Enrique González Tuñón | Letti da un soldo

Sono stato amico di ladri, biscazzieri, gente miserabile. Ho conosciuto gente spregevole, donne ipocrite, puttane. La vita è amara, pesante, difficile. Adesso penso che avrei dovuto morire quando mi operarono per non so quale malanno, venti e più anni fa. Ero un bambino, e mi avrebbero portato al cimitero in una cassa bianca. Invece di trascinarmi per il mondo starei molto più in alto delle nubi, nella purissima felicità che cantano gli angeli nel cielo limpido [dal racconto I cinque, Enrique González Tuñón, trad. M. Magliani e R. Ferrazzi]

La raccolta di racconti “Letti da un soldo” di Enrique González Tuñón uscì in Argentina nel 1932 ed è stato pubblicato in italiano dalla casa editrice Arkadia editore, con la traduzione di M. Magliani e L. Marfè, secondo volume della collana Xaimaca. I racconti presenti provengono da tre diverse raccolte di González Tuñón.

Letti da un soldo” comprende cinque racconti provenienti dall’opera orginale “Cama desde un peso“, cinque storie che si possono leggere quasi come un romanzo, dove i protagonisti portano nel cuore il personale carico di dolori e dispiaceri, e si ritrovano nella squallida e lurida locanda chiamata “La pignatta misteriosa“, un luogo dove i letti per dormire costano solo un peso, un soldo.

Sei racconti brevi provenienti da “El alma de las cosas inanimadas“, dove i protagonisti sono bizzarri e molteplici: un telefono epilettico, un gliptodonte, uno smilodonte e un uomo sui pattini; infine, due racconti provenienti da “La rueda del mulino mal pintado“, che hanno come protagonsiti uomini nuovamente sull’orlo del disagio sociale.

Enrique González Tuñón, fratello del celebre poeta argentino Raúl, nacque nel periferico quartiere di Once, a Buenos Aires, e fu scrittore di romanzi, racconti e giornalista. Entrambi non furono molto apprezzati in vita e subirono parecchie critiche legate, in particolare Enrique, all’essere romanticamente anarchico e bohémien.

Aspetto l’amore con il disperato desiderio dei vent’anni. Se tardasse a venire uscirei in strada ad annunciare come un banditore la mia disgrazia perché qualche donna mi consolasse con una carezza; andrei a bussare a tutte le porte fino a quando una mano gentile e sensibile mi chiamasse e una voce mai sentita, una voce appena nata, mi dicesse, vieni (…) L’avventura della mia gioventù non è altro che una meschina e interminabile scaramuccia [dal racconto La miseria permanente, Enrique González Tuñón, trad. M. Magliani e R. Ferrazzi]

Cama desde un peso“, titolo originale della raccolta, raccoglie quindi le storie di persone disagiate, perdenti della vita, ladri, ubriaconi, disperati, prostitute, spacciatori e vagabondi, affrescando la periferia di Buenos Aires degli anni Venti e dei primissimi anni Trenta del Novecento.

Anni in cui il cambiamento sociale fu importante: le periferie vennero quasi inglobate con la città vera e propria, la quale si ritrovò ad diventare una capitale grande e cosmopolita, abitata in particolar modo da migranti giunti da ogni dove e da persone di nazionalità argentina in cerca di fortuna e ricchezza.

Perché vivono in me tanti ricordi di epoche trapassate? Occorre credere per vivere (…) Il giorno in cui non ci crederai più finirai di esistere [dal racconto Lo smilodonte scettico, Enrique González Tuñón, trad. M. Magliani e R. Ferrazzi]

Si tratta di una raccolta di racconti completa, utile per scoprire una voce della letteratura argentina pressoché sconosciuta in Italia. I racconti sono inoltre interessanti per conoscere la situazione dell’Argentina a cavallo tra gli anni Venti e Trenta, con particolare riguardo verso i ceti sociali meno abbienti. I racconti proveniente dalle altre due raccolte originali offrono uno sguardo su quella che sarà una letteratura dell’assurdo e del grottesto.

“Letti da un peso” è una raccolta di racconti che consiglio a chi cerca una letteratura sudamericana di nicchia, una serie di storie scritte da autore sudamericano poco noto in Italia, una tipologia di storie che la collana Xaimaca della casa editrice Arkadia mira a proporre ai lettori italiani.

Titolo: Letti da un soldo
L’Autore: Enrique González Tuñón
Traduzione dallo spagnolo: Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi
Editore: Arkadia Editore
Perché leggerlo: perché si tratta di un autore poco noto in Italia, pubblicato per la prima volta in traduzione italiana, utile a scoprire una letteratura sudamericana più di nicchia

(© Riproduzione riservata)

Annunci

Shirley Jackson | L’incubo di Hill House

Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola [L’incubo di Hill House, Shirley Jackson, trad. M. Pareschi]

Nel corso di una settimana d’estate, il professor John Montague, emerito antropologo, contatta una serie di persone per dare avvio ad un esperimento a Hill House. L’oggetto del lavoro è il paranormale, in ogni sua declinazione. Il professor Montague invia una serie di inviti a persone sapientemente scelte, e solo due – due donne – hanno i requisiti giusti, Eleanor e Theodora.

Eleanor è una giovane donna che ha vissuto gli ultimi dieci anni della sua vita intrappolata in casa ad accudire la madre ammalata. È una donna che si rende conto, all’improvviso, di non aver mai vissuto veramente e di aver rinunciato a tutti i suoi sogni per restare al capezzale della genitrice; al contrario, la sorella di Eleanor si è sposata e ha avuto una bambina, lasciando alla sorella il gravoso compito di assistere la madre.

Eleanor decide quindi di accettare l’invito del professor Montague e, rubata l’auto di proprietà in parte sua e in parte di sua sorella, corre a Hill House. Inizialmente, la donna, si sente respinta dalla casa: percepisce appunto una forza respingente e il suo stesso subconscio le suggerisce di scappare a gambe levate.

Ma mentre Eleanor medita sul da farsi, a Hill House giunge Theodora, l’altra donna prescelta per l’esperimento sul paranormale; Theodora è una donna che appare più sicura di sé, avvenente, bella, con gran gusto nell’abbigliamento e con un savoir faire che la rende spesso potragonsita della scena. L’isterica Eleanor si ritrova ad ammirare e allo stesso tempo odiare amabilmente Theodora.

Oltre al professor Montague, direttore dell’esperimento, in casa vi è Luke Sanderson, il più prossimo erede della proprietaria di Hill House, un’anziana donna che ha autorizzato l’esperimento del professore con l’unica condizione che fosse presente anche il giovane Luke.

Sin dal primo momento, i partecipanti all’esperimento si rendono contro che quella casa è infetta, anormale, viva. Le porte si chiudono da sole, i pavimenti hanno punti gelidi, gli angoli non esistono e i corridoi sono un vero e proprio labirinto, perdersi è più semplice che ritrovare la propria camera. Nel corso delle giornate successive i fenomeni paranormali si manifestano con sempre più intensità, aumentando le angosce dei partecipanti, fino al drammatico epilogo.

C’è una lista impressionante di tragedie collegate a Hill House, ma è anche vero che è così per la maggior parte delle case. Dopotutto per persone devono pur vivere e morire da qualche parte, ed è difficile che una casa esista per ottant’anni senza veder morire fra le sue mura alcuni dei suoi abitanti [L’incubo di Hill House, Shirley Jackson, trad. M. Pareschi]

Photo by Ján Jakub Naništa on Unsplash

L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson (trad. M. Pareschi, Adelphi editore) è il più classico dei romanzi appartenti al genere gotico, scritto nel 1959. Grande protagonsita del romanzo è, assieme a Eleanor Vance, la casa stessa di Hill House, quell’orrenda e ripugnante dimora fondata sulla collina.

Nella casa avvengono fatti curiosi, strampalati ed eclatanti. Nel gruppo, ma mano che passa il tempo e i fenomeni si materializzano, cresce l’inquietudine e dilaga l’isteria, in particolare proprio nel cuore di Eleanor.

