Orhan Pamuk | Istanbul

Dove sta il segreto di Istanbul? Nella miseria di chi vive accando alla sua grande storia, nel suo condurre segretamente una vita chiusa di quartiere e di comunità, nonostante fosse così aperta agli influssi esterni, oppure nella sua vita quotidiana costituita di rapporti infranti e fragili, dietro la sua chiara bellezza monumentale? In realtà ogni frase sulle caratteristiche generali di una città, sulla sua anima e sulla sua essenza, si trasforma in un discorso sulla nostra vita, e soprattutto sul nostro stato d’animo. La città non ha altro centro che noi stessi [Istanbul, Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

Istanbul” di Orhan Pamuk (trad. S. Gezgin, Einaudi) è il favoloso ritratto della città natale di Pamuk raccontata attraverso le sue emozioni personali, le sue lunghe passeggiate lungo il Bosforo, i suoi primi disegni, la storia della sua famiglia.

I ricordi di Orhan Pamuk hanno un sapore enciclopedico e risalgono ai suoi primi anni di vita: Pamuk racconta se stesso bambino grazie ai ricordi dei suoi genitori, quelle vicende raccontate ma che col tempo si ha la sensazione di averli vissuti in prima persona.

Negli anni Cinquanta, la grande famiglia Pamuk vive a Palazzo Pamuk, a Nişantaşı, tutti assieme, proprio come le antiche famiglie ottomane. I pianoforti mai suonati e le tazzine dei preziosi servizi da tè, sempre intrappolate nelle buie e polverose credenze chiuse a chiave, trasmettono una grande tristezza al piccolo Orhan, che cerca di curarla saltando sulle preziose poltrone del salotto, mentre la nonna lo ammonisce.

Pamuk è il cognome che si sono scelti in seguito alla Legge sul cognome emanata da Atatürk: essendo chiari di viso, i nonni di Orhan avevano scelto di nominarsi “Pamuk”, che in turco significa “cotone”. La politica di Atatürk era quella di occidentalizzare i turchi, renderli meno asiatici e più affini all’Europa; è così che molti turchi hanno iniziato a sentirsi divisi tra le vecchie tradizioni turche, molto asiatiche, e le nuove mode, molto europee.

L’impero ottomano è crollato da tempo, ma quel sentimento di sconforto e tristezza nel cuore dei turchi è ancora ben presente. Crollano le antiche dimore dei pascià, le loro splendide ville sul Bosforo prendono fuoco e nessuno se ne cura. Sono pezzi del passato che se ne va, mentre il futuro avanza.

Il sentimento di tristezza in cui era immersa la città, senza possibilità di liberarsene, simile a quello che provavo io ascoltando la musica “turca” che mia nonna seguiva muovendo la punta della pantofola, era qualcosa che mi spingeva a costruire un mondo di sogni, se non volevo farmi cogliere da un’ansia mortale [Istanbul, Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

Nei primissimi e reali ricordi Pamuk vede Istanbul come una fotografia in bianco e nero. Pamuk ama soprattutto l’inverno; le notti di nebbia e le sirene delle navi che attraversano il Bosforo; la neve che ricopre i minareti delle moschee; il buio che incede lungo le viuzze; la luce pallida e triste dei lampioni a gas; le figure nere e veloci che rientrano in casa; le case di legno crollate, bruciate, divelte; il ghiaccio del Danubio che galleggia sul Bosforo.

Orhan Pamuk racconta del rapporto conflittuale con suo fratello e con la religione islamica – suo e della sua famiglia, una famiglia molto laica e quasi disinteressata ai precetti del Corano – e del suo unico e disastroso digiuno di un giorno per il Ramadan. Racconta del suo primo amore per Rosa Nera, un amore passionale quanto disperato. Racconta della sua passione per il disegno, Istanbul è ovviamente il suo soggetto prediletto, e della decisione di iscriversi ad Architettura e di quella, travagliata, di lasciare Architettura e diventare scrittore.

A quindici anni cominciai a disegnare ossessivamente panorami di Istanbul. Non era un amore speciale per la città a spingermi a farlo. Non sapevo e non volevo disegnare nature morte o figure umane. Il resto del mondo, cioè tutto quello che vedevo quando uscivo di casa o guardavo dalla finestra, era in ogni caso Istanbul [Istanbul, Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

In “Istanbul” Pamuk non favoleggia solo se stesso: descrive Istanbul anche attraverso gli scrittori turchi classici da lui molto amati; gli scrittori europei; i pittori europei che tentarono di intrappolare per sempre Istanbul su tela; e soprattutto, Pamuk racconta la sua città attraverso le persone comuni.

Da bambino mi occupavo poco dei bizantini, come la maggior parte dei turchi. Durante l’infanzia, quando sentivo dire bizantino mi venivano in mente le vesti e le barbe sinistre dei preti greci ortodossi, gli archi bizantini sparsi per la città, le vecchie chiese di mattone rosso e quelle di Santa Sofia (…) Uno dei più grandi divertimenti della mia infanzia era andare con mia madre a fare acquisti a Beyoğlu, ed entrare e uscire da diversi locali gestiti da greci [Istanbul, Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

“Istanbul” si trasforma così in un contenitore di ricordi, storie e sogni, dove persone, oggetti e fatti si intrecciano componendo un incantevole mosaico. La narrazione di Orhan Pamuk è sempre sospesa tra sogno e realtà, dalla quale si manifesta in chiaro l’amore sincero e vero che Pamuk nutre verso Istanbul. Le immagini che l’autore turco compone sono talmente meravigliose che mi sono spesso ritrovata a tornare indietro e a rileggere alcuni brani, come quando descrive l’arrivo della sera mentre è in salotto con la sua famiglia:

Quando vedevo che il colore del Bosforo e quello del cielo si trasformavano in un blu scuro e affascinante col tramonto, notavo che sulle grandi finestre che davano sullo stretto, alla luce arancione della lampada, non si rispecchiavano più i suoi panorami, o i traghetti e i battelli della linea Beşiktaş-Üsküdar, o i fumi delle navi, ma l’interno della nostra casa [Istanbul, Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

Oppure, come quando crea paragoni romantici e struggenti parlando del sentimento chiamato “hüzün“, una sorta di tristezza generata da una perdita, la quale comporta dolore e afflizione spirituale:

Per me la tristezza è come il vapore sui vetri delle finestre, creato da una teiera che bolle continuamente in una fredda giornata d’inverno, perché non ha un istante di trasparenza e appanna la realtà (…) [Istanbul, Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

“Istanbul” di Orhan Pamuk è un caleidoscopio di volti, sogni, sentimenti, fatti, oggetti, arricchito dalle splendide fotografie, rigorosamente in bianco e nero, del fotografo turco Ara Güler.

Le meravigliose fotografie che Ara Güler espone nel suo album Istanbul smarrita ritraggono uno dopo l’altro i sobborghi pittoreschi, Beyoğlu e la Istanbul della mia infanzia con i suoi tram, i suoi viali lastricati, i suoi cartelloni pubblicitari e la sua atmosfera in bianco e nero, sottolineando la stanchezza, l’invecchiamento e la tristezza della città [Istanbul, Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

“Istanbul” è un libro che ho amato profondamente, dalla cui lettura è nata una profonda emozione come di rado mi succede. È un libro che consiglierei a chi ha già avuto la fortuna di visitare Istanbul, a chi in futuro visiterà Istanbul o chi semplicemente sogna questa città adagiata lungo il Bosforo e a chi cerca un libro capace di ammaliare, sedurre e incantare.

