Marilynne Robinson | Gilead

Ammesso che tu abbia qualche ricordo di me, mi capirai meglio grazie a quello che ti sto raccontando. Se potessi guardarmi con gli occhi di un uomo fatto anziché con quelli di un bambino, noteresti senz’altro in me un che di crepuscolare. Mentre leggi queste pagine, spero tu capisca che quando parlo della lunga notte che precedette questi miei giorni di felicità, più che la sofferenza e la solitudine ricordo la pace e il conforto: sofferenza, certo, ma mai senza conforto; e solitudine, ma mai senza pace [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Gilead” di Marilynne Robinson (trad. Eva Kampmann, Einaudi, 257 pagine, 12 €), scritto nel 2004 e vincitore del Pulizer Prize of Fiction 2005, è il primo volume di una trilogia incentrata sugli abitanti di Gilead, immaginaria cittadina rurale del Midwest americano. “Gilead” si svolge nel 1957 ed è incentrato sulla figura del reverendo John Ames, la voce narrante.

Il reverendo John Ames ha quasi settantasette anni e sente di essere prossimo alla morte. Sapendo che non avrà la possibilità di veder crescere suo figlio, decide di scrivergli una lettera diario.

Nella lettera s’intrecciano personaggi, luoghi ed episodi che riaffiorano dai ricordi del reverendo Ames. Storie che si legano l’una con l’altra, come i rami nodosi di una vecchia quercia, e che vanno a comporre un preciso ritratto di Ames, dai suoi sentimenti alle sue paure, dai suoi dubbi alla sua umiltà.

Quando ero piccolo, la gente credeva che fossi più grande e spesso pretendeva da me di più – più buonsenso, di solito – di quanto fossi in gredo di tirar fuori all’epoca. Divenni molto bravo a fingere di capire, un’abilità che mi è servita ad andare avanti nella vita. Ti dico questo perché coglio che tu ti renda conto che sono tutt’altro che un santo (…) Godo di molto più rispetto di quanto non meriti [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Parla della sua famiglia originaria del Maine ma vissuta in Kansas, di sé stesso, del suo rapporto con la religione e il sacerdozio, delle rare amicizie, dell’amore che prova per la moglie e per il figlio, il tutto descritto con struggente sentimento e commozione. Ciò che il reverendo John Ames ha vissuto è stato filtrato attraverso i suoi occhi e il suo cuore di pastore di anime, è un uomo che ha sempre rispettato il prossimo, che ha perdonato chi ha sbagliato e che si è privato dei suoi magri guadagni per aiutare chi era in difficoltà.

Andrew Wyeth (1943)

Il reverendo Ames descrive suo nonno, John Ames a sua volta sacerdote, un uomo dai modi coloriti che sosteneva i Free Soiler ad affermare il diritto al voto schierandosi come antischiavista, dichiarandosi a favore della guerra per liberare gli schiavi, e richiamava i fedeli in chiesa sparando un colpo di pistola in aria. Scrive di suo padre, John Ames anch’esso uomo di religione, pacifista convinto e spesso in conflitto con il padre, eppure sempre pronto al perdono, tanto da scendere in Kansas con il figlio adolescente per cercare la tomba di suo padre John Ames: durante gli ultimi anni della sua vita, il vecchio Ames era tornato in Kansas a predicare e da laggiù non era mai tornato.

Mio padre nacque in Kansas, come me, perché il vecchio si era spinto fin laggiù dal Maine col solo scopo di aiutare i Free Soiler ad affermare il diritto al voto, in quanto si doveva votare sulla costituzione che avrebbe deciso se il Kansas sarebbe entrato a far parte dell’Unione degli Stati Uniti come stato schiavista o antischiavista (…) ovviamente, molti abitanti del Missouri che volevano annettere il Kansas al Sud fecero la stessa cosa. Perciò, per un certo periodo la situazione fu completamente fuori controllo. Un’esperienza da dimenticare, diceva mio padre. Non gli piaceva sentir accennare a quei tempi, e questo fatto fu causa di rancori tra lui e il genitore [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Descrive la sua gioventù spensierata con le marachelle combinate con l’amico Robert Boughton, l’ammirazione smisurata per il fratello maggiore Edward, uomo con teorie e idee contrapposte a quelle del padre; racconta della piccola Louise, una bambina con le trecce che da adulta diventerà sua moglie, ma disgraziatamente perirà in seguito al parto di Rebecca, la loro sfortunata primogenita.

Il reverendo Ames descrive gli anni solitari dopo essere diventato vedovo, le serate infinite, le pie donne di Gilead sempre pronte a fargli trovare un pasto caldo; dopo le bravate giovanili, anche Boughton è diventato un sacerdote e nella lettera diario vengono riportate molte costruttive discussioni a sfondo religioso con l’amico sacerdote Boughton. Intere pagine vengono riservate al rapporto tra il sacerdote Boughton e suo figlio, John Ames “Jack” Boughton, pecora nera della famiglia Boughton e figlioccio del reverendo John Ames.

Uno dei personaggi più interessanti, benché sia il più silenzioso ed elusivo, è Lila, la giovane moglie del reverendo Ames, descritta con una delicatezza incredibile. Nella lettera, il reverendo Ames usa solo parole commoventi per raccontare l’attimo in cui ha conosciuto la donna che sarebbe diventata la sua seconda moglie, incontrata nel 1947, durante una funzione. Il reverendo è immediatamente attratto da Lila, egli capisce che quella donna rappresenta qualcosa di unico e la avvicina, invitandola al circolo biblico.

Pian piano la donna si avvicina alla religione, impara a vivere assieme alle persone e diventa una voracissima lettrice. Lila ha un passato turbolento, del quale il reverendo non scrive molto. Durante una lumiosa giornata, mentre sono in giardino, la donna propone al reverendo di sposarla.

Cominciò a venire a casa mia insieme ad alcune delle altre donne per prendere le tende da lavare, o sbrinare la ghiacciaia. E poi cominciò a venire da sola per prendersi cura del giardino. Lo fece diventare bellissimo e rigoglioso. E una sera, quando la trovai là, vicino alle splendide rose, le chiesi: – Come potrò sdebitarmi di tutto questo? E lei mi rispose: – Dovrebbe sposarmi – . E lo feci. [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Andrew Wyeth (1963)

Ma la gioia più grande per il reverendo Ames è la nascita del figlio. È ormai anziano, Ames, ha quasi sett’anni quando diventa padre: è felice ma allo stesso tempo la paura di morire prima che al piccolo restino ricordi di lui. Nel descrivere i momenti della loro vita quoditiana, si percepisce un amore fortissimo e straordinario, un sentimento profondo, autentico, emozionante.

Tu e tua madre eravate seduti sul dondolo, avvolti in una trapunta. Lei ha detto: – Forse questa è l’ultima serata mite -. Mi ha fatto posto al suo fianco, mi ha sistemato la trapunta sulle ginocchia e ha appoggiato la testa sulla mia spalla (…) E così siamo rimasti seduti al buio per un po’, tu più o meno addormentato mentre tua madre ti carezzava i capelli [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Per il figlio, il reverendo Ames è disposto a tutto, anche a giocare con lui nonostante gli accacchi dell’età e mentre lo tiene in braccio prega per il suo futuro, per lui augura solo il meglio. Non ci sarà, accanto a lui, gli anni che li dividono sono troppi e il tempo scorre fin troppo in fretta; ma il reverendo prega affinché il figlio diventi un uomo intelligente, buono e misericordioso.

Pregherò per tu diventi un uomo coraggioso in un paese coraggioso. Pregherò perché tu trovi un modo per renderti utile [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Come avrete intuito dalla mia recensione, “Gilead” è un romanzo che mi è piaciuto moltissimo, che mi ha emozionata, commossa e colpita. Le vicissitudini dei pochi personaggi legati alla cittadina di Gilead sono filtrate dagli occhi e dai sentimenti del reverendo Ames, che restituisce al lettore un ritratto unico di alcuni abitanti della cittadina del Midwest degli anni Cinquanta. Lo stile di Marilynne Robinson è coinvolgente, studiato nei minimi dettagli, ogni parola usata è calibrata, nulla è lasciato al caso o allo sproposito. I personaggi, pochi appunto, sono caratterizzati con un dettaglio incredibile e vengono indagati in profondità, presentati con le loro paure e sicurezze, certezze e debolezze.

Solo un personaggio è evanescente, pur raccontandone le gesta. È il figlio di Amese e Lila, il bambino di sette anni che rappresenta la gioia del padre, ma non viene descritto in quanto bambino, bensì immaginato dall’anziano padre quando sarà un vecchio.

