dove erano stati prelevati i nostri genitori e da dove eravamo riusciti a venir via il giorno prima della deportazione. Se avessimo tardato un solo giorno, saremmo finiti ad Auschwitz. Mia sorella aveva quattorci anni e forse sarebbe sopravvissuta, ma io ne avevo undici e il dottor Mengele aveva inviato tutti i miei compagni di classe nella camera a gas [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]

L’autore ungherese György Konrád ha solamente undici anni quando le leggi razziali e l’odio contro gli ebrei incominciano a dilagare in Ungheria. La vita prima del 1944 procedeva molto bene nel paese di Berettyóújfalu: con il papà titolare di un negozio di ferramenta (molti altri prodotti) la famiglia si poteva concedere una vita agiata, con tanto di servitù e tata tedesca.

Ma con l’arrivo delle idee di quell’Hitler e con la presa di potere delle Croci uncinate, tutto cambia. Da un giorno all’altro, György perde tutto, a cominciare dai suoi amati genitori; gli adulti della famiglia vengono deportati, così György e sua sorella Eva restano da soli.

La loro immensa fortuna, paradossalmente, è quella di essere rimasti senza genitori: György e la sorella non possono restare al paese da soli, ma vanno a Budapest ospiti di altri parenti. A Budapest, città molto più grande che Berettyóújfalu, è più facile nascondersi dalle Croci uncinate e quindi è più semplice scampare la deportazione in Polonia, o Germania, o Austria.

Partii dal presupposto che la legge che mi dichiarava oggetto da annientare non poteva che essere illegale, perché io ero innocente. Vedevo piccoli mascalzoni uccidere nel nome del nostro Paese, della nostra nazione, con la facilità con cui si spara a una lepre o si prende una mosca. Nacque l’odio estremo che voleva solo le nostre vite e, se non c’era altro modo, era disposto a spararci e farci cadere nel Danubio, affinché l’acqua ci trascinasse via [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]

György ed Eva, assieme ad altri due minori, partono dal loro paesino, abbandonano la loro casa, lasciano alle spalle le loro vite e con esse la speranza di veder tornare mamma e papà. Di nuovo la fortuna è dalla parte dei bambini: fuggono a Budapest esattamente un giorno prima che le Croci uncinate rastrellino tutti gli ebrei di Berettyóújfalu per condurli ad Auschwitz. György sa cosa accade ai bambini ad Auschwitz, sa che quello è il luogo dell’orrore: nella sua famiglia molti hanno subito quella grama sorte.

Vera era stata uccisa con il gas e bruciata. Non sapevo che dei duecento bambini ebrei eravamo vivi solo noi quattro che avevamo lasciato il villaggio (…) Gli altri perirono tutti. [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]

Un’antica cartolina di Berettyóújfalu (fonte: web)

Ma a Budapest la vita è tutt’altro che facile: benché sotto la protezione svizzera, i nazisti appena possono scaricano proiettili contro gli ebrei, per poi gettarli – vivi o morti, non importa – nel Danubio. A Budapest György patisce la fame, capisce cos’è l’odio e quanti danni può fare, vive di ricordi del passato e sogna di poter tornare al suo paese e di incontrare di nuovo i suoi genitori.

Quando arrivano i sovietici è una festa in Ungheria, anche se il popolo ungherese non sa quali idee abbiano in serbo per loro i russi (una storia tanto amara che oggi in Ungheria è reato fare l’apologia dei simboli sia nazisti che comunisti). I nazisti iniziano la ritirata e György, dopo un anno da rifiugiato, ritorna a casa. Ciò che trova lo sconvolge, ma continua a sognare di riabbracciare mamma e papà mentre le persone di ritorno dai campi di concentramento – gente che ha perso tutto – colpevolizza il bambino di essere sopravvissuto.

Essendo un sopravvissuto devo la massima gratitudine alla provvidenza e non vorrei attribuire la mia salvezza al puro caso. La mia sopravvivenza però è anche motivo del mio rancore nei confronti dell’illusiorio dono della provvidenza, perché ha voluto che io vivessi e non ha pensato alla salvezza degli altri bambini che non erano più colpevoli di me (…) Al posto dell’infanzia è rimasto un vuoto, una storia mai trattata in profondità o forse non trattabile [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]

Partenza e ritorno” di György Konrád è il romanzo che ripercorre la vita dell’autore, con particolare gli anni dal 1944 al 1950. Scritto molto bene, in prima persona, è un testo scorrevole e decisamente istruttivo. Nel romanzo si ritrova quel periodo infelice del Novecento che corrisponde all’ascesa di Hitler al potere: anche in Ungheria vengono emanate le leggi razziali e la libertà al popolo ebraico viene tolta giorno dopo giorno, fino ad arrivare alle deportazioni nei campi di lavoro e concentramento.

