Antonio Tabucchi | Requiem

Sono tornata a Lisbona e l’ho fatto di nuovo con Antonio Tabucchi leggendo “Requiem” (Feltrinelli, trad. S. Vecchio, 139 pagine, 8 €), un romanzo breve che profuma di salsedine, alghe, sole e sogni.

(…) oggi per me è un giorno molto strano, sto sognando ma mi pare che sia vero, e devo incontrare delle persone che esistono soltanto nel mio ricordo [Requiem, Antonio Tabucchi, trad. S. Vecchio]

Il protagonista è un uomo senza nome – alter ego dell’autore – che a mezzogiorno di una caldissima domenica di luglio si trova sul molo Alcântara ad attendere che arrivi “un tizio“, anzi, un “grande poeta“; ma il grande poeta è in ritardo, oppure l’appuntamento non era per mezzogiorno bensì per mezzanotte.

Il protagonista occupa le dodici ore di quella calda domenica a Lisbona iniziando un lungo viaggio attraverso la città e le sue coste, il fiume Tago e i paesi di Cascais nell’Estoril, incontrando persone reali – la Vecchia Zingara, il guardiano del cimitero, il Venditore di Storie – e altr che vivono solo nei suoi ricordi – come Tadeus ed Isabel. A mezzanotte in punto si ritroverà al moldo Alcântara ad attendere – se arriverà – il grande poeta al quale vorrà dimostrare tutta la sua ammirazione

Il battello che veniva da Cacilhas fischiò all’attracco. La notte era veramente magnifica, con una luna sospesa sopra gli archi del Terreiro do Paço così che bastava stendere una mano per acchiapparla. Mi misi a guardare la luna, accesi una sigaretta e il Venditore di Storie cominciò a raccontare la sua storia [Requiem, Antonio Tabucchi, trad. S. Vecchio]

Lisbona (fonte: Jason Briscoe, unsplash.com)

È questa, in estrema sintesi, la trama del romanzo “Requiem” e non aggiungo molto altro per non rovinare il gusto della lettura a chi non l’ha ancora letto. “Requiem” è piuttosto diverso da “Sostiene Pereira“: a fare da sfondo ad entrambi i romanzi c’è sempre Lisbona, caldissima e sfavillante, ammantata di una luce accecante e avvolta da una cappa di umidità che fa sudare i due protagonisti; ma se in “Sostiene Pereira” la trama ha un filo logico ben preciso, con una precisa serie di eventi che conducono al magnifico e commovente finale, in “Requiem” gli incontri del protagonista sono dettati più dal caso che dalla logica. Proprio come nei sogni, quando si sovrappongono cose vissute e cose immaginate.

In “Requiemil tempo scorre a tratti velocemente e tratti più lentamente, l’obiettivo finale del protagonista è ritornare all’Alcântara e incontrare questo personaggio che è facile indovinare che si tratti di Fernando Pessoa, il più noto poeta e scrittore portoghese del Novecento.

Di “Requiem” ho amato molto le atmosfere lisboete, quella sensazione di essere costantemente sospesa tra la verità e l’illusione, tra l’incontro con chi è vivo e chi vive solo nella memoria; il tutto scritto con lo stile coinvolgente e ammaliante di Tabucchi che avevo già apprezzato nel romanzo “Sostiene Pereira”. Un altro bel libro che è un vivo omaggio a Lisbona e al Portogallo, un racconto che ha davvero il potere di far innamorare il lettore.

Praia da Barra Aveiro, Gafanha da Nazaré (fonte: Miss Porcelain, unsplash.com)

Titolo: Requiem
L’Autore: Antonio Tabucchi
Traduzione dal portoghese:
Editore: Feltrinelli
Perché leggerlo: per sognare Lisbona, il Portogallo, la sua cucina, la sua gente e per sognare, sognare, sognare in una caldissima domenica di luglio

Irena Brežná | Straniera ingrata

I libri testimonianza di esperienze reali mi interessano sempre e “Straniera ingrata” di Irena Brežná (trad. S. Forti, Keller editore 150 pagine, 14.50 €) è uno di questi. Scritto in realtà a due voci, il romanzo della Brežná invita il lettore a riflettere sui sentimenti e sulle paure di chi abbandona il proprio paese alla volta della terra straniera, che non sempre – anzi, quasi mai – è il paradiso.

Dovevo essere grata di poter vivere qui. E sempre puntuale. A chi e per che cosa dovevo essere puntualmente grata, se nel mondo migliore mi andava tutto così male? Casa propria è là dove si può stare imbronciati e io non avevo casa (…) Mi avevano offerto riparo nel migliore dei mondi possibili, ma la straniera ingrata rideva della loro concezione del mondo [Straniera ingrata, Irena Brežná, trad. S. Forti]

Il breve romanzo di Irena Brežná è raccontato attraverso due voci, che si alternano durante la narrazione. La prima voce è quella di una giovane donna straniera giunta nel paese ospite anni prima, ma che non è ancora riuscita ad integrarsi perfettamente; ci sono modi di fare degli autoctoni che lei non capisce, spesso non usano il tedesco standard bensì i loro dialetti locali, parlate che la donna straniera non comprende totalmente.

La nuova lingua era la più grande avventura dell’esilio e io non mi sottraevo al duro compito di esplorarla. La posta in gioco era più alta della sopravvivenza come essere comunicante: volevo la mia dignità linguistica. Parlando la lingua standard, affermavo ogni giorno: I dialetti appartengono a voi. Imparerò a capirli, ma non a parlarli. [Straniera ingrata, Irena Brežná, trad. S. Forti]

La seconda voce è quella di un’interprete che mette in comunicazione i medici e gli infermieri di un ospedale con gli stranieri giunti nel loro paese, ma lavora anche nelle scuole e nei tribunali, in ogni luogo dove sia necessaria la traduzione da una lingua cesellata di accenti, tettucchi e ghirigori verso il tedesco standard. E interpretare il dolore e i problemi degli stranieri può essere emotivamente molto pesante.

Il destino degli altri mi spinge in mare aperto e il vento scompiglia i miei sentimenti e i miei pensieri [Straniera ingrata, Irena Brežná, trad. S. Forti]

Bratislava, capitale della Slovacchia (fonte: bredus, Wikipedia Commons, CC BY 3.0)

Irena Brežná presenta con leggerezza e in punta di piedi le problematiche legate all’integrazione e all‘interpretazione dei bisogni degli stranieri in terra ospite; non rinuncia all’ironia, in fondo è una straniera ingrata verso il paese che l’ha accolta, con la freddezza mascherata abilmente di sorrisi e cortesie.

La scrittrice non menziona mai né il paese di origine della straniera ingrata protagonista né il paese ospite, ma si intente piuttosto semplicemente che sono la Slovacchia – al tempo della Brežná era ancora Cecosclovacchia – mentre il paese ospite è la Svizzera. “Straniera ingrata” pur non essendo una vera e propria autobiografia è un testo liberamente ispirato alla vita di Irena Brežná stessa, che fuggì dalla Cecoslovacchia comunista nel 1968 verso la Svizzera più liberale.

