Carmen Korn | Figlie di una nuova era

Henny si era messa dietro al fotografo e, distolto lo sguardo dal gruppo verso il reparto maternità dall’altra parte della strada, aveva visto una donna uscire dal portone della clinica con un fagottino tra le braccia. In quel momento aveva capito qual era il suo posto. Non sarebbe diventata infermiera, ma ostetrica. Avrebbe assistito al nascere della vita, dopo tutto il dolore e lo strazio che aveva avuto sotto gli occhi ogni giorno all’ospedale militare [Figlie di una nuova era, Carmen Korn, trad. M. Francescon e S. Jorio]

La Prima Guerra Mondiale è terminata, la Germania si sta riprendendo dalla sconfitta e dalle condizioni imposte dagli Stati vincitori. In questo contesto storico si inserisce il romanzo “Figlie di una nuova era” di Carmen Korn, tradotto da M. Fracescon e S. Jorio per Fazi editore. Lo sfondo è la città di Amburgo, e le vicende narrate abbracciano un periodo che va dal 1919 al 1948.

Le protagoniste del romanzo sono quattro ragazze, i cui destini si intrecceranno nel corso degli anni a venire; seguiremo le loro vicende in particolar modo durante l’avvento del nazismo e della sua affermazione, fino allo scoppio e alla risoluzione della Seconda Guerra Mondiale.

Henny ha perso suo padre durante il conflitto e s’appresta a inziare il suo nuovo lavoro come ostetrica alla prestigiosa clinica Finkenau. Sua madre Else, una donna piuttosto invadente, ma è fiera di sua figlia. Käthe, la migliore amica di Henny, ha seguito lo stesso percorso scolastico: anche lei inizierà a lavorare come ostetrica alla clinica. A Käthe – e al suo compagno Rudi – interessa molto la politca poiché si batte per la causa comunista.

Ida è una ragazza ricca e viziata; per motivi puramente economici, è costretta dal padre a sposare un uomo che non ama, ma Ida – con la sua voglia incredibile di conoscere il mondo – si ritrova presto ad avvicinarsi al mondo della comunità cinese di Amburgo. Infine, c’è Lina, la sorella maggiore di Lud, che ha studiato per diventare insegnante; i due fratelli sono orfani per motivi drammatici legati alla estrema povertà in cui la loro famiglia ha versato durante il conflitto.

Pur essendo molto diverse tra loro, le ragazze matureranno assieme – durante certi periodi saranno più vicine, altri meno. Le loro idee crescono con loro, cambiano, col tempo imparano a conoscere i loro stessi caratteri, a scendere necessariamente a compromessi e imparano a vivere sotto la costante minaccia del nazismo prima e di un nuovo conflitto armato poi.

Oltre alle quattro ragazze, tra i personaggi troviamo due eccezionali medici della Finkenau: Theo Unger e Kurt Landmann, uomini che insegneranno a Henny e Käthe non solo il mestiere di ostetriche, ma anche lo stare al mondo, soprattutto in tempi così bui.

Tutti loro, legati da rapporti diversi, non esiteranno aiutarsi a vicenda quando i venti di guerra si faranno più minacciosi.

Erano tempi difficili per cominciare una vita nuova. Ma non era ancora troppo tardi. Che bello [Figlie di una nuova era, Carmen Korn, trad. M. Francescon e S. Jorio]

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Tramonto su Amburgo (fonte: Wikipedia)

Figlie di una nuova era” di Carmen Korn, Fazi editore, trad. da M. Francescon e S. Jorio, è uno di quei romanzi che vanno dritti al cuore. Primo di una trilogia – che verrà pubblicata da Fazi, il secondo volume uscirà nella primavera del 2019 – il romanzo è scritto con uno stile semplice e diretto, ricco di descrizioni per far sì che il lettore si immedesimi nella storia, la Korn riesce perfettamente a far scorrere il tempo, mostrando come la Germania è cambiata nel corso di trent’anni.

Nel romanzo, ogni personaggio è toccato dalla minaccia nazista e dalla guerra, e ognuno in cuor suo si schiera, più o meno apertamente, a favore o contro i politici dell’epoca. Narrando la storia in terza persona, la Korn permette al lettore di entrare nei pensieri di ognuno dei personaggi, dando così la possibilità di conoscerli profondamente.

La Storia verrà a bussare alla porta di ognuno di loro. Sarà necessario prendere decisioni, anche dolorose; ci saranno perdite, lutti e scomparse; alcuni di loro verranno imprigionai e il loro destino non sarà noto. Allo stesso tempo, ci saranno matrimoni – più o meno felici -, nascite e successi lavorativi. Qualche personaggio crescerà di più, lasciandosi alle spalle la vecchia vita. Il tutto raccontato con eleganza e notevole sensibilità.

Sullo sfondo degli anni più difficili per la Germania e i tedeschi, nella bellissima Amburgo martoriata dalle bombe, le quattro protagoniste e gli altri personaggi de “Figlie di una nuova era” vi mostreranno quanto la Storia possa essere crudele ma anche quanto l’amicizia e l’amore possano ridare speranza agli uomini.

Titolo: Figlie di una nuova era
L’Autrice: Carmen Korn
Traduzione dal tedesco: Manuela Francescon e Stefano Jorio
Editore: Fazi
Perché leggerlo: perché si tratta di un bellissimo romanzo, scorrevole e piacevole da leggere, che racconta quando la Storia possa essere crudele e quanto, in contrapposizione, l’amore e l’amicizia possano ridare speranza

(© Riproduzione riservata)

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Gioconda Belli | La donna abitata

Ho scelto di leggere “La donna abitata” di Gioconda Belli (edizioni e/o, 369 pagine, 11 euro) per fare tappa in Nicaragua, il più grande stato dell’America Centrale, diviso tra due Oceani. Anche il Nicaragua come molti stati centro e sud americani visse la ferocia di una dittatura e anche qui chi amava la patria cercò di difenderla, cercò di scacciare i dittatori, proprio come cinquecento anni prima le popolazioni degli indios nahua cercarono di fare con i conquistadores venuti dalla Spagna.

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Titolo: La donna abitata

L’Autrice: Gioconda Belli è nata in Nicaragua nel 1948. Ha partecipato attivamente alla lotta del Fronte sandinista contro la dittatura dei Somoza. Ha scritto romanzi e racconti per ragazzi. Oggi vive negli Stati Uniti.

Traduzione dallo spagnolo: Margherita D’Amico

Editore: edizioni e/o

Il mio consiglio: questo è un libro per chi crede che le ingiustizie sociali debbano essere combattute; un romanzo coinvolgente che lega due donne coraggiose e caparbie, mentre cinquecento anni di storia le dividono

Una cosa era non essere d’accordo con la dinastia dei Grandi Generali, un’altra era lottare con le armi contro un esercito addestrato per uccidere senza pietà, a sangue freddo. Richiedeva un altro tipo di personalità, un’altra stoffa. Una cosa era la sua ribellione personale contro lo status quo, volere l’indipendenza, andarsene da casa, esercitare una professione, e un’altra gettarsi in quella pazzesca avventura, in quel suicidio collettivo, in quell’idealismo ad oltranza. Doveva riconoscere che erano coraggiosi; una specie di Don Chisciotte del tropico, ma era una follia, avrebbero continuato ad ammazzarli e lei non voleva morire. Ma non poteva nemmeno lasciar solo Felipe e il suo amico [La donna abitata, Gioconda Belli, trad. M. D’Amico]

Sono gli anni Settanta in Nicaragua, uno Stato schiacciato dalla dittatura, un Paese dove le differenze tra poveri e ricchi sono abissali. Lavinia è una giovane ragazza nicaraguense che ha avuto la possibilità di studiare architettura, i suoi genitori sono molto ricchi e la ragazza dalla vita ha avuto molte fortune. Ora che la zia Ines è mancata e si è abilitata a lavorare come architetta, Lavinia decide di andare a vivere da sola nella grande casa appartenuta alla zia.