Leggere un libro come questo fa necessariamente riflette sul come sia facile seminare odio e far attecchire il germe della cattiveria; Konrád racconta della spietatezza che molti soldati nazisti avevano nei confronti della gente, anche dei bambini, ma non risparmia le descrizioni delle violenze che i sovietici infliggevano alla popolazione locale, soprattutto verso donne.

Attraverso gli occhi di un Konrád bambino si percepisce con più intensità il dolore che ha dovuto provare e le memorie dello scrittore unghere aiutano il lettore a districarsi in una delle più drammatiche pagine di storia del Novecento. Un libro per cercare di non dimenticare le sofferenze patite da un popolo intero, non solo ebraico ma ungherese in generale, un libro per far capire che l’odio sonnecchia sotto le ceneri che un qualsiasi personaggio può tornare ad accendere, generando un fuoco distruttore in grado di cancellare ogni singolo tentativo di rispettare il prossimo e vivere in pace.

Titolo: Partenza e ritorno
L’Autore: György Konrád
Traduzione dall’ungherese: Andrea Rényi
Editore: Keller
Perché leggerlo: per non dimenticare le sofferenze patite da un popolo intero, non solo ebraico ma ungherese in generale, un libro per far capire che l’odio sonnecchia sotto le ceneri che un qualsiasi personaggio può tornare ad accendere

Guillem López | Challenger

Gli astronauti sono a bordo, in attesa. Cosa si aspettano? Quali pensieri navigano nei loro silenzi? Raccomandazioni dell’infanzia impresse nella memoria? C’è spazio per quell’istante sacro, unico, dedicato a un pensiero metafisico, al significato epico dell’esser lanciati fuori da questa sfera che galleggia nel vuoto, così piccola, così triste? (…) La paura assale anche gli esploratori dello spazio che intraprendono un viaggio verso l’ignoto, verso un luogo in cui soltanto pochi uomini e donne sono stati. Ma la loro non è una paura comune e mortale, è la vertigine di affacciarsi sull’infinito [Guillem López, Challenger, trad. F. Bianchi]

Cape Canaveral, U.S., 28 gennaio 1986. Mancano pochissimi secondi al lancio dello Space Shuttle Challenger e le aspettative di moltissimi americani, giovani e vecchi, sono alle stelle. Dopo diversi ritardi, dovuti a complicazioni tecniche, sembra che tutto sia pronto ed è esattamente alle ore 11.38 a.m. che partono il count down e il lancio vero e proprio.

Settantatré secondi. Trascorrono settantatré secondi dal lancio al momento in cui il Challanger, raggiunti circa tredici chilometri di altezza esplode improvvisamente, collassando su se stesso e scomparendo in una nube bianchissima di fumo. Chi ha assistito alla diretta televisiva o al lancio dalle tribune di Cape Canaveral è sotto choc; c’è chi piange, chi resta senza parole, chi è incredulo.

La cosa più probabile è che sia stata una concatenazione di coincidenze minime a generare un errore nel sistema. Succede anche nella vita, cose piccolissime, inspiegabili, a volte perfino magiche, che scatenano gli eventi più comuni e anche quelli eccezionali. Può sembrare assurdo, ma per ogni cosa esiste un punto di flesso, un luogo in cui l’equilibrio diventa caos e i risultati, le formule, la logica, vanno a farsi friggere; è come lo scarico dell’universo, un vortice che gira e trascina nel vuoto dell’incomprensione qualsiasi ipotesi, qualsiasi regola. Il luogo che ogni scienziato detesta [Guillem López, Challenger, trad. F. Bianchi]

Il romanzo “Challenger” di Guillem López (Eris Edizioni, trad. Francesca Bianchi, ill. Sonny Partipilo, 404 pagine, 20 €) racconta in settantatré brevi episodi la giornata del 28 gennaio 1986, tutti ambientati tra la città di Miami e l’isola di Merritt, dove sorge il complesso di Cape Canaveral.