(…) quando sarai vecchio come me, forse ti verrà in mente di scrivere una sorta di resoconto personale, come sto facendo io (…) Perché mi piace pensarti vecchio? Quella prima fitta dell’artrite nel tuo ginocchio la immagino con tutta la tenerezza di quando mi ha mostrato il tuo dente dondolante. Sii assiduo con le tue preghiere, vecchio mio [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Eppure, benché possa sembrare che “Gilead” parli di morte – da quella del nonno a quella repentina della voce narrante – io in questo romanzo ho trovato la vita e la speranza, tanta speranza, la fiducia nel futuro e la certezza che tutti possiamo cambiare in meglio.

Andrew Wyeth (1998)

La vita del figlio che continuerà e che un giorno diventerà adulto; la speranza e la fiducia in un futuro radioso per tutti; e la certezza che se si vuole, se si lavora duramente, si può cambiare. Potrà cambiare Jack Bougthon come è cambiata Lila quando ha incontrato il reverendo Ames. Ma questo lo scoprirò solo ritornando a Gilead, ritornando a casa.

Titolo: Gilead
L’Autrice: Marilynne Robinson
Traduzione dall’inglese: Eva Kampamann
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché Gilead è come una trapunta calda quando a settembre iniziano le prime serate fredde. Perché racconta un’America rurale che esiste solo più nei ricordi, o nelle lettere polverose che si disfano se le si legge. Perché il reverendo Ames, col suo gran cuore, è uno dei personaggi più belli e meglio riusciti incontrati nei tanti romanzi americani che ho letto.
Acquista: formato brossura

(© Riproduzione riservata)

 

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Evan S. Connell | Mrs Bridge

Nei libri ci sono altri libri, si dice, e certamente se non fosse stato per il romanzo “Nessuno scompare davvero” di Catherine Lacey io, probabilmente, non avrei mai letto “Mrs Bridge” di Evan S. Connell (trad. G. Boringhieri, Einaudi, 227 pagine, 12,00), perdendomi così un libro brillante, a tratti divertente ma anche molto riflessivo e profondo.

Si chiamava India, un nome a cui non riuscì mai ad abituarsi. Aveva il sospetto che i suoi genitori, nel darglielo, avessero avuto in mente un’altra persona. O forse avevano sperato di avere una figlia diversa. Da bambina era stata più volte sul punto di indagare, ma il tempo era passato e non l’aveva mai fatto. Da ragazza le era capitato spesso di pensare che se la sarebbe cavata benissimo anche senza marito, e terminati gli studi questa convinzione aveva prevalso per alcuni anni, con grande pena di suo padre e sua madre. Fino ad una sera d’estate e a un giovane avvocato di nome Walter Bridge [Mrs Bridge, Evan S. Connell, trad. G. Boringhieri]

È India Bridge la protagonista del romanzo di Evan S. Connell, una donna americana che di particolare ha solo il nome di battesimo. Mrs Bridge è una donna bella, ma non troppo, ed è decisamente normale: sposata con un avvocato – che non si tira indietro nel fare gli straordinari -, hanno tre figli, Ruth, Carolyn e Douglas, e vivono in una bella casa con tanto di servitù di colore a Kansas City, tra gli anni Venti e la fine degli anni Quaranta del Novecento.

Mrs Bridge ha diverse amiche, alcune molto acculturate, quindi spesso si fionda in biblioteca e si impone di leggere libri impegnativi per farsi un’opinione; ma è il marito a dirle come votare e quando Mrs Bridge cerca di emanciparsi, si scoraggia perché non è mica semplice votare di testa propria. Prova ad imparare lo spagnolo, inizia un corso di pittura che non porta a termine, va a vedere film d’essai che puntualmente non capisce.

India Bridge frequenta malvolentieri gli amici del marito, ricchi e facoltosi, ma appare sempre felice quando è ora di iniziare la cena; organizza cocktail party in casa tirando fuori dai cassetti gli asciugamani degli ospiti che gli invitati non toccheranno per non rovinarli. Cerca di educare i figli con principi sani, ma spera che l’amicizia tra Carolyn e la figlia nera del giardiniere finisca presto; insegna ai figli come risparmiare e non sciupare nulla, ma quando si annoia corre a fare shopping o a mangiare dolci al Plaza, il ristorante più rinomato di Kansas City.

Mentre i figli crescendo capiscono sempre meno la loro madre, in particolare Ruth che addirittura sceglie – giovanissima – di andare a vivere da sola a New York, Mr Bridge sta sempre accanto alla moglie, confortandola nei momenti difficili, e anche se pare a volte assente, Walter è capace di slanci d’affetto sorprendenti, come regalarle un viaggio in Europa oppure donarle rose rosse dopo aver fallito una prova di cucina.

Eppure, nonostante la vita agiata, la casa di proprietà, il marito affettuoso e i figli sani, Mrs Bridge soffre di nostalgia, di rimpianti, di cose non dette o non fatte, di tristezza che giunge all’improvviso e sembra rallentare ancora di più il corso del tempo.

“Stanza a New York” Edward Hopper (1932)

L’album di fotografie le regalava molte ore serene. Lì ritrovava i suoi figli, e con loro anche suo marito. Una foto lo ritraeva in pieno sole, con una mano appoggiata al parafanghi della nuova Reo e Carolyn a cavalcioni sulle spalle. E in un’altra c’era Douglas, che mostrava orgoglioso la mazza da baseball (…) E poi c’era Ruth, in posa con il suo primo paio di scarpe con i tacchi alti (…) Mrs Bridge rimpiangeva di non aver scattato più fotografie (…) rievocavano tutto ciò che aveva conosciuto più intimamente, e più profondamente aveva amato [Mrs Bridge, Evan S. Connell, trad. G. Boringhieri]

Mrs Bridge” è un libro che mi è piaciuto e mi ha coinvolta, mi ha fatta sorridere e allo stesso tempo riflettere. La quotidianità  della famiglia Bridge – in particolare di India Bridge – è raccontata in terza persona attraverso 117 episodi, che non occupano mai più di un paio di pagine. Gli episodi, tutti rigorosamente in ordine temporale, riescono nella loro brevità a regalare dei veri e propri flash ai lettori sulla vita e sulle emozioni provate da India Bridge.

Evan S. Connell ha creato un personaggio originale, pieno di difetti e virtù, ma anche di paure e di ansie, di slanci d’amore e di momenti di notevole sconforto; Mrs Bridge è una donna che ama la sua famiglia, per la quale farebbe davvero tutto, ma nel suo intimo è spesso incostante – i corsi che comincia e non finisce -, si annoia quando i figli diventano adulti e non sa come trascorrere le giornate, corre spesso senza meta, con il solo obiettivo di far passare il tempo; ed è guardandosi indietro che Mrs Bridge vede che non ha mai vissuto la sua vita per se stessa, ma unicamente per compiacere gli altri.

Un romanzo ottimo, audace e decisamente intimo che consiglio vivamente a chi ama la letteratura americana e quei personaggi tratteggiati talmente bene da apparire perfettamente reali.

“Anziani coniugi con il cane a Cape Cod” Edward Hopper (1939)

Titolo: Mrs Bridge
L’Autore: Evan S. Connell
Traduzione dall’inglese: Giulia Boringhieri
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: per sorridere, per riflettere, per meditare sul senso delle vite di chi passa le proprie unicamente per far felici gli altri

Jens Christian Grøndahl | Spesso sono felice

Ho scoperto il nuovo romanzo di Jens Christian Grøndahl “Spesso sono felice” (trad. E. Kampmann, Feltrinelli, 103 pagine, 12 €) sui social network, precisamente sulla pagina facebook de I Boreali – Nordic Festival; la copertina essenziale e il titolo romantico mi hanno incuriosita e una volta letta la trama, che presupponeva un romanzo nostalgico e malinconico, ho deciso di leggerlo.

spessosonofelice

Adesso è morto anche tuo marito, Anna. Tuo marito, nostro marito. Mi sarebbe piaciuto che riposasse accanto a te, ma tu hai già due vicini di posto, un avvocato e una signora seppellita un paio di anni fa. Quando arrivasti tu, l’avvocato c’era già da parecchio tempo. Ho trovato un lotto libero per Georg nella fila successiva; dalla tua tomba si vede il dietro della sua lapide. Ho scelto l’arenaria, nonostante il marmista mi abbia detto che risente delle intemperie. E allora? Il granito non mi piace. I gemelli invece lo avrebbero preferito, su questo punto una volta tanto erano d’accordo [Spesso sono felice, Jens Christian Grøndahl, trad. E. Kampmann]

Ellinor è una donna di settant’anni, determinata e decisa, convinta di sapere come vuole trascorrere questi ultimi anni che le restano; dopo la morte del secondo marito, Georg, Ellinor vende la grande casa senza quasi interpellare i gemelli, figli di Georg e di Anna la prima moglie di lui, e decide di tornare a vivere nel quartiere di Copenaghen dove viveva da bambina, Amerikavej.

