Martin Pollack | Paesaggi contaminati. Per una nuova mappa della memoria in Europa

Come vivono le persone, come viviamo con quello che sappiamo, come ci regoliamo, come lo conciliamo con la nostra quotidianità? Vediamo con gli stessi occhi di prima il paesaggio in cui sono avvenuti i fatti, e in cui continuiamo a vivere, o dover vivere, perché lì siamo a casa, lì abbiamo le nostre case, i nostri campi? O esperienze simili causano un cambiamento nelle persone? E non solo nelle persone (…) Una volta che sappiamo cosa è successo in un posto, lo percepiamo diversamente [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

Avete mai pensato a che cosa possa nascondersi dietro l’immagine da cartolina di un paesaggio? State osservando una radura circondata da pioppi, state passeggiando un altopiano di origine carsica, disseminato da doline, oppure state costeggiando il corso di un importante fiume: avete mai immaginato che il bucolico paesaggio che state fotografando sia poco ameno e molto infetto?

Nel reportage “Paesaggi contaminati. Per una nuova mappa della memoria in Europa“, tradotto da M. Maggioni per Keller editore, lo scrittore e slavista Martin Pollack pone l’accento proprio su questo punto: quanti dei bei paesaggi europei – che siano campagne, rive fluviali, montagne o grotte – nascondono un oscuro segreto?

Pollack viaggia attraverso l’Europa dell’Est per catalogare questi luoghi e capire come si possa vivere oggi conoscendo uno o più dolorosi fatti avvenuti in quel punto preciso. Si chiede, nel corso del suo reportage, quanto un massacro, una battaglia, una lotta o una serie di esecuzioni abbiano modellato il paesaggio e la percezione che noi, conoscendo le vicende, abbiamo di quel luogo.

I cimiteri di guerra e i monumenti sono oggi attrazioni per turisti, punti di incontro per veterani e politici, che, accompagnati dai suoni delle cappelle militari, depongono fiori e corone e tengono discorsi ampollosi [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

Se è vero che i cimiteri di guerra, gli altari ai militi ignoti, i luoghi degli eccidi oggi hanno una lapide che informa il visitatore, o addirittura ci sono pannelli esplicativi e visite turistiche guidate, Pollack è interessato alle tragedie che, frettolosamente, sono state nascoste, sepolte assieme alle vittime e per lungo tempo taciute, spesso con la complicità dei governi.

Ma non sempre si tiene alta la memoria dei morti. Non sempre e non ovunque vengono introdotti nel paesaggio monumenti commemorativi in loro onore (…) Almeno altrettanto spesso accade che i morti vengano sotterrati frettolosamente in prati e campi, in boschi isolati, nella natura selvaggia (…) [Queste persone] Devono essere cancellate per sempre. Vengono affidate all’oblio, al silenzio eterno. Che nessuno si ricordi di loro. Nessuno deve commemorarle. [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

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Campo fiorito nell’Oblast’ di Odessa, Ucraina (Wikipedia)

Ma perché questi esseri umani devono scomparire senza lasciare traccia, perché nessuno deve commemorarle, alcun parente deve sapere la fine che ha fatto, o semplicemente possa piangere sulla tomba di suo padre, o suo fratello, o suo nonno? Perché certe persone sono scomode, ecco. Sono fastidiose, inutili e potenzialmente pericolose. In un regime, sia esso di destra o di sinistra, è necessario eliminare i dissidenti, coloro che potrebbero aprire gli occhi agli altri e, addirittura, guidare una possibile rivolta.

Largamente sconosciuto all’Ovest è il nome Kurapaty, un bosco di circa 30 ettari alle porte della capitale bielorussa Minsk, dove tra il 1937 e il 1941 membri del Commissariato del popoloper gli Affari Interni sovietico spararono a decine di migliaia di civili nell’ambito di una repressione di massa rivolta contro intellettuali e patrioti bielorussi [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

Pollack spiega che i carnefici hanno sempre lo stesso obiettivo: ingannare e mimetizzare. Tutti gli oppositori o nemici del regime devono sparire e non solo: anche la loro fossa deve sparire, altrimenti sarebbe necessario fornire spiegazioni sul massacro, con l’aggiunta del pericolo che le vittime possano poi trasformarsi in martiri ed essere osannati da chi si ribella al dittatore di turno.

Di Ponary ho già parlato nell’articolo dedicato al libro “Gli ebrei di Vilna” di Grigorij Šur, che vi invito a leggere. Nei boschi attorno a Ponary, in Lituania, pochi chilometri dalla capitale Vilnius, nel corso di soli tre anni furono uccise per mano nazista circa 100.000 persone: ebrei, rom, filosovietici e intellettuali polacchi e lituani.

Pollack viaggia attraverso la Slovenia alla ricerca delle “grotte maligne“: nella regione slovena del Kočevje sono presenti molte spaccature nel terreno calcareo, sono inghiottitoi e doline, luoghi perfetti per far sparire centinaia di persone. Si stima che in Slovenia siano presenti oltre 600 fosse comuni, ma nessuno lo saprà con precisione perché non si prevede né di avviare una ricerca, né tantomeno di aprire le fosse.

Quando qualche fossa viene aperta per sbaglio, durante dei lavori minerari o dei sondaggi di vario genere, l’orrore torna a galla e di fronte a 427 persone, quelle ritrovate nel cunicolo Barbara, non si può far finta di nulla. Ma chi erano queste vittime, e chi i loro carnefici?

Le vittime erano delle persone comuni, scomode, e i carnefici i partigiani comunisti di Tito. Uomini, donne e bambini giacciono nel buio delle profondità carsiche, uccisi con un colpo d’arma da fuoco, o morte per i colpi dovuti alla caduta (per risparmiare pallottole, veniva ucciso un uomo e il secondo era legato a lui con del fil di ferro, gettato quindi vivo nella dolina), o ancora uccisi con la testa sfondata dai colpi di piede di porco o martello.

Ora che abbiamo conosciuto vittime e carnefici, Pollack fa riflettere su chi oggi vive nei paesaggi contaminati. Come si può vivere pensando che, nel bosco dietro casa o nel proprio campo, una mano malvagia ha tolto la vita a decine di persone? Come vivono gli abitanti di Oświęcim, il cui nome non si slegherà mai da quello di Auschwitz?

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Škocjan Cave, Slovenia (fonte: Wikipedia)

[L’Ucraina] Il Paese intero è avvelenato con tutti i cadaveri che non hanno mai trovato una sepoltura decorosa, perché non c’era più nessuno che li seppellisse e che recitasse il Kaddish per loro. [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

E che cosa possiamo fare noi affinché questi morti non lo siano invano e soprattutto che vengano ricordati? Se è vero che oggi le località hanno cambiato nome, le tombe sono ben celate in un paesaggio ormai contaminato, se è vero che la Storia la scrive sempre chi vince, noi possiamo ugualmente fare qualcosa per i disgraziati nascosti.

È quello che dovrebbe fare anche la nostra mappa, rendere l’invisibile visibile e tangibile. Le mappe non mostrano soltanto dove si trova qualcosa, a quale longitudine e latitudine, a che distanza rispetto ad un altro luogo, ma raccontano anche delle storie. Anche dolorose [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

Dobbiamo creare una mappa, una mappa che renda visibile ciò che non lo è e che mostri cosa realmente si cela dietro un bucolico campo di girasoli. Abbiamo il dovere di ricordare, di raccontare le storie di questi sconosciuti, di portare rispetto per chi, innocente, ha sofferto di una morte violenta. E abbiamo il dovere di viaggiare per l’Europa con la consapevolezza che il meraviglioso bosco lettone o la splendida foresta polacca o ancora lo struggente altopiano carsico sloveno al tramonto possono essere paesaggi contaminati.

