Colson Whitehead | La ferrovia sotterranea

Ajarry morì in mezzo al cotone (…) Ultima sopravvissuta del suo villaggio, si accasciò tra le file di piante (…) Non che potesse morire in qualche altro posto. La libertà era riservata ad altre persone (…) Dalla notte in cui era stata rapita, era stata oggetto di continue valutazioni e perizie, svegliandosi ogni giorno sul piatto di una nuova bilancia. Se sai qual è il tuo valore, sai qual è il tuo posto nel sistema. Sfuggire ai confini della piantagione era come sfuggire ai principi basilari della tua esistenza: impossibile [La ferrovia sotterranea, Colson Whitehead, trad. Martina Testa]

Cora è una giovane schiava di proprietà di Terrance Randall. Come molti ragazzi della sua età, Cora non ha mai conosciuto la libertà, perché da tre generazioni la sua famiglia appartiene a Randall e la loro casa è una baracca di legno fatiscente ai margini della piantagione di cotone.

La nonna di Cora, Ajarry, era nata in Africa e da qui deportata verso gli Stati Uniti; dopo notevoli vicissitudini, violenze, cambi di padrone, era approdata in Georgia, nella piantagione dei fratelli Randall, James e Terrance, diventando a tutti gli effetti proprietà di quest’ultimo. Ajarry aveva visto morire i suoi figli uno per uno: solo una bambina era riuscita a sopravvivere, Mabel, la madre di Cora.

Mabel – sempre di proprietà di Terrance Randall – è l’unica schiava della piantagione ad essere riuscita a scappare, abbandonando Cora quando aveva circa dieci anni; per il cacciatore di schiavi Ridgeway, mecenate al soldo di Terrance Randall, la mancata cattura di Mabel è il suo unico fallimento.

Durante una delle poche feste autorizzate dai crudeli fratelli Randall, un pestaggio da parte di Terrance nei confronti di un piccolo schiavo apre definitivamente gli occhi a Cora, la quale decide di accettare l’invito dell’amico Ceasar: tentare di fuggire dalla piantagione per cercare la libertà su al Nord.

Caesar è un giovanotto sveglio e intelligente, sa leggere – capacità rara tra gli schiavi – e conosce Fletcher un uomo bianco disposto ad aiutare due neri in fuga. Fletcher è in contatto con Lumbly, un ometto che si definisce il capostazione di una delle misteriose stazioni della ferrovia sotterranea.

Dopo una rocambolesca fuga attraverso le paludi, Caesar e Cora raggiungono la stramba stazione della ferrovia sotterranea, il punto di partenza per la conquista della loro libertà. Cora resta senza parole mentre si approccia alla banchina della ferrovia sotterranea: è eccitata per la fuga ma allo stesso tempo è terrorizzata da ciò che troverà alla stazione di arrivo. I percorsi dei convogli sono sconosciuti, ricchi di diramazioni e deviazioni, non si sa bene quando partano né dove arrivino. Potrebbero approdare in uno Stato più liberale oppure in uno Stato schiavista ancora più crudele.

“Avete due alternative. C’è un treno che parte fra un’ora e un altro fra sei ore. Non sono comodissimi, come orari. Sarebbe bello che i passeggeri potessero pianificare più adeguatamente il loro arrivo, ma lavoriamo in condizioni un po’ difficili”.
“Il primo che passa”, disse Cora con fermezza (…) “Il fatto è che non vanno nello stesso posto”, disse Lumbly. “Uno va in una direzione e l’altro…”
“Dove?”, chiese Cora.
“Lontano da qui, posso dirvi solo questo. Capite quanto sia complicato comunicare tutti i cambiamenti nei percorsi (…) Si scoprono nuove stazioni di continuo, certe linee vengono dismesse. E’ impossibile sapere cosa vi aspetta in superficie finché il treno non si ferma”. I fuggiaschi non capivano [La ferrovia sotterranea, Colson Whitehead, trad. Martina Testa]

“Schiavi in attesa di essere venduti a Richmond, Virginia”, dipinto del 1853 (fonte: Wikipedia)

Nel 1619 fu l’allora colonia inglese della Virginia ad importare dall’Africa il primo carico umano da utilizzare come manodopera. Le altre colonie presero esempio dalla Virginia e quest’importazione divenne anno dopo anno sempre più massiccia e consistente. Col tempo, alcuni Stati americani – gli abolizionisti – tentarono di opporsi alla brutale detentezione dei neri nei campi di cotone, canna da zucchero, caffè o tabacco, mentre altri Stati – gli schiavisti – continuarono a sfruttare gli uomini di colore nelle loro piantagioni fino al 1865 .

Il romanzo “La ferrovia sotterranea” di Colson Whitehead (SUR edizioni, trad. Martina Testa, 376 pagine, 20 €) è ambientato diversi anni prima della Guerra di Seccessione, in un periodo in cui la schiavitù era ancora legale. I luoghi della narrazione sono la Georgia – dove Cora è nata – la Carolina del Sud, la spietata Carolina del Nord, il Tennessee e la fredda Indiana; Cora attraversa tutti questi Stati, in parte con la ferrovia sotterranea e in parte con altri mezzi.