Nel giardino della casa c’è un albero di arancio, che fino all’arrivo di Lavinia non ha mai fiorito né dato frutti. Quello non è un albero come tutti gli altri: infatti all’interno custodisce lo spirito di Itzá, una donna indios vissuta cinquecento anni prima e uccisa, assieme al compagno Yarince, dagli spagnoli con i bastoni che sputano fuoco durante la colonizzazione.

Lavinia trova lavoro in uno studio di architettura molto famoso e conosce Felipe, un ragazzo bellissimo e affascinante con il quale scatta il colpo di fulmine. Ma Felipe non è un semplice architetto, è un militante del Movimento di Liberazione Nazionale, e lo rivela a Lavinia in un modo piuttosto rocambolesco. La ragazza è a conoscenza della presenza del Movimento in Nicaragua, ma ha sempre vissuto la sua vita senza chiedersi cosa fare per cambiare il suo Paese. Ora, dopo aver conosciuto Felipe, Flor e Sebastian, Lavinia inizia a porsi delle domande, e a chiedersi se abbia senso continuare a fingere che vada tutto bene oppure entrare anche lei a far parte del Movimento clandestino e cambiare davvero le cose…

Per quanto si eviti di vedere la violenza, la violenza viene a cercarti. Uno o la subisce o la fa. O, comunque, se a te non fanno niente, la fanno ad altri, ed è lì che interviene la coscienza. Perché se uno permette che la facciamo ad altri diventa, dichiaratamente o no, complice. [La donna abitata, Gioconda Belli, trad. M. D’Amico]

Il romanzo di Gioconda Belli ha come protagoniste due donne, l’una incarnata nell’albero di arancio e l’altra un’architetta che vive a Faguas sotto la feroce dittatura, a dividerle ci sono abissi culturali e temporali. Eppure, leggendo il romanzo, si ha l’impressione che pur essendo trascorsi cinquecento anni – o poco più – dalla colonizzazione spagnola delle terre nicaraguensi, per ottenere l’agognata libertà ancora oggi gli abitanti del Nicaragua debbano lottare.

Oggi non ci sono più gli spagnoli che depredano oro e pietre preziose, uccidendo e razziando le popolazioni indigene; oggi ci sono i Grandi Generali, una dinastia di dittatori fondata da Somoza, che con la violenza e l’oppressione tengono sotto scacco il Paese centro americano.

Nel romanzo mi è piaciuta molto la figura di Lavinia, così combattuta tra due mondi che grazie al personaggio di Felipe – ma anche dell’incidente di Lucrecia, la sua domestica – prende conoscenza della realtà in cui vive. Sono rimasta affascinata nell’ascoltare la storia di Itzá e Yarince, raccontata appunto dallo spirito che alberga nell’albero di arancio e l’ha fatto fiorire. E soprattutto, leggendo, mi sono affezionata davvero tanto ai personaggi, sentendoli vivi proprio come se fossero esistiti davvero.

Ho solo due piccole osservazione da fare: la prima è che a tratti il romanzo, essendo molto corposo, tende a ripetersi un po’, forse con cento pagine in meno avrebbe funzionato ugualmente; e la seconda è il finale, di cui non vi rivelo ovviamente niente, ma me lo aspettavo diverso. Ci sono stati due colpi di scena che mi hanno davvero sconvolta, ma poi a ripensarci non poteva che finire così: Gioconda Belli ha scritto l’unico finale possibile.

E di tutto ciò, cosa è rimasto di buono? mi chiedo. Gli uomini continuano a fuggire. Ci sono governanti sanguinari. Si continuano a straziare i corpi, si continua a far guerre. Il suono dei nostri tamburi deve continuare a battere nel sangue delle attuali generazioni. E’ l’unica cosa che di noi è rimasta, Yarince: la resistenza [La donna abitata, Gioconda Belli, trad. M. D’Amico]

Badriya al-Bishr | Profumo di caffè e cardamomo

Il giro del mondo attraverso i libri questa volta fa tappa in Arabia Saudita, un Paese di cui conosco poco o nulla ma che, come tutti i Paesi di lingua araba, mi affascina per la sua cultura e per i suoi paesaggi desertici. Leggere “Profumo di caffè e cardamomo” di Badriya al-Bishr (atmosphere libri casa editrice, 169 pagine, 15 euro) è stato come intraprendere un viaggio a Riyadh e nel deserto saudita, attraverso i ricordi e le suggestioni di Hind, la voce narrante femminile.

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Titolo: Profumo di caffè e cardamomo

L’Autrice: Badriya al-Bishr è nata a Riyadh nel 1967. Dopo gli studi in Sociologia, ha conseguito un dottorato presso l’Università americana di Beirut. Oggi scrive e collabora con diverse testate giornalistiche saudite. Oltre “Profumo di caffè e cardamomo”, in Italia sono stati pubblicati alcuni suoi racconti raccolti nel volume “Rose d’Arabia”, edizioni e/o

Traduzione dall’arabo: Federica Pistono

Editore: atmosphere libri casa editrice

Il mio consiglio: si tratta di un romanzo struggente e malinconico, magnifico nella semplicità quotidiana delle donne che vivono in Arabia Saudita. Un romanzo ricco di suggestione, imperdibile per chi vuole conoscere la cultura araba e la realtà di oggi delle donne saudite

Questa è una vita che sembra molto più forte della fuggevole esistenza umana, sento la voce dell’acqua che scorre sotto i nostri piedi, sono leggera come un uccello portato dal soffio del vento, mi alzo in volo con le mie ali, dileguandomi, dissolvendomi, trasformandomi in un granello di sabbia trasportato dalla brezza, per poi tornare alla mia esistenza, un corpo senza peso. E’ come se qualcuno mi avesse sollevato e lasciato fluttuare nell’aria, mentre il mio cuore si abbandona alla felicità [Profumo di caffè e cardamomo, Badriya al-Bishr, trad. F. Pistono, citazione pagina 153]

Hind è una bambina che vive a Riyadh con i suoi genitori e cinque fratelli. Il papà ha fatto fortuna durante gli Anni del Petrolio, e così anche le sue bambine hanno potuto frequentare le scuole come i figli maschi. Da sempre la mamma di Hind, Hilauna donna intagliata nella roccia” che non sa leggere né scrivere, spaventa le sue figlie con storie raccapriccianti e dicendo loro che se dovessero comportarsi male diventerebbero legno da ardere all’inferno; ma Hind, a scuola, scopre che non esistono solo brutte storie, ma anche favole, come quella di Cenerentola o quella di Layla dal cappuccio rosso.

Scoprii invece nella scrittura un’occupazione semplice e sicura, creava per me un mondo che potevo condividere con tante altre persone, facendomi conoscere da loro in un reciproco scambio di affetto, costituiva un’avventura impenetrabile, inaccessibile, in cui nessun altro poteva introdursi, in cui era impossibile frugare e cercare i segreti, un codice segreto criptato che soltanto io potevo decrifrare, dal momento che i miei genitori non sapevano leggere bene [Profumo di caffè e cardamomo, Badriya al-Bishr, trad. F. Pistono, citazione pagina 38]

Per Hind la scrittura diventa un modo per isolarsi dalla sua vita difficile, fatta soprattutto di sfuriate da parte della madre, una donna che quando era solo una bambina fu costretta a sposarsi e a lasciare il suo villaggio natale per trasferirsi nella caotica Riyadh con un uomo vecchio che non amava.

Con il passare del tempo, pur continuando ad avere molte limitazioni rispetto ai maschi, Hind è costretta a sposare Mansur un anziano cugino della madre Hila, ma divorzia di comune accordo col marito dopo la nascita della loro figlia May. Dopo il divorzio Hind riesce a trovare un lavoro come assistente sociale in un ospedale, lavorando sodo si ricostruisce una vita e soprattutto conosce Walid, un uomo dolcissimo completamente diverso da tutti gli uomini-padroni che finora Hind ha conosciuto, diverso per esempio da suo fratello Ibrahim, un ragazzo debole che cederà all’odio.