I poeti e i pittori di Istanbul avevano rivolto il loro sguardo verso l’Occidente, a tal punto da non vedere più la città: si dibattevano per appartenere all’era moderna, con i filobus e i manifesti pubblicitari sul ponte di Galata. Invece io non  ero abituato alla tristezza, che era il prezzo per vedere la città: forse ero la persona più lontana dalla malinconia, io, il bambino felice e giocherellone, e non volevo abituarmi a questo sentimento (…) Il fascino di questa città, la ricchezza o il mistero della sua storia, perché dovevano essere un rimedio al nostro dolore? Forse amiamo il posto in cui viviamo solo perché non abbiamo altra soluzione, come in famiglia. Ma dobbiamo scoprire dove e perché amarlo [Istanbul Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

Titolo: Istanbul
L’Autore: Orhan Pamuk
Traduzione: Şemsa Gezgin
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: a chi cerca un libro capace di ammaliare, sedurre e incantare

(© Riproduzione riservata)

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Stefano Malatesta | Il cammello battriano. In viaggio lungo la via della seta

La storia dell’Asia Centrale si confonde con la storia dei popoli nomadi di ceppo mongolo, turco o tunguso. Non esistevano territori occupati stabilmente, ma pascoli, con mandrie che cercavano l’erba e cavalieri che seguivano le mandrie. Prima dell’unificazione effettuata da Gengis Khan, che pose tutte le tribù mongole sotto la bandiera dei mongoli blu, una parte dell’attuale Mongolia era turca. E ancora oggi un popolo turco, gli yakuti, occupano a nord dei tungusi il nord-est della Siberia [Il cammello battriano, Stefano Malatesta]

Stefano Malatesta è un giornalista e viaggiatore italiano. Da sempre appassionato di Storia, studiando gli oggetti esposti nelle sale d’arte orientale del British Museum di Londra, Malatesta scopre un rotolo buddhista, chiamato Diamond Sutra, il quale parrebbe stampato nel 866 d.C. in Cina, sei secoli prima della famosa Bibbia di Gutemberg.

Il prezioso oggetto è stato portato in Inghilterra dagli archeologi che lavorarono in un’oasi sperduta nel Turkestan Cinese, una regione della Cina dove la maggioranza è composta dagli uiguri, un’etnia turcofona e mussulmana, non distante dal temibile deserto del Taklamakan. La scoperta dell’intrigante rotolo è il pretesto per intraprendere un viaggio lungo uno dei tanti rami della Via della Seta.

Il viaggio di Stefano Malatesta inizia da Peshawar, in Pakistan, al cospetto di alcune delle montagne più alte del pianeta, e attraversa una parte del desolato altopiano del Pamir tagiko.

Il Pamir, che gli arabi chiamavano Bam-Dunya, il Tetto del Mondo, si trova alla latitudine del Mediterraneo, ma non nasconde da nessuna parte quei piccoli paradisi verdeggiandi come altrove nell’Himalaya. E’ una steppa gelida, spazzata dal vento come le montagne che le circondano. L’aridità dell’aria provoca una rapidissima evaporazione su qualsiasi superficie e i rari viaggiatori primaverili rimangono stupefatti quando le valanghe staccatesi dalle cime vaporizzano in nuvole d’argento prima di toccare il suolo (…) Nei tremila chilometri quadrati che costituiscono il cuore di ghiaccio e neve del Pamir, ci sono 1500 ghiacciai, di cui almeno 30 superano qualsiasi ghiacciaio delle Alpi [Il cammello battriano, Stefano Malatesta]

Dopo aver valicato i passi che uniscono Pakistan e Tagikistan, Malatesta scende in CIna e il suo itinerario tocca la millenaria città di Kashgar, nel Turkestan Cinese.

I cavalli erano la maggiore attrazione del mercato (…) Rimasi incantato ad ammirare i volteggi scuri, gli arresti imperiosi, la scioltezza morbida con cui stavano in sella i cavalieri che venivano dalle steppe. Kirghisi, kazaki, mongoli, uiguri, tagiki, che d’estate salivano dalla pianura per raggiungere i grassi pascoli delle montagne. Ma la domenica riscendevano, attratti dal mercato di Kashgar. La città esiste da almeno duemila anni. Ma la domenica riscendevano, attratti dal mercato di Kashgar. La città esiste da almeno duemila anni [Il cammello battriano, Stefano Malatesta]

Antica mappa che mostra i luoghi lungo la Via della Seta (fonte: Wikipedia)

L’obiettivo di Malatesta è quello di seguire le tracce degli archeologi – alcuni senza scrupoli – che qui scavarono giungendo a scoperte grandiose. Il viaggiatore italiano prosegue ancora nellla regione del Xinjiang, alla ricerca delle famose oasi, con la bussola sempre puntata verso est. Raggiunge infine Tun-huang, alle pendici dell’imponente catena montuosa dello Nan Shan.

Dando un semplice sguardo alla carta geografica ci si accorge che l’Asia Centrale non appartiene né alla Russia né alla Cina, e nemmeno a se stessa. Appartiene al vuoto [Il cammello battriano, Stefano Malatesta]

Il cammello battriano” è il racconto del lungo itinerario che Stefano Malatesta ha seguito attraverso Pakistan, Tagikistan e Turkestan Cinese. Nel corso del viaggio, Malatesta snocciola aneddoti, curiosità, storie e fatti legati a questa affascinante quanto sconosciuto frammento d’Asia, riuscendo perfettamente nell’intento di appassionare e stupire il lettore.

Una regione da sempre attraversata da carovane, uomini e oggetti che viaggiavano lungo l’asse ovest-est; le merci provenienti dall’estremo Oriente erano richieste in Occidente, e proprio grazie a questi scambi commerciali hanno anche circolato idee, religioni, culture, saperi. Qui si sono mescolate popolazioni per secoli, tanto che non è raro trovare alcune etnie con caratteri spiccatamente nordici, quali occhi azzurri e capelli chiari, come i cafiri del Palistan, o come le mummie del Tarim, una serie di corpi che mostrano spiccati caratteri caucasici ritrovati lungo il fiume Tarim risalenti a circa 2000 anni prima di Cristo.

La grande ricchezza dell’Asia Centrale sta nel fatto di essere stata, per molti secoli, una sorta di terra di mezzo che tutti dovevano attraversare. Era questo settore il fulcro, il motore del mondo dell’epoca. E come ricorda Stefano Malatesta, è vero che le civiltà sono nate una volta che l’uomo ha messo radici, ma senza il movimento – di uomini, oggetti, idee – non saremmo arrivati ai livelli culturali oggi.

La presenza dei nomadi metteva allegria. Sappiamo che le civiltà sono nate quando i popoli migratori sono diventati stanziali. Ma qualcosa continua a suggerirci che la nostra natura consiste nel moto e che la quiete assoluta è la morte [Il cammello battriano, Stefano Malatesta]

Titolo: Il cammello battriano
L’Autore: Stefano Malatesta
Editore: BEAT Edizioni
Perché leggerlo: perché è un viaggio attraverso i secoli e lungo uno dei molti rami della Via della Seta, luoghi che ancora oggi, dopo tanto tempo, hanno il potere di affascinare il viaggiatore moderno

(© Riproduzione riservata)

Paolo Ferruccio Cuniberti | Ultima Esperanza

Valparaíso, 10 gennaio 1869. In questa data, io Federico Sacco, veterinario, zoologo e naturalista, nato Piemontese e ora Italiano, mi accingo a redigere le prime note del mio diario di viaggio verso la Terra Australe altrimenti detta Patagonia. E che Dio mi protegga [Ultima Esperanza, Paolo Ferruccio Cuniberti]

Nel maggio del 1872 i soci della Società Geografica Italiana si riuniscono a Firenze. Lo scopo della riunione è quello di leggere e commentare il diario di Federico Sacco, giovane veterinario piemontese, del quale nessuno conosce il destino, poiché partito nel gennaio del 1869 per svolgere una spedizione naturalistica nelle Terre Australi, finanziata da privati e dalla Società Geografica stessa, è misteriosamente scomparso.

Solo poche lettere sono state scritte dal Sacco, destinatari la famiglia e la Società Geografica. A seguire, solo il silenzio. Ma all’improvviso giunge a Firenze uno dei due diari di Federico Sacco: il diario con le annotazioni scientifiche e naturalistiche non è pervenuto, ma i membri della Società Geografica possono leggere il diario personale.

Prende avvio l’avvincente e intrigante lettura delle annotazioni del Sacco, le quali iniziano nel gennaio del 1869, una volta raggiunta – dopo un lungo viaggio faticoso ed estenuante – la città di Valparaíso. Quando Federico Sacco racconta del suo ambizioso progetto ai compagni di nave, tra una tempesta e l’altra, alcuni di essi lo prendono per pazzo: Sacco non sa cosa lo aspetta, le Terre Australi sono selvagge, difficili da attraversare e soprattutto abitate da popolazioni indigene bellicose.

(…) percorrere una via di terra di oltre milletrecento miglia sul versante cileno della Patagonia da Puerto Montt fino a Punta Arenas è impossibile; i collegamenti avvengono solo via mare o passando oltre il confine argentino: sul lato del Pacifico è una miriade di isole, fiordi e canali; in terraferma i luoghi sono impraticabili con aspre e inaccessibili montagne a picco sul mare intersecate da valli glaciali. Lo vedrete con i vostri occhi (…) [Ultima Esperanza, Paolo Ferruccio Cuniberti]

Federico Sacco non si lascia intimidire dai commenti negativi delle persone che incontra; il veterinario è deciso ad affrontare il lungo viaggio nel cuore della Patagonia cilena sia per soddisfazione personale, sia per dovere nei confronti di chi lo ha gentilmente sponsorizzato.

