Jane Alison | Meglio sole che nuvole

Le parole scritte sono parte del problema? Tradurre, trasporre, è parte del problema? Prima dell’invenzione della scrittura, le parole nuotavano da sole nella testa della gente? Voglio dire, esistevano le parole nel silenzio prima dell’invenzione della scrittura, o esistono solo quando vengono soffiate al di là dai denti? Le cose al tempo di Omero erano diverse? O siamo sempre stati tutti una piscina piena privata di parole che nuotano mute? [Jane Alison, Meglio sole che nuvole, trad. L. Noulian]

J è una donna di mezz’età che, a seguito dell’ennesima delusione amorosa, sceglie di ritornare a Miami, in Florida, dove prende in affitto un appartamento in un condominio fatiscente. Miami è tutta grattacieli di vetro, cieli blu a tratti velati da sottili nuvole e personaggi piuttosto bislacchi. Per esempio, c’è una donna che getta oggetti dal balcone lassù in alto, e a J farebbe davvero piacere scoprire che cosa butta giù.

J porta con sé tre cose: la sua insicurezza, l’anziano gatto Buster e il suo amato Ovidio. J è una traduttrice, si occupa di rendere in inglese versi del poeta latino Ovidio. I brani de Le Metamorfosi che J deve tradurre durante quella calda estate, le entrano sottopelle e non è raro che si ritrovi a fantasticare storie ispirate ad Ovidio usando i personaggi che incontra quotidianamente a Miami.

Avrete notato, immagino, la simmetria di tali eziologie: Furia + Amore; Non Bisogno + Bisogno. Ira e lussuria. Non posso vivere con te né senza di te e mi sembra di non sapere nemmeno io quello che voglio, dice Ovidio. Gia, tutti lo capiamo [Jane Alison, Meglio sole che nuvole, trad. L. Noulian]

I dubbi e le insicurezze di J, in particolar modo sugli uomini, assorbono buona parte dei suoi pensieri. Il matrimonio è fallito, gli amanti che ha avuto le sembrano essi stessi dei falliti, sente che forse è meglio restare da sola, al posto di collezionare tutte queste storie d’amore che in realtà d’amore non hanno nulla. J fa amicizia con N e P, accudisce Buster come fosse un figlio, si prende a cuore un’anatra di un parco che le pare menomata e cerca di convincere sua madre ad andare a vivere in una casa di riposo. J si preoccupa anche del corallo che vive vicino al porto: l’inquinamento non lo ucciderà?

L’estate avanza, le traduzioni devono essere completate. Mentre nel condominio si inizia a parlare di lavori di restauro e smantellamento della piscina a clessidra, lavori costosissimi d’altronde, J incomincia a rendersi conto che l’essere sola non significa necessariamente aver fallito in qualcosa, e forse è proprio dentro di sé che si può trovare il miglior equilibrio, soprattutto smettendo di essere ciò che non si è.

Be’, le trasformazioni sono logiche. Ovidio lo fece capire molto bene. Le trasformazioni sono eque. Si diventa ciò che si era destinati ad essere; si diventa ciò che si è realmente. Non volevi essere di pietra? O di vetro, o di cromo? O qualcosa del genere? [Jane Alison, Meglio sole che nuvole, trad. L. Noulian]

Miami (Photo by Francesca Saraco on Unsplash)

Meglio sole che nuvole” di Jane Alison (trad. Laura Noulian, NN Editore, 18 €) è prima di tutto un libro non-fiction, un collage di tanti pensieri della protagonista che si affastellano a tratti senza logica apparente. È come un lungo monologo interiore, dove non sempre J fa entrare il lettorenel suo mondo: J non rivela il suo nome, né quello dei condomini o dei suoi amanti, che chiama usando pseudonomi assurdi; gli unici che hanno un nome, nel libro, sono il gatto Buster e Virgil.  J dà voce ai pensieri e alle riflessioni sulla sua vita; questo non è un diario e non è un’autobiografia. È una forma di scrittura, una confessione talmente intima e spirituale, che non avevo mai incontrato prima e che inizialmente mi ha lasciata un po’ confusa.

Non è un libro di immediata lettura e a mio avviso necessita di parecchia concentrazione, sia per lo stile narrativo che la Alison utilizza, sia per i riferimenti all’opera di Ovidio qui e là nel testo. Una mia grande pecca è il non aver mai studiato né letto letteratura latina, pertanto ho avuto non poche difficoltà a cogliere i riferimenti e allusioni a Ovidio disseminati nel testo.

Ho riconosciuto alcuni miti citati, conoscevo quello di Dafne e Apollo, con la metamorfosi di Dafne in alloro raccontata da Ovidio e quello delle sfere di Aristofane di Platone, ma altri mi sono sfuggiti

Le sfere di Aristofane nel racconto di Platone (…) sono quei mostri felici fatti ciascuno da due persone, uomo-donna o uomo-uomo o donna-donna (…) l’unico modo per essere interi constisteva nell’essere in due. Ma questi aggregati sferici erano troppo potenti, e una saetta li divise in due. Adesso loro, noi, passiamo la vita a cercare la metà perduta. No. Non c’è nessuna metà. Ecco cosa pensavo mentre nuotavo con foga, vasca dopo vasca (…) [Jane Alison, Meglio sole che nuvole, trad. L. Noulian]

Photo by Coby Shimabukuro on Unsplash

Ciò che invece mi è piaciuto, oltre al continuo mettermi alla prova durante la lettura, è il fatto che J col tempo capisca che non è necessario avere a tutti i costi qualcuno a fianco, soprattutto se questa persona non è adatta a noi. Un po’ come dice il proverbio “Meglio soli che mal accompagnati”, meglio un cielo illuminato dai raggi solari che annebbiato da una coltre di nuvole.

“Meglio sole che nuvole” è un libro introspettivo, intimo e cerebrale, dove emerge quanto la letteratura possa far parte della vita reale e dove spicca il fatto che essere soli, anche per un breve periodo, non significa essere un fallito o una persona arresa nei confronti dell’amore.

Titolo: Meglio sole che nuvole. Leggere Ovidio a Miami
L’Autrice: Jane Alison
Traduzione dall’inglese: Laura Noulian
Editore: NN Editore
Perché leggerlo: per mettersi alla prova, per chi cerca un libro intimo, introspettivo e cerebrale

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Marianne Jaeglé | Giallo Van Gogh

Amava quei fiori, tipici del Sud, che si orientano verso il sole come adoratori umili e appassionati. Ama il loro voltarsi in modo fervido, ma anche il fatto che la loro amministrazione si traduca in una modesta imitazione della loro divinità: il loro cuore e i loro petali non sono altro che un omaggio colorato e vibrante al sole [Giallo Van Gogh, Marianne Jaeglé, trad. M. L. Fanello]

Arles, 1888. Nell’assolato Sud della Francia, Vincent Van Gogh vive in una squallida pensione e occupa il suo tempo dipingendo febbrilmente. Grazie al fratello Theo, che gestisce una galleria d’arte a Parigi, Vincent riesce a piazzare qualche quadro, anche se non è molto apprezzato nel mondo dell’arte di quel periodo. Theo è generoso con Vincent: gli compra i colori, le tele e gli passa dei soldi. Con quel denaro Vincent riesce ad affittare una casa gialla ad Arles e ad arredarla; il suo sogno è quello di vivere con Paul Gauguin, un artista dal quale vuole imparare.