Come anticipato da Lumbly, Cora non ha idea di cosa troverà nelle tappe successive della sua fuga. In Carolina del Sud sembra trovarsi bene, finché non inizia a capire che cosa significa “sterilizzazione”; nella Carolina del Nord Cora vede coi suoi occhi quanto la crudeltà dei bianchi possa essere fantasiosa e inquietante; nel Tennessee incontra una persona che le potrebbe stravolgere la vita, se la sfortuna e il cacciatore di taglie Ridgeway non si mettessero di nuovo nel mezzo; infine, in Indiana Cora riesce a riscattarsi e il lettore viene condotto verso un finale aperto ma colmo di speranza.

Un’idea le si fece avanti nella testa come un’ombra: che quella stazione non fosse l’inizio della linea ma la sua fine. I lavori di costruzione non erano iniziati sotto la casa ma all’altro capo del buco nero. Come se nel mondo non fossero posti in cui andarsi a rifugiare, solo posti da cui scappare [La ferrovia sotterranea, Colson Whitehead, trad. Martina Testa]

La scrittura di Colson Whitehead è decisamente americana: frasi non troppo lunghe ma descrizioni accurate, sia dei paesaggi che del contesto storico; i dialoghi sono quasi sempre brevi e taglienti, le azioni dei protagonisti sono ben contestualizzate e coerenti. La narrazione ha un taglio cinematografico, ricco di colpi di scena e rivelazioni.

I personaggi del romanzo sono credibili, ben descritti nelle loro azioni. Caesar è un uomo che ispira immediatamente fiducia: ha una cultura basilare ed è deciso ad aiutare la sua giovane amica Cora; i fratelli Randall sono crudeli e malvagi e sfuttano le libertà che la legge americana concede per abusare dei loro poteri e fare violenza agli schiavi; il cacciatore di schiavi Ridgeway è un personaggio ambiguo e insopportabile, più fortunato che intelligente.

E poi c’è Cora che nel corso dei mesi da fuggiasca si ritrova a crescere molto velocemente, diventando adulta e più consapevole nel giro di poco tempo. Cora acquista sicurezza, coraggio e consapevolezza, e dimostra di essere una ragazza molto intelligente.

“La vendita degli schiavi” (fonte: https://www.thestoryoftexas.com)

Se la condizione della vita degli schiavi e i costumi degli Stati schiavisti sono realistici, l’unica libertà che Whitehead si è preso è stata quella di inventare la ferrovia sotterranea. Questo è l’espediente che utilizza l’autore per spostare i suoi personaggi dal Sud verso il Nord degli Stati Uniti. I treni sotterranei non sono mai esistiti, ma io voglio credere che qualche bianco, nel profondo Sud o nelle colonie dell’Est, abbia aiutato qualche schiavo a fuggire dall’inferno.

L’America in quel periodo non era un buon posto per chi stava dalla parte degli schiavi: gli schiavisti erano numerosi e la legge era dalla loro parte; c’erano punizioni molto cruente per i bianchi che aiutavano gli schiavi a fuggire o peggio se li nascondevano in casa in attesa di farli scappare. La legge permetteva agli schiavisti di poter recuperare gli schiavi di loro proprietà anche a distanza di chilometri e spesso anche se si erano rifugiati negli Stati abolizionisti.

L’America era un vero inferno, in quel periodo, per molte persone. Però, la speranza non si è mai spenta: numerose persone hanno lavorato e combattuto per far sì che la schiavitù fosse abolita. Ci sono voluti anni, una Guerra Civile, e il Proclama di Emancipazione per arrivare alla ratifica al XIII Emendamento, firmata dal Presidente Lincoln, dove di fatto si aboliva in modo definitivo la schiavitù in tutto il territorio degli Stati Uniti d’America.

Quella firma ha rappresentato un grande evento storico, una svolta civile, una presa di coscienza giunta 246 anni dopo l’arrivo in Virginia dei primi 20 africani rapiti per diventare schiavi.

Il mondo può anche essere cattivo, ma le persone non devono esserlo per forza, possono rifiutarsi [La ferrovia sotterranea, Colson Whitehead, trad. Martina Testa]

Titolo: La ferrovia sotterranea
L’Autore: Colson Whitehead
Traduzione dall’inglese: Martina Testa
Editore: SUR
Perché leggerlo: perché si tratta di un memorabile romanzo sulla schiavitù e sul quanto possa spingersi la cattiveria umana, ma è anche un libro che lancia un messaggio positivo: la speranza deve sempre restare viva, nonostante le avversità

(© Riproduzione riservata)