Per l’osservatore superficiale, ogni straniero che giunge nella nuova terra dovrebbe essere solo grato di essere lì e dovrebbe integrarsi in fretta, scordare le proprie origini, imparare la nuova lingua e memorizzare immediatamente le nuove regole: cambiare, quindi, nazionalità a tutti gli effetti. In realtà, integrarsi non è per niente semplice e le piccole sconfitte quotidiane possono diventare davvero molto pesanti da sopportare; la pazienza e la comprensione verso queste persone più che un fatto politically correct dovrebbe essere quasi un automatico gesto di gentilezza umana: chissà se domani saremo noi “stranieri ingrati” in una terra che non ci appartiene.

Titolo: Straniera ingrata
L’Autrice: Irena Brežná
Traduzione dal tedesco: Scilla Forti
Editore: Keller editore
Perché leggerlo: per arrivare a comprendere che non sempre la terra straniera dove si approda è il paradiso

Evan S. Connell | Mrs Bridge

Nei libri ci sono altri libri, si dice, e certamente se non fosse stato per il romanzo “Nessuno scompare davvero” di Catherine Lacey io, probabilmente, non avrei mai letto “Mrs Bridge” di Evan S. Connell (trad. G. Boringhieri, Einaudi, 227 pagine, 12,00), perdendomi così un libro brillante, a tratti divertente ma anche molto riflessivo e profondo.

Si chiamava India, un nome a cui non riuscì mai ad abituarsi. Aveva il sospetto che i suoi genitori, nel darglielo, avessero avuto in mente un’altra persona. O forse avevano sperato di avere una figlia diversa. Da bambina era stata più volte sul punto di indagare, ma il tempo era passato e non l’aveva mai fatto. Da ragazza le era capitato spesso di pensare che se la sarebbe cavata benissimo anche senza marito, e terminati gli studi questa convinzione aveva prevalso per alcuni anni, con grande pena di suo padre e sua madre. Fino ad una sera d’estate e a un giovane avvocato di nome Walter Bridge [Mrs Bridge, Evan S. Connell, trad. G. Boringhieri]

È India Bridge la protagonista del romanzo di Evan S. Connell, una donna americana che di particolare ha solo il nome di battesimo. Mrs Bridge è una donna bella, ma non troppo, ed è decisamente normale: sposata con un avvocato – che non si tira indietro nel fare gli straordinari -, hanno tre figli, Ruth, Carolyn e Douglas, e vivono in una bella casa con tanto di servitù di colore a Kansas City, tra gli anni Venti e la fine degli anni Quaranta del Novecento.

Mrs Bridge ha diverse amiche, alcune molto acculturate, quindi spesso si fionda in biblioteca e si impone di leggere libri impegnativi per farsi un’opinione; ma è il marito a dirle come votare e quando Mrs Bridge cerca di emanciparsi, si scoraggia perché non è mica semplice votare di testa propria. Prova ad imparare lo spagnolo, inizia un corso di pittura che non porta a termine, va a vedere film d’essai che puntualmente non capisce.

India Bridge frequenta malvolentieri gli amici del marito, ricchi e facoltosi, ma appare sempre felice quando è ora di iniziare la cena; organizza cocktail party in casa tirando fuori dai cassetti gli asciugamani degli ospiti che gli invitati non toccheranno per non rovinarli. Cerca di educare i figli con principi sani, ma spera che l’amicizia tra Carolyn e la figlia nera del giardiniere finisca presto; insegna ai figli come risparmiare e non sciupare nulla, ma quando si annoia corre a fare shopping o a mangiare dolci al Plaza, il ristorante più rinomato di Kansas City.

Mentre i figli crescendo capiscono sempre meno la loro madre, in particolare Ruth che addirittura sceglie – giovanissima – di andare a vivere da sola a New York, Mr Bridge sta sempre accanto alla moglie, confortandola nei momenti difficili, e anche se pare a volte assente, Walter è capace di slanci d’affetto sorprendenti, come regalarle un viaggio in Europa oppure donarle rose rosse dopo aver fallito una prova di cucina.

Eppure, nonostante la vita agiata, la casa di proprietà, il marito affettuoso e i figli sani, Mrs Bridge soffre di nostalgia, di rimpianti, di cose non dette o non fatte, di tristezza che giunge all’improvviso e sembra rallentare ancora di più il corso del tempo.

“Stanza a New York” Edward Hopper (1932)

L’album di fotografie le regalava molte ore serene. Lì ritrovava i suoi figli, e con loro anche suo marito. Una foto lo ritraeva in pieno sole, con una mano appoggiata al parafanghi della nuova Reo e Carolyn a cavalcioni sulle spalle. E in un’altra c’era Douglas, che mostrava orgoglioso la mazza da baseball (…) E poi c’era Ruth, in posa con il suo primo paio di scarpe con i tacchi alti (…) Mrs Bridge rimpiangeva di non aver scattato più fotografie (…) rievocavano tutto ciò che aveva conosciuto più intimamente, e più profondamente aveva amato [Mrs Bridge, Evan S. Connell, trad. G. Boringhieri]

Mrs Bridge” è un libro che mi è piaciuto e mi ha coinvolta, mi ha fatta sorridere e allo stesso tempo riflettere. La quotidianità  della famiglia Bridge – in particolare di India Bridge – è raccontata in terza persona attraverso 117 episodi, che non occupano mai più di un paio di pagine. Gli episodi, tutti rigorosamente in ordine temporale, riescono nella loro brevità a regalare dei veri e propri flash ai lettori sulla vita e sulle emozioni provate da India Bridge.

Evan S. Connell ha creato un personaggio originale, pieno di difetti e virtù, ma anche di paure e di ansie, di slanci d’amore e di momenti di notevole sconforto; Mrs Bridge è una donna che ama la sua famiglia, per la quale farebbe davvero tutto, ma nel suo intimo è spesso incostante – i corsi che comincia e non finisce -, si annoia quando i figli diventano adulti e non sa come trascorrere le giornate, corre spesso senza meta, con il solo obiettivo di far passare il tempo; ed è guardandosi indietro che Mrs Bridge vede che non ha mai vissuto la sua vita per se stessa, ma unicamente per compiacere gli altri.

Un romanzo ottimo, audace e decisamente intimo che consiglio vivamente a chi ama la letteratura americana e quei personaggi tratteggiati talmente bene da apparire perfettamente reali.

“Anziani coniugi con il cane a Cape Cod” Edward Hopper (1939)

Titolo: Mrs Bridge
L’Autore: Evan S. Connell
Traduzione dall’inglese: Giulia Boringhieri
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: per sorridere, per riflettere, per meditare sul senso delle vite di chi passa le proprie unicamente per far felici gli altri

Gaël Faye | Piccolo paese

Dov’è il Burundi? È un piccolo paese che si trova nel cuore dell’Africa, vicino al Ruanda, alla Tanzania e al lago Tanganica. Se il Ruanda lo conoscevo dopo aver letto alcuni libri sul genocidio e la Tanzania mi era nota per gli eccezionali ritrovamente paleontologici del dottor Leakey, sul Burundi non sapevo nulla prima di leggere “Piccolo paese” di Gaël Faye (Bompiani, trad. Mara Dompè, 193 pagine, 16 €).

