Mika Waltari | Gli amanti di Bisanzio

Il mio cuore è come quello di un adolescente. Devo ricorrere alla poesia perché non mi bastano le parole (…) Eppure sento di conoscerti come se ti conoscessi da una vita intera. Per me tu sei tutta Bisanzio. Sei Costantinopoli, la città dei Cesari. È così che ho riconosciuto le strade, le colonne, il marmo, i mosaici, l’oro e il porfido, come se ci avessi vissuto in passato (…) È per te che per tutta la vita ho desiderato vivere qui. Sognando la tua città sognavo te. E come la tua città mi è sembrata al vederla mille volte più incantevole di quanto avessi osato immaginarla, così tu sei mille volte più bella di quanto non ricordassi (…) [Gli amanti di Bisanzio, Mika Waltari, trad. N. Rainò]

Costantinopoli, dicembre 1452. Si fa chiamare Johannes Angelos, è un uomo dallo sguardo misterioso che emana un fascino particolare, grazie ai suoi caratteri fisici che ora paiono latini e ora greci. Si trova nella Basilica di Santa Sofia, a Costantinopoli, e ascolta le parole del Basileus Costantino XI in merito all’Unione delle Chiese cattolica e ortodossa.

Nessuno dei bizantini di Costantinopoli è d’accordo con l’Unione delle Chiese, è una concessione dettata dalla disperazione: l’Imperatore Costantino la autorizza a patto che i genovesi, i veneziani e il Papa inviino navi, armi e uomini per difendere la città dalle mire del Sultano Maometto II. Perché oltre le mura della città stanziano le truppe dei turchi, agguerriti e pronti ad espugnare la città dei Paleologi.

Johannes Angelos ascolta i discorsi di Costantino e del Patriarca, ma all’improvviso il suo sguardo ricade su una donna incantevole: Angelos credeva di essere giunto all’autunno dei suoi anni, ma si scopre follemente innamorato di questa donna. Si incontrano, si parlano: nessuno sa nulla dell’altro, se non che subiscono a vicdenda il fascino. La donna si chiede chi sia Angelos, e perché si trovi a Costantinopoli in questo delicato momento storico, mentre le mura iniziano a cedere sotto i colpi dei cannoni del Sultano Maometto II.

Sono fuggito dal Sultano, e ho lasciato una posizione che molti mi invidiavano, unicamente per venire a combattere per Costantinopoli. Non per te, né per il tuo Imperatore, ma per questa città che è stata il cuore del mondo. Di quel grande impero è rimasto soltanto il cuore. Che batte i suoi ultimi, malinconici palpiti [Gli amanti di Bisanzio, Mika Waltari, trad. N. Rainò]

Una spia, dunque? O forse un pazzo? C’è da fidarsi di un uomo che ha voltato le spalle al Sultano per venire a combattere a fianco dei genovesi, veneziani e bizantini per difendere una città che non gli appartiene?

Questa tua città è come un vecchio scrigno che ha perso le pietre preziose che l’ornavano e ha gli spigoli ammaccati. Ma al suo interno custodisce ancora la bellezza di un tempo [Gli amanti di Bisanzio, Mika Waltari, trad. N. Rainò]

Istanbul (fonte: Flickr, Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0))

Arruolato dal genovese Giustiniani, Angelos si divide tra la difesa armata della città e Anna, la sua amante. I turchi avanzano in modo inesorabile; posizionano i cannoni nei pressi delle mura teodosiane e cannoneggiano senza sosta. Scavano nel sottosuolo e aprono gallerie per cercare di entrare in città. Il contrattacco è pesante, la battaglia è logorante e procede per molto tempo.

Per Angelos, la città non ha nessuna possibilità: verrà conquistata da turchi, il Sultano entrerà trionfante a Costantinopoli, distruggerà i simboli cristiani e ucciderà coloro che non saranno d’accordo con lui. Per Angelos, la caduta di Costantinopoli è ormai prossima.

La sera ho pregato nel monastero di Chora. Mi sono inginocchiato davanti alla santa icona accanto ai miei fratelli greci. Estasiato, respirato il fumo dell’incenso (…) Per la mia fede, per il mio sangue, per Cristo, sono pronto a morire (…) Per tutta la vita ho detestato il fanatismo e l’intolleranza, ho fuggito quei sentimenti. Oggi quel fervore arde nel mio cuore come una fiamma viva [Gli amanti di Bisanzio, Mika Waltari, trad. N. Rainò]

Gli amanti di Bisanzio” di Mika Waltari, tradotto da N. Rainò per Iperborea, è il grandioso romanzo sulla caduta di Costantinopoli, avvenuta il 29 maggio 1453 per mano dei soldati agli ordini del Sultano Maometto II, passato alla storia col nome de Il Conquistatore. Una data divenuta cruciale per l’intera Europa, giacché da quel momento incomincia ad affermarsi l’Impero Ottomano, che conquisterà terre e regioni che un tempo fecero parte dell’ormai dissolto Impero romano.

Il romanzo di Waltari è scritto sotto forma di diario e copre un lasso di tempo che va dal 12 dicembre 1452 al 30 maggio 1453. Angelos narra in prima persona le vicende che ruotano attorno alla preparazione della difesa, alle battaglie e alla definitiva presa della città. Nel corso di circa cinque concitati mesi, Angelos racconta in realtà due storie parallele: la caduta di Costantinopoli e la sua passionale storia d’amore con Anna, la donna bellissima incontrata a Santa Sofia.

La conquista è il sentimento che accomuna le due storie: quella del Sultano Maometto II che tenta di sfondare le mura mentre l’Imperatore Costantino prega affinché ciò non avvenga, e quella di Angelos che con la sua notevole capacità dialettica riesce a conquistare il cuore di Anna.

Tornerò, amore mio (…) tornerò ancora una volta alle catene dello spazio e del tempo per trovarti. Uomini, nomi e popoli cambieranno, ma dalle rovine delle mura i tuoi occhi, come bruni fiori vellutati, torneranno a guardarmi. E tu, qualunque nazione o tempo apparterrai, tocca con la tua mano la polvere, quando tornerai, tocca attraverso il tempo le mie guance nella polvere fino a quando non ci ritroveremo [Gli amanti di Bisanzio, Mika Waltari, trad. N. Rainò]

Mosaici bizantini nel Monastero di Chora, Istanbul (fonte: Flickr Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0))

Waltari scrive con una fervente passione, dettagliando minuziosamente ogni oggetto, evento, sentimento o punto della città, in particolare il settore di Santa Sofia e i luoghi prossimi alle mura teodosiane. Quando la caduta è pressoché imminente, il tono diventa ancora più malinconico.

Se è vero che i lettori conoscono la fine della storia sin dall’inizio – tutti sappiamo della vittoria di Maometto II il Conquistatore – quello che viene lasciato al termine della vicenda è l’ultimo colpo di scena, quello che stupisce e grazie al quale si capiscono molte cose narrate in precedenza da Angelos e molti suoi comportamenti e modi di fare.

Gli amanti di Bisanzio” di Mika Waltari è un romanzo che consiglio agli appassionati di storia, a coloro che cercano un romanzo che è il vivo ritratto di Costantinopoli, di un’epoca e di un amore struggente sullo sfondo di una città che, cadendo, ha segnato il destino dell’Oriente e dell’Occidente. Una città destinata a diventata la capitale di un nuovo impero che per secoli avrebbe scritto intere pagine di storia e cambiato il volto alla stessa Europa, giungendo alle porte di Vienna: la Sublime Porta, ovvero l’Impero Ottomano.