I gemelli Stefan e Morten, piccati dalla scelta di vendere la proprietà, cercano di dissuadere Ellinor e ci prova anche Mie, l’insopportabile e dispotica moglie di Stefan; Ellinor, però, non vuole altro che vivere in quel quartiere e guardare dalle finestre la vecchia casa dove visse con la madre.

La vita di Ellinor, benché lei l’abbia sempre affrontata con ottimismo e determinazione, non è sempre stata facile. Tre eventi hanno interessato la vita di Ellinor, stravolgendola per sempre: la scoperta dell’identità di suo padre, il tradimento da parte del suo primo marito e un terribile incidente mortale occorso sulle Dolomiti molti anni prima.

Ellinor racconta tutto questo, con un tono malinconico ma striato di positività, sotto forma di lettera ad Anna danese di origini italiane, la sua amica scomparsa moltissimi anni prima. E’ attraverso queste righe che Ellinor traccia un preciso bilancio della sua esistenza, raccontando all’amica tutto ciò che è successo dopo la sua drammatica e prematura morte.

L’amore era. Non è più? Sì, che è, muore con l’uomo, ma per quanto tempo potrà svolazzare per conto suo, tendersi nella stanza vuota cercando di acchiappare i granelli di polvere in un raggio di sole? A che punto si trasforma nel ricordo di un sentimento, e non è più il sentimento stesso? (…) Finii con l’amare Georg al posto tuo, e non avrei mai immaginato neanche questo, ma di qui a continuare a vivere in casa sua, senza di lui? Per qualche motivo mi pare inconcepibile, e vorrei capire perché [Spesso sono felice, Jens Christian Grøndahl, trad. E. Kampmann]

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Canale Nyhavn, Copenhagen (fonte: Benjamin Janecke, Wikipedia Commons CC BY-SA 3.0)

 Ho apprezzato il romanzo di Jens Christian Grøndahl in modo particolare perché è essenziale e in pochissime pagine riesce a raccontare avvenimenti e sentimenti; un romanzo come questo avrebbe potuto benissimo svilupparsi per trecento pagine, ma Grøndahl sceglie di essere incisivo senza allungare troppo la storia. In poche righe concentra emozioni, descrizioni, sentimenti e questo per me è un valore aggiunto. Una delle più belle storie d’amore contenute in questo libro viene raccontata in poco meno di dieci pagine, quando con un’idea come quella si sarebbe potuta sviluppare per almeno cinquanta o settanta pagine.

Oltre ad essere essenziale, la scrittura di Grøndahl è delicata, lieve e molto poetica. E malinconica, logicamente, trattandosi a tutti gli effetti di una lunga lettera scritta per Anna, l’amica di Ellinor scomparsa da giovane.

Nella lettera di Ellinor vi sono appunto dei segreti personali, dalla scoperta dell’identità del padre a quella del tradimento del suo primo marito e benché l’idea di raccontare il tutto attraverso una lettera non sia un espediente narrativo originale, la vicenda funziona benissimo, e la storia diventa via via sempre più appassionante.

Ellinor è una donna decisa, intraprendente, che nonostante le difficoltà della vita non si è mai arresa, descritta magistralmente nell’intimo, emerge è un personaggio a tutto tondo che spicca notevolmente per la sua voglia di indipendenza.

Spesso sono felice” di Jens Christian Grøndahl è un buon romanzo che ho apprezzato molto e che fa riflettere sul tempo che passa e che lava via discordie e rancori, ma che acuisce la potenza dei segreti taciuti per troppo tempo; fa riflettere su cosa resterà di noi quando non ci saremo più, chi si occuperà delle persone che abbiamo lasciato e chissà se qualcuno prenderà “il nostro posto” nel nostro piccolo mondo.

Titolo: Spesso sono felice
L’Autore: Jens Christian Grøndahl
Traduzione dal danese: Eva Kampmann
Editore: Feltrinelli
Perché leggerlo: il romanzo è un’emozionante storia di amori, relazioni famigliari e segreti personali, perfetta per chi cerca un libro essenziale scritto in modo incisivo e delicato

Mary Costello | Academy Street

Il romanzo “Academy Street” di Mary Costello (Bollati Boringhieri, trad. Maya Guidieri Berner, 179 pagine, 16 euro) racconta con delicatezza la storia di Tess, una ragazza irlandese che a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 lascia la natia Irlanda per seguire la zia Molly e sua sorella Claire, già abbagliate dal sogno americano. E’ leggendo la storia di Tess, con le sue insicurezze e le sue paure, che la mia mente è volata ad inizio secolo e ho di nuovo ripensato ai miei bisnonni catapultati in America.

9788833926049Titolo: Academy Street

L’Autrice: Mary Costello è nata a Galway e oggi vive e lavora a Dublino. Academy Street è stato finalista al Costa First Novel Award 2014 come opera prima

Traduzione: Maya Guidieri Berner

Editore: Bollati Boringhieri

Il mio consiglio: per chi cerca un romanzo con una protagonista sensibile e un po’ timorosa di sbagliare, per chi vuole approfondire i temi dell’emigrazione e dei bigottismo degli anni Sessanta e Settanta

Nei mesi che seguirono, pian piano Tess si adattò al ritmo della città, agli accenti, alle strade che s’intersecavano a griglia, alla metropolitana, ai volti di colore sui marciapiedi, alle sirene di notte, ai negozi a buon mercato stracolmi di merce d’ogni sorta, e ai palazzi che spuntavano come funghi dagli spiazzi nelle strade. Si abituò alle parole nuove: pocket-book, meatloaf, lima beans, Jell-O, al gusto del caffé, ai vestiti attillati, ben rifiniti e poco costosi. All’abbondanza di ogni cosa. [Academy Street, Mary Costello, cit. pagine 65-66]

Nel 1944 ad Easterfild, Irlanda, la piccola Tess conosce per la prima volta il dolore: la sua amata madre muore a causa di un’epidemia di tubercolosi. Il resto della famiglia di Tess si salva, due fratelli, tre sorelle e un padre severo e di poche parole. Anni dopo, la zia Molly invita i ragazzi a raggiungerla a New York, perché a detta sua l’America è la terra in cui tutti possono diventare qualcuno. E’ Claire, una delle sorelle di Tess, a lanciarsi per prima al di là dell’oceano, inviando a casa una serie di lettere entusiaste nelle quali invita anche gli altri a raggiungerla. Tess nel frattempo è diventata infermiera, e nel 1962 lascia il lavoro sicuro all’ospedale di Dublino e vola negli Stati Uniti.

Nonostante la presenza di zia Molly e Claire, Tess percepisce la solitudine che prova solo chi lascia il proprio piccolo paesino alla volta di una città immensa dove non si conosce nessuno. La giovane Tess trova lavoro in un ospedale, inizia a conoscere i componenti della comunità irlandese in America, e trova casa con Anne, una sua collega, in un appartamento al numero 471 di Academy Street. Ed è grazie ad Anne, Tess incontra David, anche lui un immigrato irlandese, del quale Tess si innamora perdutamente. Ma dopo una brevissima relazione – forse mai iniziata se non agli occhi di Tess – David sparisce, dopo una giornata bellissima trascorsa sulla spiaggia di Coney Island.

Lontani dalla portata degli altri, si muovevano in perfetta sincronia, due creature di mare fredde, radiose, splendenti. Nuotarono fino al largo, in acque profonde e a tratti gelide. Ebbe l’impulso di stringerlo tra le gambe e cavalcare la sua schiena, giù nell’oscurità dell’abisso. [Academy Street, Mary Costello, cit. pagina 81]

Sono gli anni ’60, infuria la guerra in Vietnam, il Presidente Kennedy viene assassinato a Dallas e Tess scopre di essere incinta. Assalita da molti dubbi, soprattutto riguardo alla sua condizione di ragazza madre, è indecisa se tenere o dare in adozione il bambino. La sorella Claire dal New Jersey si sposta in California, l’amica Anne si è sposata e Tess si ritrova da sola nell’appartamento di Academy Street, anche se nello stesso palazzo fa conoscenza con una donna nera di nome Willa, colei che diverrà non solo la sua vicina di casa ma anche una vera amica, una confidente su cui contare. Di tornare in Irlanda non se ne parla, come potrebbe essere la vita di una ragazza madre in Europa?