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Lunedì 4 gennaio 1993
Cara Laure, il mio nome è Gaby (…) La mia città è Bujumbura. Il mio paese è il Burundi (…) Ho gli occhi marroni, quindi vedo gli altri in tonalità marrone. Mia madre, mio padre, mia sorella, Prothé, Donatien, Innocent, i miei amici… sono tutti color caffelatte. Ognuno vede il mondo attraverso il colore dei suoi occhi. Siccome tu hai gli occhi verdi, io per te sarò verde (…) Da grande, voglio fare il meccanico per non trovarmi mai in panne nella vita. Bisogna saper riparare le cose quando non funzionano più (…) Quest’anno ci saranno le elezioni per decidere un presidente per la Repubblica del Burundi. È la prima volta che succede. Io non potrò votare, devo aspettare di essere meccanico. Ma ti dirò il nome del vincitore. Promesso! A presto. Un bacio Gaby [Piccolo paese, Gaël Faye, trad. M. Dompè]

Gabriel – per gli amici Gaby – è un ragazzino di dieci anni che vive in Burundi col papà di origini francesi e la mamma di origini ruandesi. La famiglia di Gaby è benestante, il papà guadagna bene e possono permettersi di abitare in una bella casa e di essere serviti da personale burundese.

Gaby va bene a scuola, ha un’amica di penna in Francia, Laure, della quale è innamorato e gioca con i compagni a rubare manghi e a rivenderli per guadagnare qualche soldo da spendere in dolciumi o sigarette per poi rifugiarsi in un Combi Volkswagen arruginito. Quando sembra che la sua esistenza non possa essere più felice, i genitori smettono di andare d’accordo e decidono di separarsi. Una vera e propria tragedia, per un ragazzino così piccolo.

Alla separazione dei genitori, però, si aggiunge un altro orribile evento: in Ruanda infuria la guerra, hutu contro tutsi, sotto gli occhi della comunità internazionale si sta verificando un vero e proprio genocidio. Gaby pur essendo un bambino intuisce la gravità della situazione, capisce che i profughi ruandesi che si rifugiano in Burundi stanno scappando da qualcosa di molto simile ad un inferno.

Come se non bastasse, quando i parenti di mamma vengono mortalmente coinvolti dalla guerra in Ruanda, precipita anche la situazione in Burundi: il neo presidente, eletto democraticamente dal popolo per la prima volta, viene assassinato e inizia quello che diventerà un lungo colpo di stato seguito da notevole instabilità politica e sociale.

Essere un bambino in Burundi inizia a diventare molto, molto difficile…

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Colline del Burundi (fonte: Christine Vaufrey , Wikipedia Commons CC BY 2.0)

Papà è andato rapido in salotto, ha acceso la radio. Abbiamo sentito la stessa musica classica che aleggiava fuori. Si è messo la mano sulla fronte ripetendo: “Merda! Merda! Merda!”. Poi ho saputo che era una tradizione passare musica classica alla radio quando c’era un colpo di stato. Il 28 novembre 1966, per il colpo di stato di Michel Micombero, avevano trasmesso la Sonata per pianoforte n° 21 di Schubert; il 9 novembre 1976, per quello di Jean-Baptiste Bagaza, la Sinfonia n° 7 di Beethoven; e il 3 settembre 1987, per quello di Pierre Buyoya, il Bolero in do maggiore di Chopin. Quel giorno, il 21 ottobre 1993, ci è toccato il Crepuscolo degli dei di Wagner. Papà ha chiuso il cancello con una grossa catena e diversi lucchetti e ci ha ordinato di non uscire di casa e di tenerci lontani dalle finestre. Poi ha sistemato i materassi nel corridoio per mitigare il rischio di proiettili vaganti. Siamo rimasti distesi a terra per tutta la giornata. Era divertente, sembrava di fare campeggio nella nostra stessa casa [Piccolo paese, Gaël Faye, trad. M. Dompè]

Piccolo paese” di Gaël Faye è un romanzo che ho letto quasi tutto d’un fiato, perché la vicenda è raccontata molto bene ed è altamente coinvolgente. Gaël Faye sceglie di narrare quasi tutta la storia in modo ironico e disincantato, vista attraverso gli occhi di un bambino, senza dimenticare di descrivere con lucidità episodi e scene particolarmente forti.

La guerra a Bujumbura si era intensificata. Il numero delle vittime aveva raggiunto cifre così alte che ormai la situazione in Burundi occupava le prime pagine dell’attualità internazionale. Una mattina papà ha trovato il cadavere di Prothé nel canaletto di scolo, davanti a casa di Francis. Era stato lapidato. Gino ha detto che non era altro che un inserviente, non capiva perché piangessi. Quando l’esercito ha attaccato Kamenge abbiamo perso le tracce di Donatien. Era stato ucciso anche lui? [Piccolo paese, Gaël Faye, trad. M. Dompè]

Un libro come questo fornisce molti spunti per la riflessione. Si legge la storia del Burundi, uno stato che dopo aver ottenuto l’indipendenza dalla Germania nel 1962 ha visto susseguirsi un colpo di stato dopo l’altro, con la crescente instabilità politica che ne consegue. Si legge dell’incertezza legata all’arrivo dei profughi dal Ruanda, durante il tristemente noto genocidio del 1994: non tutti i burundesi erano contenti di ospitare i ruandesi, anzi, ho quindi scoperto che il razzismo non è solo una prerogativa di noi bianchi, purtroppo.

Si leggono la difficoltà di essere una famiglia mista in un luogo dalla mentalità chiusa come il Burundi, dove i bianchi non sempre venivano visti bene, e ovviamente la difficoltà di essere un figlio ‘mezzosangue’ che è quasi obbligato da che parte della barricata stare, se con i bianchi o con i neri, anche se Gaby preferirebbe essere neutrale.

La guerra senza che glielo chiediamo s’incarica sempre di trovarci un nemico. Io, che desideravo restare neutrale, non ci sono riuscito. Ero nato con quella storia. Scorreva dentro di me. Le appartenevo. [Piccolo paese, Gaël Faye, trad. M. Dompè]

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Lungo la strada tra Bujumbura e Gitega (fonte: Dave Proffer, Wikipedia Commons CC BY 2.0)

Infine, la faticosa scelta di abbandonare il paese in cui si è nati per andare molto lontano, in Francia, in un luogo dove sicuro gli artigli della guerra non potranno afferrare il piccolo Gaby. Però è difficile lasciare quel piccolo paese lussureggiante, dove nei laghi e nei fiumi si possono incontrare gli ippopotami, dove i manghi maturi sono la miglior merenda, dove ci sono gli amici di una vita e dove decide di rimanere una persona molto importante per Gaby. Un luogo dove il ritorno, anni e anni dopo, non sarà facile.