Titolo: Paesaggi contaminati. Per una nuova mappa della memoria in Europa
L’Autore: Martin Pollack
Traduzione dal tedesco: Melissa Maggioni
Editore: Keller editore
Perché leggerlo: perché siamo cittadini europei e abbiamo il dovere di conoscere a fondo la nostra recente Storia

(© Riproduzione riservata)

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Marco Balzano | Resto qui

D’estate scendo a fare due passi e costeggio il lago artificiale (…) Nel giro di pochi anni, il campanile che svetta sull’acqua morta è diventato un’attrazione turistica. I villeggianti ci passano all’inizio stupiti e dopo distratti (…) Come se sotto l’acqua non ci fossero le radici dei vecchi larici, le fondamenta delle nostre case, la piazza dove ci radunavamo. Come se la storia non fosse esistita [Resto qui, Marco Balzano]

L’iconico campanile che si eleva dalle acque del lago di Resia è una delle attrazioni turistiche più struggenti dell’Alto Adige. A vederlo è bellissimo: si tratta di una torre campanaria trecentesca, che in inverno può essere raggiunta a piedi se il lago gela, circondata dalle alte Alpi Venoste.

Ma un luogo, all’apparenza romantico, può nascondere una storia ben più dolorosa: le vicende legate al lago di Resia e degli abitanti della Val Venosta, sono narrate nell’eccezionale romanzo “Resto qui” di Marco Balzano (Einaudi).

È Trina che, con tono malinconico ma mai melodrammatico, racconta alla figlia scomparsa in circostanze misteriose la storia della Val Venosta, delle sue genti e delle violenze subite nel corso degli anni, da persone con credo politici e obiettivi diversi, dagli anni Venti agli anni Cinquanta.

All’indomani della Prima Guerra Mondiale, i territori dell’Alto Adige passano dal controllo austriaco a quello italiano. Trina all’epoca è una giovane ragazza che studia per diventare maestra, ma quando nel Sud Tirolo arrivano i fascisti iniziano i primi guai.

Il fascismo sembrava esistere da sempre. Da sempre c’era stato il municipio col podestà e i suoi tirapiedi, da sempre c’era la faccia del duce appesa ai muri, da sempre c’erano i carabinieri che venivano a mettere il naso nei fatti nostri (…) Ci eravamo abituati a non essere più noi stessi (…) [Resto qui, Marco Balzano]

Mussolini vieta di parlare in tedesco nei luoghi pubblici, gli impiegati di madrelingua tedesca vengono licenziati se non si adeguano e sostituiti da impiegati giunti da ogni parte d’Italia; “Vietato parlare in tedesco“, un monito che serpeggia nella valle. Il duce disturba anche i morti: nomi e cognomi teutonici sulle lapidi vengono sostituiti con nomi italiani.

Trina non si arrende: su consiglio di Pa’, sceglie di insegnare nelle scuole tedesche clandestine. Lei adora insegnare il tedesco ai bambini, ma la punizione per chi viene scoperto è il confino. Nel frattempo, mentre sempre più valligiani incominciano a sperare nell’intervento risolutivo di Hitler e si avvicinano all’ideologia nazista, Trina si sposa con Erich.

Sperare in Adolf Hitler era la ribellione più vera. Quella ribellione si faceva palpabile ai tavoli dell’osteria, nei ritrovi clandestini (…) ma svaporava quando soli nelle stalle mungevano le mucche e s’incamminavano verso la fontana a dissetarle. Sonnecchiammo così (…) fino all’estate del ’39, quando i tedeschi di Hitler vennero ad annunciare che, se lo volevamo, potevamo entrare nel Reich e lasciare l’Italia. La chiamarono la “grande opzione” [Resto qui, Marco Balzano]

Erich è un uomo semplice, buono, dedito alle sue bestie e ai suoi pascoli. Un uomo che non si risparmia, che lavora duramente per mantenere la sua famiglia; e soprattutto, Erich ama la sua terra e per nulla al mondo l’abbandonerebbe.

“Allora prendiamo i bambini e andiamocene via”.
“No!” gridava.
“Perché vuoi stare qui se rimarremo senza lavoro, se non potremo più parlare tedesco, se distruggeranno il nostro paese?”
“Perché qui ci sono nato, Trina. Ci sono nati mio padre e mia madre, ci sei nata tu, ci sono nati i miei figli. Se ce ne andremo avranno vinto loro.” [Resto qui, Marco Balzano]

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Lago di Resia (fonte: Wikipedia)

Stretti tra due morse, i fascisti e i nazisti, Trina ed Erich resistono finché la guerra si fa troppo aspra, finché il primogenito si unisce ai nazisti, finché a malincuore i due capiscono che l’unico modo per sopravvivere a quegli anni è darsi alla macchia in montagna.

Fascismo e nazismo sono stati due grossi problemi per la valle, ma ce n’è un altro ben peggiore. Si tratta di una minaccia che torna puntuale, a ondate, uno spettro che aleggia sin dal 1911: il progetto della costruzione di una grande diga che avrebbe unito due laghi e prodotto, da progetto, notevoli quantità di energia elettrica.

I progetti e lavori per la costruzione della diga si sono interrotti, nel corso degli anni, a causa delle due guerre ma arrivati alle soglie degli anni Cinquanta, complice il boom economico e la richiesta di energia, non si può rimandare oltre. E il terzo nemico da combattere, per i valligiani, ha un nome e un obiettivo ben preciso: la Montecatini, che costruirà la diga e sommergerà Curon, con la sua piazza, la chiesa, il municipio e il maso di Erich e Trina.

Ci avessero domandato quel giorno qual era il nostro desiderio più grande, avremmo risposto che era continuare a vivere a Curon, in quel paese senza possibilità da dove i giovani erano scappati e tanti soldati non erano più tornati. Senza voler sapere niente del futuro e senza nessun’altra certezza. Solo restare. [Resto qui, Marco Balzano]

Resto qui” di Marco Balzano è un romanzo che mi è piaciuto così tanto che mi sono ritrovata più volte a tornare indietro e rileggere i capoversi che mi avevano colpita alla prima lettura, oltre a commuovermi in certi passaggi. Suddiviso in tre parti – Gli anni, Fuggire, L’acqua – “Resto qui” è uno di quei libri che contengono due storie: quella della Val Venosta, schiacciata e minacciata dalla Storia, e quella personale di Trina.

Per entrambe, Balzano adotta uno stile all’apparenza semplice, ma ogni parola è ben calibrata, senza sbavature ed eccessi, utilizzando spesso un tono poetico e a tratti lirico, come quando Trina ripensa alla figlia scomparsa, l’ideale uditrice di questa vicenda.

La tua immagine mi sfuggiva (…) Eri come il volo di una farfalla, lento e sbilenco eppure difficile da afferrare [Resto qui, Marco Balzano]

Marco Balzano è riuscito a raccontare una storia difficile, e lo ha fatto regalando ai lettori dei personaggi indimenticabili, sinceri, passionali, perfettamente reali. Balzano ha descritto una valle, la Val Venosta, così fiera e orgogliosa delle sue tradizioni, della sua lingua e della sua cultura; una valle abitata da persone caparbie e combattive, pronte a tutto per difendere i propri masi e campi dall’inondazione.

E soprattutto, Balzano ha dato voce ad un luogo che a prima vista sembra semplicemente una bizzarria, un campanile romanico perfettamente restaurato che emerge dalle cupe acque di un lago alpino, ma che in realtà nasconde storie lunghe e travagliate: quelle di Trina ed Erich, di un angolino di Sud Tirolo, di chi, nonostante i soprusi, guerre e violenze, ha cercato di non arrendersi, ha cercato di resistere.

Fatti, storie, fantasie, ciò che contava era averne fame e tenersele strette per quando la vita si complicava o si faceva spoglia. Credevo che mi potessero salvare, le parole [Resto qui, Marco Balzano]

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Curon Venosta, ricostruita dopo aver sommerso la vecchia Curon (fonte: Wikipedia)

Titolo: Resto qui
L’Autore: Marco Balzano
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché è un romanzo magnifico che racconta della Val Venosta e delle sue genti, perché insegna che dietro ad un luogo all’apparenza fiabesco, possono esserci storie difficili da accettare

(© Riproduzione riservata)

Joseph Roth | Viaggio ai confini dell’impero

Ma su questa terra piatta vaga incessante un vento eternamente uguale che si percepisce appena. Colline, preannuncio dei Carpazi, che diventano azzurre in lontananza. Corvi che volteggiano sopra i boschi. Sono sempre stati di casa, qui. Dalla fine della guerra sono diventati numerosi. Niente fabbriche, niente avvisi pubblicitari, niente fuliggine. Nei mercati si vendono primitive marionette di legno, come in Europa duecento anni fa. Si è fermata qui l’Europa? [Viaggio ai confini dell’impero, Joseph Roth, trad. V. Schweizer]

Galizia. Solo a prunciare questo nome si sente il sapore di terre ricche di mistero e fascino. La Galizia è stata una regione storica che indicativamente si poteva collocare tra la Polonia e l’Ucraina, nel cuore dell’Europa centrale. Il nome completo era: Regno di Galizia e Lodomiria, e fu la più settentrionale delle province dell’Impero Austro-Ungarico; la sua capitale era la città di Leopoli, che si trova oggi in Ucraina, e tra le principali città figura Cracovia, oggi in Polonia.