Il corposo romanzo dello spagnolo López è un universo di personaggi, dove non sono solo esseri umani a raccontare quel giorno, ma hanno voce anche rane di porcellana, insetti disgustosi, tempeste magnetiche, mostri delle fogne. Nel libro López fa vivere e rivivere infinite volte il momento dell’esplosione del Challenger oppure le ore precedenti o quelli successivi, quando i protagonisti – scioccati – si rendono conto della terribile tragedia. L’idea di ripetere infinte volte l’attimo dell’incidente – ogni personaggio si trova in un punto diverso di Miami e sta facendo cose diverse – è un espediente decisamente televisivo: quante volte, dopo una tragedia o un attentato, vediamo trasmesse in televisione, in modo quasi ossessivo, le stesse identiche immagini? Come se dovessimo per forza imprimerle a mente, come dovessimo ricordarle per sempre.

Se all’inizio il romanzo può sembrare un vero rompicapo – complice il fatto che sfugge ad ogni genere letterario -, perché vengono introdotti molti personaggi che appaiono sconnessi l’uno con l’altro, procedendo con la lettura ci si rende conto di quante ricche interconnessioni siano presenti. Si scoprono i rapporti tra un protagonista e l’altro, si rivelano dettagli per comprendere un evento già citato. E quindi si torna indietro, nei capitoli precedenti, si scruta la bellissima mappa che Eris edizioni ha allegato al romanzo, si cerca quella connessione, il filo conduttore per cercare di comprendere il più possibile il senso di quella giornata.

Quello che mi è piaciuto di “Challenger“, oltre all’idea in sé di raccontare il giorno del disastro attraverso settantatré episodi e innumerevoli persone o mostri o cose, è il fatto che all’improvviso – come fulmini a ciel sereno – López incanta chi legge con pensieri e riflessioni tanto profonde quanto preziose. Immagini da sottolineare e rileggere, da riscrivere su un taccuino e aprirlo a caso, in una giornata in cui abbiamo bisogno più del solito di parole; López ha una scrittura attenta ai dettagli ma ancor di più alle emozioni.

Se non vi ho ancora convinti della genialità di questo romanzo, potrebbe farlo il capitolo finale, il #73, quello affidato al Challenger stesso, che è quanto di più bello io abbia letto da qualche anno a questa parte.

Settantatré secondi. Sono successe molte cose, frammenti sparsi, caotici. Cose che sono strettamente legate a questa storia, anche se sono successe in altri posti, in altri momenti. E’ una cosa complicata che dipende, come tutto ciò che è complicato, dalla fede e dall’immaginazione. Cercare il bandolo della matassa in fondo ai cassetti, nelle tasche vuote, nelle conversazioni più insignificanti, nelle battaglie di guerre passate, negli uomini malvagi e nei santi, in Dio e nei suoi testi sacri scritti da apologeti del dolore e della tortura, annusare la terra umida fino a trovare la fossa comune della felicità, della pace, della compassione. Essere uomini nuovi in un mondo nuovo, troppo nuovo, troppo giovane. L’ambizione è il combustibile sacro che mette in moto ogni cosa. Il desiderio di essere migliori, di essere un’immagine divina [Guillem López, Challenger, trad. F. Bianchi]

Titolo: Challenger
L’Autore: Guillem López
Traduzione dallo spagnolo: Francesca Bianchi
Illustrazioni: Sonny Partipilo
Editore: Eris edizioni
Perché leggerlo: perché Guillem López ha creato un universo, un romanzo che sfugge ad ogni definizione ma che conquista ed echeggia nella mente del lettore come le innumerevoli volte che il Challenger è esploso

(© Riproduzione riservata)

Marco Balzano | L’ultimo arrivato

Comunque non è che sono emigrato così, da un giorno all’altro. Non è che un picciriddu piglia e parte in quattro e quattr’otto. Prima mi hanno fatto venire a schifo tutte cose, ho collezionato litigate, digiuni, giornate di nervi impizzati, e solo dopo me ne sono andato via. Era la fine del ’59, avevo nove anni e uno a quell’età preferirebbe sempre il suo paese, anche se è un cesso di paese e niente affatto quello dei balocchi. Ma c’è un limite a tutto e quando la miseria ti sembra un cavallone che ti vuole ingoiare è meglio che fai fagotto e te ne parti, punto e basta [Marco Balzano, L’ultimo arrivato, Sellerio]

Ninetto è un picciriddu che vive a San Cono con il padre Rosario e mamma sua. Sono gli Anni Cinquanta, la miseria e la povertà sono spietate quanto il sole che picchia sulla terra sicura in estate; Ninetto vive a pane e un’acciuga ed è tanto magro e smilzo che lo chiamano Ninetto pelleossa.