Una sera, in metropolitana, provò ad immaginare come sarebbe stata la sua vita in Irlanda. Pensò a giornate piatte e sempre uguali, a un’esistenza immobile e stagnante, e si sentì oppressa da una coltre di noia greve e paralizzante. Là, in Irlanda, non avrebbe mai potuto tenere Theo. Le sembrava un luogo senza speranza, privo di sogni, o dove era proibito averne. Qui invece la vita poteva essere vissuta a un ritmo più intenso, più autentico. [Academy Street, Mary Costello, cit. pagina 115]

Academy Street” è un romanzo che ho preso quasi per caso in biblioteca: mi piacevano il titolo e la copertina, quella donna seduta sulle scale che legge un giornale tutta assorta e illuminata dal sole. Quando nella quarta ho letto che raccontava una storia di una ragazza irlandese divisa tra la terra natia e la terra dei sogni, ho deciso di leggerlo. La sorpresa è stata che non mi aspettavo un romanzo così bello e coinvolgente, avevo timore che fosse un semplice romanzo d’intrattenimento, mentre è davvero qualcosa di più.

Tess rappresenta tutti coloro che a malincuore lasciano la terra natale alla volta dell’ignoto, nel caso di Tess abbandona l’Irlanda per andare a vivere a New York, una ragazza di campagna che va a finire in una grandissima metropoli quasi tentacolare. Tessi pur non avendo problemi con la lingua parlata negli Stati Uniti, si sente sola e sconfortata, all’inizio, e si lega fortmente alla comunità irlandese e ovviamente cerca rifugio nelle due figure che conosceva già, la zia Molly e sua sorella Claire.

C’è poi l’aspetto dell’essere una ragazza madre negli anni Sessanta: Tess non rivela a nessuno il nome del padre, e quando spiega la sua condizione alla zia Molly, questa si indigna e l’accusa di aver combinato un guaio, come se fosse solo colpa di Tess e non del compagno scomparso. Infine, emergono la bellissima amicizia tra Tess e Willa, la sua vicina di casa in Academy Street e nel romanzo si percepisce il costante bisogno di Tess si essere amata.

Mary Costello ha preso in prestito alcuni fatti della sua famiglia per scrivere questa tenera storia d’amicizia, d’amore e di solitudine, dove Tess è un po’ tutti noi quando veniamo sradicati dal nostro contesto e mandati in un luogo a noi sconosciuto.

Mattia Signorini | Le fragili attese

Mi piacciono molto i romanzi ambientati nelle osterie, nelle pensioni o nei bar. Insomma, nei luoghi di ritrovo dove si incontrano persone che hanno qualcosa da raccontare, anche se ci si ritrova a parlare a perfetti sconosciuti. Perché credo che ogni essere umano abbia una storia da raccontare, un evento da condividere, bello o brutto che sia, con gli altri ospiti in attesa con lui.

Le fragili attese” di Mattia Signorini (Marsilio, pagine 249, 17 euro) racconta l’intrecciarsi di storie di vita degli ultimi ospiti della Pensione Palomar, una vecchia e piccola realtà sopravvissuta all’urbanizzazione selvaggia della periferia di Milano.

Titolo: Le fragili attese

L’Autore: Mattia Signorini è nato a Rovigo (Veneto) nel 1980. Nella sua carriera ha pubblicato diversi romanzi ed è stato finalista del Premio Stresa. E’ tradotto in Europa, America e Israele.

Editore: Marsilio

Il mio consiglio: è un libro bellissimo e perfetto per chi ama gli aneddoti raccontate da gente comune, che all’apparenza non hanno nulla di speciale mentre in realtà sono dei contenitori di storie e di vite incredibili

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I pomeriggi, alla Pensione Palomar, passavano lenti, nell’attesa. Italo si chiedeva spesso, oramai vicino agli ottant’anni, se anche la sua vita, come quei pomeriggi, non fosse stata altro che una lunga, fragile attesa; il tentativo riuscito di tenere nascosti sotto la sabbia i suoi scrigni di vetro. Si attende che la vita faccia un passo e la pianti di stare in bilico, pericolante, su se stessa. Si attende qualcuno, o qualcosa, che prenda tutti i silenzi e lasciandoli cadere, quasi per sbaglio, li mandi in frantumi [Le fragili attese, Mattia Signorini, citazione pagina 60]

Nel 1952 il giovane Italo giunge a Milano per cercare lavoro in una di quelle grigie e anonime fabbriche che sputano fumo tutto il giorno. Si è lasciato alle spalle la sua terra martoriata dall’acqua, il Polesine, e la sua famiglia distrutta da una serie di eventi infausti che gli hanno provocato grandi dolori. Italo per cercare di colmare il vuoto lasciato dall’assenza dei suoi cari, prende un treno e giunge a Milano, una città tentacolare in piena espansione. Alloggia in un dormitorio a buon prezzo ma molto spartano: bagni in comune, stanze umide e buie, acqua calda a singhiozzo. Dopo i primi giorni nella vana attesa di un colloquio per entrare in una delle fabbriche grigie, Italo decide che non vuole trascorrere quaranta o cinquant’anni incollato ad una macchina in un’industria, come un automa, ma preferisce un lavoro a contatto con la gente.

Con i risparmi di una vita intera, riscatta il dormitorio, lo restaura e decide di aprire una pensione a buon prezzo per i disperati che giungono a Milano in cerca di fortuna. Con una lieve vena di romanticismo, Italo chiama la sua pensione Palomar, come il grande telescopio americano che scruta il cielo dal 1948.

La Pensione Palomar aveva tutta l’aria di un posto di passaggio, simile a una piccola stazione di paese ficcata in mezzo alla campagna. Eppure intorno tutto era città. Agglomerati di cemento, strade lunghe chilometri, palazzi alti da non vederne la fine. Con i suoi due piani, vecchia come molte vite, se ne stava lì a testimoniare un tempo che non era più. Anche Italo, a prima vista, dava l’idea di uno che non ha niente a che fare con il tempo presente. Sembrava uscito da una foto in bianco e nero, ingiallita, una di quelle foto che si trovano ai mercatini dell’antiquariato, in mezzo a decine di altre, che fanno saltare in testa a tutti i passanti la stessa domanda, Quelle persone lì, chi sono?, e ognuno, per conto suo, si inventa una storia, decide a chi appartengono quelle vite, perché p ciò che si fa, quando non si conosce una storia, non resta che inventarsene una [Le fragili attese, Mattia Signorini, citazione pagine 40-41]

Nel corso degli anni, molte vite si sono avvicendate nella piccola Pensione Palomar, Italo ha ascoltato tante storie, tanti racconti; ha immaginato i luoghi di cui i suoi ospiti parlavano e con discrezione dava loro qualche consiglio, usando sempre pochissime parole.

Ma ora, a distanza di quasi cinquant’anni, Italo è stanco e decide di chiudere la Pensione Palomar. La data di chiusura è fissata per il 26 novembre 1999: Italo e la sua domestica Emma sono ormai anziani e molto stanchi, gli ultimi ospiti che alloggeranno alla Pensione Palomar occuperanno quasi tutte le stanze disponibili. C’è Guido, un professore di inglese che ha perduto la cattedra e ora prepara (pessimi) cappuccini in un bar; c’è Ingrid, che un tempo è stata arpista ma ora lavora come commessa in un supermercato e condivide la sua solitudine con uomini sconosciuti; c’è il generale in pensione Adolfo Trento, che attende di rivedere i suoi figli; c’è Lucio, che spera di trovare il coraggio di incontrare di nuovo suo padre. E poi c’è Italo, che mentre getta un oggetto nella spazzatura, scopre una scatola colma di lettere d’amore scritte tra gli anni Cinquanta e Novanta da una donna che si firma come S.

16 Settembre 1998 Caro, […] Non ci rendiamo mai conto di cosa stiamo diventando. Succede tutto in un momento. È come se la vita bussasse alla nostra porta, mentre prima se ne stava comodamente sulla soglia, senza disturbare, e d’un tratto ci dicesse: sto passando. Ci rimangono da vivere molti meno anni di quelli che abbiamo già vissuto. E quelli che abbiamo vissuto, li abbiamo trascorsi senza nessuna intensità. Io e te siamo come quella spiaggia con pochi bagnanti, e con gli ombrelloni rimasti chiusi, in attesa di essere accatastati in un ripostiglio per l’inverno. Spero ci sarà concessa un’estate intera, da trascorrere insieme, ma presto accadrà, non ci sarà più alcuna estate, e né io né te ci potremo fare più niente. Le persone sono cassetti che in pochi hanno voglia di aprire. Se apri un cassetto poi devi fare i conti con tutto quello che c’è dentro. Tua. S. [Le fragili attese, Mattia Signorini, citazione pagina 173]

C’è quindi la vita che scorre tra le stanze della Pensione Palomar, ma ci sono anche i sogni, le speranze, le nostalgie, i rimpianti e i ricordi. Scritto con uno stile elegante e raffinato, composto da brevi capitoli che si intervallano a sapienti flashback, Mattia Signorini consegna ai lettori un bellissimo romanzo permeato da una vena di malinconia che conquisterà gli animi più sensibili. Se la mia recensione non vi ha colpiti abbastanza, vi lascio uno dei passi più belli del romanzo estratti da un’altra lettera della misteriosa S.

