Mikael Niemi | Cucinare un orso

Il pastore lo guardò senza scomporsi, senza lasciar trapelare alcun fastidio per il fatto di essere stato interrotto. Eppure lo sapevo bene che quando lavorava nel suo studio ci teneva molto a non essere disturbato. Ma ora davanti a lui c’era un ragazzo madido di sudore (…) Gesticolava convulsamente come a sottolineare l’urgenza (…) “Cosa è successo?” “Lei è… non lo sappiamo… era nel bosco con le vacche”. “Di chi state parlando?” “Della nostra serva, Hilda… Hilda Fredriksdotter Alatalo (…) È… è scomparsa. Dovete venire subito.” Il pastore mi lanciò un’occhiata. Era già tardi, e dopo aver camminato tutto il giorno eravamo entrambi stanchi. Ma era estate e la luce non ci avrebbe abbandonato per tutta la notte (…) “Arriviamo,” disse il pastore [Cucinare un orso, Mikael Niemi, trad. A. Albertari e A. Scali]

1852, Lapponia svedese. Nell’estremo Nord della Svezia, a un passo dal confine della Finlandia, nella piccola comunità di Kengis il pastore Læstadius, di origini sami, accende gli animi dei fedeli con le sue appassionate prediche sul Risveglio, un rivoluzionario movimento religioso da lui stesso avviato. Læstadius è un personaggio del tutto singolare: è un uomo di chiesa votato a Dio, ma allo stesso tempo è un uomo che crede nelle scienze, capace di classificare le forme di vita e di osservarle con occhio scientifico e critico.

Durante una delle sue passeggiate, Læstadius nota un vagabondo coperto di stracci e, seguendo ciò che il suo cuore caritatevole gli sussurra, lo accoglie in casa, lo sfama, lo cura con l’aiuto della moglie Brita Kasja e gli dà un nome, registrandolo all’anagrafe. Il vagabondo di origini sami come Læstadius viene chiamato Jussi. Giorno dopo giorno Jussi impara a leggere, scrivere e prendere appunti per conto del pastore.

Una notte d’estate una serva di nome Hilda scompare. Raggiungendo la tenuta del padrone prima del giudice distrettuale Brahe, Læstadius si fa accompagnare dal padrone nel bosco dove la serva ha pascolato le mucche per l’ultima volta e, utilizzando il metodo scientifico, raccoglie indizi, prende appunti e incomincia a farsi un’idea di ciò che potrebbe essere accaduto alla disgraziata Hilda.

Quando il cadavere della povera Hilda viene ritrovato, il giudice distrettuale interpreta i segni sul corpo come quelli dell’aggressione di un orso e liquida il caso. Læstadius non è convinto e prosegue la sua personale indagine.

Mentre la luminosa e splendida estate lappone lascia il posto ad un fresco autunno, Jolina, un’altra serva, viene aggredita e a Læstadius inizia a farsi un’idea più chiara di chi potrebbe aver commesso il crimine; continua ad indagare, a studiare, a classificare gli indizi e a studiarli con metodi moderni e ingegnosi per arrivare alla risolvere il caso.

D’impulso volli salvarlo, prima che fosse troppo tardi, afferrarlo per la mantella consunta, tenerlo stretto, riportarlo lì nello studio, alla luce del giorno. Il pericolo incombeva. C’erano forze che era meglio non risvegliare. Questi erano i pensieri che mi affollavano la mente mentre leggevo le parole che aveva scritto: E ora catturiamo l’orso [Cucinare un orso, Mikael Niemi, trad. A. Albertari e A. Scali]

Photo by Janko Ferlič on Unsplash

Cucinare un orso” di Mikael Niemi (trad. A. Albertari e A. Scali, Iperborea) è un romanzo che ho amato davvero molto. Per prima cosa, mi è piaciuto personaggio di Læstadius, il pastore di origine sami esistito davvero, che oltre ad essere uomo di fede, è un uomo di scienza capace di applicare alla vita quotidiana il metodo scientifico. È un uomo che non si sofferma alle apparenze, ma scava in profondità e si pone mille dubbi per raggiungere la verità.