Inizialmente, Sacco si unisce all’esercito del colonnello Cornelio Saavedra Rodríguez, un uomo senza scrupoli che cerca, con la violenza, di strappare le terre agli indigeni, nelle regioni del Bio-Bio. Staccatosi finalmente dagli altri bianchi, Federico Sacco può partire per il viaggio sognato, alla fine dell’ottobre del 1869, dall’isola di Chiloé.

Da questo punto in avanti, Federico Sacco potrà annotare ogni dettaglio, subirà furti e prepotenze, si ritroverà solo in mezzo al nulla, conoscerà avanzi di galera a Punta Arenas e gli indigeni aonikenk della regione di Ultima Esperanza. Vivrà una serie di avventure incredibili, peripezie che mai avrebbe immaginato, ma il punto fermo di tutto il suo viaggio sarà la costante meraviglia di trovarsi di fronte a luoghi e panorami di incomparabile bellezza che certamente nascondono clamorosi segreti.

Nel paesaggio primordiale in cui mi trovavo immerso, ho immaginato aggirarsi i mostruosi iguanodonti e gli altri giganteschi rettili che oggi sappiamo aver popolato il pianeta prima di noi. Mi sono convinto che se in futuro si avvieranno quaggiù sistematiche ricerche con appropriate spedizioni scientifiche, anche in questa parte di mondo non tarderanno ad emergere nuove e ancor più clamorose meraviglie. Chissà quali straordinarie vestigia di esseri antidiluviani affioreranno dagli abissi della preistoria di questo continente rimasto isolato così a lungo! [Ultima Esperanza, Paolo Ferruccio Cuniberti]

Patagonia cilena (fonte: photo by Ken Treloar on Unsplash)

Ultima Esperanza” di Paolo Ferruccio Cuniberti è uno di quei libri che riescono a trasportare il lettore completamente dentro la storia. Si seguono con trepidazione le tappe del viaggio di Federico Sacco: ci si meraviglia con lui di fronte alla grandiosità dei panorami, si trema quando ci si imbatte negli indios e ci si indigna quando si incontrano persone crudeli e violente le quali vogliono strappare la terra ai nativi.

Cuniberti crea un personaggio che è un uomo d’altri tempi: intelligente, curioso, rispettoso e corretto, il quale suscita immediatamente simpatia. Proprio al suo personaggio, Federico Sacco, è affidata la narrazione sotto forma di diario personale, inserita nella cornice della lettura delle note da parte della Società Geografica Italiana quando già si conosce il triste epilogo della vicenda.

Ultima Esperanza” è sia il fantasioso racconto delle esplorazioni di Federico Sacco, veterinario piemontese con la bruciante passione per la scoperta (tanto che, Cuniberti immagina che sia proprio il Sacco a scoprire la Cueva del Milodonte), sia un ritratto vivido e preciso di quella che doveva essere la Patagonia cilena verso la fine dell’Ottocento.

Prima che i coloni abbattessero alberi, distruggessero vilaggi, depradassero le terre degli indios ona, kaweshqar, chono, aonikenk – oggi tutti estinti -, la Patagonia cilena era davvero un luogo dove un uomo poteva sentirsi più estraneo che parte del posto. Un luogo che forse avrebbe dovuto restare tale, per preservare il suo fascino selvaggio e quasi intimidatorio.

Non fosse per i leoni, che mi pare di sentire in agguato dietro ogni cespuglio, siamo in una terra benedetta che offre del suo meglio, ma non posso non riflettere sul mio confronto costante con le risorse della natura, tra le quali sono un momento preda, un momento predatore, ma sempre con un che di estraneo. [Ultima Esperanza, Paolo Ferruccio Cuniberti]

Titolo: Ultima Esperanza
L’Autore: Paolo Ferruccio Cuniberti
Editore: Edicola Ediciones
Perché leggerlo: per stupirsi della piccolezza dell’uomo di fronte all’abbagliante maestosità e grandiosità della Patagonia cilena di fine Ottocento

(© Riproduzione riservata)

Mika Waltari | Gli amanti di Bisanzio

Il mio cuore è come quello di un adolescente. Devo ricorrere alla poesia perché non mi bastano le parole (…) Eppure sento di conoscerti come se ti conoscessi da una vita intera. Per me tu sei tutta Bisanzio. Sei Costantinopoli, la città dei Cesari. È così che ho riconosciuto le strade, le colonne, il marmo, i mosaici, l’oro e il porfido, come se ci avessi vissuto in passato (…) È per te che per tutta la vita ho desiderato vivere qui. Sognando la tua città sognavo te. E come la tua città mi è sembrata al vederla mille volte più incantevole di quanto avessi osato immaginarla, così tu sei mille volte più bella di quanto non ricordassi (…) [Gli amanti di Bisanzio, Mika Waltari, trad. N. Rainò]

Costantinopoli, dicembre 1452. Si fa chiamare Johannes Angelos, è un uomo dallo sguardo misterioso che emana un fascino particolare, grazie ai suoi caratteri fisici che ora paiono latini e ora greci. Si trova nella Basilica di Santa Sofia, a Costantinopoli, e ascolta le parole del Basileus Costantino XI in merito all’Unione delle Chiese cattolica e ortodossa.

Nessuno dei bizantini di Costantinopoli è d’accordo con l’Unione delle Chiese, è una concessione dettata dalla disperazione: l’Imperatore Costantino la autorizza a patto che i genovesi, i veneziani e il Papa inviino navi, armi e uomini per difendere la città dalle mire del Sultano Maometto II. Perché oltre le mura della città stanziano le truppe dei turchi, agguerriti e pronti ad espugnare la città dei Paleologi.

Johannes Angelos ascolta i discorsi di Costantino e del Patriarca, ma all’improvviso il suo sguardo ricade su una donna incantevole: Angelos credeva di essere giunto all’autunno dei suoi anni, ma si scopre follemente innamorato di questa donna. Si incontrano, si parlano: nessuno sa nulla dell’altro, se non che subiscono a vicdenda il fascino. La donna si chiede chi sia Angelos, e perché si trovi a Costantinopoli in questo delicato momento storico, mentre le mura iniziano a cedere sotto i colpi dei cannoni del Sultano Maometto II.

Sono fuggito dal Sultano, e ho lasciato una posizione che molti mi invidiavano, unicamente per venire a combattere per Costantinopoli. Non per te, né per il tuo Imperatore, ma per questa città che è stata il cuore del mondo. Di quel grande impero è rimasto soltanto il cuore. Che batte i suoi ultimi, malinconici palpiti [Gli amanti di Bisanzio, Mika Waltari, trad. N. Rainò]

Una spia, dunque? O forse un pazzo? C’è da fidarsi di un uomo che ha voltato le spalle al Sultano per venire a combattere a fianco dei genovesi, veneziani e bizantini per difendere una città che non gli appartiene?

Questa tua città è come un vecchio scrigno che ha perso le pietre preziose che l’ornavano e ha gli spigoli ammaccati. Ma al suo interno custodisce ancora la bellezza di un tempo [Gli amanti di Bisanzio, Mika Waltari, trad. N. Rainò]

Istanbul (fonte: Flickr, Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0))

Arruolato dal genovese Giustiniani, Angelos si divide tra la difesa armata della città e Anna, la sua amante. I turchi avanzano in modo inesorabile; posizionano i cannoni nei pressi delle mura teodosiane e cannoneggiano senza sosta. Scavano nel sottosuolo e aprono gallerie per cercare di entrare in città. Il contrattacco è pesante, la battaglia è logorante e procede per molto tempo.

Per Angelos, la città non ha nessuna possibilità: verrà conquistata da turchi, il Sultano entrerà trionfante a Costantinopoli, distruggerà i simboli cristiani e ucciderà coloro che non saranno d’accordo con lui. Per Angelos, la caduta di Costantinopoli è ormai prossima.