3 dicembre 1969 Caro, da quando ho letto in una rivista che è possibile prenotare dei viaggi in mongolfiera, non faccio altro che pensarci. L’articolo diceva che il più suggestivo è quello che attraversa le Alpi, a quattromila metri d’altezza. Avrei molta paura, ma allo stesso tempo sarei così eccitata da dimenticarmene. E poi ci saresti tu. Starei abbracciata a te per tutto il tempo e mi sentirei finalmente libera. La vita di tutti i giorni, da quell’altezza, sarebbe solo un ricordo […] Magari la nostra mongolfiera verrà spinta via da una folata di vento e ci troveremmo a volare lontano dalla nostra destinazione. Ovviamente nell’eventualità porterei delle provviste. Staremo lì sopra per giorni e poi attereremo da qualche parte dove non ci conosce nessuno. Lì potremmo iniziare una nuova vita, inventarci dei nuovi lavori, fare qualsiasi cosa ci venga in mente. Ci vivresti in un piccolo paese in mezzo ai monti? Tua. S. [Le fragili attese, Mattia Signorini, citazione pagina 141]

Luiz Ruffato | Di me ormai neanche ti ricordi

Leggendo il secondo libro di Luiz Ruffato ho avuto di nuovo la sensazione di trovarmi di fronte ad un bravissimo scrittore. Se qualcuno pensa che la letteratura sudamericana abbia avuto il suo periodo d’oro negli anni ’80 con scrittori del calibro di Gabriel Garcia Marquez o Isabel Allende, io penso che si sbagli, perché anche nei giorni attuali è possibile trovare ottimi scrittori che ci regalano storie bellissime ed emozionanti. Il brasiliano Luiz Ruffato, secondo me è uno di loro, e se dopo aver letto “Fiori artificiali” mi ero resa conto di quanto fosse interessante questo Autore, ora dopo aver letto “Di me ormai neanche ti ricordi” (laNuovafrontiera, pagine 136, 14 euro) ne ho la conferma. Certo, bisogna essere lettori curiosi disposti a cercare tra gli scaffali delle librerie, anche nei ripiani un po’ più bui, ma vi assicuro che ne vale la pena.

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Titolo: Di me ormai neanche ti ricordi

L’Autore: Luiz Ruffato è nato a Cataguases, nel 1961, ma prima di diventare scrittore ha svolto ogni genere di mestiere. Oggi viene considerato uno dei romanzieri brasiliani contemporanei più interessanti, poiché racconta un Brasile vero ed autentico, lontano dai soliti stereotipi

Traduzione: Gian Luigi De Rosa

Editore: laNuovafrontiera

Il mio consiglio: per i lettori che cercano un romanzo epistolare denso di quelle emozioni che spaziano dalla gioia alla tristezza, per chi cerca un Autore dalla musicalità incredibile

Sono rimasto con Nilson che ci vediamo la prossima settimana. Vogliamo andare a vedere un film con Giuliano Gemma. Ti ricordi, mamma, di quanto mi piaceva il cinema? Passavo un sacco di tempo nel Cinema Edgard. Mi piaceva portarmi delle riviste per scambiarle all’entrata e avere un biglietto per una sessione mattutina. Quanto mi mancano, mamma, quanto mi mancano quei giorni in cui, come ripete quella canzone, ero felice e non lo sapevo. [Di me ormai neanche ti ricordi, Luiz Ruffato, citazione pagina 79]

Dopo la morte della madre, mentre sta riordinando le cose che le sono appartenute, Luiz trova una scatola con delle lettere: sono cinquanta, tutte conservate con cura, quasi non sembra che siano state lette. Dopo qualche esistazione, Luiz decide di leggere le missive che il suo fratello maggiore José Célio spediva alla madre mentre lavorava a Diamante, un paese molto lontano da Cataguases, dove viveva la famiglia. José Célio infatti era un emigrato, partito dalla regione di Minas Gerias per andare a far fortuna nelle fabbriche meccaniche della periferia di San Paolo.

Attraverso le commoventi lettere di José Célio ci viene aperta una finestra sul Brasile degli anni ’70, oppresso dalla feroce dittatura militare e assuefatta dal calcio e dalle Olimpiadi e dal consumismo crescente. José Célio, il figlio maggiore, ha deciso di partire per andare a lavorare a Diamante, privandosi a tutti gli effetti di una vita propria. Inizialmente, lavora tantissimo e molto duramente, per mandare a casa i soldi che servono alla famiglia per acquistare alimenti e materiali scolastici per i figli minori, Lucìa e Luizihno e i medicinali per il padre gravemente malato.

Il quartiere è tutto in costruzione, è impressonante. Le strade sono di terra, una polvere rossa che s’appiccica sui vestiti, e l’autobus che va in centro si chiama “polverbus”. Ho contato tre cantieri uno a fianco all’altro. Ho camminato e camminato e alla fine mi sono fermato a vedere una partitella e lì m’è salita una tristezza che non ti immagini, perché senti che non sei dei luogo, e guarda che era una bella giornata, il sole alto e gli ambulanti a vendere gelati e un mucchio di ragazzini in giro…  Allora ho pensato: anche se ti sforzi per adattarti, il nostro posto è uno solo, non c’è niente da fare. [Di me ormai neanche ti ricordi, Luiz Ruffato, citazione pagina 50]

Nelle lettere di José Célio traspare la voglia di aiutare la famiglia, il forte senso di sacrificio essendo il primogenito, ma vediamo anche quanto lui abbia voglia di costruire qualcosa di suo, di possedere una casa, sposarsi e avere dei figli. Spesso José Célio si schernische, dicendosi ignorante, in fondo è solo un operaio che lavora in una fabbrica di meccanica, ma leggendo le lettere invece si percepisce come sia un ragazzo molto sensibile e generoso.

Se all’inizio nelle lettere di José Célio si legge solo la voglia di lavorare e di non intromettersi nelle questioni politiche, col tempo assistiamo ad una presa di coscienza della propria condizione di operaio sfruttato dalla fabbrica e dalla dittatura. Passano gli anni, e con i viaggi faticosi tra San Paolo e Diamante, e in seguito tra Diamante e Cataguases per tornare a casa almeno un paio di volte all’anno, José Célio matura un nostalgico senso di straniamento totale: non sa più a chi appartiene, non è più un abitante della provincia ma non sarà mai un cittadino. Si sente drammaticamente alienato nella sua condizione solitaria di operaio che sopravvive lontano dalla famiglia.

Stavolta sono stato più in giro per la città, ho visto qualche amico, ne ho incontrati altri che stanno lavorando anche loro a San Paolo e la sensazione che mi resta è che non tornerò mai più. Questo è molto triste, perché qui non è casa mia. Ma oramai sento che anche lì non è più casa mia. Ossia, da nessuna parte è casa mia. [Di me ormai neanche ti ricordi, Luiz Ruffato, citazione pagina 88]

Presentando queste bellissime e toccanti lettere, Luiz fa rivivere quel fratello scomparso in giovane età, e ci presenta le gioie e le speranze ma anche i dolori e la consapevolezza che forse José Célio in cuor suo sapeva che non avrebbe mai più potuto tornare a Cataguases, dove non c’era lavoro, ma solo miseria e povertà. Lette quasi tutte d’un fiato, questa corrispondenza epistolare a senso unico (nel libro sono raccolte solo le lettere di José Célio, non ve n’è nessuna della madre), mi ha suscitato una serie di emozioni particolari e contrastanti: ho gioito con José Célio per i suoi piccoli successi, ma sono rimasta con l’amaro in bocca quando descrive le batoste che la vita aveva in serbo per lui e la sua famiglia.

E quando un libro, seppur molto particolare, mi coinvolge così tanto non posso far altro che consigliarlo ad altri lettori alla ricerca di letterature originali e di qualità. Non fermatevi mai alle apparenze, i buoni libri possono anche essere nascosti negli scaffali più bassi e oscuri: sta a voi riportarli alla luce.

Nella fotografia in cui siamo insieme, però, il tempo è presente: i tuoi occhi guardano il fotografo e quel che vediamo è l’immagine di qualcuno che sembrava sapere che non sarebbe mai cambiato […] Io sono invecchiato, siamo invecchiati tutti… Tranne tu, che resti con i tuoi 26 anni, e inesorabilmente rivivi nei miei ricordi. Luiz Ruffato [Di me ormai neanche ti ricordi, Luiz Ruffato, citazione pagina 128]

Maya Angelou | Io so perché canta l’uccello in gabbia

Ho letto un altro romanzo che parla di razzismo, ma ancora oggi abbiamo bisogno di libri come questo? Noi abbiamo bisogno di testimonianze come “Io so perché canta l’uccello in gabbia” di Maya Angelou (Beat edizioni, 237 pagine, 13.90 euro) perché sono convinta che oggi più che mai abbiamo bisogno di rinfrescarci la memoria, dobbiamo comprendere ciò che è stato, ciò che è successo, cercando di far sì che certi episodi abominevoli non accadano più.