Ho letto “L’incubo di Hill House” perché dalle recensioni e dalla trama mi ispirava parecchio: mi piaceva l’idea dell’atmosfera cupa, l’ambientazione del romanzo in una casa isolata, la casa stregata stessa, capace di muoversi, di respirare e di caricare d’ansia chi vi entra.

Inizialmente la narrazione, sempre in terza persona ma con un attento riguardo agli isterici pensieri dei protagonsiti, mi ha coinvolta e interessata. Dalla metà in avanti ho iniziato ad annoiarmi: sembrava che non succedesse nulla, che le giornate si ripetessero senza grandi eventi degni di nota. È vero che qualche fenomeno paranormale accadeva, come quei colpi notturni contro le porte delle camere delle donne o quelle scritte col sangue, ma nulla di che.

Verso la fine, invece, mi ha proprio annoiata. Il finale stesso, poi, mi è sembrato una modalità un po’ frettolosa per finire il romanzo, quasi non si sapesse bene come farlo terminare. Theodora ed Eleanor mi sono risultate particolarmente antipatiche e insopportabili, a tratti persino un po’ stupide, noiose e ripetitive nei gesti e nei ritornelli.

Insomma, per le descrizioni della casa e per l’inquietudine nella prima parte, senza dubbio lo salvo. Dalla metà circa in poi mi è sembrato un romanzo del tutto ordinario, tanto che non è riuscito a tenere alta la mia attenzione.

Forse mi aspettavo di più da questo libro che viene considerato il capolavoro di Shirley Jackson; causa aspettattive troppo altre e non pienamente soddisfatte, non consiglierei la lettura di questo romanzo.

Titolo: L’incubo di Hill House
L’Autrice: Shirley Jackson
Traduzione dall’inglese: Monica Pareschi
Editore: Adelphi

(© Riproduzione riservata)

Pinar Selek | La casa sul Bosforo

S’infilarono per le vie della città, avanzarono fino alla casa più bella di Imrahor, di Yedikule, di Istanbul. La casa della signora Zabel (…) “La casa sul Bosforo! Che cos’è?” “Forse un luogo dove ospitare la mia bella viaggiatrice…” (…) Le voci di tutti si mescolarono in un’allegra confusione (…) Sema rispose a tutti quanti (…) La magia dell’istante era più forte del desiderio di capire. “È come nelle fiabe”, pensò Sema. Ma allora tutto si riduceva a una fiaba? [La casa sul Bosforo, Pinar Selek, trad. A. Tosatti e C. Diez]

Istanbul, 1980. L’esercito ha organizzato un colpo di stato e la situazione politica in Turchia è nuovamente precaria. Nel quartiere di Yedikule, una città nella città, si muovono i personaggi del romanzo “La casa sul Bosforo” della scrittrice di origini turche Pinar Selek.

I quattro ragazzi protagonisti sono giovani e, come tutti i ragazzi di vent’anni, hanno il cuore pieno di sogni. Hasan studia musica e il suo desiderio più grande è diventare musicista per professione, mantenersi suonando e componendo musica. Elif, la ragazza di Hasan, orfana di madre e con il padre Jemal, farmacista, in carcere, ha l’animo inquieto, si iscrive alla facoltà di Filosofia ma non è convinta delle sue scelte.

Salih è un ragazzo responsabile, pur essendo giovane, lavora nella bottega di un falegname armeno e con il suo magro stipendio mantiene tutte le donne della sua famiglia. Sema, anch’essa orfana di padre, vive con la madre che la opprime ma trova una via d’uscita nell’amore verso Salih e nel lavoro come commessa nella farmacia di Jemal, la farmacia Lela, riaperta a Yedikule dopo la scarcerazione del farmacista.

Istanbul aveva molti cuori, ma per Sema quello di Beyoğlu era di diamante. Ogni volta che ci andava era costretta a strizzare gli occhi, abbagliata, e percepiva con ancora più forza l’isolamento di Yedikule. I palazzi vecchi, gli incontri, le sorprese. Gente con i vestiti strappati, uomini avvinazzati, donne longilinee in tailleur, la minigonna o con vestiti dalle stoffe stampate, studenti, artisti, passeggiatori, persone che vanno di fretta… Un autentico spettacolo. Sema volle sedersi nel posto più brulicante di Istiklal Caddesi, un caffé che permetteva di vedere l’intera strada [La casa sul Bosforo, Pinar Selek, trad. A. Tosatti e C. Diez]

A Yedikule vivono, lavorano, si incontrano molte altre persone. Jemal il farmacista, il falegname armeno per il quale lavora Salih, la signora Zabel, Belguin la donna che legge i fondi del caffé, la signora Nahidé e i suoi gemelli, Kemal che è innamorato segretamente della signora Nahidé.

Turchi, greci, armeni, curdi, zingari, ebrei. È variegata la popolazione di Yedikule, perché lunga e complessa è la storia di Istanbul.

La gente del luogo? Ma chi c’è di autoctono in questo Paese? Tutti i popoli sono emigrati, cambiando costantemente posto” [La casa sul Bosforo, Pinar Selek, trad. A. Tosatti e C. Diez]

Uno dei punti di ritrovo più amati del quartiere è proprio la Farmacia Lale. Jemal e Sema ogni mattina aprono il negozio e le persone arrivano non solo per acquistare farmaci o farsi misurare la pressione; Jemal legge il giornale e commenta le notizie, Sema prepara il caffé o il tè e chi frequenta la farmacia si sente accolto come in una casa.

Ma così come le persone non sono mai ferme e il tempo scorre, inesorabile, ogni cosa muta. Hasan insegue il suo sogno di diventare musicista e vola in Francia; Elif prende coraggio e si lancia nell’avventura della rivoluzione. Sema studia per conseguire il diploma che le consentirà di tentare il test di ingresso all’Università, mentre Salih resta nella bottega dell’armeno, a dare forma al legno, a creare oggetti meravigliosi con la fatica e il sudore.

Le strade di alcuni si separano, quelle degli altri si congiungono, ombrose o soleggiate, sinuose o lineari. A ogni passo, numerose scelte vengono offerte ai viaggiatori. Alcuni le vedono, altri no. [La casa sul Bosforo, Pinar Selek, trad. A. Tosatti e C. Diez]

Photo by Damla Özkan on Unsplash

Il romanzo “La casa sul Bosforo” di Pinar Selek (trad. A. Tosatti e C. Diez, Fandango libri) abbraccia un arco di tempo che va dal 1980, l’indomani del colpo di stato, al 2001, l’anno prima che l’ex-sindaco di Istanbul, Recep Tayyip Erdoğan, diventasse Primo Ministro.

Mentre i personaggi del romanzo si muovono tra i vicoli di Yedikule, viaggiano sui traghetti attraverso il canale del Bosforo, escono dal Paese per andare in Francia e in Armenia, la Turchia in quel lasso di tempo vede delle elezioni più democratiche, appoggia gli americani alla guerra in Iraq, subisce e cerca di gestire la crisi curda, vede nascere l’organizzazione terroristica del PKK e infine viene devastata, nel 1999, dal un drammatico terremoto nell’Anatolia, al confine con l’Armenia.

Il romanzo di Pinar Selek è scritto con uno stile quasi etereo, impalpabile e sognante, pur essendo ricco di descrizioni della città di Istanbul e del quartiere di Yedikule, e dettagliando le esistenze, i desideri, le paure e le speranze dei personaggi del libri.

Chi legge ha la sensazione di entrare solo in punta di piedi nella vita dei protagonisti: li seguiamo quando corrono nelle viuzze del quartiere, sentiamo il gelo entrarci nelle ossa quando su Istanbul si posa una spessa coltre di neve, respiriamo l’aria salmastra del Bosforo e udiamo le grida acute dei gabbiani. Sembra si sentire il profumo delle spezie dei mercati, il suono delle sirene delle navi che fanno spola dalla sponda europea a quella asiatica.