“Gaby, non sapevo come dirtelo. Preferivo che lo scoprissi da solo. Viene qui tutte le sere da anni…” La voce, una voce d’oltretomba, mi penetra nelle ossa. Mormora una storia di macchie sul pavimento che non vanno via. Travolgo alcune ombre, inciampo in qualche cassetta di birra, mi muovo a tentoni nel buio, mi avvicino al fondo del capanno. Raggomitolata a terra, nell’angolo della stanza, beve da una cannuccia un’acquavite artigianale. La ritrovo dopo vent’anni, che hanno pesato come cinquanta sul suo corpo irriconoscibile. Mi chino verso la vecchia signora. Ho l’impressione che mi riconosca da come mi fissa al chiarore dell’accendino che avvicino al suo viso. Con una tenerezza infinita, mamma mi posa delicatamente la mano sulla guancia: “Sei tu, Christian?” [Piccolo paese, Gaël Faye, trad. M. Dompè]

Titolo: Piccolo paese
L’Autore: Gaël Faye
Traduzione dal francese: Mara Dompè
Editore: Bompiani
Perché leggerlo: perché apre una finestra su uno dei più poveri stati d’Africa, per riflettere su cosa una guerra può scatenare e per lasciarsi commuovere da come un bambino vede il suo mondo

(© Riproduzione riservata)

Arno Camenisch | Ultima sera

Una delle cose che amo di più del Salone del Libro di Torino è la possibilità di chiacchierare con gli editori, loro impegni permettendo; qualche anno fa, girovagando tra gli stand, ho incontrato Keller editore e un po’ travolta dal loro entusiasmo, un po’ dai titoli brillanti, ricordo che una di loro mi aveva parlato molto bene dell’autore svizzero Arno Camenisch. Seguendo il suo consiglio, ho da poco letto “Ultima sera” (trad. Roberta Gado, Keller editore, 120 pagine, 12 €) e appena finito sono corsa in libreria a comprarne un altro.

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Come acqua, chiede la zia al tavolo fisso dell’Helvezia guardando l’Alexi, ti è andato di volta il cervello. Scuote la testa e si infila una Mary Long tra le labbra, l’acqua non te la porto, se proprio la vuoi arrangiati, dove sono i bicchieri lo sai. Prende un fiammifero dalla scatola del tavolo e si accende la Mary Long. L’Alexi fa per alzarsi, il Luis gli stringe l’avanbraccio, tu resti seduto, gli dice, qui nessuno beve acqua, non siamo ancora caduti così in basso, un paio di botte in testa, quelle sì che posso dartele se le vuoi, e poi magari ti rimetti a ragionare (…) La zia lascia la Mary Long sul posacenere (…) si alza e va dietro il bancone. Serve una birra alla spina all’Alexi, viva, dice (…) è tutta la vita che bevi soltanto birra e adesso mi chiedi l’acqua, vorrai mica ammazzarti [Ultima sera, Arno Camenisch, trad. R. Gado]

L’ultima sera di apertura dell’Helvezia, una locanda sperduta sulle montagne dei Grigioni in Svizzera, è una notte piovosa, fredda e buia di gennaio; anziché nevicare, piove, tutta quell’acqua alla fine provocherà un’alluvione.

La zia, che ha gestito l’Helvezia per moltissimi anni – e facendo solo un’unica vacanza di due settimane a Gran Canaria – chiuderà la mattina dopo, così quella a tutti gli effetti è l’ultima sera per andare a bere qualcosa nel suo locale. Ci sono avventori che hanno trascorso più tempo all’Helvezia che a casa propria; clienti affezionati che hanno tracannato birre chiare e scure, liquori alpini, caffé e vini; c’è la nonna sonnambula, ci sono l’Alexi, l’Otto, il Luis, la Silvia, il Gion Barretta. C’è un’umanità variegata, l’ultima sera nell’Helvezia, unita dalla passione per le bevute, per lo stare assieme, per l’affetto verso il proprio paese e le sue montagne. Ci si raccontano pettegolezzi, storie, aneddoti, si litiga, si discute, si viene quasi alle mani.

La scrittura di Arno Camenisch mi ha sorpresa: non utilizza mai i segni di punteggiatura per introdurre un discorso, le parole di un personaggio fluiscono in modo naturale e spontaneo sovrapposte a quello di un altro; il risultato è affascinante perché in questo modo, leggendo, si ha la sensazione di essere davvero in un bar dove tutti hanno qualcosa da dire e spesso si sovrappongono le voci.

I personaggi sono descritti in modo particolare nei loro difetti più che nei pregi, apparendo a tutti gli effetti come persone reali e vive. La Svizzera che Camenisch è molto lontana da quella ordinata e precisa delle grandi città: questa storia è ambientata in un piccolissimo paese di montangna speduto nei Grigioni, un luogo dal quale difficilmente gli abitanti si sono allontanati, se non per brevi periodi magari solo fino a Coira (ad eccezione della vacanza alle Canarie della zia, un colpo di testa, senza dubbio).

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L’abitato di Sedrun nei Grigioni, Svizzera (fonte: Wikipedia Commons CC BY-SA 3.0)

In “Ultima sera” si percepisce quella sensazione della gente di montagna di fare comunità, di essere un gruppo e di farne parte; di essere orgogliosi delle proprie tradizioni e delle proprie origini. Sono valori forti che vengono fuori dal cuore di persone molto, molto semplici. E infine, in “Ultima sera” si legge tra le righe quella vena di nostalgia per un luogo che non sarà più il punto di ritrovo del paese, perché quella è l’ultima sera di apertura dell’Helvezia, anche se la vita continuerà, come ha sempre fatto, dopo un giro di birra o di caffè.

Titolo: Ultima sera
L’Autore: Arno Camenisch
Traduzione dal tedesco: Roberta Gado
Editore: Keller
Perché leggerlo: perché è un libro dolce e amaro, pieno di nostalgia e allegria, un breve romanzo fatto di genti di montagna, bevute e di contrasti.

Kent Haruf | Le nostre anime di notte

Chissà se sarò in grado di trasmettere tutte le emozioni che ho provato leggendo “Le nostre anime di notte” di Kent Haruf (trad. F. Cremonesi, 166 pagine, 17 €), in particolare a chi a Holt non ci è ancora stato. Ho atteso questo romanzo di Kent Haruf con grande curiosità e quando l’ho avuto tra le mani, in anteprima, mi sono imposta di non leggerlo subito; ma non ci sono riuscita e sono corsa a leggerlo, sicura che mi avrebbe conquistata tanto quanto i libri che compongono la Trilogia della Pianura.

Sei di nuovo troppo severo con te stesso, osservò Addie. Chi riesce ad avere quello che desidera? Non mi pare che capiti a tanti, forse proprio a nessuno. E’ sempre un incontro alla cieca tra due persone che mettono in scena vecchie idee e sogni e impressioni sbagliate. Anche se, ripeto, questo non vale per noi due. Non in questo momento, non oggi.
Anche per me è così. Eppure persino tu potresti stancarti di me e non volerne più sapere.
Se dovesse succedere, possiamo smettere, disse lei. Questo è l’accordo tra noi, no? Anche se non ce lo siamo mai detti. [Le nostre anime di notte, Kent Haruf, trad. F. Cremonesi]

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Addie e Louis sono due anziani vicini di casa che vivono a Holt, in Colorado, entrambi vedovi con figli adulti ormai lontani; le giornate sono lunghe ma le notti ancor di più, per questo ad Addie viene un’idea un po’ bislacca: chiedere a Louis se gli va di trascorrere le notti da lei. Non si tratta di sesso, precisa immediatamente Addie, è qualcosa di molto più profondo: attraversare le notti assieme, parlare a letto, nel buio, delle loro vite e dei loro progetti.

