Aglaja Veteranyi | Lo scaffale degli ultimi respiri

Concepita ero stata concepita a Cracovia, dice mia madre. Concepita a Cracovia e partorita a Bucarest. Sono una valacca. Cos’è una valacca? Le mani della mia levatrice venivano dalla Germania. La mia appendice rimase in Cecoslovacchia, in un ospedale militare. Si dovette tirare il freno d’emergenza del treno. All’epoca c’erano ancora mio padre e mia sorella (…) Le mie adenoidi rimasero a Madrid [Aglaja Veteranyi, Lo scaffale degli ultimi respiri, trad. A. Lorenzini]

La protagonista de “Lo scaffale degli ultimi respiri” di Aglaja Veteranyi (trad. A. Lorenzini, Keller editore, 129 pagine, 13 €), la voce narrante senza nome, è una giovane donna che ha girovagato tutta l’Europa. Dalla Romania, dove i suoi genitori e parenti hanno radici, alla Polonia, passando per la Cecoslovacchia e la Spagna, per poi giungere – finalmente – in Svizzera, l’attuale punto di arrivo di questa famiglia di circensi.

La giovane protagonista racconta la sua vita e quella della sua famiglia di girovaghi, ma si focalizza in particolare sull’amata zia, la sorella della mamma; la zia per la protagonista è una figura importante, molto più importante della stessa madre.

Il breve romanzo della Veteranyi è suddiviso in tre parti: nella prima vengono narrati con grande drammaticità la malattia della zia; nella seconda parte invece viene narrata la storia personale della protagonista; infine, nella terza, viene ripresa la vicenda della malattia della zia, l’agonia e la triste dipartita.

Quando la zia leggeva i fondi di caffè a qualcuno, si doveva infilare una moneta sotto la tazza capovolta. Propiziava la fortuna. La fortuna aveva attraversato tutte le monete sotto il letto matrimoniale della zia. La lettura dei fondi di caffè la zia l’aveva ereditata da sua nonna. La gente si faceva leggere i fondi di caffè da lei come il giornale. Portava monete e regali. I fondi di caffè raccontavano del tempo dietro al tempo. Delle buone notizie, dei lunghi viaggi, di ricchezza e fecondità, di invidia e malattia [Aglaja Veteranyi, Lo scaffale degli ultimi respiri, trad. A. Lorenzini]

Aglaja Veteranyi girovagò per tutta Europa assieme alla sua famiglia di circensi, infatti la vicenda narrata nel romanzo breve “Lo scaffale degli ultimi respiri” ha molti aspetti autobiografici. La Veteranyi rimase analfabeta sino a quattordici anni, quando finalmente iniziò ad imparare a leggere e scrivere in tedesco; è il tedesco, infatti, che usa come lingua per scrivere “Lo scaffale degli ultimi respiri“.

Le frasi sono semplici, molto brevi, quasi lapidarie e spesso c’è esclusivamente l’essenziale. Ma anche utilizzando poche parole l’autrice, di origine romena naturalizzata svizzera, riesce a rendere il dolore che la donna protagonista prova durante la malattia e l’agonia della zia. E’ un libro che tra un sorriso e l’altro, tra una ricetta tradizionale e un po’ di ironia, nasconde molto disagio.

Oltre alla malattia della zia, vi è il disagio di non appartenere a nessun popolo; di non sentirsi parte del Paese dove si vive e della scarsa conoscenza della cultura degli antenati. L’essere divisa in tanti mondi: quello dei circensi romeni, quello degli svizzeri, quello di tutti i luoghi e le persone incontrate durante i vagabondaggi.

E’ questo disagio di non appartenenza, unito certamente ad altri problemi, che porta la giovane Aglaja Veteranyi a darsi la morte in riva al Lago di Zurigo, pochi giorni prima dell’uscita del romanzo che ho appena recensito. Forse per nostra natura sentiamo di dover necessariamente appartenere a qualcosa, un luogo, una lingua, una cultura. Possiamo migrare, spostarci, viaggiare, girovagare, ma da qualche parte le radici ci devono essere, le dobbiamo sentire e anche custodire e raccontare con orgoglio, perché no. Non si devono dimenticare solo perché si vive in un Paese straniero. Perché possiamo andare dall’altra parte del mondo ed essere felici, ma credo si possa essere ancora più felice se sappiamo che da qualche parte c’è quel posto che possiamo chiamare ‘casa’.