Gli uomini comprendono presto che le case sono create per le donne, le catturano e le imprigionano. Le donne sono abituate alla clausura, ci si affezionano (…) Nel mio Paese, le donne maturano, invecchiano immalinconite dalla tristezza, dall’ansia per le malattie dei figli e del marito (…) Il loro ruolo è limitato, il loro valore sociale scarso, dal momento che vengono mantenute per tutta la vita (…) questo rende facile, per chi le mantiene, comandare su di loro [Profumo di caffè e cardamomo, Badriya al-Bishr, trad. F. Pistono, citazione pagina 103]

Profumo di caffè e cardamomo” è un romanzo che mi è piaciuto tantissimo per lo stile, apparentemente molto semplice ma ricco di immagini e descrizioni molto belle; potrei definirlo il libro dei ricordi di Hind, dato che l’autrice saudita mescola la storia della vita della protagonista – che vive la sua maturità approssimativamente nei primi anni del Duemila – e le storie della sua gioventù e di quella della madre.

Leggendo il romanzo di Badriya al-Bishr ho imparato molte cose che non sapevo, per esempio non pensavo che alle donne saudite fosse permesso divorziare dal marito; ho scoperto, leggendo, un’Arabia Saudita molto diversa da quella che mi immaginavo io: è vero che le donne saudite sono le uniche al mondo che non possono guidare, ma rispetto al passato stanno conquistando molti diritti. Anzittutto, il diritto di studiare e di lavorare: diverse donne nel romanzo sono laureate e lavorano anche in ambienti promiscui. Può sembrare una sciocchezza, per noi, ma per le donne saudite non è sempre stato scontato il poter lavorare con colleghi maschi.

Ciò che mi ha colpita di più di questo romanzo è la passione che nasce tra Hind e Walid, un uomo assolutamente diverso dagli altri uomini sauditi. Walid è un lettore colto, lavora in ospedale con sua sorella Shadha e con Hind, è un uomo svincolato dalla convenzioni che invita a cena Hind e sua sorella in un ristorante di lusso al decimo piano di un grattacielo e che permette alle ragazza di guidare la sua jeep giapponese nel deserto.

Sì, è proprio l’amore tenero e dolce tra Walid e Hind ad essermi piaciuto moltissimo: io sono sicura che di uomini come Walid in Arabia Saudita ce ne siano, non sono tutti terroristi pronti a farsi saltare in aria. Ragazzi sauditi che leggono, studiano, lavorano e che amano le ragazze per amore vero e non solo per contratto esistono. Questo è il messaggio d’amore e di speranza che mi porterò nel cuore dopo aver letto il romanzo di Badriya al-Bishr.

Angelo Calvisi | Adieu mon cœur

I libri editi da CasaSirio mi piacciono nel loro formato perfettamente tascabile e nell’accuratezza delle loro copertine, sempre molto essenziali e semplici, eppure bellissime. Sulla copertina di “Adieu mon cœur” di Angelo Calvisi è rappresentata una chitarra con una corda strappata e un piccolissimo cuoricino, proprio quello che forse ha ceduto facendo arricciare la corda; il titolo del libro ha un qualcosa di romantico e anche la storia lo è, ma di quel romanticismo che lascia un velo di tristezza.

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Titolo: Adieu mon cœur

L’Autore: Angelo Calvisi è nato a Genova nel 1967 e oggi vive in Germania. Dopo aver svolto i mestieri più disparati, ha iniziato a scrivere pubblicando racconti, saggi e romanzi. Oggi svolge l’attività di vignettista e illustratore

Editore: CasaSirio

Il mio consiglio: “Adieu mon cœur” è uno di quei libri che non si riesce a smettere di leggere grazie all’originalità con cui sono raccontati di eventi , uno di quelli dove ai protagonisti – seppur con i loro difetti, anche vistosi – ci si affeziona sul serio

Pensavo di conoscere ogni angolo di questa città e invece, nei luoghi dove sono cresciuto, non riesco più a orientarmi. Mi sento come quello sfigato del ragazzo della via Gluck. Sotto le strade del mio quartiere hanno costruito dei parcheggi interrati. Ci sono gli ingressi in plexiglass ogni cinquanta metri, e al posto del cinema di padre Hollywood hanno messo una sala giochi con le macchinette mangiasoldi e l’insegna recita: Slot Club delle Alpi. Lascio la Vespa in piazza e proseguo a piedi. Sono una moneta che ruota sul suo asse, rallento e mi fermo soltanto quando ho esaurito la spinta, e la spinta si esaurisce davanti al portone di mia madre. [Adieu mon cœur, Angelo Calvisi, citazione pagine 126-127]

Paolo è un adolescente che vive nella Genova dei primi anni Ottanta, in uno di quei palazzi tutti uguali quasi impossibili da riconoscere; la mamma e il papà non vanno molto d’accordo e a Paolo la scuola interessa poco. Lui preferisce il calcio, la musica e ovviamente le ragazze. Si sente un po’ sfigato perché tutti i suoi coetanei una ragazza se la sono già fatta, mentre lui è ancora solo.

Una volta sbarrato l’ingresso del campetto dietro la scuola dove Paolo e gli amici si trovavano sempre, urge cercare un nuovo luogo di ritrovo: l’oratorio, ad esempio, e Paolo, pur non essendo molto amico dei preti e della Chiesa, accetta l’invito perché non c’è altra scelta. Proprio durante una festa in oratorio Paolo ritroverà Michela, quella ragazzina più grande di lui che l’anno prima gli aveva chiesto se si voleva fidanzare con lui, ma che Paolo aveva rifiutato a causa del mondiale di calcio.

L’amica di Michela, che si chiamava Erica, mi ha passato il biglietto e mi ha chiesto: – Ti vuoi fidanzare? L’ho guardata a bocca aperta, allora Erica ha ripetuto: – Ti vuoi fidanzare con Michela? – Non posso. – Perché non puoi? – Perché c’è il mondiale. Il mondiale di calcio in Spagna lo aspettavo da circa un secolo, volevo vedere tutte le partite in diretta e dopo volevo andare nel cortile della scuola a giocare (…) Fidanzarmi era una cosa che non mi passava nemmeno per l’anticamera del cervello. [Adieu mon cœur, Angelo Calvisi, citazione pagina 37]

L’originalità del libro di Calvisi sta fatto che il racconto sia suddiviso in capitoli che analizzano episodi precisi della storia della vita di Paolo – narrata in prima persona – di dieci anni in dieci anni e questo vale per i primi quattro capitoli, mentre l’ultimo capitolo è un flashback nel 1983 dove Paolo racconta finalmente ai lettori cosa sia successo dopo la festa in oratorio.

Una narrazione di questo tipo necessariamente fa sì che vengano omessi particolari e dettagli della storia del protagonista e il bello è proprio qui: perché ho iniziato ascoltando la storia di un Paolo tredicenne nel 1983 per poi all’improvviso, senza che mi venga detto com’è finita la festa in oratorio, ritrovarmi a leggere di un Paolo ventitreenne divenuto un noto musicista, ma che trascorre il Capodanno del 1993 con un attacco di appendicite in corso e che parla della sua vita in una comunità.

I salti temporali con i relativi vuoti hanno alimentato decisamente la mia curiosità, facendo sì che io divorassi il libro in due giorni. Pian piano mi sono affezionata ai personaggi e anche a Paolo, nonostante il suo carattere e le sue dipendenze; ho apprezzato le descrizioni di Genova, una città che amo molto, e lo stile scorrevole e a tratti colloquiale che l’autore ha utilizzato. Mi sono piaciute le buffe coincidenze per cui negli eventi raccontati ogni dieci anni Paolo rincontrasse i suoi ex-compagni di scuola, cambiati completamente e alcuni davvero un po’ sfigati.

Mi è sembrato che Paolo mi raccontasse la sua storia e mi spiegasse perché il cuoricino lilla abbia fatto saltare la corda della chitarra e soprattutto mi dicesse il nome della ragazza che avrebbe amato per sempre.