Louis accetta e inizia così a uscire di casa ogni sera dopo la cena. La prima sera Louis passa dal cortile sul retro, bussa alla porta di un’emozionata Addie che lo sta aspettando. La donna, però, preferisce che Louis passi dalla porta principale e non da quella di servizio; se la gente di Holt avrà voglia di spettegolare, che lo faccia pure, ad Addie non importa poiché sa che con Louis non sta facendo nulla di male.

Addie e Louis, con una tenerezza incredibile, attraversano le notti assieme. Addie racconta dell’incidente della figlia, della morte del marito e della difficile situazione famigliare di suo figlio; Louis parla del suo tradimento alle promesse matrimoniali, della sua redenzione, della malattia e della morte della moglie e infine del difficile rapporto con la figlia.

Ma la gente di Holt, specialmente quelli con la mente più chiusa, prendono a parlar male di questo bel rapporto tra Addie e Louis; parlano talmente tanto che le voci arrivano sino alle orecchie dei figli, che con prepotenza chiedono ai rispettivi genitori di non vedersi più.

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George Ault “Bright Light at Russell’s Corners” (1946)

Cos’è che ci siamo detti? Che è impossibile aggiustare le vite degli altri, no?
Questo vale per te, disse lei. Non per me.
Capisco, disse Louis.
Oh, mi sento già meglio a parlare con te avendoti accanto.
Non abbiamo parlato molto per il momento.
Eppure mi sento già meglio. Te ne sono grata. Ti ringrazio per tutto questo. Adesso mi sento di nuovo molto fortunata. [Le nostre anime di notte, Kent Haruf, trad. F. Cremonesi]

Leggendo, anche questa volta Kent Haruf mi ha emozionata, con la sua capacità di intrecciare le storie delle vite dei suoi personaggi, descrive situazioni, sentimenti e paesaggi con grande semplicità.

Le nostre anime di notte” non è un romanzo molto lungo: in queste poche pagine sono condensati molti sentimenti ed episodi della vita di Addie e Louis, sia del passato che del presente. Quella di Kent Haruf è una scrittura asciutta e incisiva, mai ridondante eppure sempre precisa e coinvolgente.

Stava iniziando a fare caldo. Metà luglio. Il cielo terso e il grano già falciato nei campi lungo la strada, le stoppie regolari e ordinate, nel campo accanto il granturco verde scuro che correva in file dritte. Una luminosa, torrida giornata estiva [Le nostre anime di notte, Kent Haruf, trad. F. Cremonesi]

Usa pochissime parole, Haruf, anche per descrive la campagna attorno a Holt, un campo di grano appena falciato, il mais verde brillante che sta crescendo lentamente, un cielo stellato che illumina le notti di Addie e Louis o la Main Street di Holt. E poche parole per rendere concetti quali l’amore, l’amicizia, l’essere genitori, i drammi della vita che tutti, purtroppo, ci ritroviamo ad affrontare.

Dopo aver letto i quattro romanzi di Kent Haruf finora editi in Italia ho capito che la potenza della sua scrittura è la semplicità ed è così che il lettore si identifica facilmente negli avvenimenti che accadono ai protagonisti.

Se volte farvi un regalo, leggete Kent Haruf: le sue storie vi arriveranno dritte dritte al cuore.

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Titolo: Le nostre anime di notte
L’Autore: Kent Haruf
Traduzione dall’inglese: Fabio Cremonesi
Editore:NN Editore
Perché leggerlo: per farvi un regalo, perché la scrittura di Kent Haruf vi entrerà dritta nel cuore

João Ricardo Pedro | Il tuo volto sarà l’ultimo

È per continuare la scoperta del Portogallo attraverso i libri che ho scelto di leggere “Il tuo volto sarà l’ultimo” di João Ricardo Pedro (Nutrimenti trad. G. De Marchis, 207 pagine, 16 €). Presentata in modo intrigante, la trama mi ha conquistata immediatamente, come la bellissima copertina e il titolo molto particolare. L’ho letto in circa una settimana, ci sono stati giorni in cui ho letto poche pagine e giorni in cui ne ho lette quasi cinquanta. Ci ho messo un po’ a raccogliere le idee e ora vi parlo di questa lettura e della mia possibile interpretazione.

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Era tardi. Il paese era in buone mani ed era tardi. Troppo tardi per un vecchio. Spense il televisore. Si ricordò del figlio. Si ricordò del nipote. Si ricordò della nuora. Spense le luci. Salì le scale. Entrò in camera. Estrasse la rivoltella che aveva le sue iniziali incise nel calcio. La mise nel cassetto del comodino. Chiuse il cassetto a chiave. Mise la chiave sotto il cuscino. La moglie, in pace con Dio e con il mondo, dormiva tranquillamente. Puntò la sveglia alle sette e mezza. Mentre si toglieva le scarpe, si accorse che aveva i calzini sporchi di sangue. Là fuori, un trambusto di gatti [Il tuo volto sarà l’ultimo, J. R. Pedro, trad. G. De Marchis]

Celestino scompare il giorno della Rivoluzione dei Garofani, il venticinque aprile millenovecentosettantaquattro. Gli uomini che vivono nel paese dal nome di mammifero lo cercano in lungo e in largo; Celestino, quell’uomo un po’ misterioso che quarant’anni prima era giunto in paese senza un occhio ed era stato soccorso dal dottor Augusto Mendes, viene trovato morto verso sera proprio da quello che fu il suo primo soccorritore, tanti anni prima.

Da questo incipit prende avvio la storia della famiglia Mendes, dal nonno Augusto, medico, al figlio António soldato due volte in Angola e Congo nei periodi appena precedenti alla decolonizzazione, fino a Duarte, l’enigmatico nipote.

Mentre vengono presentati gli episodi, sempre narrati in terza persona ma con protagonisti una volta Augusto, una António e una Duarte, conosciamo questi tre uomini, così diversi uniti solo dallo stesso cognome. Augusto è stato medico, ha curato tantissima gente, e aveva deciso di andare a vivere in campagna dopo aver visto la tenuta in rovina dell’amico Policarpo, uomo che al contrario di Augusto, aveva deciso di lasciare il Portogallo per scoprire e vivere il mondo; António, ribelle e un po’ violento fin da ragazzo, non poteva che avviarsi alla carriera militare: due volte in Africa, dopo aver conosciuto quasi per caso la ragazza che gli avrebbe fatto prima da madrina di guerra e poi da moglie e madre di Duarte; infine, Duarte, bambino enigmatico, strano, appassionato di musica e d’arte ma così sfuggente e misterioso da non riuscire a inquadrarlo correttamente.

Dalla scomparsa di Celestino, che sembra venir dimenticata in fretta, João Ricardo Pedro racconta al lettore episodi dei tre protagonisti maschili, avanti e indietro nel tempo, saltando qua e là, tanto spesso è complesso raccapezzarsi.