La sera ho pregato nel monastero di Chora. Mi sono inginocchiato davanti alla santa icona accanto ai miei fratelli greci. Estasiato, respirato il fumo dell’incenso (…) Per la mia fede, per il mio sangue, per Cristo, sono pronto a morire (…) Per tutta la vita ho detestato il fanatismo e l’intolleranza, ho fuggito quei sentimenti. Oggi quel fervore arde nel mio cuore come una fiamma viva [Gli amanti di Bisanzio, Mika Waltari, trad. N. Rainò]

Gli amanti di Bisanzio” di Mika Waltari, tradotto da N. Rainò per Iperborea, è il grandioso romanzo sulla caduta di Costantinopoli, avvenuta il 29 maggio 1453 per mano dei soldati agli ordini del Sultano Maometto II, passato alla storia col nome de Il Conquistatore. Una data divenuta cruciale per l’intera Europa, giacché da quel momento incomincia ad affermarsi l’Impero Ottomano, che conquisterà terre e regioni che un tempo fecero parte dell’ormai dissolto Impero romano.

Il romanzo di Waltari è scritto sotto forma di diario e copre un lasso di tempo che va dal 12 dicembre 1452 al 30 maggio 1453. Angelos narra in prima persona le vicende che ruotano attorno alla preparazione della difesa, alle battaglie e alla definitiva presa della città. Nel corso di circa cinque concitati mesi, Angelos racconta in realtà due storie parallele: la caduta di Costantinopoli e la sua passionale storia d’amore con Anna, la donna bellissima incontrata a Santa Sofia.

La conquista è il sentimento che accomuna le due storie: quella del Sultano Maometto II che tenta di sfondare le mura mentre l’Imperatore Costantino prega affinché ciò non avvenga, e quella di Angelos che con la sua notevole capacità dialettica riesce a conquistare il cuore di Anna.

Tornerò, amore mio (…) tornerò ancora una volta alle catene dello spazio e del tempo per trovarti. Uomini, nomi e popoli cambieranno, ma dalle rovine delle mura i tuoi occhi, come bruni fiori vellutati, torneranno a guardarmi. E tu, qualunque nazione o tempo apparterrai, tocca con la tua mano la polvere, quando tornerai, tocca attraverso il tempo le mie guance nella polvere fino a quando non ci ritroveremo [Gli amanti di Bisanzio, Mika Waltari, trad. N. Rainò]

Mosaici bizantini nel Monastero di Chora, Istanbul (fonte: Flickr Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0))

Waltari scrive con una fervente passione, dettagliando minuziosamente ogni oggetto, evento, sentimento o punto della città, in particolare il settore di Santa Sofia e i luoghi prossimi alle mura teodosiane. Quando la caduta è pressoché imminente, il tono diventa ancora più malinconico.

Se è vero che i lettori conoscono la fine della storia sin dall’inizio – tutti sappiamo della vittoria di Maometto II il Conquistatore – quello che viene lasciato al termine della vicenda è l’ultimo colpo di scena, quello che stupisce e grazie al quale si capiscono molte cose narrate in precedenza da Angelos e molti suoi comportamenti e modi di fare.

Gli amanti di Bisanzio” di Mika Waltari è un romanzo che consiglio agli appassionati di storia, a coloro che cercano un romanzo che è il vivo ritratto di Costantinopoli, di un’epoca e di un amore struggente sullo sfondo di una città che, cadendo, ha segnato il destino dell’Oriente e dell’Occidente. Una città destinata a diventata la capitale di un nuovo impero che per secoli avrebbe scritto intere pagine di storia e cambiato il volto alla stessa Europa, giungendo alle porte di Vienna: la Sublime Porta, ovvero l’Impero Ottomano.

Viandante, che un giorno camminerai sulle rovine di queste mura. Dalle pietre e dalla cenere, tra i fiorellini gialli, ti guardano gli occhi tristi e profondi degli ultimi greci [Gli amanti di Bisanzio, Mika Waltari, trad. N. Rainò]

Titolo: Gli amanti di Bisanzio
L’Autore: Mika Waltari
Traduzione dal finlandese: Nicola Rainò
Editore: Iperborea
Il mio consiglio: ai cuori appassionati, agli amanti dell’Oriente, a chi vuole organizzare un viaggio a Istanbul o, se preferite, a Bisanzio

(© Riproduzione riservata)

Dušan Jelinčič | I fantasmi di Trieste

Già da bambino mi piaceva sognare, ma per poterlo fare devi avere il luogo adatto. La finestra di casa, che dava sul grande giardino della chiesa degli Armeni, era il loggione ideale per i miei sogni infantili. Dal mio podio reale vedevo i tre gradoni del giardino: il più basso era all’altezza del primo piano della casa dove vivevo, e con un balzo ci potevo andare per la via più breve (…); il secondo, con gli alberi da frutto e un pendio di pochi metri che con la pioggia diventava scivoloso, era il più vasto; in quello superiore, invece, c’era il giardino proibito, con le siepi ben curate e la ghiaia del piccolo sagrato che dava sull’entrata della chiesa. Poi c’era la chiesa stessa, che allora mi sembrava enorme con i due campanili gemelli svettanti verso il cielo, e la facciata giallo pallida con la sua finestra centrale slanciata con i vetri scuri [I fantasmi di Trieste, Dušan Jelinčič]

I fantasmi di Trieste” di Dušan Jelinčič (Bottega Errante Edizioni) è una raccolta di racconti che hanno come protagonisti la città di Trieste, alcuni personaggi realmente esistiti, luoghi particolari e i ricordi di Dušan Jelinčič stesso, attraverso una scrittura fluida, sempre briosa e brillante.

Trieste è una città con una storia complessa ma affascinante, una città che pare quasi la porta verso l’Est. “Trieste” scrive Dušan Jelinčič nella postfazione, “è una collana con tante perle, tutte diverse tra loro, ma ognuna col suo fascino sempre nuovo“.

Ci sono tante storie e fantasmi che si aggirano lungo le strette vie di Trieste. C’è il fantasma di Diego de Henriquez, l’uomo che voleva combattere i nuovi fascisti, accumulando ogni sorta di reperto bellico, e cercando i carnefici delle vittime della Risiera San Sabba. Ma proprio a causa di questa ostinazione farà una brutta fine.

C’è il bellissimo racconto sulla chiesa degli Armeni di Trieste, con sottili rimandi al popolo armeno che nel 1915 subì una terribile tragedia per mano turca; Dušan Jelinčič in questo racconto intesse vicende reali, come quella dell’organista Krugy, e personali, come i suoi pomeriggi a sognare guardando il giardino della chiesa degli Armeni.

C’è la storia dell’uomo che si vendicò di un collaborazionista ai tempi dell’occupazione nazista, incontrato per caso sul tram per Opicina; il racconto dove i ricordi di Dušan Jelinčič fluiscono liberamente dopo aver rivisto il campo da calcio dove andava una volta a giocare, ricordi fatti anche insulti da parte dei ragazzini dai cognomi italiani, perché lui, Dušan Jelinčič, è di origini slovene. “Sciavo” è un dispregiativo che usavano gli italiani per riferirsi con cattiveria agli sloveni di Trieste.

Ci sono anche racconti sui matti di Trieste all’indomani della chiusura definitiva dei manicomi, con la legge Basaglia del 1978; e la storia del bagno di Trieste dove uomini e donne sono separati: un romantico retaggio austroungarico. Non può mancare, poi, lo scrittore che elesse Trieste come seconda patria: James Joyce. Il suo fantasma si aggira spesso tra le viuzze della Città Vecchia di Trieste.

Infine, nuovamente il calcio: dai ricordi di una partita combattuta tra nazisti e occupati, ai ricordi di nuovo personali di Dušan Jelinčič quando col primo lavoretto riuscì a guardagnarsi l’ingresso allo stadio.

Le città non sono un’entità atratta, ma sono fatte di persone e palazzi, di strade e ricordi. E questi sono a volte insostenibili. Allora ho voluto dare ai fantasmi astratti dei volti concreti, descrivendo storie e persone reali che hanno fatto, nel bene e nel male, la storia della mia città attraverso le proprie angosce, alcuni esorcizzandole, e altri invece uscendone sconffitti [I fantasmi di Trieste, Dušan Jelinčič]

Bora on Molo Audace.jpg

Bora sul Molo Audace, Trieste (fonte: Wikipedia)

I fantasmi di Trieste“, come dicevo, è un libro affascinante e coinvolgente, che raccoglie ricordi personali e curiosità legati ad una città. Ogni città ha i suoi incanti e i suoi spettri, e Jelinčič gli ha dato voce con il fine ultimo di omaggiare Trieste.

