Stoccolma e arcipelago, una piccola guida letteraria

La Svezia, come il resto del Nord Europa, è sempre stato uno dei miei desideri. Ho sognato per lungo tempo di organizzare un viaggio in Svezia: immaginavo i luoghi, le città, i paesaggi e grazie alle mie letture riuscivo a vivere e i meravigliosi spazi svedesi.

Dopo aver tanto letto sulla Svezia, nel giugno scorso il mio sogno si è concretizzato prendendo un aereo per Stoccolma. La cosa buffa è che mi sono sentita come a casa, pur non avendo mai messo piede prima in Svezia.

Il potere dei libri è davvero grandioso.

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Stoccolma in noir

Era in gamba, aveva un’ottima presenza sullo schermo e sapeva farsi valere (…) Se avesse continuato, avrebbe avuto senza dubbio una carica dirigenziale molto meglio remunerata (…) Invece aveva scelto deliberatamente di abbandonare il mondo della tv e di puntare su Millenium, un progetto ad alto rischio che era iniziato in un angusto scantinato di Midsommarkransen, ma che aveva avuto sufficientemente successo da permettere il trasferimento, verso la metà degli anni novanta, nei locali più ampi e più accoglienti di Götgatbacken nel quartiere di Södermalm [Uomini che odiano le donne, Stig Larsson, trad. C. Giorgetti Cima, Marsilio]

Un caratteristico angolo del quartiere di Södermalm (foto: Claudia)

Il mio primo incontro con la Stoccolma letteraria avviene leggendo “Uomini che odiano le donne” di Stieg Larsson, edito in Italia da Marsilio. Inizialmente impressionata dalla mole del romanzo, leggendolo mi sono resa conto di quanto fosse scorrevole, accattivante e piacevole.

Mikael Blomkvist è un noto giornalista investigativo, co-direttore della rivista svedese Millenium. Un giorno, il giornalista riceve la chiamata del potente industriale Henrik Vanger: l’uomo ha bisogno di Blomkvist per scoprire che cosa sia successo alla prediletta nipote Harriet, scomparsa nel 1966. Nel giorno dell’anniversario della scomparsa, ogni anno, Vanger riceve un fiore secco incorniciato. Mikael Blomkvist indaga aiutato dall’hacker Lisbeth Salander.

Il successo della saga Millenium, che comprende altri due volumi oltre Uomini che odiano le donne, è stato talmente forte che l’ufficio turistico di Stoccolma e molte guide private hanno iniziato a proporre il Millenium tour, un giro che conduce i visitatori nei luoghi dei romanzi di Stieg Larsson.

Tra i più interessanti, l’abitazione di Mikael Blomkvist al principio di Bellmansgatan, un lussuoso edificio con una vista unica sul canale di Riddarfjaerden e sulla città vecchia Gamla Stan; la redazione della rivista Millenium, all’angolo tra Götgatan e Hökensgata, proprio accanto alla fermata della metropolitana Slussen.

L’incantevole piazza di Mosebacke, con al centro la statua delle Sorelle di Nils Siogren, un luogo dove Lisbeth incontra il suo avvocato Annika, e bevono birra sedute accanto al Södra Teatern.

Tramonto sul Riddarfjaerden e vista su Gamla Stan (foto: Claudia)

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Sandham, l’isola degli omicidi

Dopo dieci minuti di passeggiata nel bosco, sbucò sulla spiaggia occidentale e davanti a lei si aprì il consueto scenario mozzafiato. Era davvero splendido (…) Nora si sedette su un masso al limitare del bosco per godersi la pace di quel luogo (…) Sprofondò le mani nelle tasche e si incamminò verso est. Se percorreva tutta la costa fino a Trouville e poi tornava verso casa passando per il bosco, ci avrebbe messo all’incirca un’ora. Una passeggiata né troppo lunga né troppo corta [Nel nome di mio padre, Viveca Sten, trad. A. Ferrari, Feltrinelli]

Trouville, isola di Sandhamn (foto: Claudia)

Mi sono innamorata perdutamente dell’isola di Sandhamn leggendo due romanzi gialli di Viveca Sten: “Il corpo che affiora” e “Nel nome di mio padre“. Terminato di leggere il primo libro, ho deciso che sarei andata a visitare l’isola di Sandhamn.

Giunta sull’isola, la sensazione è stata nuovamente quella di essere a casa: grazie alla lettura del primo romanzo della Sten, ogni scorcio mi pareva famigliare e utilizzando una mappa fornita dall’ufficio del turismo ho percorso l’intera isola a caccia dei luoghi dei romanzi.

Nel primo romanzo “Il corpo che affiora” conosciamo i due amici protagonisti, il poliziotto Thomas Andreasson e l’avvocato Nora Linde, alle prese con un rompicapo apparentemente senza soluzione: il cadavere di un uomo, in avazato stato di decomposizione, è stato ritrovato su una delle spiagge dell’isola. Come se non bastasse, a pochi giorni di distanza, altre due persone muoiono e il mistero si fa più fitto. Sarà una casuale scoperta di Nora nel capanno di Villa Brand a fare luce sul mistero.

Kvarnberget, Villa Brand nei romanzi di Viveca Sten (foto: Claudia)

Nel romanzo “Nel nome di mio padre” s’intrecciano passato e presente degli abitanti di Sandhamn, una storia di famiglie rivali e rancori mai sopiti. I luoghi qui sono la foresta di pini, dove i figli di Nora e altri amichetti fanno una macabra scoperta; il centro dell’abitato di Sandhamn, innevato e gelido; la chiesetta sulla roccia e il lontano cimitero sul bordo occidentale dell’isola.

Lasciò di nuovo vagare lo sguardo sui tronchi che lo circondavano, mentre una sensazione di disagio lo invadeva inesorabile. Il bosco gli pareva non finire mai, anche se lui sapeva bene che terminava sull’altro lato dell’isola, poco prima della spiaggia. Ma dal punto in cui si trovava non vedeva nulla [Nel nome di mio padre, Viveca Sten, trad. A. Ferrari, Feltrinelli]

La fitta foresta di pini che ricopre il centro dell’isola (foto: Claudia)

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Runmarö, la magia delle notti d’estate

Ogni estate ci sono alcune notti – non molte, ma alcune – in cui tutto è perfetto. La luce, il caldo, i profumi, la foschia, il canto degli uccelli… le farfalle. Chi può dormire, allora? Chi vuole? La maggioranza, a quanto pare. A me invece viene da piangere di gioia e mi metto a girovagare per l’isola fino all’alba, sognando e pensando che le notti d’estate sono la nostra risorsa meno sfruttata. Questo pensiero è nuovo, ma i sogni e le passeggiate ci sono state sempre, da che ricordo. [L’arte di collezionare mosche, Fredrik Sjöberg, trad. F. Ferrari, Iperborea]

In viaggio verso Sandhamn, attraverso l’arcipelago di Stoccolma (foto: Claudia)

Forse il mio amore per l’arcipelago di Stoccolma ha radici più lontane, perché prima di leggere i gialli della Sten ho letto “L’arte di collezionare mosche” di Fredrik Sjöberg.

Questo è un libro che sfugge ad ogni classificazione, è impossibile da inserire in un genere letterario, ma per me è stata una lettura gradevole, divertente ed umoristica, mai noiosa o accademica, nemmeno quando Fredrik Sjöberg si lancia sulle disquisizioni a proposito dei suoi amati sirfidi.

