Abdourahman A. Waberi | Gli Stati Uniti d’Africa

Prosegue il giro dell’Africa attraverso la letteratura, quest’oggi vi porto ad Asmara in Eritrea, sulle tracce del bellissimo romanzo “Gli Stati Uniti d’Africa” dello scrittore gibutiano Abdourahman A. Waberi (Morellini editore, 165 pagine, 14,90 €). Prima di partire per questo viaggio letterario vi avviso: dovrete cambiare completamente prospettiva ed accettare che la parte di mondo ricco e prosperoso è l’Africa, assieme a India e Sudamerica, mentre il Terzo Mondo è composto da Europa, Stati Uniti d’America, Giappone e Australia.

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Titolo: Gli Stati Uniti d’Africa

L’Autore: Abdourahman A. Waberi è nato a Gibuti nel 1965. Autore di saggi, racconti e romanzi, è stato ampiamente tradotto in Europa. Ha vinto diversi premi letterari come il Gran Prix de l’Afrique Noire e il Prix Collectif du Festival de Chambéry. Oggi vive e insegna in Europa.

Traduzione dal francese: Donata Meneghelli

Editore: Morellini editore

Il mio consiglio: Gli Stati Uniti d’Africa è un’originalissima prospettiva dove le sorti del mondo sono ribaltate, un libro scritto in modo impeccabile e preciso che permette ampie riflessioni sul pianeta su cui viviamo e pone una domanda: un cambiamento è possibile?

L’uomo africano si è sentito molto presto sicuro di sé. Su questa terra si è visto come un essere superiore, ineguagliabile perché separato dagli altri popoli e dalle altre razze da una distanza senza limiti. Ha edificato una scala di valori alla cui cima si trova il trono. Gli altri, indigeni, barbari, primitivi, pagani, quasi sempre bianchi, sono degradati al rango di paria (…) Lo sapevi, Maya, che in origine c’era un solo continente circondato dai mari, la Pangea, che si sarebbe diviso alla fine del Giurassico? L’Africa si trovava a sud di un blocco unico chiamato Gondwana. Più tardi il Gondwana si sarebbe smembrato in diversi continenti, ma solo l’Africa sarebbe rimasta ferma al centro del mondo. Cerca di tenere a mente l’essenziale: l’Africa era già al centro e vi è ancora. [Gli Stati Uniti d’Africa, Abdourahman A. Waberi]

L’Africa è il continente più ricco del mondo. Le ONG africane prestano soccorso in Europa e nei paesi dove imperversano le guerre, come il Canada e gli Stati Uniti d’America; durante una missione di soccorso in Francia organizzata da un’associazione di medici pedriatri, Papà Dottore incontra la piccola Maya, bambina normanna che vive in una delle catapecchie che compongono le bidonville francesi. Papà Dottore non ci pensa troppo: adotta la piccola Maya e la porta con sé nella ricca Etiopia, ad Asmara, con l’intento di darle un futuro migliore.

Maya è bianca e se ne rende presto conto quando i suoi compagni di scuola la prendono in giro e la chiamano “faccia di latte acido” o “faccia esotica“. Nonostante le differenze fisiche, Papà Dottore e la mamma africana amano Maya e le pagano gli studi d’arte ad Accra, dove molti critici d’arte si rendono conto della sua grande bravura artistica.

Ma Maya vede ogni giorno arrivare disperati bianchi nella sua città; sono svizzeri, norvegesi, francesi, canadesi e australiani: arrivano sui barconi a limite della galleggiabilità, ammassati, sporchi, senza denari. Cercano di far fortuna in Ghana, in Namibia, in Sudan. Si prestano a umilissimi lavori, altri non ce la fanno e si ritrovano a chiedere l’elemosina sui gradini della Banca di Cartagine, o peggio le donne vendono i loro sporchi corpi bianchi ai ricchi e facoltosi neri.

Maya è bianca come quei disgraziati europei e questo la destabilizza. Sa di non essere africana, pur godendo tutti i privilegi dell’esserlo. Maya parla un titubante francese perché Papà Dottore ha insistito tanto affinché imparasse la sua lingua natia. Così, finiti gli studi, decide di partire per Parigi alla ricerca dei suoi genitori.

L’arrivo in Francia è, secondo me, uno dei capitoli più belli: Maya si ritrova catapultata nella miseria che non è paragonabile a quella vista nei volti degli immigrati bianchi di Asmara. Strade sterrate e poche auto, la Senna piena di rifiuti, bambini sfigurati dalle malattie, bidonville fatte di lamiere alle quali basterebbe un colpo di vento per distruggerle.

Maya arriva in Normandia stanca, scioccata e sconvolta, decisa a rispondere alle domande che la tormentano da sempre.