Paul accetta di andare a vivere nella casa di Vincent, ma il rapporto tra i due artisti è tormentato. Vincent è quasi come un amante geloso e giorno dopo giorno Paul si rende conto che l’anima dell’olandese è posseduta dalla follia. Quando Vincent, in un attimo di rabbia, si taglia un orecchio, Paul ne ha la certezza.

Per aiutare il fratello, Theo gli suggerisce di trascorrere un periodo dapprima in ospedale per curare la ferita all’orecchio, e poi in una struttura dove si curano i malati mentali. L’intera Arles ce l’ha con Vincent, nessuno capisce la sua arte, le pennellate con cui rabbiosamente imbratta le tele non piacciono, benché esca una recensione positiva ai suoi lavori da parte del critico Albert Aurier.

Van Gogh non è solo un grande pittore, entusiasta della sua arte, della sua tavolozza e della natura, è ancora un sognatore, un credente esaltato, un divoratore di belle utopie che vive di idee e speranze [Giallo Van Gogh, Marianne Jaeglé, trad. M. L. Fanello]

“Campo di grano con volo di corvi”, Van Gogh (1890)

Vincent sente stringersi attorno a sé un cerchio: Gauguin lo discredita, la cognata Johanna lo sopporta poco, il fallimento incombe su di lui, è convinto che qualcuno tenti di avvelenarlo, iniziano paranoie e paure immotivate. Ma in tutto questo disagio, fisico e mentale, l’unico che crede in lui è Theo e Vincent si sente spronato a continuare a creare e dipingere, usando ogni cosa come soggetto. Dove c’è volontà c’è un sentiero, si ripete, un giorno qualcuno lo apprezzerà.

Nel 1890 Theo decide di portare Vincent a Auvers-sur-Oise, in una clinica per persone disturbate mentalmente. Lui e la moglie vivono a Parigi, potranno così passare spesso a salutare Vincent. Qui ad Auvers-sur-Oise accade l’irreparabile. Di ritorno da un’uscita, Vincent è sanguinante: uno sparo l’ha colpito. Si è sempre pensato che il pittore olandese, ormai scoraggiato e distrutto, si sia sparato un colpo per suicidarsi. Ma è davvero così?

È la pittura che mi ha scelto, la pittura e nessun altro [Giallo Van Gogh, Marianne Jaeglé, trad. M. L. Fanello]

Dettaglio de “I girasoli”, Van Gogh (1888)

Giallo Van Gogh” di Marianne Jaeglé (trad. M. L. Fanello, L’Asino d’Oro edizioni, 16 €) è un lungo romanzo che indaga gli ultimi due anni di vita del pittore olandese Vincent Van Gogh supponendo che la sua morte non sia stata un suicidio bensì un omicidio, come sostengono alcuni storici americani.

Da qui il titolo del romanzo: il giallo allude ad uno dei colori preferiti del pittore e all’omicidio che la Jeaglé mette in scena e risolve. Il romanzo è narrato in terza persona e suddiviso in tre parti: nella prima viene messo in scena il turbolento rapporto tra Vincent e Paul Gauguin, che si conclude con il drammatico gesto di autolesionismo di Van Gogh; nella seconda parte vengono descritti il fallimento di Vincent, il rapporto tra Vincent, Theo e Johanna, il fatto che nessuno riesca a comprendere ed apprezzare la sua arte; infine, nella terza parte, che si sposta dal Sud della Francia alle porte di Parigi, si ritrova Vincent chiuso in manicomio fino al suo drammatico omicidio.

Il romanzo è corposo, forse fin troppo. La Jeaglé si è documentata molto, ma a tratti la narrazione è piuttosto lenta e ripetitiva, e leggendo talvolta ho avuto la sensazione che non si arrivasse mai al dunque. Giunta finalmente al punto cruciale del libro – il presunto omicidio di Vincent Van Gogh – il movente e l’assassino mi sono sembrati alquanto irrealistici: mi sarei aspettata di tutto, tranne quello che poi viene descritto. Non posso certo dire che non sia stato un colpo di scena, in effetti. 

Quello che invece mi è piaciuto, è l’aver presentato Vincent Van Gogh come un uomo solo, ignorato dalle persone della sua epoca – ad eccezione, ovviamente, dell’amato fratello Theo – e soprattutto incompreso nella sua arte. Van Gogh dipingeva soggetti semplici, persone comuni, con quelle sue rapide e rabbiose pennellate che sembravano quasi voler distruggere le tele. Voleva, Van Gogh, creare una nuova arte, andare oltre l’impressionismo, voleva lasciare il segno.

Ma dati gli insuccessi, Vincent si sente un fallito. Soffre di paraioe e turbe mentali ma non smette mai di disegnare e dipingere. Dipinge ogni giorno della sua vita, senza dare ascolto alle voci che lo tormentano, alle persone che lo criticano. Lavora perché è convinto che un giorno qualcuno apprezzerà il suo lavoro e si emozionerà di fronte ai suoi dipinti. Proprio come me, che mi sono commossa quando al Musée d’Orsay, a Parigi, ho visto all’improvviso la sua splendida “Notte stellata”.

Domani dipingerà quel campo di grano maturo, con le sue spighe ben gonfie e pesanti, cosparso di fiori delicati e al di sopra, con un colore piatto e uniforme, il cielo blu cobalto vivo e puro. Mostrando la natura semplice e sublime, infonderà un desiderio di bontà e di speranza in tutti coloro che guarderanno la sua tela [Giallo Van Gogh, Marianne Jaeglé, trad. M. L. Fanello]

“Notte stellata sul Rodano”, Van Gogh (1888)

Titolo: Giallo Van Gogh
L’Autrice: Marianne Jaeglé
Traduzione dal francese: Maria Letizia Fanello
Editore: L’Asino d’Oro edizioni
Perché leggerlo: se amate l’arte e il personaggio di Van Gogh, se volete scoprire chi potrebbe aver ucciso il famoso pittore olandese

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Prabda Yoon | Feste in lacrime

(…) è la pagina di un quaderno di seconda media. Le righe azzurre cominciano a sbiadire. C’è una frase solo nella pagina, alla terza riga dall’alto. Scrivevo bene, in nero, e a sorpresa le lettere sono ancora molto leggibili. La frase è: “Non cambierò mai”. Che cosa non volessi diventare non lo ricordo più. Non so se ho mantenuto la parola (…) Qualunque cosa mi fossi inventato, dovevo crederci tantissimo [dal racconto Penna tra parentesi, Prabda Yoon, trad. L. Fusari]

Feste in lacrime” di Prabda Yoon (trad. L. Fusari, add editore) è la prima raccolta pubblicata in Italia e costituita da  dieci racconti dello scrittore, traduttore, editore, grafico, regista e sceneggiatore thailandese. Nei racconti di Prabda Yoon si legge una Thailandia molto lontana dall’ideale di luogo turistico dallo splendido oceano cristallino.

I protagonisti dei racconti sono persone comuni, a tratti tanto anonime da non avere nemmeno un nome ad identificarli. Ci sono quattro amici che, dopo il suicidio di un’amica comune, vorrebbero ricominciare a dare le feste in lacrime; un giovane grafico che, guardando un foglio scritto a mano ai tempi delle scuole medie, si lascia andare ad una serie di ricordi. C’è un uomo che incontra una donna che scrive sempre sull’autobus, e una donna che spende tutti i suoi risparmi per portare il figlio disabile a vedere la neve in “Alasaka”.

C’è Marut che si ribella a Prabda Yoon stesso, dicendo che non ci sta a guardare il mare senza motivo. Ci sono due amanti che assistono ad un incidente tragicomico, e una scolara che viene presa in giro dai compagni. Un ragazzo spiega il suo rapporto con un uomo più anziano, che gli ha permesso di usare un nome meno formale; c’è un uomo che sta per rivelare al mondo intero un segreto incredibile.