Nel romanzo sono presenti diversi crimini da risolvere e Læstadius è l’investigatore perfetto: uomo dal sapere scientifico, critico e spesso dubbioso, mette assieme i frammenti e gli indizi senza sbilanciarsi fin quando non è certo di ciò che potrebbe essere realmente successo; al suo fianco, Jussi, spalla di Læstadius, è un ragazzo curioso e intelligente, che impara lesto ciò che il pastore gli insegna e che lo segue ovunque per aiutarlo nelle ricerche e nei ragionamenti.

Come ogni giallo che si rispetti, oltre al detective e alle vittime, ci sono gli antagonisti: il giudice distrettuale Brahe e il suo tirapiedi Michelsson, un omuncolo che dà sempre ragione al giudice. Entrambi negano che i crimini siano stati commessi da mano umana e sono loro ad aprire la battuta di caccia contro il povero orso preso come capro espiatorio.

Eppure, nonostante le premesse, “Cucinare un orso” è molto più che un semplice giallo. Mikael Niemi ha riprodotto l’universo lappone di metà Ottocento con una incredibile maestria. È un romanzo didascalico scritto con una incredibile fluidità che mette in mostra un mondo che oggi si è evoluto e non esiste più: qui si parla ampiamente del Risveglio, il movimento religioso avviato proprio dal pastore Læstadius, e dei rapporti – non sempre pacifici – tra Regno di Svezia, minoranze finlandesi a Kengis e popolazioni sami.

Infine, ho amato “Cucinare un orso” perché le descrizioni degli ambienti lapponi, del susseguirsi delle stagioni e dei sentimenti dei personaggi nei confronti della natura sono incantevoli e romantiche. Durante il viaggio in Svezia mi sono fermata a Stoccolma e ho navigato attraverso il suo arcipelago, ma sogno di ritornare e spingermi più a Nord, per vedere con i miei occhi i luoghi dove la padrona di tutto è la Natura.

D’estate la linfa risale lungo i tronchi degli alberi. Le uova si schiudono, il cielo si riempie di uccelli, gli insetti sciamano in grosse nubi. Al maschio dell’alce spuntano le corna, i salmoni risalgono la corrente a balzi pesanti. La luce fluisce ininterrottamente a tutte le ore, rendendo l’estate un unico, interminabile giorno, un chiarore perpetuo che dura un paio di mesi. E allora sì che è bello vivere al nord [Cucinare un orso, Mikael Niemi, trad. A. Albertari e A. Scali]

Tramonto estivo sull’arcipelago di Stoccolma (foto: Claudia)

“Cucinare un orso” è un romanzo scorrevole, coinvolgente e splendido che io consiglio a chi ama il genere giallo, a chi ama il meraviglioso universo del Nord Europa e a chi ogni tanto si ritrova a sognare ad occhi aperti i bellissimi paesaggi lapponi, siano essi illuminati dalla luce del sole che non tramonta mai o brillino grazie alla luce delle aurore boreali.

Titolo: Cucinare un orso
L’Autore: Mikael Niemi
Traduzione dallo svedese: Alessandra Albertari e Alessandra Scali
Editore: Iperborea
Perché leggerlo: perché è un romanzo che non è un semplice giallo, ma mostra uno spaccato della vita quotidiana di una piccola comunità svedese in una regione di confine, a metà dell’Ottocento, presenta il personaggio di Læstadius, pastore capace di conciliare fede e scienza, e fa sognare coloro che – come me – sono innamorati del Nord Europa

(© Riproduzione riservata)

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Fredrik Sjöberg | Il re dell’uvetta

Alice Eastwood! Di lei avevo sentito parlare. Era stata in Svezia, una volta, al grande convegno di botanica al municipio di Stoccolma nel 1950: le era stato assegnato il ruolo di presidente onoraria, aveva allora novantun anni ed era già una leggenda. Questa sì che era una scoperta! Andai all’istante a cercare nella documentazione un indizio sicuro di autentico amore. E certo, tutto tornava! Eisen aveva dato il suo nome a un lombrico: Mesenchytraeus eastwoodi (Eisen 1904) [Il re dell’uvetta, Fredrik Sjöberg, trad. F. Ferrari, Iperborea]

Nel mondo accademico delle scienze naturali è un onore immenso quando ad una nuova specie – o ancora meglio ad nuovo genere – si assegna il cognome di un altro scienziato. Assegnare il nome della donna (presumibilmente) amata ad un lombrico forse non sembrerà a tutti un gran romanticheria, ma io ne sarei più che onorata.