Ogni morto porta a Dio il suo ultimo respiro, secondo Costel. Un respiro in cui Dio può leggere la vita di quell’uomo come in un libro. La biblioteca di Dio è uno scaffale pieno di ultimi respiri [Aglaja Veteranyi, Lo scaffale degli ultimi respiri, trad. A. Lorenzini]

Yeonmi Park | La mia lotta per la libertà

Scrivere di libri qualche volta è davvero difficile. Cosa aggiungere a proposito de “La mia lotta per la libertà” di Yeonmi Park (Bompiani, trad. V. Raimo, 298 pagine, 18 €)?, ogni parola mi sembra superflua, però ne voglio parlare perché la storia della famiglia Park mi ha toccato il cuore, mi ha raccontato cose che non conoscevo, mi ha commossa e fatta arrabbiare. E soprattutto, mi ha fatto capire, ancora una volta, quanto io sia contro ogni forma di dittatura.

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Titolo: La mia lotta per la libertà

L’Autrice: Yeonmi Park è nata a Hyesan, Corea del Nord, nel 1993. Nel 2007, assieme alla mamma, oltrepassa il fiume Yalu e fugge in Cina. Dopo diverse peripezie raggiunge la Corea del Sud. Oggi è attivista per i diritti umani

Traduzione dall’inglese: Veronica Raimo

Editore: Bompiani

Il mio consiglio: tutti noi dobbiamo conoscere le storie come quella di Yeonmi, per capire cosa significa privare un essere umano della propria dignità, dei propri diritti fondamentali e per essere contro ogni forma di dittatura

Ero una bambina caparbia, forse perché avevo sempre dovuto lottare tanto per ottenere qualcosa. Volevo a tutti i costi imparare a leggere, così mi sforzavo per cercare di dare un senso a quei caratteri che fluttuavano sulla pagina. Quando era a casa, a volte mio padre mi prendeva in grembo e mi leggeva i libri per bambini. Adoravo le storie, ma gli unici libri disponibili in Corea del Nord venivano pubblicati dal governo ed eranoa  sfondo politico. Al posto delle fiabe di paura, avevamo dei racconti ambientati in un posto turpe e disgustoso chiamato Corea del Sud, dove i bambini senza casa giravano a piedi scalzi a chiedere l’elemosina per strada. Non avevo mai realizzato, prima di arrivare a Seoul, che in realtà quei libri descrivevano la vita in Corea del Nord. Ma era impossibile per noi vedere oltre la propaganda. [La mia lotta per la libertà, Yeonmi Park, trad. V. Raimo]

Nei primi Anni Novanta a Hyesan, Corea del Nord, nascono Yeonmi ed Eunmi, figlie di Park Jin Sik e Keum Sook. Park Jin Sik sbarca il lunario contrabbandando e rivendendo illegalmente merce che giunge nella Corea del Nord dalla Cina, mentre la madre Keum Sook aveva inizialmente lavorato in una ditta di prodotti chimici per poi passare anche lei al contrabbando di merci e metalli.

La vita nella Corea del Nord è tutt’altro che semplice, fatta di alti e bassi, e nel romanzo viene descritta bene. I primi ricordi di Yeonmi sono legati al freddo e al buio: gli inverni nella Corea del Nord sono rigidi, soffiano i venti freddi dalla Cina, nevica parecchio e spesso la temperatura scende di decine di gradi sottozero. Pochi sono i nordcoreani che possono permettersi il riscaldamento in casa: i combustibili sono molto costosi, le candele sono beni di lusso e persino la luce va e viene.