Nei racconti, i protagonisti sono sempre in bilico tra il passato e il presente, guardandosi intietro con pesante nostalgia. Il sentimento della nostalgia è, infatti, un denominatore comune che permea i racconti. C’è anche una componente surreale, negli scritti, e alcuni personaggi sono a metà tra modernità e credenze ancestrali – ben sviluppate nella storia della vampira di Pattaya -, dove il contrasto tra le due cose rispecchia molto bene i veloci cambiamenti della società thailandese (e in generale, asiatica) al passaggio tra gli anni Novanta e i primi Duemila.

Siccome non era originaria di Pattaya, i vampiri del posto la consideravano una specie di ultima arrivata, una succhia-sangue qualunque che aveva invaso il territorio. Era un po’ una questione di snobismo e un po’ di invidia (…) A ogni modo, si era guadagnata il rispetto e persino l’adorazione di un gruppo di vampiri delle nuove generazioni [dal racconto Scomparsa di una vampira a Pattaya, Prabda Yoon, trad. L. Fusari]

Bangkok (fonte: Wikipedia CC BY-SA 4.0)

Feste in lacrime” di Prabda Yoon (trad. Luca Fusari, add editore, 18 €) è un’interessante raccolta di storie molto coinvolgenti e ben scritte che raccontano di personaggi e luoghi molto distanti dalla nostra cultura occidentale. E come sempre, è per questo motivo che voglio leggere autori e autrici appartenenti a culture diverse, per imparare e farmi un’idea sia del loro modo di scrivere – nel caso di Prabda Yoon molto occidentale – ma soprattutto di viaggiare in mondi lontani.

Titolo: Feste in lacrime
L’Autore: Prabda Yoon
Traduzione dall’inglese all’italiano: Luca Fusari
Traduzione dal thailandese all’inglese: Mui Poopoksakul
Editore: add editore
Perché leggerlo: per ascoltare voci originali e lontane dalla nostra cultura, per entrare nella società thailandese e scoprirne qualcosa in più

(© Riproduzione riservata)

Elia Gonella | Tenebre

L’appartamento l’aggredì fin dalla soglia. Sulla porta d’ingresso, una zaffata d’aria calda, pesante di polvere, d’acqua stagnante, la colpì al volto (…) Alcuni drammi si consumano in un istante, altri in una vita intera (…) Forse era un’ospite indesiderata, forse la casa l’avrebbe trattata come tale. A inquietarla più di tutto era il silenzio incompleto. Là dentro non c’era nessuno, eppure dagli angoli bui, dagli insterstizi tra le assi imbarcate del pavimento salivano i crepitii, gli schiocchi di una presenza invisibile che operava nell’oscurità [dal racconto L’ospite, Elia Gonella]

Una donna si ritrova nel vecchio appartamento disabitato del padre per mettere in ordine alcuni ricordi. Un uomo cancella le immagini della sua vita passata, pronto ad indossare una nuova maschera. Un uomo di mezz’età incontra un vecchio amico e si lascia andare ad un flusso di pensieri che risalgono ai tempi dell’ultima colonia estiva. Un bambino in età scolare scopre che il suo idolo in realtà è una persona crudele e senza cuore. Un marito incontra la moglie in un luogo dove non si sarebbe mai aspettato di trovarla. Una donna attende la distruzione del quartiere Futura.

Una donna indossa un vecchio maglione e in una casa in riva al mare in burrasca ricorda la sua vita passata. Un uomo disagiato fa affari con un misterioso Tukor, ma c’è un oggetto che non può proprio scambiare, benché non lo usi più da molti anni. Un ex-soldato riacquista la vista, ma non può più tornare quello che era un tempo. Un bambino e la sua famiglia trovano una civetta intrappolata nel camino la notte di Natale e cercano di fare di tutto per liberarla e far passare Babbo Natale.

Nei racconti della raccolta “Tenebre” di Elia Gonella (Las Vegas edizioni) è notte, il buio avvolge ogni cosa, l’oscurità ammanta ogni sentimento. Buona parte dei racconti sono ambientati in una città dove un quartiere di nome Futura – un ammasso di palazzi che doveva essere il progresso, il futuro apppunto – è ormai disabitato e sta per essere abbatuto. I protagonisti vedono le torri di Futura e in esse si rispecchiano: Futura sta per essere distrutta, loro stanno per essere distrutti.

Le torri di Futura erano condomini popolari fatiscenti: sciacalli aspettavano che i vecchi inquilini morissero in solitudine per forzare le porte e trasformare ogni stanza in una camera doppia, tripla, quadrupla. Nelle case, le pareti erano impregnate dall’odore di cento cucine, i pavimenti erano frusti come cuoio vecchio. L’acqua e l’elettricità saltavano di continuo, gli ascensori dalle porte sfondate erano usati come pisciatoi, gli specchi rotti restituivano grappoli di immagini confuse e incomplete [dal racconto Lo scambio, Elia Gonella]

Se lo spazio è quasi sempre la città dove ai margini sorge il fatiscente quartiere di Futura, il tempo è incerto, evanescente. Non ci sono riferimenti storici che possono aiutarci nella collocazione dei racconti in un dato momento, potrebbe essere un passato appena trascorso oppure un futuro che deve ancora arrivare.

Gioca col tempo, Elia Gonella: se apre il racconto parlando del presente, immediatamente avvia un flashback; se il racconto incomincia in un punto del passato, si torna al presente e di nuovo al passato per sbrogliare le matasse di eventi e ricordi.

I protagonisti si trovano a dover affrontare i loro personali fantasmi: il passato ingombrante, la risoluzione di un mistero nel presente o l’immaginare un futuro. La donna che cerca di liberarsi dei ricordi del defunto padre, il ragazzino che scopre chi è davvero il suo idolo e il giovane uomo che scambia oggetti con gli sconosciuti e non riesce ad ammettere di aver fallito nella sua carriera da studente di musica.

Con uno stile ricercato ma essenziale, i dieci racconti di Elia Gonella scorrono come tanti piccoli lampi su uno schermo televisivo, sempre in bilico tra passato e futuro.

Quarantotto ore dopo, Futura fu rasa al suolo. Le cariche d’esplosivo minarono i pilastri alle basi, e le torri di comento si ripiegarono su loro stesse, inghiottite da una nuvola di polvere. Le strade circostanti, chiuse al traffico, si erano riempite di telecamere e di curiosi. Ma la donna non era là. Aveva lasciato la città per non tornare mai più [dal racconto Addio, Elia Gonella]

Titolo: Tenebre
L’Autore: Elia Gonella
Editore: Las Vegas Edizioni
Perché leggerlo: perché si tratta di racconti ben scritti, in bilico tra passato, presente e futuro, immersi in un’atmosfera incerta e infestata da fantasmi

(© Riproduzione riservata)

Sylvie Schenk | Veloce la vita

Eppure sei presa da una sensazione di infinito, la tua vita si apre, una fine è impensabile, la tua anima è come quel mulino là fuori, un vero mulino con le pale che girano al vento, che macinano scintille d’amore sempre nuove spargendole per il mondo. L’amore, e soprattutto l’attesa dell’amore, trasforma tutto, le colline, i colori, i significati, anche le stesse parole, solo dopo nascono le poesie [Veloce la vita, Sylvie Schenk, trad. F. Filice]

Arrivi a Lione e ti senti persa. Sono gli anni Cinquanta, la città è diversa dal tuo paesino ai piedi delle Alpi. Indossi un paio di stivaletti con i tacchi non troppo alti, così ha voluto la tua mamma, e una gonna plissettata di seconda mano, dono della zia divorziata. Di casa ti manca tutto: le montagne, i prati, i tuoi fratelli, la mamma.

