Eka Kurniawan | L’uomo tigre

La curiosità di leggere romanzi scritti da autori stranieri questa volta mi ha condotta in Indonesia: tra gli scaffali della biblioteca ho scovato “L’uomo tigre” di Eka Kurniawan (Metropoli d’Asia, 166 pagine, 12,50 euro) e sono immediatamente rimasta colpita dalla copertina. Qualche giorno dopo, la libraia Stefania mi ha segnalato che questo romanzo è comparso nella lista dei libri candidati al Man Booker Intenational Prize 2016. A questo punto ho deciso di leggerlo: vi racconto com’è andata.

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Titolo: L’uomo tigre

L’Autore: Eka Kurniawan è nato a Tasikmalaya nel 1975 ed è uno delle voci più interessanti del panorama letterario indonesiano di oggi. Oltre a scrivere romanzi, lavora come giornalista e designer. “L’uomo tigre” è stato candidato al Man Booker International Prize 2016

Traduzione dall’indonesiano: Monica Martignoni

Editore: Metropoli d’Asia

Il mio consiglio: “L’uomo tigre” è un romanzo magnetico, un giallo anomalo dove emerge l’Indonesia di oggi, fatta di modernità ma anche di suggestioni e leggende. A tratti crudo, a tratti tenero è un romanzo imperdibile per chi ama le letterature straniere e le storie raccontate in modo sperimentale e innovativo.

Tuttavia la storia della tigre del nonno era la più sorprendente di tutte. Secondo Ma Muah, la cantastorie del villaggio, molti uomini del borgo avevano la propria tigre. Alcuni le possedevano perché le avevano sposate, altri le avevano ereditate e se le tramandavano di generazione in generazione. Il nonno ne aveva ereditata una da suo padre, e suo padre dal suo, indietro fino agli antenati, e nessuno si ricordava chi fosse stato il primo a sposare la tigre [L’uomo tigre, Eka Kurniawan, trad. M. Martignoni]

La notizia dell’omicidio si sparge in fretta, nel piccolo kampong, il tipico quartiere delle cittadine indonesiane: Margio, il figlio maggiore di Komar e Nuraeni, pare proprio che abbia ucciso Anwar Sadat. La modalità di uccisione è davvero sconcertante: Margio ha azzannato il collo di Anwar Sadat sino a scoprire la trachea e, senza mai mollare la presa con i denti, ha soffocato il vecchio in un bagno di sangue.

Perché un bravo ragazzo come Margio ha commesso un crimine così efferato? Può darsi che il motivo di tale rabbia sia dovuto alle recenti morti avvenute in famiglia? O nell’animo di Margio vive una tigre, quella tigre bianca come un’oca e feroce come un cane selvatico, la stessa che una volta Mameh, la sorella di Margio, ha visto solo per un secondo emergere dal corpo del fratello?

I suoi piedi lo guidarono alla cella. Si fermò sulla soglia, guardando Margio tremare sulla branda. Fu sul punto di chiedergli cosa fosse successo, sperando che a lui avrebbe rivelato la verità, ma fu preso da una grande amarezza e la voce gli si strozzò in gola. Tuttavia il ragazzo, intuendo la domanda che voleva porgli, si voltò verso di lui. “Non sono stato io”, disse in tono calmo e senza ombra di rimorso, “ma la tigre che ho dentro”[L’uomo tigre, Eka Kurniawan, trad. M. Martignoni]

L’uomo tigre” è un romanzo che mi ha sopresa positivamente per diversi motivi. Anzitutto, per come è scritto: la scrittura – e quindi la traduzione – è davvero scorrevole, la curiosità saliva pagina dopo pagina, volevo scoprire le storie delle vite dei personaggi e volevo leggere le descrizioni della società indonesiana.

Mi ha sopresa perché non è un giallo, perlomeno nel senso classico del genere: il colpevole dell’omicidio viene rivelato sin dalle prime pagine, per cui non ci si può aspettare la struttura del romanzo giallo classico dove solo alla fine si scopre l’assassino. E proprio per questa struttura anomala, una volta letta la trama, mi sono chiesta come un autore potesse scrivere un libro e soprattutto tenere incollato il lettore alle pagine, svelando subito l’identità di chi commette il crimine.

La forza di questo romanzo è proprio in questo dettaglio: l’efferato crimine commesso da Margio ai danni del vecchio Awar Sadat è sì l’evento che dà il via alla storia, ma a tratti passa in secondo piano per dare spazio alla descrizione degli usi e costumi della società indonesiana – ancora permeata di leggende, magia e suggestioni – e mette in scena una serie di personaggi caratterizzati in modo assolutamente perfetto, in particolar modo dal punto di vista psicologico. Solo alla fine si arriverà a capire il movente del folle gesto di Margio verso Awar Sadat, ma lo si capirà unicamente dopo aver analizzato e sviscerato ogni personaggio e ogni dettaglio della storia.

Lo scrittore Eka Kurniawan ha scritto un libro magnetico e affascinante, dove noi leggiamo di un’Indonesia a tratti moderna ma ancora legata a leggende sugli spiriti come i terribili ginn e sugli animali che abitano i corpi degli uomini. Per apprezzare questo libro, noi lettori occidentali dobbiamo cercare di immergerci in queste atmosfere che hanno qualcosa di magico e fortemente suggestivo: ci viene difficile credere che un ragazzo di vent’anni sia abitato da una tigre bianca come un’oca, ma se cambiamo prospettiva anche per un indonesiano può risultare difficile (o persino ridicolo) comprendere noi, che seguiamo religioni o tradizioni così diverse dalle loro.

Questo è il bello di aver letto “L’uomo tigre” di Eka Kurniawan: l’avermi aiutata a cambiare prospettiva e avermi messa nella condizione di apprezzare una cultura veramente diversa dalla mia.

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