Shifra Horn | Scorpion dance

L’ultimo romanzo di Shifra Horn pubblicato in Italia è “Scorpion dance” (Fazi editore, 421 pagine, 18,50 euro) ed è una storia che conduce il lettore in Israele attraverso un viaggio che abbraccia circa sessant’anni di storia del Novecento, cullati dalle parole di Orion, il sensibile e poetico protagonista, che conserva i ricordi in sterili provette di plastica. “Scorpion dance” è una storia a tratti vera e a tratti magica e incredibile nella sua particolarità.

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Titolo: Scorpion dance

L’Autrice: Shifra Horn è nata a Tel Aviv nel 1951 e oggi vive a Gerusalemme. Dopo Studi biblici e di archeologia, ha proseguito approfondendo l’ambito della comunicazione di massa e ottenendo un diploma come insegnante. Corrispondente per cinque anni in Giappone per un quotidiano israeliano, ha ricevuto diversi premi per i suoi romanzi, pubblicati in Italia da Fazi

Traduzione dall’inglese: Silvia Castoldi

Editore: Fazi

Il mio consiglio: è un libro per chi cerca una storia di famiglia, con i dovuti segreti celati nel tempo; per chi ama i pappagalli parlanti e i glicini che avviluppano le case. Per chi tiene i ricordi non solo nel proprio cuore, ma in ordinate provette di plastica. Per chi percepisce il profumo dei colori.

Ma poi, è davvero possibile mettere insieme un’intera biografia senza conoscere gli aspetti fondamentali dei propri genitori e il loro passato? E che ne è della libertà del narratore? Ho il permesso di adattare un po’ la verità? Oppure tu, con la tua sensibilità, ti accorgeresti di ogni trucco? (…) Tu mi solleciti ancora, distogliendomi da questi pensieri morbosi. Non sono capace a dirti di no, perciò decido di zigzagare all’interno della storia come una promenade à deux – la danza di accoppiamento degli scorpioni. Giocherò col tempo, correndo avanti poi facendo un passo indietro, andando a destra e a sinistra. E tu, nella tua saggezza, unirai le singole parti fino a formare un tutto e saprai leggere tra le righe. Comincio dall’ovvio: questa casa, in cui ci siamo incontrati. Da qui, ogni cosa condurrà a un’altra. [Scorpion dance, Shifa Horn, trad. S. Castoldi, citazione pagine 32-33]

La voce narrante dell’intera storia, è affidata ad Orion che narra con dolcezza e attenzione, ogni dettaglio della sua esistenza e della sua famiglia all’amata Christina-Anna, una ragazza tedesca che lui ha incontrato a Gerusalemme.

Orion è un ragazzo sensibile e poetico, lavora nei sotterranei di una biblioteca, ma oltre al suo lavoro, ha creato il museo di libri bruciati, una biblioteca ambulante installata su un vecchio carretto dei gelati, soprannominato affettuosamente Falada, dove si possono trovare le copie dei testi dei romanzi bruciati dai nazisti durante il grande rogo di Berlino del 1933 e anche le ceneri di quell’incredibile rogo custodite in un barattolo.

Orion parla della nonna tedesca, Johanna Herman, ostetrica professionista arrivata in Israele nel 1948, assieme al figlioletto Uri, il padre di Orion; racconta della svampita Aviva, la mamma di Orion arrivò dall’Europa in Israele, quando era molto piccola, arrivò senza genitori e con un documento che attestava che era un’orfana della Shoah.

Di Uri, il padre morto durante la guerra dei Sei Giorni, prima di sapere che nel ventre di Aviva si stava formando un grumo di cellule che un giorno si sarebbero trasformate un bambino. E infine Sarah, il pappagallo di Johanna ritrovato nel giardino di quella che sarebbe diventata la loro casa, dopo che gli arabi erano fuggiti dal quartiere.

Ma come ogni famiglia, anche i componenti della famiglia di Orion hanno dei segreti: ne ha uno Aviva e lo rivela ad Orion prima di volare in Australia con il nuovo compagno; ne ha uno Johanna, ma è così importante che non lo vuole rivelare; e ne ha uno anche Orion. Christina-Anna, nella vergogna di essere tedesca, si prenderà carico di tutti queste colpe per espiarle.

Aspettai, senza sapere che cosa. Guardai il cielo, come facevo nelle notti inquiete, e cercai Orione. Stelle e pianeti di affollavano lungo lontane orbite e galassie, appesi a un filo in un magico incantesimo divino che li teneva in equilibrio sugli strati del cielo. Confabulavano, raccontandosi segreti su di me, e di tanto in tanto una stella si allontanava dal proprio ammasso e, scendendo in una traiettoria suicida, tracciava una linea dritta come un righetto attraverso il cielo. [Scorpion dance, Shifa Horn, trad. S. Castoldi, citazione pagina 257]

Scorpion dance” è un romanzo corposo, ricco di emozioni, sentimenti e descrizioni; come la danza di accoppiamento degli scorpioni, Orion narra la sua storia saltando avanti e indietro nel tempo, parlando della sua infanzia, e del suo lavoro, di sua madre e di Johanna. Raccontando tutto questo a Christina-Anna, la donna che lui ama immensamente e per la quale sarà disposto addirittura a violare una promessa fatta a se stesso.

Un romanzo per chi cerca una storia di famiglia, con i dovuti segreti celati nel tempo; per chi ama i pappagalli parlanti e i glicini che avviluppano le case. Per chi tiene i ricordi non solo nel proprio cuore, ma in ordinate provette di plastica. Per chi percepisce il profumo dei colori.

Dorothy Baker | La leggenda del trombettista bianco

Se il genio della lampada mi chiedesse di esprimere un desiderio, io gli chiederei di catapultarmi alla fine degli Anni Settanta, quando gli sgangherati componenti dei Johnny’s Nine suonavano al sabato sera nelle balere della mia zona. Avrei voluto sentire suonare la prima tromba, un ragazzo con i basettoni e i pantaloni a zampa, e che molti anni dopo sarebbe diventato mio papà. Oggi, sciolto il gruppo, mio papà suona ancora la tromba per la banda musicale del mio paese, a volte per il coro della chiesa e per noi ogni sera. Il suono della tromba è un qualcosa che mi accompagna da sempre e quando tra le novità Fazi ho adocchiato “La leggenda del trombettista bianco” di Dorothy Baker (Fazi, 236 pagine, 16 euro) mi sono detta: devo assolutamente leggerlo. E non ne sono rimasta delusa.

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Titolo: La leggenda del trombettista bianco

L’Autrice: Dorothy Baker (1907 – 1968) è stata una scrittrice e insegnante americana. Il suo esordio nel 1938 è “Young man with a Horn” e la consacra al successo della critica. Per Fazi, nel 2014, è uscito anche “Cassandra al matrimonio”

Traduzione dall’inglese: Stefano Tummolini

Editore: Fazi Editore

Il mio consiglio: assolutamente sì, è una storia narrata a ritmo di jazz e gli squilli di tromba di Rick Martin vi conquisteranno di sicuro

Questa deve essere la storia di un giovane uomo che, senza neanche saperlo, aveva il talento di creare musica in modo così fluido e naturale come… be’, diciamo come Bach, Non si poteva chiedere a Rick Martin di suonare le note com’erano scritte. Lui se ne stava lì seduto ad aspettare pazientemente, ma quando arrivava il suo turno, o appena si presentava l’occasione, spiccava il volo e cominciava ad inventare, estemporaneamente, la musica più innovatica e geniale che si fosse mai sentita a quel tempo. Mi spiace dirlo, ma il nostro uomo è davvero un artista, che si porta in spalla quel duro fardello che è l’anima di un artista. Solo che non possiede l’altra qualità che dovrebbe accompagnare un’anima simile – e che raramente, immagino, l’accompagna: la capacità di tenere il corpo sotto controllo, mentre lo spirito segue la sua strada. Tant’è che va in mille pezzi, ma non in maniera lieve. [La leggenda del trombettista bianco, Dorothy Baker, trad. S. Tummolini, cit. pagina 17]

La madre di Edward Richard Martin è morta il giorno in cui è nato e il padre si è liberato in fretta di quel figlio che gli pesava sulle spalle. Affidato ad una coppia di zii, Rick Martin cresce in California, e un giorno per caso entrando nell’edificio della Missione delle Anime scorge un pianoforte e così, con il suo dono, inizia a leggere le note sugli spartiti e a pigiare i tasti bianchi e neri per produrre musica.

