Alberto Cavanna | Il dolore del mare

Le terre aspre ma cariche di frutti, il mare che si tuffa in profondità generando mille sfumature di blu, le scogliere levigate da secoli di erosione, il vento di tramontana carico di salsedine e l’isola, l’isola di Palmaria quel luogo così vicino alla terraferma ma così lontano, quasi come un mondo a sé.

arton67636Titolo: Il dolore del mare

L’Autore: Alberto Cavanna, nato in Liguria nel 1961, prima di diventare scrittore è stato operaio, impiegato e dirigente in importanti cantieri navali. Attualmente vive e lavora tra la Spezia e la Versilia

Editore: Nutrimenti

Il mio consiglio: sì, perché è un romanzo delicato e struggente, ambientato negli anni più difficili della storia del nostro Paese

A Elvira piaceva la primavera, la primavera dell’isola. Le ultime burrasche di fine marzo tutti gli anni portavano le mareggiate che pulivano l’aria, la tramontana spazzava via le nubi e il sole, da un giorno all’altro, prendeva a bruciare sulla pelle e bisognava passare dalla flanella al cotone per non sudare e prendersi accidenti di mezza stagione che poi erano i più noiosi (…) Poi le nuvole se ne erano andate e una mattina si era alzata che il mondo sembrava diventato di vetro azzurro. L’acqua del canale era blu e verde, il cielo turchese da spaccare gli occhi e la terra sembrava smaniare di svegliarsi, con le piante che da un giorno all’altro buttavano fuori i germogli che aveano curato per tutto l’inverno. [Il dolore del mare, capitolo 11]

Isola di Palmaria, 1937. Elvira vive in una modesta casa assieme al figlio diciannovenne Ermes e al cognato Ilio, fratello del suo defunto marito Radamés. La vita sull’isola scorre relativamente tranquilla, nonostante le ristrettezze economiche imposte dal regime che si sta instaurando in quegli anni in Italia; spirano nuovi venti di guerra in Europa, benché un conflitto mondiale sia terminato meno di due decenni prima. Il 15 luglio, giorno di Sant’Enrico, Ermes dopo la lezione con Don Elmo il parroco di Porto Venere, prende coraggio e dall’ufficio postale della terraferma invia una lettera a Roma. Il destinatario è il duce in persona e il contenuto di quella lettera potrebbe cambiare per sempre la vita del camerata Ermes e della sua famiglia.

Con un lungo ed intenso flashback, usato come accorgimento narrativo per ripercorre la storia dell’isola di Palmaria e dei suoi protagonisti dai primi anni del Novecento sino al momento in cui Ermes spedisce la lettera a Mussolini, l’Autore svela a poco a poco i dettagli della storia, come un’ostrica che con il lavorio intenso forgia la perla per poi mostrarla in tutto il suo splendore.

Introduce i personaggi con una leggerezza e poetica rara, sempre tenendo fermo lo sfondo storico e cercando di evidenziare quanto un guerra possa cambiare non solo una persona, ma un intero popolo, un’intera isola. Ma è Elvira, la donna forte e gran lavoratrice, che non si risparmia nessuna fatica pur di mandare avanti i cocci rotti della sua famiglia, è Elvira che conosce e sa che cos’è la guerra e quali possono esserne le conseguenze, poiché nata in una famiglia dove le donne hanno mandato avanti la casa, perché Venanzio – il padre di Elvira – era in guerra in Africa ed era addirittura stato fatto prigioniero, per poi tornare completamente cambiato.

Le donne dell’isola la conoscevano bene la guerra. Era una cosa degli uomini, la guerra, ma loro, anche senza averla mai vista da vicino né esserci state in mezzo, la conoscevano tanto bene che la sentivano arrivare ancora prima degli altri. Abituate a essere figlie di quella pietra avara, vivevano una vita dura e scoscesa come le terrazze coltivate che le loro madri avevano strappate ai fianchi polverosi dell’isola e così le madri delle loro madri mentre gli uomini erano al fronte e questo ancora prima che arrivassero i soldati a rifare l’isola e indietro, nei tempi prima dell’unità, che c’erano ancora vecchi che raccontavano dei francesi che erano sbarcati e ti avevano passato un mese a prendere misure e disegnare. [Il dolore del mare, capitolo 3]

Innamorata di Radamés Correggiani, Elvira lo sposa nel 1915, qualche settimana prima che lui parta per andare a combattere nelle trincee del continente, senza sapere nemmeno dove. Elvira, nei lunghi anni di assenza del marito, vive sola e aiutata unicamente dalla madre e dalla sorella Argìa – una sorella così diversa da lei, ma così affettuosa con lei -; Elvira, che spera ogni giorno di ricevere una lettera dal marito, quel marito che le ha lasciato solo due cose: una fotografia in divisa con il viso dall’aria stupita e il figlio Ermes. Ma la lettera che Elvira attende con tanto ardore è quella che non avrebbe mai voluto ricevere: la lettera con il bordino nero del lutto.

Ilio Correggiani, il fratello maggiore di Radamés, invece dalla Grande Guerra ritorna e torna a vivere nella sua casa natale, mandata avanti con dovizia e sacrificio dalla cognata Elvira. Ilio è operaio con idee socialiste e fino al ricatto finale dell’azienda dove lavora, non si iscrive al partito che sta prendendo piede nell’immediato dopoguerra, anzi è un uomo che vorrebbe combattere per mandare via i fascisti; Elvira, al contrario, è completamente estranea alla politica, non è cosa per donne e lei non ha un’opinione su nessuno. Ermes, invece, è figlio del suo tempo e crede che sia giusto militare con i fascisti, cresce con i motti, le canzonette e i saluti romani e diventa un camerata in tutto e per tutto, tra i migliori del campo Dux, tanto da arrivare a scrivere quella lettera al duce.

“Vedi Elvira, ognuno di noi vive un tempo che non ci è dato comprendere quanto sia giusto o sbagliato”, disse quasi mormorando, “viviamo noi tutti in un tempo che è figlio di quello precedente, che i nostri padri hanno costruito e ci hanno trasmesso con la speranza di averlo reso migliore di quello che loro avevano vissuto. Noi, quasi sempre, quel tempo lo abbiamo rifiutato, lo abbiamo giudicato come malvagio, sbagliato e abbiamo cercato a nostra volta di cambiarlo, questo tempo. Abbiamo cercato di farlo per il bene di chi sarebbe venuto dopo, e mentre questo accadeva i nostri vecchi, che avevano sofferto tutta una vita, scrollavano la testa… E’ una storia che si ripete da sempre, figlia mia.” [Il dolore del mare, capitolo 31]

Gli spunti di riflessione che questo romanzo fornisce sono molteplici: dall’amore per la propria isola al dolore della guerra e della perdita degli affetti; è la storia di donne forti che combattono la loro guerra personale ogni giorno, cercando di mandare avanti le famiglie senza uomini; è la storia di uomini che non vogliono cedere ai ricatti dei fascisti, ma senz’armi con cui combattere sono costretti a capitolare. E’ la storia di ragazzi come Ermes, che cresciuti con l’immenso vuoto di non aver avuto un padre, cresciuti all’ombra di una fotografia con l’espressione stupita, che credono sia eroico andare in guerra a combattere per la propria patria e le proprie idee.

E’ la storia, bellissima, di un’isola che non è solo la cornice ma è la vera protagonista; è la nostra storia, o per lo meno un pezzetto, buio, triste e doloroso, ma anche colmo di speranza e d’amore.

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