Viandante, che un giorno camminerai sulle rovine di queste mura. Dalle pietre e dalla cenere, tra i fiorellini gialli, ti guardano gli occhi tristi e profondi degli ultimi greci [Gli amanti di Bisanzio, Mika Waltari, trad. N. Rainò]

Titolo: Gli amanti di Bisanzio
L’Autore: Mika Waltari
Traduzione dal finlandese: Nicola Rainò
Editore: Iperborea
Il mio consiglio: ai cuori appassionati, agli amanti dell’Oriente, a chi vuole organizzare un viaggio a Istanbul o, se preferite, a Bisanzio

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Mikael Niemi | Cucinare un orso

Il pastore lo guardò senza scomporsi, senza lasciar trapelare alcun fastidio per il fatto di essere stato interrotto. Eppure lo sapevo bene che quando lavorava nel suo studio ci teneva molto a non essere disturbato. Ma ora davanti a lui c’era un ragazzo madido di sudore (…) Gesticolava convulsamente come a sottolineare l’urgenza (…) “Cosa è successo?” “Lei è… non lo sappiamo… era nel bosco con le vacche”. “Di chi state parlando?” “Della nostra serva, Hilda… Hilda Fredriksdotter Alatalo (…) È… è scomparsa. Dovete venire subito.” Il pastore mi lanciò un’occhiata. Era già tardi, e dopo aver camminato tutto il giorno eravamo entrambi stanchi. Ma era estate e la luce non ci avrebbe abbandonato per tutta la notte (…) “Arriviamo,” disse il pastore [Cucinare un orso, Mikael Niemi, trad. A. Albertari e A. Scali]

1852, Lapponia svedese. Nell’estremo Nord della Svezia, a un passo dal confine della Finlandia, nella piccola comunità di Kengis il pastore Læstadius, di origini sami, accende gli animi dei fedeli con le sue appassionate prediche sul Risveglio, un rivoluzionario movimento religioso da lui stesso avviato. Læstadius è un personaggio del tutto singolare: è un uomo di chiesa votato a Dio, ma allo stesso tempo è un uomo che crede nelle scienze, capace di classificare le forme di vita e di osservarle con occhio scientifico e critico.

Durante una delle sue passeggiate, Læstadius nota un vagabondo coperto di stracci e, seguendo ciò che il suo cuore caritatevole gli sussurra, lo accoglie in casa, lo sfama, lo cura con l’aiuto della moglie Brita Kasja e gli dà un nome, registrandolo all’anagrafe. Il vagabondo di origini sami come Læstadius viene chiamato Jussi. Giorno dopo giorno Jussi impara a leggere, scrivere e prendere appunti per conto del pastore.

Una notte d’estate una serva di nome Hilda scompare. Raggiungendo la tenuta del padrone prima del giudice distrettuale Brahe, Læstadius si fa accompagnare dal padrone nel bosco dove la serva ha pascolato le mucche per l’ultima volta e, utilizzando il metodo scientifico, raccoglie indizi, prende appunti e incomincia a farsi un’idea di ciò che potrebbe essere accaduto alla disgraziata Hilda.

Quando il cadavere della povera Hilda viene ritrovato, il giudice distrettuale interpreta i segni sul corpo come quelli dell’aggressione di un orso e liquida il caso. Læstadius non è convinto e prosegue la sua personale indagine.

Mentre la luminosa e splendida estate lappone lascia il posto ad un fresco autunno, Jolina, un’altra serva, viene aggredita e a Læstadius inizia a farsi un’idea più chiara di chi potrebbe aver commesso il crimine; continua ad indagare, a studiare, a classificare gli indizi e a studiarli con metodi moderni e ingegnosi per arrivare alla risolvere il caso.

D’impulso volli salvarlo, prima che fosse troppo tardi, afferrarlo per la mantella consunta, tenerlo stretto, riportarlo lì nello studio, alla luce del giorno. Il pericolo incombeva. C’erano forze che era meglio non risvegliare. Questi erano i pensieri che mi affollavano la mente mentre leggevo le parole che aveva scritto: E ora catturiamo l’orso [Cucinare un orso, Mikael Niemi, trad. A. Albertari e A. Scali]

Photo by Janko Ferlič on Unsplash

Cucinare un orso” di Mikael Niemi (trad. A. Albertari e A. Scali, Iperborea) è un romanzo che ho amato davvero molto. Per prima cosa, mi è piaciuto personaggio di Læstadius, il pastore di origine sami esistito davvero, che oltre ad essere uomo di fede, è un uomo di scienza capace di applicare alla vita quotidiana il metodo scientifico. È un uomo che non si sofferma alle apparenze, ma scava in profondità e si pone mille dubbi per raggiungere la verità.

Nel romanzo sono presenti diversi crimini da risolvere e Læstadius è l’investigatore perfetto: uomo dal sapere scientifico, critico e spesso dubbioso, mette assieme i frammenti e gli indizi senza sbilanciarsi fin quando non è certo di ciò che potrebbe essere realmente successo; al suo fianco, Jussi, spalla di Læstadius, è un ragazzo curioso e intelligente, che impara lesto ciò che il pastore gli insegna e che lo segue ovunque per aiutarlo nelle ricerche e nei ragionamenti.

Come ogni giallo che si rispetti, oltre al detective e alle vittime, ci sono gli antagonisti: il giudice distrettuale Brahe e il suo tirapiedi Michelsson, un omuncolo che dà sempre ragione al giudice. Entrambi negano che i crimini siano stati commessi da mano umana e sono loro ad aprire la battuta di caccia contro il povero orso preso come capro espiatorio.

Eppure, nonostante le premesse, “Cucinare un orso” è molto più che un semplice giallo. Mikael Niemi ha riprodotto l’universo lappone di metà Ottocento con una incredibile maestria. È un romanzo didascalico scritto con una incredibile fluidità che mette in mostra un mondo che oggi si è evoluto e non esiste più: qui si parla ampiamente del Risveglio, il movimento religioso avviato proprio dal pastore Læstadius, e dei rapporti – non sempre pacifici – tra Regno di Svezia, minoranze finlandesi a Kengis e popolazioni sami.

Infine, ho amato “Cucinare un orso” perché le descrizioni degli ambienti lapponi, del susseguirsi delle stagioni e dei sentimenti dei personaggi nei confronti della natura sono incantevoli e romantiche. Durante il viaggio in Svezia mi sono fermata a Stoccolma e ho navigato attraverso il suo arcipelago, ma sogno di ritornare e spingermi più a Nord, per vedere con i miei occhi i luoghi dove la padrona di tutto è la Natura.

D’estate la linfa risale lungo i tronchi degli alberi. Le uova si schiudono, il cielo si riempie di uccelli, gli insetti sciamano in grosse nubi. Al maschio dell’alce spuntano le corna, i salmoni risalgono la corrente a balzi pesanti. La luce fluisce ininterrottamente a tutte le ore, rendendo l’estate un unico, interminabile giorno, un chiarore perpetuo che dura un paio di mesi. E allora sì che è bello vivere al nord [Cucinare un orso, Mikael Niemi, trad. A. Albertari e A. Scali]

Tramonto estivo sull’arcipelago di Stoccolma (foto: Claudia)

“Cucinare un orso” è un romanzo scorrevole, coinvolgente e splendido che io consiglio a chi ama il genere giallo, a chi ama il meraviglioso universo del Nord Europa e a chi ogni tanto si ritrova a sognare ad occhi aperti i bellissimi paesaggi lapponi, siano essi illuminati dalla luce del sole che non tramonta mai o brillino grazie alla luce delle aurore boreali.

Titolo: Cucinare un orso
L’Autore: Mikael Niemi
Traduzione dallo svedese: Alessandra Albertari e Alessandra Scali
Editore: Iperborea
Perché leggerlo: perché è un romanzo che non è un semplice giallo, ma mostra uno spaccato della vita quotidiana di una piccola comunità svedese in una regione di confine, a metà dell’Ottocento, presenta il personaggio di Læstadius, pastore capace di conciliare fede e scienza, e fa sognare coloro che – come me – sono innamorati del Nord Europa

(© Riproduzione riservata)

Fredrik Sjöberg | Il re dell’uvetta

Alice Eastwood! Di lei avevo sentito parlare. Era stata in Svezia, una volta, al grande convegno di botanica al municipio di Stoccolma nel 1950: le era stato assegnato il ruolo di presidente onoraria, aveva allora novantun anni ed era già una leggenda. Questa sì che era una scoperta! Andai all’istante a cercare nella documentazione un indizio sicuro di autentico amore. E certo, tutto tornava! Eisen aveva dato il suo nome a un lombrico: Mesenchytraeus eastwoodi (Eisen 1904) [Il re dell’uvetta, Fredrik Sjöberg, trad. F. Ferrari, Iperborea]

Nel mondo accademico delle scienze naturali è un onore immenso quando ad una nuova specie – o ancora meglio ad nuovo genere – si assegna il cognome di un altro scienziato. Assegnare il nome della donna (presumibilmente) amata ad un lombrico forse non sembrerà a tutti un gran romanticheria, ma io ne sarei più che onorata.