Assegnando il nome di uno scienziato a genere o specie è come garantire a quello studioso l’immortalità; il suo nome continuerà a comparire nei libri di scienze naturali e nei manuali, e gli studenti lo impareranno. A Gustaf Eisen, eclettico naturalista svedese che visse a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, ne sono stati dedicati innumerevoli, tra lombrichi, ragni, zanzare, api, formiche, parassiti, serpenti e persino alghe. L’ultimo omaggio a Gustav Eisen risale al 2005, quando gli venne dedicato Fridericia eiseni, un verme.

Ma allora, come mai anche nell’ambiente accademico Gustaf Eisen non è così noto? Lo svedese fu ammirato da Charles Darwin, ebbe come maestri i migliori naturalisti svedesi che all’epoca insegnavano a Visby, nell’isola di Gotland, e negli Stati Uniti, quando giunse a Boston, fu raccomandato dal leggendario Louis Agassiz.

La spiegazione di quest’oblio sta, secondo Fredrik Sjöberg, autore de “Il re dell’uvetta” tradotto da Fulvio Ferri per Iperborea, nel fatto che Eisen durante la sua lunghissima vita si occupò di molte cose, saltando da un argomento all’altro. Eisen iniziò come naturalista decrivendo, con un compagno di studi, il delicato ecosistema dell’isola di Gotska Sandön, un’isola sperduta oltre l’Arcipelago di Stoccolma; proseguì occupandosi di vermi e insetti, mosche soprattutto; volò negli Stati Uniti e in California diede avvio alla produzione di vino e di uvetta passa.

Sempre in California, durante la corsa all’oro, decise che le maestose sequoie dovessero essere protette e con buona pace del Presidenti degli Stati Uniti fondò il Sequoia National Park, il secondo più antico d’America. A New York credette di aver trovato il Sacro Graal, un calice d’argento proveniente da Antiochia, e alla fine della sua vita – ormai ultra novantenne – inizio a dedicarsi allo studio delle sfere di vetro per le datazioni archeologiche.

Paesaggio svedese (fonte: Photo by Jon Flobrant on Unsplash)

Fredrik Sjöberg soffia via la polvere dalla figura di Gustaf Eisen e nel suo libro, di genere inclassificabile “Il re dell’uvetta“, riporta in auge la figura dell’eclettico connazionale. Attraverso divertenti anettoti, storie ed equivoci, Sjöberg ci presenta Eisen a tutto tondo, senza mai dimenticare di mettere qui e là un dettaglio autobiografico.

Saltando dalla Svezia a Gotland, dall’Arcipelago di Stoccolma in California e nei grandi parchi degli Stati Uniti, la storia di Eisen si srotola rapidamente come un lunghissimo tappeto. Lo stile di Sjöberg è lo stesso del suo primo libro “L’arte di collezionare mosche“, anche se quest’ultimo è molto più autobiografico.

Se nella prima parte la storia narrata ne “Il re dell’uvetta” mi ha coinvolta, divertita ed emozionata, nell’ultima parte mi è sembrata un po’ ripetitiva e annacquata: sarà che avendo una grande passione per il Nord Europa ho preferito le descrizioni dell’Arcipelago di Stoccolma, di Uppsala e soprattutto dell’isola di Gotland, uno dei luoghi che più mi affascinano del Nord Europa.

“Il re dell’uvetta” di Fredrik Sjöberg è un buon libro che racconta aneddoti, vicende e curiosità legate al mondo delle scienze naturali, ruotando attorno alle figure di grandi naturalisti di diverse nazionalità; è un testo consigliato a chi è interessato alle scienze e a quelle storie che insegnano sempre qualcosa.

Titolo: Il re dell’uvetta
L’Autore: Fredrik Sjöberg
Traduzione dallo svedese: Fulvio Ferrari
Editore: Iperborea
Perché leggerlo: perché è un libro ricco di aneddoti e curiosità, indicato per chi apprezza le scienze naturali

(© Riproduzione riservata)

Jonas Jonasson | Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

Con i libri si può davvero viaggiare: questa affermazione può sembrare il solito cliché, ma non è assolutamente così, soprattutto quando si leggono libri come “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve” di Jonas Jonasson (Bompiani, 446 pagine, 17,90 euro). Quando ho scartatato in fretta e furia quel pacchettino a forma di parallepipedo (“è un libro?” “ma va?!“) sono rimasta immediatamente affascinata dal nonno in copertina con il pigiamino rosa e il candelotto di dinamite nel taschino destro; sono rimasta talmente affascinata che l’ho iniziato subito e sono partita in giro per il mondo con il signor Allan Karlsson.