Quelli che saltano sui treni diretti a nord sono tanti, perché a San Cono e nelle campagne non c’è niente oltre la fame. Ninetto interrompe malvolentieri gli studi prima di conseguire la quinta elementare perché lui sognava di diventare poeta come Giovanni Pascoli, il suo preferito. Il maestro Vincenzo è affranto perché Ninetto è un ottimo studente, ma è anche un uomo che sa che in un paese come San Cono di futuro non ce n’è.

Un brutto giorno, quando Ninetto ha solo nove anni, la mamma sua prende un colpo e non resta che confinarla in un ospizio a Catania. Ninetto è convinto che non lascerà mai San Cono, il paese suo, ma il lavoro nel podere di Don Alfio, a coltivare quella terra sassosa e sterile, è troppo duro per un bambino e Giuvà gli propone di andare a Milano con lui. Rosario, il padre, è felice che Ninetto vada a Milano perché lassù al nord ci sarà futuro per lui.

Una volta giunto a Milano, dopo aver attraversato l’Italia intera, per Ninetto è un’altra delusione. Non si aspettava una città così grigia, nebbiosa, scialba, dove le persone corrono e non si salutano nemmeno se per sbaglio si sfiorano. Non pensava che sarebbe finito a vivere in un alveare assieme ad altri emigrati, non immaginava che i milanesi lo avrebbero per sempre etichettato come napulì, benché lui a Napoli non ci fosse nemmeno mai stato.

La casa dell’alveare è un’altra storia per cui servono poche parole. Non perché era brutta, ma perché era una desolazione colossale (…) Dalla finestra però si vedeva solo l’alveare dei veneti e la ciminiera che non smetteva mai di sbuffare. Nemmeno uno spicchio di cielo [Marco Balzano, L’ultimo arrivato, Sellerio]

Mario Sironi “Paesaggio urbano” (1940/41), Pinacoteca di Brera

L’ultimo arrivato” di Marco Balzano (Sellerio editore, 205 pagine, 15 euro) è un romanzo scritto in prima persona che abbraccia la storia d’Italia, dagli Anni Cinquanta ai primi del Duemila. E’ il Ninetto di oggi che si racconta la sua storia, ripercorrendo le tappe più importanti ed evitando di parlarsi del periodo più difficile della sua vita.

Marco Balzano sceglie di narrare la storia di Ninetto utilizzando spesso parole in dialetto e gergali, dimenticando apposta qualche congiuntivo perché Ninetto ha studiato poco anche se, grazie ad un sindacalista della fabbrica dove ha lavorato tanti anni, è riuscito a seguire le scuole serali e conseguire il diploma di media inferiore.

Il romanzo di Balzano apre una serie di importanti questioni sulle quali siamo chiamati a riflettere. L’abbandono del paese natio, che per quando cesso possa essere, è sempre il proprio paese d’origine, al quale – bene o male – si resterà legati per tutta la vita. L’emigrazione minorile degli Anni Cinquanta e primi Anni Sessanta, dove moltissimi minori (bambini di nove o dieci anni) partivano senza genitori verso il nord Italia, al massimo accompagnati da parenti. Quindi, in conseguenza, il lavoro minorile: Ninetto lavora inizialmente per una milanese che gli fa fare turni massacranti, senza pensare che è solo un bambino e quelle fatiche non è in grado di sopportarle. Poi, trova lavoro all’Alfa Romeo e per trentadue anni ogni giorno in fabbrica è sempre uguale, alienante, massacrante.

La forte diffidenza che avevano gli abitanti del nord nei confronti di quelli del sud, tanto da etichettarli come “napulì” o “terroni”, termini che generalizzavano lo schifo che avevano i milanesi verso queste persone. Il fatto stesso di confinare non solo i meridionali ma anche i veneti o gli emiliani in case popolari orrende (l’alveare), cubi di cemento o cartongesso squallidi, spesso con i bagni in comune, era il segno che i milanesi queste persone non le volevano tra loro.

Mario Sironi “Periferia” 1922

Ne “L’ultimo arrivato” di Marco Balzano, come ricorda nella postfazione, Ninetto è un personaggio inventato ma le vicende che vengono narrate non lo sono dato che l’Autore ha intervistato moltissime persone di origini meridionali emigrate nel triangolo industriale Torino-Genova-Milano nel Dopoguerra. E’ quindi un romanzo utile per capire una parte della nostra storia che dovrebbe insegnarci qualcosa mentre sembra che, se ieri i discriminati erano i “napulì”, oggi sono i migranti stranieri.

Forse, la storia non è così semplice da imparare e molto spesso non sono altro che parole al vento; quel che resta è l’ignoranza nel discriminare il prossimo, di relegarlo ai margini, perché sembra sempre essere questo il destino dell’ultimo arrivato.