Assegnando il nome di uno scienziato a genere o specie è come garantire a quello studioso l’immortalità; il suo nome continuerà a comparire nei libri di scienze naturali e nei manuali, e gli studenti lo impareranno. A Gustaf Eisen, eclettico naturalista svedese che visse a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, ne sono stati dedicati innumerevoli, tra lombrichi, ragni, zanzare, api, formiche, parassiti, serpenti e persino alghe. L’ultimo omaggio a Gustav Eisen risale al 2005, quando gli venne dedicato Fridericia eiseni, un verme.

Ma allora, come mai anche nell’ambiente accademico Gustaf Eisen non è così noto? Lo svedese fu ammirato da Charles Darwin, ebbe come maestri i migliori naturalisti svedesi che all’epoca insegnavano a Visby, nell’isola di Gotland, e negli Stati Uniti, quando giunse a Boston, fu raccomandato dal leggendario Louis Agassiz.

La spiegazione di quest’oblio sta, secondo Fredrik Sjöberg, autore de “Il re dell’uvetta” tradotto da Fulvio Ferri per Iperborea, nel fatto che Eisen durante la sua lunghissima vita si occupò di molte cose, saltando da un argomento all’altro. Eisen iniziò come naturalista decrivendo, con un compagno di studi, il delicato ecosistema dell’isola di Gotska Sandön, un’isola sperduta oltre l’Arcipelago di Stoccolma; proseguì occupandosi di vermi e insetti, mosche soprattutto; volò negli Stati Uniti e in California diede avvio alla produzione di vino e di uvetta passa.

Sempre in California, durante la corsa all’oro, decise che le maestose sequoie dovessero essere protette e con buona pace del Presidenti degli Stati Uniti fondò il Sequoia National Park, il secondo più antico d’America. A New York credette di aver trovato il Sacro Graal, un calice d’argento proveniente da Antiochia, e alla fine della sua vita – ormai ultra novantenne – inizio a dedicarsi allo studio delle sfere di vetro per le datazioni archeologiche.

Paesaggio svedese (fonte: Photo by Jon Flobrant on Unsplash)

Fredrik Sjöberg soffia via la polvere dalla figura di Gustaf Eisen e nel suo libro, di genere inclassificabile “Il re dell’uvetta“, riporta in auge la figura dell’eclettico connazionale. Attraverso divertenti anettoti, storie ed equivoci, Sjöberg ci presenta Eisen a tutto tondo, senza mai dimenticare di mettere qui e là un dettaglio autobiografico.

Saltando dalla Svezia a Gotland, dall’Arcipelago di Stoccolma in California e nei grandi parchi degli Stati Uniti, la storia di Eisen si srotola rapidamente come un lunghissimo tappeto. Lo stile di Sjöberg è lo stesso del suo primo libro “L’arte di collezionare mosche“, anche se quest’ultimo è molto più autobiografico.

Se nella prima parte la storia narrata ne “Il re dell’uvetta” mi ha coinvolta, divertita ed emozionata, nell’ultima parte mi è sembrata un po’ ripetitiva e annacquata: sarà che avendo una grande passione per il Nord Europa ho preferito le descrizioni dell’Arcipelago di Stoccolma, di Uppsala e soprattutto dell’isola di Gotland, uno dei luoghi che più mi affascinano del Nord Europa.

“Il re dell’uvetta” di Fredrik Sjöberg è un buon libro che racconta aneddoti, vicende e curiosità legate al mondo delle scienze naturali, ruotando attorno alle figure di grandi naturalisti di diverse nazionalità; è un testo consigliato a chi è interessato alle scienze e a quelle storie che insegnano sempre qualcosa.

Titolo: Il re dell’uvetta
L’Autore: Fredrik Sjöberg
Traduzione dallo svedese: Fulvio Ferrari
Editore: Iperborea
Perché leggerlo: perché è un libro ricco di aneddoti e curiosità, indicato per chi apprezza le scienze naturali

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Siri Ranva Hjelm Jacobsen | Isola

Un tempo si credeva che nel mare intorno alle Faroe ci fossero isole galleggianti, raccontava abbi (…) ‘Da dove venivano?’ domandai (…) Prendi Svínoy: un tempo era un’isola galleggiante. Da dove veniva, nessuno sapeva dirlo, ma di giorno si teneva nascosta nell’abisso. Ogni notte spuntava in superficie e con un po’ di fortuna poteva capitare di vederla: spumeggiante contro il cielo, sorta dal nulla, con l’acqua che le scorreva intorno a fiotti [Isola, Siri Ranva Hjelm Jacobsen, trad. M. V. D’Avino]

Chi emigra chiama casa il luogo d’origine, il punto dal quale è partito e che si è lasciati alle spalle. Per i figli degli emigranti il luogo d’origine dei genitori sarà casa ma con una connotazione molto diversa: casa, per loro, è semplicemente un posto dove si trascorrono le vacanze, dove una volta l’anno si riunisce chi è emigrato e chi è rimasto.

La protagonista del romanzo “Isola” di Siri Ranva Hjelm Jacobsen (trad. M. V. D’Avino, Iperborea, 17 €) è la nipote di Marita e Frizt, due faroesi immigrati in Danimarca negli anni Trenta. Abbi Frizt avrebbe voluto diventare ingegnere elettronico per lavorare alla centrale idroelettrica, ma la scuola era molto costosa e la prozia Ingrún dovette decidere se aiutare economicamente suo fratello Frizt o suo fratello Jegvan. Scelse Jegvan.

Così Frizt emigrò a Vordingborg, in Danimarca, per frequentare una scuola magistrale. La vita di mare, a diffenza dell’altro fratello Ragnar, non faceva per abbi Fritz.

Fritz ha mal di gola. Le dita dei piedi sguazzano nel sudore freddo e un cattivo odore gli invade il naso ogni volta che respira. Avvilito, si passa la lingua lungo i denti felpati. Un uomo malato avrà pur il diritto di lavarsi i denti? Il pesce lascia il suo sangue acquoso sotto le unghie, sugli indumenti di lana. Strisce di muco argentato, qualcosa di più scuro. Scaglie minuscole che sfarfallano sotto il coltello, volano in giro e s’incollano alla pelle bagnata. A volte ci sono dei vermi [Isola, Siri Ranva Hjelm Jacobsen, trad. M. V. D’Avino]

Omma Marita si fermò ancora un anno sull’isola di Vágar, nel verde arcipelago delle Faroe. Un anno durante il quale si avvicinò a Ragnar, il fratello di Frizt. Marita gli si avvicinò così tanto da portare dentro di sé uno scomodo segreto sulla nave in partenza da Suðuroy. Una volta giunta in Danimarca, il segreto scomparve e Marita poté iniziare la sua nuova vita con Fritz. Abbi è stato felice con omma, per tanti anni a venire, ma un sentimento l’ha pervaso e non l’ha abbandonato mai: la nostalgia.

“Non ti manca proprio niente di casa?” le domandava Fritz. “Mi manca tutto”, mentiva Marita. Lui aveva bisogno di sentirselo dire. Provava nostalgia, qualche volta, e lei pensava che non dovesse portarlo da solo [Isola, Siri Ranva Hjelm Jacobsen, trad. M. V. D’Avino]

Photo by Hollie Harmsworth on Unsplash

La protagonista non si sente completamente faroese, perché è nata in Danimarca e le Faroe le conosce soprattutto come meta delle vacanze estive. Le Faroe non sono la sua patria, non sono la sua casa. Lei non parla faroese e ha una chioma nera, lunga, non bionda come le donne delle isole. Eppure, nonostante questo, la ragazza vuole fare luce sulla sua famiglia, in particolare sulla figura dei nonni, abbi e omma, da lei molto amati.