Si percepisce la vita che incede, nel romanzo, la complessità delle esistenze, la difficoltà di prendere certe decisioni e gli intrecci e gli amori tra i giovani protagonisti; e sullo sfondo c’è l’immensa Istanbul, il piccolo quartiere di Yedikule, un microscopico lembo della grande Turchia che continua ad ammaliarmi e affascinarmi.

Titolo: La casa sul Bosforo
L’Autrice: Pinar Selek
Traduzione dal francese: Ada Tosatti e Camilla Diez
Editore: Fandango libri
Perché leggerlo: per avvicinarsi alla cultura turca, per respirare l’aria salmastra del Bosforo, per chi crede che la musica, la poesia e l’amicizia aiutino le persone nelle mille difficoltà della vita

(© Riproduzione riservata)

Claudio Fava | Mar del Plata

Il Mono se lo sarebbero portati per sempre cucito sul cuore ma la vita li tirava avanti e quando hai quell’età la vita sono sempre cose da pazzi, perfino in Argentina, perfino nei giorni infami dei generali, perché a vent’anni la vita è un vento che ti si arrampica in faccia ti entra negli occhi ti scombina i pensieri e allora capisci che non c’è tempo per i rimorsi, non c’è tempo per piangersi il morto [Mar del Plata, Claudio Fava]

Nel 1978 l’Argentina si prepara ad ospitare i Mondiali di calcio e la giunta militare, comandata da Videla, ha la necessità di far sparire le persone scomode. Oppositori politici, simpatizzanti della sinistra, comunisti più o meno dichiarati, sindacalisti o semplici dissidenti: queste persone scompaiono nel nulla, nell’indifferenza generale perché la gente ha paura di parlare.

Raul è un ragazzo di vent’anni, robusto e dalle idee chiare: oltre a Teresa, ama il rugby, tutta la sua vita. Gioca nella squadra Club La Plata, allenata da Hugo Passarella, il mister sempre arrabbiato che si trascina la gamba sciancata. Il nome della squadra deriva dal Mar de la Plata, quella lingua d’acqua che entra a Buenos Aires e incanta chiunque la guardi.

(…) non gli pareva vero quello che vedeva dal finestrino della corriera adesso che le case erano finite e cominciava l’oceano, entrava dentro la terra, s’infilava in mezzo alle campagne, le allagava di un’acqua che pareva finta, una cosa dipinta come in quella cartolina che suo padre aveva mandato (…) Davanti invece c’era il mare, blu come non lo aveva mai visto, un blu denso, compatto, senza graffi, senza niente [Mar del Plata, Claudio Fava]

Dopo uno dei soliti allenamenti, Raul accompagna a casa il Mono, al secolo Javier, ma appena la Guzzi di Raul schizza via, da un’auto nera scendono uomini dalle intenzioni molto chiare: fare un paio di domande al Mono, in particolare a proposito dell’associazione studentesca che frequenta.

Quando il Mono non si presenta agli allenamenti successivi, i compagni si chiedono cosa gli sia successo e due giorni le acque del Mar del Plata restituiscono il cadavere del giocatore.

Il Mono tornò due giorno dopo. Con le mani legate dietro la schiena da due giri di filo di ferro e un buco nella nuca grosso come una noce. Tornò a galla, sulle acque sporche del Rio de la Plata [Mar del Plata, Claudio Fava]

La partita successiva si gioca in casa col Córdoba e i ragazzi del Club La Plata chiedono di poter fare un minuto di silenzio. Solo che il minuto di silenzio diventa lunghissimo, nessuno incomincia a giocare quando finiscono quei lunghissimi sessanta secondi, e il minuto arriva a durare dieci minuti.

No, un minuto non basta, ne serve un altro, e un altro ancora (…) aveva diciotto anni, pensate che ci basti un minuto? [Mar del Plata, Claudio Fava]

Dieci minuti di silenzio per un dissidente morto: per il regime è un vero e proprio affronto. Montonero, ufficiale dell’Esma  si mette sulle tracce dei giocatori, li studia, li fa pedinare, li controlla.

E li fa sparire. Uno per uno. Per ogni giocatore ucciso o scomparso, uno nuovo del vivaio viene promosso titolare e i ragazzi del Club La Plata continuano a giocare, a vincere, a fare dieci minuti di silenzio per gli amici morti.

Il mister non ha dubbi: loro li stermineranno tutti, se restano. Ma i ragazzi restano, bisogna finire il campionato, bisogna omaggiare i compagni scomparsi. Non bisogna darla vinta, a loro.

Avete vent’anni. Vi ammazzano perché non conoscono i vostri pensieri e questo li fa impazzire [Mar del Plata, Claudio Fava]

https://i0.wp.com/mondovale.corriere.it/files/2015/11/laplatasquadra.jpg

I ragazzi della squadra di rugby decimata dal regime di Videla (fonte: Wikipedia)

Mar del Plata” di Claudio Fava, add editore, è un minuscolo libro che racconta una storia immensa e potente. È una storia vera, questa, è la storia dei rugbisti del Club La Plata sterminati dal regime militare di Videla, nel 1978. Ben diciassette ragazzi verranno massacrati o fatti scomparire dagli uomini dell’Esma e della squadra originale sopravviverà solo Raul, l’uomo che si occupa di raccontare questa storia nell’Argentina di oggi.

Ricordare fa male, ma fa anche bene“, sostiene Raul, ed è vero. Leggere questa storia è doloroso, non posso negarlo, se ci si sofferma a pensare, ci si rende conto di quanto quegli anni in Argentina siano stati bui, pericolosi e assurdi. Ma che allo stesso tempo siano stati anni pieni di voglia di ribellarsi al regime, anni fatti da persone coraggiose che con la loro morte, l’estremo sacrificio, si sono opposti e hanno provato a riscriverla, la Storia del loro Paese.

La storia dei ragazzi del Club La Plata è raccontata da Claudio Fava con estrema semplicità, senza nessun giro di parole, buttando in faccia al lettore la dura realtà: questo è quello che è successo, è andata proprio così, non nasconde nulla. Lo stile di Fava è diretto, i dialoghi serrati, le descrizioni della città, del Mar de le Plata e degli ambienti argentini sono struggenti.

S’era alzato un vento di tramontana che tagliava la faccia come una lama. Aveva spazzato per tremila chilometri una campagna di cieli bassi ed era arrivato fino alla periferia di Buenos Aires gonfio di freddo della Patagonia. Magari a Teresa sarebbe piaciuto andarsene laggiù, a cercarsi un ultimo lembo di terra di fronte ai due oceani che si mescolano. A chi sarebbe venuto in testa di andarli a cercare alla fine del mondo? [Mar del Plata, Claudio Fava]

Mar del Plata“, come dicevo, è una storia breve ma di grande potere. È la storia di chi ha detto ‘no’ e ha sperimentato sulla propria pelle cosa significasse scegliere di ribellarsi; ma con coraggio è andato avanti sulla propria strada, senza piegarsi o senza scendere a compromessi.

È una storia terribile e bellissima, una vicenda che tutti dovremmo conoscere, per renderci conto di quanto siamo fortunati, per ora, che possiamo pensarla in modo diverso rispetto ai nostri governanti e viviamo come persone libere.

(…) quel giorno l’Argentina era morta, morti gli amici, morti i suoi vent’anni. Eppure qualcosa restava, qualcosa viveva. Qualcosa che non s’era spezzata. Non ancora. [Mar del Plata, Claudio Fava]

Titolo: Mar del Plata
L’Autore: Claudio Fava
Editore: add editore
Perché leggerlo: per renderci conto di quanto siamo fortunati, per ora, che possiamo pensarla in modo diverso rispetto ai nostri governanti e conosciamo cosa significa essere persone libere
Per approfondire: La vera storia del rugby Club La Plata

(© Riproduzione riservata)

Kent Haruf | Vincoli. Alle origini di Holt

(…) so che nella primavera seguente, quella del 1896, partirono insieme dall’Iowa su un carro sovraccarico e si trasferirono sugli altipiani del Colorado (…) probabilmente viaggiavano soli, dato che le carovane di carri non esistevano ormai da trent’anni, e forse a metà della seconda settimana Ada smise di guardarsi indietro. In ogni caso arrivarono fin qui, e quando furono nel Colorado nordorientale cosa trovarono? (…) Questa campagna era sabbiosa ed era arida e perlopiù piatta, con qualche bassa collina di sabbia che si perdeva a nordest (…) Praticamente non c’erano alberi [Vincoli. Alle origini di Holt, Kent Haruf, trad. F. Cremonesi]

Nel 1896 Roy Goodnough lascia lo Iowa deciso a insediarsi nel Colorado. Grazie all’Homestead Act, firmato dal Presidente Lincoln già nel 1862, era possibile ottenere terre coltivabili e sfruttabili al di fuori delle tredici colonie. Roy coglie l’occasione e con la moglie Ada, dopo un estenuante viaggio, raggiunge gli altipiani del Colorado, liberate dai rissosi indiani, e si insedia ad una decina di chilometri dalla cittadina di Holt.