Ma il piano, pur piacendogli, non è il suo strumento: Rick Martin vuole suonare uno strumento a fiato, così si cerca un lavoretto umile e inizia a mettere da parte i soldi per acquistare una tromba. Sul luogo di lavoro conosce Daniel “Smoke” Jordan, un ragazzo nero che non ha molta voglia di spazzare i pavimenti del locale, preferisce suonare la batteria. Rick Martin entra subito in sintonia con Smoke Jordan, e il ragazzo nero accompagna ogni notte il ragazzo bianco ad ascoltare le esibizioni del pianista nero Jeff Williams e la sua band. Rick Martin ne è immediatamente conquistato, ma al pianoforte preferisce la tromba, così Arthur “Art” Hazard insegna al pivellino bianco i rudimenti dello strumento a fiato.

La carriera di Rick Martin pare una spianata verso il successo: gli ingaggi si moltiplicano, prima suona in una nota band in California e poi addirittura viene ingaggiato a New York, in un’orchestra molto famosa. E’ incredibile come un bianco sembri suonare jazz come un nero, Rick Martin non si limita a leggere e riprodurre le note scritte sul pentagramma, ma durante i suoi assoli inventa, crea, modella le note a suo piacimento e il pubblico va in visibilio.

Si fermò alla fine di un inciso, e Jeff continuò mentre lui restava ad ascoltare, e quando Jeff ebbe terminato la sua parte, Rick inclinò la tromba verso l’alto e gli diede il cambio, mantenendo le promesse che aveva fatto suonando il primo inciso in modo trattenuto. Jeff si voltò a guardarlo, strizzando gli occhi per dare man forte alle orecchie. Anche i quattro uomini seduti al bancone si girano verso di lui, puntando bruscamente la testa in direzione del suono. Era il puro e inconfondibile stile Martin. Se ne stava in piedi, con un piede appoggiato sul piolo di una sedia, a soffiare un alito di vita in quella tromba tesa e sottile come una frusta. [La leggenda del trombettista bianco, Dorothy Baker, trad. S. Tummolini, cit. pagina 205]

Purtroppo, però, non è facile conciliare vita e successo, soldi e fama con la modestia e la tranquillità, soprattutto quando si conosce una ragazza come Amy North. E come per molti altri artisti prima di lui, Rick Martin con la sua vita sgregolata e incredibile, si avvicina rapido come un treno in corsa verso il baratro…

Il primo romanzo che leggo di Dorothy Baker è proprio l’esordio di questa scrittrice americana, uscito nel 1938 con il titolo “Young man with a Horn”, cosa posso aggiungere di mio a questo libro che è a dir poco fantastico? La storia di Rick Martin e dei suoi amici si legge quasi tutta d’un fiato, con un ritmo che non si smorza mai, tra colpi di scena e capitoli brevi che invitano il lettore a proseguire e a proseguire ancora.

Oltre alle belle descrizioni dell’ambiente musicale degli Anni Venti tra la west e la east coast degli Stati Uniti, la cosa che ho più apprezzato è il come la storia è raccontata, ovvero dal punto di vista di un narratore onniscente che spesso si lancia anche in giudizi personali. E’ un narratore che non conosciamo e non viene rivelato nemmeno alla fine della storia; è come le vicende di Rick Martin ci venissero raccontate da un amico che lo ha sempre seguito, che a volte l’ha approvato e a volte disapprovato, e questo espediente per narrare la storia mi è piaciuto tantissimo.

In questo libro, appunto scritto nel 1938 e ambientato negli Anni Venti, non c’è spazio per il razzismo e non esiste superiorità tra bianchi e neri, forse perché la musica mette d’accordo tutti e, anzi, a dirla tutta i neri hanno sempre suonato jazz meglio dei bianchi.

Insomma, è un libro che consiglio di leggere per lo stile, per la storia e soprattutto per la grande passione che Dorothy Baker ci mette per raccontarci della leggenda di Rick Martin, lo sfortunato trombettista bianco.

Cristiano Cavina | Un’ultima stagione da esordienti

Il romanzo “Un’ultima stagione da esordienti” di Cristinano Cavina (marcos y marcos, 254 pagine, 10 euro) è un altro di quei libri acquistati quasi per caso, un po’ perché mi affascina la casa editrice, un po’ perché la copertina è veramente graziosa, con quei gatti colorati che si arrampicano su una porta del giuoco del calcio. Ammetto che l’ho iniziato senza aspettarmi granché, e invece la storia mi è piaciuta tantissimo, tanto che l’ho letto praticamente in un giorno. Amo i libri che sanno sorprendermi, soprattutto quando da loro non mi aspetto così tanto!

Layout 1Titolo: Un’ultima stagione da esordienti

L’Autore: Cristiano Cavina, è nato a Casola Valsenio (Ravenna) nel 1974. Cresciuto a pane, storie e calcio, senza esagerate con lo studio inizia mille lavori prima di pubblicare diversi romanzi e racconti che riscuotono successo. Oggi scrive, ma ci tiene a non considerarsi “scrittore”, e continua a sfornare pizze nell’attività di famiglia e a giocare con il figlio Giovanni

Editore: marcos y marcos

Il mio consiglio: assolutamente da leggere, è una storia bellissima, sull’amicizia e sul senso della squadra, sull’adolescenza che arriva con tutti i suoi problemi. Il tutto raccontato con ironia e gioia di vivere.

L’estate che precedette la nostra ultima stagione da esordienti mettemmo a dura prova la tenuta del campetto di ghiaia, e la pazienza della fauna che popolava il cortile del convento. Per non parlare della flora centenaria. A settembre ci aspettava il terzo e ultimo anno di scuola media. Dopo non saremmo più stati in classe insieme; le scuole di città di avrebbero divisi e ingoiati. Non ne parlavamo mai, perché era un traguardo oscuro e carico di presagi, come partire per il fronte, ma annusavamo nell’aria quella separazione inevitabile e prendemmo l’abitudine di ritrovarci al campetto molto presto. Nell’estate del 1985, cominciavamo a giocare alle sei e tre quarti di mattina. [Cristiano Cavina, Un’ultima stagione da esordienti, citazione pagine 13-14]

L’estate del 1985 è l’ultima stagione in cui potranno stare tutti assieme, i ragazzo di Casola, un borgo arroccato sui monti del ravennate. Hanno tredici anni, ognuno con i propri sogni, i problemi in casa e i ritagli delle donne in intimo del “Postal Market“. Giocano a calcio dappertutto, dove capita, basta un pallone perché l’entusiasmo ce l’hanno sempre addosso. Giocano nel campetto di ghiaia del convento, minacciando di abbattere con un pallonetto la vite centenaria a ridosso della porta oppure i nonni della bocciofila accanto.

Il presidente dell’AC Casola è un allevatore di polli, soprannominanto Rockfeller, mette soggezione e indossa occhiali scuri da golpista; il Mister invece è il profeta degli esordienti, mentre i libri di scuola possono aspettare, anche se a giugno ci sarà l’esame di terza media. Nel settembre dell’85 arrivano le convocazioni per gli allenamenti di preparazione al Campionato Provinciale Esordienti, Stagione 1985/86, proprio il giorno in cui Donna Nuda stende la nonna del Grande Poggio con una cannonata. Il Mister ha chiamato tutti, anche le riserve: il Ragno della Storta, Fattura, Rigo, Piet Cammello mitico primo portiere, la Bomba, Oh te, Rocchettino, Danasi, il Buitre, Michelino e Isola, Donna Nuda il tragico secondo portiere, i gemelli Lamas I e Lamas II, Dardi, Visanello, Claclo e il Povero Patrizio.