Benché Sjöberg divaghi e parli di altri noti scienziati, artisti, scrittori ed esploratori, a me questo libro ha trasmesso soprattutto la voglia di andare a vedere dal vivo l’arcipelago, ammirare i suoi colori e assaporare i suoi profumi.

E ho pensato a Sjöberg quando, di ritorno da Sandhamn in traghetto, sorseggiavo un tè caldo e mangiavo biscotti al burro e cioccolato, mentre ammiravo i magnifici colori del tramonto, quasi alle dieci di sera.

Tramonto alle ore 22.30 sull’arcipelago di Stoccolma (foto: Claudia)

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Gita ad Uppsala in compagnia di un piastrellista

Veniva preso da una sorta di malinconica tristezza anche solo a passare nelle vicinanze e vedere giovani betulle e cardi crescere fra i binari dove un tempo correvano i vagoncini ribaltabili, riempiti fino all’orlo di pesante argilla dell’Uppland. Perché gli ricordava, in qualche modo vago e generico, un’epoca in cui la sua vita era ancora popolata di gente (…) Ogni cosa era mondo, e nulla in quel mondo gli apparteneva sul serio. Così ebbe inizio il giovedì di Torsten Bergam [Il pomeriggio di un piastrellista, Lars Gustafsson, trad. C. Giorgetti Cima, Iperborea]

Uppsala, Svezia (fonte: Paulius Malinovskis, Attribution 2.0 Generic CC BY 2.0)

Torsten Bergam è un piastrellista di Uppsala, una città a nord di Stoccolma. Torsten è un uomo che vive in compagnia della sua solitudine. Moglie e figlio sono morti, lui si arrangia con qualche lavoretto rigorosamente in nero e si concede giusto qualche goccetto ogni tanto. Torsten non ha amici, ma un conoscente finlandese un giorno gli telefona per chiedergli se ha voglia di sistemare le piastrelle del bagno di un edificio in ristrutturazione di proprietà di un facoltoso committente.

Quello di Torsten sarà un lungo pomeriggio, durante il quale il suo lavoro verrà rimestato dai ricordi che spesso tornano a tormentarlo.

Durante il mio viaggio a Stoccolma non ho avuto la possibilità di andare ad Uppsala, ma l’ho aggiunta al piccolo itinerario letterario perché, dalla immagini che ho visto, mi sembra una cittadina molto gradevole ed è facilmente raggiungibile in giornata dalla capitale svedese.

Nel romanzo di Gustafsson, Uppsala è tratteggiata come una città malinconica, dove la narrazione di concentra su un fabbricato fatiscente in periferia. “Il pomeriggio di un piastrellista” parla di una Svezia differente, quella di persone che hanno problemi con l’alcool e con i soldi, quella gente che vive ai margini, sola, nell’indifferenza della società ed è continua preda dei propri ricordi e malinconie.

La vita era quella che era, e diventava quel che diventava. E nemmeno era possibile tornare indietro e riparare. La miseria dell’esistere [Il pomeriggio di un piastrellista, Lars Gustafsson, trad. C. Giorgetti Cima]

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La letteratura nordica: uno sguardo d’insieme

La scelta del titolo Miniature deriva del resto dalla loro natura di testi brevi, ma anche dalla circostanza che non sempre trattano le opere centrali di ciascun autore. Tesi piuttosto a cogliere un piccolo particolare nel grande affresco rappresentato dalla produzione di uno scrittore e seguendo spesso una strada tracciata dall’occasione editoriale (…), i brevi testi si aprono all’osservazione di un particolare, di un’opera secondaria, verso un paesaggio più ampio sullo sfondo, l’intera produzione dell’autore e la mappa un tempo incerta, ora sempre più dettagliata, delle letterature nordiche nell’orizzonte del lettore italiano [Miniature. Frammenti di letterature dal Nord, Bruno Berni, Aguaplano]

L’ultimo libro del nostro itinerario letterario svedese è “Miniature. Frammenti di letterature dal Nord” di Bruno Berni, edito da Aguaplano. Nella raccolta di miniature del professor Berni, ritroviamo molti autori e autrici provenienti dal Nord Europa, dagli autori classici a quelli contemporanei, indicativamente attraverso due secoli di letteratura nordica.

Gli spunti per la lettura e l’approfondimento sono tanti, e nel caso della letteratura svedese sono davvero numerosi. Il viaggio attraverso “Miniature. Frammenti di letterature dal Nord” permette di spiccare il volo dalla Groenlandia alla Danimarca, dalla Finlandia all’Islanda. La mia lista di libri da leggere si è allungata notevolmente, dopo aver letto “Miniature”. Sono sicura che, se siete appassionati di Nord Europa come me, si allungherà anche la vostra.

Stoccolma, in tutta la sua meraviglia (foto: Claudia)

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Questo articolo è stato scritto per il progetto #particongoodbook ideato da Giulia Cuter della redazione GoodBook.it.

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Viveca Sten | Nel nome di mio padre

Lina Rosén è sparita lo scorso autunno, in una notte di tempesta. L’isoletta di Sandhamn, nella parte esterna dell’arcipelago (…) Un paradiso estivo rinomato per le belle spiagge e le magnifiche regate (…) I genitori l’hanno vista per l’ultima volta venerdì 3 novembre dell’anno scorso. Stava uscendo per andare da un’amica nella zona residenziale di Trouville, nella parte sudorientale dell’isola. Sappiamo che attorno alle dieci di sera è ripartita in bicicletta per tornare a casa, dopodiché si perdono per sempre le sue tracce. Nonostante gli sforzi della polizia, non è mai stata ritrovata [Nel nome di mio padre, Viveca Sten, trad. Alessia Ferrari]

Il romanzo e le girelle alla canella cucinate da me

In una buia notte di novembre, Lina Rosén, vent’anni, scompare mentre una tempesta si abbatte sull’isoletta di Sandhamn, nell’arcipelago di Stoccolma. Dalla casa dell’amica, dove è stata in visita, alla sua abitazione ci sono circa tre chilometri da percorrere in bicicletta, lungo una strada fiancheggiata di maestosi pini. Un percorso breve, dritto e privo di ostacoli: ma Lina Rosén non torna a casa.

I genitori della giovane lanciano l’allarme e la polizia di Nacka, nella persona di Thomas Andreasson, si occupa di setacciare l’isola, anche grazie all’aiuto dei cani molecolari. Non viene fuori neppure indizio: a quanto pare Lina è  svanita nel nulla.

Qualche mese dopo, a febbraio, durante le vacanze invernali, un gruppo di ragazzini adolescenti fa una macabra scoperta in uno dei boschi che ricoprono l’isola: da un sacco della spazzatura emergono dei resti umani. Due dei ragazzini sono Adam e Simon, i figli di Nora Linde, avocatessa di Stoccolma e amica d’infanzia di Thomas Andreasson, in vacanza a Sandhamn nella sua casa di famiglia.

Nora ha alcuni problemi famigliari da risolvere, e la vacanza sull’isola avrebbe dovuto essere il modo per rilassarsi e distendere i nervi. Il ritrovamento dei resti umani spazza via la quiete di febbraio: giungono i poliziotti da Nacka e i collaboratori della scientifica. L’istinto investigativo di Nora Linde si mette in moto, soprattutto per non pensare alle sue difficoltà famigliari.