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Campo di grano in Alentejo (fonte: Faísca from Lisboa, Wikipedia Commons CC BY 2.0)

João Ricardo Pedro passa da un periodare lunghissimo, frasi che occupano quasi una pagina, a frasi asciutte e secche dove si trovano esclusivamente un articolo, un soggetto e un verbo, la rapida descrizione di un’azione. Lo stile di João Ricardo Pedro è molto originale: polifonico ma in terza persona e alcuni episodi sembrano dei racconti a sé, come uno dei più bei capitoli “Le lettere di Policarpo“, bello forse perché proprio una delle lettere di Policarpo dovrebbe essere la chiave per risolvere un mistero perso nei meandri del tempo.

Il Portogallo, con Lisbona e il paese di campagna dal nome di mammifero, assieme alle colonie, è sullo sfondo e viene accennato solo con brevi pennellate di colore, mentre i personaggi vengono analizzati attraverso l’occhio preciso di João Ricardo Pedro, mostrati nelle loro paure, debolezze e particolarità.

Gli eventi dei tre rappresentanti della famiglia Mendes, dicevo, sembrano essere sconnessi tra loro e quando emerge una coincidenza e sembra di aver compreso qualcosa – un dettaglio, un particolare, un fatto – in realtà si ribalta tutto poco dopo, perché in un libro come questo non è facile distinguere il vero dal falso.

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Serra do Topo, isole Azzorre (fonte: José Luís Ávila Silveira e Pedro Noronha e Costa, Wikipedia Commons, Pubblic Domain)

Durante questa lettura ho pensato molto al romanzo “Le ossa di San Lorenzo” di Vincente Alfonso (NN editore, trad. F. Cremonesi), perché come stile e modalità di presentare la storia e soprattutto gli enigmi, mi pareva simile. Ma se ne “Le ossa di San Lorenzo” alla fine ognuno può avere un’interpretazione diversa dei misteri del libro, e Alfonso fornisce ai lettori le chiavi di lettura, ne “Il tuo volto sarà l’ultimo” non si risolve nulla, i dubbi persistono e sono più forti che all’inizio della lettura.

João Ricardo Pedro tiene sulle spine il lettore fino all’ultimo, lettearlmente fino all’ultima pagina, e quando si arriva a leggere una lettera che dovrebbe spiegare almeno in parte un fatto ma, no, di nuovo Ricardo Pedro non ci fornisce la spiegazione. Forse, la vita è un po’ così, spesso pensiamo di essere arrivati alla soluzione ma questa ci sfugge; pensiamo di aver chiara la verità, ma un fatto la confuta.

O forse, non tutta la verità può essere svelata completamente, perché nella vita di ognuno un pizzico di mistero permane nel tempo. Come la morte – incidente? omicidio? –, misteriosa e cruenta, del povero Celestino.

Titolo: Il tuo volto sarà l’ultimo
L’Autore: João Ricardo Pedro
Traduzione dal portoghese: Giorgio De Marchis
Editore: Nutrimenti
Perché leggerlo: per mettervi alla prova

(© Riproduzione riservata)

Jens Christian Grøndahl | Spesso sono felice

Ho scoperto il nuovo romanzo di Jens Christian Grøndahl “Spesso sono felice” (trad. E. Kampmann, Feltrinelli, 103 pagine, 12 €) sui social network, precisamente sulla pagina facebook de I Boreali – Nordic Festival; la copertina essenziale e il titolo romantico mi hanno incuriosita e una volta letta la trama, che presupponeva un romanzo nostalgico e malinconico, ho deciso di leggerlo.

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Adesso è morto anche tuo marito, Anna. Tuo marito, nostro marito. Mi sarebbe piaciuto che riposasse accanto a te, ma tu hai già due vicini di posto, un avvocato e una signora seppellita un paio di anni fa. Quando arrivasti tu, l’avvocato c’era già da parecchio tempo. Ho trovato un lotto libero per Georg nella fila successiva; dalla tua tomba si vede il dietro della sua lapide. Ho scelto l’arenaria, nonostante il marmista mi abbia detto che risente delle intemperie. E allora? Il granito non mi piace. I gemelli invece lo avrebbero preferito, su questo punto una volta tanto erano d’accordo [Spesso sono felice, Jens Christian Grøndahl, trad. E. Kampmann]

Ellinor è una donna di settant’anni, determinata e decisa, convinta di sapere come vuole trascorrere questi ultimi anni che le restano; dopo la morte del secondo marito, Georg, Ellinor vende la grande casa senza quasi interpellare i gemelli, figli di Georg e di Anna la prima moglie di lui, e decide di tornare a vivere nel quartiere di Copenaghen dove viveva da bambina, Amerikavej.

I gemelli Stefan e Morten, piccati dalla scelta di vendere la proprietà, cercano di dissuadere Ellinor e ci prova anche Mie, l’insopportabile e dispotica moglie di Stefan; Ellinor, però, non vuole altro che vivere in quel quartiere e guardare dalle finestre la vecchia casa dove visse con la madre.

La vita di Ellinor, benché lei l’abbia sempre affrontata con ottimismo e determinazione, non è sempre stata facile. Tre eventi hanno interessato la vita di Ellinor, stravolgendola per sempre: la scoperta dell’identità di suo padre, il tradimento da parte del suo primo marito e un terribile incidente mortale occorso sulle Dolomiti molti anni prima.

Ellinor racconta tutto questo, con un tono malinconico ma striato di positività, sotto forma di lettera ad Anna danese di origini italiane, la sua amica scomparsa moltissimi anni prima. E’ attraverso queste righe che Ellinor traccia un preciso bilancio della sua esistenza, raccontando all’amica tutto ciò che è successo dopo la sua drammatica e prematura morte.

L’amore era. Non è più? Sì, che è, muore con l’uomo, ma per quanto tempo potrà svolazzare per conto suo, tendersi nella stanza vuota cercando di acchiappare i granelli di polvere in un raggio di sole? A che punto si trasforma nel ricordo di un sentimento, e non è più il sentimento stesso? (…) Finii con l’amare Georg al posto tuo, e non avrei mai immaginato neanche questo, ma di qui a continuare a vivere in casa sua, senza di lui? Per qualche motivo mi pare inconcepibile, e vorrei capire perché [Spesso sono felice, Jens Christian Grøndahl, trad. E. Kampmann]

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Canale Nyhavn, Copenhagen (fonte: Benjamin Janecke, Wikipedia Commons CC BY-SA 3.0)

 Ho apprezzato il romanzo di Jens Christian Grøndahl in modo particolare perché è essenziale e in pochissime pagine riesce a raccontare avvenimenti e sentimenti; un romanzo come questo avrebbe potuto benissimo svilupparsi per trecento pagine, ma Grøndahl sceglie di essere incisivo senza allungare troppo la storia. In poche righe concentra emozioni, descrizioni, sentimenti e questo per me è un valore aggiunto. Una delle più belle storie d’amore contenute in questo libro viene raccontata in poco meno di dieci pagine, quando con un’idea come quella si sarebbe potuta sviluppare per almeno cinquanta o settanta pagine.

Oltre ad essere essenziale, la scrittura di Grøndahl è delicata, lieve e molto poetica. E malinconica, logicamente, trattandosi a tutti gli effetti di una lunga lettera scritta per Anna, l’amica di Ellinor scomparsa da giovane.