Sei a Lione per studiare latino, greco, linguistica, letteratura. Le materie scientifiche non sono per le donne. All’università incontri Francine, una marsigliese parecchio sveglia, e confrontandoti con lei ti rendi conto quanto sei provinciale. La nonna cattiva, dalla quale sei ospite a Lione, dice che sei una bifolca. Non ti ribelli, ha ragione.

Francine ti prende in simpatia e con lei inizi a uscire e frequentare locali dove si suona il jazz. Non sai niente di musica, non sai niente della vita, sei una bambina di vent’anni. È in uno di questi locali, il Deux Pianos, che incontri Henri, Joahnn e Soon. Henri è un lionese con la passione per la musica, suona il pianoforte, ha perso i genitori durante l’ultima guerra; Joahnn è un tedesco che studia farmacia, sta approfittando di un accordo tra Francia e Germania Ovest per studiare a Lione; Soon è un filippino di origini cinesi, fa strani sogni e nasconde un segreto inconfessabile per quegli anni.

Louise, ogni giorni senti nascere in te nuovi sentimenti, emozioni che non pensavi avresti mai provato. Sei attratta da Henri, dalla sua musica, dalla sua vitalità e quando lui ti racconta cosa è successo a Lione durante la guerra, resti scioccata. Louise, a te non hanno mai detto nulla della guerra, non sai niente dei campi di concentramento, i tuoi genitori hanno voluto proteggerti dalle brutture e tu non hai mai chiesto, come fosse un tabù, tanto quanto le vere origini della tua amata mamma.

Perché la generazione dei tuoi genitori e dei tuoi nonni ha parlato così poco della guerra? Probabilmente perché non hanno mai aderito alla Résistance e hanno aspettato, rassegnati e terrorizzati, che quei brutti tempi passassero. E tu perché non hai mai fatto domande? Quel passato recente (…) era per te distante [Veloce la vita, Sylvie Schenk, trad. F. Filice]

Studi molto, Louise, e impari a vivere. La vita ti sembra un inganno scintillante quando Henri ti rivela qualcosa a proposito di Joahnn e Francine ti racconta diverse cose sui genitori di Henri. La guerra ha sconvolto gli animi, che ora celano dei segreti importanti. Tu, Louise, sei la meno interessante di tutti. Tu di segreti non ne hai.

La vita corre, va veloce, va avanti. Ti laurei e trovi il coraggio di prendere la decisione che cambierà la tua vita per sempre. Lasci alle spalle la Francia e, benché tuo padre non sia d’accordo, ti trasferisci in un Paese nuovo, il Paese che fino pochi anni prima era nemico del tuo. Ma questa è la tua vita, Louise, devi viverla prima che corra via veloce e devi accettare che sarà costellata di rimpianti e di occasioni mancate.

La vostra vita è un lago poco profondo, l’acqua è trasparente, qui e lì sono già visibili i sassi e le alghe (…) il matrimonio è sopportabile solo se si lascia sullo sfondo o di lato la nostalgia, se è tenuto in vita da un’ombra, come nell’arte, dove l’ombra di una persona ritratta ricorda all’osservatore che quella è realmente esistita? C’è qualcuno, con un profilo così definito, da poter amare ignorando il secondo uomo sullo sfondo? Di quanto amore, di quanto accecamento c’è bisogno per considerare il compagno di vita l’unico eletto? [Veloce la vita, Sylvie Schenk, trad. F. Filice]

Lione, panorama (fonte: Wikipedia, CC BY-SA 4.0)

Veloce la vita” di Sylvie Schenk (trad. F. Filici, Keller editore) è un romanzo breve che si può definire concentrato di emozioni e meraviglie. “Veloce la vita” colpisce sin da principio per lo stile con cui la Schenk ha deciso di raccontare la storia: viene utilizzata la seconda persona singolare, narrando la vita di Louise rivolgendosi direttamente a lei. L’uso della seconda persona singolare è un modo molto intimo per raccontare una storia, ed è un espediente che funziona solo se il romanzo ha un contenuto altamente emotivo. E il romanzo “Veloce la vitanon poteva che essere narrato in questo modo.

Una delle grandi capacità della Schenk, oltre a catturare vorticosamente il lettore una volta che incomincia a leggere la storia di Louise, è quella di raccontare tra le righe, accennando a temi importanti, senza dilungarsi troppo, lasciando al lettore lo spazio per interpretare e assorbire da sé i concetti presentati.

Tema principale del romanzo è la crescita personale e l’emancipazione di Louise, impacciata e goffa ragazza degli anni Cinquanta, che lascia il suo paesino natale per trasferirsi in una realtà – ai suoi occhi – caotica e tentacolare come Lione. Accompagnati dalla seducente scrittura della Schenk, seguiamo lo sviluppo emotivo di Louise, che resterà sempre un po’ insicura e imprecisa, ma che riuscirà a trovare il coraggio di scegliere finalmente per se stessa, con la sua volontà.

Sullo sfondo c’è la Francia all’indomani della Seconda Guerra Mondiale. I fatti legati al conflitto sono ancora molto vicini, sono crepe aperte che bruciano quando un ricordo all’improvviso getta del sale sulla ferita. Il padre di Louise non nasconde il suo astio nei confronti dei tedeschi, pur apparendo gentile quando Joahnn, assieme agli altri ragazzi, va in visita al paesino di Louise; al contrario, il padre di Johann è ben disposto nei confronti dei francesi, adora parlare in francese e apprezza Louise.

Veloce la vita“, oltre ad essere un meraviglioso romanzo di formazione ed emancipazione femminile, è a una struggente riflessione su cosa accade quando finisce una guerra, quando chi era nemico si ritrova gomito a gomito poi. Se i padri l’astio lo serbano ancora, i figli devono sentirsi liberi da tutto quell’odio. Le colpe dei padri, Louise ne è convinta, non devono mai ricadere sui figli.

In un campo ti togli il vestito bianco e ne indossi uno estivo, al posto delle scarpe bianche coi tacchi ti metti le espadrillas. Sei scalza e mezza nuda in un campo che emana gli odori della terra calda e del timo selvatico (…) resti ferma per qualche istante nell’ultimo raggio di sole. Leggera, giovane, tu. [Veloce la vita, Sylvie Schenk, trad. F. Filice]

Titolo: Veloce la vita
L’Autrice: Sylvie Schenk
Traduzione dal tedesco: Franco Filici
Editore: Keller editore
Perché leggerlo: oltre ad essere un meraviglioso romanzo di formazione ed emancipazione femminile, è a una struggente riflessione su cosa accade quando finisce una guerra, quando prima si era nemici e poi – pian piano – si impara di nuovo a convivere.

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Marcial Gala | Verde limone

Allora, Kirenia, al di là di ogni verità, per importante che sia, uno finisce sempre per sentirsi una specie di pesce affamato, uno finisce sempre per sentire che i fantasmi lo chiamano, che lo obbligano a tornare, e si spinge oltre le illusioni di felicità. Uno improvvisamente si sente a una festa alla quale non è stato invitato e gli edifici d’acciaio e vetro si trasformano in edifici di cartone e cartapesta. Il mondo si trasforma in una cosa tanto illusoria che non si può più credere a niente [Verde limone, Marcial Gala, trad. P. L. Mori]

Sullo sfondo di una Cuba in pieno período especial, uno squattrinato pittore di nome Ricardo conosce la diciannovenne Kirenia, testa tra le nuvole, naso tra le pagine di un libro. Tra Ricardo e Kirenia nasce un’amicizia strana, sensuale, e destinata a durare per sempre, cadesse una bomba atomica sulle loro teste.