E’ Oh te – il numero sei – che racconta la storia di quell’ultima stagione da esordienti con quel tono nostalgico e ironico che si usa per raccontare un evento che appartiene ad un passato bellissimo e glorioso, ma che non tornerà più.

I tredicenni indossano le casacche blu dell’AC Casola, e si preparano a giocare in casa nello scalcagnato campetto “Enea Nannini” o ad andare in trasferta nei paesi vicini, Faenza, Marradi, Borgo Ghibellino; i titolari viaggiano sul Volkswagen scassato guidato da George Balducci, mentre il Mister li minaccia bonariamente e come monito porta sempre con sé una testa di cinghiale imbalsamata, seguiti dalle riserve divise sulla Fort Escort del Barone, padre di Isola,  e sulla Simca di Ghendi, mentre chiude la carovana la Talbot Sunbeam del Killer, un casolano che più che tifare per i ragazzi dell’AC Casola, cerca donne di facili costumi nei paesi delle trasferte.

In quell’ultima stagione i ragazzi si giocano davvero il tutto per tutto per arrivare all’ultima partita, quella più importante sarà contro i loro rivali storici: i ragazzini di Borgo Ghibellino. E in quella importante partita non si giocheranno solo la vittoria del campionato, ma molto di più.

Ovviamente nessuno di noi sapeva cos’era di preciso la vita, però una qualche idea ce l’eravamo fatta lo stesso. Un po’ la conoscevamo. Aveva dodici tacchetti appuntiti per scarpa, e se non eri svelto a passare la palla al compagno smarcato, ti faceva secca la caviglia [Cristiano Cavina, Un’ultima stagione da esordienti, citazione pagina 94]

Come ho scritto nel consiglio, questo è un libro bellissimo: mi piace come Cavina racconta la storia di questa squadra scalcagnata, con scioltezza e rapidità, e con quel filo di ironia che rende la narrazione davvero spassosa e divertente.

Il gioco del calcio è solo l’espediente per mostrare i sogni e le speranze dei ragazzi dell’AC Casola e l’orogolio del Mister che per anni li ha allenati e minacciati allegramente e con simpatia. Un libro da leggere, anche per chi come me non è affatto appassionato di calcio: i veri protagonisti sono i nostri sogni, anche se non bisogna mai farci l’abitudine a sognare, altrimenti “diventano esseri sfuggenti, peggio delle anguille“.

C’è solo una parola che riesce a sfiorare questa storia con la punta delle dita. L’ho sempre rispettata fin da bambino, quando vidi a una sagra di paese un vecchio vestito di blu con una stella argentata pitturata alla bell’e meglio sulla fronte, che dal palmo della mano, senza muoverla, tirava fuori un piccione nero come la pece. Magia. Il Dio del Calcio sapeva dispensare magia più di chiunque altro, nei momenti più impensati [Cristiano Cavina, Un’ultima stagione da esordienti, citazione pagina 248]

Mary Costello | Academy Street

Il romanzo “Academy Street” di Mary Costello (Bollati Boringhieri, trad. Maya Guidieri Berner, 179 pagine, 16 euro) racconta con delicatezza la storia di Tess, una ragazza irlandese che a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 lascia la natia Irlanda per seguire la zia Molly e sua sorella Claire, già abbagliate dal sogno americano. E’ leggendo la storia di Tess, con le sue insicurezze e le sue paure, che la mia mente è volata ad inizio secolo e ho di nuovo ripensato ai miei bisnonni catapultati in America.

9788833926049Titolo: Academy Street

L’Autrice: Mary Costello è nata a Galway e oggi vive e lavora a Dublino. Academy Street è stato finalista al Costa First Novel Award 2014 come opera prima

Traduzione: Maya Guidieri Berner

Editore: Bollati Boringhieri

Il mio consiglio: per chi cerca un romanzo con una protagonista sensibile e un po’ timorosa di sbagliare, per chi vuole approfondire i temi dell’emigrazione e dei bigottismo degli anni Sessanta e Settanta

Nei mesi che seguirono, pian piano Tess si adattò al ritmo della città, agli accenti, alle strade che s’intersecavano a griglia, alla metropolitana, ai volti di colore sui marciapiedi, alle sirene di notte, ai negozi a buon mercato stracolmi di merce d’ogni sorta, e ai palazzi che spuntavano come funghi dagli spiazzi nelle strade. Si abituò alle parole nuove: pocket-book, meatloaf, lima beans, Jell-O, al gusto del caffé, ai vestiti attillati, ben rifiniti e poco costosi. All’abbondanza di ogni cosa. [Academy Street, Mary Costello, cit. pagine 65-66]

Nel 1944 ad Easterfild, Irlanda, la piccola Tess conosce per la prima volta il dolore: la sua amata madre muore a causa di un’epidemia di tubercolosi. Il resto della famiglia di Tess si salva, due fratelli, tre sorelle e un padre severo e di poche parole. Anni dopo, la zia Molly invita i ragazzi a raggiungerla a New York, perché a detta sua l’America è la terra in cui tutti possono diventare qualcuno. E’ Claire, una delle sorelle di Tess, a lanciarsi per prima al di là dell’oceano, inviando a casa una serie di lettere entusiaste nelle quali invita anche gli altri a raggiungerla. Tess nel frattempo è diventata infermiera, e nel 1962 lascia il lavoro sicuro all’ospedale di Dublino e vola negli Stati Uniti.

Nonostante la presenza di zia Molly e Claire, Tess percepisce la solitudine che prova solo chi lascia il proprio piccolo paesino alla volta di una città immensa dove non si conosce nessuno. La giovane Tess trova lavoro in un ospedale, inizia a conoscere i componenti della comunità irlandese in America, e trova casa con Anne, una sua collega, in un appartamento al numero 471 di Academy Street. Ed è grazie ad Anne, Tess incontra David, anche lui un immigrato irlandese, del quale Tess si innamora perdutamente. Ma dopo una brevissima relazione – forse mai iniziata se non agli occhi di Tess – David sparisce, dopo una giornata bellissima trascorsa sulla spiaggia di Coney Island.

Lontani dalla portata degli altri, si muovevano in perfetta sincronia, due creature di mare fredde, radiose, splendenti. Nuotarono fino al largo, in acque profonde e a tratti gelide. Ebbe l’impulso di stringerlo tra le gambe e cavalcare la sua schiena, giù nell’oscurità dell’abisso. [Academy Street, Mary Costello, cit. pagina 81]

Sono gli anni ’60, infuria la guerra in Vietnam, il Presidente Kennedy viene assassinato a Dallas e Tess scopre di essere incinta. Assalita da molti dubbi, soprattutto riguardo alla sua condizione di ragazza madre, è indecisa se tenere o dare in adozione il bambino. La sorella Claire dal New Jersey si sposta in California, l’amica Anne si è sposata e Tess si ritrova da sola nell’appartamento di Academy Street, anche se nello stesso palazzo fa conoscenza con una donna nera di nome Willa, colei che diverrà non solo la sua vicina di casa ma anche una vera amica, una confidente su cui contare. Di tornare in Irlanda non se ne parla, come potrebbe essere la vita di una ragazza madre in Europa?

Una sera, in metropolitana, provò ad immaginare come sarebbe stata la sua vita in Irlanda. Pensò a giornate piatte e sempre uguali, a un’esistenza immobile e stagnante, e si sentì oppressa da una coltre di noia greve e paralizzante. Là, in Irlanda, non avrebbe mai potuto tenere Theo. Le sembrava un luogo senza speranza, privo di sogni, o dove era proibito averne. Qui invece la vita poteva essere vissuta a un ritmo più intenso, più autentico. [Academy Street, Mary Costello, cit. pagina 115]

Academy Street” è un romanzo che ho preso quasi per caso in biblioteca: mi piacevano il titolo e la copertina, quella donna seduta sulle scale che legge un giornale tutta assorta e illuminata dal sole. Quando nella quarta ho letto che raccontava una storia di una ragazza irlandese divisa tra la terra natia e la terra dei sogni, ho deciso di leggerlo. La sorpresa è stata che non mi aspettavo un romanzo così bello e coinvolgente, avevo timore che fosse un semplice romanzo d’intrattenimento, mentre è davvero qualcosa di più.