La Galizia nacque dall’assembramento dei territori presi alla Confederazione polacco-lituana quando fu spartita la Polonia, e la Galizia come entità durò sino alla totale dissoluzione dell’Impero Austro-Ungarico nel 1918.

Lo scrittore e reporter Joseph Roth, nato a Brody nel 1894, compie una serie di viaggi attraverso l’Europa centrale, studiando e analizzando questi territori usando l’occhio critico e il cuore entusiasta poiché la Galizia è stata la tua terra d’origine. Roth si mette in viaggio tra il 1924 e il 1927.

La Galizia si trova in un isolamento trasognato, e tuttavia non è isolata; è confinata, ma non tagliata fuori; ha più cultura di quanto lascino presumere i suoi difettosi canali di scolo; un gran disordine e ancor più stranezza. Molti la conoscono dai tempi della guerra, ma allora camuffava il suo volto. Non era un paese. Era retrovia o fronte. Ma in realtà ha il proprio piacere, le proprie canzoni, la propria gente e un suo peculiare splendore; lo splendore triste degli oltraggiati [Viaggio ai confini dell’impero, Joseph Roth, trad. V. Schweizer]

La linea ferroviaria che univa la Galizia, 1897 (fonte: Wikipedia)

Viaggio ai confini dell’impero” di Joseph Roth (trad. V. Schweizer, Passigli editori) è un libro che raccoglie quindi le testimonianze preziose di un luogo che fu. Roth tratteggia le genti, le città, descrive panorami, luoghi e caratteri peculiari.

(…) sto viaggiando da due settimane attraverso la Polonia – attraverso una terra antica e uno Stato nuovo (…) Sebbene gran parte di questo paese sia stata nostra retrovia e nostro campo di battaglia, sebbene abbiamo vissuto nelle sue città e villaggi e abbiamo amato le sue donne, sebbene abbiamo potuto conoscere o per lo meno sentir parlare i suoi cittadini, i suoi contadini, i suoi ebrei, malgrado tutto ciò, è stata proprio l’idea con la quale la paggior parte di noi è venuta in Polonia ad essere il fondamento dei giudizi raccolti; e quel cassetto dove decenni fa abbiamo inserito luoghi e persone rimane il contenitore anche delle nostre nuove impressioni [Viaggio ai confini dell’impero, Joseph Roth, trad. V. Schweizer]

Riguardo alle persone, Roth si sofferma soprattutto sulle minoranze tedesche della Galizia, sulla presenza degli ebrei, su come si comportano e vivono gli ucraini e i polacchi. Racconta in modo vivido tutto ciò che osserva, con una scrittura scorrevole, a tratti informale, ma sempre apprezzabile.

Joseph Roth con questa serie di reportage di alto valore culturale e storico, trasporta il lettore direttamente nel cuore dell’Europa centrale, in un luogo che formalmente non esiste più, poiché si è trasformato, ma che non può fare a meno di ammaliare coloro che si mettono in viaggio – idealmente o nella realtà – sulle tracce dell’antica e affascinante Galizia.

Cimitero ebraico nell’est dell’Ucraina (fonte: Wikipedia)

Questa è la città dei confini annullati. La propaggine più orientale dell’antico mondo imperial-regio. Dopo Leopoli inizia la Russia, un altro mondo. La molto più occidentale Cracovia è meno austriaca. È rimasta sempre un museo nazionale. Tra Vienna e Leopoli c’è tutt’oggi, come da sempre, un grande scambio culturale. Ma vi si è aggiunta anche Bucarest. Il rivolgimento politico, infatti, ha spostato tutte le città galiziane di qualche miglio verso est. Forse per il bene dell’Oriente… [Viaggio ai confini dell’impero, Joseph Roth, trad. V. Schweizer]

Titolo: Viaggi ai confini dell’impero
L’Autore: Joseph Roth
Traduzione: Vittoria Schweizer
Editore: Passigli editori
Perché leggerlo: per far rivivere l’affascinante Galizia, le sue usanze, le sue genti e la sua immensa cultura

(© Riproduzione riservata)

Federico Pace | Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita

Ma ogni viaggio non porta mai con sé solo una cosa, non ci conduce mai in un solo luogo. Il viaggio ci porta sempre in uno spazio infinito, ci restituisce sempre un ampio spettro di emozioni [Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita, Federico Pace]

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono“. José Saramago, premio Nobel per la Letteratura, conclude con queste frasi il libro sul suo amato Portogallo, e più leggo queste parole, più mi trovo d’accordo con lo scrittore portoghese.

Il viaggio, è vero, non finisce mai e il libro “Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita” di Federico Pace (Einaiudi, 14 €) ne è una bella conferma. Pace incomincia il viaggio raccontando della prima volta che, bambino, si allontanò senza permesso dal paese abruzzese dove si trovava in vacanza con i suoi genitori. Il brivido della scoperta e della marachella lo attraversavano come una scossa elettrica, e proprio mentre veniva recuperato da uno zio, in automobile, Federico Pace si rende conto che da quel momento in poi nulla sarà più come prima.

Ci sono viaggi che spaventano, altri che insegnano, altri ancora sono necessari o di piacere, qualche viaggio è in realtà un ritorno o un percorso volto a ritrovare noi stessi o a cercare migliori condizioni di vita.

Lo stesso cammino. Poi però quel cammino, quello stesso percorso, all’improvviso porta in un posto in cui non pensavamo mai di giungere [Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita, Federico Pace]

L’alba sul Mar Baltico a Pirita, Estonia. E’ uno dei luoghi che mi ha riempito l’anima e mi ha commossa profondamente (foto: Claudia)

Leggere il libro di Federico Pace è compiere realmente un giorno intorno al mondo: seguendo le orme di personaggi più o meno noti, si attraversano oceani, steppe siberiane, deserti, confini; si raggiungono città splendide, come Parigi, Praga o Lisbona; si viaggia sulle isole dell’Irlanda o quelle più lontane della Polinesia francese. Durante un viaggio, soprattutto di ritorno, c’è chi si rende conto di quanto sia cambiato, dal tempo del primo viaggio.

O forse perché siamo cambiati noi stessi o ci cambierà proprio quell’avventatezza che ci ha spinti a tornare fin laggiù [Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita, Federico Pace]

Ma perché un uomo dovrebbe mettersi in viaggio, uscendo dalla propria zona comfort, dalla propria casa o dal proprio ben noto Paese? Come dicevo, i viaggi che compiono i personaggi che rivivono negli scritti di Federico Pace hanno molteplici motivi. Frida Kalho torna a casa per salutare la madre morente; Albert Einstein abbandona l’Europa a causa del nazismo; l’uomo che cadde sulla Terra attraversa la Russia in treno per tornare a Mosca senza prendere l’aereo; Julio Cortazar ritorna a Mendoza perché ha bisogno di sapere com’è cambiata durante la sua assenza.

E c’è chi viaggia per scoprire posti remoti, nuovi, diversi da quello in cui vive. Come Paul Gauguin che si imbarca per Tahiti per vedere quanto è diverso quel mondo dalla sua Francia.

Tutto quel viaggio (…) tutti quei frammenti di mondo, non per rimanere affascinato dall’infinita diversità degli uomini, ma per capire cosa c’è di unico e comune in tutta l’umanità [Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita, Federico Pace]

Un viaggio è talvolta faticoso, a volte sfibrante, spesso si incappa in seccature o si fa fatica a farsi comprendere dalle persone del posto. Un viaggio, però, è anche fonte di sapere, se si parte con gli occhi e il cuore ben aperti. Ci si adatta, perché nessun luogo sarà mai come la nostra confortevole casa; bisogna prepararsi ai disagi e alle difficoltà, ma si viene sempre ripagati e man mano si acquista sempre più sicurezza e autostima.