Attraverso Liset, un’amica di Ricardo, Kirenia conosce Harris, padre di Liset e miglior musicista della città. Harris ha cinquantacinque anni e due passioni smodate: il saxofono e l’alcool. A Kirenia i vecchi non piacciono, ma Harris ha un fascino magnetico.

Sei bella, disse all’improvviso, però non di una bellezza facile: la tua bellezza è una di quelle che si scoprono a poco a poco, come un’alba vestita di raso. Era evidente che ci stava provando con lei [Verde limone, Marcial Gala, trad. P. L. Mori]

In un attimo, Kirenia si ritrova a vivere a casa di Harris, ma la convivenza non è semplice. Harris è dipendente da droghe e alcool. Come molti cubani in quel periodo, beve per cercare di dimenticare le difficoltà, beve per occupare il tempo, beve perché non c’è altro da fare.

Kirenia compone poesie e passeggia lungo il molo di Cienfuegos, cerca di dimenticare la realtà, alcool e droghe apparentemente le sono d’aiuto. Si sente innamorata di Harris, pensa che non potrò mai rinunciare a lui, Harris è tutto ciò che ha. Gli chiede, per amore, di frequentare un centro di alcolisti anonimi: finisce in rissa, con denunce e arresti.

(Estaba la pájara pinta… Sentada en su verde limón… Con el pico recoge la flor. – Sono io, Harris, la pájara pinta: la tua uccellina colorata, la tua passerotta. Sono una bolla di sapone, sono un cartello appeso a una parete pubblica e sto gridando col mio corpo: Harris Sanzo tu mi ammazzerai) [Verde limone, Marcial Gala, trad. P. L. Mori]

Un giorno, Kirenia deve prendere una decisione importante, da sola. Ha diciannove anni, è spaventata, inquieta, ma soprattutto è sola. Ricardo ha da fare, non può aiutarla, fa spesso su e giù dall’Avana e cerca di vendere quei quadri orrendi ai turisti che giungono a Cuba con l’ansia di vedere tutto. La madre di Kirenia è una donna fredda, distaccata, che dopo la morte del marito – il padre di Kirenia – si è ritrovata a non sopportare più la figlia. Harris è preso dal suo lavoro e da una turista americana che chiama Elena, tanto è bella.

Così Kirenia prende la sua decisione e da lì in avanti tutto va in pezzi.

(Sto piangendo, Harris, e mi sento così idiota. Mio padre ha sempre detto che piangere non serve a nulla. Harris mi abbraccia. C’è bisogno che mi metta a piangere per farmi abbracciare, penso (…) Chiamami colombina, Harris, dimmi che sono la tua piccola bastarda, che sono la tua fantasmina. Amami, Harris, lo supplico, e lui dice: certo, come potrei non amarti) [Verde limone, Marcial Gala, trad. P. L. Mori]

Credit: Rob Oo, CC BY 2.0, Flickr

Verde limone” di Marcial Gala (tradotto da P. L. Mori, Nuova Editrice Berti, 17€) è un romanzo corale, passionale ed estremamente coinvolgente. È Ricardo la voce narrante della storia, ma spesso la narrazione si interrompe e in corsivo compaiono i pensieri di Harris, quindi in corsivo tra parentesi – capirete alla fine il motivo delle parentesi – i pensieri di Kirenia, entrambi raccontati in prima persona dai personaggi.

Lo stile narrativo di Gala ha un ritmo notevole, la scrittura è come musica ed è, come dicevo, spiccatamente coinvolgente. Sin dalle prime pagine, ci si sente immersi nella calura di Cuba, nelle difficoltà del período especial, il momento successivo alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, che ha segnato la fine dell’erogazione degli aiuti economici al languido governo cubano. Durante la crisi economica degli anni Novanta, a Cuba nessuno aveva voglia di fare nulla: aleggiava, come un fantasma, quella sensazione di attesa e si occupava il tempo stordendosi per non pensare alle misere condizioni. Nella narrazione, il tempo sembra non trascorrere mai, è infinito, bisogna occuparlo inventandosi qualcosa da fare.

Cuba è lo sfondo, ma non viene mai descritta con cura, Marcial Gala l’accenna timidamente: eppure riesce, in poche frasi, rendere reale la Cuba degli anni Novanta, dove si muovono i tre protagonisti. Ricardo, pittore che cerca di vendere i quadri ai primi turisti che giungono a Cuba, poiché il governo aveva visto le potenzialità lucrative del turismo; Kirenia, troppo sognatrice per vivere in un luogo duro come la Cienfuegos di quel tempo; Harris, musicista che – dice – di aver fatto esperienza a New York, capace di gesti violenti, sboccato a tratti, estremamente poetico in altri.

Credit: Bud Ellison, CC BY 2.0, Flickr

Circolano droghe e alcool con facilità, nonostante l’assenza di pesos, piuttosto si vendono le proprie scarpe da ginnastica, ma una bottiglia di rum o di whiskey si rimedia sempre; ci si ritrova a tirare tardi nei fumosi locali dove si suona fino all’alba, oppure ci si ritrova ad andare a letto insieme senza pensarci troppo, più per occupare il tempo che per amore sincero. Nonostante lo sconforto che aleggia come un fantasma per le vie di Cienfuegos, quando il lettore meno se lo aspetta, i pensieri di Harris e Kierenia regalano attimi di poesia unica.

È la contrapposizione tra asprezza e poesia ad avermi pienamente conquistata. “Verde limone” di Marcial Gala è il ritratto di un’epoca difficile per i cubani, da sempre abituati a vivere momenti poco felici, un romanzo schietto e dolce allo stesso tempo, dove voci diverse si mescolano al ritmo melodico di una nostalgica canzone.

Nessuno è nessuno, disse Kirenia.
Questa è la mia filosofia, disse Harris.
Seduti sul muro di Malecón guardavano il mare di novembre in tempesta e le loro mani erano così vicine che le dita quasi si sfioravano [Verde limone, Marcial Gala, trad. P. L. Mori]

Titolo: Verde limone
L’Autore: Marcial Gala
Traduzione dallo spagnolo: Pier Luigi “Pedro” Mori
Editore: Nuova Editrice Berti
Perché leggerlo: è il ritratto di un’epoca difficile per i cubani, da sempre abituati a vivere momenti poco felici; un romanzo schietto e dolce allo stesso tempo, dove voci diverse si mescolano al ritmo melodico di una nostalgica canzone

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Živko Čingo | Grande Madre Acqua

Per un secolo non ci scambiammo nemmeno una parola. Restammo in silenzio, muti, trascinati dalla corrente della Madre Acqua che ci apparve di nuovo come un’eco lontana, prodigiosa come in un sogno (…) Nel cuore di Keïten non era cambiato nulla, regnavano ancora l’amicizia e l’amore, la solidarietà e l’accoglienza, il sorriso, il suo sorriso, e il desiderio, la fede nella Madre Acqua, la verità sul Monte Senterlev (…) questo monte esisteva, un monte luminoso tra nebbie dorate ed eterne. Quel sogno meraviglioso ci riapparve, niente poteva distruggere il nostro desiderio di libertà [Grande Madre Acqua, Živko Čingo, trad. C. Crespi e J. Puliero]

La Seconda Guerra Mondiale è finita e i partigiani hanno vinto, sconfiggendo le potenze dell’Asse. I territori della Macedonia entrano a far parte della Jugoslavia sotto la guida del Partito Comunista campeggiato da Josif Tito, con il nome di Repubblica Popolare di Macedonia.