Nella lettera di Ellinor vi sono appunto dei segreti personali, dalla scoperta dell’identità del padre a quella del tradimento del suo primo marito e benché l’idea di raccontare il tutto attraverso una lettera non sia un espediente narrativo originale, la vicenda funziona benissimo, e la storia diventa via via sempre più appassionante.

Ellinor è una donna decisa, intraprendente, che nonostante le difficoltà della vita non si è mai arresa, descritta magistralmente nell’intimo, emerge è un personaggio a tutto tondo che spicca notevolmente per la sua voglia di indipendenza.

Spesso sono felice” di Jens Christian Grøndahl è un buon romanzo che ho apprezzato molto e che fa riflettere sul tempo che passa e che lava via discordie e rancori, ma che acuisce la potenza dei segreti taciuti per troppo tempo; fa riflettere su cosa resterà di noi quando non ci saremo più, chi si occuperà delle persone che abbiamo lasciato e chissà se qualcuno prenderà “il nostro posto” nel nostro piccolo mondo.

Titolo: Spesso sono felice
L’Autore: Jens Christian Grøndahl
Traduzione dal danese: Eva Kampmann
Editore: Feltrinelli
Perché leggerlo: il romanzo è un’emozionante storia di amori, relazioni famigliari e segreti personali, perfetta per chi cerca un libro essenziale scritto in modo incisivo e delicato

Ognjen Spahić | I figli di Hansen

Ognjen Spahić è un autore montenegrino ed è bastato questo dettaglio per far sì che io decidessi di leggere “I figli di Hansen” (Zandonai, trad. Ljiljana Avirović, 167 pagine, 13.50 €). Il romanzo tratta argomenti piuttosto forti, vi sono descrizioni alquanto truculente e impressionanti; ma lo sapevo, fin prima di iniziarlo, che un romanzo ambientato in un lebbrosario non fosse semplice da leggere e metabolizzare.

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Ho sempre avuto l’impressione che al nostro edificio e al suo stretto circondario si guardasse come a un vecchio e maledetto cimitero nel quale si aggirano gli spettri, e non come a un istituto di cura. Credo che a ciò abbiano contribuito anche le lunghe mantelle che indossavamo, indispensabili protezioni dal sole e dagli sguardi degli altri malati. O almeno da quelli di coloro che gli occhi ancora li avevano [I figli di Hansen, Ognjen Spahić, trad. L. Avirović]

La voce che narra la vicenda è quella di un uomo rinchiuso nell’ultimo lebbrosario europeo, in un piccolo paese rumeno a pochi chilometri dal delta del Danubio. Non dirà mai il suo nome, descriverà poco il suo aspetto fisico e non accennerà mai come ha contratto la malattia.

L’io narrante è un lebbroso, come gli altri dieci ospiti del lebbrosario; grazie al fatto che la malattia di Hansen su di lui non ha ancora avuto effetti granché devastanti, è stato insignito del ruolo di capo, colui che prende le decisioni più importanti e distribuisce cibo, medicinali, indumenti. Nel lebbrosario non ci sono medici, né infermieri: i malati sono lasciati in balia di loro stessi, giungono solamente i volontari della Croce Rossa a portare i pacchi con i generi di prima necessità. Anche se, molto spesso, i pacchi arrivano quasi vuoti perché già saccheggiati dai contadini.

L’azione prende l’avvio nell’aprile del 1989, quell’anno che cambierà la storia della Romania e dell’Europa stessa. I lebbrosi osservano la fabbrica poco distante dal loro istituto: su un poster gigante appeso alla parete, il volto sorridente di Nicolae Ceauşescu invita gli operai al lavoro. Ma nel corso del 1989 i focolai di operai che cercano di ribellarsi si fanno sempre più frequenti, e la Securitate rumena ha un gran da fare per reprimere le rivolte nel sangue.

I lebbrosi non sanno cosa sta accadendo al regime di Dracula, come veniva chiamato Nicolae Ceauşescu dai rumeni stanchi del dittatore. Non hanno idea dei tumulti, delle rivolte, del malcontento che serpeggia tra la gente. Sentono che sta succedendo qualcosa di importante, e mentre Dracula sta per capitolare per sempre, anche all’interno del lebbrosario molti equilibri si rompono.

I più disparati anatemi cristiani ci hanno schiaffeggiato nei secoli passati, ed è proprio il cristianesimo il principale responsabile del fatto che noi oggi stiamo marcendo nella sofferenza. Perché a portare in Europa la malattia furono i crociati (…) Allora l’Europa venne colpita dalla prima grande epidemia, come risulta dal Concilio convocato dal papa nel 1179, nel quale fummo definitivamente proclamati morti tra i vivi e relegati in migliaia di puzzolenti lebbrosari. Ami la Bibbia, odi i lebbrosi, scagli le pietre contro di loro e attacchi campanellini al collo – è stato il divertimento di milioni di anime. [I figli di Hansen, Ognjen Spahić, trad. L. Avirović]

Il figli di Hansen” è il romanzo d’esordio di Ognjen Spahić, scritto molto bene, in modo decisamente coinvolgente e scorrevole ed è un libro breve ma che contiene moltissimi spunti per riflettere. Se è vero che mancano le descrizione fisiche dell’io narrante, troviamo quelle degli altri ospiti del lebbrosario: sono immagini molto forti, quasi violente, l’autore non risparmia i dettagli. Questo è uno dei motivi per cui non posso consigliare questo libro a tutti, in modo particolare ai lettori più sensibili.

Le descrizioni sono necessarie per far capire come si viveva in un lebbrosario, dove un uomo (o una donna) smettono quasi di essere umani e diventano “dei morti tra i vivi“; la diffidenza della gente, la paura del contagio, le scarse condizioni igieniche e il nervosismo crescente man mano che i lebbrosi prendono consapevolezza della loro drammatica e irreversibile condizione. Per tutta la durata della lettura, ho immaginato questo istituto immerso nella campagna rumena, piatta e vuota e sterile, illuminato sempre da una luce livida e sovrastato da un cielo bianco accecante.

La condizione dei lebbrosi viene fotografata dall’io narrante non solo nel 1989 ma nel corso dei secoli: a partire dalle citazioni bibliche sui lebbrosi – morti tra i vivi – sino alla scoperta del batterio responsabile della malattia da parte del medico norvegese Hansen. Sono parti, queste, che indignano: anziché applicare la carità cristiana e aiutare i malati, questi venivano allontanati dalla società e lasciati vivere d’elemosina, dopo aver celebrato il loro stesso funerale prima che morissero.

La storia della Romania, nella fattispecie dei febbrili mesi che precedono la capitolazione di Nicolae Ceauşescu, viene messa sullo sfondo. Avvicinandosi a dicembre, anche i malati sentono il nervosismo aumentare, e in parallelo con quella che sfocerà nella Rivoluzione rumena – dopo i cruenti fatti di Timișoara – anche nel lebbrosario avviene una rivoluzione. L’io narrante rischia di perdere la sua autorità, l’amico Robert viene malmenato da altri lebbrosi, e alcuni amici muoiono a causa dell’avanzare della malattia; qualcuno fugge dal lebbrosario, mentre l’io narrante e il povero Robert attendono che il Signor Qualunque porti loro i documenti falsi per andare verso la libertà.