Le pianure attorno a Holt sono aride, secche, polverose e senza alberi. Roy costruisce la sua casa di legno, Ada non si dà pace, pensando sempre all’Iowa e rattristandosi ogni giorno di più, e in queste polverose piane nascono Edith e Lyman. Roy Goodnough si rivela un uomo sanguigno e violento, che non tollera l’ozio e che costringe ognuno dei membri della famiglia a seguire i duri ritmi di lavoro nei campi e nella fattoria.

Ad un chilometro di distanza dalla fattoria dei Goodnough si trova la casa della famiglia Roscoe, composta da una donna mezza indiana e da suo figlio John, appena più grande di Edith e Lyman. I ragazzi fanno amicizia, iniziano ad uscire assieme e tra Edith e John sembrerebbe esserci un tenero sentimento, ma una serie di drammatici avvenimenti stronca l’amore sul nascere e obbliga i due fratelli Goodnough a sottostare ai vincoli dettati dal vecchio Roy.

Niente in questa faccenda è giusto. La vita non lo è. E tutti i nostri pensieri su come dovrebbe essere non servono a un cavolo, a quanto pare. Tanto vale che lo sappia subito [Vincoli. Alle origini di Holt, Kent Haruf, trad. F. Cremonesi]

“L’ultima luce” di Andrew Wyeth

Vincoli. Alle origini di Holt“, tradotto da Fabio Cremonesi per NN Editore, è il romanzo d’esordio di Kent Haruf, pubblicato negli Stati Uniti nel 1984. Il legame famigliare è il nocciolo della storia, un legame di sangue che è forte e minaccioso, e che si tramuta nei rigidi vincoli che Roy Goodnough impone ai figli.

In quest’opera, la scrittura di Kent Haruf è descrittiva e ricca, riuscendo ad essere allo stesso tempo scorrevole, semplice, limpida e naturale. Haruf affida la narrazione a Sanders Roscoe, il figlio di John Roscoe.

Sanders conosce la famiglia Goodnough poiché è sempre vissuto nella fattoria ad un chilometro di distanza da quella del vecchio Roy. Da bambino, Sanders ha aiutato sovente i Goodnough nei lavori agricoli, ha dato una mano a Edith quando Lyman se ne andava a spasso per gli States, viaggiando senza meta e inviando alla sorella delle cartoline. E Sanders conosce l’epilogo della disgrazia che ha coinvolto Edith e Lyman, giusto otto giorni fa.

È quindi attraverso la voce di Sanders che veniamo a conoscenza dell’intera storia della famiglia Goodnough, dal momento dell’arrivo di Roy e Ada a fine dell’Ottocento alla primavera dell’incidente alla fattoria, nel 1977.

Edith rinuncia all’amore e alla vita a causa dei doveri che sente nei confronti dell’arcigno padre. È una donna che sente di avere delle responsabilità in casa e sacrifica la sua felicità personale per gli obblighi dettati da Roy; Lyman detesta lavorare in campagna, mietere il grano e curare le vacche, così all’indomani dell’attacco di Pearl Harbour coglie l’occasione e, fingendo di volersi arruolare nella Marina, si terrà ben lontano da Holt per vent’anni.

Sullo sfondo ci sono gli avvenimenti più significativi della storia del Novecento, che hanno toccato anche gli agricoltori di Holt: la Grande Depressione del 1929, il Proibizionismo, la ripresa economica, l’attacco giapponese a Pearl Harbour e la guerra in Vietnam.

“Vincoli. Alle origini di Holt” è un romanzo che, abbracciando quasi ottant’anni, permette di assistere al cambio dei costumi e della mentalità americana: dall’indiscutibile rispetto del capofamiglia alla sua più aperta contestazione; dal legami verso la terra ad un lavoro più cittadino; da una donna arrendevole ad una più indipendente; dalla limitata visione racchiusa tra le pianure a quella più aperta verso il mondo.

Perché se sai come guardarlo, questo è davvero un bel posto [Vincoli. Alle origini di Holt, Kent Haruf, trad. F. Cremonesi]

Ma Haruf ci racconta, in modo particolare, quanto sia difficile spezzare un vincolo, quanto coraggio serva per farlo e quanto possa essere drammatico passare dall’idea all’azione.

Titolo: Vincoli. Alle origini di Holt
L’Autore: Kent Haruf
Traduzione dall’inglese: Fabio Cremonesi
Editore: NN Editore
Perché leggerlo: perché si tratta di un romanzo che racconta quanto sia difficile spezzare un vincolo, quanto coraggio serva per farlo e quanto possa essere drammatico passare dall’idea all’azione

(© Riproduzione riservata)

Carmen Korn | Figlie di una nuova era

Henny si era messa dietro al fotografo e, distolto lo sguardo dal gruppo verso il reparto maternità dall’altra parte della strada, aveva visto una donna uscire dal portone della clinica con un fagottino tra le braccia. In quel momento aveva capito qual era il suo posto. Non sarebbe diventata infermiera, ma ostetrica. Avrebbe assistito al nascere della vita, dopo tutto il dolore e lo strazio che aveva avuto sotto gli occhi ogni giorno all’ospedale militare [Figlie di una nuova era, Carmen Korn, trad. M. Francescon e S. Jorio]

La Prima Guerra Mondiale è terminata, la Germania si sta riprendendo dalla sconfitta e dalle condizioni imposte dagli Stati vincitori. In questo contesto storico si inserisce il romanzo “Figlie di una nuova era” di Carmen Korn, tradotto da M. Fracescon e S. Jorio per Fazi editore. Lo sfondo è la città di Amburgo, e le vicende narrate abbracciano un periodo che va dal 1919 al 1948.

Le protagoniste del romanzo sono quattro ragazze, i cui destini si intrecceranno nel corso degli anni a venire; seguiremo le loro vicende in particolar modo durante l’avvento del nazismo e della sua affermazione, fino allo scoppio e alla risoluzione della Seconda Guerra Mondiale.

Henny ha perso suo padre durante il conflitto e s’appresta a inziare il suo nuovo lavoro come ostetrica alla prestigiosa clinica Finkenau. Sua madre Else, una donna piuttosto invadente, ma è fiera di sua figlia. Käthe, la migliore amica di Henny, ha seguito lo stesso percorso scolastico: anche lei inizierà a lavorare come ostetrica alla clinica. A Käthe – e al suo compagno Rudi – interessa molto la politca poiché si batte per la causa comunista.

Ida è una ragazza ricca e viziata; per motivi puramente economici, è costretta dal padre a sposare un uomo che non ama, ma Ida – con la sua voglia incredibile di conoscere il mondo – si ritrova presto ad avvicinarsi al mondo della comunità cinese di Amburgo. Infine, c’è Lina, la sorella maggiore di Lud, che ha studiato per diventare insegnante; i due fratelli sono orfani per motivi drammatici legati alla estrema povertà in cui la loro famiglia ha versato durante il conflitto.

Pur essendo molto diverse tra loro, le ragazze matureranno assieme – durante certi periodi saranno più vicine, altri meno. Le loro idee crescono con loro, cambiano, col tempo imparano a conoscere i loro stessi caratteri, a scendere necessariamente a compromessi e imparano a vivere sotto la costante minaccia del nazismo prima e di un nuovo conflitto armato poi.

