Shifra Horn | Quattro madri

Avevo la pelle d’oca e sapevo che questo fotografo, il cui nome non era stato mai pronunciato a casa, le era stato vicino più di ogni altro uomo. E così, cullata nel suo letto di ottone che mi risucchiò nel suo grembo con la gentile insistenza del silenzioso, discreto, vecchio materasso, che aveva soffocato i singhiozzi di persone da tempo perdute, e inghiottito i lamenti appassionati di quanti erano affogati nella sua morbidezza, mi immersi in quella montagna di foto. In quella notte insonne, fra un cambio di pannolini e l’allattamento, mi preparai a imbarcarmi per un viaggio in cerca della mia famiglia [Quattro madri, Shifra Horn, trad. S. Kaminski]

Amal è diventata madre e suo marito è scomparso il giorno successivo alla nascita del figlio. La bisnonna di Amal, Sarah, la consola dicendo che nella loro famiglia è sempre andata così: gli uomini hanno abbandonato le mogli, ma ora che ad Amal è nato un maschio, Ben Ami, nessun’altra donna, d’ora in poi, sarà costretta a subire questa pesante eredità.

Qualche giorno dopo la nascita di Ben Ami, Sarah muore e la giovane nipote Amal eredita tre cose appartenute alla bisnonna: il letto d’ottone dove lei stessa è nata, un napoleone d’oro che fu diviso e di nuovo unito e un grande baule di legno. Amal aprendo il baule trova un’infinità di fotografie che hanno fissato per sempre istantanee di vita delle generazioni passate.

Così, nel corso di una lunga notte, Amal ripercorre la storia delle donne della sua famiglia attraverso gli scatti fotografici. La madre di Sarah, Mazal, sposatasi giovane perché orfana; Sarah, la bisnonna di Amal, donna bellissima ed eccezionale, capace di aiutare le donne che non possono avere figli; Pnina Mazal, la nonna di Amal, bambina prodigio in grado di imparare con estrema facilità ogni lingua e capace di comunicare con il fratello maggiore muto; Gheula, la madre di Amal, avvocatessa che difende strenuamente i diritti degli arabi benché nata in una famiglia ebraica.

Infine, Amal, nata nel 1948 insieme allo Stato di Israele, con quel nome così difficile da portare – significa ‘lavoro’ in ebraico, ‘speranza’ in arabo – che non ha mai conosciuto suo padre perché Gheula si è sempre rifiutata di parlare di lui.

Da Israele a Salonicco, quindi di nuovo a Gerusalemme, grazie alle immagini che escono come per magia dal baule di Sarah, Amal compie il lungo peregrinare delle donne della famiglia, attraverso momenti felici e grandi difficoltà, sullo sfondo di uno Stato che sta nascendo ma già segnato da conflitti e lacerazioni.

Nell’anno in cui mia madre lasciò Meah Shearim, scoppiò la guerra d’indipendenza. La maggior parte degli edifici fu danneggiata dai proiettili sparati dal confinante quartiere arabo. Uomini, donne e bambini furono uccisi come mosche, soltanto il caseggiato della yeshivà e gli appartamenti vicini ne uscirono indenni: il che fu visto come un segno divino (…) [Quattro madri, Shifra Horn, trad. S. Kaminski]

Monte degli Ulivi, Gerusalemme (foto: Wikipedia CC BY-SA 4.0)

Quattro madri” di Shifra Horn (trad. S. Kaminski, Fazi editore, 17.50 €) è un romanzo che ha come protagoniste principali cinque donne israeliane, diverse tra loro, ma unite da un destino comune: crescere i propri figli da sole, perché abbandonate dagli uomini.

Il romanzo si apre con la voce di Amal che, in prima persona, racconta del suo tragico matrimonio e della nascita di suo figlio Ben Ami. Una volta trovato il baule della bisnonna, ripercorrendo le tappe della storia della famiglia, la narrazione passa alla terza persona, per poi tornare nuovamente alla voce di Amal che parla della sua nascita, delle difficoltà con la madre Gheula e della voglia di scoprire chi era suo padre.

Shifra Horn scrive un romanzo con un linguaggio scorrevole e semplice, ma allo stesso tempo utilizza immagini ricercate per descrivere luoghi, caratteri e azioni delle sue protagoniste. Tra le pagine si respira un’atmosfera a tratti surreale, che ammicca al realismo magico sudamericano: sono presenti elementi e fatti inspiegabili ma nella storia appaiono perfettamente normali e lineari. Mentre si legge, sembra del tutto normale che Pnina Mazal parli tantissime lingue o che Sarah aiuti le donne che desiderano un figlio a restare incinte.

Sull sfondo, appena accennata qua e là, c’è la storia di Israele, che si srotola nel corso di circa cento anni. Shifra Horn cita qualche evento cruciale, con leggerezza, per non appesantire la narrazione, toccando le tappe fondamentali: l’arrivo degli ebrei in massa, i primi conflitti con la popolazione araba, la fine del protettorato britannico, la nascita ufficiale di Israele, l’inasprimento dei conflitti tra le genti israeliane e palestinesi.

Quattro madri” è un bel romanzo famigliare epico, che abbraccia quasi un secolo della storia di Israele, dove si muovono donne sorprendenti che mai si perdono d’animo, capaci di reinventarsi in continuazione e di rialzarsi dopo ogni caduta.