Nella Corea del Nord bisogna essere fedeli al Partito e adorare i Kim, la dinastia di leader nordcoreani nata all’indomani dalla suddivisione delle due Coree. Il primo fu Kim-Il Sung il Grande Leader, seguito da Kim Jong-il noto come il Caro Leader, morto di recente e sostituito da Kim Jong-un. Ai bambini vengono raccontate cose magiche sui Kim, tra le quali che essi possano leggere nei pensieri di tutti i nordcoreani e che il Caro Leader sia nato su una montagna incantata, che abbia scritto 150 libri in tre anni e che voglia solo il bene per il suo popolo. Certe parole, nella Corea del Nord, assumono significati diversi rispetto al resto del mondo: l’amore, per esempio, si manifesta in un solo modo, quello devozionale verso i membri della famiglia Kim

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La divinizzazione dei Kim: a fianco della statua del “Grande Leader” Kim il-sung è stata installata quella del figlio il “Caro Leader” Kim Jong-il (fonte: Nicor, Wikipedia CC BY-SA 3.0)

In Corea del Nord, il regime non vuole che pensi, e odia le sottigliezze. Tutto è o bianco o nero, con nessuna sfumatura di grigio. Per esempio, in Corea del Nord l’unica forma di amore che puoi descrivere è quella per il leader; (…) [La mia lotta per la libertà, Yeonmi Park, trad. V. Raimo]

Yeonmi, senza pietismi, racconta quanto più di incredibile ci possa essere: cose accadute durante la grande carestia, la gente che moriva di fame e di stenti per le strade e finiva mangiata dagli animali selvatici; Yeonmi parla di un Paese che non produce quasi nulla, dell’assenza dei fertilizzanti e del “furto del contenuto delle latrine“, perché gli escrementi poteva essere rivenduti a caro prezzo. Gli ospedali che versano in condizioni disastrose, dove mancano disinfettanti, medicinali e dove le siringhe vengono riutilizzate molte volte, dove i cadaveri vengono lasciati nel cortile con le orbite vuote mangiate dai ratti, in attesa che qualcuno del governo venga a raccoglierli. Polizia, medici, insegnanti, funzionari governativi, commercianti, tutti avvolti da una spirale di corruzione. Un Paese totalmente allo sbando, dove gli esseri umani non vengono considerati tali, ma sono semplicemente dei robot programmati per adorare e glorificare il regime dei Kim e i loro leader. Tutto questo accedeva nei prima Anni Duemila.

Forse, davvero nel profondo, sapevo che c’era qualcosa di sbagliato. Ma noi nordcoreani siamo abilissimi a mentire, perfino a noi stessi. I bambini morti di freddo, abbandonati nei vicoli dalle loro madri quasi uccise dalla fame, non rientravano nella mia visione del mondo, quindi non riuscivo a gestire e comprendere ciò che vedevo. Era normale scorgere dei cadaveri tra i cumuli di immondizia, cadaveri che galleggiavano nei fiumi, ed era normale andare avanti e non fare nulla quando uno sconosciuto gridava aiuto [La mia lotta per la libertà, Yeonmi Park, trad. V. Raimo]

Proprio come Winston Smith, protagonista del romanzo “1984” di George Orwell, il padre di Yeonmi capisce che non c’è nessuna speranza nella Corea del Nord: questa non è la vita che lui vuole per sua moglie e le sue due figlie. Così, racimolando denaro e corrompendo guardie di frontiera, Yeonmi e la mamma riescono ad attraversare il fiume Yalu e raggiungere la Cina.

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La città nordcoreana di Hyesan vista dalla città cinese di Changbai. Il fiume Yalu è il confine naturale tra la Nord Corea e la Cina (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0)

La Cina si rivela un incubo per Yeonmi e sua madre, l’attivista racconta cose tremende, violenze che a rievocarle sono costate lacrime e disperazione. Ma la fortuna è dalla parte di Yeonmi, almeno una volta, e non senza difficoltà riesce a raggiungere la Mongolia e a chiedere asilo politico in Corea del Sud. Qui, nella terra dei nemici dei Kim, Yeonmi scopre cosa significa davvero vivere.