Quando gironzolo devo avere l’espressione di un cacciatore di pepite perché mi vado a infognare in certi vicoli e angoli che non si trovano facilmente e che forse solo per me significano qualcosa. Strade inutili e anonime, come lo erano ai miei tempi. E come forse sono sempre state. C’è chi nasce strada principale e chi strada senza uscita. La legge di chi è povero cristo e chi no vale per l’universo intero, mica solo per gli uomini [Marco Balzano, L’ultimo arrivato, Sellerio]

Titolo: L’ultimo arrivato
L’Autore: Marco Balzano
Editore: Sellerio
Perché leggerlo: perché è un romanzo che insegna chi era discriminato ieri e chi è discriminato oggi; chi veniva relegato ai margini e chi viene relegato oggi; quando è stata dura la vita di molte persone che hanno trascorso l’esistenza a lavorare senza mai vivere veramente.

(© Riproduzione riservata)

José Eduardo Agualusa | La regina Ginga

Abbandonai Pernambuco su una nave negriera, la Boa Esperança, diretta a São Salvador, la città africana, che prima di chiamava Ambasse, capitale del Regno del Congo, per unirmi ai fratelli gesuiti in una scuola che questi avevano fondato pochi anni prima. Conoscevo del mondo solo quello che avevo letto sui libri e, all’improvviso, mi trovavo lì, in quell’Africa remota, circondato dalla cupidigia e dell’infinita crudeltà degli uomini. Arrivai in un momento d’insidie e inquietudine, con il regno diviso, alcune fazioni contro e altre a favore dei portoghesi; alcune schierate contro la Chiesa e contro i preti (…) altre che propendevano per la rapida cristianizzazione di tutto il regno (…) in verità fuggivo dalla chiesa – ma a quell’epoca ancora non lo sapevo, o se anche lo sapevo non osavo affrontare i miei dubbi più intimi. Per il resto della mia vita, già così lunga e caotica, non feci altro che fuggire dalla Chiesa. [José Eduardo Agualusa, La regina Ginga, trad. G. Bertoneri]

Regno del Dongo e del Matamba, Africa sud orientale, 1620. Padre Francisco José da Santa Cruz, giovane religioso di origini brasiliane, sbarca in Africa nel cuore del Regno del Congo. Il suo compito è quello di professare la fede cristiana convertendo i pagani adoratori di falsi idoli; Padre Francisco giunge in quelle terre selvagge in un momento di grande incertezza: guerre intestine dilaniano i piccoli regni, mentre i portoghesi, appoggiati dalla Chiesa, vorrebbero unire i selvaggi e soggiogarli per sfruttare le preziose risorse.

La regina Ginga riceve alla sua corte Padre Francisco e, con grande lungimiranza, capisce che il religioso brasiliano può essere un perfetto segretario per aiutarla a colloquiare e ad interagire con i portoghesi e i loro alleati spagnoli; Padre Francisco, che fino a quel momento aveva vissuto in una realtà molto ovattata e scandita da regole precise, si trova in un luogo selvaggio quasi privo di regole e soprattutto capisce di essere in un posto dove “il Dio dei cristiani è molto lontano” come sostiene Domingo Vaz, il suo interprete.

I dubbi che attanagliano Padre Francisco in merito alla sua fede religiosa sono molti e vedendo la moglie più giovane di Domingo Vaz, la bellissima Muxima, Padre Francisco capisce il senso del Paradiso e dell’Inferno.

Mi costava ancora di più assumere il ruolo del traditore. Avevo tradito i miei, sebbebe non li avessi mai sentiti come miei, se non per il fatto che con loro condividevo la lingua e la fede in Nostro Signore Gesù Cristo. La vita è un labirinto di scelte, mi diceva mio padre da bambini, Dio diede all’uomo il libero arbitrio. L’uomo sceglie se andare all’Inferno o in Paradiso. Avevo fatto una scelta. Il Paradiso aveva smesso di essere per me qualcosa di astratto e remoto. L’Inferno pure. Il Paradiso era lei e l’aria che lei respirava, e l’Inferno la sua assenza. Tutt’intorno c’erano solo demoni [José Eduardo Agualusa, La regina Ginga, trad. G. Bertoneri]

Francisco si allontana sempre di più dalla fede cristiana, rifuggirà Dio per tutta la sua lunga vita; si innamora di Muxima e Domingo Vaz, con una naturalezza quasi scandalosa, gliela cede con felicità. Ma i religiosi portoghesi, benché molto lontani dalle terre dove risiede Francisco, scoprono la passione per la ragazza mora lo condannano. L’Africa orientale è sconvolta dalle guerre: terribili massacri si profilano davanti agli occhi di uno scioccato Francisco; i portoghesi combattono senza sosta contro gli africani per il controllo delle terre e dei popoli. Hanno bisogno dei loro metalli preziosi e degli schiavi da inviare in Brasile per lavorare crudelmente nelle piantagioni e negli zuccherifici.

