Kent Haruf | Crepuscolo

Si ha quella sensazione, quando si legge un romanzo di Kent Haruf, di venir presi per mano e accompagnati in un luogo dove all’apparenza non succede nulla, se non la vita delle persone comuni. Leggere Crepuscolo di Kent Haruf (NN Editore, 314 pagine, 17 €) è un’emozione che cresce pagina dopo pagina.

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Titolo: Crepuscolo

L’Autore: Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani. Ha ricevuto diversi riconoscimenti tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speziale alla PEN/Hemingway Foundation

Traduzione dall’inglese: Fabio Cremonesi

Editore: NN editore

Il mio consiglio: per chi è già stato a Holt, sarà di nuovo come tornare a casa, dove si incontrano vecchi amici e conoscenze. Consiglio di leggere Crepuscolo dopo aver letto Canto della pianura

Intanto all’esterno della casa, fuori dalla stanza silenziosa in cui erano seduti, il buio iniziò ad avvolgere le strade. Presto i lampioni si sarebbero accesi tremolando, sfarfallando, per illuminare tutti gli angoli di Holt. E ancora più in là, fuori città, sugli altipiani, le luci blu dei lampioni nei cortili avrebbero brillato dagli alti pali sulle fattorie e sugli allevamenti isolati nella campagna aperta e brulla, si sarebbe alzato il vento, avrebbe soffiato negli spazi aperti senza trovare ostacoli sui vasti campi di grano invernale, sugli antichi pascoli e sulle strade sterrate, portando con sé una polvere pallida mentre il buio si avvicinava e scendeva la notte. E loro erano ancora seduti insieme nella stanza, in silenzio (…) fra le braccia, in attesa. [Crepuscolo, Ken Haruf, trad. F. Cremonesi]

In Colorado c’è un paesino che si chiama Holt. D’inverno è sferzato dai freddi venti che portano spesso nevischio e ghiaccio, d’estate è illuminato da un sole che fa brillare gli sterminati campi di grano. Victoria è una ragazza che ha dovuto crescere in fretta e ora ha da pensare al suo futuro e a sua figlia Katie; lascia la casa dei fratelli McPheron, Harold e Raymond, quei due uomini timidi, all’apparenza rudi, ma dal cuore immenso.

DJ è un ragazzino che vive con il nonno, ferroviere in pensione, un po’ testone ma affezionato al nipote; Mary Wells è una giovane madre che deve prendere delle decisioni molto importanti, per sé stessa e per le figlie, Emma e Dena. Betty e Luther sono due coniugi che vivono ai margini, in una roulotte con i due figli Joy Rae e Richard, una famiglia bisognosa a carico dei servizi sociali e seguita da Rose Tyler.

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George Ault, “Daylight at Russell’s Corners” (1944)

Crepuscolo è un romanzo dove all’apparenza sembra non accadere nulla, se non la semplice vita di un paesino immerso nelle pianure del Colorado. C’è chi soffre, chi impara ad amare, chi a camminare con le proprie gambe, chi cade e cerca di rialzarsi, chi cade e si rialza e chi non ce la fa.

Narrato in terza persona, Haruf conduce il lettore attraverso un turbine di storie e di vite che non possono che affascinare. La dura vita di campagna, quella dei fratelli McPheron; la difficile vita di chi non sa badare a se stesso, come Betty e Luther; i ragazzi che hanno dovuto crescere velocemente, come Victoria, DJ e Dena. Insomma, Crepuscolo è uno di quei romanzi ai quali è impossibile non affezionarsi ai personaggi, alle situazioni, addirittura al paese stesso, Holt, descritto con cura attraverso le stagioni.

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Rockwell Kent, “December 8, 1941”, (1941).

Se Benedizione era il romanzo della morte, quella di Dad Lewis, ferramenta di Holt, e se Canto della pianura era il romanzo della vita, quella che nasce da Victoria, in Crepuscolo vengono tirate le fila di alcune vite lasciate in sospeso; non mancano i lutti e le rinascite, le difficoltà e le soddisfazioni. C’è sia la vita che la morte, in Crepuscolo, e c’è l’amore che alla fine vince su tutto.