I figli di Hansen” è un romanzo interessante, che mescola sapientemente la storia della Romania della Rivoluzione e quella della lebbra; racconta molto bene le ansie e le paure dei lebbrosi ospiti dell’istituto, come traspaiono i sentimenti rivoluzionari degli operai della fabbrica. Inquieta, turba e spaventa, e a tratti disgusta anche. Ma “I figli di Hansen” fa davvero riflettere sull’amicizia e le alleanze, su cosa significa essere un rietto della società e sulla libertà che ognuno di noi cerca in modo diverso.

(…) e spensi la luce. Se dovessi portare con me un ricordo contenente tutto il vissuto in questo luogo, ogni cosa riflettuta qui, nel corso di tanti lunghi anni, allora sarebbe uno spicchio di buio umido e denso, pensai, chiudendo la porta [I figli di Hansen, Ognjen Spahić, trad. L. Avirović]

Ángeles Caso | Controvento

Questo libro dalla copertina giallo squillante, con tre barchette colorate a lato e un titolo così romantico, mi ha attratta subito. “Controvento” di Ángeles Caso (marcos y marcos, trad. Claudia Tarolo, pagine 282, 15 €) ha una trama semplice ma che si prefigura trattare forti tematiche: per questo ho deciso di leggerlo, con la certezza che mi avrebbe insegnato e lasciato qualcosa di importante.

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Mi sono sempre chiesta se la mia vita sarebbe stata diversa se mia madre non fosse stata una donna depressa. Ritengo di sì. Magari i miei neuroni si sarebbero conformati in un altro modo nel suo ventre, le loro connessioni sarebbero state differenti, gli ormoni e le proteine sarebbero fluiti con un altro ritmo (…) Forse sarei stata una donna decisa e coraggiosa (…) Invece ho vissuto rinchiusa, smarrita nelle mie paure, quasi muta e sorda, facendo il possibile per evitare l’ansia dei cambiamenti, l’angoscia del rischio (…) Per questo ammiro São. Perché lei è stata capace di vivere tutto ciò che io ho soffocato, spento, sepolto sotto strati di terra. Sì, di tutte le persone che conosco al mondo, São è quella che ammiro di più [Controvento, Ángeles Caso, trad. C. Tarolo]

São è una bambina capoverdiana e vive in una delle isole dell’arcipelago al largo delle coste dell’Africa. São non conosce suo padre, e forse è un bene dato che il suo concepimento è frutto di una violenza sulla madre, figura quest’ultima che si è sempre mostrata molto assente, fredda e distaccata nei riguardi della figlia.

São cresce con un’anziana vedova capoverdiana che ha avuto tanti figli, alcuni sono morti e altri sono in Europa, e ora lei è sola in una baracca di legno, senza neppure il pavimento, a badare a São. La bambina è una studentessa eccellente e ha idee molto precise sul suo futuro: sogna di andare in Europa e di studiare medicina. São infatti vede che sulla sua isola una banale dissenteria può uccidere un bambino e questo accade perché la famiglia non ha i mezzi per comprare le medicine o per pagare il consulto di un medico. São sarà dottoressa e curerà i poveri, ne è certa.

Ma il suo destino ha altre cose in serbo, per lei; all’improvviso, la madre lascia Capo Verde e vola a Napoli con un nuovo marito. Smette persino di inviarle i soldi per pagare libri, quaderni e tasse scolastiche, così São si vede costretta ad abbandonare il suo sogno di studiare medicina.

Lavorando per una ricca famiglia di coloni, São incontra un uomo che si rivelano diverso da come si mostra: questo episodio farà sì che per lungo tempo São non riuscirà a fidarsi del genere maschile. Ma per sua fortuna, incontra una donna che la aiuta ad emigrare in Europa; São arriva a Lisbona, in Portogallo, eppure non è il Paese che aveva sempre sognato: molti portoghesi sono razzisti e gli africani come São vivono in palazzoni fatiscenti e pericolanti, fanno umili lavori pagati poco.

Quando São incontra Bigador inizia a vedere un luminoso futuro davanti a sé, a loro. Finalmente immagina il riscatto, il calore di una famiglia che non ha mai avuto e l’amore di un uomo magnifico. Ma anche questa volta, nulla è come sembra. Eppure, l’energia di São sembra infinita, e nei dolori sembra trovare forza; tanta forza da riuscire a trasmetterla anche ad una donna spagnola, devastata da una storia d’amore finita male.

L’energia di São dovette contagiarmi. Da quando arrivò a casa mia, mi sentii sempre meglio (…) Forse fu soltanto che il suo coraggio e la sua forza mi servirono da esempio (…) In ogni caso iniziai a vedere la realtà sotto una nuova luce, cominciai a comprendere che le mie grandi tragedie, tutte quelle cose terribili che fin da piccola mi parevano circostanze terribili, dolori a cui aggrapparsi (…) erano inezie se comparate all’esistenza di un’infinità di esseri umani in buona parte del mondo [Controvento, Ángeles Caso, trad. C. Tarolo]

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Abitazione a Ribeira, Isola di Santiago, Capo Verde (fonte: Ji-Elle, Wikipedia Commons, CC BY-SA 3.0)

Ángeles Caso affida la narrazione ad una donna spagnola, per un periodo datrice di lavoro di São. Nel primo capitolo del romanzo è proprio la donna spagnola che si presenta, con tutte le sue insicurezze e paure, specialmente la paura di amare e di essere amata. Inizia quindi a raccontare la storia di São, la sua collaboratrice domestica, perché curiosamente è proprio questa donna capoverdiana ad aver aiutato la donna spagnola. Nonostante le avversità della vita, infatti, São non si è mai abbattuta né lasciata andare. E le difficoltà, sono state davvero moltissime.

La Caso è una narratrice molto brava: il romanzo è scorrevole e decisamente coinvolgente, con un periodare a tratti un po’ artificioso, ma funzionale alla perfetta descrizione dei sentimenti delle figure femminili. Sono proprio le donne, infatti, le vere protagoniste della storia e sono estremamente ben delineate: dalla madre di São, con le sue sventure, alla donna che l’ha allevata; la prima padrona di São, la donna che ha procurato i documenti per il viaggio a Lisbona, l’amica femmista che aiuterà São in una difficile decisione; la suocera angolana, le cognate, Lia e poi la sua amica spagnola.

Quella di São è una storia vera: Ángeles Caso da bambina aveva avuto una bambinaia capoverdiana che si sventure nella sua vita ne aveva patite tante. Questo dettaglio aggiunge alla storia quella veridicità che ci fa capire come spesso quelle che noi pensiamo essere difficoltà insormontabili non sono ostacoli così grandi, commissurati alle sofferenze degli altri. E anche se non è semplice, ogni delusione dovremmo superarla con positività, con entusiasmo, proprio come São.

Titolo: Controvento
L’Autrice: Ángeles Caso
Traduzione dallo spagnolo: Claudia Tarolo
Editore: marcos y marcos
Perché leggerlo: “Controvento” è un romanzo scorrevole, ben scritto e tradotto, dove le donne sono le protagoniste; figure femmili ben delineate, nella psicologia, nei sentimenti, nei drammi. Un libro per non lasciarsi abbattere dalle difficoltà, ma per imparare a reagire con entusiasmo e positività