Titolo: Quattro madri
L’Autrice: Shifra Horn
Traduzione dall’ebraico: Sarah Kaminski
Editore: Fazi editore
Perché leggerlo: perché è un romanzo famigliare epico, che abbraccia quasi un secolo della storia di Israele, fatto di donne straordinarie sempre pronte a rialzarsi dopo ogni caduta

(© Riproduzione riservata)

 

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Shifra Horn | Scorpion dance

L’ultimo romanzo di Shifra Horn pubblicato in Italia è “Scorpion dance” (Fazi editore, 421 pagine, 18,50 euro) ed è una storia che conduce il lettore in Israele attraverso un viaggio che abbraccia circa sessant’anni di storia del Novecento, cullati dalle parole di Orion, il sensibile e poetico protagonista, che conserva i ricordi in sterili provette di plastica. “Scorpion dance” è una storia a tratti vera e a tratti magica e incredibile nella sua particolarità.

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Titolo: Scorpion dance

L’Autrice: Shifra Horn è nata a Tel Aviv nel 1951 e oggi vive a Gerusalemme. Dopo Studi biblici e di archeologia, ha proseguito approfondendo l’ambito della comunicazione di massa e ottenendo un diploma come insegnante. Corrispondente per cinque anni in Giappone per un quotidiano israeliano, ha ricevuto diversi premi per i suoi romanzi, pubblicati in Italia da Fazi

Traduzione dall’inglese: Silvia Castoldi

Editore: Fazi

Il mio consiglio: è un libro per chi cerca una storia di famiglia, con i dovuti segreti celati nel tempo; per chi ama i pappagalli parlanti e i glicini che avviluppano le case. Per chi tiene i ricordi non solo nel proprio cuore, ma in ordinate provette di plastica. Per chi percepisce il profumo dei colori.

Ma poi, è davvero possibile mettere insieme un’intera biografia senza conoscere gli aspetti fondamentali dei propri genitori e il loro passato? E che ne è della libertà del narratore? Ho il permesso di adattare un po’ la verità? Oppure tu, con la tua sensibilità, ti accorgeresti di ogni trucco? (…) Tu mi solleciti ancora, distogliendomi da questi pensieri morbosi. Non sono capace a dirti di no, perciò decido di zigzagare all’interno della storia come una promenade à deux – la danza di accoppiamento degli scorpioni. Giocherò col tempo, correndo avanti poi facendo un passo indietro, andando a destra e a sinistra. E tu, nella tua saggezza, unirai le singole parti fino a formare un tutto e saprai leggere tra le righe. Comincio dall’ovvio: questa casa, in cui ci siamo incontrati. Da qui, ogni cosa condurrà a un’altra. [Scorpion dance, Shifa Horn, trad. S. Castoldi, citazione pagine 32-33]

La voce narrante dell’intera storia, è affidata ad Orion che narra con dolcezza e attenzione, ogni dettaglio della sua esistenza e della sua famiglia all’amata Christina-Anna, una ragazza tedesca che lui ha incontrato a Gerusalemme.

Orion è un ragazzo sensibile e poetico, lavora nei sotterranei di una biblioteca, ma oltre al suo lavoro, ha creato il museo di libri bruciati, una biblioteca ambulante installata su un vecchio carretto dei gelati, soprannominato affettuosamente Falada, dove si possono trovare le copie dei testi dei romanzi bruciati dai nazisti durante il grande rogo di Berlino del 1933 e anche le ceneri di quell’incredibile rogo custodite in un barattolo.

Orion parla della nonna tedesca, Johanna Herman, ostetrica professionista arrivata in Israele nel 1948, assieme al figlioletto Uri, il padre di Orion; racconta della svampita Aviva, la mamma di Orion arrivò dall’Europa in Israele, quando era molto piccola, arrivò senza genitori e con un documento che attestava che era un’orfana della Shoah.

Di Uri, il padre morto durante la guerra dei Sei Giorni, prima di sapere che nel ventre di Aviva si stava formando un grumo di cellule che un giorno si sarebbero trasformate un bambino. E infine Sarah, il pappagallo di Johanna ritrovato nel giardino di quella che sarebbe diventata la loro casa, dopo che gli arabi erano fuggiti dal quartiere.

Ma come ogni famiglia, anche i componenti della famiglia di Orion hanno dei segreti: ne ha uno Aviva e lo rivela ad Orion prima di volare in Australia con il nuovo compagno; ne ha uno Johanna, ma è così importante che non lo vuole rivelare; e ne ha uno anche Orion. Christina-Anna, nella vergogna di essere tedesca, si prenderà carico di tutti queste colpe per espiarle.

Aspettai, senza sapere che cosa. Guardai il cielo, come facevo nelle notti inquiete, e cercai Orione. Stelle e pianeti di affollavano lungo lontane orbite e galassie, appesi a un filo in un magico incantesimo divino che li teneva in equilibrio sugli strati del cielo. Confabulavano, raccontandosi segreti su di me, e di tanto in tanto una stella si allontanava dal proprio ammasso e, scendendo in una traiettoria suicida, tracciava una linea dritta come un righetto attraverso il cielo. [Scorpion dance, Shifa Horn, trad. S. Castoldi, citazione pagina 257]

Scorpion dance” è un romanzo corposo, ricco di emozioni, sentimenti e descrizioni; come la danza di accoppiamento degli scorpioni, Orion narra la sua storia saltando avanti e indietro nel tempo, parlando della sua infanzia, e del suo lavoro, di sua madre e di Johanna. Raccontando tutto questo a Christina-Anna, la donna che lui ama immensamente e per la quale sarà disposto addirittura a violare una promessa fatta a se stesso.

Un romanzo per chi cerca una storia di famiglia, con i dovuti segreti celati nel tempo; per chi ama i pappagalli parlanti e i glicini che avviluppano le case. Per chi tiene i ricordi non solo nel proprio cuore, ma in ordinate provette di plastica. Per chi percepisce il profumo dei colori.