Una volta arrivati, sotto il cielo che impallidiva, andarono alla scuderia, ai recinti del bestiame e alla stalla per controllare che tutto andasse bene, e bovini e cavalli sembravano a posto. Quindi risalirono a casa attraverso il vialetto coperto di ghiaia. Ma l’eccitazione della giornata era ormai passata (…) Alle dieci accesero il vecchio, massiccio televisore in cerca di un notiziario qualsiasi proveniente da qualunque punto dal mondo, prima di salire le scale e buttarsi a letto sfiniti, ciascuno nella propria stanza ai due lati del corridoio, confortati oppure no, demoralizzati oppure no, da ricordi e pensieri familiari logorati dal tempo [Crepuscolo, Ken Haruf, trad. F. Cremonesi]

Kent Haruf | Canto della pianura

Ritornare a Holt è stato bello come andarci per la prima volta. Mi è mancato Holt, quel paese spazzato dal vento immerso nelle pianure del Colorado, la polvere rossa, che si deposita dappertutto, dando agli oggetti un fascino antico; mi sono mancate le persone, con i loro guai, le loro storie, in una parola, le loro vite. Leggendo “Canto della pianura” di Kent Haruf (traduzione F. Cremonesi, 303 pagine,18 euro) sono ritornata a Holt e, se volete, porto anche voi.

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Titolo: Canto della pianura

L’Autore: Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani. Ha ricevuto diversi riconoscimenti tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speziale alla PEN/Hemingway Foundation

Traduzione dall’inglese: Fabio Cremonesi

Editore: NN editore

Il mio consiglio: per chi è già stato a Holt, sarà come tornare a casa; chi non c’è mai stato, son certa che si innamorerà di questo paese delle pianure del Colorado e delle persone che lo abitano

La corriera proseguì ed entrò nella contea di Holt, la campagna era di nuovo piatta e sabbiosa, con i suoi boschetti di alberi rachitici intorno a fattorie isolate e le sue strade sterrate che andavano esattamente da nord a sud, come le linee in un libro illustrato per bambini, e c’erano le recinzioni in filo spinato lungo i fossi rettilinei in cui le mucche pascolavano con i loro vitellini e qua e là una giumenta fulva con un puledro appena partorito, e all’orizzonte le basse colline sabbiose, che da lontano sembravano blu come prugne. Il frumento invernale era l’unica nota verde. Era il crepuscolo quando fecero l’ultima curva a ovest della città e passarono sotto il ponte della ferrovia, poi rallentariono entrando a Holt e passarono accanto allo Shattuck’s Café e al Legion. Si stavano giusto accendendo i lampioni. La corriera si fermò al Gas and Go, all’incrocio tra la Higway 34 e Main Street. (…) si alzò dalla poltrona e scese lentamente i gradini. L’aria della sera era fredda e tagliente. [Kent Haruf, Canto della pianura, trad. F. Cremonesi]

Ho volutamente evitato di scrivere il nome del personaggio che torna a Holt, dopo un lungo viaggio fatto di pensieri e decisioni. Quando ho letto questa bellissima descrizione, oltre a sentirmi seduta sul sedile della corriera mentre dal finestrino sfila un panorama quasi bucolico, ho pensato che il personaggio che tornava a Holt avrei potuto essere io.

Ero già stata a Holt qualche mese fa, leggendo Benedizione. In Canto della pianura facciamo un salto indietro nel tempo, rispetto a quanto raccontato in Benedizione. C’è un lieve accenno al negozio di ferramenta di Dad Lewis, ma i personaggi che ho conosciuto in Benedizione qui non si ritrovano più; ma ci sono altri personaggi che raccontano storie e legami che intrecciandosi tra loro compongono un magnifico affresco.