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Laia Jufresa | Umami

Ho scritto: Umami. È un po’ scemo come titolo (…) Ma per ora penso di lasciarlo perché, allo stesso tempo, Umami è il titolo perfetto. Cercare di raccontare chi è stata mia moglie è necessario e impossibile quanto spiegare l’umami: quel sapore che satura le papille gustative senza, proprio per questo, lasciarsi distinguere, oscillando con soddisfazione tra il salato e il dolce, un po’ così, un po’ cosà (…) È il titolo perfetto perché nessuno lo capirà come io non ho mai capito davvero Noelia Vargas Vargas. Forse per questo non mi sono mai stancato di lei. Forse l’amore è proprio questo. E così è la scrittura: lo sforzo di descrivere a parole una persona sapendo che per gli altri resterà comunque un caleidoscopio: i suoi mille riflessi nell’occhio di una mosca [Umami, Laia Jufresa, trad. Giulia Zavagna]

A Villa Campanario, in un cortile condiviso da più famiglie, si incrociano le vite e i destini di una serie di personaggi molto originali e diversi tra loro. C’è Alfonso, un agronomo ricercatore rimasto vedovo; ci sono la piccola Pina e il suo papà Beto; una coppia di artisti, Daniel e Daniela, che ha un bambino che si chiama semplicemente Bebè; Marina, una pittrice che inventa colori; Chela, una donna che torna dopo molto tempo a Villa Campanario in una notte piovosa; Ana e i suoi due fratelli maschi, la madre Linda Walker e il marito messicano.

È l’intraprendente Ana a comparire per prima nel romanzo, nel 2004: Ana vuole realizzare una milpa, un antico ed ecologico sistema di agricoltura messicano che prevede di coltivare assieme mais, fagioli e zucca, i tre alimenti principali della dieta messicana. Alfonso, agronomo, è felice di aiutare Ana a realizzare la milpa nel fazzoletto di terra in centro al complesso di Villa Campanario; Pina, l’amica di Ana le dà una mano, gli altri inquilini restano a guardare. I fratelli di Ana sono in Michigan, dalla abuela americana, vicino al lago dove anni prima la sorellina Luz aveva avuto un terribile incidente.

Nel suo romanzo d’esordio “Umami” (trad. Giulia Zavagna, Edizioni SUR, 247 pagine, 16.50 €) Laia Jufresa sceglie un modo interessante per raccontare i rapporti tra i personaggi: lo fa suddividendo il romanzo in quattro parti e ogni parte segue un ordine temporale inverso, partendo dal 2004 e tornando indietro sino al 2000; ogni anno è affidato ad un personaggio in particolare: Ana, in prima persona, ci racconta del 2004, l’anno della milpa; Marina racconta del 2003, l’anno in cui Chela torna a Villa Campanario, ma la narrazione è in terza persona; Alfonso, in prima persona, rappresenta il 2002, l’anno della morte di Noelia, sua moglie, l’anno in cui decide di scrivere un libro dal titolo Umami che l’abbia come protagonista; il 2001 è affidato, nuovamente in prima persona a Luz, che racconta dell’estate in Michigan, l’estate del suo incidente mortale; infine, il 2000 è affidato a Pina, l’amica di Ana, in un momento delicato della sua vita.

Sradicata, è questo che mamma dice di sé quando ci sono visite e beve vino rosso e la lingua e i denti diventano neri. Da bambina, mi immaginavo piccole radici che le spuntavano dai piedi, riempiendo di terra le sue lenzuola (…) Ho visto delle sue foto di quando aveva la mia età, con il violoncello tra le gambe e i piedi scalzi. Era facile svanire così. Disfarsi come schiuma. Facile scappare ed essere salvata. A me, quando mi siedo, mi si uniscono le cosce e c’è sempre qualcosa che mi spunta dal bordo dei pantaloni, o della sedia, o della bocca. E non ne so niente di ritmo. Né di avventure. Se scappassi, finirei per tornare [Umami, Laia Jufresa, trad. Giulia Zavagna]

Umami è quel sapore indefinito, un mescolio tra il dolce e il salato, potrebbe quasi essere quel sapore che dà corpo e gusto ai cibi. Una pastasciutta senza condimento sono semplicemente carboidrati insapori, ma aggiungiamo pomodorini, parmigiano, basilico o altre verdure, improvvisamente cambia sapore e diventa molto più appetibile.

Umami è quella sensazione che dà corpo anche ai sentimenti: lo sa bene Alfonso, che ha amato la moglie Noelia fino all’ultimo giorno; lo sa Ana, che provava affetto per Luz, la sua sorellina scomparsa; lo sa Pina, alla quale manca immensamente la madre Chela.

Ma Umami è anche il sapore del ricordo di chi non c’è più: Alfonso scrive un libro per ricordare Noelia; Ana realizza una milpa ma i suoi pensieri spesso corrono a Luz; Pina si finge adulta e forte, ma il ricordo della madre è sempre presente. Umami è un romanzo intimo, delicato e sempre in bilico tra un sapore e l’altro, tra nostalgia e ricordo, tra consapevolezza e commozione.

Titolo: Umami
L’Autrice: Laia Jufresa
Traduzione dallo spagnolo: Giulia Zavagna
Editore: Edizioni SUR
Perché leggerlo: perché Umami è un romanzo intimo, delicato e sempre in bilico tra un sapore e l’altro, tra nostalgia e ricordo, tra consapevolezza e commozione

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