Abbi è riuscito a trasmettere la nostalgia per un luogo mai vissuto, la nipote prova una nostalgia strana e curiosa per le Faroe, isole che non sono mai state casa sua. La nostalgia, talvolta, è ereditaria.

Abbi mi insegnò la sua nostalgia come un versetto biblico, su cui battevamo e ribattevamo (…) Le isole di cui aveva nostalgia non avevano una posizione geografica. Io lo sapevo, e di sicuro lo sapeva anche omma. Che quella di abbi era una patria fluttuante. [Isola, Siri Ranva Hjelm Jacobsen, trad. M. V. D’Avino]

“Isola” di Siri Ranva Hjelm Jacobsen è un romanzo breve ma molto evocativo, ricco di immagini suggestive e descrizioni poetiche. “Isola” è una saga famigliare che si sviluppa sulle isole Faroe, dove la giovane protagonista con il nome che è incapace a pronunciare – perché faroese e lei conosce solo il danese – vuole interrogare i parenti rimasti sulle isole per approfondire le conoscenze riguardo omma e abbi, Marita e Fritz.

La storia di questi ultimi viene rivelata un po’ per volta: un dettaglio del passato e subito un salto nel presente, un dettaglio e di nuovo il silenzio. Le zie rimaste sull’isola parlano anche degli altri fratelli di abbi: Ingrún, Jegvan, Kalle, Ragnar, e la moglie di quest’ultimo, Beate.

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La protagonista, nella sua ricerca, è accompagna dalla madre e dal padre, che chiama affettuosamente la Tarantola. I tre viaggiano attraverso i lussureggianti e incontaminati paesaggi delle Faroe, gli abitati maggiori come Tórshavn e le isole che scompaiono in una notte, come vuole la leggenda di Mikynes; l’obiettivo è conoscere le proprie radici, iniziare a vedere le Faroe non solo come un luogo di vacanza, ma percepirle come l’origine di tutto.

Una riga in una lettera di Fritz: Le isole più piccole possono nascere in una notte, e possono sparire in una notte. E poi? Sott’acqua, nel fondo del mare, tutte le terre emerse s’incontrano [Isola, Siri Ranva Hjelm Jacobsen, trad. M. V. D’Avino]

Titolo: Isola
L’Autrice: Siri Ranva Hjelm Jacobsen
Traduzione dal danese: Maria Valeria D’Avino
Editore: Iperborea
Perché leggerlo: perché è una storia raccontata con uno stile poetico e delicato, perché parla di una famiglia e dei suoi componenti che spesso devono prendere decisioni drammatiche e impegnative. Perché il luogo in cui nascono i nonni o i genitori è l’origine di tutto, anche se per noi restano dei luoghi di vacanza o di passaggio.

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Thorkild Hansen | Arabia Felix

È un caso o c’è un significato nascosto? (…) Tutto si basa su un equivoco. Ci sono paesi in cui siamo stati felici, ma non ci sono paesi felici. Né a nord, né a sud. Né a destra, né a sinistra. Né lontano, né vicino. Dobbiamo correggere questo errore di traduzione, anche se così diventa tutto più difficile. Perché, se ci fosse qualcosa di vero, se la felicità si trovasse anche solo nel paese più lontano e il viaggio per raggiungerlo comportasse i più grandi rischi e potesse essere intrapreso solo a prezzo dei peggiori sacrifici, partiremmo comunque subito [Arabia Felix, Thorkild Hansen, trad. D. Unfer]

Perché l’Arabia Felice è chiamata felice? I suoi abitanti nascondono per caso il segreto della felicità?

Nel gennaio del 1761 dal porto di Copenaghen parte una nave da guerra, la Grønland, sulla quale si trovano cinque emeriti scienziati pronti a salpare per l’Arabia Felice, l’attuale Yemen. La loro missione, finanziata dal re di Danimarca, è quella di scoprire perché lo Yemen è un paese felice, ma non solo.

Poiché si tratta di una spedizione che ha un programma di viaggio incredibile per l’epoca, gli scienziati hanno numerosi altri compiti: scoprire i costumi delle popolazioni arabe, la loro lingua, i rapporti con la religione, la Storia dei paesi che verranno attraversati. Inoltre, l’emerito linguista scansafatiche Von Haven deve cercare antichi manoscritti religiosi biblici e ha l’arduo compito di capire se le iscrizioni sul Monte Sinai sono i Comandamenti che Dio impartì a Mosè.

Gli altri membri della spedizione sono: il naturalista svedese Forsskål, allievo del celebre Linneo, che ha il compito di raccogliere e descrivere quante più forme di vita animali e vegetali troverà lungo il percorso; il medico Kramer, piuttosto scarso come dottore; l’abile incisore e pittore Baurenfeind; infine, Niebuhr, umile agrimensore originario della Frisia.

Nella spedizione ci sono coloro che rifuggono i compiti e ci sono coloro che non si risparmiano nel lavoro. Mentre Kramer e Von Haven si riposano e mangiano alle spese del re di Danimarca, Niebuhr e Forsskål si danno da fare; Niebuhr si occupa di mappare, misurare e cartografare città, villaggi e siti archeologici. Forsskål raccoglie semi, prepara un erbario, mette sotto alcool serpenti, insetti e pesci.

Il vero viaggio incomincia in Egitto, quando giungono ad Alessandria. I membri della spedizione vedono e descrivono meraviglie della civiltà egizia: Niebuhr resta ammaliato dalle piramidi, opera incredibile per mano di migliaia di uomini, Forsskål scrive diversi trattati di scienze naturali in latino.

La missione prosegue verso il Sinai, dove Von Haven dimostra la sua incompetenza, non riuscendo a trovare – probabilmente – neppure il Monte giusto sul quale salire. Dopo il Sinai, la spedizione danese raggiunge la penisola araba e dall’attuale Arabia scendono verso lo Yemen. Ma questo punto, i membri saranno in compagnia di una malattia letale poco conosciuta dagli europei dell’epoca: la malaria.

A Sana’a, la maestosa capitale dello Yemen, giungono solo in tre. Sono trascorsi due anni dalla partenza da Copenaghen, durante il viaggio sono accadute molte cose – positive e negative – e finalmente i rappresentanti del re di Danimarca, spossati e devastati dalle febbri malariche, sono giunti nella capitale dell’Arabia Felice. Ma qui faranno un’amara scoperta: il nome “felice” deriva semplicemente da un’equivoco, lo Yemen non è affatto un paese felice, o meglio, non più e non meno di altri paesi nel mondo.

I tre uomini si fermano a guardare la valle con le sue case, il fumo dei focolari che sale verso l’alto misto al vapore della pioggia ancora sospeso alle pendici dei monti. Tutto è immobile. In primo piano un gruccione è tranquillamente appollaiato su un ramo. Ci vuole un po’ di tempo prima che gli stanchi viaggiatori credano davvero ai loro occhi. La città nella valle non è un miraggio provocato dalla febbre. È reale, come l’odore di terra bagnata che aleggia nell’aria (…) Non è un miraggio. È Sana’a. È la capitale dell’Arabia Felice [Arabia Felix, Thorkild Hansen, trad. D. Unfer]

Veduta di Sana’a, capitale dello Yemen, dichiarata Patrimonio Mondiale dell’UNESCO (fonte: Wikipedia, CC BY 2.0)

Arabia Felix” di Thorkild Hansen (trad. Doriana Unfer, Iperborea) è il magnifico resoconto del viaggio della spedizione finanziata dal sovrano di Danimarca volta alla scoperta degli usi e costumi arabi. Hansen fu archeologo e giornalista e scrisse “Arabia Felix” negli anni Novanta.

La prima parte del libro è piuttosto tosta e a tratti può annoiare il lettore: vengono presentati con un dettagli minuzioso i caratteri e i difetti dei partecipanti alla spedizione, e vengono messi in luce i retroscena sia politici che economici di una tale impresa. Ma dal punto in cui il viaggio e proprio inizia, per il lettore è una continua scoperta.