Tutto, persino le emozioni umane più elementari, deve essere insegnato. Cominciavo a capire che non si può davvero crescere e imparare se non si ha un linguaggio all’interno del quale crescere. Sentivo il mio cervello prendere letteralmente vita, come se dei nuovi sentieri si illuminassero in luoghi che erano stati oscuri e desolati. La lettura mi stava insegnando cosa significasse essere vivi, essere umani. Lessi i classici (…) Il vero punto di svolta lo raggiunsi però con la scoperta de La fattoria degli animali di George Orwell (…) Sembrava che Orwell sapesse esattamente da dove venivo e cosa avessi passato. La fattoria degli animali era la Corea del Nord e lui stava descrivendo la mia vita (…) Ridurre l’orrore della Corea del Nord a una semplice allegoria annullò il potere che esercitava su di me. Aiutò a rendermi libera [La mia lotta per la libertà, Yeonmi Park, trad. V. Raimo]

Questa è la storia di Yeonmi e della sua famiglia. E’ la storia di un popolo oppresso da più di cinquant’anni da una dittatura feroce e cruenta. Qui vengono raccontate cose incredibili, impossibili da accettare. In questo libro troverete l’orrore, la tortura, la prigionia, la miseria, la povertà, la fame, insomma la quotidianità di coloro che vivono in trappola in un Paese che è in realtà un inferno. Questa è la storia di Yeonmi e della sua famiglia, del coraggio che si scopre di avere quando si decide di scappare, di cosa succede quando si cade dalla padella alla brace, di cosa accade quando a quasi vent’anni si scopre un mondo completamente nuovo e ci si rende conto di essere vissuti in un universo di menzogne e bugie.

“La mia lotta per la libertà” di Yeonmi Park è un libro da leggere, da sottolineare e da rileggere, per dire ‘no’, sempre e per sempre, ad ogni forma di oppressione e dittatura.

Giacomo Mazzariol | Mio fratello rincorre i dinosauri

Se non fosse stato per un club del libro al quale partecipo, probabilmente non avrei mai scoperto e letto “Mio fratello rincorre i dinosauri” di Giacomo Mazzariol (Einaudi, 174 pagine, 16,50 €). E se io non avessi scoperto e letto questo libro mi sarei persa una storia davvero bellissima.

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Titolo: Mio fratello rincorre i dinosauri

L’Autore: Giacomo Mazzariol è nato nel 1997 e vive a Castelfranco Veneto. Nel marzo del 2015 ha caricato su Youtube The Simple Interview, un video dove il protagonista è suo fratello Giovanni, che ha la Sindrome di Down. Il video ha riscosso un successo inaspettato.

Editore: Einaudi

Il mio consiglio: “Mio fratello rincorre i dinosauri” è un romanzo bellissimo, commovente e scritto molto bene. Consigliato a chi ama le storie tratte dalla vita vera e a chi crede che le barriere siano soprattutto mentali. Un romanzo consigliatissimo ai ragazzi giovani.

A mamma piace leggere. Per casa ci sono libri ovunque: sul tavolino del salotto, in cucina, sui davanzali. Persino in bagno. Ma è di solito il comodino quello che rischia di crollare sotto il peso delle storie che ci accumula (…) Sono sempre stato attratto dai libri. Credo che l’amore per i libri si trasmetta da genitore a figlio nell’aria e nel cibo, oltre che con l’esempio. Insomma mi capitava spesso di prendere in mano uno dei libri che mamma lasciava in giro, giusto per balbettarne il titolo, passare un dito sulla carta, o a volte annusarne l’odore. Per questo motivo mi accorsi di quello (…) Lessi l’autore, uno straniero, e il titolo, che conteneva anch’esso una parola straniera, e che quella parola era straniera lo sapevo perché c’era la lettera w (…) La parola era Down (…) Prima di quella c’era la parola sindrome. Non sapevo cosa volesse dire sindrome, non sapevo cosa volesse dire Down. Lo aprii e, come accade quando ci sono delle pagine più spesse, il libro si spalancò su una fotografia. Sgranai gli occhi. E’ Giovanni, pensai. [Mio fratello rincorre i dinosauri, Giacomo Mazzariol, citazione pagine 30-31]