Oggi Jelinčič vive in una casa sulla collina, nel Carso, dalla quale abbraccia con lo sguardo la città di Trieste. Da questo osservatorio privilegiato, Jelinčič ha intessuto la rete di storie che compone la bella raccolta “I fantasmi di Trieste“, realizzando a tutti gli effetti un’originale mappa della città, un libro piacevole da leggere che permette di sognare ad occhi aperti.

Titolo: I fantasmi di Trieste
L’AutoreDušan Jelinčič
Illustrazioni: Elisabetta Damiani
Editore: Bottega Errante
Perché leggerlo: per compiere un’originale passeggiata a Trieste in compagnia di un bravissimo scrittore capace di dare voce ai fantasmi omaggiando una città.

(© Riproduzione riservata)

John Steinbeck | Diario russo. Un reportage culturale unico sulla Russia della Guerra Fredda

“Non dovete pensare che noi siamo venuti con idee già favorevoli o sfavorevoli (…) Siamo qui per un servizio giornalistico, se sarà possibile farlo. Intendiamo scrivere e fotografare esattamente quello che vediamo e sentiamo, senza nessun commento editoriale. Se c’è qualcosa che non ci piace, o non comprendiamo, diremo anche quello. Ma siamo venuti per scrivere qualche cosa. Se potremo scrivere ciò per cui siamo venuti, lo scriveremo. Se non potremo, avremo sempre da scrivere qualche cosa a questo proposito” [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

Se c’è un luogo che non esiste più ma che mi interessa in modo sproporzionato, è l’Unione Sovietica. Pertanto, appena mi imbatto in romanzi o, come in questo caso, in reportage degli anni sovietici, inizio a leggere con la mente aperta e la curiosità elevatissima. “Diario russo. Un reportage culturale unico sulla Russia della Guerra Fredda” di John Steinbeck, tradotto da Giorgio Monicelli per Bompiani, ha ampiamente soddisfatto la mia curiosità di lettrice.

All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, com’è noto, Stati Uniti e Unione Sovietica iniziano a guardarsi con notevole circospezione e sospetto; è calata la Cortina di Ferro, prendono a circolare notizie fasulle sull’Unione Sovietica in America, volte a demonizzare i comunisti e il popolo sovietico in generale.

John Steinbeck è uno scrittore americano affermato quando, nel 1947, ottiene i permessi necessari per entrare in Unione Sovietica e intraprendere un viaggio che, una volta compiuto, avrebbe dovuto fornirgli il materiale per un corposo reportage sull’URSS e suoi popoli. Poiché spesso le parole non sono sufficienti, Steinbeck si fa accompagnare dal noto fotografo Robert Capa.

L’idea è semplice: Steinbeck e Capa dovranno entrare in contatto col popolo sovietico, dovranno chiedergli come vivono, cosa mangiano, come si vestono, quali sono le loro idee sull’America, cosa è cambiato – in meglio o in peggio – dopo la guerra. Insomma, cercheranno di comprendere l’animo dei sovietici, anche se fin da principio sanno bene che non tutto sarà comprensibile alle loro mentalità occidentali.

Il viaggio incomincia da Helsinki, dove Steinbeck e Capa atterrano con il volo proveniente dagli Stati Uniti; il trasbordo sul velivolo sovietico è di per sé piuttosto avventuroso, premessa di ciò che i due americani vivranno nei giorni sovietici.

I C-47 sono un po’ malandati, per quel che riguarda arredi e parati, ma i motori sono ben tenuti e i piloti sembrano eccellenti. Hanno un equipaggio un po’ più numeroso dei nostri apparecchi, ma poiché non mettemmo piede in cabina di comando non sappiamo che cosa abbiano da fare (…) Ci sono usanze che sembrano un tantino bizzarre (…) Manca qualsiasi cintura di sicurezza (…) Non si vola di notte (…) Una volta seduti i passeggeri, il bagaglio viene accatastato nella corsia (…) [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

Raggiunta Mosca, il viaggio può iniziare. La burocrazia sovietica è farraginosa, complessa, macchinosa e necessita di innumerevoli passaggi di documenti, timbri, scartoffie che corrono di mano in mano. Ed è molto buffo che sia così complessa, agli occhi di Steinbeck sembra come quando i governi americani o inglesi emettono le leggi, mentre questi ardui passaggi di carte avvengono per esempio per ordinare un piatto al ristorante.

Mosca, capitale della Russia (fonte: Wikipedia)

Mosca è una città ancora ferita dalla guerra appena terminata. Gli abitanti hanno l’aria plumbea, cupa, si mettono in coda pazientemente per comprare generi di prima necessità che spariscono nei negozi quasi subito. Stenbeck e Capa incontrano diplomatici americani a Mosca, visitano i musei che celebrano la Rivoluzione e i suoi personaggi e cercano di farsi un’idea di questi moscoviti depressi e bui.

C’è davvero poca allegria nelle strade e di rado qualcuno sorride (…) C’è una grande serietà per le strade e forse è stato sempre così, non lo sappiamo [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

La seconda tappa del viaggio è molto più allegra: Kiev e le campagne ucraine. Qui Steinbeck e Capa incontrano ucraini molto più sorridenti, gioiosi e curiosi. Se è vero che l’Ucraina è stata, come Mosca, profondamente colpita e distrutta dagli attacchi aerei nazisti, è anche vero che il popolo ucraino ha reagito con molta più positività e, tra un ballo e una festa, benché siano ancora molte le macerie tra le città, si guarda al futuro con occhi colmi di speranza.

Kiev, capitale dell’Ucraina (fonte: Wikipedia)

In mezzo a quella musica lieve, alla luci, di fronte al pacifico scorrere del fiume, i nostri amici ricominciarono a parlare della guerra, come se fosse un pensiero assillante di cui non potevano liberarsene. Parlarono di cose terribili che non riuscivano a dimenticare [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

Terza tappa, Stalingrado. La città sul Volga è stata duramente colpita dalla guerra e l’assedio ha messo a dura prova le sue genti. Ma anche qui, a Stalingrado, i russi hanno due cose in mente: lavoro e ricostruzione. Lavorano tutti faticosamente e in maniera incessabile, mostrando un senso del dovere fuori dal comune.

Il mondo aveva preparato per Stalingrado una falsa medaglia, mentre ciò di cui aveva bisogno era una mezza dozzina di scavatrici [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

La tappa più attesa è la quarta, la visita al Paese che ha dato i natali all’uomo d’acciaio: la Georgia. Nel corso del viaggio attraverso la Russia e l’Ucraina, molti cittadini sovietici decantavano le glorie della Georgia, pertanto sia Steinbeck che Capa hanno aspettative altissime. Aspettative che, nel corso del viaggio tra Tbilisi, Gori e Batumi, verranno ampiamente soddisfatte.

Si parlava del Caucaso e della regione intorno al Mar Nero come di un paradiso in terra. Cominciammo addirittura a credere che la maggior parte dei russi sperasse, vivendo bene e virtuosamente, di finire dopo morti non in cielo, ma in Georgia [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

In Georgia, Steinbeck e Capa vengono trattati con i guanti bianchi. Invitati a vedere le meraviglie di questa terra, il pomposo museo dedicato a Stalin a Gori, le stazioni balneari di elevato prestigio sulla costa nel Mar Nero, le coltivazioni di tè e, dato il culto georgiano per il cibo e il bere, i due americani vengono rimpinzati di ogni sorta di ben di Dio.

Tbilisi – Veduta

Tbilisi, capitale della Georgia (fonte: Wikipedia)

La Georgia non è stata toccata più di tanto dalla guerra, grazie alla sua posizione un po’ defilata, laggiù tra le montagne e il Mar Nero. Non ci sono paesi distrutti, non c’è gente che ha perso tutto, cari e oggetti; qui non ci sono macerie per strada, né visi lugubri o musi lunghi. Il viaggio georgiano degli americani è scandito da brindisi, feste, banchetti e un po’ di cultura.