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– Winter Corn Fields, Andrew Wyeth (1942)

C’è Tom Guthrie, insegnante di Storia americana, alle prese con una moglie malata e due figli piccoli da crescere, Ike e Bobby. C’è Victoria Roubideaux, una ragazzina di diciasette anni che alla fine dell’estate scopre una cosa di se stessa e prende una decisione importante; c’è Maggie Jones, un’altra insegnante del liceo, che aiuta Victoria a portare avanti le sue scelte; i fratelli McPheron, due anziani dai capelli color ferro e le mani callose, che hanno da sempre allevato bestiame, due fratelli la cui vita verrà stravolta da una serie di eventi che li rimetteranno in gioco.

Ci sono poi altri personaggi, che ruotano attorno ai protagonisti. Il preside della scuola, gli studenti, il medico, il veterinario, insomma, c’è tutta l’umanità di un piccolo paese sperduto nelle campagne ventose e polverose del Colorado, con il coro di voci che sovrapponendosi dando origine ad un bellissimo canto.

Oh, so che sembra una pazzia, disse lei. Suppongo lo sia. Non so. E nemmeno mi importa. Ma quella ragazza ha bisogno di qualcuno e sono pronta a fare qualsiasi cosa. Ha bisogno di una casa per questi mesi. E anche voi – sorrise – dannati vecchi solitari, avete bisogno di qualcuno. Qualcuno e qualcosa di cui prendervi cura, per cui preoccuparvi, oltre a una vecchia vacca fulva. C’è troppa solitudine qui. Prima o poi morirete senza aver avuto nemmeno un problema in vita vostra. Non il tipo giusto, comunque. Questa è la vostra occasione. [Kent Haruf, Canto della pianura, trad. F. Cremonesi]

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– Spring fed, Andrew Wyeth (1967)

Infine c’è la cittadina di Holt e le pianure che la circondano, spesso innevate, ghiacciate e spazzate da un vento gelato; ci sono le bellissime descrizioni degli ambienti, delle case delle persone – ordinate oppure chiassose – ci sono i sentimenti profondi che vivono in ognuno dei protagonisti; c’è la crescita di alcuni di loro, l’arrivo della consapevolezza, la fine dell’infanzia, dell’adolescenza e la presa di responsabilità; c’è l’alternarsi delle stagioni, inesorabile, dall’autunno fino alla primavera. C’è la vita che nasce, in aprile, dopo il gelo dell’inverno. Ma in Canto della pianura c’è soprattutto la voce di Kent Haruf, che non smette di sussurrarci storie, ammaliandoci e regalandoci, ancora una volta, un romanzo che è una vera e propria gemma della letteratura.

Kent Haruf | Benedizione

La cittadina di Holt non esiste: non cercatela nell’intricata mappa del Colorado, negli Stati Uniti d’America. Holt e i suoi abitanti esistono solo grazie alla penna di un magistrale scrittore americano. Eppure, anche se quella cittadina polverosa, piatta e arida non esiste, io leggendo “Benedizione” di Kent Haruf (NN Editore, 273 pagine, 17 euro) ho come avuto l’impressione di sentirmi a casa, come parte della piccola comunità descritta, come se io a Holt ci fossi stata davvero.

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Titolo: Benedizione

L’Autore: Kent Haruf (1943 – 2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani, ricevendo durante la sua carriera diversi premi letterari. Con Canto della pianura è stato finalista al National Book Award, al Los Angeles Times Book Prize e al New Yorker Book Award. NN Editore nel corso del 2016 pubblicherà altri due romanzi di Kent Haruf

Traduzione dall’inglese: Fabio Cremonesi

Editore: NN Editore

Il mio consiglio: Benedizione è un libro per chi ama le sterminate pianure dell’ovest americano pur non essendoci mai stato; per chi ama l’intrecciarsi di vite, tante vite, sotto un sole caldo e in un paesaggio arido; un libro dove i sentimenti sono vivi e potenti, chiari e precisi, come la luce d’estate a mezzogiorno

Se ne stava seduto nella veranda davanti a casa, sorseggiando la birra e stringendo la mano della moglie. Il fatto era che stava morendo. E’ di questo che parlavano. Prima della fine dell’estate sarebbe morto. Entro l’inizio di settembre quel che restava di lui sarebbe stato ricoperto di terra nel cimitero tre miglia a ovest della città. Qualcuno avrebbe scolpito il suo nome su una pietra tombale e sarebbe stato come se lui non fosse mai esistito [Benedizione, Kent Haruf, trad. F. Cremonesi, citazione pagina 11]

