Maya Angelou | Io so perché canta l’uccello in gabbia

Ho letto un altro romanzo che parla di razzismo, ma ancora oggi abbiamo bisogno di libri come questo? Noi abbiamo bisogno di testimonianze come “Io so perché canta l’uccello in gabbia” di Maya Angelou (Beat edizioni, 237 pagine, 13.90 euro) perché sono convinta che oggi più che mai abbiamo bisogno di rinfrescarci la memoria, dobbiamo comprendere ciò che è stato, ciò che è successo, cercando di far sì che certi episodi abominevoli non accadano più.

6214595_404832Titolo: Io so perché canta l’uccello in gabbia

L’Autrice: Maya Angelou nata a St. Louis (Missouri, USA) è scomparsa nel 2014 all’età di 86 anni. Scrittrice e poetessa, è considerata un baluardo della cultura afroamericana del Novecento. Ha ricevuto diverse nomination al Premio Pulizter e numerosi altri premi. Nel 2011 dalle mani del Presidente Barack Obama ricevette la medaglia Libertà 2010, la più alta onoreficienza civile americana.

Traduzione: Maria Luisa Cantelli

Editore: Beat edizioni

Il mio consiglio: da leggere, è un romanzo che tratta in particolar modo la comunità nera degli anni ’30 e ’40 degli Stati Uniti

L’aridità di Stamps era proprio quello di cui avevo bisogno, senza volerlo né esserne consapevole. Dopo St. Louis, con il suo rumore e la sua frenesia, i camion e gli autobus, e le chiassose riunioni di famiglia, rividi con piacere i vicoli bui e i villini solitari in fondo a cortili in terra battuta. La rassegnazione degli abitanti di Stamps mi esortò a rilassarmi. Si sentivano appagati perché convinti che non avrebbero avuto altro, sebbene avessero diritto a molto di più. Il loro sapersi accontentare delle iniquità della vita rappresentava per me una lezione. Entrando a Stamps, ebbi l’impressione di oltrepassare le linee di confine della cartina per poi precipitare, senza paura, oltre l’orlo del mondo. Non poteva succedere altro, perché a Stamps non succedeva mai niente. Fu in questo bozzolo che mi rifugiai. [Io so perché l’uccello canta in gabbia, citazione pagina 79]

Appena dopo la Grande Depressione, i genitori di Marguerite – detta Maya – e Bailey Junior si separano e i due bambini da St. Louis, Missouri, dove sono nati e cresciuti vengono affidati alle cure di Annie, la religiosissima e severissima nonna materna a Stamps, Arkansas. Annie, detta Momma, gestisce un Emporio nel quartiere nero di Stamps, un luogo dove si può trovare davvero di tutto, dai cibi in scatola alle lampadine. Assieme a Momma abita lo zio Willie, un ragazzo storpio che aiuta come può la madre nell’Emporio. Marguerite e Bailey Jr. iniziano la loro nuova vita in una città del Sud degli Stati Uniti, un luogo dove la segregazione è assoluta: scuole, autobus, medici, quartieri soli per neri e viceversa solo per bianchi. Gli anni Trenta sono anni difficili, c’è ancora la Crisi tra le genti del Sud, ma non per Momma che grazie all’Emporio e ai prestiti che concede sia ai bianchi che ai neri riesce a tirare avanti dignitosamente.

L’infanzia di Maya è costellata di eroi e persone cattive. Attraverso gli occhi di una bambina viene ricostruita la condizione dei neri all’epoca: gli eroi per Maya sono gli uomini e le donne che lavorano senza sosta nei campi di cotone, mentre le persone cattive sono i ragazzi bianchi del Ku Klux Klan che spaventano lo zio Willie e lo costringono a nascondersi nel letamaio per sfuggirgli.

Col tempo, Maya apprende con dolore le differenze tra i bianchi e i neri: i bianchi hanno case più belle, scuole migliori, autobus più efficienti, medici più preparati e a portata di mano. Maya si ritroverà a percorrere ottanta chilometri in autobus per andare da un medico nero, poiché il dentista bianco di Stamps preferirebbe curare i denti di un cane anziché le carie di un nigger. Ma imparerà che anche della sua gente non può fidarsi, perché il vero orrore arriverà non da un bianco bensì dal compagno nero della madre, un uomo cattivo che a St. Louis – quando i due fratelli torneranno per un breve periodo a casa della madre – approfitterà della piccola Maya.

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“Strade a St. Louis” Joe Jackson (1933), pittore americano contemporaneo.

Io so perché canta l’uccello in gabbia” è un romanzo importante e potente, è una storia che potrebbe sembrare lontana ma drammaticamente attuale. Il punto di forza del romanzo di Maya Angelou è proprio quello di raccontare la sua vita utilizzando il filtro dell’infanzia e concentrandosi sulla condizione della sua gente. I bianchi sono ai margini, e quelli che compaiono nel romanzo sono totalmente disinteressati alla condizione dei neri ma sempre pronti a ferire con le parole.

Una delle scene chiave è infatti quella della consegna dei diplomi. Maya finalmente si sta diplomando a Stamps, dopo anni di sforzi e sacrifici, intervallando il lavoro con lo studio. Per Maya il giorno del diploma dovrebbe essere il più bello della sua vita: Bailey Jr., Momma e zio Willie dovrebbero essere orgogliosi di lei. Ma sul palco a tenere il discorso della cerimonia salgono due bianchi, e le parole che sputano sono più taglienti di mille lame.

La cerimonia, il momento magico e riservato, tutto trine, regali, congratulazioni e diplomi, per me era terminata prima che chiamassero il mio nome. I risultati non contavano niente. Disegnare cartine precisissime, con inchiostro di tre colori diversi, imparare a pronunciare e scrivere parole di dieci sillabe, mandare a memoria Lucrezia violata per intero, tutto inutile. Donleavy ci aveva smarcherato. Eravamo cameriere e contadini, tuttofare e lavandaie, e qualsiasi nostra aspirazione a qualcosa di più era farsesca e arrogante. Avrei voluto che Gabriel Prosser e Nat Turner avessero ucciso tutti i bianchi nei loro letti, che Abramo Lincoln fosse stato assassinato prima di firmare la proclamazione di emancipazione degli schiavi, che Harriet Tubman fosse morta per quel colpo alla testa e Cristoforo Colombo annegato sulla Santa Maria. Era terribile essere nera e non avere alcun controllo sulla propria vita. Era brutale essere giovane e già addestrata a stare seduta in silenzio ad ascoltare le accuse rivolte alla mia razza senza potermi difendere. Avremmo dovuto essere tutti morti. [Io so perché l’uccello canta in gabbia, citazione pagina 150]

Forse è proprio in questo momento che Maya si rende conto che la loro condizione difficilmente cambierà, ma non è intenzionata ad arrendersi senza combattere: lasciando la sofferenza e il dolore alle spalle, reagirà con orgoglio e costruirà la propria vita, per quanto le difficoltà le sembrino insuperabili e anche se tutti sembrano pronti remarle contro.

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