La storia d’amore tra Francisco e Muxima s’interrompe brutalmente durante la fuga che segue la presa dei portoghesi della porzione di regno controllato da Ginga e dai suoi. Per molto tempo Francisco non riuscirà più a vederla, perché verrà portata a servire la corte di una nobildonna di Luanda. Francisco trascorre molti anni in attesa di poter riabbracciare Muxima, nel frattempo viene inviato in Brasile perché Ginga vuole stipulare un’alleanza con i fiamminghi, avversari degli spagnoli e quindi dei portoghesi.

E’ un’epoca di grandi inquietudini, di tradimenti, di sotterfugi, di crudeltà e torture, di pirati che non hanno bandiera e lottano per chi paga di più; muore improvvisamente il re del Portogallo, finisce l’allenza con la Spagna e gli olandesi ne approfittano per occupare i regni angolani e conquistare Luanda. Ma non sarà per sempre e Francisco, se vorrà riabbracciare Muxima e incontrare finalmente il suo adorato figlio Cristóvão, dovrà sopportare ancora molti sacrifici e prendere la decisione finale quando i portoghesi, nuovamente riorganizzati e militarmente forti, torneranno in Angola e – Francisco non può saperlo – continueranno a soggiogare lo Stato africano per altri trecento lunghissimi anni.

Nasciamo, cresciamo, diventiamo adulti e poi vecchi. Nel corso della vita non abitiamo un solo corpo bensì vari, uno diverso in ogni istante. Questa catena di corpi che si succedono uno dopo l’altro, e ai quali corrispondono anche differenti pensieri, differenti modi di essere e di stare al mondo, potremmo chiamarlo universo – ma insistiamo nel chiamarlo individuo. Grosso errore. Si veda il mio caso: io che da giovane sono stato prete e devoto mi ritrovo oggi, vicino a morire, non solo lontano da Cristo, ma da qualsiasi Dio, poiché tutte le religioni mi sembrano altrettanto dannose, responsabili del molto odio e delle molte guerre nell’umanità si distrugge [José Eduardo Agualusa, La regina Ginga, trad. G. Bertoneri]

La regina Ginga in un’illustrazione dell’epoca (fonte: Wikipedia, immagine di dominio pubblico)

Il narratore del romanzo “La regina Ginga” di José Eduardo Agualusa (trad. G. Bertoneri, Edizioni Lindau, 221 pagine, 17 €) è Francisco ormai ottantenne libraio ad Amsterdam assieme all’amato figlio Cristóvão, col quale condivide tutto. La narrazione in prima persona è una scelta che in generale coinvolge sempre il lettore, giacché si riesce ad entrare nei pensieri più intimi del personaggio che ci accompagna nella storia; in questo caso specifico, però, c’è qualcosa di più che un coinvolgimento legato alla scelta della prima persona singola per la narrazione: qui si manifesta la grande bravura di Agualusa come narratore perché, date le ricerche immense che l’autore angolano ha fatto, a chi legge pare davvero di ascoltare le originali memorie di un sacerdote brasiliano del Seicento.

La regina Ginga” è un romanzo storico dove si susseguono in modo particolare le vicende legate alla colonizzazione dei paesi africani da parte degli europei, i tentativi della Chiesa di convertire i pagani che adoravano falsi idoli e lo sconto tra culture totalmente diverse. All’interno di questi grandi temi se ne innestano altri: la schivitù, vissuta come la normalità, quindi la tratta degli schiavi che dalle colonie africane venivano trasportati nelle Americhe come manovalanza nelle piantagioni e negli zuccherifici; la perdita della fede e la notevole potenza della Chiesa cattolica, che sempre presente nonostante le distante, scopre il peccato di Francisco e non solo lo scomunica ma addirittura lo processa e ne brucia un’immagine a Lisbona, facendolo a tutti gli effetti morire; infine, le alleanze tra gli Stati europei, le lotte tra di essi e la pirateria che stava questa volta con i portoghesi, quest’altra con i fiamminghi.