Thorkild è il narratore onniscente che della spedizione conosce tutto, e spesso fa parlare i diretti interessati attraverso lettere e frammenti di diario: il risultato è, tolte le prime pagine, un viaggio interessante e scorrevole, altamente coinvolgente. Il viaggio di ritorno da Sana’a, dove ritroveremo solo più Niebuhr, unico sopravvissuto della spedizione, è pura poesia. Niebuhr da Sana’a va a Bombay con gli inglesi, per poi risalire la Persia, l’attuale Iraq, la Siria e la Turchia; quindi ritorna in Europa passando da Bucarest, la Moldavia e la Valacchia.

Sito archeologico di Persepoli, l’antica capitale del regno di Persia, distrutta da Alessandro il Macedone (fonte: Wikipedia, CC BY-SA 4.0)

Però, una volta rientrato in Danimarca, Niebuhr farà una serie di amare scoperte: la stampa dell’epoca si è occupata poco della spedizione, le casse con le curiosità naturalistiche raccolte da Forsskål sono marcite nei depositi dell’università e il re che aveva voluto la spedizione è morto.

Niebuhr scivola ben presto nell’oblio e sceglie di tornare nelle sue amate campagne della Frisia, nell’ovest della Danimarca. Gli importanti risultati della spedizione in parte verranno persi, in parte dimenticati in qualche deposito, in parte distrutti; solo molti anni dopo qualcuno aprirà gli archivi, ma si accorgerà che molte informazioni sono inservibili oppure sono state “riscoperte” da altri, tempo dopo.

Il bellissimo libro di Thorkild Hansen, oltre ad essere l’appassionante resoconto di un viaggio incredibile (almeno per l’epoca), è una profonda riflessione sul concetto di felicità, sentimento prezioso che da sempre l’Uomo ricerca senza troppi successi. La felicità può presentarsi come qualcosa di estremamente effimero: un nuovo sito archeologico da mappare per Niebuhr, una specie nuova da scrivere per Forsskål, un ottimo piatto arabo per Von Haven. Però, Hansen non ha dubbi: la vera felicità va cercata dentro di noi, di modo che sia sempre disponibile e sia facile da raggiungere, senza troppi sacrifici o viaggi perigliosi.

(…) sarebbe in ogni caso più facile raggiungerla là che non nell’unico posto dove si trova davvero, il posto che è più vicino del paese più vicino eppure è più lontano del paese più lontano, perché questo posto non si trova fuori, ma dentro di noi [Arabia Felix, Thorkild Hansen, trad. D. Unfer]

Titolo: Arabia Felix
L’Autore: Thorkild Hansen
Traduzione dal danese: Doriana Unfer
Editore: Iperborea
Perché leggerlo: per viaggiare verso Oriente e fare un vero e proprio salto nel tempo; per innamorarsi di luoghi e culture a noi molto lontane
Leggilo se: ti sono piaciuti “Buonanotte, signor Lenin” e “In Asia” entrambi di Tiziano Terzani

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Morten A. Strøksnes | Il libro del mare o come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone sul vasto mare

Qualcuno una volta ha scritto che il nostro pianeta non dovrebbe chiamarsi Terra: dovrebbe semplicemente chiamarsi Mare. Sotto di me sfilavano montagne, boschi e altipiani all’infinito, finché, arrivati a Helgeland, la terra si è aperta in fiordi e in un mare ondulato che si estendeva a ovest fino a dove la linea tra cielo e acqua perdeva all’orizzonte, in un grigio lucente che pareva fatto di piume di uccelli. Ogni volta che lascio Oslo e vado a nord ho la senzazione di liberarmi: dall’entroterra, da formicai, da abeti, da fiumi, dalle acque dolci e dal gorgoglio delle paludi. Via, verso il mare, libero e infinito (…) [Il libro del mare, Morten A. Strøksnes, trad. F. Felici]

Due amici norvegesi appassionati di mare e di pesca. Un enorme e sfuggente squalo di Groenlandia. Un arcipelago costituito da isole e isolette dove è la natura a farla da padrona. Un’amicizia che si rinnova ad ogni viaggio, nonostante i battibecchi. Una serie di curiosità scientifiche, naturalistiche, sociali e storiche sulla Norvegia e sul Nord Europa.

Questi sono gli ingredienti che fanno funzionare alla perfezione “Il libro del mare o come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone sul vasto mare” di Morten A. Strøksnes, edito da Iperborea nella traduzione di Francesco Felici.

Morten Strøksnes raggiunge l’amico Hugo sull’isola di Skova, nel Nord della Norvegia, dove quest’ultimo vive con la famiglia. L’intenzione dei due amici è quello di pescare il temibile squalo di Groenlandia usando la loro semplice attrezzatura da pesca e uscendo in mare col loro gommone.

Hugo è un artista e gran conoscitore del mare e dei suoi pericoli, mentre Morten è un giornalista, fotografo e fonte inesauribile di sapere scientifico: una coppia decisamente ben assortita che incomincia a navigare nel Vestfjorden, il braccio di mare che divide Skrova dalle isole Lofoten, alla ricerca della loro preda speciale.

Sfrecciamo fuori dalla baia e oltre, fino al lato esterno del faro di Skrova, dove gettiamo in acqua il sacco perforato con i salmoni. Sul Vestfjorden c’è opplætt, come la chiamano i pescatori, cioè la quiete che piano piano cala dopo la tempesta. Benché non ci sia quasi vento, ci vuole tempo prima che il mare si calmi (…) Più che altro per divertimento, caliamo anche la lenza, trecentocinquanta metri più sei di catena, e un amo su cui ho infilato un pezzo massiccio di grasso di balena. Sappiamo che non ci sono grandissime possibilità, oggi, visto che l’odore del salmone non ha ancora avuto il tempo di diffondersi. Comunque provare non costa nulla, e poi ci serve una scusa per rimanere qualche ora sul Vestfjorden  [Il libro del mare, Morten A. Strøksnes, trad. F. Felici]

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Il libro del mare” di Morten A. Strøksnes è un’opera che sfugge ad ogni definizione, un testo impossibile da inquadrare in un solo genere. C’è la storia di un’amicizia, alla base, e la conseguente caccia allo squalo di Groenlandia che ne fa da collante. Ma il vero protagonista è il mare: Strøksnes scrive di miti, leggende, storie del Nord, curiosità naturalistiche, ecologiche e geologiche, insomma un vero caleidoscopio di informazioni che divertono e coinvolgono profondamente il lettore.

Allo stesso tempo, “Il libro del mare” contiene una affascinante riflessione sull’uomo, da secoli intrepido esploratore terrestre e stellare, ma che sa bene quanti segreti siano ancora celati nelle profondità degli abissi marini. E infine, chi ama così tanto la natura e le scienze sa quale pericolo concreto l’umanità e la Terra saranno costrette ad affrontare nei prossimi decenni: il cambiamento climatico globale, un fenomeno apparentemente inarrestabile che minaccerà ogni angolo della Terra, splendidi mari norvegesi compresi.

Il mare se la cava bene senza di noi. Siamo noi che senza di lui non ce la caviamo [Il libro del mare, Morten A. Strøksnes, trad. F. Felici]

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Titolo: Il libro del mare o come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone sul vasto mare
L’Autore: Morten A. Strøksnes
Traduzione dal norvegese: Francesco Felici
Editore: Iperborea
Perché leggerlo: per sognare il Grande Nord, per i curiosi della natura, per chi ha a cuore il nostro Pianeta
Leggilo se: ti è piaciuto “L’arte di collezionare mosche” di Fredrik Sjöberg (trad. F. Ferrari, Iperborea)

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Lars Gustafsson | Il pomeriggio di un piastrellista

È curioso, si disse Torsten, che io abbia così tanti pensieri strani proprio oggi. In parte piuttosto sgradevoli, in parte decisamente belli. Mi tornano in mente cose, alle quali non pensavo da anni. È come se questa strana casa avesse qualche sorta di influenza sul modo di pensare. Fra poco vado in cucina a farmi un goccetto. Ma guarda qui come viene bene questa piastrellatura! File ordinate e precise, belle piastrelle finlandesi. E aspetta che io abbia finito le fughe (…) È comunque una gran cosa, riuscire a fare un po’ d’ordine nella vita. Anche se si sa benissimo che un bel giorno arriverà qualcuno che demolità tutto per sostituirlo con qualcos’altro. C’è un unico attimo bello, ed è quando si vede come tutto si accorda, quasi da sé [Il pomeriggio di un piastrellista, Lars Gustafsson, trad. C. Giorgetti Cima]

Torsten Bergam è un piastrellista di Uppsala, un uomo che ha deciso di vivere con l’unica compagnia della sua stessa solitudine. Moglie e figlio sono morti: Torsten abita in una casa preda del disordine, un po’ come la sua vita; si arrangia con qualche lavoretto rigorosamente in nero e si concede giusto qualche goccetto ogni tanto. Torsten non ha veri amici, ma un conoscente finlandese un giorno gli telefona per chiedergli se ha voglia di sistemare le piastrelle del bagno di un edificio in ristrutturazione di proprietà di un facoltoso committente.