Tess rappresenta tutti coloro che a malincuore lasciano la terra natale alla volta dell’ignoto, nel caso di Tess abbandona l’Irlanda per andare a vivere a New York, una ragazza di campagna che va a finire in una grandissima metropoli quasi tentacolare. Tessi pur non avendo problemi con la lingua parlata negli Stati Uniti, si sente sola e sconfortata, all’inizio, e si lega fortmente alla comunità irlandese e ovviamente cerca rifugio nelle due figure che conosceva già, la zia Molly e sua sorella Claire.

C’è poi l’aspetto dell’essere una ragazza madre negli anni Sessanta: Tess non rivela a nessuno il nome del padre, e quando spiega la sua condizione alla zia Molly, questa si indigna e l’accusa di aver combinato un guaio, come se fosse solo colpa di Tess e non del compagno scomparso. Infine, emergono la bellissima amicizia tra Tess e Willa, la sua vicina di casa in Academy Street e nel romanzo si percepisce il costante bisogno di Tess si essere amata.

Mary Costello ha preso in prestito alcuni fatti della sua famiglia per scrivere questa tenera storia d’amicizia, d’amore e di solitudine, dove Tess è un po’ tutti noi quando veniamo sradicati dal nostro contesto e mandati in un luogo a noi sconosciuto.

Maya Angelou | Io so perché canta l’uccello in gabbia

L’aridità di Stamps era proprio quello di cui avevo bisogno, senza volerlo né esserne consapevole. Dopo St. Louis, con il suo rumore e la sua frenesia, i camion e gli autobus, e le chiassose riunioni di famiglia, rividi con piacere i vicoli bui e i villini solitari in fondo a cortili in terra battuta. La rassegnazione degli abitanti di Stamps mi esortò a rilassarmi. Si sentivano appagati perché convinti che non avrebbero avuto altro, sebbene avessero diritto a molto di più. Il loro sapersi accontentare delle iniquità della vita rappresentava per me una lezione. Entrando a Stamps, ebbi l’impressione di oltrepassare le linee di confine della cartina per poi precipitare, senza paura, oltre l’orlo del mondo. Non poteva succedere altro, perché a Stamps non succedeva mai niente. Fu in questo bozzolo che mi rifugiai. [Io so perché l’uccello canta in gabbia, Maya Angelou, tra. M. L. Cantelli]

 

Dopo la Grande Depressione, i genitori di Marguerite – detta Maya – e Bailey Junior si separano e i due bambini vengono affidati alle cure di Annie, la religiosissima e severissima nonna materna. I bambini si trasferiscono da St. Louis, Missouri, a Stamps, Arkansas, dove la nonna detta Momma gestisce un Emporio nel quartiere nero.

Nel negozio della nonna si può trovare davvero di tutto, dai cibi in scatola alle lampadine. Assieme a Momma abita lo zio Willie, un ragazzo storpio che aiuta come può la madre nell’Emporio. Marguerite e Bailey Jr. iniziano la loro nuova vita in una città del Sud degli Stati Uniti, un luogo dove la segregazione è assoluta: scuole, autobus, medici, quartieri soli per neri e viceversa solo per bianchi. Gli anni Trenta sono anni difficili, c’è ancora la Crisi tra le genti del Sud, ma non per Momma che grazie all’Emporio e ai prestiti che concede sia ai bianchi che ai neri riesce a tirare avanti dignitosamente.

Nonostante l’apparente benessere, l’infanzia di Maya è costellata di eroi e persone cattive. Ed è attraverso gli occhi di una bambina che viene ricostruita la condizione dei neri all’epoca. Gli eroi, per Maya, sono gli uomini e le donne che lavorano senza sosta nei campi di cotone, mentre le persone cattive sono i ragazzi bianchi del Ku Klux Klan che spaventano il povero zio Willie facendogli scherzi sciocchi e violenti.

Col tempo, Maya apprende con dolore le differenze tra i bianchi e i neri: i bianchi hanno case più belle, scuole migliori, autobus più efficienti, medici più preparati e a portata di mano. Maya si ritroverà a percorrere ottanta chilometri in autobus per andare da un medico nero, poiché il dentista bianco di Stamps preferisce curare i denti di un cane anziché le carie di una nigger.

Allo stesso tempo, Maya imparerà che anche della sua gente non può fidarsi, perché il vero orrore arriverà non da un bianco bensì da un uomo di colore.

Foto scattata a Hot Springs Arkansas, 1915 (Flickr CC BY 2.0)

Io so perché canta l’uccello in gabbia” di Maya Angelou (Beat edizioni, 237 pagine, 13.90 euro) è un romanzo importante e potente, è una storia che potrebbe sembrare lontana ma drammaticamente attuale. Il punto di forza del romanzo di Maya Angelou è proprio quello di raccontare la sua vita utilizzando il filtro dell’infanzia e concentrandosi sulla condizione della sua gente. I bianchi sono ai margini ma quelli che compaiono nel romanzo sono totalmente disinteressati alla condizione dei neri e sempre pronti a ferire con le parole.

Una delle scene più toccanti è quella della consegna dei diplomi: Maya finalmente si sta diplomando a Stamps, dopo anni di sforzi e sacrifici, intervallando il lavoro con lo studio. Per Maya il giorno del diploma dovrebbe essere il più bello della sua vita: Bailey Jr., Momma e zio Willie dovrebbero essere orgogliosi di lei. Ma sul palco a tenere il discorso della cerimonia salgono due bianchi, e le parole che sputano sono più taglienti di mille lame.

La cerimonia, il momento magico e riservato, tutto trine, regali, congratulazioni e diplomi, per me era terminata prima che chiamassero il mio nome. I risultati non contavano niente. Disegnare cartine precisissime, con inchiostro di tre colori diversi, imparare a pronunciare e scrivere parole di dieci sillabe, mandare a memoria Lucrezia violata per intero, tutto inutile. Donleavy ci aveva smarcherato. Eravamo cameriere e contadini, tuttofare e lavandaie, e qualsiasi nostra aspirazione a qualcosa di più era farsesca e arrogante. Avrei voluto che Gabriel Prosser e Nat Turner avessero ucciso tutti i bianchi nei loro letti, che Abramo Lincoln fosse stato assassinato prima di firmare la proclamazione di emancipazione degli schiavi, che Harriet Tubman fosse morta per quel colpo alla testa e Cristoforo Colombo annegato sulla Santa Maria. Era terribile essere nera e non avere alcun controllo sulla propria vita. Era brutale essere giovane e già addestrata a stare seduta in silenzio ad ascoltare le accuse rivolte alla mia razza senza potermi difendere. Avremmo dovuto essere tutti morti. [Io so perché l’uccello canta in gabbia, Maya Angelou, tra. M. L. Cantelli]

È proprio in questo momento che Maya si rende conto che la loro condizione difficilmente cambierà, ma non è intenzionata ad arrendersi senza combattere: lasciando la sofferenza e il dolore alle spalle, reagirà con orgoglio e costruirà la propria vita, per quanto le difficoltà le sembrino insuperabili e anche se tutti sembrano pronti remarle contro.

Maya Angelou (fonte: Wikipedia CC BY-SA 2.0)

Un romanzo che parla di razzismo è uno di quei testi di cui oggi abbiamo bisogno. Noi abbiamo bisogno di testimonianze come “Io so perché canta l’uccello in gabbia” di Maya Angelou  perché sono convinta che oggi più che mai sia necessario rinfrescarci la memoria, comprendere ciò che è stato, ciò che è successo, cercando di far sì che certi episodi abominevoli non accadano più.