I viaggi aprono varchi su ciò che stiamo diventando. Certificano la nostra condizione. Ci scuotono dall’incosapevolezza e di quell’andare altrove, nel confrontarci con l’altro, ci obbligano a prendere consapevolezza di ciò che altrimenti cerchiamo di nascondere a noi stessi. Il velo che cela le cose, in viaggio viene strappato senza esitazione. La solitudine, in viaggi come questi, diventa crudele, severa e racconta di noi, delle nostre condizioni, con una sincerità priva di dubbi [Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita, Federico Pace]

A Sofia, in Bulgaria, ho vissuto l’atmosfera dell’Est Europa. E mi è piaciuta così tanto che sogno di tornarci (foto: Claudia)

E un viaggio deve ricominciare, sempre. Saramago, sempre nel suo Viaggio in Portogallo, ricorda che il viaggiatore deve ricominciare il suo viaggio, rimettersi in cammino, rivedere ciò che ha già visto e rivivere le emozioni già vissute. Quando si dice: “Ho visto tutto“, si sa che è una bugia.

Il viaggio deve riprendere sempre, e una guida emotiva come il libro di Federico Pace, è senza dubbio il modo perfetto per rimetterci in cammino.

Titolo: Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita
L’Autore: Federico Pace
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: per ricominciare il viaggio, sempre

(© Riproduzione riservata)

Grigorij Šur | Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944

Il 23 settembre 1943 iniziò l’ultimo atto del terribile dramma. Alle undici e trenta di mattina il ghetto venne strettamente accerchiato da soldati tedeschi armati fino ai denti, muniti di elmetti, di bombe a mano e fucili, proprio in assetto di battaglia. Questa volta i soldati non si limitarono a circondare il ghetto: in ranghi serrati si disposero, a partire dall’ingresso del ghetto, lungo le vie Getmanskaja e Sirotskaja, fino alla diramazione ferroviaria della via Rossa, dove precedentemente venivano caricati sui convogli gli ebrei deportati in Estonia (…) A tutti fu chiaro che era arrivato il loro ultimo giorno [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944” di Grigorij Šur, tradotto da Paola Buscaglione Candela per Giuntina, è una di quelle testimonianze che avrebbero potuto perdersi tra pieghe della Storia, se non fosse stato per Anna Šimajte, una donna conosciuta quasi per caso da Šur, come spesso accade.

Grigorij Šur nasce a Vilna, in Lituania, in una famiglia ebrea nel 1888. Sin da giovane si interessa di politica e giornalismo e capisce subito che non sempre si può manifestare la propria idea; dopo essere stato confinato nella steppa precaspica, nel governatorato di Astrakan, Šur riesce a ritornare a Vilna e a proseguire la carriera giornalistica.

Di nuovo arrestato come dissidente, per un po’ si tiene lontano dalla politica, ma nel 1940 mentre la Lituania è sotto il controllo sovietico, Grigorij Šur dirige un giornale dell’amministrazione ferroviaria. Quando è convinto di poter stare tutto sommato in pace, il vento della Storia prende a soffiargli di nuovo contro.

Nella notte tra il 21 e il 22 giugno 1944 la Germania nazista infrange il patto Molotov-Ribbentrop e invade i Paesi Baltici. Le truppe sovietiche si ritirano e i nazisti prendono il controllo di Estonia, Lettonia e Lituania.

Gli ebrei erano consapevoli che dopo l’occupazione da parte dell’esercito tedesco la loro situazione in quella zona sarebbe stata difficile, ma nessuno avrebbe mai pensato che alla maggior parte di loro non sarebbe stato consentito di rimanere in vita. Sembrava probabile che dopo il primo, turbolento periodo di transizione, tutto sarebbe rientrato nei binari consueti, i pacifici cittadini avrebbero continuato la solita vita, misera forse, difficile, ma comunque sarebbero vissuti [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

Gli ebrei di Vilna sanno che sarebbe iniziato un periodo difficile. I nazisti incominciano emanando leggi antisemite, istituendo coprifuoco e regole assurde, infine creano prima un ghetto, il principale, e poi un secondo. Nel secondo ghetto, liquidato prima del principale, le persone vengono messe in attesa di essere trasferite a Ponary: a piedi o sui treni, quasi sempre con un inganno sottile, gli ebrei vengono portati in questa località a pochi chilometri da Vilna, e qui brutalmente massacrati.

Il 15 settembre [1941], dal ghetto 1 furono condotte via 1200 persone e l’1 ottobre, nella sera del Yom Kippur, altre 2300. Nella notte tra il 3 e il 4 ottobre portarono via dal ghetto 2 2000 persone, il 16 altre 3000 e cinque giorni dopo 13000 (fra cui 60 paralizzati e malati di mente). Così il ghetto 2 cessò di esistere, e a Vilna rimase un solo ghetto. [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

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Targa che ricorda la conformazione dei due ghetti di Vilnius (fonte: Wikipedia)

La famiglia di Šur viene trasferita nel ghetto, mentre Grigorij viene rinchiuso nella fabbrica di pellicce “Kailis”, dove è costretto a lavorare. Ma Grigorij Šur, appena può, scrive.

Scrive tutto ciò che accade agli ebrei, senza edulcorare la realtà, raccontando minuziosamente le crudeltà naziste; confessa la cattiveria dei poliziotti ebrei che vogliono ingraziarsi i tedeschi e non si risparmia nel parlare di cosa succede a Ponary. Scrive appena ha un attimo di tregua, su fogli di recupero, frasi disconnesse, in disordine, casuali. E poi nasconde tutto perché se questi appunti dovessero essere scoperti, per lui e la sua famiglia sarebbe senz’altro la fine.

E la fine arriva. La Germania sta perdendo la guerra, gli Alleati e i sovietici avanzano, così viene autorizzata la liquidazione del ghetto di Vilna: è il 23 settembre 1943.

E così, dopo la liquidazione del ghetto di Vilna, in vita erano rimasti in tutto circa tremila ebrei; nei blocchi della fabbrica di pellicce “Kailis”, nelle officine automobilistiche e in qualche altra impresa. Insomma, la città era “libera da ebrei” (Judenfrei), come “liberi” erano anche i villaggi e molte città di Polonia, Estonia, Lituania, Bielorussia, Ucraina. Nei blocchi e nelle officine automobilistiche si viveva in costante attesa della liquidazione e dell’invio a Ponary (…) oppure nel trasferimento in qualche altra località in Estonia, per esempio, dove si sarebbe stati uccisi più lentamente da lavori sfibranti (se non forse all’improvviso durante il tragitto, in qualche bosco) [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

Grigorij Šur perde la moglie e il figlio Aaron, mentre la figlia Miriam riesce a fuggire in modo alquanto rocambolesco grazie all’amica Anna Šimajte, una donna che Grigorij Šur aveva conosciuto anni prima. Dopo un anno circa dalla liquidazione del ghetto di Vilna, i nazisti spostano gli uomini dalla fabbrica di pellicce al lager di Stutthof. Nei concitati momenti che precludono la fine della Germania nazista, i soldati tedeschi caricano i prigionieri di Stutthof su una chiatta e, portata al largo, la affondano nel Mar Baltico.

Ma forse hanno ragione quanti vivono come se intorno non ci fosse quella situazione da incubo, quanti non vogliono vedere le mura che ci rinchiudono, quasi dimenticando che ci troviamo sul palmo di una mano di acciaio che a ogni momento può chiudersi, schiacciandoci tutti come moscerini [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

Bundesarchiv Bild 183-R99291, Wilna, Frauen mit Juden-Kennzeichen.jpg

Ragazze nel ghetto di Vilna (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0 de)

La testimonianza di Grigorij Šur è preziosa perché è scritta da colui che assiste e osserva il crescendo della follia nazista nei confronti della comunità ebraica di Vilna, e viene raccontata con uno sguardo lucido e oggettivo; ed è fondamentale perché descrive la vita e la morte degli ebrei di Vilna mentre il dramma si compie.