Ma tu, Maya, tu in verità da dove vieni? Da quale bosco esci? Innalzi il tuo personale edificio, pietra su pietra. Hai attraversato la vita correndo, i gomiti serrati contro il corpo, senza mai voltarti indietro. Risultato della corsa? Se sei in grado di riconoscere bene tutto ciò che devi agli altri, è perché sai altrettanto bene che non ti sei generata da sola e che, fino a un certo punto, rimani determinata dal tuo luogo di nascita, dalla tua famiglia, dalla tua cultura e dalle tue origini, poiché l’essere umano generico e auto-generatosi non esiste [Gli Stati Uniti d’Africa, Abdourahman A. Waberi]

Lo stile di Abdourahman A. Waberi è ricco ed elaborato, e come dicevo nell’introduzione, per leggere questo libro è necessario un cambio di prospettiva, bisogna accettare che l’Europa e gli Stati Uniti d’America non sono i paesi più ricchi e sviluppati del mondo.

La storia di Maya, la bimba francese adottata da Papà Dottore, è narrata utilizzando la seconda persona singolare, un modo di raccontare che io ritiengo altamente coinvolgente, poiché l’autore si rivolge direttamente alla sua protagonista. Ma i capitoli dove si parla di Maya e della sua storia sono intervallati con capitoli narrati in terza persona dove Waberi intreccia la storia alternativa dell’Africa. E qui attenzione nella lettura perché piovono riferimenti politici e geografici al rovescio, o inventati dall’autore oppure da interpretare. Un esempio: la bevanda più famosa è l’Africola, cosa vi ricorda?

Ci sono i razzisti africani che ce l’hanno con gli immigrati europei, scrivono cose del tipo: “Ributtiamo la feccia nel Mediterraneo” o “White trash, back home!“. C’è la crudeltà di alcuni poliziotti neri che maltrattano gli immigrati. Ci sono magnati africani che sfruttano i norvegesi o australiani nelle piantagioni di verdure transgeniche della Namibia. Ma ci sono anche africani come Papà Dottore che vanno a fare volontariato in Europa per aiutare i bimbi malati o denutriti.

Una lettura come questa obbliga necessariamente alla riflessione. Fa un certo effetto identificarsi nei volti e nei cuori degli europei disperati che cercano fortuna in Africa, fa una certa impressione leggere di una Parigi messa a ferro e fuoco da guerre, carestie e malattie. Abdourahman A. Waberi utilizza la figura di Maya, ragazza divisa tra due mondi – l’uno ricco, l’altro povero -, per chiedersi cosa si potrebbe fare per colmare e sanare un simile divario economico e culturale.

L’errore costante che fa la gente di casa nostra, Maya, è di proiettare su qualunque individuo le scelte, le attitudini, le decisioni e gli orientamenti del nostro governo federale, della nostra stampa o delle nostre chiese onnipotenti. Nessuna analisi politica, per quanto “giusta” essa sia, può rendere conto di un millesimo di che ciò che vivono gli individui. E se ciò vale per tutta l’Europa occidentale, qui lo scarto diventa proprio tragico: da cui l’urgenza di soccorsi, rimedi, soluzioni. Secondo te, dove si attua la congiunzione tra il privato e il politico, tra storia individuale e Storia con la esse maiuscola? Tu conosci la risposta Maya. [Gli Stati Uniti d’Africa, Abdourahman A. Waberi]

Alcuni degli africani ricchi immaginati da Waberi hanno perso una cosa preziosa, la stessa che abbiamo perso noi occidentali reali che viviamo la nostra ricchezza quotidiana: è l’umanità che abbiamo perso, proprio quella cosa che ci dovrebbe caratterizzare di più rispetto agli altri animali. Allora, anche per noi che viviamo questo mondo, quale potrebbe essere la via per giungere ad un radicale cambiamento? Quale strada dovremmo intraprendere? Waberi un’ipotesi la sostiene, ma una domanda come questa ce la dovremmo fare tutti e sforzarci di pensare ad una possibile risposta.

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6 pensieri su “Abdourahman A. Waberi | Gli Stati Uniti d’Africa

  1. Curioso immaginare un europeo, in particolare uno svizzero (!!), alla deriva su un barcone come un profugo. Ah, senza dubbio a molte persone farebbe bene provare un’esperienza simile per rendersi conto del proprio egoismo. Se si potesse far tastare, anche solo per un breve periodo, la disperazione e la miseria dell’emigrazione a tutti quelli che speculano sulle sofferenze altrui, credo che il mondo cambierebbe molto in fretta il suo assetto politico/sociale. Però la bacchetta magica purtroppo non l’abbiamo; accontentiamoci quindi di leggere queste interessanti letture che ogni volta proponi nel tuo bellissimo blog, sperando che aiutino ad allargare la mente a molte persone.

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