La Georgia è davvero una terra incantata e quando la lasciate rimane in voi come un sogno. Il suo popolo è un magico popolo. Vive in una delle più belle e più ricche terre del mondo e ne è assolutamente degno Finalmente comprendevamo perché i russi ci avevano sempre detto: “Finché non avrete visto la Georgia, non avrete visto nulla” [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

Il rientro a Mosca è esaltante: la città si sta preparando per le celebrazioni dell’anniversario della sua fondazione e presto ci saranno anche i festeggiamenti per l’anniversario della Rivoluzione. È settembre, inizia a far freddo: sembra quasi che cadano i primi fiocchetti di neve. Gli americani sono felici: Steinbeck ha molto materiale per il suo reportage, un reportage che si presenta coinvolgente, scorrevole e molto accattivante; privo di qualsiasi pregiudizio o giudizio, “Diario russo” è un volume che mostra il popolo sovietico così com’era, senza filtri occidentali e senza aggiunte né censure.

Il popolo sovietico, come scrive Steinbeck, è come tutti gli altri popoli del mondo. E’ indubbia la presenza di qualche individuo meschino e cattivo, ma secondo lo scrittore americano – data la sua esperienza – i sovietici buoni sono la stragrande maggioranza.

Titolo: Diario russo.Un reportage culturale unico sulla Russia della Guerra Fredda
L’Autore: John Steinbeck
Fotografie nel testo: Rober Capa
Traduzione dall’inglese: Giorgio Monicelli
Editore: Bompiani
Perché leggerlo: perché si tratta di uno straordinario affresco dell’Unione Sovietica nel 1947, perché è un viaggio attraverso l’umanità, i paesi, i paesaggi, gli usi e i costumi delle genti sovietiche

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Petros Markaris | La balia

“Maria vive con il fratello minore in un paesino fuori Drama. È originaria del Mar Nero. Da qualche tempo diceva che avrebbe voluto vedere per l’ultima volta la Città (…) Maria è molto in là con gli anni. Se non ha novanta, poco ci manca. Di sicuro ha un fisico molto resistente ma, insomma, un viaggio come questo sarebbe faticoso per una donna della sua età. Ho cercato di dissuaderla, ma non c’è stato niente da fare (…) È partita in pullman da Salonicco. Ma da allora se ne sono perse le tracce (…)” [La balia, Petros Markaris, trad. A. Di Gregorio]

Il commissario Kostas Charitos è ad Istanbul, con la moglie Adriana, con un gruppo di greci. Per i greci, soprattutto quelli chiamati romèi, ovvero nati ad Istanbul e poi migrati in Grecia, la megalopoli turca è ancora chiamata Costantinopoli, oppure la Città. Nel gruppo di greci in visita ci sono persone originarie della Città, come la signora Mouràtoglou, la donna che meglio conosce Istanbul e dispensa curiosità a non finire ai partecipanti della gita.

Charitos e Adriana sono giunti nella Città per cercare di dimenticare un grosso torto subito da parte della figlia Caterina: la ragazza, avvocato di successo, si è sposata civilmente, dando ai genitori – soprattutto alla madre, devota ortodossa – un grande dispiacere.

La Città, con le sue meraviglie da mille e una notte, si dipana sotto gli occhi del gruppo dei greci estasiati. Se Adriana, per sbollire la rabbia, compra oggetti a non finire, Charitos non può fare a meno di avviare paragoni tra la sua Atene e Costantinopoli.

All’improvviso capisco qual è la differenza tra Atene e la Città. Ad Atene le cose da vedere sono meno di quelle da evitare. L’Acropoli, le colonne di Dioniso Olimpo, il Ceramico, mettici pure Sunio, anche se è un po’ fuori mano. Tutto il resto è sepolto (…) Invece a Costantinopoli ogni cosa è esposta alla vista generale, come se chi fosse passato di qua avesse abbandonato tutto in fretta e furia, poi fossero sopraggiunti altri e anche loro avessero abbandonato ogni cosa com’era e per fortuna poi a nessuno fosse venuto in mente di fare ordine. Esci da Santa Sofia e ti inoltri in quartieri pieni di costruzioni poverissime (…) La Moschea Blu è circondata di alberghi hollywoodiani, ma poi entri nel palazzo del Topkapi e ti senti piccolo come Alì Pascia davanti alla Sublime Porta (…) Ti soffermi sulla riva del Corno d’Oro, e tra le case mezzo diroccate il tuo sguardo cade sulla Torre veneziana di Galata (…) Ad Atene, dovunque si affondi una vanga si troverà un resto archeologico. Qui, se affondi una vanga rischi di buttar giù mezza Città [La balia, Petros Markaris, trad. A. Di Gregorio]

Vecchia scuola greca a Fener (fonte: Flickr Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

Dopo un’intensa giornata di visita nel quartiere di Sultanahmet, il gruppo di Charitos viene invitato a mangiare in una tipica taverna greca nel quartiere di Pera; qui, uno scrittore di origini greche, sentendo parlare la sua lingua, interrompe i discorsi del gruppo e chiede se, per caso, tra loro ci sia una certa Maria Hambou. Maria è una donna anziana, sui novant’anni, era stata la sua balia e aveva manifestato l’intenzione di ritornare nella Città per vederla ancora una volta. Ma nel gruppo di Charitos non c’è nessuna Maria.

Qualche giorno dopo, giunge la notizia di una tragica morte a Drama, il paese greco dove Maria viveva. L’anziano fratello della donna è stato trovato morto, avvelenato, mentre di Maria nessuna traccia. Il mistero si infittisce quando, sebbene non si sappia dove sia Maria, una donna di origini greche viene trovata morta avvelenata nel quartiere di Fener, lo storico quartiere romèo.

Charitos si vede affiancare un poliziotto turco, Murat, per condurre le indagini legate agli omicidi e alla scomparsa di Maria. Gli eventi sono collegati? Per scoprirlo, i due dovranno mettere da parte le naturali diffidenze tra greci e turchi, anche se verrà rispolverata una dolorosa storia, il probabile movente degli omicidi. Una vicenda che affonda le sue origini nelle ingiustizie che la minoranza greca ha dovuto subire in Turchia.

La fotografia mostra un vecchio piroscafo dalla ciminiera altissima. È ormeggiato in un porto, e intorno alla poppa è circondato di barche in attesa. Il mare è calmo e, sulla spiaggia, sul fondo, si vedono le case della costa. Dietro la nave si estende una collina coperta di pini (…) Deve trattarsi della nave che ha portato la famiglia di Maria dal Ponto alla Città, dal Mar Nero a Istanbul, penso. Per tutti questi anni si è portata con sé la fotografia e ora l’ha data a Emine, perché sa che la fine si avvicina. Ma dov’è questo porto del Ponto? [La balia, Petros Markaris, trad. A. Di Gregorio]

Moschea Blu, Sultanahmet (fonte: Flickr Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

La balia” di Petro Markaris, tradotto da Andrea Di Gregorio per Bompiani, è un romanzo afferente al genere giallo coinvolgente e molto gradevole. In questo romanzo ci sono tutte le caratteristiche del genere: una serie di crimini, un probabile colpevole, un mistero di risolvere e, in questo caro, due investigatori che inizialmente si osteggiano un po’ a causa delle loro diverse orgini, turche e greche.

In realtà, il giallo in sé è semplice da risolvere e il movente è uno dei più classici in assoluto: la vendetta. E allora perché promuovo a pieni voti questo intenso romanzo? Ho apprezzato “La balia” per diversi motivi: lo stile ironico e accattivante della scrittura di Markaris; il carattere un po’ burbero ma solo in apparenza del commissario Kostas Charitos; le descrizioni stupende della Città e della storia della comunità romèa di Istanbul.

Petros Markaris è nato a Istanbul, per cui ha certamente a cuore la Città e la minoranza greca; questi sentimenti emergono nel romanzo che, sebbene sia impostato come un giallo, parla molto della comunità romèa e trattandosi per me di una nuova scoperta, ho dato immediatamente più peso a questo aspetto, anziché al giallo in sé.

In epoca bizantina erano molti i greci, definiti romèi, che vivevano a Costantinopoli; con la sua caduta e l’avvento degli Ottomani, i greci si spostarono nel quartiere di Fener. Nel 1921, però, i turchi fecero di tutto per mandar via i cittadini di lingua greca, tanto che nel 1923 iniziarono le migrazioni forzate di massa. Nel 1955 ci fu un pogrom contro i romèi voluto dall’allora dittatore turco e infine, con l’inasprisi della crisi di Cipro, nel 1964 la comunità romèa fu nuovamente colpita in modo pesante. Oggi i cittadini di lingua greca a Istanbul sono pochi e quasi tutti vivono nel quartiere di Fener.