È in questo contesto storico che si inserisce il romanzo “Grande Madre Acqua” di Živko Čingo (trad. C. Crespi e J. Puliero, CasaSirio editrice), ambientato dall’anno 1946 in avanti, in un orfanotrofio macedone allestito nei locali cupi di un ex-manicomio criminale.

Il conflitto mondiale ha messo a dura prova la popolazione macedone: gli zii di Lem, dodici anni, non possono più occuparsi di lui, hanno già due figlie da mantenere, e i soldi che lo zio guadagna non sono sufficienti per tutti. Senza troppe cerimonie, Lem viene affidato al Piccolo Padre, il direttore dell’orfanotrofio.

All’orfanotrofio, al pacato Lem  viene assegnato Keïten come compagno di fila, poiché di regola le file erano costituite da un ragazzo calmo e uno turbolento. È così che Lem conosce Keïten, tredici anni e un’incontenibile voglia di sognare e ridere, benché intrappolato tra le alte e grigie mura dell’istituto.

Tra le difficoltà quotidiane e le punizioni corporali della malvagia compagna Olivera Srezoska o le crudeltà del Campanaro, sboccia l’amicizia tra il tranquillo Lem e il sognatore Keïten. Keïten, solare di natura, insegna a Lem a sognare, a vivere, a sperare in un futuro migliore. Per il momento sono solo due ragazzini facile preda di pidocchi e scherzi dei più grandi, vessati da educatori meschini e crudeli; ma fuori dall’orfanotrofio c’è la Madre Acqua che li aspetta, li sorveglia, infondendo nei loro piccoli cuori gioia e speranza.

Molti secoli sono passati da allora. Alla fine siamo usciti dall’orfanotrofio, abbiamo vissuto giorni felici e giorni amari, ma questi pochi istanti inspiegabili hanno segnato il mio cuore giovane e inesperto come il più malvagio dei sogni [Grande Madre Acqua, Živko Čingo, trad. C. Crespi e J. Puliero]

Tramonto sul Lago Ohrid, Macedonia (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0)

La voce narrante del romanzo “Grande Madre Acqua” è quella del piccolo Lem, che racconta in prima persona infanzia e adolescenza trascorse nell’orfanotrofio. Il romanzo è una costellazione di ricordi di Lem, che narra ora un episodio occorso durante un gelido e nevoso inverno, ora un evento accaduto durante una timida primavera.

È un romanzo dove la contrapposizione tra bene e male è netta e molto forte: il bene è rappresentato dall’amicizia tra i due ragazzi, Lem e Keïten, e dalla Madre Acqua, che pur senza dire una parola – del resto è un’entità, non un essere fisico – infonde speranza negli animi di chi crede in lei. Il male è rappresentato dagli educatori crudeli che soffocano gli istinti di gioco e gioia dei bambini, e che calcano la mano con le punizioni.

Grande Madre Acqua” di Živko Čingo mi ha ricordato un altro libro su un’infanzia poco felice letto tempo fa: “Il battello bianco” dell’autore kirghiso Tschingis Aitmatov. Anche nel libro Aitmatov è la Natura a infondere speranza nel piccolo protagonista orfano: qui troviamo un uomo, l’amato nonno, un animale, la Madre cerva dalle ramose corna e le acque del grande lago Issyk Kul’; lo zio ubriacone e i soldati rappresentano la negatività, le difficoltà della vita. Non passa giorno che il piccolo protagonista de “Il battello bianco” corra sulla vetta del Monte Sentinella, perché solo da lassù vede il Lago Issyk Kul’, dove crede che il padre navighi su un battello bianco

Ma se ne “Il battello bianco” il finale era amaro, Čingo per il suo romanzo decide di lasciare aperta la porta della speranza. La storia di Lem e Keïten che rincorrono la Madre Acqua, ovvero un futuro felice, il meritato riscatto dopo tante disgrazie, è narrata con un tono disincantato e fiabesco, scorrevole e incalzante, dove la tensione cresce pagina dopo pagina fino a sciogliersi in un finale che presuppone positività. Ed è proprio per questo che “Grande Madre Acqua” mi è piaciuto.

È vero che spesso qualcuno cerca di distruggere i nostri sogni, strappandoci dalle nostre fantasie e mostrandoci la cruda realtà, ma non per questo motivo, ci ricorda Čingo, dobbiamo smettere di desiderare un futuro migliore.

Non è forse vero che ciascun cuore umano, per quanto gelido e impenetrabile, possiede delle gocce di pioggia primaverile? [Grande Madre Acqua, Živko Čingo, trad. C. Crespi e J. Puliero]

Titolo: Grande Madre Acqua
L’Autore: Živko Čingo
Traduzione: Carolina Crespi e Jessica Puliero
Editore: CasaSirio editore
Perché leggerlo: perché è una fiaba dove la speranza è il motore che muove animo e cuore di due bambini orfani che sperano in un riscatto, dopo tante ingiustizie e cattiverie subite

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Cornelia Klauss e Frank Böttcher | Alpinisti illegali in URSS. Viaggiare controvento

Lassù, tra i 6000 e i 7000 metri la mente dell’uomo cambia, non si pensa più a nulla, è tutto meccanico: “Ora il piede qui. Respira profondamente tre volte. Il piede qua e ancora tre respiri. Soprattutto non cadere né addormentarti, si muore in un battibaleno”. Quei pensieri normali che si fanno in pianura lassù sono cancellati. Per settimane e mesi ho assorbito tutto quello che in un modo o nell’altro avrei potuto sperimentare (…) “Lì devi fare questo e lassù quest’altro. E quando sei in cima – foto alla vetta!” Tutto ciò ha funzionato, ma la felicità l’ho avvertita solo nel breve istante in cui mi sono potuto lasciar cadere nella neve in vetta. 7134 metri [da Sul Picco Lenin coi piedi congelati, trad. V. Ghidotti, V. Grassi e S. Tentori]

Più una cima è alta, più nasce nell’uomo la voglia di conquistarla. Le montagne hanno da sempre attratto e affascinato l’uomo, scatenando la curiosità di raggiungere la sommità. Se una montagna era molto alta, l’uomo giungendo in vetta si sentiva più vicino alla divinità, avendo inoltre un punto di vista privilegiato sulle valli contigue. Spesso le montagne rappresentavano luoghi sacri.

Con il tempo si sono sviluppate discipline come l’alpinismo, uno sport tecnico che mira a superare i limiti esterni e interni dell’uomo. Gli Ottomila, le cime più elevate del Pianeta, sono state conquistate tra gli anni Cinquanta e Sessanta, da alpinisti di versa nazionalità: neozelandesi, italiani, svizzeri, francesi, americani, austriaci, tedeschi, inglesi e cinesi.

Ma gli appassionati di alpinismo che vivevano intrappolati nella Repubblica Democratica Tedesca, la DDR, come potevano raggiungere le alte cime del Caucaso e dell’Unione Sovietica? Viaggiare attraverso l’URSS era tutt’altro che semplice.

Gergeti Trinity Church e Monte Kazbeg (fonte: Wikipedia, CC BY-SA 4.0)

Anzitutto, era complicato procurarsi i permessi per accedere a determinate aree geografiche: non era possibile viaggiare liberamente perché in diverse zone dell’Imperium regnava una grande povertà, e gli alpinisti (sia residenti nell’Imperium che occidentali) non dovevano vedere in condizioni versava la popolazione, ne sarebbe andato della credibilità stessa dell’URSS.