Grigorij Šur non vivrà abbastanza per vedere i suoi preziosi appunti pubblicati; essi vengono salvati da Anna Šimajte, quindi curati dai responsabili del neonato Museo Ebraico di Vilna e stampati sotto forma di libro testimonianza. Il risultato è un libro emotivamente coinvolgente, molto scorrevole e tradotto usando parole semplici ma efficaci, capaci di arrivare a tutti. Perché questa tipologia di libri deve arrivare a tutti, senza lasciare indifferente nessuno.

Oggi, a oltre settant’anni dai fatti narrati, abbiamo ancora bisogno di libri come questo, perché come sottolinea Vladimir Porudominskij nella prefazione al testo, da sempre una comunità ha cercato il nemico all’esterno, mai tra i membri della comunità stessa. 

Avremo sempre bisogno di documenti storici come questo, e non solo per onorare la memoria degli oltre 65.000 ebrei lituani morti nei tre anni di occupazione nazista, ma per mandare a memoria ciò che è stato e cercare, ognuno nel nostro piccolo, di evitare che succeda di nuovo.

Chi avrebbe potuto credere che nel XX secolo, nel cuore dell’Europa, in un paese dai livelli altissimi di civiltà, sarebbe sorta una dottrina della razza e che si sarebbero trovati uomini capaci di mettere in atto tale dottrina compiendo azioni impensabili persino in epoche barbariche? Menzogne, demagogia, violenza brutale, repressione del diverso, crudele eliminazione dei non allineati, una fitta rete di delatori e di agenti segreti, un onnipresente, sanguinario terrore: ecco i fondamenti che hanno permesso al nazismo di corrompere il proprio popolo e i popoli sottomessi e di spingere migliaia di uomini ad eliminare altri uomini, in primo luogo gli ebrei [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

Titolo: Gli ebrei di Vilna. Cronaca dal ghetto 1941-1944
L’Autore: Grigorij Šur
Traduzione dal russo: Paola Buscaglione Candela
Con una nota di: Vladimir Porudominskij
Editore: Giuntina
Perché leggerlo: perché si tratta di una testimonianza preziosa e unica dell’occupazione nazista in Lituania, perché racconta dove può spingersi la follia degli uomini, una follia che non dovrebbe ripetersi mai più

(© Riproduzione riservata)

Jill Eisenstadt | Rockaway Beach

Cara Alex, come stai? In questo momento sto aspettando la telefonata di un tizio che mi ha promesso di trovarmi un lavoro a Fish R Us. Non c’è altro sostanzialmente. La storia di fare il vigile del fuoco è andata a farsi benedire: la lista degli iscritti al test d’ingresso è già lunga sei isolati. Potrei entrare nella guardia costiera, fare lo sbirro o cose del genere ma non so (…) Il fratello di Chowder diventerà insegnante di ginnastica. È strano dover diventare qualcosa, così all’improvviso [Rockaway Beach, Jill Eisenstad, trad. L. Taiuti]

È strano dover diventare qualcosa o scegliere di diventare qualcuno all’improvviso. E quando si ha la sensazione che il periodo più bello della propria vita stia per terminare, oltre che strano è anche angosciante.

Sono gli anni Ottanta, a Rockaway Beach, e la trama non potrebbe essere più classica: ci sono quattro amici, Timmy, Chowder, Peg ed Alex, e ci sono i loro dubbi e paure sul futuro. Le incertezze legate alla loro identità e a quello che vorrebbero fare nella vita, i litigi tra loro e i dissapori tra le proprie famiglie.

Se Peg e Chowder, assieme ad altri, sono quasi di contorno e non si sognano di lasciare il luogo dove hanno sempre vissuto, i veri protagonisti del romanzo – che poi sono quelli che nel corso della vicenda crescono di più – sono Timmy ed Alex.

Timmy lascia la scuola, più per fare un dispetto alla madre bigotta e alla zia suora, e preferisce trascorrere le giornate in spiaggia sulla torre di guardia del corpo dei bagnini, poi vedrà; forse per l’inverno cercherà un lavoro in un supermarket o farà il concorso per diventare vigile del fuoco, o non sa.

Alex vince e accetta una borsa di studio per un college nel New Hampishire ed è la sua partenza il punto di rottura. Timmy ed Alex stavano insieme, si amavano, ma lei sembra sapere cosa vuole, diversamente da Timmy e dagli altri.

Ma al college Alex scopre che l’ambiente è molto diverso da come se l’era immaginato: all’interno della scuola ci sono passaggi obbligati, prove da superare per essere accettati, bisogna avere un ragazzo altrimenti si passa per sfigati. Così Alex conosce Joe, forse ne innamora o forse no, comunque lo porta a conoscere i suoi genitori a Rockaway a Natale. Forse lo porta a casa solo per far ingelosire Timmy, che a Rockaway d’inverno senza Alex si annoia e gli sembra che il tempo non passi mai.

Quando ritorna l’estate e Alex rientra a Rockaway Beach, trova cose diverse e cose uguali. E matura una certezza: che alla fin fine lei si sente fuori posto, in ogni luogo.

Fuori posto a scuola, fuori posto a casa, a corto di argomenti, a corto di fiato, lenta a capire qualsiasi cosa di ogni cosa. Quando si allontana da Peg, che rimane lì con i capelli sul viso, non sa più come sentirsi, solo giovane e un pochino triste [Rockaway Beach, Jill Eisenstad, trad. L. Taiuti]

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Rockaway Beach Boulevard (fonte: Wikipedia)

Rockaway Beach” di Jill Eisenstadt, tradotto da Leonardo Taiuti per Black Coffee edizioni, è un romanzo che arriva dritto dagli anni Ottanta e leggendo lo si capisce molto bene. Quando la Eisenstadt pubblicò “From Rockaway” era il 1987 e lei aveva ventiquattro anni, uscita indenne da poco dall’adolescenza dei primissimi anni Ottanta.

Quello che salta subito agli occhi, è il forte disagio giovanile che vivono i ragazzi. A parte Alex, nessuno di loro sa esattamente cosa vuole dalla vita e mirano unicamente a far passare il tempo, anche se allo stesso tempo hanno paura che passi troppo in fretta e che il miglior periodo della vita scivoli via.

Il romanzo è una serie di instantanee che abbracciano un anno, dal momento in cui i quattro amici escono dal ballo di fine anno – sì, c’è anche Timmy, benché abbia lasciato la scuola – al momento in cui si riuniscono dodici mesi dopo, con Alex completamente cambiata e con Timmy che è in dubbio se la ama ancora oppure no.

Proprio perché è il tempo a dare ritmo alla vicenda – il suo trascorrere inesorabile – “Rockaway Beach” ha una narrazione con velocità altalenante: a tratti scorre rapida, a tratti non procede perché sembra che non succeda assolutamente nulla. In effetti, nelle località marine come Rockaway, in inverno il tempo è davvero infinito.

Tra le feste in spiaggia, gli scherzi pesanti e la vita del college aleggia sempre un’insoddisfazione di fondo. Più i protagonisti provano a raggiungere l’estremo, meno capiscono di loro stessi. E allora entrano nel circolo vizioso di provare qualcosa di ancora più mortale: come gettarsi in acqua tuffandosi da diciotto metri d’altezza.

“Perché hai dovuto farlo?” vuole sapere Alex (…) “Ma per vedere se sarei sopravvissuta, è ovvio”. [Rockaway Beach, Jill Eisenstad, trad. L. Taiuti]

Più leggevo, più mi sentivo distante dalla realtà dei ragazzi. Non li biasimo, e nemmeno li comprendo. A volte avrei voluto scuoterli, gridar loro che – mannaggia – sono giovani e hanno tutta la vita davanti, non sono né dei falliti. Avrei voluto dir loro che la vita vera è là fuori che li aspetta, e che anche se non sono perfetti, non è necessario esserlo. E che è veramente troppo breve, effimera, sfuggente.