Chi poteva avercela con una ragazza di soli vent’anni al punto di ucciderla e farla a pezzi? Thomas raccoglie testimonianze, indizi, registra dettagli, interroga gli abitanti dell’isola vicini a Lina e alla sua famiglia, inoltre si mette in discussione per via di un incidente nautico occorso due anni prima. Tassello dopo tassello, Thomas e Nora iniziano ad intravedere un disegno ben preciso, il movente dell’omicidio di Lina forse affonda le radici in un passato lontano.

La conversazione con sua madre aveva continuato a ronzarle in testa. Susanne le aveva raccontato di Thorwald e della sua famiglia, e anche di cosa era successo tra lui e Karolina (…) Era possibile che quegli avvenimenti fossero in qualche modo collegati alla ragazza scomparsa? Era un ragionamento contorto, ma Nora non riusciva a toglierselo dalla testa (…) Forse la soluzione del mistero era da cercare nel passato, e nessuno l’aveva preso in considerazione [Nel nome di mio padre, Viveca Sten, trad. Alessia Ferrari]

I fitti boschi sull’isola di Sandhamn, laggiù all’orizzonte c’è il Mar Baltico (foto: Claudia)

Nel nome di mio padre” di Viveca Sten (trad. A. Ferrari, Feltrinelli, 9.90 €) l’ho letto appena sono ritornata dal viaggio a Stoccolma, perché la Svezia mi ha lasciato un bellissimo ricordo e tanta nostalgia. Dopo “Il corpo che affiora“, mi sono buttata a capofitto nella lettura, riprendendo le fila delle vite dell’ispettore di Thomas Andreasson e della sua amica avvocato Nora Linde; i personaggi sono meglio descritti e indagati, c’è più analisi psicologica e i protagonisti, anche quelli minori, hanno maggiore spessore. Di nuovo, la Sten descrive in dettaglio i luoghi dove si svolge il romanzo, la stupenda isola di Sandhamn, e lo fa tanto bene che mi è sembrato di rivivere il mio viaggio.

Lasciò di nuovo vagare lo sguardo sui tronchi che lo circondavano, mentre una sensazione di disagio lo invedeva inesorabile. Il bosco gli pareva non finire mai, anche se lui sapeva bene che terminava sull’altro lato dell’isola, poco prima della spiaggia (…) C’era silenzio, troppo silenzio [Nel nome di mio padre, Viveca Sten, trad. Alessia Ferrari]

Nel nome di mio padre” è un romanzo coinvolgente, trascinante e ben scritto; la Sten ha migliorato le sue capacità narrative, tessendo una storia intrigante e più complessa da risolvere. Infatti, se ne “Il corpo che affiora” scoprire il colpevole dei crimini era alquanto scontato, ne “Nel nome di mio padre” non lo è, perché Viveca Sten in realtà in questo romanzo racconta due storie parallele, che si incroceranno solo alla fine.

Una è quella che si svolge tra il novembre del 2006 e il febbraio del 2007, e vede i poliziotti e Nora Linde impegnati a risolvere il mistero legato alla scomparsa di Lina Rosén. L’altra storia, avvincente quanto la prima – se non di più – è quella di Thornwald e la sua famiglia, che si svolge a Sandhamn tra il 1899 e il 1962.

[Karolina] Era la figlia del ricco capitano di pilotina Alarik Brand, il cui padre, Carl Wilhelm Brand, aveva costruito la magnifica Villa Brand, nel bel mezzo di Kvarnberget, dove una volta sorgeva l’unico mulino di Sandhamn (…) La villa era stata costruita senza badare a spese alla fine del secolo precedente, c’era addirittura una vasca da bagno che poggiava su zampe di leone, una stravaganza che nessuno aveva mai sentito prima. Thorwald ricordava la descrizione che suo padre gli aveva fatto del momento in cui era stata scaricata dal battello (…) Nonostante le ridotte dimensioni dell’isola, li separava una distanza abissale Nel nome di mio padre, Viveca Sten, trad. Alessia Ferrari]

Una delle ville di Sandhamn: Viveca Sten ha preso spunto da questa dimora per descrivere Villa Brand, ereditata da Nora Linde da parte di zia Signe (foto: Claudia)

Per la capacità di tenere alta l’attenzione del lettore, riservando qualche colpo di scena, mostrando una Svezia non proprio perfetta e soprattutto senza annoiare mai, “Nel nome di mio padre” di Viveca Sten è un romanzo che mi è piaciuto parecchio e che consiglio a chi cerca un buon giallo da leggere.

Titolo: Nel nome di mio padre
L’Autrice: Viveca Sten
Traduzione dallo svedese: Alessia Ferrari
Editore: Universale Economica Feltrinelli (in originale, Marsilio)
Perché leggerlo: perché è un buon romanzo giallo che sa tenere alta l’attenzione del lettore, riservando colpi di scena e mostrando una Svezia non proprio perfetta

(© Riproduzione riservata)

Viveca Sten | Il corpo che affiora

Quando l’ancora fissata all’altro capo della cima venne gettata fuori bordo, per un istante rimase sorpreso, come se non si fosse reso conto che il peso l’avrebbe subito trascinato a fondo, che gli restavano solo pochi secondi. Il suo corpo avrebbe seguito quel pezzo di ferro. L’ultima cosa a scomparire sotto la superficie fu la sua mano, impigliata nella rete da pesca. Poi le acque si richiusero con un gorgoglio appena percettibile [Il corpo che affiora, Viveca Sten, trad. A. Storti]

È luglio e nell’arcipelago di Stoccolma le notti sono chiare e luminose. La stagione turistica è incominciata e i turisti, sia svedesi che stranieri, salpano dalla città alla volta di Sandhamn, una delle isole più esterne dell’arcipelago.

L’ispettore Thomas Andreasson è pronto per andare in vacanza sull’isola di Harö, non molto distante da Sandhamn; l’avvocato Nora Linde, amica d’infanzia di Thomas, è in vacanza a Sandhamn, e le sue giornate trascorrono tra le regate del marito Henrik e la scuola di nuoto estiva dei figli Simon e Adam.

Sembra che l’estate porterà interessanti profitti sull’isola, ma la tranquillità viene rotta dal ritrovamento di un cadavere, in avanzato stato di decomposizione e impigliato ad una rete da pesca, proprio su una delle spiagge sabbiose di Sandhamn. Thomas e i colleghi della polizia di Nacka devono rinunciare alle vacanze per risolvere il mistero.

La vittima è Kristen Berggen, un uomo solitario e disagiato che viveva solo alla periferia di Stoccolma. Ma Berggen è morto per omicidio, suicidio o un malore mentre passeggiava su un pontile? Mentre la polizia attende il responso dei medici legali circa la morte del disgraziato, a Sandhamn viene ritrovato il cadavere di una donna, morta non per cause naturali. Il lavoro si moltiplica ed è necessario giungere ad una soluzione per evitare altri morti sulla piccola isoletta: Nora è decisa a dare una mano all’amico Thomas, anche a costo di rischiare di mettersi in un grosso guaio.

Nell’oscurità, Nora avvicinò il polso agli occhi tentando di vedere le lancette dell’orologio. Che ora segnavano? Mezzanotte e mezzo? Cercò di rallentare il respito per non entrare in panico e di non abbandonarsi al tremito del corpo. Doveva contare soltanto su se stessa e non poteva permettersi di cedere alla paura. Salì fino alla lanterna, sperando di vedere un segno di vita nelle abitazioni ai piedi del faro, o almeno una barca in avvicinamento, ma tutto era silenzioso e buio [Il corpo che affiora, Viveca Sten, trad. A. Storti]

Sandhamn (fonte: Wikipedia, Arild Vågen CC BY-SA 3.0)

Il corpo che affiora” di Viveca Sten è un giallo godibile e scorrevole, dove il mistero è facilmente risolvibile dal lettore che ha un po’ di romanzi del genere alle spalle. Ammetto di aver iniziato a leggere il romanzo della Sten con ben poche aspettative, invece ho dovuto ricredermi sin dalle prime pagine.