E’ giugno a Holt, in Colorado, quando Dad Lewis riceve la notizia che non avrebbe mai voluto sentire: i medici di Denver gli annunciano che il suo cancro è oramai fuori controllo e che quella sarà la sua ultima estate. Dad torna a Holt con la moglie Mary e seduto in veranda sorseggia una birra, senza aver appetito, lasciando correre lo sguardo verso il retro della proprietà: il granaio, il cortile e poi le immense pianure.

Nell’affrontare l’ultima estate Dad Lewis vuole accanto a sé la moglie Mary e la figlia Lorraine, impiegata in un ufficio a Denver, che lo raggiunge ad Holt per assisterlo. Ma Dad in cuor suo vorrebbe anche il figlio minore con sé, Frank, quel ragazzo fuggito di casa giovanissimo e rivisto solamente una volta, in occasione di uno squallido Natale nello squallido monolocale a Denver. Dad vorrebbe Frank con sé per riappacificarsi con lui e dirgli che in fondo loro due non sono poi così diversi.

A Holt tutti vengono a sapere della diagnosi di Dad, un uomo amato e rispettato dalla piccola comunità e conosciuto per aver gestito il negozio di ferramenta giù in città. Ognuno di loro rende omaggio a Dad Lewis, con la compagnia, con dei ricordi, con qualche aneddoto divertente.

Ma “Benedizione” non è solo la storia di Dad Lewis, anche se pare che tutto ruoti attorno a lui, dai flash back al racconto di quella lunga e calda estate, un calore mitigato solo da rari temporali. In questo romanzo c’è anche spazio per la storia di Berta May e la piccola Alice, le vicine di Dad Lewis; per le vicende di Willa e di Alene Johnson; per il piccolo segreto del reverendo Lyle e per l’infelicità della sua famiglia.

Lo aiutarono a trasferirsi in veranda e rimasero a guardare la pioggia che cadeva sull’erba e sulla ghiaia che ricopriva la strada. Nei punti più bassi si erano già formate delle pozzanghere e i pioppi argentati erano scuri e grondavano acqua. Lorraine sporse una mano nella pioggia e si picchettò la faccia, poi mise le mani a coppa per raccogliere l’acqua che cadeva dalla grondaia e la appoggiò sul volto di Dad. Lui rimase lì, tenendosi al bastone, con il viso che gocciolava. Lo fissarono, lui guardò dritto oltre il prato, al di là della recinzione di ferro, al di là della strada bagnata, fino al terreno adiacente, pensando a qualcosa. Non ha un buon odore? disse Mary. Già, rispose lui piano. Aveva gli occhi umidi, ma gli altri non avrebbero saputo dire se di lacrime o di pioggia [Benedizione, Kent Haruf, trad. F. Cremonesi, citazione pagina 92]

“Benedizione” è un microcosmo, una fotografia a colori vividi di un’estate che profuma di pioggia e nostalgia, un’estate eccezionale benché uguale a tutte le estati precedenti e a quelle che la seguiranno. Attraverso personaggi tratteggiati con cura, Kent Haruf regala al lettore la storia di un’intera comunità piccola e chiusa, dove ogni abitante porta con sé segreti e fantasmi da affrontare.

Oltre che per le brillanti descrizioni, la vivida caratterizzazione dei personaggi e lo stile della narrazione di Kent Haruf – che lascia che i dialoghi corrano nel testo, come una sorta di fiume in piena – la bellezza della scrittura di Haruf sta anche nel fatto che alcuni capitoli sono talmente perfetti da sembrare dei racconti a sé, pur avendo come protagonisti gli abitanti di Holt. Il risultato è assolutamente ben riuscito: “Benedizione” è un romanzo bellissimo e io non vedo l’ora di tornare a Holt. Canto della pianura è già sul mio comodino pronto per essere letto.