Oltre alle quattro ragazze, tra i personaggi troviamo due eccezionali medici della Finkenau: Theo Unger e Kurt Landmann, uomini che insegneranno a Henny e Käthe non solo il mestiere di ostetriche, ma anche lo stare al mondo, soprattutto in tempi così bui.

Tutti loro, legati da rapporti diversi, non esiteranno aiutarsi a vicenda quando i venti di guerra si faranno più minacciosi.

Erano tempi difficili per cominciare una vita nuova. Ma non era ancora troppo tardi. Che bello [Figlie di una nuova era, Carmen Korn, trad. M. Francescon e S. Jorio]

Hamburg Binnenalster & Rathaus.jpg

Tramonto su Amburgo (fonte: Wikipedia)

Figlie di una nuova era” di Carmen Korn, Fazi editore, trad. da M. Francescon e S. Jorio, è uno di quei romanzi che vanno dritti al cuore. Primo di una trilogia – che verrà pubblicata da Fazi, il secondo volume uscirà nella primavera del 2019 – il romanzo è scritto con uno stile semplice e diretto, ricco di descrizioni per far sì che il lettore si immedesimi nella storia, la Korn riesce perfettamente a far scorrere il tempo, mostrando come la Germania è cambiata nel corso di trent’anni.

Nel romanzo, ogni personaggio è toccato dalla minaccia nazista e dalla guerra, e ognuno in cuor suo si schiera, più o meno apertamente, a favore o contro i politici dell’epoca. Narrando la storia in terza persona, la Korn permette al lettore di entrare nei pensieri di ognuno dei personaggi, dando così la possibilità di conoscerli profondamente.

La Storia verrà a bussare alla porta di ognuno di loro. Sarà necessario prendere decisioni, anche dolorose; ci saranno perdite, lutti e scomparse; alcuni di loro verranno imprigionai e il loro destino non sarà noto. Allo stesso tempo, ci saranno matrimoni – più o meno felici -, nascite e successi lavorativi. Qualche personaggio crescerà di più, lasciandosi alle spalle la vecchia vita. Il tutto raccontato con eleganza e notevole sensibilità.

Sullo sfondo degli anni più difficili per la Germania e i tedeschi, nella bellissima Amburgo martoriata dalle bombe, le quattro protagoniste e gli altri personaggi de “Figlie di una nuova era” vi mostreranno quanto la Storia possa essere crudele ma anche quanto l’amicizia e l’amore possano ridare speranza agli uomini.

Titolo: Figlie di una nuova era
L’Autrice: Carmen Korn
Traduzione dal tedesco: Manuela Francescon e Stefano Jorio
Editore: Fazi
Perché leggerlo: perché si tratta di un bellissimo romanzo, scorrevole e piacevole da leggere, che racconta quando la Storia possa essere crudele e quanto, in contrapposizione, l’amore e l’amicizia possano ridare speranza

(© Riproduzione riservata)

Levan Berdzenišvili | La santa tenebra

Tbilisi. Via Vedzini 17. Il 23 giugno 1983. Sono le sei del mattino. In casa ci siamo io, mia moglie Inga e mio fratello Dato. Stiamo dormendo tutti e tre (…) A svegliarmi sono l’andirivieni su quei gradini e il trambusto che si sente fin dentro casa. Guardo fuori e sulla scala dei Kočoradze intravedo la sagoma di un uomo dall’aspetto ufficiale (…) bussano delicatamente alla porta de nostro appartamento (…) “Davit, alzati! (…) Sono qui!”. Non occorre aggiungere altro. Vado ad aprire la porta e mi ritrovo sei sconosciuti nell’appartamento [La santa tenebra, Levan Berdzenišvili, trad. F. Peri]

1984, Repubblica di Mordovia, URSS. I fratelli georgiani Berdzenišvili, Levan e Davit, arrivano alla colonia penale di Baraševo, a seguito del provvedimento disclipinare ŽCH 385/3-5. I due uomini sono accusati di propaganda antisovietica poiché hanno fondato, assieme ad altri due elementi, un giornale – Samreklo – e un partito repubblicano. Levan è laureato in lettere classiche e stava per consegnare la tesi di dottorato, prima che il KGB bussasse lievemente alla sua porta.

Levan resterà a Baraševo per tre anni, Davit per due. I prigionieri trascorrono il tempo infinito cucendo guanti per soldati dell’Unione Sovietica, ne devono produrre ogni giorno almeno 92 paia. Per questo lavoro ricevono pochissimi rubli – talvolta solo copechi: questi possono essere utilizzati al larëk, lo spaccio ufficiale, per acquistare ridotte quantità di foglie di tè, o un po’ di tabacco o qualche grammo di margarina. Alla sera, in mensa, vengono proiettati cinegiornali e documentari per celebrare la grandezza dell’URSS, per rieducare i dissidenti del campo.

Si soffrono fame, freddo e solitudine. Agli internati vengono vietate cose assurde, come per esempio possedere le penne di colore rosso. La censura, impersonata dall’incorruttibile Ganičenko, obbliga tutti i prigionieri del campo a scrivere lettere e messaggi per le famiglie solo in lingua russa. I prigionieri hanno nazionalità molto diverse: ci sono russi, georgiani, armeni, ucraini, moldavi, lettoni, lituani. Giungono da tutta l’Unione Sovietica e se si trovano a Baraševo è per via di una sola colpa: aver cospirato contro l’URSS.

Nel campo, i fratelli Berdzenišvili conoscono una incredibile e variegata umanità: ci sono uomini un po’ matti, ma molto divertenti; ci sono ebrei, letterati, un geologo matematico, un inventore, poeti, uno psicologo, filosofi, poltici innovatori, linguisti, esperti di filosofia greca e un bibliotecario che ha fatto circolare illegalmente le opere proibite in tutta l’URSS.

Sono gli anni della perestrojka, la vita nei gulag è molto lontana dagli anni delle grandi purge stlianiale, sebbene non sia comunque semplice. In questo luogo di prigionia, Levan partecipa a molte discussioni. Si parla di calcio, e con gran passione; si gioca a backgammon e a ping-pong, sempre e solo dopo aver prodotto 92 paia di guanti.

Allo stesso tempo si organizzano conferenze appassionate su temi filosofici e prigionieri più acculturati immaginano quale potrebbe essere il futuro dell’Unione Sovietica: continuerà ad esistere come un’unione di Repubbliche, o i singoli Stati chiameranno a gran voce l’indipendenza? E loro, i prigionieri, che cosa faranno una volta usciti dal campo di prigionia? 

Anderson era il resposabile della piccola ma “ben fornita” biblioteca del campo, e questo lo sapevamo tutti. Quello che Anderson non sapeva, in compenso, era di avere davanti il creatore di una biblioteca clandestina di letteratura antisovietica entrata nella leggenda, una biblioteca talmente ricca, completa e ben nascosta da rovinare il sonno degli agenti del KGB per un intero decennio. Né allora potevamo sapere, ovviamente, che a distanza di anni mi sarebbe stata offerta la direzione della terza biblioteca nazionale dell’ex-URSS, quella di Tbilisi [La santa tenebra, Levan Berdzenišvili, trad. F. Peri]

Tbilisi – Veduta

Tbilisi, capitale della Georgia (fonte: Wikipedia CC BY-SA 2.0)

Il memoir di Levan Berdzenišvili, “La santa tenebra“, E/O edizioni, tradotto da F. Peri, è uno di quei libri molto interessanti per comprendere una piccola parte della storia dell’Unione Sovietica. La voce narrante è quella di Berdzenišvili, che racconta la sua storia ad un dottoressa americana mentre lui si trova nel reparto di terapia intensiva di un importante, e costoso, ospedale di Washington D.C.

La narrazione è scorrevole, non si inceppa mai, spesso è ironica e una serie di note del traduttore ben congegnate spiegano a chi legge i dettagli sui persone, luoghi o fatti storici citati.