È attorno a questi dolorosi fatti che Markaris compone il suo romanzo. E regala ai lettori descrizioni della Città intense e vive: da Sultanahmet con i suoi monumenti di importanza mondiale, ai quartieri di Fener e Balat, dai colori e profumi del Kapalıçarşı – dove Adriana compra l’impossibile pur non riuscendo nell’arte della contrattazione – ai quartieri asiatici raggiungibili grazie ai traghetti sul Bosforo, fino alle stupende descrizioni dei tramonti sul Corno d’Oro.

Un romanzo consigliato a chi ama il genere giallo e le ambientazioni dal sapore orientale; per chi vuole conoscere la storia dei cittadini di lingua greca che abitano in Turchia, una storia forse poco nota ma molto affascinante, e chi vuole scoprire una Istanbul molto lontana dalle classiche rotte turistiche.

Titolo: La balia
L’Autore: Petros Markaris
Traduzione dal greco: Andrea Di Gregorio
Editore: Bompiani
Perché leggerlo: perché il giallo è basato sulla storia della minoranza greca in Turchia e perché la scrittura di Markaris conduce il lettore alla scoperta delle culture e dei popoli che si affacciano sul Mar Egeo

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Sabahattin Ali | Madonna col cappotto di pelliccia

Solo che io, dopo quello che avevo vissuto, non sarei più potuto ripiombare nel torpore di un tempo. Desideravo viaggiare in lungo e largo, incontrare persone che parlavano la mia lingua o idiomi a me sconosciuti e, ovunque sarei andato, negli occhi di tutte le donne che avrei incontrato, avrei cercato Maria Puder, la Madonna col cappotto di pelliccia. Fino all’ultimo respiro [Madonna col cappotto di pelliccia, Sabahattin Ali, trad. B. La Rosa Salim]

Ankara, anni Trenta. Un giovane ragazzo turco perde il lavoro all’improvviso e un suo conoscente gli offre un nuovo impiego nella sua azienda. Il ragazzo si trova a dividere l’ufficio con un certo Raif Effendi, un uomo maturo piuttosto silenzioso e misterioso.

Raif Effendi è un traduttore: traduce da e verso il tedesco perché nel precedente decennio era stato per lungo tempo a Berlino, in Germania. L’uomo è schivo e timido, i colleghi lo trattano con sufficienza e spesso gli attribuiscono colpe che lui non ha commesso; eppure, Raif Effendi subisce tali angherie senza mai ribellarsi.

Un giorno, il giovane ragazzo si ritrova a casa di Raif Effendi per consegnargli un’urgente lavoro di traduzione. Raif Effendi è costretto a letto, malato, e il giovane scopre che anche in casa l’uomo viene trattato molto male dai suoi parenti.

Quando la salute di Raif Effendi peggiora, l’uomo suggerisce al giovane ragazzo di leggere il suo diario perché nel piccolo taccuino sono riassunti gli anni trascorsi a Berlino. Raif Effendi, attraverso i suoi scritti, racconta con bruciante passione l’incontro con un dipinto, ad una mostra nella capitale tedesca: “Madonna col cappotto di pelliccia” è un magnetico autoritratto che per settimane entra nella mente del giovane Raif Effendi e non ne esce più.

Finché, una sera in un parco poco illuminato di Berlino, Raif Effendi incontra la donna dipinta nel quadro: è Maria Puder, la pittrice cabarettista che ha immortalato se stessa ne “Madonna col cappotto di pelliccia“. Inizia una travolgente storia d’amicizia e di passione tra i due giovani, un’amore sconfinato e travolgente che cambierà per sempre la vita di Raif Effendi.

Non ricordavo di essere mai stato così felice in tutta la mia vita, non mi ero mai sentito tanto appagato. Come poteva una persona, quasi senza fare niente, arrecare una tale felicità a un’altra? Solo con un sorriso amichevole, pulito… E io in quel momento non desideravo altro. Ero l’uomo più ricco del mondo. [Madonna col cappotto di pelliccia, Sabahattin Ali, trad. B. La Rosa Salim]

Ibrahim Calli, pittore turco (fonte: Wikipedia)

Madonna col cappotto di pelliccia” di Sabahattin Ali ritorna in libreria con la nuova traduzione di Barbara La Rosa Salim per Fazi editore. Fu pubblicato per la prima volta in Turchia nel 1942, sei anni prima che Ali venisse ucciso sul confine tra Turchia e Bulgaria, durante la sua fuga verso l’Europa, ed è stato di recente “riscoperto” dai giovani turchi, i quali si sono sentiti riflessi in Ali che fu dissidente del governo della sua epoca.

Si tratta di un romanzo denso d’amore, ricordi e sentimenti che travolgono i protagonisti proprio come la bufera infernale dei lussuriosi dell’Inferno di Dante; tra Raif Effendi e Maria Puder, ebrea tedesca ma originaria di Praga, l’incontro a Berlino è l’inizio di una nuova vita, il punto di principio di un’esistenza da percorrere assieme. Purtroppo, il destino ha in serbo per loro spiacevoli sorprese. Così, proprio come un fragile cristallo, all’improvviso tutto va in pezzi.

Tutti gli incontri e i legami sono una mera illusione. Le persone possono conoscersi fino a un certo punto, possono costruirsi degli alibi, ma poi, un bel giorno, si rendono conto degli errori commessi e, in preda alla disperazione, lasciano tutto e scappano. Questo non accadrebbe, se solo la smettessero di credere nei sogni e si accontentassero di ciò che è raggiungibile [Madonna col cappotto di pelliccia, Sabahattin Ali, trad. B. La Rosa Salim]

Madonna col cappotto di pelliccia” non è solo il racconto dell’amore tra Raif Effendi e Maria Puder; contiene anche una riflessione molto profonda e intensa sull’amore in generale, sulle diverse culture, sull’amicizia e sul destino che travolge ognuno di noi, nel bene o nel male.

Profondo e intenso, il romanzo di Sabahattin Ali è narrato in modo fluido, armonico e scorrevole. È un romanzo bello da leggere, la penna di Ali è delicata come il tocco di un pittore sulla tela; un romanzo che per me è stata una piacevole scoperta.

Le nostre emozioni, le nostre delusioni, i nostri attacchi d’ira sono generati sempre dagli aspetti fortuiti e impenetrabili degli eventi che accadono. È possibile scuotere un uomo che è pronto a tutto e che sa perfettamente cosa aspettarsi e da chi? [Madonna col cappotto di pelliccia, Sabahattin Ali, trad. B. La Rosa Salim]

Titolo: Madonna col cappotto di pelliccia
L’Autore: Sabahattin Ali
Traduzione dal turco: Barbara La Rosa Salim
Editore: Fazi editore
Perché leggerlo: perché è un romanzo gradevole, delicato e sensibile, benché tratti di brucianti passioni e drammatici destini

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Elias Canetti | Le voci di Marrakech

Davvero in quel momento mi sembrò di essere altrove, di aver raggiunto la meta del mio viaggio. Da lì non volevo più andarmene, ci ero già stato centinaia di anni prima, ma lo avevo dimenticato, ed ecco che tutto ritornava in me. Trovavo nella piazza l’ostentazione della densità, del calore della vita che sento in me stesso. Mentre mi trovavo lì, io ero quella piazza. Credo di essere sempre quella piazza [dal racconto Visita nella Mellah, E. Canetti, trad. B. Nacci]

Le voci di Marrakech” di Elias Canetti (trad. B. Nacci, Adelphi) porta come sottotitolo “Note di viaggio” pur apparendo a prima vista un’antologia di racconti; sono tra loro collegati, i racconti di questa raccolta, e si trattano a tutti gli effetti di appunti e riflessioni riguardanti il viaggio che compì Canetti nel 1954 in Marocco.

Negli scritti di Canetti rivive l’anima più intima del Marocco, un luogo lontano e diverso da quello di provenienza dello scrittore. Attraverso le vicende di ciechi, cammellieri, donne velate misteriose, commercianti, mendicanti, impostori ed ebrei, Canetti porta il lettore nel cuore della città di Marrakech, descritta utilizzando parole a tratti poetiche e a tratti crude.