6214595_404832Titolo: Io so perché canta l’uccello in gabbia

L’Autrice: Maya Angelou nata a St. Louis (Missouri, USA) è scomparsa nel 2014 all’età di 86 anni. Scrittrice e poetessa, è considerata un baluardo della cultura afroamericana del Novecento. Ha ricevuto diverse nomination al Premio Pulizter e numerosi altri premi. Nel 2011 dalle mani del Presidente Barack Obama ricevette la medaglia Libertà 2010, la più alta onoreficienza civile americana.

Traduzione: Maria Luisa Cantelli

Editore: Beat edizioni

Il mio consiglio: da leggere, è un romanzo che tratta in particolar modo la comunità nera degli anni ’30 e ’40 degli Stati Uniti

L’aridità di Stamps era proprio quello di cui avevo bisogno, senza volerlo né esserne consapevole. Dopo St. Louis, con il suo rumore e la sua frenesia, i camion e gli autobus, e le chiassose riunioni di famiglia, rividi con piacere i vicoli bui e i villini solitari in fondo a cortili in terra battuta. La rassegnazione degli abitanti di Stamps mi esortò a rilassarmi. Si sentivano appagati perché convinti che non avrebbero avuto altro, sebbene avessero diritto a molto di più. Il loro sapersi accontentare delle iniquità della vita rappresentava per me una lezione. Entrando a Stamps, ebbi l’impressione di oltrepassare le linee di confine della cartina per poi precipitare, senza paura, oltre l’orlo del mondo. Non poteva succedere altro, perché a Stamps non succedeva mai niente. Fu in questo bozzolo che mi rifugiai. [Io so perché l’uccello canta in gabbia, citazione pagina 79]

Appena dopo la Grande Depressione, i genitori di Marguerite – detta Maya – e Bailey Junior si separano e i due bambini da St. Louis, Missouri, dove sono nati e cresciuti vengono affidati alle cure di Annie, la religiosissima e severissima nonna materna a Stamps, Arkansas. Annie, detta Momma, gestisce un Emporio nel quartiere nero di Stamps, un luogo dove si può trovare davvero di tutto, dai cibi in scatola alle lampadine. Assieme a Momma abita lo zio Willie, un ragazzo storpio che aiuta come può la madre nell’Emporio. Marguerite e Bailey Jr. iniziano la loro nuova vita in una città del Sud degli Stati Uniti, un luogo dove la segregazione è assoluta: scuole, autobus, medici, quartieri soli per neri e viceversa solo per bianchi. Gli anni Trenta sono anni difficili, c’è ancora la Crisi tra le genti del Sud, ma non per Momma che grazie all’Emporio e ai prestiti che concede sia ai bianchi che ai neri riesce a tirare avanti dignitosamente.

L’infanzia di Maya è costellata di eroi e persone cattive. Attraverso gli occhi di una bambina viene ricostruita la condizione dei neri all’epoca: gli eroi per Maya sono gli uomini e le donne che lavorano senza sosta nei campi di cotone, mentre le persone cattive sono i ragazzi bianchi del Ku Klux Klan che spaventano lo zio Willie e lo costringono a nascondersi nel letamaio per sfuggirgli.

Col tempo, Maya apprende con dolore le differenze tra i bianchi e i neri: i bianchi hanno case più belle, scuole migliori, autobus più efficienti, medici più preparati e a portata di mano. Maya si ritroverà a percorrere ottanta chilometri in autobus per andare da un medico nero, poiché il dentista bianco di Stamps preferirebbe curare i denti di un cane anziché le carie di un nigger. Ma imparerà che anche della sua gente non può fidarsi, perché il vero orrore arriverà non da un bianco bensì dal compagno nero della madre, un uomo cattivo che a St. Louis – quando i due fratelli torneranno per un breve periodo a casa della madre – approfitterà della piccola Maya.

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“Strade a St. Louis” Joe Jackson (1933), pittore americano contemporaneo.

Io so perché canta l’uccello in gabbia” è un romanzo importante e potente, è una storia che potrebbe sembrare lontana ma drammaticamente attuale. Il punto di forza del romanzo di Maya Angelou è proprio quello di raccontare la sua vita utilizzando il filtro dell’infanzia e concentrandosi sulla condizione della sua gente. I bianchi sono ai margini, e quelli che compaiono nel romanzo sono totalmente disinteressati alla condizione dei neri ma sempre pronti a ferire con le parole.

Una delle scene chiave è infatti quella della consegna dei diplomi. Maya finalmente si sta diplomando a Stamps, dopo anni di sforzi e sacrifici, intervallando il lavoro con lo studio. Per Maya il giorno del diploma dovrebbe essere il più bello della sua vita: Bailey Jr., Momma e zio Willie dovrebbero essere orgogliosi di lei. Ma sul palco a tenere il discorso della cerimonia salgono due bianchi, e le parole che sputano sono più taglienti di mille lame.

La cerimonia, il momento magico e riservato, tutto trine, regali, congratulazioni e diplomi, per me era terminata prima che chiamassero il mio nome. I risultati non contavano niente. Disegnare cartine precisissime, con inchiostro di tre colori diversi, imparare a pronunciare e scrivere parole di dieci sillabe, mandare a memoria Lucrezia violata per intero, tutto inutile. Donleavy ci aveva smarcherato. Eravamo cameriere e contadini, tuttofare e lavandaie, e qualsiasi nostra aspirazione a qualcosa di più era farsesca e arrogante. Avrei voluto che Gabriel Prosser e Nat Turner avessero ucciso tutti i bianchi nei loro letti, che Abramo Lincoln fosse stato assassinato prima di firmare la proclamazione di emancipazione degli schiavi, che Harriet Tubman fosse morta per quel colpo alla testa e Cristoforo Colombo annegato sulla Santa Maria. Era terribile essere nera e non avere alcun controllo sulla propria vita. Era brutale essere giovane e già addestrata a stare seduta in silenzio ad ascoltare le accuse rivolte alla mia razza senza potermi difendere. Avremmo dovuto essere tutti morti. [Io so perché l’uccello canta in gabbia, citazione pagina 150]

Forse è proprio in questo momento che Maya si rende conto che la loro condizione difficilmente cambierà, ma non è intenzionata ad arrendersi senza combattere: lasciando la sofferenza e il dolore alle spalle, reagirà con orgoglio e costruirà la propria vita, per quanto le difficoltà le sembrino insuperabili e anche se tutti sembrano pronti remarle contro.

Alberto Cavanna | Il dolore del mare

Le terre aspre ma cariche di frutti, il mare che si tuffa in profondità generando mille sfumature di blu, le scogliere levigate da secoli di erosione, il vento di tramontana carico di salsedine e l’isola, l’isola di Palmaria quel luogo così vicino alla terraferma ma così lontano, quasi come un mondo a sé.

arton67636Titolo: Il dolore del mare

L’Autore: Alberto Cavanna, nato in Liguria nel 1961, prima di diventare scrittore è stato operaio, impiegato e dirigente in importanti cantieri navali. Attualmente vive e lavora tra la Spezia e la Versilia

Editore: Nutrimenti

Il mio consiglio: sì, perché è un romanzo delicato e struggente, ambientato negli anni più difficili della storia del nostro Paese

A Elvira piaceva la primavera, la primavera dell’isola. Le ultime burrasche di fine marzo tutti gli anni portavano le mareggiate che pulivano l’aria, la tramontana spazzava via le nubi e il sole, da un giorno all’altro, prendeva a bruciare sulla pelle e bisognava passare dalla flanella al cotone per non sudare e prendersi accidenti di mezza stagione che poi erano i più noiosi (…) Poi le nuvole se ne erano andate e una mattina si era alzata che il mondo sembrava diventato di vetro azzurro. L’acqua del canale era blu e verde, il cielo turchese da spaccare gli occhi e la terra sembrava smaniare di svegliarsi, con le piante che da un giorno all’altro buttavano fuori i germogli che aveano curato per tutto l’inverno. [Il dolore del mare, capitolo 11]

Isola di Palmaria, 1937. Elvira vive in una modesta casa assieme al figlio diciannovenne Ermes e al cognato Ilio, fratello del suo defunto marito Radamés. La vita sull’isola scorre relativamente tranquilla, nonostante le ristrettezze economiche imposte dal regime che si sta instaurando in quegli anni in Italia; spirano nuovi venti di guerra in Europa, benché un conflitto mondiale sia terminato meno di due decenni prima. Il 15 luglio, giorno di Sant’Enrico, Ermes dopo la lezione con Don Elmo il parroco di Porto Venere, prende coraggio e dall’ufficio postale della terraferma invia una lettera a Roma. Il destinatario è il duce in persona e il contenuto di quella lettera potrebbe cambiare per sempre la vita del camerata Ermes e della sua famiglia.