Mi sono piaciuti molto i protagonisti del romanzo, li ho trovati descritti con grande naturalezza, tanto da apparirmi reali, con i loro pregi e difetti; ho adorato le descrizioni dell’arcipelago di Stoccolma perché la Sten si sofferma sui dettagli e sugli aspetti della vita degli stoccolmesi che hanno la seconda casa su una delle tante isole che compongono l’arcipelago.

Sandhamn è descritta con cura e dettaglio, tanto che mi è sembrato di essere realmente su quest’isoletta di sabbia nel cuore del Mar Baltico, dove in estate il sole tramonta quasi a mezzanotte illuminando con una luce calda le casette di legno rosso Falun.

Se è vero che il mistero è facile da risolvere (ho individuato quasi subito il responsabile dei delitti e il movente), “Il corpo che affiora” è un giallo nordico piacevole da leggere, che consiglio a chi ama il genere poliziesco e chi ha un debole per il Nord Europa.

Titolo: Il corpo che affiora
L’Autrice: Viveca Sten
Traduzione dallo svedese: Alessandro Storti
Editore: BUR
Perché leggerlo: perché si tratta di un romanzo semplice ma godibile, dov’è facile risolvere il mistero e sognare gli ambienti del Nord Europa

(© Riproduzione riservata)

Elisabeth Åsbrink | 1947

Non c’è una data precisa, un momento esatto in cui l’attenzione passa dalla gestione del passato a quella del futuro. C’è solo questo anno, il 1947, in cui tutto si muove in modo vibrante, senza stabilità e senza meta, perché ogni possibilità è ancora aperta [1947, Elisabeth Åsbrink, trad. A. Borini]

Il presente è l’esito del delicato equilibrio di una moltitudine di variabili ben ponderate, ma spesso è il caso a dominare le conseguenze.

La giornalista e scrittrice svedese Elisabeth Åsbrink prende un anno e lo eleva a protagonista nel brillante saggio divulgativo “1947“, tradotto da Alessandro Borini per Iperborea. È nel 1947 che i governi di tutto il mondo hanno dovuto gestire crisi, prendere decisioni importanti, cercare di ricostruire il mondo e provare a infondere nuova speranza nei sopravvissuti.

Speranza è il sentimento al quale tutti ambiscono. La Seconda Guerra Mondiale è terminata da due anni, l’Europa e il mondo intero sono a pezzi: durante gli anni del conflitto sono state sganciate tonnellate di ordigni, milioni di edifici sono stati distrutti, intere città sono state rase al suolo.

Non c’è un modo scorrevole per scrivere di questo, nessun dolce flusso di parole, nessuna riconciliazione alla fine del racconto avvincente. Le frasi prendono un ritmo staccato. Tutto si spezza, viene continuamente rotto, va incontro al filo spinato. Un tempo senza pietà [1947, Elisabeth Åsbrink, trad. A. Borini]

Quell’anno, tra le macerie fumanti d’Europa si muove un’orda di disperati: sono gli ebrei sopravvissuti alla Endlösung der Judenfrage di Hitler. Liberati quando gli Alleati hanno scoperto i campi di sterminio, ora vogliono lasciare l’Europa. Per andare a casa, in Palestina. Migliaia di profughi si mettono in marcia e cercano – legalmente o illegalmente – di arrivare in Medio Oriente.

Quell’anno, la Palestina è ancora sotto protettorato britannico e gli inglesi impediscono agli ebrei europei di entrarci. Bloccano la nave Exodus, la dirottano su Cipro, chiudono temporaneamente gli ebrei nei campi profughi. La storia sembra ripetersi: nessuno vuole gli ebrei nel proprio Paese. Le Nazioni Unite devono decidere cosa accadrà in Palestina: creare uno stato ebraico? Creare una federazione? Provare a far andare d’accordo arabi ed ebrei? La decisione che verrà presa provocherà una catastrofe che si ripercuote ancora oggi.

La prima ondata. Anche così si può descrivere la moltitudine di persone che raccoglie i propri averi tra spari e scoppi di bombe, sotto i tetti dove i cecchini della morte aspettano con i fucili carichi (…) Il 4 dicembre al-Halisa è il primo di una lista di nomi dolorosi (…) un elenco scritto nella pietra, nella memoria delle 750.000 persone presto in fuga [1947, Elisabeth Åsbrink, trad. A. Borini]

Quell’anno, la Corona inglese deve spaccare l’India in tre parti, l’impero coloniale brittanico si sta dissolvendo. Vengono tracciati i confini tra India e Pakistan e tra India e Bangladesh: è un disastro, muoiono migliaia di persone, ma allo scoccare della mezzanotte del 15 agosto 1947 India e Pakistan ottengono l’agognata indipendenza.

La partizione (…) costringe a scappare 4,5 milioni di non mussulmani e 5,5 milioni di mussulmani nella sola regione del Punjab. In totale, le persone in fuga sono 13 milioni. Più avanti Dickie commenterà il proprio contribuito come ultimo viceré dell’India, responsabile dell’uscita di scena della Gran Bretagna, con le parole “I fucked it up” [1947, Elisabeth Åsbrink, trad. A. Borini]

Quell’anno, iniziano i processi contro i gerarchi nazisti a Norimberga. Non esiste una Dichiarazione universale dei diritti umani, una commissione ci sta lavorando; la parola ‘genocidio’ deve ancora essere creata. Non tutti i nazisti sono comparsi a Norimberga: grazie a personaggi politici potenti, come Perón, viene creata una rete a maglie strette fatta di passaporti falsi, visti di ingresso e concessioni di asilo fasulle che permette ai nazisti di espatriare dapprima in Svezia e poi in Sudamerica.

Quell’anno, Eric Arthur Blair, di salute cagionevole, si ritira con la sorella e il figlio adottivo sull’isola di Jura. Qui scriverà il suo ultimo e più famoso romanzo: 1984, firmandolo George Orwell. Christian Dior, tra mille proteste, presenta il New Look. L’informatica Grace Hopper mette a punto il linguaggio COBOL, è convinta che un giorno basterà un singolo apparecchio per compiere le operazioni fondamentali dell’informatica e conia la parola bug quando scopre che il guasto al processore è dovuto ad una falena fulminata nella scheda madre. Michail, un soldato sovietico, diventa famoso perché inventa lo strumento dispensatore di morte più usato al mondo: il Kalašnikov.

L’URSS, nonostante le perdite, sta allargando il suo rosso abbraccio sull’Europa e gli Stati Uniti sono intenzionati a fermare l’espansione degli ideali comunisti. Gli USA sono pronti a tutto per fermare i russi: iniziano la Guerra Fredda e la Caccia alle streghe, sui cieli di Roswell sfreccia quello che sembra un UFO e nasce la CIA.