Ogni capitolo è dedicato a uno dei quattordici personaggi che lui ha conosciuto nel campo, più un capitolo per suo fratello Davit e uno per se stesso. Attraverso i diversi prigionieri, chi legge si ritrova immerso non solo nel clima politico di quegli ultimi anni dell’URSS, confinati dentro il campo, ma si viene catapultati nelle mille contraddizioni dell’Imperium e nelle culture degli Stati che ne fecero parte.

In modo particolare, essendo lo sfondo un campo di prigionia, per ogni personaggio vengono illustrati i motivi per cui si trovano nel campo e quanto è grave la loro pena: il famigerato “sette più cinque“, ovvero sette anni di lavoro e cinque di confino, era quella più severa per chi praticava attività controrivoluzionarie, disciplinate dall’articolo 70 “Agitazione e propaganda antisovietica“.

Molti sono gli approfondimenti proprio sulla Georgia, all’epoca Repubblica Socialista Sovietica Georgiana, che tra l’altro fu la patria di Stalin; vengono fuori i poeti nazionali, come Shota Rustaveli, le tradizioni georgiane, come quella del tamada, colui che tiene il discorso al supra, il banchetto tradizionale georgiano; qualche piccola perla storica su Stalin, come quella della rapina in banca eseguita con falso nome con il suo complice; la storia dei tre meravigliosi alfabeti georgiani, l’attuale oggi è patrimonio immateriale dell’UNESCO; e uno sguardo speranzoso al futuro della Georgia che sarà, una volta caduta l’Unione Sovietica, senza sapere che i georgiani conosceranno colpi di stato e sanguinose guerre.

A Baraševo, a parte qualche matto, la maggioranza dei prigionieri incontrati da Berdzenišvili possedevano livelli di istruzione molto elevati: gli intellettuali sono sempre stati i peggiori nemici di un regime, capaci con le loro abilità ad aprire gli occhi del popolo intorpidito dagli slogan e dalla propaganda, di qualunque genere.

Levan Berdzenišvili, infine, ha conseguito il dottorato dopo la scarcerazione nel 1987. Diventa bibliotecario e deputato del Parlamento georgiano. Prima di questo memoir non aveva mai raccontato a fondo della sua esperienza nel gulag: anni di prigionia e di privazione di libertà, difficili certo, ma che a guardarsi indietro sono stati necessari per diventare l’uomo che è oggi.

Titolo: La santa tenebra
L’Autore: Levan Berdzenišvili
Traduzione dal georgiano: Francesco Peri
Editore: edizioni E/O
Perché leggerlo: per aprire una finestra sul mondo dei gulag sovietici, sebbene agli sgoccioli dell’Imperium; per scoprirne di più sulla cultura georgiana e sui Paesi che un tempo composero l’URSS

(© Riproduzione riservata)

Martin Pollack | Paesaggi contaminati. Per una nuova mappa della memoria in Europa

Come vivono le persone, come viviamo con quello che sappiamo, come ci regoliamo, come lo conciliamo con la nostra quotidianità? Vediamo con gli stessi occhi di prima il paesaggio in cui sono avvenuti i fatti, e in cui continuiamo a vivere, o dover vivere, perché lì siamo a casa, lì abbiamo le nostre case, i nostri campi? O esperienze simili causano un cambiamento nelle persone? E non solo nelle persone (…) Una volta che sappiamo cosa è successo in un posto, lo percepiamo diversamente [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

Avete mai pensato a che cosa possa nascondersi dietro l’immagine da cartolina di un paesaggio? State osservando una radura circondata da pioppi, state passeggiando un altopiano di origine carsica, disseminato da doline, oppure state costeggiando il corso di un importante fiume: avete mai immaginato che il bucolico paesaggio che state fotografando sia poco ameno e molto infetto?

Nel reportage “Paesaggi contaminati. Per una nuova mappa della memoria in Europa“, tradotto da M. Maggioni per Keller editore, lo scrittore e slavista Martin Pollack pone l’accento proprio su questo punto: quanti dei bei paesaggi europei – che siano campagne, rive fluviali, montagne o grotte – nascondono un oscuro segreto?

Pollack viaggia attraverso l’Europa dell’Est per catalogare questi luoghi e capire come si possa vivere oggi conoscendo uno o più dolorosi fatti avvenuti in quel punto preciso. Si chiede, nel corso del suo reportage, quanto un massacro, una battaglia, una lotta o una serie di esecuzioni abbiano modellato il paesaggio e la percezione che noi, conoscendo le vicende, abbiamo di quel luogo.

I cimiteri di guerra e i monumenti sono oggi attrazioni per turisti, punti di incontro per veterani e politici, che, accompagnati dai suoni delle cappelle militari, depongono fiori e corone e tengono discorsi ampollosi [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

Se è vero che i cimiteri di guerra, gli altari ai militi ignoti, i luoghi degli eccidi oggi hanno una lapide che informa il visitatore, o addirittura ci sono pannelli esplicativi e visite turistiche guidate, Pollack è interessato alle tragedie che, frettolosamente, sono state nascoste, sepolte assieme alle vittime e per lungo tempo taciute, spesso con la complicità dei governi.

Ma non sempre si tiene alta la memoria dei morti. Non sempre e non ovunque vengono introdotti nel paesaggio monumenti commemorativi in loro onore (…) Almeno altrettanto spesso accade che i morti vengano sotterrati frettolosamente in prati e campi, in boschi isolati, nella natura selvaggia (…) [Queste persone] Devono essere cancellate per sempre. Vengono affidate all’oblio, al silenzio eterno. Che nessuno si ricordi di loro. Nessuno deve commemorarle. [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

Odessa oblast' field.jpg

Campo fiorito nell’Oblast’ di Odessa, Ucraina (Wikipedia)

Ma perché questi esseri umani devono scomparire senza lasciare traccia, perché nessuno deve commemorarle, alcun parente deve sapere la fine che ha fatto, o semplicemente possa piangere sulla tomba di suo padre, o suo fratello, o suo nonno? Perché certe persone sono scomode, ecco. Sono fastidiose, inutili e potenzialmente pericolose. In un regime, sia esso di destra o di sinistra, è necessario eliminare i dissidenti, coloro che potrebbero aprire gli occhi agli altri e, addirittura, guidare una possibile rivolta.

Largamente sconosciuto all’Ovest è il nome Kurapaty, un bosco di circa 30 ettari alle porte della capitale bielorussa Minsk, dove tra il 1937 e il 1941 membri del Commissariato del popoloper gli Affari Interni sovietico spararono a decine di migliaia di civili nell’ambito di una repressione di massa rivolta contro intellettuali e patrioti bielorussi [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

Pollack spiega che i carnefici hanno sempre lo stesso obiettivo: ingannare e mimetizzare. Tutti gli oppositori o nemici del regime devono sparire e non solo: anche la loro fossa deve sparire, altrimenti sarebbe necessario fornire spiegazioni sul massacro, con l’aggiunta del pericolo che le vittime possano poi trasformarsi in martiri ed essere osannati da chi si ribella al dittatore di turno.

Di Ponary ho già parlato nell’articolo dedicato al libro “Gli ebrei di Vilna” di Grigorij Šur, che vi invito a leggere. Nei boschi attorno a Ponary, in Lituania, pochi chilometri dalla capitale Vilnius, nel corso di soli tre anni furono uccise per mano nazista circa 100.000 persone: ebrei, rom, filosovietici e intellettuali polacchi e lituani.

Pollack viaggia attraverso la Slovenia alla ricerca delle “grotte maligne“: nella regione slovena del Kočevje sono presenti molte spaccature nel terreno calcareo, sono inghiottitoi e doline, luoghi perfetti per far sparire centinaia di persone. Si stima che in Slovenia siano presenti oltre 600 fosse comuni, ma nessuno lo saprà con precisione perché non si prevede né di avviare una ricerca, né tantomeno di aprire le fosse.