Con un lungo ed intenso flashback, usato come accorgimento narrativo per ripercorre la storia dell’isola di Palmaria e dei suoi protagonisti dai primi anni del Novecento sino al momento in cui Ermes spedisce la lettera a Mussolini, l’Autore svela a poco a poco i dettagli della storia, come un’ostrica che con il lavorio intenso forgia la perla per poi mostrarla in tutto il suo splendore.

Introduce i personaggi con una leggerezza e poetica rara, sempre tenendo fermo lo sfondo storico e cercando di evidenziare quanto un guerra possa cambiare non solo una persona, ma un intero popolo, un’intera isola. Ma è Elvira, la donna forte e gran lavoratrice, che non si risparmia nessuna fatica pur di mandare avanti i cocci rotti della sua famiglia, è Elvira che conosce e sa che cos’è la guerra e quali possono esserne le conseguenze, poiché nata in una famiglia dove le donne hanno mandato avanti la casa, perché Venanzio – il padre di Elvira – era in guerra in Africa ed era addirittura stato fatto prigioniero, per poi tornare completamente cambiato.

Le donne dell’isola la conoscevano bene la guerra. Era una cosa degli uomini, la guerra, ma loro, anche senza averla mai vista da vicino né esserci state in mezzo, la conoscevano tanto bene che la sentivano arrivare ancora prima degli altri. Abituate a essere figlie di quella pietra avara, vivevano una vita dura e scoscesa come le terrazze coltivate che le loro madri avevano strappate ai fianchi polverosi dell’isola e così le madri delle loro madri mentre gli uomini erano al fronte e questo ancora prima che arrivassero i soldati a rifare l’isola e indietro, nei tempi prima dell’unità, che c’erano ancora vecchi che raccontavano dei francesi che erano sbarcati e ti avevano passato un mese a prendere misure e disegnare. [Il dolore del mare, capitolo 3]

Innamorata di Radamés Correggiani, Elvira lo sposa nel 1915, qualche settimana prima che lui parta per andare a combattere nelle trincee del continente, senza sapere nemmeno dove. Elvira, nei lunghi anni di assenza del marito, vive sola e aiutata unicamente dalla madre e dalla sorella Argìa – una sorella così diversa da lei, ma così affettuosa con lei -; Elvira, che spera ogni giorno di ricevere una lettera dal marito, quel marito che le ha lasciato solo due cose: una fotografia in divisa con il viso dall’aria stupita e il figlio Ermes. Ma la lettera che Elvira attende con tanto ardore è quella che non avrebbe mai voluto ricevere: la lettera con il bordino nero del lutto.

Ilio Correggiani, il fratello maggiore di Radamés, invece dalla Grande Guerra ritorna e torna a vivere nella sua casa natale, mandata avanti con dovizia e sacrificio dalla cognata Elvira. Ilio è operaio con idee socialiste e fino al ricatto finale dell’azienda dove lavora, non si iscrive al partito che sta prendendo piede nell’immediato dopoguerra, anzi è un uomo che vorrebbe combattere per mandare via i fascisti; Elvira, al contrario, è completamente estranea alla politica, non è cosa per donne e lei non ha un’opinione su nessuno. Ermes, invece, è figlio del suo tempo e crede che sia giusto militare con i fascisti, cresce con i motti, le canzonette e i saluti romani e diventa un camerata in tutto e per tutto, tra i migliori del campo Dux, tanto da arrivare a scrivere quella lettera al duce.

“Vedi Elvira, ognuno di noi vive un tempo che non ci è dato comprendere quanto sia giusto o sbagliato”, disse quasi mormorando, “viviamo noi tutti in un tempo che è figlio di quello precedente, che i nostri padri hanno costruito e ci hanno trasmesso con la speranza di averlo reso migliore di quello che loro avevano vissuto. Noi, quasi sempre, quel tempo lo abbiamo rifiutato, lo abbiamo giudicato come malvagio, sbagliato e abbiamo cercato a nostra volta di cambiarlo, questo tempo. Abbiamo cercato di farlo per il bene di chi sarebbe venuto dopo, e mentre questo accadeva i nostri vecchi, che avevano sofferto tutta una vita, scrollavano la testa… E’ una storia che si ripete da sempre, figlia mia.” [Il dolore del mare, capitolo 31]

Gli spunti di riflessione che questo romanzo fornisce sono molteplici: dall’amore per la propria isola al dolore della guerra e della perdita degli affetti; è la storia di donne forti che combattono la loro guerra personale ogni giorno, cercando di mandare avanti le famiglie senza uomini; è la storia di uomini che non vogliono cedere ai ricatti dei fascisti, ma senz’armi con cui combattere sono costretti a capitolare. E’ la storia di ragazzi come Ermes, che cresciuti con l’immenso vuoto di non aver avuto un padre, cresciuti all’ombra di una fotografia con l’espressione stupita, che credono sia eroico andare in guerra a combattere per la propria patria e le proprie idee.

E’ la storia, bellissima, di un’isola che non è solo la cornice ma è la vera protagonista; è la nostra storia, o per lo meno un pezzetto, buio, triste e doloroso, ma anche colmo di speranza e d’amore.

Michelle Cohen Corasanti | Come il vento tra i mandorli

I migliori romanzi arrivano quando meno te lo aspetti e attraverso canali che non immagineresti neppure. In un gruppo di lettura su Facebook una signora – non ricordo il nome, ma la ringrazio – pubblicò qualche tempo fa un ritaglio di giornale un po’ sfocato, nel quale s’intravedeva la copertina di un romanzo. Nella didascalia, la signora scriveva che si sarebbe procurata quel libro al più presto. Sono rimasta incuriosita dal titolo poetico e analizzata la trama ho deciso di leggerlo.

Titolo: Come il vento tra i mandorli

L’autrice: Michelle Cohen Corasanti, ebrea americana, è un’avvocatessa per i diritti civili. A sedici anni fu mandata in Israele dai suoi genitori e tornò 7 anni dopo con la piena consapevolezza di alzare la propria voce. Il romanzo è stato pubblicato in America da una piccolissima casa editrice, ma il passaparola tra i lettori è stato folgorante. L’associazione The Almond Treee Project da lei fondato promuove il dialogo tra israeliani e palestinesi tramite letteratura, musica e teatro

Editore: Feltrinelli

Il mio consiglio: sì se avete amato “Il cacciatore di aquiloni”, “Mille splendidi soli” e “Ogni mattina a Jenin” e se a scuola non avete mai trattato del confilitto arabo-israeliano

Uscii e mi sedetti sulla panchina vicino al mandorlo. Era un vero miracolo che quest’albero fosse ancora in piedi. Ricordai i giorni in cui avevo trovato riparo tra i suoi rami quando avevo dodici anni, un ragazzo pieno di sogni, ignaro di tutto ciò che sarebbe stato […] “Sono deciso” dissi a Nora. Ricordai la promessa che le avevo fatto, una promessa che, adesso, ero pronto a mantenere. Avrei raccontato la mia storia al mondo.

Palestina, 1955. Ichmad, arabo, ha dodici anni, un talento fuori dal comune per la matematica e una famiglia numerosa ma unita, in una piccola casetta confortevole. Ma un giorno, all’improvviso, il suo mondo crolla. Una mina uccide un componente della sua famiglia e gli isrealiani arrivano a confiscare il loro terreni. Vengono trasferiti in un villaggio su una collina, senza acqua corrente né luce elettrica. Nel cortile c’è un albero di mandorlo, sul quale Ichmad e Abbas, suo fratello minore, si arrampicano e vedono cosa stanno facendo gli israeliani alla sua gente.

Le sfortune della sua famiglia non sono finite: Baba, il padre di Ichmad, viene ingiustamente accusato di essere un terrorista e viene incarcerato nel temibile campo di prigionia di Droor. Ichmad e Abbas devono lavorare per garantire pasti e vestiti alla famiglia numerosa.

Ichmad ha un sogno: quello di poter studiare e andare all’università. La fisica e la matematica sono le sue materie preferite ed è in grado di risolvere mentalmente dei problemi difficilissimi. Il signor Mohammed, il maestro di scienze, se ne rende conto ed è disposto a fornire delle lezioni ad Ichmad dopo il lavoro in cantiere.

Abbas, invece, pensa che studiare sia una perdita di tempo e crede che l’unico modo per cambiare il loro mondo sia quello di unirsi al Fronte di Liberazione per la Palestina, un’organizzazione considerata terorristica dagli israeliani, tanto quando Hamas.