Forse non è l’anno che voglio ricomporre. La ricomposizione riguarda me stessa. Non è il tempo a dover essere tenuto assieme, sono io, io e il dolore frantumato che provo aumenta sempre di più. Il dolore per la violenza, la vergogna per la violenza, il dolore per la vergogna [1947, Elisabeth Åsbrink, trad. A. Borini]

Elisabeth Åsbrink ci guida attraverso gli eventi importanti del 1947, intrecciando anche la storia personale della sua famiglia nello struggente intermezzo”I giorni la morte“. Suddiviso nei dodici mesi del fatidico anno, saltando da un luogo all’altro del pianeta, il saggio è scorrevole e intrigante, la scrittura della Åsbrink è incalzante e coinvolgente: benché noi oggi siamo a conoscenza dei diversi epiloghi delle questioni trattate, l’Autrice riesce a mantenere altissima la tensione narrativa e si legge trattenendo il respiro.

La Åsbrink ha anche il pregio di non formulare giudizi, con professionalità e competenza presenta i fatti storici in modo oggettivo. Sta a noi farci un’opinione sugli eventi.

“1947” è un libro che consiglio in modo particolare agli appassionati di Storia, lettori curiosi che abbiano già una base di storia del Novecento per capire meglio i fatti trattati. Per me, leggere “1947” di Elisabeth Åsbrink è stato come salire a bordo di una macchina del tempo ed essere catapultata in quell’anno cruciale, quell’anno incredibile e pazzesco dal quale sono nate la nostra società attuale e la nostra identità.

Titolo: 1947
L’Autrice: Elisabeth Åsbrink
Traduzione dallo svedese: Alessandro Borini
Editore: Iperborea
Perché leggerlo: perché è nel passato che affondano le radici del presente e il 1947 è quell’anno incredibile e pazzesco dal quale sono nate la nostra società attuale e la nostra identità

(© Riproduzione riservata)

Fredrik Sjöberg | Il re dell’uvetta

Alice Eastwood! Di lei avevo sentito parlare. Era stata in Svezia, una volta, al grande convegno di botanica al municipio di Stoccolma nel 1950: le era stato assegnato il ruolo di presidente onoraria, aveva allora novantun anni ed era già una leggenda. Questa sì che era una scoperta! Andai all’istante a cercare nella documentazione un indizio sicuro di autentico amore. E certo, tutto tornava! Eisen aveva dato il suo nome a un lombrico: Mesenchytraeus eastwoodi (Eisen 1904) [Il re dell’uvetta, Fredrik Sjöberg, trad. F. Ferrari, Iperborea]

Nel mondo accademico delle scienze naturali è un onore immenso quando ad una nuova specie – o ancora meglio ad nuovo genere – si assegna il cognome di un altro scienziato. Assegnare il nome della donna (presumibilmente) amata ad un lombrico forse non sembrerà a tutti un gran romanticheria, ma io ne sarei più che onorata.

Assegnando il nome di uno scienziato a genere o specie è come garantire a quello studioso l’immortalità; il suo nome continuerà a comparire nei libri di scienze naturali e nei manuali, e gli studenti lo impareranno. A Gustaf Eisen, eclettico naturalista svedese che visse a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, ne sono stati dedicati innumerevoli, tra lombrichi, ragni, zanzare, api, formiche, parassiti, serpenti e persino alghe. L’ultimo omaggio a Gustav Eisen risale al 2005, quando gli venne dedicato Fridericia eiseni, un verme.

Ma allora, come mai anche nell’ambiente accademico Gustaf Eisen non è così noto? Lo svedese fu ammirato da Charles Darwin, ebbe come maestri i migliori naturalisti svedesi che all’epoca insegnavano a Visby, nell’isola di Gotland, e negli Stati Uniti, quando giunse a Boston, fu raccomandato dal leggendario Louis Agassiz.

La spiegazione di quest’oblio sta, secondo Fredrik Sjöberg, autore de “Il re dell’uvetta” tradotto da Fulvio Ferri per Iperborea, nel fatto che Eisen durante la sua lunghissima vita si occupò di molte cose, saltando da un argomento all’altro. Eisen iniziò come naturalista decrivendo, con un compagno di studi, il delicato ecosistema dell’isola di Gotska Sandön, un’isola sperduta oltre l’Arcipelago di Stoccolma; proseguì occupandosi di vermi e insetti, mosche soprattutto; volò negli Stati Uniti e in California diede avvio alla produzione di vino e di uvetta passa.

Sempre in California, durante la corsa all’oro, decise che le maestose sequoie dovessero essere protette e con buona pace del Presidenti degli Stati Uniti fondò il Sequoia National Park, il secondo più antico d’America. A New York credette di aver trovato il Sacro Graal, un calice d’argento proveniente da Antiochia, e alla fine della sua vita – ormai ultra novantenne – inizio a dedicarsi allo studio delle sfere di vetro per le datazioni archeologiche.

Paesaggio svedese (fonte: Photo by Jon Flobrant on Unsplash)

Fredrik Sjöberg soffia via la polvere dalla figura di Gustaf Eisen e nel suo libro, di genere inclassificabile “Il re dell’uvetta“, riporta in auge la figura dell’eclettico connazionale. Attraverso divertenti anettoti, storie ed equivoci, Sjöberg ci presenta Eisen a tutto tondo, senza mai dimenticare di mettere qui e là un dettaglio autobiografico.

Saltando dalla Svezia a Gotland, dall’Arcipelago di Stoccolma in California e nei grandi parchi degli Stati Uniti, la storia di Eisen si srotola rapidamente come un lunghissimo tappeto. Lo stile di Sjöberg è lo stesso del suo primo libro “L’arte di collezionare mosche“, anche se quest’ultimo è molto più autobiografico.

Se nella prima parte la storia narrata ne “Il re dell’uvetta” mi ha coinvolta, divertita ed emozionata, nell’ultima parte mi è sembrata un po’ ripetitiva e annacquata: sarà che avendo una grande passione per il Nord Europa ho preferito le descrizioni dell’Arcipelago di Stoccolma, di Uppsala e soprattutto dell’isola di Gotland, uno dei luoghi che più mi affascinano del Nord Europa.

“Il re dell’uvetta” di Fredrik Sjöberg è un buon libro che racconta aneddoti, vicende e curiosità legate al mondo delle scienze naturali, ruotando attorno alle figure di grandi naturalisti di diverse nazionalità; è un testo consigliato a chi è interessato alle scienze e a quelle storie che insegnano sempre qualcosa.

Titolo: Il re dell’uvetta
L’Autore: Fredrik Sjöberg
Traduzione dallo svedese: Fulvio Ferrari
Editore: Iperborea
Perché leggerlo: perché è un libro ricco di aneddoti e curiosità, indicato per chi apprezza le scienze naturali

(© Riproduzione riservata)

Lars Gustafsson | Il pomeriggio di un piastrellista

È curioso, si disse Torsten, che io abbia così tanti pensieri strani proprio oggi. In parte piuttosto sgradevoli, in parte decisamente belli. Mi tornano in mente cose, alle quali non pensavo da anni. È come se questa strana casa avesse qualche sorta di influenza sul modo di pensare. Fra poco vado in cucina a farmi un goccetto. Ma guarda qui come viene bene questa piastrellatura! File ordinate e precise, belle piastrelle finlandesi. E aspetta che io abbia finito le fughe (…) È comunque una gran cosa, riuscire a fare un po’ d’ordine nella vita. Anche se si sa benissimo che un bel giorno arriverà qualcuno che demolità tutto per sostituirlo con qualcos’altro. C’è un unico attimo bello, ed è quando si vede come tutto si accorda, quasi da sé [Il pomeriggio di un piastrellista, Lars Gustafsson, trad. C. Giorgetti Cima]

Torsten Bergam è un piastrellista di Uppsala, un uomo che ha deciso di vivere con l’unica compagnia della sua stessa solitudine. Moglie e figlio sono morti: Torsten abita in una casa preda del disordine, un po’ come la sua vita; si arrangia con qualche lavoretto rigorosamente in nero e si concede giusto qualche goccetto ogni tanto. Torsten non ha veri amici, ma un conoscente finlandese un giorno gli telefona per chiedergli se ha voglia di sistemare le piastrelle del bagno di un edificio in ristrutturazione di proprietà di un facoltoso committente.