Quando qualche fossa viene aperta per sbaglio, durante dei lavori minerari o dei sondaggi di vario genere, l’orrore torna a galla e di fronte a 427 persone, quelle ritrovate nel cunicolo Barbara, non si può far finta di nulla. Ma chi erano queste vittime, e chi i loro carnefici?

Le vittime erano delle persone comuni, scomode, e i carnefici i partigiani comunisti di Tito. Uomini, donne e bambini giacciono nel buio delle profondità carsiche, uccisi con un colpo d’arma da fuoco, o morte per i colpi dovuti alla caduta (per risparmiare pallottole, veniva ucciso un uomo e il secondo era legato a lui con del fil di ferro, gettato quindi vivo nella dolina), o ancora uccisi con la testa sfondata dai colpi di piede di porco o martello.

Ora che abbiamo conosciuto vittime e carnefici, Pollack fa riflettere su chi oggi vive nei paesaggi contaminati. Come si può vivere pensando che, nel bosco dietro casa o nel proprio campo, una mano malvagia ha tolto la vita a decine di persone? Come vivono gli abitanti di Oświęcim, il cui nome non si slegherà mai da quello di Auschwitz?

Plants near Škocjan cave2.jpg

Škocjan Cave, Slovenia (fonte: Wikipedia)

[L’Ucraina] Il Paese intero è avvelenato con tutti i cadaveri che non hanno mai trovato una sepoltura decorosa, perché non c’era più nessuno che li seppellisse e che recitasse il Kaddish per loro. [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

E che cosa possiamo fare noi affinché questi morti non lo siano invano e soprattutto che vengano ricordati? Se è vero che oggi le località hanno cambiato nome, le tombe sono ben celate in un paesaggio ormai contaminato, se è vero che la Storia la scrive sempre chi vince, noi possiamo ugualmente fare qualcosa per i disgraziati nascosti.

È quello che dovrebbe fare anche la nostra mappa, rendere l’invisibile visibile e tangibile. Le mappe non mostrano soltanto dove si trova qualcosa, a quale longitudine e latitudine, a che distanza rispetto ad un altro luogo, ma raccontano anche delle storie. Anche dolorose [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

Dobbiamo creare una mappa, una mappa che renda visibile ciò che non lo è e che mostri cosa realmente si cela dietro un bucolico campo di girasoli. Abbiamo il dovere di ricordare, di raccontare le storie di questi sconosciuti, di portare rispetto per chi, innocente, ha sofferto di una morte violenta. E abbiamo il dovere di viaggiare per l’Europa con la consapevolezza che il meraviglioso bosco lettone o la splendida foresta polacca o ancora lo struggente altopiano carsico sloveno al tramonto possono essere paesaggi contaminati.

Titolo: Paesaggi contaminati. Per una nuova mappa della memoria in Europa
L’Autore: Martin Pollack
Traduzione dal tedesco: Melissa Maggioni
Editore: Keller editore
Perché leggerlo: perché siamo cittadini europei e abbiamo il dovere di conoscere a fondo la nostra recente Storia

(© Riproduzione riservata)

Marco Balzano | Resto qui

D’estate scendo a fare due passi e costeggio il lago artificiale (…) Nel giro di pochi anni, il campanile che svetta sull’acqua morta è diventato un’attrazione turistica. I villeggianti ci passano all’inizio stupiti e dopo distratti (…) Come se sotto l’acqua non ci fossero le radici dei vecchi larici, le fondamenta delle nostre case, la piazza dove ci radunavamo. Come se la storia non fosse esistita [Resto qui, Marco Balzano]

L’iconico campanile che si eleva dalle acque del lago di Resia è una delle attrazioni turistiche più struggenti dell’Alto Adige. A vederlo è bellissimo: si tratta di una torre campanaria trecentesca, che in inverno può essere raggiunta a piedi se il lago gela, circondata dalle alte Alpi Venoste.

Ma un luogo, all’apparenza romantico, può nascondere una storia ben più dolorosa: le vicende legate al lago di Resia e degli abitanti della Val Venosta, sono narrate nell’eccezionale romanzo “Resto qui” di Marco Balzano (Einaudi).

È Trina che, con tono malinconico ma mai melodrammatico, racconta alla figlia scomparsa in circostanze misteriose la storia della Val Venosta, delle sue genti e delle violenze subite nel corso degli anni, da persone con credo politici e obiettivi diversi, dagli anni Venti agli anni Cinquanta.

All’indomani della Prima Guerra Mondiale, i territori dell’Alto Adige passano dal controllo austriaco a quello italiano. Trina all’epoca è una giovane ragazza che studia per diventare maestra, ma quando nel Sud Tirolo arrivano i fascisti iniziano i primi guai.

Il fascismo sembrava esistere da sempre. Da sempre c’era stato il municipio col podestà e i suoi tirapiedi, da sempre c’era la faccia del duce appesa ai muri, da sempre c’erano i carabinieri che venivano a mettere il naso nei fatti nostri (…) Ci eravamo abituati a non essere più noi stessi (…) [Resto qui, Marco Balzano]

Mussolini vieta di parlare in tedesco nei luoghi pubblici, gli impiegati di madrelingua tedesca vengono licenziati se non si adeguano e sostituiti da impiegati giunti da ogni parte d’Italia; “Vietato parlare in tedesco“, un monito che serpeggia nella valle. Il duce disturba anche i morti: nomi e cognomi teutonici sulle lapidi vengono sostituiti con nomi italiani.

Trina non si arrende: su consiglio di Pa’, sceglie di insegnare nelle scuole tedesche clandestine. Lei adora insegnare il tedesco ai bambini, ma la punizione per chi viene scoperto è il confino. Nel frattempo, mentre sempre più valligiani incominciano a sperare nell’intervento risolutivo di Hitler e si avvicinano all’ideologia nazista, Trina si sposa con Erich.

Sperare in Adolf Hitler era la ribellione più vera. Quella ribellione si faceva palpabile ai tavoli dell’osteria, nei ritrovi clandestini (…) ma svaporava quando soli nelle stalle mungevano le mucche e s’incamminavano verso la fontana a dissetarle. Sonnecchiammo così (…) fino all’estate del ’39, quando i tedeschi di Hitler vennero ad annunciare che, se lo volevamo, potevamo entrare nel Reich e lasciare l’Italia. La chiamarono la “grande opzione” [Resto qui, Marco Balzano]

Erich è un uomo semplice, buono, dedito alle sue bestie e ai suoi pascoli. Un uomo che non si risparmia, che lavora duramente per mantenere la sua famiglia; e soprattutto, Erich ama la sua terra e per nulla al mondo l’abbandonerebbe.

“Allora prendiamo i bambini e andiamocene via”.
“No!” gridava.
“Perché vuoi stare qui se rimarremo senza lavoro, se non potremo più parlare tedesco, se distruggeranno il nostro paese?”
“Perché qui ci sono nato, Trina. Ci sono nati mio padre e mia madre, ci sei nata tu, ci sono nati i miei figli. Se ce ne andremo avranno vinto loro.” [Resto qui, Marco Balzano]

Church Tower (14331282140).jpg

Lago di Resia (fonte: Wikipedia)

Stretti tra due morse, i fascisti e i nazisti, Trina ed Erich resistono finché la guerra si fa troppo aspra, finché il primogenito si unisce ai nazisti, finché a malincuore i due capiscono che l’unico modo per sopravvivere a quegli anni è darsi alla macchia in montagna.

Fascismo e nazismo sono stati due grossi problemi per la valle, ma ce n’è un altro ben peggiore. Si tratta di una minaccia che torna puntuale, a ondate, uno spettro che aleggia sin dal 1911: il progetto della costruzione di una grande diga che avrebbe unito due laghi e prodotto, da progetto, notevoli quantità di energia elettrica.

I progetti e lavori per la costruzione della diga si sono interrotti, nel corso degli anni, a causa delle due guerre ma arrivati alle soglie degli anni Cinquanta, complice il boom economico e la richiesta di energia, non si può rimandare oltre. E il terzo nemico da combattere, per i valligiani, ha un nome e un obiettivo ben preciso: la Montecatini, che costruirà la diga e sommergerà Curon, con la sua piazza, la chiesa, il municipio e il maso di Erich e Trina.