Dopo l’esito positivo di un concorso di matematica, Ichmad può andare all’università, lasciando così il duro lavoro da operaio in cantiere. Abbas, non è d’accordo con lui e da quel momento inizia un silenzio tra i due fratelli che verrà colmato solo molti anni dopo.

Il talento di Ichmad non passa inosservato e, nonostante non poche difficoltà a causa del fatto che è arabo in un’Università di ebrei, il ragazzo riesce a vincere diversi premi e borse di studio.

Non intendo rivelare oltre della trama del romanzo della scrittrice americana Cohen Corasanti. Leggere questo romanzo è stato per me fonte di riflessione, ma anche di rabbia, frustrazione e dolore. La Corasanti conosce molto bene la realtà delle zone contese tra arabi ed ebrei, essendoci vissuta per ben sette anni.

I protagonisti del romanzo rappresentano i modi di pensare della gente comune; ci sono Ichmad e suo padre Baba che pensano che i problemi religiosi e razziali possano essere risolti con il dialogo e l’istruzione. Ci sono Abbas e sua madre che pensando che i problemi debbano essere risolti con la guerra, la violenza e le vendette.

Ichmad dimostra alla sua famiglia che si può e si deve aprire un dialogo con gli ebrei. Il professore che Ichmad incontra all’Università è un ebreo, e all’inizio lo detesta, ma una volta accantonati i pregiudizi si rende conto che Ichmad ha veramente un talento fuori dal comune.

Il romanzo abbraccia un lasso di tempo di circa cinquant’anni, dal 1955 fino al 2009. La Corasanti ci descrive con crudezza ma realismo le vicende legate alla Guerra dei Sei Giorni, nel giugno del 1967, quando gli israeliani conquistarono la Striscia di Gaza, la penisola del Sinai, la Cisgiordiania e Gerusalemme Est. Oltre alla storia di Ichmad e la sua famiglia, l’autrice ci racconta con ampi approfondimenti la storia di questo piccolo ma conteso Stato affacciato sul Mediterraneo.

L’occupazione israeliana e le barbarie che quotidianamente tra arabi ed ebrei si svolgono, non avrebbero proprio senso di esistere se gli uomini studiassero, approfondissero e riuscissero andare oltre le differenze di razza o di religione. La convivenza e la pace sono possibili solo quando gli uomini coltiveranno pensieri come quelli di Ichmad e suo padre. Quando Ichmad dopo molti anni ritorna a casa, dopo un lungo soggiorno in America, non crede ai suoi occhi: la situazione non è per niente cambiata, anzi, è decisamente peggiorata. Dopo un viaggio a Gaza, si rende conto che le cose devono cambiare, per questo decide di raccontare la sua lunga e travagliata storia.

Al termine della storia di Ichmad mi sono resa conto di diverse cose. Sicuramente Michelle Cohen Corasanti ha scritto un libro molto bello e decisamente toccante; in una guerra non ci sono mai vincitori, ma solo vinti, perché anche tra le fila di chi ha vinto necessariamente si contano i morti.

E poi mi sono resa conto che sto invecchiando, o ultimamente sto leggendo solo libri molto belli, perché quando Ichmad alla fine del romanzo riceve una certa telefonata, mi sono commossa. Qualche pagina dopo, quando Ichmad e il suo professor Sharon sono di fronte ad una platea in attesa di ritirare un Premio, i loro discorsi sono emozionanti e commoventi. Ora, purtroppo Ichmad e Sharon sono solo due personaggi della fantasia della bravissima Michelle Cohen Corasanti: ma se esistessero persone così – e di certo ne esistono, ma sono accecate dall’odio di cui vengono nutriti sin da piccoli – il mondo potrebbe cambiare, a cominciare da quel piccolo ma conteso Stato affacciato sul Mediterraneo.

Emily Brontë | Cime tempestose

L’ho letto per ultimo, l’unico romanzo scritto da Emily. L’ho letto per ultimo perché molti amici (soprattutto Federica, la mia consigliera libresca di fiducia) mi ha confessato che “Cime tempestose” è il suo classico preferito; anche in molti blog di libri e su aNobii lo davano come il migliore delle sorelle Brontë, nonché nella quarta di copertina della mia copia c’è scritto: “Capolavoro assoluto della letteratura vittoriana, romanzo per eccellenza della passione romantica […]“. Con una serie di premesse come queste, non ho potuto far altro che leggerlo e di seguito ecco il mio commento.

Titolo: Cime tempestose

L’autrice: Emily Jane Brontë nacque a Thorton il 30 luglio 1818, quinta di sei figli di Patrick Brontë e Maria Branwell. Emily condusse una vita appartata nella casa paterna, dalla quale quasi non si mosse se non per brevi soggiorni in collegio. L’universo di Emily fu molto limitato, ma i libri “il mondo di dentro” la ispirarono molto. Emily Brontë morì di tisi nel 1848, solo un anno dopo aver pubblicato “Cime tempestose”, il suo unico romanzo.

Editore: Superclassici Sperling Paperback

Il mio consiglio: sì, è un romanzo emozionante, appassionante, avvincente e ricco di colpi di scena

Heathcliff si era inginocchiato per abbracciarla; tentò di alzarsi, ma lei lo tenne fermo prendendolo per i capelli. “Vorrei poterti tenere così,” continuò con amarezza, “finché non fossimo morti tutti e due. Non m’importerebbe di farti soffrire. Non m’importa delle tue sofferenze. Perché non dovresti soffrire anche tu, come me? Mi dimenticherai? Sarai felice quando io sarò sottorerra? Fra vent’anni dirai: Ecco la tomba di Catherine Earnshaw. Tanto tempo fa l’amavo, e mi disperavo per averla perduta; ma è passato. Da allora ne ho amate molte altre: i miei figli mi sono più cari di quanto lo fosse lei, e alla mia morte non sarò felice perché vado a raggiungerla, ma infelice perché devo lasciare loro! E’ questo che dirai, Heathcliff?”

Per il lettore che ancora non ha letto “Cime tempestose” questo passo che ho citato penso possa far trasparire tutta la passione che c’è tra Heathcliff e Catherine, i due protagonisti principali del romanzo. I dipinti di William Turner, acquerellista inglese dell’Ottocento,  mi hanno ispirata per tutta la durata della lettura: mi piace molto accostare letteratura e arte. Nei tratti rapidi e sbiaditi di Turner vedo le perfette descrizioni del romanzo di Emily Brontë, descrizioni splendide e realistiche, tanto da avermi nuovamente fatta innamorare della brughiera e delle ambientazioni cupe e gotiche.

Emily purtroppo è morta giovanissima di tisi, un male molto diffuso nella sua famiglia, e ha potuto pubblicare solamente una raccolta di poesie (scritte con le due sorelle, Anne e Charlotte) e questo romanzo. Morta a solo un anno dopo la pubblicazione di questo romanzo che diede scandalo per i contenuti della trama, Emily non poté beneficiare della fama che le avrebbe portato, se si considera che si legge ancora oggi, a 166 anni dalla pubblicazione e piace ancora come se fosse una novità del momento.

La vicenda delle famiglie Earnshaw e Linton viene narrata da Ellen Dean, la storia domestica della famiglia Earnshaw, al signor Lockwood il fittavolo del signor Heathcliff. Il romanzo inizia nel 1801 quando appunto la domenista Ellen narra, con un lunghissimo flashback, la storia delle famiglie. Il signor Lockwood è molto interessato e vuole ogni dettaglio e ogni particolare. Così la domestica di abbandona ai ricordi di quelle due famiglie così divise tra loro, per ceto sociale e scuola di pensiero ma così legate per una serie di unioni ed eredi in comune.

Il romanzo può definirsi avvincente: è ricco di colpi di scena e benché ai personaggi principali se ne aggiungano di nuovi tra l’ideale prima parte e seconda parte, non resta mai noioso né pesante. I sentimenti, i gesti, i dialoghi come le descrizioni paesaggistiche sono portate all’estremo: la passione domina i due protagonisti principali, mentre altri personaggi che nella prima parte sono in ombra e appaiono odiosi al lettore, nella seconda parte si comporteranno diversamente e appariranno persone migliori.

“Cime tempestose” è quel romanzo che vorresti che non finisse perché l’ambientazione è bellissima – sublimi le descrizioni delle nevicate, della nebbia, delle serate fredde e buie – e vorresti sapere cosa succede ai rispettivi figli di Heathcliff e Catherine. Ma Emily è mancata giovane e chissà se aveva in mente un seguito per i suoi personaggi. E chissà se avrebbe mai immaginato che con questo romanzo avrebbe fatto parlare, emozionare e commuovere migliaia di lettori nei secoli a venire…