allan

Titolo: Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

L’Autore: Jonas Jonasson è nato nel sud della Svezia nel 1961, è giornalista e consulente media. Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve è stato il suo esordio letterario, ha venduto 6 milioni di copie nel mondo ed è diventato anche un film

Traduzione: Margherita Podestà Heir

Editore: Bompiani

Il consiglio di Federica (che me l’ha regalato e che ricalca il mio): con il signor Karlsson non solo potrete visitare tanti paesi, ma lo farete in ottima compagnia!

Di certo Allan Karlsson avrebbe potuto pensarci prima e, magari, comunicare agli interessati la sua decisione. In effetti non aveva mai riflettuto troppo sulle cose. Ecco perché quell’idea non ebbe neanche tempo di fissarsi nella sua testa che già aveva aperto la finestra della stanza al pianterreno della casa di riposo di Malmkoping, nel Sormland, per poi sgusciare fuori e atterrare nell’aiuola sottostante. La manovra richiedeva un certo fegato, dal momento che Anna compiva cent’anni proprio quel giorno. Solo un’ora dopo nella sala comune della casa di riposo avrebbero avuto inizio i festeggiamenti. Sarebbe stato presente persino il segretario comunale. E l’inviata del giornale locale. E tutti gli ospiti dell’ospizio. E tutto il personale, capitanato dalla ringhiosa e arcigna infermiera Alice. Soltanto il festeggiato non aveva la benché minima intenzione di partecipare [Jonas Jonasson, Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, trad. M. Podestà Heir, citazione pagina 7]

Giunto il giorno del suo centesimo compleanno, Allan Karlsson decide che l’ospizio di Malmkoping non sarà la sua tomba e fugge saltando dalla finestra. Allan lentamente raggiunge la stazione degli autobus e incontra un giovanotto dall’aria un po’ losca con una giubba che porta la minacciosa scritta “Never Again“. Il giovanotto ha urgenza di andare alla toilette e Allan si presta a dare un’occhiata alla grande valigia del ragazzo; ma sopraggiunge l’autobus che Allan vuole prendere e il centenario di trova di fronte ad un dilemma: abbandonare la valigia nella sala d’attesa oppure portarla con sé sull’autobus?

Allan Karlsson sceglie di portare con sé la pesante valigia sul bus e chiede al conducente fin dove può arrivare con cinquanta corone. Arrivato alla fine della sua corsa, Allan scende e si incammina per un sentiero, sempre trascinandosi la pesante valigia. In un casotto di una vecchia stazione abbandonata incontra Julius, e da questo momento la sua vita non sarà più la stessa, perché quando i due vegliardi aprono la valigia e ne svelano il contenuto capiscono che si stanno per cacciare in un bel guaio… Anzi, si sono già cacciati, perché il losco giovanotto della “Never Again” è già sulle loro tracce…

L’avventura di Allan Karlsson inizia quando il vecchietto posa i piedi tra le aiuole del giardino della casa di riposo e fugge, e prosegue in modo del tutto imprevedibile, dove i colpi di scena si susseguono l’uno dietro l’altro, inframezzati dalla storia della vita di Allan, perché sì un centenario che salta dalla finestra non è il classico vecchietto posato che potrebbe sembrare a prima vista. Allan Karlsson ha vissuto una vita straordinaria, ha conosciuto personaggi famosi, presidenti di varie repubbliche, re, dittatori, spie comuniste; ha imparato a parlare inglese, spagnolo, russo, cinese, e molte altre lingue, insomma la sua esistenza… esplosiva non ha avuto nulla di ordinario.

Il romanzo di Jonass Jonasson mi è piaciuto davvero tantissimo, perché io sono un’appassionata di Storia e seguire le vicende di Allan attraverso il Novecento mi ha divertita e affascinata. E’ un romanzo che quindi contiene molta Storia, presuppone buone basi per essere letto, anche se i lettori curiosi come me saranno felici di non conoscere tutto e di andarsi a leggere qualche curiosità, che so, sulla Corea del Nord.

Ringrazio quindi tantissimo Federica che regalandomi questo libro mi ha davvero fatta viaggiare in giro per il mondo e vi invito a leggere la sua recensione.