Una volta ho letto che le larve delle effimere vivono diciotto anni nel fango, sul fondo delle pozze, e che quando escono e finalmente diventano insetti, si accoppiano e muoiono nel giro di un’ora. Questa sì che è vita, eh? Be’, non sentirti in obbligo di rispondermi ma [Rockaway Beach, Jill Eisenstad, trad. L. Taiuti]

Titolo: Rockaway Beach
L’Autrice: Jill Eisenstadt
Traduzione dall’inglese: Leonardo Taiuti
Perché leggerlo: per essere catapultati nei veri anni Ottanta su una spiaggia del Queens e per vivere il vero disagio di un gruppo di adolescenti che ha il terrore di crescere, e di perdere tutto

(© Riproduzione riservata)

Laura Fusconi | Volo di paglia

Quando arrivò alla curva del cespuglio di corniolo si fermò a guardare la Valle. Nel fienile i balloni c’erano ancora: lei e Luca avrebbero potuto giocare come sempre a Volo di paglia. L’avevano inventato insieme, quel gioco: Luca era stato il primo ad arrampicarsi sui balloni di fieno e a lanciarsi nel mucchio di paglia che c’era sotto. E poi aveva riso, dicendo che era la cosa più bella che avesse mai fatto [Laura Fusconi, Volo di paglia]

Luca e Lidia sono amici: lui vive in campagna, tra Agazzano e Verdeto, mentre Lidia vive a Piacenza e lo raggiunge solo durante l’estate. Appena Lidia lascia la città, corre a cercare Luca: l’idea è quella di trascorrere, come sempre, i pomeriggi a giocare a volo di paglia e a sfidare le proprie paure entrando nella casa della Valle.

Ma Luca, quell’estate del 1998, è diverso. Luca è taciturno, strano, evita di proposito Lidia e parla sempre di una bambina che si chiama Lia. Per quanto si sforzi, Lidia non riesce a capire chi sia questa Lia, ma la odia perché le ha portato via il suo migliore – e unico – amico.

La Casa della Valle, quella struttura diroccata che inquieta le campagne e i suoi abitanti, nasconde una serie di segreti perché venne abitata dalla famiglia Draghi e tutti, negli anni del fascismo, temevano la famiglia Draghi. Gerardo Draghi, nel 1942, era il crudele ras della zona, sempre pronto a malmenare chi non la pensava, come il povero Don Antonio. Anche Tommaso e Camillo, oggi adulti e all’epoca solo bambini, avevano il terrore di Draghi. Perché si sa, Franco, il piccolo di Baldini, non era mica scomparso da solo.

Ed è una storia di dolore e morte, quella dei Draghi. Oggi, tutti loro sono scomparsi: Gerardo, Ada, Lia, Guglielmo e persino Stefano, il nipote di Gerardo, è morto molto giovane. Stefano è morto nel 1990 e Mara, la sua vecchia fidanzata dell’estate dell’incidente, è anche lei tra Agazzano e Verdeto per sfidare i suoi fantasmi e cambiare i suoi ricordi.

(…) all’interno della Valle ci abitava l’Ombra, un’entità che poteva assumere diverse forme e risucchiare le persone fino a inglobarle, facendogli perdere conoscenza (…) Se l’Ombra ti assorbiva, eri perduto. Non c’era nessun rimedio. Potevi solo concentrarti sulla luce, se c’era, per provare a salvarti [Laura Fusconi, Volo di paglia]

Immagine correlata

Paese, Giuseppe Abbati (fonte: Wikipedia)

Volo di paglia” di Laura Fusconi (Fazi editore, 15.50 €) è una storia di fantasmi, sfide, paure, inquietudini e ricordi. La storia incomincia nel 1942 e si conclude nel 1998, circa cinquant’anni di vicende che si svolgono nelle campagne piacentine. Lo stile della Fusconi è molto semplice, perché il romanzo è raccontato quasi per intero guardando attraverso gli occhi dei bambini, i quali non capiscono cosa succeda nel mondo degli adulti; erano bambini Tommaso e Camillo e Lia nel 1942, sono bambini Luca e Lidia nel 1998. Mara non è una bambina, è una donna, e pur essendo alla ricerca di qualcosa di complesso, i suoi pensieri vengono descritti il più semplicemente possibile.

Il romanzo è un continuo salto temporale, avanti e indietro nel tempo: inizialmente ci si deve aggrappare a nomi ed eventi, per non perdersi nel flusso della storia. Poi, man mano che la narrazione incede, si incomincia a mettere a fuoco la storia, che assume via via dei contorni sempre più inquietanti.

Pur collocando i fatti narrati in un tempo preciso – dagli anni del fascismo a pochi anni prima del Duemila – la Fusconi riesce a dare alla storia una connotazione onirica, come sospesa nel tempo. Questo perché, a distanza di anni, dai bambini degli anni quaranta a quegli degli anni novanta, sembra essere cambiato poco: i timori legati alla Valle sono le stesse, come identiche sono le voci e le leggende che aleggiano sul Bosco delle Fate e il Bosco delle Streghe.

E anche il Volo di paglia è lo stesso: ci giocavano Camillo, Tommaso e Lia, da bambini, e anni dopo ci giocano Luca e Lidia, nello stesso fienile, come una continua, inquietante simmetria che solo alla fine avrà un punto di svolta diverso. Camillo, ormani affetto da demenza senile, riuscirà con un gesto a mettere in salvo chi nel passato non gli riuscì di salvare.

Titolo: Volo di paglia
L’Autrice: Laura Fusconi
Editore: Fazi editore
Perché leggerlo: perché è una storia narrata in modo semplice, ma che nasconde inquietudini e segreti. Più ci si addentra nelle vicende, più si fa chiaro ed emergono i fantasmi che popolano il romanzo e tormentano i protagonisti

(© Riproduzione riservata)

Andonis Gheorghìu | Un album di storie

ti porterò a vedere anche i nostri album, quelli di famiglia, quei grandi album con la copertina spessa, sono interessanti, ci sono le fotografie tutte mescolate, quelle nuove insieme con quelle vecchie, (…) quelle “di gruppo” a scuola, alle feste di fidanzamento, ai matrimoni, ai battesimi, mescolate per età e periodi, alcuni in una fotografia sono bambini, nell’altra genitori, posano nello stesso album perfino da nonni (…) tutti insieme (…)
in una fotografia si ferma il tempo, lo si imprigiona per sempre in un pezzo di carta, la fotografia è un attimo di eternità (forse l’unico?), ti sembra poco? [Un album di storie, Andonis Gheorghìu, trad. V. Gilardi]

Un album di storie” di Andoni Gheorghìu, tradotto da Valentina Gilardi per Stilo Editrice, è un libro meraviglioso dove protagonista è l’isola di Cipro, raccontata attraverso le voci dei suoi abitanti, sia greco-ciprioti che turco-ciprioti, gli articoli di giornale, le immagini d’epoca, le tradizioni e le lettere; le storie sono come le fotografie di uno di quei grossi album che conservano gli attimi preziosi della nostra vita e li fissano per sempre sulla cellulosa lucida.

Gheorghìu è un avvocato che vive a Limassol e con il tempo ha raccolto testimonianze e ricordi dei ciprioti che hanno voluto confidargli le proprie storie personali. Si racconta qualcosa di sé affinché non cada tutto nell’oblio; si regala un’immagine di famiglia ad uno sconosciuto, o una lettera, o un ritaglio di giornale, perché costui scriva una storia collettiva e corale che spieghi al mondo cosa è successo e cosa succede sull’isola di Cipro.

Fotografia di una classe di scuola elementare di Màratha. Nessuno di questi bimbi è vivo, sono tutti sepolti nella fossa comune di Màratha. Nella fila dietro, a destra, il fratello di Hussein, Erbàin, al quale furono legate le mani dietro la schiena prima che venisse decapitato [Un album di storie, Andonis Gheorghìu, trad. V. Gilardi]

L’isola più orientale dell’Unione Europea è divisa da quarantaquattro anni; la linea verde separa la Repubblica Turca di Cipro del Nord dalla Repubblica di Cipro. La stessa capitale dell’isola, Nicosia, è l’ultima capitale al mondo divisa da un muro. Il settore greco-cipriota viene chiamato “zona libera“, l’area turco-cipriota è definita “zona occupata“.