C’è aroma nei suk, e freschezza, e varietà di colori. L’odore, che è sempre piacevole, cambia a poco a poco secondo la natura delle merci. Non esistono nomi, né insegne, e neppure vetrine. Tutto ciò che si vende è in esposizione. Non si mai quanto costeranno gli oggetti, né essi hanno infilzati i cartellini dei prezzi, né i prezzi sono fissi [dal racconto I suk, E. Canetti, trad. B. Nacci]

Le mura, autore Nouaman Bentaj (fonte: Flickr, Dominio pubblico)

Sullo sfondo della confusionaria e affascinante città compaiono ora personaggi assillanti, ora cantastorie e ora scrivani. È un affresco corposo e interessante quello tratteggiato da Canetti a proposito della Marrakech degli anni ’50, forse non molto diverso da come si presenterebbe oggi agli occhi del viaggiatore. Canetti cammina lungo le vie, per le strade, appuntando mentalmente ciò che poi vorrà imprimere su carta.

Quando si viaggia si prende tutto come viene, lo sdegno rimane a casa. Si osserva, si ascolta, ci si entusiasma per le cose più atroci solo perché sono nuove. I buoni viaggiatori sono gente senza cuore [dal racconto Le grida dei ciechi, E. Canetti, trad. B. Nacci]

Le voci di Marrakech” di Elias Canetti è l’ideale guida sentimentale per percorrere – mentalmente o realmente – le strette e confuse vie della città marocchina che, in questi brevi racconti e voci, è l’assoluta protagonista.

Marrakech, autore Carlos (fonte: Flickr, Dominio pubblico)

Titolo: Le voci di Marrakech
L’Autore: Elias Canetti
Traduzione: Bruno Nacci
Editore: Adelphi
Perché leggerlo: per sognare il Marocco, con il suo fascino e le sue contraddizioni

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Tadeusz Pankiewicz | Il farmacista del ghetto di Cracovia

Nonostante tutto, in quell’epoca non si accettava ancora l’idea dell’assassinio di massa, della messa a morte col gas, delle cremazioni nei forni. Ma sempre più sovente pervenivano voci sulle atrocità che avevano luogo nel momento in cui la gente veniva caricata sui vagoni, su misteriose stazioni senza nome, su binari morti che quei treni pieni di gente in attesa per giornate intere senza cibo né acqua imboccava prima di sparire nel folto delle foreste circondate da fili spinati, da dove non giungeva più alcuna voce [Il farmacista del ghetto di Cracovia, T. Pankiewicz, trad. I. Picchianti]

Il farmacista del ghetto di Cracovia” di Tadeusz Pankiewicz (trad. Irene Picchianti, UTET) è un libro che ho apprezzato per il suo prezioso contenuto riguardo alla vita quotidiana di chi fu imprigionato nel del ghetto di Cracovia, ma che ho fatto fatica a leggere a causa dello stile dell’Autore.

È il 3 marzo 1941 quando nel quartiere di Podgórze di Cracovia, oltre il fiume Vistola, le autorità naziste creano il ghetto ebraico. L’intenzione è quella di isolare completamente la popolazione ebraica di Cracovia, numerosa e presente in città da molti anni. Curiosamente, alcuni ebrei inizialmente sono sollevati all’idea di vivere in un ghetto, poiché immaginano una comunità chiusa e protetta dalle ingiurie dei nazisti e dei polacchi. Nulla di più errato.

(…) ogni abitante del ghetto serbava nell’anima una tenue speranza di sopravvivere. Sopravvivere… Era una grande parola, a quel tempo. C’era forse qualcosa di più potente delle parole “libertà” [Il farmacista del ghetto di Cracovia, T. Pankiewicz, trad. I. Picchianti]

La vita nel ghetto di Cracovia diventa ogni giorno più dura: il cibo scarseggia, il riscaldamento delle abitazioni non funziona, le famiglie sono costrette a dividere la casa con sconosciuti, viene instaurato il coprifuoco, mancano i medici e i medicinali, le condizioni igieniche si deteriorano in fretta e scoppiano epidemie che uccidono i più deboli e coloro già debilitati dalla fame. Oltre a tutto questo, i nazisti hanno carta bianca, si divertono a prendere in giro gli ebrei e ad umiliarli pubblicamente.

I tedeschi sono maestri nel creare un’atmosfera di panico, di minaccia e di terrore. Lo strepito dei colpi d’arma da fuoco si mescola, in un modo stranamente sgradevole, ai fischi, all’abbaiare dei cani e alle grida dei tedeschi. L’angoscia per la sorte che sarà riservata ai bambini toglie alla gente ogni capacità di ragionare [Il farmacista del ghetto di Cracovia, T. Pankiewicz, trad. I. Picchianti]

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Immagine del ghetto di Cracovia, Polonia (fonte: Wikipedia)

Incominciano a circolare voci sui campi di concentramento, ma non tutti danno peso a queste apparenti dicerie; la vita nel ghetto è sufficientemente surreale, senza pensare pure a questi luoghi ove si sostiene che vengano uccisi in modo tanto brutale e violento. Benché alcuni non credano a ciò che si dice, sempre più spesso i nazisti rastrellano gli ebrei del ghetto di Cracovia e li caricano su carri o vagoni merci per allontanarli da Cracovia. A molti, il destino di costoro è ignoto ma certamente non si suppone felice.

Come ombre, spiriti delle storie di fantasmi, andavano a passo lento portando sulle spalle tutto ciò che possedevano e che pesava tanto quanto il loro tragico destino errante [Il farmacista del ghetto di Cracovia, T. Pankiewicz, trad. I. Picchianti]

Quando i nazisti avviano “soluzione finale“, il ghetto di Cracovia deve essere liquidato. In attesa della liquidazione totale, in prossimità del ghetto viene costruito il campo di concentramento di Plaszów. Qui i disgraziati attendevano la deportazione finale.

Testimone diretto degli anni bui dell’occupazione nazista a Cracovia è Tadeusz Pankiewicz, il farmacista del ghetto di Cracovia, che pur essendo polacco decide di restare – quasi fino all’ultimo – nella sua farmacia All’Aquila, nel quartiere di Podgórze.

Il dottor Pankiewicz prosegue la gestione della farmacia All’Aquila: fornisce agli ebrei un rifugio sicuro, passa loro documenti falsi per cercare di espatriare e soprattutto cura e fornisce medicine gratuitamente a coloro che non possono permetterlo. Pankiewicz, come un cronista, osserva e appunta tutto ciò che succede, dalla creazione del ghetto alla liquidazione finale.

Nell’annientamento del ghetto di Cracovia non erano stati assassinati solo i singoli individui, erano perite intere famiglie, a volte molto numerose che si erano stabilite a Cracovia molti secoli addietro e i cui nomi ricorrevano nelle cronache e nei documenti più antichi della vecchia Cracovia. Con loro scomparivano anche le loro tradizioni [Il farmacista del ghetto di Cracovia, T. Pankiewicz, trad. I. Picchianti]

Gli ebrei di Cracovia sono costretti ad abbandonare il ghetto, marzo 1943 (fonte: Wikipedia)

Come dicevo nelle prime righe dell’articolo, “Il farmacista del ghetto di Cracovia” ha un grande limite: lo stile con cui è scritto. Il libro è una raccolta di appunti e cronache, spesso presentate senza soluzione di continuità, saltando da un episodio all’altro o presentando un elenco di personaggi e loro azioni che annoiano. Inoltre, è particolarmente fastidioso il continuo cambio del tempo verbale nella narrazione, che un po’ è scritta al presente e un po’ al passato remoto, senza una logica ben definita.

Al dottor Pankiewicz, come riconoscenza dei suoi gesti eroici nei confronti degli ebrei, è stato nominato dallo Yad Vashem Giusto tra le nazioni, come il più noto imprenditore tedesco Oskar Schlinder.

Riconosco che “Il farmacista del ghetto di Cracovia” di Tadeusz Pankiewicz sia un libro di notevole importanza storica, un documento fondamentale perché il farmacista ha vissuto nel ghetto e ne è stato diretto testimone oculare; ha testimoniato le violenze, i soprusi, le minacce e le deportazioni per mano tedesca ai danni della popolazione ebraica di Cracovia, ma non è un libro semplice da seguire, a tratti è particolarmente soporifero a causa del come è scritto e forse è una testimonianza che, per essere apprezzata, andrebbe letta non tutta d’un fiato – è quasi impossibile, io l’ho intervallato con “Le voci di Marrakech” di Elias Canetti – ma a frammenti.

Titolo: Il farmacista del ghetto di Cracovia
L’Autore: Tadeusz Pankiewicz
Traduzione dal polacco: Irene Picchianti
Editore: UTET
Perché leggerlo: perché si tratta di una preziosa testimonianza della vita entro il ghetto di Cracovia durante l’occupazione nazista. Da leggere, però, a piccoli sorsi e non tutto d’un fiato

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