Il romanzo di Agualusa è completo, ricco, documentato e a tratti molto forte (le torture descritte nel quinto capitolo sono dure da digerire, ma l’Autore nella nota finale scrive che ha scelto di raccontare le meno impressionanti); un romanzo come questo necessita notevole concentrazione da parte del lettore, la sua lettura richiede una certa predisposizione per le vicissitudini storiche ma fornisce dei dettagli utili per capire molte cose di oggi: alla fine del romanzo, i portoghesi riescono a riconquistare i territori dell’attuale Angola, probabilmente nel corso del tempo ne perderanno dei pezzetti, ma la domineranno fino al 1975, l’indomani della Rivoluzione dei garofani.

Per capire ciò che accade oggi, in alcuni Paesi africani e per capire l’instabilità che regna oggi nel mondo, romanzi come questo possono essere molto utili: ad una prima lettura possono sembrare le avventure di un (ex) prete brasiliano nel regno di Ginga, ma per me ha rappresentato molto di più; questa corposa lettura ha aggiunto un piccolo tassello nella mia personale scoperta del Portogallo e delle sue antiche colonie e mi sono innamorata della scrittura di José Eduardo Agualusa, del quale, certamente, leggerò ancora altre fatiche.

Forse è stato uno sbaglio pensare che la natura, nei confronti di noi bianchi, degli occidentali, non sarebbe stata più matrigna che con i portoghesi e i levantini. La verità è che i portoghesi sono sempre stati più africani che europei [José Eduardo Agualusa, La regina Ginga, trad. G. Bertoneri]

Titolo: La regina Ginga
L’Autore: José Eduardo Agualusa
Traduzione dal portoghese: Gaia Bertoneri
Editore: Edizioni Lindau
Perché leggerlo: perché è un romanzo storico molto documentato, perché offre numerosi spunti per la riflessione su temi che, tuttavia, sono molto attuali

Paolo Cognetti | Le otto montagne

Il paese di Grana si trovava nella diramazione di una di quelle valli, ignorata da chi passava di lì come una possibilità irrilevante, chiusa in alto da creste grigio ferro e in basso da una rupe che ne ostacolava l’accesso (…) Una strada sterrata si staccava dalla regionale e saliva ripida, a tornanti, fino ai piedi della torre; poi superandola si addolciva, voltava sul fianco della montagna ed entrava nel vallone a mezza costa, proseguendo in falsopiano. Era luglio quando la imboccammo, nel 1984. Nei prati stavano falciando il fieno. Il vallone era più ampio di come sembrava da sotto, tutto boschi sul lato in ombra e terrazzamenti al sole: giù in basso, tra le macchie di arbusti, scorreva un torrente che ogni tanto intravedevo luccicare, e quella fu la prima cosa di Grana a piacermi. Leggevo romanzi d’avventura all’epoca. Era stato Mark Twain a trascinarmi all’amore per i fiumi [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Pietro ha una decina di anni e una grande voglia di vivere tante avventure. I genitori di Pietro sono da sempre innamorati delle montagne: le Dolomiti prima, dove si sono conosciuti e sposati, e le montagne del massiccio del Monte Rosa poi. Nei primi anni Settanta si sono trasferiti dalle montagne venete a Milano per lavoro. Giovanni, il padre di Pietro, lavora in una grande azienda chimica e soffre in città, tanto da decidere di spendere i risparmi per affittare una casetta in montagna.

E’ la mamma di Pietro a scoprire il paesino di Grana, un abitato costituito da poche anime e tante baite ormai in rovina, un luogo per nulla frequentato dai turisti; tutti e tre se ne innamorano subito e da quel momento in poi ogni estate li vedrà a Grana. La mamma esplora i boschi e s’incanta di fronte ai colori dei rododendri selvatici, il papà sale in alta quota in montagna, sfida i ghiacciai e i Quattromila, scrive pensieri entusiasti dei diari di vetta. Pietro incontra Bruno, un ragazzino circa della sua età, l’unico di Grana.

C’era un ragazzino che pascolava le mucche nei prati lungo la riva (…) Portava sempre con sé un bastone giallo, di plastica, dal manico ricurvo, con cui spronava le mucche su un fianco per spingerle giù verso l’erba alta [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Da un laconico dialogo, grazie all’intervento della mamma durante la prima merenda con latte e biscotti, nasce una grande amicizia: Pietro e Bruno iniziano a frequentarsi e a vivere mille cose assieme, come le esplorazioni delle vecchie baite abbandonate, le gite al fiume, le escursioni in montagna con Giovanni. Il momento di lasciare Grana e tornare a Milano è sempre difficile, ma si sopporta il distacco pensando al ritorno.