Il confine tra le due Repubbliche si può attraversare solamente dal 2003 ed esclusivamente attraverso i varchi autorizzati: altrimenti, varcare i confini è non solo illegale e perseguibile penalmente, ma è pericoloso poiché tantissime zone non sono ancora state bonificate, ed è concreto il rischio di saltare in aria su una mina antiuomo.

dal 2004 la squadra di sminamento delle Nazioni Unite a Cipro ha rimosso e distrutto più di 14.000 mine, ripulito in totale 57 campi minati, per un’estensione di 6.500 chilometri quadrati [Un album di storie, Andonis Gheorghìu, trad. V. Gilardi]

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Pezzo di muro che divide Nicosia in due porzioni, l’una turca e l’altra greca (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0)

Il 1974 è l’anno cruciale per Cipro. Dopo dieci anni di tensione, il tentativo di colpo di Stato da parte dei greco-ciprioti ai danni dell’Arcivescovo Makarios III è il pretesto affinché il 20 luglio 1974 le truppe turche invadano Cipro con l’idea di instaurare un governo nelle aree che sarebbe riuscita a conquistare. Inizia il conflitto.

In “Un album di storie” il 1974 viene ricordato come l’anno in cui tutto cambia, da quel momento in nessuna famiglia nulla è più come prima. C’è chi perde un figlio, chi un padre. Altri perdono le tracce di una figlia, o di una sorella. A Cipro, ancora oggi, si celebrano i funerali tardivi: può darsi che in occasione di lavori dove si mobilizzano tonnellate di terra ci si imbatta in una fossa comune.

Morti che attendono di riavere il nome che portavano in vita. C’era il piccolo Dimitris che giocava con delle letterine di plastica quando sono arrivati i turchi; quando hanno ritrovato le ossa di Dimitris accanto aveva ancora le letterine di plastica.

Dopo il 1974 la separazione è stata netta, senza scampo. I turco-ciprioti a nord, i greco-ciprioti a sud. Poco importa se un greco-cipriota viveva a Kyrenia, nel nord. Profughi verso nord, profughi verso sud. Persone che hanno abbandonato tutto, sono stati rinchiusi dentro la propria Repubblica, separati dagli altri da un muro per impedire alla gente di passare. Ognuno deve stare solo con la sua gente.

Immaginate cosa voglia dire poter tornare a casa anni e anni dopo. Rivedere la propria casa oggi occupata dai turchi, o viceversa dai greci. C’è un padre che è morto senza poter rivedere la propria abitazione, essendo stato deportato a sud, così la figlia torna a casa e raccoglie un po’ di terra: la porterà sulla tomba del genitore, gli darà l’illusione di essere tornato a casa.

oltre 24.000 greco-ciprioti si sono recati martedì nei territori occupati attraverso i varchi di Lidra Palace, d Pèrgamos e di Strovìlia, e 2050 turco-ciprioti sono entrati nelle zone libere dal varco di Lidra Palace
molti di quelli che hanno visto la propria casa per la prima volta dopo ventinove anni erano commossi. Alcuni l’hanno trovata completamente distrutta, altri in condizioni fatiscenti. Altri hanno dichiarato che avrebbero preferito rimanere con il ricordo del 1974 [Un album di storie, Andonis Gheorghìu, trad. V. Gilardi]

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Unbuffer Zone, Cipro (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0)

Le storie degli abitanti di Cipro, oltre di guerra, parlano di temi più attuali. Fino poco tempo fa l’omossesualità era vista di cattivo occhio: c’era un uomo che dopo aver manifestato la sua natura ha subito un pestaggio violento da parte del fratello maggiore; l’uomo ha dovuto emigrare in Australia, a Cipro lo avrebbero di certo ucciso. Con la terra natia è rimasto in contatto grazie ad una nipote: lei inviava allo zio le foto di Cipro e della famiglia, lo zio inviava le immagini di Sydney e della sua vita in Australia.

Ci sono le storie dei ciprioti che emigrano all’estero, per lavorare e costruirsi un futuro migliore. Quando si torna dall’estero ci si ritrova tutti assieme in famiglia, si presentano i nuovi nati e si commemora chi nel frattempo è mancato. Si ascoltano le storie, i pettegolezzi di paese.

Ci sono le storie degli immigrati che giungono a Cipro: africani, iracheni, iraniani, siriani, uzbeki, filippini, ucraini, russi, thailandesi. Loro sono qui per rubare il lavoro ai ciprioti, quei lavori che nessun cipriota però vorrebbe fare: le badanti o gli uomini delle squadre di sminamento. Lavoro, quest’ultimo, decisamente ad alto rischio.

“avete avuto anche voi la guerra e i profughi, nemmeno molto tempo fa, eppure non ci volete; dovreste capirci un pochino, siamo anche noi profughi” [Un album di storie, Andonis Gheorghìu, trad. V. Gilardi]

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Zona di confine a Nicosia. Passare il confine tra le due Repubbliche al di fuori dei varchi autorizzati è tuttora illegale (fonte: Wikipedia: CC BY-SA 3.0)

Un album di storie” è un libro scritto con uno stile accattivante e colloquiale, con una punteggiatura tutta particolare, spesso senza maiuscole all’inizio delle frasi e senza punto al termine del periodo. È un libro a mio avviso bellissimo: leggendo ci si sente ospite ora in una casa turco-cipriota e ora in una greco-cipriota, mentre le famiglie ci mostrano le foto e raccontano aneddoti tristi, allegri e tragicomici.

Un libro nel quale non esistono buoni o cattivi: gli uomini sono tutti sullo stesso piano, vittime inconsapevoli di un disegno più grande di loro. Un libro con una raccolta di storie universali perché parla di tutti noi e di cosa succede quando qualcuno ti insegna ad odiare gli altri e ti porta sulla strada della violenza.

Un album di storie” fa riflettere, sorridere, arrabbiare e soprattutto commuovere. È uno di quei libri che io consiglio di leggere davvero di cuore.

ma anche la nostra vita, a pensarci bene, cos’è se non un gomitolo di storie? a volte le ricordiamo, le raccontiamo, le scriviamo, ci mettiamo un titolo, Un album di storie, e diventano come una storia unica, storia di ognuno di noi o storia di tutti noi; forse tutta la nostra vita non è altro che un album di storie? [Un album di storie, Andonis Gheorghìu, trad. V. Gilardi]

Titolo: Un album di storie
L’Autore: Andonis Gheorghìu, vincitore del Premio Europeo per la Letteratura nel 2016
Traduzione dal greco: Valentina Gilardi
Editore: Stilo Editrice
Perché leggerlo: perché è un libro bellissimo che parla di Cipro e della sua gente, ma allo stesso tempo è un libro universale che racconta di tutti noi

(© Riproduzione riservata)

Tierno Monénembo | Il re di Kahel

Aveva davvero attraversato il Mediterraneo, veniva davvero dall’Europa? Aveva l’impressione di no, di essere partito direttamente dalla brulicante mangrovia della sua infanzia per quella, reale e splendida, che si dispiegava sotto i suoi occhi. L’Africa, lui aveva voglia di costeggiarla lentamente prima (…) Il mistero di quel paese gli andava dritto al cuore [Il re di Kahel, Tierno Monénembo, trad. G. Fredianelli]

Marsiglia, novembre 1879. Il visconte francese Olivier de Sanderval è figlio di periti chimici e ingegneri, e per mantenere moglie e figli ha lavorato nel settore industriale in fiorente espansione, ma il suo sogno è sempre stato un altro. Sin da bambino, Sanderval sognava di essere un esploratore: a otto anni si era convinto che un giorno sarebbe diventato il sovrano dei selvaggi in qualche luogo remoto e lontano.

Compiuti quarant’anni, Sanderval si imbarca sulla Niger, con direzione Africa occidentale. Sanderval vuole andare nella regione del Fouta-Djalon, un’area dell’Africa occidentale complessa e impenetrabile, che affascina il visconte francese per via del nome e della sua geografia.

L’idea di Sanderval è quella di proporre all’almâmi, il sovrano del Fouta-Djalon, la costruzione di una ferrovia che possa collegare il remoto regno tra le foreste e altopiani con la costa. Francesi, portoghesi e inglesi sono ben presenti nell’Africa occidentale, hanno parecchi interessi e Sanderval si dovrà scontrare anche con loro, oltre ai regnanti locali e all’almâmi.