Giacomo ha cinque anni e due sorelle, una maggiore e una minore, quando riceve dai genitori una notizia grandiosa: avrà un fratellino, un maschietto, finalmente, per pareggiare i conti con le femmine e votare in modo democratico. Tre maschi e tre femmine in casa. Per Giacomo è una festa il giorno in cui i genitori gli rivelano la notizia dell’arrivo del fratellino; inizia ad immaginarsi avventure incredibili: gli insegnerà ad arrampicare sugli alberi, a gareggiare in bicicletta, ad avere successo con le ragazze e un sacco di altre cose. Giacomo gli compra un ghepardo di peluche, usando tutti i suoi risparmi, perché è così che immagina il fratellino: veloce e combattivo come un ghepardo.

Poi, un giorno i genitori comunicano ai bambini un’altra notizia: Giovanni, perché così si chiamerà il fratellino, sarà un bambino speciale. Per Giacomo speciale significa avere super poteri e quindi sarà davvero veloce e agile come un ghepardo. Il giorno in cui Giovanni nasce, Giacomo è un po’ stranito: non assomiglia agli altri bambini che ha visto finora; Giovanni ha gli occhi a mandorla, come i cinesi, ha una membrana sottile che unisce le dita dei piedi e ha la nuca piatta. Non è di questo pianeta, è la conclusione del bambino.

Con il trascorrere del tempo, Giacomo si rende conto che Giovanni può essere tutto eccetto che un supereroe. Non ha nessun super potere e nemmeno l’agilità del ghepardo. Quando scopre esattamente il motivo, il fatto che Giovanni abbia la Sindrome di Down, Giacomo ci resta molto male e dovrà passare ancora molto tempo, ancora molti anni prima che arrivi a capire quanto sia fenomenale suo fratello, quello un po’ strano che rincorre i dinosauri.

Ma intanto c’era un sacco di vita davanti. Mia, sua, insieme. Soprattutto insieme. Andare in giro con Giovanni era la cosa che più mi rendeva felice, era come camminare con una giornata di sole in tasca. Non avevevo più paura del giudizio di nessuno e stavo imparando a non giudicare troppo in fretta [Mio fratello rincorre i dinosauri, Giacomo Mazzariol, citazione pagina 163]

Il romanzo “Mio fratello rincorre i dinosauri” è l’opera di esordio del giovanissimo autore veneto Giacomo Mazzariol. Confesso che per prima cosa mi ha fatto sorridere il cognome, perché ho un’amica veneta che tempo fa ha mi  raccontato la storia del dispettoso folletto Mazzariol; infatti, nel libro Giacomo racconta, quando scelgono il nome per il fratellino in arrivo, la storia del folletto veneto.

Oltre ad essere colpita dalla giovanissima età dell’Autore (finalmente uno scrittore giovane e bravo!), mi è piaciuto tantissimo il suo stile: la storia della famiglia di Giovanni scorre veloce, in modo fluido, chiaro e accattivante. Non mancano i momenti drammatici ma abbondano gli episodi divertenti e in generale la storia è raccontata con leggerezza e spensieratezza.

Poi, ci si ferma a leggere tra le righe e si percepisce l’amore vero che c’è tra Giovanni e i membri della sua famiglia. Questo affetto emerge sin dall’inizio della storia e giunge perfettamente intatto sino alla fine. Certo, in alcuni momenti della vita Giacomo si è vergognato del fratello, ha quasi finto che non esisistesse. Questo è successo non perché Giacomo non amasse il fratello, ma perché la società etichetta immediatamente chi viene ritenuto “normale” e chi ritenuto “anormale”; se non si è più che perfetti, la società scarta i più deboli.