Una grande difficoltà che si prospettava nell’organizzare un viaggio era che di molte parti dell’URSS non esistevano mappe: non vi era una cartografia di dettaglio aggiornata e le poche carte erano tenute segrete, perché si trattava di luoghi “sensibili”, quali giacimenti di minerali preziosi o luoghi dove venivano condotti test nucleari.

Un’altra pericolosa mancanza degli alpinisti della DDR che volevano intraprendere una scalata nel Caucaso era quella di attrezzature adeguate. Servivano giacche e sacchi a pelo capaci di resistere a forti venti e basse temperature; erano necessari ramponi, picozze e corde; occhiali da sole con lenti adeguate, con semplici occhiali da sole oltre una certa quota si rischia la cecità, tanto il riverbero solare è violento.

Quindi, come organizzarsi per un viaggio alpinistico in URSS? Illegalmente, procurandosi un visto di transito (relativamente semplice da ottenere a partire dagli anni Ottanta in avanti) oppure falsificando documenti e costellandoli di timbri fatti ad hoc – i triangolari erano i preferiti dei sovietici – e restando vaghi sul luogo da raggiungere.

La prima volta che andai in Unione Sovietica fu ne 1977 (…) Fu un normale viaggio organizzato. Quando scorsi il Caucaso a Pezonda rimasi subito affascinato dalle alte montagne, ma soprattutto dal fatto che lì d’estate ci fosse ancora la neve. Fu in quell’occasione che nacque in me il desiderio irrefrenabile di salirci prima o poi, in un modo o nell’altro. Fino ad allora conoscevo solo di Alti Tatra, la Svizzera sassone e i Carpazi meridionali in Romania. Ma l’essere umano si spinge sempre oltre (…) In Unione Sovietica ci sono poi andato diciannove volte, sempre illegalmente [da Sul Picco Lenin coi piedi congelati, trad. V. Ghidotti, V. Grassi e S. Tentori]

Peak Communism (fonte: Wikipedia, CC BY-SA 3.0)

Alpinisti illegali in URSS“, volume a cura di Cornelia Klauss e Frank Böttcher (trad. V. Ghidotti, V. Grassi e S. Tentori, Keller editore) raccoglie quattro originali viaggi illegali attraverso le regioni che un tempo componenvano l’Imperium sovietico, corredate da numerose fotografie in bianco e nero.

Dopo un’introduzione sul concetto di alpinismo per i sovietici e una riflessione sulla difficoltà di viaggiare in URSS, presentate da Christian Hufen e Kai Reinhart, vengono presentate le quattro storie: “I miei settemila furono la Crimea” di Hartmut Beil, una serie di disavventure tragicomiche successe durante il viaggio per raggiungere il Tagikistan; “Sul Picco Lenin con i piedi congelati” di Ulrich Henrici, il racconto della rocabolesca salita sul Picco Lenin e della pericolosa discesa; “Con la vela da ghiaccio sul lago Bajkal” di Uwe Wirthwein, l’avventura di un manipolo di tedeschi che costruiscono una barca a vela per veleggiare sul lago Bajkal gelato; infine, “Dal complesso residenziale 5E a Hoyerswerda sul Mar Nero (1970-1976)” di Iduna Böhning, ovvero il racconto delle vacanze ‘alternative’ di una famiglia della DDR sempre a caccia di avventure.

“Alpinisti illegali in URSS” è un libro piacevole e scorrevole da leggere, che permette di scoprire com’era un tempo l’Unione Sovietica, attraverso i viaggi degli alpinisti e vacanzieri. Quando si vive una dittatura mancano la libertà, la possibilità di viaggiare per scoprire il proprio Paese e confrontarsi con diverse culture; agli alpinisti della DDR non è però mancato il coraggio di assaporarla, questa libertà tanto agognata. Perché è sulle aguzze cime del Caucaso e dell’Asia Centrale che gli alpinisti illegali, dopo aver sfidato i limiti, si sentivano liberi.

Titolo: Alpinisti illegali in URSS. Viaggiare controvento
A cura di: Cornelia Klauss e Frank Böttcher
Traduzione dal tedesco: Verdiana Ghidotti, Valentina Grassi e Sara Tentori
Editore: Keller editore
Perché leggerlo: consigliato a chi ama la montagna, le curiosità, i reportage di viaggio

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Joshua Cohen | Un’altra occupazione

Alcuni ragazzi ci andavano giù pesante, irrompevano nelle case degli sconosciuti, smantellavano i mobili, portavano via i mobili, rompevano oggetti a caso per sbaglio, e anche non per sbaglio, facevano dei furtarelli insignificanti per caso, e anche non per caso, o sempre in maniera superficiale, scorticando i linoleum, lasciando tutto vuoto, lasciando tutto un casino: chi avrebbe detto che la vita sotto l’esercito lo avrebbe preparato per fare traslochi? Il che significava che fare traslochi era… cosa? Un dovere? Una vocazione superiore? Un lavoro? Un’altra occupazione? [Un’altra occupazione, Joshua Cohen, trad. C. Durastanti]

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Yoav e Uri sono due ragazzi israeliani congedati dall’esercito dopo averlo servito per tre anni. Come molti compagni di leva, Yoav e Uri vogliono lasciare Israele per un po’ di tempo, per vedere il mondo, per dimenticare cos’è successo durante i tre anni di servizio militare.

La madre di Yoav ha un parente che vive in America e ha fatto fortuna fondando una ditta di traslochi, la King Traslochi; David King vive a New York ma è di origini ebraiche, ha americanizzato il suo cognome per dare maggiore incisività alla sua impresa. David è sempre alla ricerca di manodopera a basso costo e accetta di buon grado che i due ragazzi – dapprima Yoav e poi Uri – vengano a lavorare nella sua ditta.

Il primo ad arrivare è Yoav e con lui David è immediatamente schietto e sincero. L’America non è il paese delle opportunità, soprattutto per chi è ebreo. Che se lo ricordi, Yoav, che è un ebreo che arriva da Isreale e, bene o male, verrà giudicato dagli americani.

Non importa. Nel mondo degli affari chiacchierano tutti. Quello che voglio dire è che, a differenza mia Yo, tu sei un vero ebreo. E’ quello che sei per natura, cresciuto nella terra tua. E adesso che hai pagato il tuo tributo a quella terra, adesso che hai sofferto per lo Stato, sei fuori, sei qui, e devi capire il significato che ha una cosa del genere. Qui in America, un vero ebreo come te dovrà rispondere a una sfida che appartiene soltanto a lui [Un’altra occupazione, Joshua Cohen, trad. C. Durastanti]

Il lavoro da traslocatori è duro. Non si tratta solo di spostare degli oggetti perché gli inquilini si trasferiscono in un altro alloggio; spesso bisogna buttare giù le porte degli abitanti morosi, spaccando i mobili, rubando cose, buttando oggetti dai balconi.

I gesti che Yoav e Uri vedono ripetersi da parte dei loro colleghi, li riportano inevitabilmente agli anni dell’esercito. Ricordano quando irrompevano nelle case dei palestinesi; quando per noia chiudevano i passaggi ai confini e impedivano alle persone di passare, banché in possesso di regolari documenti; quando potevano fare tutto ciò che passava loro per la testa perché facevano parte dell’esercito israeliano.