Sanderval trascorre in Africa molti anni: effettuerà cinque soggiorni nel Fouta-Djalon tra il 1880 e il 1919, anno della sua morte. Torna in Francia per rendere conto delle sue scoperte alla Società Geografica, ma scende di nuovo in Africa perché sente di appartenere a quei luoghi e crede che sia vicino al momento in cui si ritaglierà un regno tutto suo. Si ammala, rischia di restare ucciso, subisce un tentativo di avvelenamento, si innamora di una donna bellissima, si inimica dei regnanti, se ne fa amici altri. Tutto questo, nonostante le immense difficoltà, è per lui la realizzazione di un sogno.

Ma quel paese ora lo conosceva, lo desiderava, ne aveva bisogno: era diventato la sua droga. Capiva la magia delle sue luci e i misteriosi segreti dei suoi boschi. Si inebriava dei suoi odori di fonio e di gelsomino, si stordiva di piacere davanti ai suoi fiumi e alle sue vallate tortuose. I suoi sogni più pazzi si confondevano con i suoi orizzonti luminescenti e le sue cime coperte di azzurro [Il re di Kahel, Tierno Monénembo, trad. G. Fredianelli]

Fouta Djallon

Fouta Djallon (fonte: Wikipedia, Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic)

Il re di Kahel” di Tierno Monénembo (trad. G. Fredianelli, Nuova Editrice Berti, 19€) è un romanzo storico che racconta in modo preciso e corposo la storia del visconte Olivier de Sanderval, avventuriero ed esploratore dell’Africa occidentale.

Il motto di Sanderval era “conoscere piuttosto che combattere“. Il visconte era europeo lungimirante, visionario, perché nell’epoca delle grandi colonizzazioni, si opponeva a colonialismo in senso stretto, preferiva aprire il dialogo con le popolazioni, arrivare in pace nei regni dei sovrani d’Africa e non usare nessun tipo di arma, se non un po’ di dialettica per convertire i sovrani al progresso.

Con la sua capacità di dialogo e la sua infinita pazienza, Sanderval riuscirà a farsi regalare l’altopiano del Kahel e a diventarne simbolicamente il sovrano, sempre e comunque agli ordini del più potente almâmi. Sanderval sarà anche uno dei primi fondatori della città di Conakry, sull’isola di Timbo: Conakry diventerà la capitale della Guinea e la principale città di riferimento.

Allo stesso tempo, grazie a Olivier de Sanderval, i francesci riusciranno ad unire tutti i territori dell’attuale Guinea Conakry: unendo la regione del Fouta-Djalon ai settori precedentemente conquistati, i francesi fonderanno la Guinea nel 1895 e la incorporeranno ai territori dell’Africa Occidentale Francese. Tale resterà fino al 1958 quando la Guinea Conakry voterà per la propria indipendenza al referendum indetto da De Gaulle.

Pur essendo un romanzo storico, “Il re di Kahel” è scritto con uno stile molto scorrevole e piacevole da leggere. Monénembo riesce perfettamente a rendere l’idea dell’epoca storica, degli intrighi legati alla colonizzazione e alle diffoltà quotidiane che i colonizzatori o gli esploratori dovevano sopportare e risolvere.

Tierno Monénembo è nato in Guinea ma sceglie di scrivere il suo romanzo dal punto di vista di un francese, un estraneo, riuscendo a mostrare l’Africa e le sue popolazioni viste dagli occhi di un europeo. Monénembo descrive gli ambienti del Fouta-Djalon e dell’Africa attraverso la meraviglia e il trasporto che percepisce Sanderval, l’europeo che per tutta la vita ha sognato di essere in Africa.

È un romanzo che consiglio a chi è appassionato di storia, a chi è curioso e vuole conoscere la figura del visconte Olivier de Sanderval, e a chi desidera avvicinarsi alla cultura e alle vicende dell’Africa appena prima e durante l’epoca coloniale.

Titolo: Il re di Kahel
L’Autore: Tierno Monénembo
Traduzione dal francese: Gabriele Fredianelli
Editore: Nuova Editrice Berti
Perché leggerlo: per chi desidera avvicinarsi alla cultura e alle vicende dell’Africa appena prima e durante l’epoca coloniale.

(© Riproduzione riservata)

A. Igoni Barrett | L’amore è potere, o almeno gli somiglia molto

L’ultima volta che abbiamo litigato le avevo appena detto che l’amavo. Lei ha detto “fatti, non parole”, e che se l’amavo sul serio le avrei dato un bambino, non l’avrei mai lasciata in quel modo, neanche per sogno.
“Amore significa che torni anche quando non puoi”.
A quel punto abbiamo litigato. Ho raccattato le mie cose e me ne sono andato [dal racconto Una storia tira e molla a Nairobi, A. Igoni Barrett, trad. M. Martino]

Amore significa che torni anche quando non puoi: in questa frase è contenuto il denominatore comune dei nove, bellissimi racconti di A. Igoni Barrett raccolti ne “L’amore è potere, o almeno gli somiglia molto“, tradotti da Michele Martino per 66thand2nd editore. L’amore come sentimento è il protagonista dei nove racconti e viene declinato in ogni sua sfaccettatura; nel contempo, per i personaggi creati da A. Igoni Barrett, amore significa tornare sempre, o quasi, anche e soprattutto quando è impossibile.

Un figlio torna dalla madre alcolizzata e tossicodipendente. Una moglie continua a restare con il marito per mantenere l’onore della famiglia, benché sia gelosa dell’affetto che il consorte regala alla figlia. Un uomo innamorato di una bellissima donna ritorna sempre, dopo ogni litigata, nonostante il pessimo carattere di lei.

È sempre la Nigeria – ad eccezione di un racconto ambientato in Kenya, Una storia tira e molla a Nairobi – a far da sfondo alle storie di Igoni Barrett, una nazione descritta in modo sincero e priva di imbarazzo, rappresentata senza mezze misure, con difetti e pregi compresi.

Nei racconti vengono descritti gli ingorghi quotidiani di un traffico caotico e ingestibile; l’estrema povertà contrapposta al lusso sfrenato di chi lavora per il governo nigeriano; parte della recente storia della Nigeria, con i numerosi colpi di stato che si sono susseguiti nel tempo; le discriminazioni tra chi è bianco e chi è nero; la corruzione dei politici e l’abuso di potere da parte dei militari.

Benché si tratti di racconti più o meno brevi, A. Igoni Barrett ha la notevole capacità di descrivere in modo perfetto i protagonisti, evidenziando le caratteristiche positive e negative che li rendono realistici; i suoi personaggi non sono mai solo buoni o solo cattivi: sono esseri umani, persone comuni provenienti da differenti classi sociali, per cui fallibili.

Il tutto è sempre raccontato con un taglio a tratti ironico, a volte commovente o addirittura tragico, utilizzando uno stile semplice e coinvolgente allo stesso tempo, capace di trascinare con estrema facilità il lettore nelle vicende narrate.

Perpetua era confusa. Ciò che vedeva nel visto di Tene non somigliava affatto a quello che si aspettava. Cercava segni tangibili di un’emozione posticcia, ma non riusciva a coglierne nemmeno uno. Voleva gioia, ma trovava solo compassione. Eppure, ragionò, il fatto di non riuscire a vedere quello che aveva immaginato non faceva che confermare che la sua rivale era più scaltra del previsto [dal racconto Godspeed e Perpetua, A. Igoni Barrett, trad. M. Martino]

Lagos, Nigeria (fonte: Wikipedia CC BY 2.0)

L’amore è potere, o almeno gli somiglia molto” è una raccolta di racconti entusiasmante e piacevole da leggere, dove l’amore, in ogni sua forma, corre tra le polverose strade della Nigeria, sempre pronto a costruire o distruggere speranze e gioie nel cuore degli uomini.

Se siete curiosi, qui potete leggere gli incipit dei nove racconti.

Titolo: L’amore è potere, o almeno gli somiglia molto
L’Autore: A. Igoni Barrett
Traduzione dall’inglese: Michele Martino
Editore: 66thand2nd
Perché leggerlo: perché si tratta di una raccolta di racconti coinvolgenti e piacevoli da leggere dove il sentimento preponderante è l’amore mostrato in ogni sua declinazione, e allo stesso tempo è un sincero e vivido ritratto della Nigeria di oggi

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