Così adesso conoscevo anch’io la nostalgia della montagna (…) Anch’io adesso potevo incantarmi alla comparsa della Grigna in fondo ad un viale. Rileggevo le pagine della guida del Cai come fosse un diario, imbevendomi della loro prosa d’altri tempi (…) i giorni di Grana mi sembravano così lontani da chiedermi se fossero esistiti davvero (…) la primavera tornava perfino a Milano e la nostalgia si trasformava in attesa che arrivasse il momento di tornare su [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Pietro torna a Grana e Bruno è sempre lassù ad attenderlo. Trascorrono gli anni e sembra che nulla possa mutare in questa sorta di trasumanza estiva da Milano a Grana; invece, le cose cambiano, perché sia Bruno che Pietro crescono. Pietro e Giovanni si allontanano, un figlio adolescente spesso fatica a capire un genitore e Pietro non capisce perché Bruno non voglia scendere in città a studiare o a cercare un lavoro che dia più certezze economiche.

Pietro si mostra sempre introverso, solitario, timido: studia cinema, cambia diverse città, vola persino in Himalaya per girare documentari e realizzare reportage. Bruno non abbandona Grana, è un giovane pieno di iniziativa ed entusiasmo, il lavoro duro non lo spaventa, vuole creare un’azienda agricola nell’alpeggio dello zio ma si mantiene facendo il muratore con il padre.

Non possono essere più diversi, Pietro alla costante ricerca di sé, girovago che non sa esattamente cosa vuole e dove vuole stare, e Bruno che accetta il suo destino quasi segnato di non doversi allontanare dalle montagne per nessun motivo. Ma se Pietro per qualche tempo si allontana da Grana – e quindi da Bruno – sarà Giovanni, indirettamente a riavvicinarli grazie all’eredità che lascerà al figlio.

Lago Dres in autunno, Ceresole Reale, Parco Nazionale del Gran Paradiso (foto: Claudia)

Le otto montagne” di Paolo Cognetti (Einaudi, 199 pagine, 18.50 €) è un libro semplicemente bellissimo. Semplicemente perché sentimenti, paesaggi, personaggi, situazioni sono descritti con una tale delicatezza che arrivano dritti al cuore di chi legge. Il romanzo è suddiviso in tre parti – Montagna d’infanzia, La casa della riconciliazione e Inverno di un amico – e abbraccia circa trent’anni di vita.

Vengono indagati i sentimenti e i rapporti tra i tre protagonisti: l’amicizia di Bruno e Pietro, le incomprensioni tra Pietro e Giovanni, la stima reciproca tra Bruno e Giovanni, che gli farà quasi da padre dato che quello di Bruno non è una bella persona; sullo sfondo, sempre, le splendide montagne del Massiccio del Monte Rosa, magistralmente descritte dalla sensibilità di Cognetti.

Oltre alla storia, sono proprio le descrizioni della montagna ad avermi conquistata: da esse si legge tra le righe quando l’Autore conosca e ami profondamente quegli ambienti.

Il vallone di Grana a metà novembre era bruciato dalla siccità e dal gelo. Aveva il colore dell’ocra, della sabbia, della terracotta, come se nei pascoli un incendio fosse già passato e spento. Nei boschi divampava ancora: sui fianchi della montagna le fiamme d’oro e di bronzo dei larici illuminavano il verde cupo degli abeti, e ad alzare gli occhi al cielo scaldavano l’anima. Giù in paese invece regnava l’ombra. Il sole non arrivava nel fondo del vallone e la terra era dura sotto i piedi, coperta qua e là da una crosta di brina [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Per apprezzare qualcosa a volte dobbiamo rischiare di perderla. Solo così possiamo capire quando per noi è davvero importante e quando potrebbe mancarci se dovesse scomparire. La leggenda tibetana delle otto montagne non ve la racconto: è struggente, ve lo garantisco, e il finale del romanzo fa commuovere.

Nei silenzi della montagna i nostri pensieri riecheggiano più facilmente: dopo la conquista dell’agognata cima sentiamo noi stessi, tra i battiti convulsi del nostro cuore, e abbiamo una sensazione da tradurre a parole e da imprimere sul logoro diario di vetta.

Titolo: Le otto montagne
L’Autore: Paolo Cognetti
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché è un libro scritto bene, emozionante e struggente. Per chi ama la montagna, per chi ha perso qualcosa che ora non più avere, per chi pensa che più ci si sale verso le vette e più sia facile ascoltare i nostri pensieri

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