Il piastrellista di Uppsala accetta il lavoretto, pensando alle corone che riuscirà a raggranellare. Inizia così il pomeriggio di Torsten che, avviando la sua Volvo scassata (con la revisione scaduta da anni), si dirige verso la costruzione in via di ristrutturazione indicata dal finlandese.

La grande casa è deserta: Torsten non trova nessuno ad accoglierlo, non un’anima che gli spieghi cosa debba fare esattamente. Ma raggiunto da sé il bagno, il piastrellista si rende conto del terribile lavoro eseguito dal professionista precedente e inizia a martellare via le piastrelle incollate storte.

In quella lunga giornata, Torsten Bergam il piastrellista incontrerà diversi personaggi e altri li immaginerà solamente; sarà un lungo pomeriggio, durante il quale il suo lavoro verrà rimestato dai ricordi che spesso tornano a tormentare il vecchio piastrellista.

Veniva preso da una sorta di malinconica tristezza anche solo a passare nelle vicinanze e vedere giovani betulle e cardi crescere fra i binari dove un tempo correvano i vagoncini ribaltabili, riempiti fino all’orlo di pesante argilla dell’Uppland. Perché gli ricordava, in qualche modo vago e generico, un’epoca in cui la sua vita era ancora popolata di gente (…) Ogni cosa era mondo, e nulla in quel mondo gli apparteneva sul serio. Così ebbe inizio il giovedì di Torsten Bergam [Il pomeriggio di un piastrellista, Lars Gustafsson, trad. C. Giorgetti Cima]

Il pomeriggio di un piastrellista” di Lars Gustafsson (trad. C. Giorgetti Cima, Iperborea, 157 pagine, 15 €) è considerato un classico nordico, pur essendo stato scritto negli anni novanta; il romanzo di Gustafsson è molto breve e si svolge nell’arco di una giornata. È scritto in terza persona ma il narratore è onniscente, poiché presenta ai lettori le inquietudini e i pensieri del piastrellista Bergman.

La vita era quella che era, e diventava quel che diventava. E nemmeno era possibile tornare indietro e riparare. La miseria dell’esistere [Il pomeriggio di un piastrellista, Lars Gustafsson, trad. C. Giorgetti Cima]

L’espediente narrativo dare avvio alla storia è la telefonata del finlandese, che chiede a Torsten di recarsi in una determinata casa in ristrutturazione per sistemare delle piastrelle posate male da precedente piastrellista; da quest’idea Lars Gustafsson dà il via ad una serie di riflessioni sulla vita, sulla solitudine, sull’economia della Svezia; demolendo le piastrelle storte e cercando di incollare quelle nuove dritte e al loro posto, si legge la volontà di Torsten di riparare i suoi vecchi errori, anche se spesso non è possibile o è già troppo tardi.

Si presenta anche un conoscente scomparso da molti anni, una persona amica un tempo, ma con la quale oggi ha perso completamente ogni sorta di confidenza. I ricordi di Torsten Bergman affiorano via via e rendono il piastrellista sempre più malinconico con l’incedere del pomeriggio.

A non presentarsi mai è il committente del lavoro, che assomiglia quasi ad una sorta di divinità che ha messo in moto il tutto, che ha lanciato il sasso ma ha nascosto il braccio, lasciando Bergman con il conoscente a cercar di capire come sistemare quella parete e a far tornare a galla i suoi pensieri che prima erano come invischiati nella colla che si utilizza per applicare le piastrelle ai muri.

Ma ancora oggi dopo tanti anni, poteva riaffiorare nei suoi sogni. E sempre in inverno e con la neve. [Il pomeriggio di un piastrellista, Lars Gustafsson, trad. C. Giorgetti Cima]

Titolo: Il pomeriggio di un piastrellista
L’Autore: Lars Gustafsson
Traduzione dallo svedese: Carmen Giorgetti Cima
Editore: Iperborea
Perché leggerlo: perché è un romanzo breve denso di malinconia e riflessioni, sullo sfondo di un Grande Nord tutt’altro che ricco

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Jón R. Hjálmarsson | Atlante leggendario delle strade d’Islanda

Alla Scuola Nera il preside era il diavolo in persona e si potevano imparare magie e altri arcani misteri. Quando gli studenti si diplomavano, per consuetudine il diavolo si prendeva l’ultimo a uscire, così quando Sæmundur appena diplomato si offrì volontario per varcare la soglia per ultimo, i suoi compagni ne furono molto sollevati. Si avvolse un grande pastrano sulle spalle, ma senza infilare le maniche e senza abbottonarlo. Sulla porta il diavolo lo ghermì esclamando: “Sei di mia proprietà!” per poi rimanere lì con il cappotto in mano mentre Sæmundur se la svignava. Dopo gli anni trascorsi alla Scuola Nera, Sæmundur era diventato così esperto che riusciva a servirsi del diavolo per fargli svolgere incombenze di ogni genere al posto suo, e lo raggirava a tal punto che il demono non riusciva mai ad ottenere qualcosa in cambio per il disturbo [Sæmundur il Saggio e il diavolo, Atlante leggendario delle strate d’Islanda, Jón R. Hjálmarsson, trad. S. Cosimini]

Jón R. Hjálmarsson è uno studioso di miti e leggende islandesi, oltre che essere stato professore e preside scolastico per molti anni; l’idea di raccogliere le storie della tradizione islandese deriva dal fatto che, per il professor Hjálmarsson, i racconti popolari sono una parte importante della cultura del proprio Paese.

Se oggi l’Islanda è un’isola relativamente semplice da raggiungere, fino a qualche decennio fa era più remota e lontana dal continente europeo: da questo isolamento si sono sviluppati miti, storie e leggende che si sono radicate nella cultura locale e sono state trasmesse alle nuove generazioni.

Le strade in Islanda sono poche e molte sono decisamente impervie da percorrere, ma c’è una strada ad anello che segue il perimetro dell’isola e tocca quasi tutte le principali attrattive; si chiama statale n.1 ed essendo un anello la si può percorrere in senso orario o in senso antiorario partendo da Reykjavík.

Per presentare ai lettori le leggende popolari della tradizione islandese, il professor Hjálmarsson ha avuto un’idea geniale: un viaggio immaginario attraverso sessanta leggende lungo la statale n.1. Il professore ha geograficamente suddiviso l’isola in sei porzioni e per ognuna di queste ha scelto e raccontato storie che, in qualche caso, hanno almeno un fondo di verità. Le leggende sono introdotte da un breve commento del professore per spiegare il contesto storico, culturale o geografico.

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Così chi legge si immerge totalmente nella magia e nella mitologia islandese: vi si trovano troll e trollesse malvagi che tentano di uccidere gli uomini; prelati che praticano esorcismi e magie tanto potenti da fermare le eruzioni vulcaniche; sacerdoti che duellano in versi con i demoni; uomini che vengono tramutati in animali e animali che salvano gli uomini; eserciti fantasma delle grandi pianure centrali, spiriti che nascondono i tesori sotto le cascate; mostri che emergono dalle profondità della terra o delle acque, pronti a ghermire anime buone. In ognuna delle sessanta leggende vi è la contrapposizione tra il bene e il male, e non sempre il finale vede vincere le forze buone.