Titolo: Io so perché canta l’uccello in gabbia
L’Autrice: Maya Angelou nata a St. Louis (Missouri, USA) è scomparsa nel 2014 all’età di 86 anni. Scrittrice e poetessa, è considerata un baluardo della cultura afroamericana del Novecento. Ha ricevuto diverse nomination al Premio Pulizter e numerosi altri premi. Nel 2011 dalle mani del Presidente Barack Obama ricevette la medaglia Libertà 2010, la più alta onoreficienza civile americana.
Traduzione: Maria Luisa Cantelli
Editore: Beat edizioni
Perché leggerlo:  è un romanzo che tratta in particolar modo la comunità nera degli anni ’30 e ’40 degli Stati Uniti

(© Riproduzione riservata)

Alejo Carpentier | Écue-Yamba-Ó

Alcuni libri sono vere e proprie esperienze di lettura: storie trascinanti, affascinanti, che catturano parlando di persone ed eventi così distanti dalla cultura propria del lettore. Alejo Carpentier è uno scrittore che ha dato voce ai Caraibi e al continente americano descrivendo con precisione l’identità della cultura afrocubana. Immergersi nella lettura di Écue-Yamba-Ó (Lindau edizioni, traduzione di Vittoria Martinetto e Thais Siciliano, 219 pp., 21 euro) è come partire per un viaggio, un viaggio rigorosamente immaginario, costituito da magia, mito, religione, suggestione e riti antichissimi.

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Titolo: Écue-Yamba-Ó

L’Autore: Alejo Carpentier (1904 – 1980) nacque a Losanna da un architetto francese e da una traduttrice di origine russa. Trasferitosi a Cuba è cresciuto in un ambiente di meticciato culturale, mostrandosi sensibile fin da giovane al valore della cultura afrocubana. Ammirato da molti scrittori, tra cui Gabriel Garcia Marquez, Alejo Carpentier ha contribuito ad elevare e nobilitare la cultura latinoamericana e i suoi narratori.

Traduzione: Vittoria Martinetto e Thais Siciliano

Editore: Edizioni Lindau

Il mio consiglio: Écue-Yamba-Ó è un romanzo di formazione e di denuncia sociale, è un affascinante affresco di una cultura  diversa dalla nostra occidentale ed è uno spaccato interessante sulla realtà cubana dei primi del Novecento.

Acquista sul sito dell’editore

Quando le lente carrette di canne, pesanti, zoppicanti, arrivavano dinanzi al bohìo del vecchio Cué, le stanghe si alzavano, e si riposava un istante al riparo del gran tamarindo dall’ombra di pizzo. Col muso a terra, i buoi sbuffavano come motori surriscaldati, sventagliandosi i fianchi con la coda. Gli uomini lasciavano cadere i cappelli e, con due dita, si toglievano dalla fronte una mota rossiccia di polvere e sudore. Un vapore tremulo si alzava dalle erbe calde. Le palme erano quiete come piante in un acquario. Le palmacanas scoppiettavano in sordina. C’era sciopero nella segheria dei grilli. A mezzogiorno il sole era così grande che riempiva il cielo intero. [Écue-Yamba-Ó, Alejo Carpentier, citazione pagina 21]

La formazione di Menegildo Cué

Per iniziare a parlare del romanzo Écue-Yamba-Ó sono partita con una citazione che descrive l’ambiente dove il protagonista Menegildo vive. E’ la Cuba dei primi del Novecento, l’isola che galleggia nel Mar dei Caraibi e che riceve ogni giorno nuovi arrivi di stranieri – haitiani, polacchi, americani – che raggiungono queste ricche terre chi per lavorarle fatiscosamente, chi per sfruttarle senza ritegno.

Suddiviso in tre parti – Infanzia, Adolescenza, La città – il romanzo Écue-Yamba-Ó racconta la storia di Menegildo Cué che vive all’ombra dello Zuccherificio San Lucio, con la sua numerosa famiglia. Il nonno Luì è discendente di Juan Mandinga, uno vero negro bozal giunto dalla Guinea come schiavo per lavorare nelle Americhe. Le origini di Menegildo sono umili e la sua vita molto faticosa. Non ha potuto frequentare la scuola perché il padre ha preferito che lavorasse con lui, nei campi.

Durante una festa, però, Menegildo incontra una ragazza di Guantanamo che vive nell’accampamento degli haitiani, poiché è moglie di uno di essi. Per il giovane Menegildo quella ragazza diventa una sorta di ossessione, tanto da andare dal vecchio Beruà, lo stregone, per chiedergli un embò, un sortilegio, per far innamorare di lui la giovane moglie dell’haitiano.

Ovviamente, all’haitiano non sta bene che Menegildo abbia puntato gli occhi sulla sua Longina, per cui pensa di dargli una bella lezione. Menegildo, ferito e svergognato, si ritira in casa senza raccontare la verità sull’accaduto, ma Antonio, il cugino negro della madre di Menegildo, capisce subito cos’è successo e darà a Menegildo un consiglio che lo porterà alla rovina.

Menegildo, infatti, dovrà intraprendere un lungo viaggio in treno verso la città, verso La Habana, luogo dove prima d’ora non era mai stato. E sarà proprio in città che, dopo un’esperienza difficile, si renderà conto che non gli interessa tornare in campagna all’ombra dello Zuccherificio San Lucio, ma decide di diventare ñáñinguista (ovvero, entrare a far parte di un’associazione segreta portata a Cuba dagli schiavi neri, dove si praticano rituali complessi e dane pittoresche).

Il treno disdegnò la presenza di due o tre stazioncine e fermate deserte. Alla fine arrivò a uno snodo ferroviario, situato in piena campagna, il cui marciapiede di cemento era costellato di rami e sementi. Alcune capre ruminavano all’ombra di un chiosco rosa, pieno di leve e di funghi di ceramica. I soldati fecero scendere Menegildo. Dopo una lunga attesa, sotto un sole che scaldava il cemento del marciapiede e le tavole di legno su cui erano seduti, un convoglio maestoso si affacciò alla curva più vicina, trainando lunghi vagoni gialli, decorati da scritte in inglese. Mai prima di allora Menegildo ne aveva visti di così belli! [Écue-Yamba-Ó, Alejo Carpentier, citazione pagina 140]

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“La chitarrista” Mario Carreño, pittore cubano

Il Real maravilloso e la denuncia sociale

Alejo Carpentier fu viaggiatore, tanto che nei suoi romanzi il tema del viaggio non manca mai. Viaggiò anche a Parigi, dove conobbe il surrealismo francese, dal quale però si distaccò aprendo di fatto la strada verso il real maravilloso, un filone oggi quasi tipico del continente americano, sudamericano in particolare.

Ma la maravilla per Carpentier non era quella di vedere la realtà attraverso la visione surrealista, che disorce e falsifica la realtà; per Carpentier il real maravilloso è la naturale fede nel magico e nel misterioso, è la capacità di stupirsi della magia dei riti quotidiani, abbandonando la ragione. I protagonisti del romanzo infatti venerano i santi cristiani, ma non hanno mai smesso di adorare le divinità naturali e organizzare riti e sortilegi seguendo rituali antichi e primordiali.

Écue-Yamba-Ó fu scritto in soli nove giorni, nel 1927, mentre Carpentier si trovava in carcere a La Avana. Era stato imprigionato perché appartenente al grupo minorista, di fatto un movimento in contrapposizione all’uomo bianco che introducendo il carcere, la chiesa, la schiavitù e l’imperialismo aveva oppresso e ridotto in miseria l’America Latina, tutti temi a lui cari che descrive nel romanzo, che può anche essere letto come una denuncia sociale delle drammatiche condizioni di lavoro negli azucareos, gli zuccherfici dell’epoca.

In Écue-Yamba-Ó la cultura afroamericana è ben rappresentata: i riti ancestrali sono descritti con dovizia di particolari, nella traduzione italiana sono stati mantenuti i nomi creoli e spagnoli, per cui è necessario ricorrere al glossasio al termine del romanzo. La scrittura di Carpentier è ricercata, quasi barocca, decisamente notevole per essere un’opera prima – pur essendo stata rivista più volte, solo nel 1933 venne pubblicata a Madrid la prima versione del romanzo.

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“Danza afrocubana” Mario Carreño, pittore cubano