Ci avessero domandato quel giorno qual era il nostro desiderio più grande, avremmo risposto che era continuare a vivere a Curon, in quel paese senza possibilità da dove i giovani erano scappati e tanti soldati non erano più tornati. Senza voler sapere niente del futuro e senza nessun’altra certezza. Solo restare. [Resto qui, Marco Balzano]

Resto qui” di Marco Balzano è un romanzo che mi è piaciuto così tanto che mi sono ritrovata più volte a tornare indietro e rileggere i capoversi che mi avevano colpita alla prima lettura, oltre a commuovermi in certi passaggi. Suddiviso in tre parti – Gli anni, Fuggire, L’acqua – “Resto qui” è uno di quei libri che contengono due storie: quella della Val Venosta, schiacciata e minacciata dalla Storia, e quella personale di Trina.

Per entrambe, Balzano adotta uno stile all’apparenza semplice, ma ogni parola è ben calibrata, senza sbavature ed eccessi, utilizzando spesso un tono poetico e a tratti lirico, come quando Trina ripensa alla figlia scomparsa, l’ideale uditrice di questa vicenda.

La tua immagine mi sfuggiva (…) Eri come il volo di una farfalla, lento e sbilenco eppure difficile da afferrare [Resto qui, Marco Balzano]

Marco Balzano è riuscito a raccontare una storia difficile, e lo ha fatto regalando ai lettori dei personaggi indimenticabili, sinceri, passionali, perfettamente reali. Balzano ha descritto una valle, la Val Venosta, così fiera e orgogliosa delle sue tradizioni, della sua lingua e della sua cultura; una valle abitata da persone caparbie e combattive, pronte a tutto per difendere i propri masi e campi dall’inondazione.

E soprattutto, Balzano ha dato voce ad un luogo che a prima vista sembra semplicemente una bizzarria, un campanile romanico perfettamente restaurato che emerge dalle cupe acque di un lago alpino, ma che in realtà nasconde storie lunghe e travagliate: quelle di Trina ed Erich, di un angolino di Sud Tirolo, di chi, nonostante i soprusi, guerre e violenze, ha cercato di non arrendersi, ha cercato di resistere.

Fatti, storie, fantasie, ciò che contava era averne fame e tenersele strette per quando la vita si complicava o si faceva spoglia. Credevo che mi potessero salvare, le parole [Resto qui, Marco Balzano]

Graun im Vinschgau.JPG

Curon Venosta, ricostruita dopo aver sommerso la vecchia Curon (fonte: Wikipedia)

Titolo: Resto qui
L’Autore: Marco Balzano
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché è un romanzo magnifico che racconta della Val Venosta e delle sue genti, perché insegna che dietro ad un luogo all’apparenza fiabesco, possono esserci storie difficili da accettare

(© Riproduzione riservata)

Joseph Roth | Viaggio ai confini dell’impero

Ma su questa terra piatta vaga incessante un vento eternamente uguale che si percepisce appena. Colline, preannuncio dei Carpazi, che diventano azzurre in lontananza. Corvi che volteggiano sopra i boschi. Sono sempre stati di casa, qui. Dalla fine della guerra sono diventati numerosi. Niente fabbriche, niente avvisi pubblicitari, niente fuliggine. Nei mercati si vendono primitive marionette di legno, come in Europa duecento anni fa. Si è fermata qui l’Europa? [Viaggio ai confini dell’impero, Joseph Roth, trad. V. Schweizer]

Galizia. Solo a prunciare questo nome si sente il sapore di terre ricche di mistero e fascino. La Galizia è stata una regione storica che indicativamente si poteva collocare tra la Polonia e l’Ucraina, nel cuore dell’Europa centrale. Il nome completo era: Regno di Galizia e Lodomiria, e fu la più settentrionale delle province dell’Impero Austro-Ungarico; la sua capitale era la città di Leopoli, che si trova oggi in Ucraina, e tra le principali città figura Cracovia, oggi in Polonia.

La Galizia nacque dall’assembramento dei territori presi alla Confederazione polacco-lituana quando fu spartita la Polonia, e la Galizia come entità durò sino alla totale dissoluzione dell’Impero Austro-Ungarico nel 1918.

Lo scrittore e reporter Joseph Roth, nato a Brody nel 1894, compie una serie di viaggi attraverso l’Europa centrale, studiando e analizzando questi territori usando l’occhio critico e il cuore entusiasta poiché la Galizia è stata la tua terra d’origine. Roth si mette in viaggio tra il 1924 e il 1927.

La Galizia si trova in un isolamento trasognato, e tuttavia non è isolata; è confinata, ma non tagliata fuori; ha più cultura di quanto lascino presumere i suoi difettosi canali di scolo; un gran disordine e ancor più stranezza. Molti la conoscono dai tempi della guerra, ma allora camuffava il suo volto. Non era un paese. Era retrovia o fronte. Ma in realtà ha il proprio piacere, le proprie canzoni, la propria gente e un suo peculiare splendore; lo splendore triste degli oltraggiati [Viaggio ai confini dell’impero, Joseph Roth, trad. V. Schweizer]

La linea ferroviaria che univa la Galizia, 1897 (fonte: Wikipedia)

Viaggio ai confini dell’impero” di Joseph Roth (trad. V. Schweizer, Passigli editori) è un libro che raccoglie quindi le testimonianze preziose di un luogo che fu. Roth tratteggia le genti, le città, descrive panorami, luoghi e caratteri peculiari.

(…) sto viaggiando da due settimane attraverso la Polonia – attraverso una terra antica e uno Stato nuovo (…) Sebbene gran parte di questo paese sia stata nostra retrovia e nostro campo di battaglia, sebbene abbiamo vissuto nelle sue città e villaggi e abbiamo amato le sue donne, sebbene abbiamo potuto conoscere o per lo meno sentir parlare i suoi cittadini, i suoi contadini, i suoi ebrei, malgrado tutto ciò, è stata proprio l’idea con la quale la paggior parte di noi è venuta in Polonia ad essere il fondamento dei giudizi raccolti; e quel cassetto dove decenni fa abbiamo inserito luoghi e persone rimane il contenitore anche delle nostre nuove impressioni [Viaggio ai confini dell’impero, Joseph Roth, trad. V. Schweizer]

Riguardo alle persone, Roth si sofferma soprattutto sulle minoranze tedesche della Galizia, sulla presenza degli ebrei, su come si comportano e vivono gli ucraini e i polacchi. Racconta in modo vivido tutto ciò che osserva, con una scrittura scorrevole, a tratti informale, ma sempre apprezzabile.

Joseph Roth con questa serie di reportage di alto valore culturale e storico, trasporta il lettore direttamente nel cuore dell’Europa centrale, in un luogo che formalmente non esiste più, poiché si è trasformato, ma che non può fare a meno di ammaliare coloro che si mettono in viaggio – idealmente o nella realtà – sulle tracce dell’antica e affascinante Galizia.

Cimitero ebraico nell’est dell’Ucraina (fonte: Wikipedia)

Questa è la città dei confini annullati. La propaggine più orientale dell’antico mondo imperial-regio. Dopo Leopoli inizia la Russia, un altro mondo. La molto più occidentale Cracovia è meno austriaca. È rimasta sempre un museo nazionale. Tra Vienna e Leopoli c’è tutt’oggi, come da sempre, un grande scambio culturale. Ma vi si è aggiunta anche Bucarest. Il rivolgimento politico, infatti, ha spostato tutte le città galiziane di qualche miglio verso est. Forse per il bene dell’Oriente… [Viaggio ai confini dell’impero, Joseph Roth, trad. V. Schweizer]

Titolo: Viaggi ai confini dell’impero
L’Autore: Joseph Roth
Traduzione: Vittoria Schweizer
Editore: Passigli editori
Perché leggerlo: per far rivivere l’affascinante Galizia, le sue usanze, le sue genti e la sua immensa cultura

(© Riproduzione riservata)