Il piastrellista di Uppsala accetta il lavoretto, pensando alle corone che riuscirà a raggranellare. Inizia così il pomeriggio di Torsten che, avviando la sua Volvo scassata (con la revisione scaduta da anni), si dirige verso la costruzione in via di ristrutturazione indicata dal finlandese.

La grande casa è deserta: Torsten non trova nessuno ad accoglierlo, non un’anima che gli spieghi cosa debba fare esattamente. Ma raggiunto da sé il bagno, il piastrellista si rende conto del terribile lavoro eseguito dal professionista precedente e inizia a martellare via le piastrelle incollate storte.

In quella lunga giornata, Torsten Bergam il piastrellista incontrerà diversi personaggi e altri li immaginerà solamente; sarà un lungo pomeriggio, durante il quale il suo lavoro verrà rimestato dai ricordi che spesso tornano a tormentare il vecchio piastrellista.

Veniva preso da una sorta di malinconica tristezza anche solo a passare nelle vicinanze e vedere giovani betulle e cardi crescere fra i binari dove un tempo correvano i vagoncini ribaltabili, riempiti fino all’orlo di pesante argilla dell’Uppland. Perché gli ricordava, in qualche modo vago e generico, un’epoca in cui la sua vita era ancora popolata di gente (…) Ogni cosa era mondo, e nulla in quel mondo gli apparteneva sul serio. Così ebbe inizio il giovedì di Torsten Bergam [Il pomeriggio di un piastrellista, Lars Gustafsson, trad. C. Giorgetti Cima]

Il pomeriggio di un piastrellista” di Lars Gustafsson (trad. C. Giorgetti Cima, Iperborea, 157 pagine, 15 €) è considerato un classico nordico, pur essendo stato scritto negli anni novanta; il romanzo di Gustafsson è molto breve e si svolge nell’arco di una giornata. È scritto in terza persona ma il narratore è onniscente, poiché presenta ai lettori le inquietudini e i pensieri del piastrellista Bergman.

La vita era quella che era, e diventava quel che diventava. E nemmeno era possibile tornare indietro e riparare. La miseria dell’esistere [Il pomeriggio di un piastrellista, Lars Gustafsson, trad. C. Giorgetti Cima]

L’espediente narrativo dare avvio alla storia è la telefonata del finlandese, che chiede a Torsten di recarsi in una determinata casa in ristrutturazione per sistemare delle piastrelle posate male da precedente piastrellista; da quest’idea Lars Gustafsson dà il via ad una serie di riflessioni sulla vita, sulla solitudine, sull’economia della Svezia; demolendo le piastrelle storte e cercando di incollare quelle nuove dritte e al loro posto, si legge la volontà di Torsten di riparare i suoi vecchi errori, anche se spesso non è possibile o è già troppo tardi.

Si presenta anche un conoscente scomparso da molti anni, una persona amica un tempo, ma con la quale oggi ha perso completamente ogni sorta di confidenza. I ricordi di Torsten Bergman affiorano via via e rendono il piastrellista sempre più malinconico con l’incedere del pomeriggio.

A non presentarsi mai è il committente del lavoro, che assomiglia quasi ad una sorta di divinità che ha messo in moto il tutto, che ha lanciato il sasso ma ha nascosto il braccio, lasciando Bergman con il conoscente a cercar di capire come sistemare quella parete e a far tornare a galla i suoi pensieri che prima erano come invischiati nella colla che si utilizza per applicare le piastrelle ai muri.

Ma ancora oggi dopo tanti anni, poteva riaffiorare nei suoi sogni. E sempre in inverno e con la neve. [Il pomeriggio di un piastrellista, Lars Gustafsson, trad. C. Giorgetti Cima]

Titolo: Il pomeriggio di un piastrellista
L’Autore: Lars Gustafsson
Traduzione dallo svedese: Carmen Giorgetti Cima
Editore: Iperborea
Perché leggerlo: perché è un romanzo breve denso di malinconia e riflessioni, sullo sfondo di un Grande Nord tutt’altro che ricco

(© Riproduzione riservata)

Majgull Axelsson | Io non mi chiamo Miriam

Sono trascorsi molti anni dal mio viaggio in Austria, ho qualche frammento incastrato nella memoria, ma il più dei ricordi sono stati diluiti dal tempo. C’è una cosa, però, che non ho dimenticato: l’innaturale silenzio di Mauthausen, l’unico campo di concentramento che io abbia mai visitato. I libri sull’Olocausto mi mettono sempre moltissima angoscia, perché è una storia ancora recente e perché mi spavento sempre quando leggo o ascolto nuove atrocità. Il romanzo “Io non mi chiamo Miriam” di Majgull Axelsson (trad. L. Cangemi, Iperborea, 562 pagine, 19.50 €) è uno dei pochi libri che raccontano l’Olocausto attraverso gli occhi di un’appartenente al popolo rom. Una testimonianza da non perdere.

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Ma cosa sarebbe successo se avessi detto la verità? Se un giorno fossi andata da Olof e gli avessi spiegato come stavano le cose? Che ero una rom. Una zingara. Che appartenevo allo stesso popolo di quelli che si accampavano giù a punta Adela. Questo comportava che in realtà non avevo il diritto di abitare in una casa, di cucinare su un fornello elettrico, di fare il bucato in quella magnifica lavatrice che mi aveva comprato? Mi avrebbe buttato fuori? Oppure avrebbe solo fatto un passo indietro guardandomi con disgusto e trasformandomi apertamente nella serva che sotto sotto ero già? E se mi avesse buttata fuori, sarei potuta tornare a una vita da rom? Ero poi davvero una rom, ormai? E lo sono adesso? Oppure non sono niente? Né rom né ebrea, né tedesca né svedese? [Io non mi chiamo Miriam, Majgull Axelsson, trad. Laura Cangemi]

E’ la prima giornata d’estate, in Svezia i giorni sono luminosi e il cielo cristallino. E’ la mattina del compleanno di Miriam, un’elegante signora svedese di ottatancinque anni. Il figlio Thomas, con la moglie, la figlia Camilla e il piccolo bisnipotino Sixten, consegnano il regalo alla nonna: un raffinato bracciale d’argento di fattura zingara.

Miriam alla vista del bracciale bonfonchia qualcosa di sconnesso: sembra che abbia detto di non essere Miriam. Thomas immagina sia l’età, forse mamma non sa più cosa dice. Camilla, studentessa di medicina, non crede che la nonna sia sulla via della demenza senile, le propone una passeggiata in un parco e si fa raccontare la verità.

Già, ma qual è la verità? Chi è davvero Miriam, la nonna così elegante, raffinata e di ottime maniere? E’ la mamma adottiva di Thomas, figlio di Olof, il defunto marito; è la nonna di Camilla, la bisnonna di Sixten. E’ colei che ha vissuto i campi di prigionia tedeschi, che ha una cicatrice su un braccio dal quale spuntano dei numeri, è l’ebrea arrivata in Svezia con i treni della Croce Rossa dalla Danimarca, giusto?