Alcune storie spiegano in modo fantasioso la formazione di determinati paesaggi dell’isola, come la formazione della spaccatura dell’Ásbyrgi, nell’Islanda settentrionale: si dice che a creare quella profonda incisione nella crosta terrestre sia stata niente meno che la pressione dello zoccolo di Sleipnir, il cavallo di Odino. Un’altra bellissima leggenda fornisce le istruzioni per realizzare tre desideri sulla montagna sacra di Helgafel, nella penisola di Snæfellsnes, nell’Islanda Occidentale.

Ancora oggi è diffusa la credenza che salendo in cima a Helgafell sia possibile vedersi esaudire tre desideri. Secondo gli esperti, il metodo prevede quanto segue: partire dalla tomba di Guðrún Ósvífursdóttir e salire verso la vetta; non guardarsi mai indietro né pronunciare una sola parola durante il tragitto; una volta raggiunta la cima, fermarsi davanti ai ruderi della cappella, voltarsi verso est e formulare mentalmente i tre desideri [I tre desideri sulla montagna sacra, Atlante leggendario delle strate d’Islanda, Jón R. Hjálmarsson, trad. S. Cosimini]

Atlante leggendario delle strade d’Islanda” a cura di Jón R. Hjálmarsson (trad. Silva Cosimini, Iperborea, 225 pagine, 16 €) è una raccolta di storie che inquieta, diverte e suggestiona il lettore, specialmente quella tipologia di persone che amano il Grande Nord e sono affascinati dalle culture che derivano da quelle norrene.

È un vero e proprio viaggio, quello proposto dal professor Hjálmarsson; un viaggio per partire o per tornare – almeno con la fantasia – in quelle terre leggendarie e remote che costituiscono una delle isole più affascinanti del continente europeo. Per chi è già stato in Islanda, leggere queste storie sarà un po’ come tornare in luoghi già visti e vissuti; per chi, come me, non è ancora stato in Islanda ma la sogna da tempo, sarà come sentirsi vicino alla millenaria cultura di quest’isola e, perché no, sarà una buona occasione per appuntarsi qualche luogo che si desidera vedere. E chissà se i desideri non si realizzino anche prima di salire sulla Montagna Sacra.

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Titolo: Atlante leggendario delle strade d’Islanda
A cura di: Jón R. Hjálmarsson
Traduzione dall’islandese: Silvia Cosimini
Editore: Iperborea
Perché leggerlo: per sognare l’Islanda e i suoi miti, i luoghi e i paesaggi; per immergersi in una cultura millenaria, per sorridere, inquietarsi e suggestionarsi; per chi c’è stato e per chi sogna di andarci, in quelle terre remote, tra ghiacci e vulcani

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Majgull Axelsson | Io non mi chiamo Miriam

Sono trascorsi molti anni dal mio viaggio in Austria, ho qualche frammento incastrato nella memoria, ma il più dei ricordi sono stati diluiti dal tempo. C’è una cosa, però, che non ho dimenticato: l’innaturale silenzio di Mauthausen, l’unico campo di concentramento che io abbia mai visitato. I libri sull’Olocausto mi mettono sempre moltissima angoscia, perché è una storia ancora recente e perché mi spavento sempre quando leggo o ascolto nuove atrocità. Il romanzo “Io non mi chiamo Miriam” di Majgull Axelsson (trad. L. Cangemi, Iperborea, 562 pagine, 19.50 €) è uno dei pochi libri che raccontano l’Olocausto attraverso gli occhi di un’appartenente al popolo rom. Una testimonianza da non perdere.

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Ma cosa sarebbe successo se avessi detto la verità? Se un giorno fossi andata da Olof e gli avessi spiegato come stavano le cose? Che ero una rom. Una zingara. Che appartenevo allo stesso popolo di quelli che si accampavano giù a punta Adela. Questo comportava che in realtà non avevo il diritto di abitare in una casa, di cucinare su un fornello elettrico, di fare il bucato in quella magnifica lavatrice che mi aveva comprato? Mi avrebbe buttato fuori? Oppure avrebbe solo fatto un passo indietro guardandomi con disgusto e trasformandomi apertamente nella serva che sotto sotto ero già? E se mi avesse buttata fuori, sarei potuta tornare a una vita da rom? Ero poi davvero una rom, ormai? E lo sono adesso? Oppure non sono niente? Né rom né ebrea, né tedesca né svedese? [Io non mi chiamo Miriam, Majgull Axelsson, trad. Laura Cangemi]

E’ la prima giornata d’estate, in Svezia i giorni sono luminosi e il cielo cristallino. E’ la mattina del compleanno di Miriam, un’elegante signora svedese di ottatancinque anni. Il figlio Thomas, con la moglie, la figlia Camilla e il piccolo bisnipotino Sixten, consegnano il regalo alla nonna: un raffinato bracciale d’argento di fattura zingara.

Miriam alla vista del bracciale bonfonchia qualcosa di sconnesso: sembra che abbia detto di non essere Miriam. Thomas immagina sia l’età, forse mamma non sa più cosa dice. Camilla, studentessa di medicina, non crede che la nonna sia sulla via della demenza senile, le propone una passeggiata in un parco e si fa raccontare la verità.

Già, ma qual è la verità? Chi è davvero Miriam, la nonna così elegante, raffinata e di ottime maniere? E’ la mamma adottiva di Thomas, figlio di Olof, il defunto marito; è la nonna di Camilla, la bisnonna di Sixten. E’ colei che ha vissuto i campi di prigionia tedeschi, che ha una cicatrice su un braccio dal quale spuntano dei numeri, è l’ebrea arrivata in Svezia con i treni della Croce Rossa dalla Danimarca, giusto?

No, non è così, e Miriam decide di confessarlo a Camilla. Le racconta della sua infanzia, del collegio in Germania, della deportazione ad Auschwitz e del duro viaggio a Ravensburg, nuovamente in Germania. Le racconta che in realtà lei non è ebrea, ma rom, e in un attimo di panico ha rubato l’identità a Miriam, una giovanissima ebrea morta sul treno in viaggio dalla Polonia alla Germania. Le racconta di Anuscha, di Didi, di Malika… le racconta così tante cose che Camilla sarà costretta a vedere la nonna sotto una luce diversa.

Potevano fucilarla per il vestito a brandelli (…) Senza riflettere, se lo tolse in fretta e si chinò su una ragazza stesa sul pavimento del vagone, le sbottonò il vestito e se lo infilò per poi gettare sulla morta il suo tutto strappato (…) Un triangolo giallo. Ebrea. Ah. Dunque era diventata ebrea e doveva mettersi tra le altre ebree. Una volta arrivata al campo avrebbe sempre potuto inventarsi una spiegazione… [Io non mi chiamo Miriam, Majgull Axelsson, trad. Laura Cangemi]

Nel romanzo “Io non mi chiamo Miriam” di Majgull Axelsson vengono affrontati temi molto diversi: l’Olocausto, anzitutto, l’evento negativo che forse ha più di ogni alto contraddistinto il Novecento, raccontato attraverso gli occhi di una ragazza appartenente al popolo rom. Alla parola Olocausto il pensiero corre immediatamente agli ebrei, popolo che più di tutti ha subito perdite e danni, ma molti altri sono state le etnie coinvolte nella “soluzione finale” del Terzo Reich: sono finiti nei campi di lavoro e concentramento anche omosessuali, testimoni di Geova, dissidenti politici di varie fazioni e rom. In particolare, con lucidità, viene affrontata la questione degli esperimenti svolti sui prigionieri da parte dei medici nazisti: pagine dense di atrocità, che mi hanno scioccata perché pur essendo a conoscenza di questi esperimenti non riesco mai a capacitarmi di quanto l’uomo possa essere stato malvagio nei confronti dei suoi simili.

Tra le righe si legge anche il ‘peso’ di essere sopravvissuta all’esperienza di ben due campi di concentramento, mentre molte amiche e compagne non ce l’hanno fatta. C’è la difficoltà di ricominciare a vivere quando si è poco più di uno scheletro rivestito di pelle, quasi senza capelli, un fantasma che cammina sotto gli occhi a disagio dei benestanti svedesi.