(…) tutto il paese si stava sciogliendo. I confini si restringevano, si espandevano, continuavano a essere spostati, finché non ci si ritrovava intrappolati tra dove eri stato ieri e dove sarebbe stato domani e tu, tu stesso, non eri diventato un confine, scavto nella sabbia lungo le strade squarciate dai tondi per il cemento armato e alterate dal filo spinato [Un’altra occupazione, Joshua Cohen, trad. C. Durastanti]

Deserto del Negev (fonte: immagine di pubblico dominio su Wikipedia)

Un’altra occupazione” di Joshua Cohen (trad. Claudia Durastanti, Codice edizioni, 18 €) è un romanzo che racconta il servizio militare in Israele e il dietro le quinte di una ditta di traslochi newyorkese, due diverse esperienze solo all’apparenza scollegate, e pone l’accento sull’identità personale e sulla formazione di un individuo, aggiungendoci una buona dose di razzismo verso gli ebrei da parte degli americani.

Il romanzo è strutturato in modo originale: Cohen si dedica a raccontare in dettaglio le vite degli altri personaggi, non solo di Yoav e Uri, generando una girandola di storie, eventi, luoghi, fatti di cronaca che inizialmente possono confondere – soprattutto i lunghi flashback – ma che giunti alla fine spiegano i comportamenti di protagonisti del libro.

Nel romanzo emerge quanto un’esperienza, positiva o negativa, possa formare l’individuo. In tre anni di servizio militare possono accadere molte cose e si tratta di un’esperienza impossibile da cancellare. Uri ci prova, andando a chiedere consiglio dopo il congedo ad un rabbino. E le risposte sono eloquenti.

(…) non puoi smettere di essere un soldato, proprio come non puoi smettere di essere un ebreo. Sono entrambe condizioni permanenti, per la vita (…) Sei nato soldato, perché sei nato ebreo [Un’altra occupazione, Joshua Cohen, trad. C. Durastanti]

Per questo, ogni volta che i ragazzi vedono certe scene durante le irruzioni negli appartamenti, la loro mente torna in Israele, in Cisgiordania, a Gaza. Yoav non vuole accettare di essere l’ebreo da compatire, né l’israeliano da condannare; Uri vorrebbe mettersi tutto alle spalle, chiudere per sempre il capitolo del servizio militare, vorrebbe giustificare le sue azioni pensando che non è stata colpa sua, ha solo eseguito gli ordini.

Ma ciò che siamo oggi non è altro che il risultato delle azioni passate, i nostri trascorsi ci hanno formati e per quanto possiamo sforzarci, sono impossibili da cancellare. Pur non avendo scelto di nostra iniziativa quali azioni compiere.

Siamo sempre stati costretti a diventare quello che siamo, eppure hanno tutti un’opinione al riguardo, ci trattano come se lo avessimo scelto [Un’altra occupazione, Joshua Cohen, trad. C. Durastanti]

Gaza (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0)

Titolo: Un’altra occupazione
L’Autore: Joshua Cohen
Traduzione dall’inglese: Claudia Durastanti
Editore: Codice edizioni
Perché leggerlo: perché è una profonda riflessione sul quanto influiscano gli eventi esterni nella formazione psicologica di un individuo e su quanto sia impossibile cambiare la natura e l’identità una volta che la società ci ha formati.

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Viveca Sten | Il corpo che affiora

Quando l’ancora fissata all’altro capo della cima venne gettata fuori bordo, per un istante rimase sorpreso, come se non si fosse reso conto che il peso l’avrebbe subito trascinato a fondo, che gli restavano solo pochi secondi. Il suo corpo avrebbe seguito quel pezzo di ferro. L’ultima cosa a scomparire sotto la superficie fu la sua mano, impigliata nella rete da pesca. Poi le acque si richiusero con un gorgoglio appena percettibile [Il corpo che affiora, Viveca Sten, trad. A. Storti]

È luglio e nell’arcipelago di Stoccolma le notti sono chiare e luminose. La stagione turistica è incominciata e i turisti, sia svedesi che stranieri, salpano dalla città alla volta di Sandhamn, una delle isole più esterne dell’arcipelago.

L’ispettore Thomas Andreasson è pronto per andare in vacanza sull’isola di Harö, non molto distante da Sandhamn; l’avvocato Nora Linde, amica d’infanzia di Thomas, è in vacanza a Sandhamn, e le sue giornate trascorrono tra le regate del marito Henrik e la scuola di nuoto estiva dei figli Simon e Adam.

Sembra che l’estate porterà interessanti profitti sull’isola, ma la tranquillità viene rotta dal ritrovamento di un cadavere, in avanzato stato di decomposizione e impigliato ad una rete da pesca, proprio su una delle spiagge sabbiose di Sandhamn. Thomas e i colleghi della polizia di Nacka devono rinunciare alle vacanze per risolvere il mistero.

La vittima è Kristen Berggen, un uomo solitario e disagiato che viveva solo alla periferia di Stoccolma. Ma Berggen è morto per omicidio, suicidio o un malore mentre passeggiava su un pontile? Mentre la polizia attende il responso dei medici legali circa la morte del disgraziato, a Sandhamn viene ritrovato il cadavere di una donna, morta non per cause naturali. Il lavoro si moltiplica ed è necessario giungere ad una soluzione per evitare altri morti sulla piccola isoletta: Nora è decisa a dare una mano all’amico Thomas, anche a costo di rischiare di mettersi in un grosso guaio.

Nell’oscurità, Nora avvicinò il polso agli occhi tentando di vedere le lancette dell’orologio. Che ora segnavano? Mezzanotte e mezzo? Cercò di rallentare il respito per non entrare in panico e di non abbandonarsi al tremito del corpo. Doveva contare soltanto su se stessa e non poteva permettersi di cedere alla paura. Salì fino alla lanterna, sperando di vedere un segno di vita nelle abitazioni ai piedi del faro, o almeno una barca in avvicinamento, ma tutto era silenzioso e buio [Il corpo che affiora, Viveca Sten, trad. A. Storti]

Sandhamn (fonte: Wikipedia, Arild Vågen CC BY-SA 3.0)

Il corpo che affiora” di Viveca Sten è un giallo godibile e scorrevole, dove il mistero è facilmente risolvibile dal lettore che ha un po’ di romanzi del genere alle spalle. Ammetto di aver iniziato a leggere il romanzo della Sten con ben poche aspettative, invece ho dovuto ricredermi sin dalle prime pagine.

Mi sono piaciuti molto i protagonisti del romanzo, li ho trovati descritti con grande naturalezza, tanto da apparirmi reali, con i loro pregi e difetti; ho adorato le descrizioni dell’arcipelago di Stoccolma perché la Sten si sofferma sui dettagli e sugli aspetti della vita degli stoccolmesi che hanno la seconda casa su una delle tante isole che compongono l’arcipelago.

Sandhamn è descritta con cura e dettaglio, tanto che mi è sembrato di essere realmente su quest’isoletta di sabbia nel cuore del Mar Baltico, dove in estate il sole tramonta quasi a mezzanotte illuminando con una luce calda le casette di legno rosso Falun.

Se è vero che il mistero è facile da risolvere (ho individuato quasi subito il responsabile dei delitti e il movente), “Il corpo che affiora” è un giallo nordico piacevole da leggere, che consiglio a chi ama il genere poliziesco e chi ha un debole per il Nord Europa.

Titolo: Il corpo che affiora
L’Autrice: Viveca Sten
Traduzione dallo svedese: Alessandro Storti
Editore: BUR
Perché leggerlo: perché si tratta di un romanzo semplice ma godibile, dov’è facile risolvere il mistero e sognare gli ambienti del Nord Europa

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