No, non è così, e Miriam decide di confessarlo a Camilla. Le racconta della sua infanzia, del collegio in Germania, della deportazione ad Auschwitz e del duro viaggio a Ravensburg, nuovamente in Germania. Le racconta che in realtà lei non è ebrea, ma rom, e in un attimo di panico ha rubato l’identità a Miriam, una giovanissima ebrea morta sul treno in viaggio dalla Polonia alla Germania. Le racconta di Anuscha, di Didi, di Malika… le racconta così tante cose che Camilla sarà costretta a vedere la nonna sotto una luce diversa.

Potevano fucilarla per il vestito a brandelli (…) Senza riflettere, se lo tolse in fretta e si chinò su una ragazza stesa sul pavimento del vagone, le sbottonò il vestito e se lo infilò per poi gettare sulla morta il suo tutto strappato (…) Un triangolo giallo. Ebrea. Ah. Dunque era diventata ebrea e doveva mettersi tra le altre ebree. Una volta arrivata al campo avrebbe sempre potuto inventarsi una spiegazione… [Io non mi chiamo Miriam, Majgull Axelsson, trad. Laura Cangemi]

Nel romanzo “Io non mi chiamo Miriam” di Majgull Axelsson vengono affrontati temi molto diversi: l’Olocausto, anzitutto, l’evento negativo che forse ha più di ogni alto contraddistinto il Novecento, raccontato attraverso gli occhi di una ragazza appartenente al popolo rom. Alla parola Olocausto il pensiero corre immediatamente agli ebrei, popolo che più di tutti ha subito perdite e danni, ma molti altri sono state le etnie coinvolte nella “soluzione finale” del Terzo Reich: sono finiti nei campi di lavoro e concentramento anche omosessuali, testimoni di Geova, dissidenti politici di varie fazioni e rom. In particolare, con lucidità, viene affrontata la questione degli esperimenti svolti sui prigionieri da parte dei medici nazisti: pagine dense di atrocità, che mi hanno scioccata perché pur essendo a conoscenza di questi esperimenti non riesco mai a capacitarmi di quanto l’uomo possa essere stato malvagio nei confronti dei suoi simili.

Tra le righe si legge anche il ‘peso’ di essere sopravvissuta all’esperienza di ben due campi di concentramento, mentre molte amiche e compagne non ce l’hanno fatta. C’è la difficoltà di ricominciare a vivere quando si è poco più di uno scheletro rivestito di pelle, quasi senza capelli, un fantasma che cammina sotto gli occhi a disagio dei benestanti svedesi.

L’identità è un altro aspetto molto importante del romanzo: Miriam ha vissuto in Svezia cercando di dimenticare quella ragazzina rom che viveva vicino a Monaco di Baviera ed è stata ad Auschwitz. In Svezia si è ricostruita una vita, buttando via il più possibile i brutti ricordi e gli episodi drammatici vissuti. Eppure, in Svezia Miriam avrebbe potuto tornare quella di prima, palesarsi come appartenente al popolo rom, ma non ha potuto perché con notevole disgusto scopre che il razzismo non è terminato con la chiusura dei campi di concentramento, ma continua anche in Paesi civili come appunto la Svezia.

Così Miriam si è ritrovata nuovamente a negare la sua identità, per proteggersi e per evitare nuovi pregiudizi, pestaggi e difficoltà: ha studiato lo svedese, le buone maniere ed è riuscita a sposare un medico benestante, guardando però sempre con una punta di senso di colpa i rom accampati ai margini della città.

Io non mi chiamo Miriam” è un romanzo scorrevole, intenso, interessante, estremamente coinvolgente che alterna diversi momenti della storia di Miriam senza annoiare mai o confondere il lettore. Un romanzo da leggere per rinfrescarsi la memoria, anche se si tratta di temi non facili da affrontare.

Titolo: Io non mi chiamo Miriam

L’Autrice: Majgull Axelsson

Traduzione dallo svedese: Laura Cangemi

Editore: Iperborea

Perché leggerlo: per non dimenticare una delle peggiori atrocità del Novecento, per realizzare che non solo – purtroppo – gli ebrei furono perseguitati dal nazismo. Per provare a mettersi nei panni di una donna che ha dovuto negare la sua vera identità per tutta la vita

Fredrik Sjöberg | L’arte di collezionare mosche

L’arte di collezionare mosche” di Fredrik Sjöberg (Iperborea, 218 pagine, 16 euro ) è un libro che sfugge ad ogni classificazione, ed è impossibile da inserire in un genere letterario, ma nonostante queste premesse il risultato è una lettura davvero gradevole, divertente ed umoristica, mai noiosa o accademica, nemmeno quando Fredrik Sjöberg si lancia sulle disquisizioni a proposito dei suoi amati sirfidi.

20150311172735_242_cover_webTitolo: L’arte di collezionare mosche

L’Autore: entomologo e collezionista, dal 1986 vive con la sua famiglia sull’isola Runmarö, nell’arcipelago est di Stoccolma. È anche critico letterario, traduttore, giornalista e autore di diversi libri, tra cui The Art of Flight e The Raisin King. La sua collezione di sirfidi è stata esposta alla Biennale di Venezia del 2009

Traduzione dallo svedese: Fulvio Ferrari

Editore: Iperborea

Il mio consiglio: è un libro che mi ha divertita molto, emozionata, incuriosita e fatta sorridere. Lo apprezzerete molto di più con qualche nozione di scienze naturali, pur essendo in ogni caso molto divulgativo.

Ogni estate ci sono alcune notti – non molte, ma alcune – in cui tutto è perfetto. La luce, il caldo, i profumi, la foschia, il canto degli uccelli… le farfalle. Chi può dormire, allora? Chi vuole? La maggioranza, a quanto pare. A me invece viene da piangere di gioia e mi metto a girovagare per l’isola fino all’alba, sognando e pensando che le notti d’estate sono la nostra risorsa meno sfruttata. Questo pensiero è nuovo, ma i sogni e le passeggiate ci sono state sempre, da che ricordo. [L’arte di collezionare mosche, Fredrik Sjöberg, trad. F. Ferrari, citazione pagina 115]

Il primo libro di Fredrik Sjöberg che viene tradotto in italiano è una sorta di zibaldone di pensieri, una raccolta di appunti, aneddoti, biografie e curiosità su alcuni scienziati e in parte un diario di Sjöberg stesso, il tutto narrato con uno stile accattivante, curioso e divertente.

Sjöberg da anni vive sull’isola di Runmarö, nell’arcipelago est di Stoccolma, dove ha sviluppato la sua passione per l’entomologia parallelamente alla passione per la scrittura. Negli anni che Sjöberg ha trascorso sull’isola, ha raccolto e classificato duecentodue specie di sirfidi, animali che noi generalmente chiamiamo mosche.