L’identità è un altro aspetto molto importante del romanzo: Miriam ha vissuto in Svezia cercando di dimenticare quella ragazzina rom che viveva vicino a Monaco di Baviera ed è stata ad Auschwitz. In Svezia si è ricostruita una vita, buttando via il più possibile i brutti ricordi e gli episodi drammatici vissuti. Eppure, in Svezia Miriam avrebbe potuto tornare quella di prima, palesarsi come appartenente al popolo rom, ma non ha potuto perché con notevole disgusto scopre che il razzismo non è terminato con la chiusura dei campi di concentramento, ma continua anche in Paesi civili come appunto la Svezia.

Così Miriam si è ritrovata nuovamente a negare la sua identità, per proteggersi e per evitare nuovi pregiudizi, pestaggi e difficoltà: ha studiato lo svedese, le buone maniere ed è riuscita a sposare un medico benestante, guardando però sempre con una punta di senso di colpa i rom accampati ai margini della città.

Io non mi chiamo Miriam” è un romanzo scorrevole, intenso, interessante, estremamente coinvolgente che alterna diversi momenti della storia di Miriam senza annoiare mai o confondere il lettore. Un romanzo da leggere per rinfrescarsi la memoria, anche se si tratta di temi non facili da affrontare.

Titolo: Io non mi chiamo Miriam

L’Autrice: Majgull Axelsson

Traduzione dallo svedese: Laura Cangemi

Editore: Iperborea

Perché leggerlo: per non dimenticare una delle peggiori atrocità del Novecento, per realizzare che non solo – purtroppo – gli ebrei furono perseguitati dal nazismo. Per provare a mettersi nei panni di una donna che ha dovuto negare la sua vera identità per tutta la vita

Jaan Kross | Il pazzo dello zar

Nel 1978 viene pubblicato “Il pazzo dello zar” di Jaan Kross (Iperborea, 433 pagine, 19 €) mentre l’Estonia è controllata dall’Unione Sovietica. Quando Kross pubblica quello che oggi viene considerato il suo capolavoro viene condannato a otto anni di prigionia, pena che sconterà nei gulag in Siberia. La stessa sorte toccata a Timotheus von Brock, protagonista del romanzo di Kross, che a causa di scritti compromettenti viene condannato a nove anni di prigione dallo zar in persona.

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Titolo: Il pazzo dello zar

L’Autore: Jaan Kross, poeta e romanziere, è il più conosciuto e acclamato scrittore estone, nominato più volte per il Premio Nobel. Il suo romanzo Il pazzo dello zar è stato tradotto in venti lingue. La maggior parte delle sue opere riflettono la travagliata storia dell’Estonia nel XX secolo, contesa tra la Germania e la Russia.

Traduzione dall’estone: Arnaldo Alberti

Editore: Iperborea

Il mio consiglio: “Il pazzo dello zar” è un romanzo potente, bellissimo, struggente e dagli echi ottocenteschi. E’ una storia di uomini e dei loro sentimenti, del potere delle parole e dell’importanza della libertà

Ho ripreso il manoscritto e l’ho aperto accanto al mio diario. Ho letto finora e a ogni riga mi sono chiesto due volte: non ci sono già qui (come lo zar Alessandro affermava) i segni della follia? E sono giunto a un’inattesa conclusione. Tutto quello che Timo scrive è la pura verità, una verità che se non tutti, molti conoscono. L’errore sta solo nell’uso che lui ne ha fatto. E’ perfino criminale. La ribellione di quegli uomini a dicembre dello scorso anno l’ha dimostrato una volta di più. Ma l’arditezza di Timo è stata, con tutta evidenza, vera pazzia (…) Perché di un uomo si può dire che è folle, ma di un centinaio di persone no. [Il pazzo dello zar, Jaan Kross, trad. A. Alberti]

Nel 1827 dopo nove anni di prigionia Timotheus von Brock può fare ritorno a casa. Provato dalla lunga privazione di libertà, Timo raggiunge l’antica dimora di Võisiku, nel distretto di Viljandi, dove ad attenderlo ci sono sua moglie Eeva, il cognato Jakob e il figlioletto Jüri.

La storia di Timo von Brock e delle sue vicissitudini vengono narrate attraverso gli scritti del cognato Jakob Mettich, sotto forma di diario. Jakob racconta anche di sé e della sorella Eeva: anni prima, infatti, Timo aveva rifiutato di sposare una nobildonna dell’aristocrazia russa, preferendo Eeva la figlia di umili contadini estoni. Assieme a quella di Eeva, Timo von Brock paga anche l’istruzione di Jakob. I due fratelli estoni imparano a leggere, scrivere e parlare le lingue dell’aristocrazia dell’epoca, il russo, il francese e il tedesco.

La vita di Eeva e Timo sembra scorrere al meglio, ma l’incantesimo si spezza quando Timo redige un discoso nel quale, tra le altre cose, insulta lo zar. Sua Maestà non è deciso a perdonare a Timo anche quest’altra stramberia e ordina l’immediata incarcerazione nella fortezza di Schlüsselburg.

Trascorrono nove lunghi anni durante i quali Eeva, moglie fedele che decide di tingersi i capelli di nero per portare un lutto, cerca di andarlo a trovare e di ottenere varie volte la grazia. Grazia che arriva, alla fine, con la sentenza finale: Timotheus von Brock è un pazzo e può tornare a Võisiku, ma non può uscire dai confini dell’Impero russo.

Ma è proprio pazzo, Timo, o è un uomo che ha semplicemente cercato di smuovere le coscienze dell’epoca e ha avuto il coraggio di dire la verità, andando contro ai principi della nobiltà e dello zar in persona?

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Herman Castle, Narva, Estonia (fonte: Zentsik, CC BY-SA 3.0 ee)

“D’altra parte, signori miei, apriamo una buona volta gli occhi: questa nostra tanto decantata cavalleria era ed è una questione che riguarda solo e unicamente noi! Soltanto tra di noi, o nei confronti di coloro che trattiamo da nostri pari, ci comportiamo cavallerescamente. Con gli umili ci siamo comportati finora nel modo più infame!” [Il pazzo dello zar, Jaan Kross, trad. A. Alberti]

Nel libro “Il pazzo dello zar” rivive la figura di Timo, un personaggio realmente esistito, la cui storia è quella di un uomo che ha osato sfidare le convenzioni dell’epoca e ne ha pagato care le conseguenze. Jaan Kross sceglie di romanzare la storia di Timo in un momento in cui l’Estonia è controllata nuovamente dalla Russia, non più zarista ma sovietica. Come ai tempi di Timo, anche durante il dominio sovietico le verità era bene metterle a tacere o si potevano rischiare pesanti punizioni.

I personaggi vengono presentati e descritti con precisione e maestria, con tanto spessore da farli apparire decisamente reali; nei dialoghi si legge quella passione, quell’ardore tipico di un romanzo dagli echi ottocenteschi. “Il pazzo dello zar” è infatti anche un romanzo storico: vengono citati luoghi, situazioni, personaggi quali zar, generali, imperatori europei e vengono descritte epiche battaglie e brucianti sconfitte.

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Riisa bog, Parco Nazionale Soomaa, Estonia (fonte: Olev Mihkelmaa, Wikipedia CC BY-SA 3.0)

Si tratta di un romanzo potente, impegnativo e ricco di informazioni storiche, un libro sul potere delle parole e delle idee, molto più pericolose di tante armi, perché se usate bene le parole possono smuovere le coscienze.

Quando un uomo inizia a ragionare con la propria testa e a dire cose pericolose, non resta altro che mettere a tacere i sovversivi, per gli uomini potenti che vogliono mantenere il controllo. Non resta che incarcerare chi si oppone al regime, chi cerca di aprire gli occhi agli altri: come Jaan Kross, che rievocando la storia di Timotheus von Brock voleva smuovere le coscienze degli estoni messi a tacere dal regime comunista. Ma la verità, anche se con fatica, arriva sempre e con essa arriva la libertà: per Timo è arrivata dopo nove anni di prigionia, per l’Estonia di Kross solo nel 1991. E per fortuna lo scrittore ha fatto in tempo a vederla libera, la sua Estonia.