Ma non diventa noioso, alla lunga? Presto o tardi, la domanda arriva sempre. L’isola non è grande. E le specie di sirfidi non sono in numero illimitato. Presto saranno tutte nelle mie scatole. Il mio buon amico, il massimo esperto nel campo, dice sempre che nel migliore dei casi, se avrò la fortuna di vivere a lungo, posso sperare di trovare sull’isola duecentoquaranta specie, di più è difficile. Le ultime, con anni di intervallo. Questa è la fauna, e questa è l’isola. Già adesso, dopo sette anni, è diventato difficile trovare qualcosa di nuovo. Ma, noioso? No, quello no. Magari solitario. [L’arte di collezionare mosche, Fredrik Sjöberg, trad. F. Ferrari, citazione pagine 93-94]

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Cicadas. Aid to the identification of insects, E.W. Janson,1880-90

Perché un’isola per studiare gli insetti, anzi i sirfidi? Semplicemente per non impazzire: la Classe Insecta è il raggruppamento più numeroso tra gli animali che popolano la Terra, e conta più di un milione di specie (più tutte quelle che non sono ancora state scoperte). Sulle isole è più semplice studiare la fauna dato che per i biologi sono come dei piccoli laboratori naturali, dove di solito risiedono un numero limitato di generi e specie animali; così Sjöberg sceglie l’isola di Runmarö, per andare a caccia di mosche, armato di retino – a volte – oppure con la trappola di Malaise. E quando i turisti che d’estate prendono d’assalto Runmarö, lo scrittore si trova sempre assediato da domande, spesso intelligenti, più sovente stupide.

Divagando qua e là come le anse di un fiume, Sjöberg ci racconta la vita di entomologi famosi, ci parla della deriva dei continenti dello sfortunato meteorologo tedesco Alfred Wegener, ci parla dei due naturalisti più famosi in assoluto, l’inglese Charles Darwin che con la sua teoria sull’evoluzione umana ha scardinato qualsiasi credenza precedente, e lo svedese Carlo Linneo che ha inventato – assieme a un altro sfortunato naturalista morto annegato ad Amsterdam, di cui nessuno ricorda mai il nome – la nomenclatura binomiale che assegna ad ogni essere vivente un nome e un cognome.

L’arte di collezionare mosche” è un libro davvero molto bello, e io che ho studiato scienze all’università – in particolare, paleontologia – spesso mi ci sono ritrovata: Fredrik Sjöberg corre romanticamente dietro ai sirfidi con il retino e piange di gioia nelle notti d’estate, mentre io scavavo felicemente in una fossa tra la polvere per cercare vecchie ossa e piangevo di gioia quando al microscopio scoprivo a quale specie di ghiro corrispondevano quei molari. Per questo ho compreso perfettamente l’emozione che Sjöberg prova quando scopre una specie nuova in un luogo dove non se l’aspettava.

E’ un libro molto divulgativo e divertente, ma con qualche conoscenza di scienze naturali un po’ approfondita potreste apprezzarlo molto di più.

Piccola nota: c’è un errore di traduzione, a pagina 174, dove viene scritto: “la presenza della farfalla apollo sull’isola viene spiegata con il fatto che qui il sostrato roccioso è calcareo (…)“, ecco: non si dice “sostrato roccioso” in geologia, ma si dice “substrato roccioso”. Questa piccola svista non va di certo ad inficiare la qualità del libro.

Jonas Jonasson | Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

Con i libri si può davvero viaggiare: questa affermazione può sembrare il solito cliché, ma non è assolutamente così, soprattutto quando si leggono libri come “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve” di Jonas Jonasson (Bompiani, 446 pagine, 17,90 euro). Quando ho scartatato in fretta e furia quel pacchettino a forma di parallepipedo (“è un libro?” “ma va?!“) sono rimasta immediatamente affascinata dal nonno in copertina con il pigiamino rosa e il candelotto di dinamite nel taschino destro; sono rimasta talmente affascinata che l’ho iniziato subito e sono partita in giro per il mondo con il signor Allan Karlsson.

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Titolo: Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

L’Autore: Jonas Jonasson è nato nel sud della Svezia nel 1961, è giornalista e consulente media. Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve è stato il suo esordio letterario, ha venduto 6 milioni di copie nel mondo ed è diventato anche un film

Traduzione: Margherita Podestà Heir

Editore: Bompiani

Il consiglio di Federica (che me l’ha regalato e che ricalca il mio): con il signor Karlsson non solo potrete visitare tanti paesi, ma lo farete in ottima compagnia!

Di certo Allan Karlsson avrebbe potuto pensarci prima e, magari, comunicare agli interessati la sua decisione. In effetti non aveva mai riflettuto troppo sulle cose. Ecco perché quell’idea non ebbe neanche tempo di fissarsi nella sua testa che già aveva aperto la finestra della stanza al pianterreno della casa di riposo di Malmkoping, nel Sormland, per poi sgusciare fuori e atterrare nell’aiuola sottostante. La manovra richiedeva un certo fegato, dal momento che Anna compiva cent’anni proprio quel giorno. Solo un’ora dopo nella sala comune della casa di riposo avrebbero avuto inizio i festeggiamenti. Sarebbe stato presente persino il segretario comunale. E l’inviata del giornale locale. E tutti gli ospiti dell’ospizio. E tutto il personale, capitanato dalla ringhiosa e arcigna infermiera Alice. Soltanto il festeggiato non aveva la benché minima intenzione di partecipare [Jonas Jonasson, Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, trad. M. Podestà Heir, citazione pagina 7]

Giunto il giorno del suo centesimo compleanno, Allan Karlsson decide che l’ospizio di Malmkoping non sarà la sua tomba e fugge saltando dalla finestra. Allan lentamente raggiunge la stazione degli autobus e incontra un giovanotto dall’aria un po’ losca con una giubba che porta la minacciosa scritta “Never Again“. Il giovanotto ha urgenza di andare alla toilette e Allan si presta a dare un’occhiata alla grande valigia del ragazzo; ma sopraggiunge l’autobus che Allan vuole prendere e il centenario di trova di fronte ad un dilemma: abbandonare la valigia nella sala d’attesa oppure portarla con sé sull’autobus?

Allan Karlsson sceglie di portare con sé la pesante valigia sul bus e chiede al conducente fin dove può arrivare con cinquanta corone. Arrivato alla fine della sua corsa, Allan scende e si incammina per un sentiero, sempre trascinandosi la pesante valigia. In un casotto di una vecchia stazione abbandonata incontra Julius, e da questo momento la sua vita non sarà più la stessa, perché quando i due vegliardi aprono la valigia e ne svelano il contenuto capiscono che si stanno per cacciare in un bel guaio… Anzi, si sono già cacciati, perché il losco giovanotto della “Never Again” è già sulle loro tracce…

L’avventura di Allan Karlsson inizia quando il vecchietto posa i piedi tra le aiuole del giardino della casa di riposo e fugge, e prosegue in modo del tutto imprevedibile, dove i colpi di scena si susseguono l’uno dietro l’altro, inframezzati dalla storia della vita di Allan, perché sì un centenario che salta dalla finestra non è il classico vecchietto posato che potrebbe sembrare a prima vista. Allan Karlsson ha vissuto una vita straordinaria, ha conosciuto personaggi famosi, presidenti di varie repubbliche, re, dittatori, spie comuniste; ha imparato a parlare inglese, spagnolo, russo, cinese, e molte altre lingue, insomma la sua esistenza… esplosiva non ha avuto nulla di ordinario.

Il romanzo di Jonass Jonasson mi è piaciuto davvero tantissimo, perché io sono un’appassionata di Storia e seguire le vicende di Allan attraverso il Novecento mi ha divertita e affascinata. E’ un romanzo che quindi contiene molta Storia, presuppone buone basi per essere letto, anche se i lettori curiosi come me saranno felici di non conoscere tutto e di andarsi a leggere qualche curiosità, che so, sulla Corea del Nord.

Ringrazio quindi tantissimo Federica che regalandomi questo libro mi ha davvero fatta viaggiare in giro per il mondo e vi invito a leggere la sua recensione.