Ed è soprattutto per questo motivo, secondo me, che il libro di Giacomo Mazzariol andrebbe letto nelle scuole: perché l’apparente differenza nasconde sentimenti sinceri e cose bellissime che possono essere scoperte solo abbattendo il pregiudizio (l’interpretazione della guerra secondo Giovanni mi ha commossa). Persone come Giovanni possono insegnare agli altri molte più cose di quello che immaginiamo, con i loro sentimenti puri e senza filtri. Vedere il mondo con i loro occhi, che è molto diverso da come lo vediamo noi. Siamo noi a costruirci barriere e chiuderci porte: ragazzi come Giovanni li abbattono ogni tipo di barriera e scardinano ogni porta, perché in fondo sono loro i veri supereroi.

Christiana Ruggeri | Dall’inferno si ritorna

Il Novecento, tra le sue tante definizioni, viene anche chiamato “il Secolo dei genocidi“: tanti, troppi popoli hanno patito l’inferno della repressione nel sangue ad opera di uomini senza scrupoli e senza morale. E’ forse più noto il genocidio degli ebrei ad opera delle forze naziste della Germania, ma molti altri popoli meriterebbero un loro Giorno della Memoria. L’ultimo e drammatico genocidio è stato quello dell’etnia tutsi per mano dell’etnia hutu, in Ruanda, nel 1994. Indicativamente, è stato calcolato che in quei 101 giorni di follia, ogni 5 minuti veniva commesso un brutale omicidio.

indexTitolo: Dall’inferno si ritorna

L’Autrice: Christiana Ruggeri è giornalista degli esteri per il Tg2 inviata in zone di guerra e in Africa. Scrive e firma reportage sulla situazione minorile e femminile nei Paesi in via di Sviluppo. Laureata in italianistica, fotografa per passione, considera il viaggio come elemento necessario per la comprensione del mondo. E’ anche un’attivista per i diritti degli animali.

Editore: Giunti

Il mio consiglio: sì, perché non possiamo dimenticare l’ultimo genocidio del Novecento e inoltre metà dei proventi della vendita del libro vanno al Progetto Rwanda Onlus

La mattina in cui hanno ucciso la mia famiglia sembrava un giorno come gli altri. Però non un giorno qualunque, ma uno di quei giorni strani, che abbiamo vissuto la settimana precedente gli assassinii. D’altronde la morte non ti manda un avviso per posta, quando decide di arrivare. Di solito si presenta e basta. Perché quei tre mesi del Ruanda è come se non fossero appartenuti a questo mondo, ma all’altro: all’inferno, che aveva sbagliato indirizzo. E le persone erano impazzite, tutte le loro abitudini erano andate all’aria. [Dall’inferno si ritorna, Christiana Ruggeri, citazione pagina 34]

Nel libro “Dall’inferno si ritorna“, (Editore Giunti, 232 pp., 14,90 euro) Christiana Ruggeri racconta ai lettori italiani la vera storia di Bérénice, detta Bibi, una ragazza che oggi vive a Roma e studia medicina all’Università La Sapienza, ma che ha alle spalle una dolorosa e drammatica storia.

Nell’aprile del 1994 Bibi e la sua famiglia vivevano in pace e in modo onesto in prossimità di Kigali, in Ruanda; Bibi viveva con il suo amato nonno, la madre, il fratellino, la zia e i cuginetti. Ma la famiglia di Bibi per alcuni aveva una colpa gravissima: far parte dell’etnia tutsi, quella gente benestante del Ruanda degli anni ’90, quella gente che ricopriva cariche politiche e amministrative e svolgeva lavori importanti come medici o insegnanti, benché fossero la netta minoranza della gente del Ruanda.

Il Ruanda era per me un luogo perfetto, anche se era l’unico che conoscevo. Lasciava spazio ai sogni e alle speranze. Prima. E, come diceva il nonno, il mare non ci serviva. Però sapevo cos’era: un’immensa distesa di acqua come il lago Kivu, solo più grande, con l’aggiunta del sale. In quel viaggio, al contrario, mi sembrava di essere atterrata in un luogo sconosciuto. Una terra calpestata esattamente come quelle anime uccise poco prima. La violenza coinvolgeva tutti: persino i fili d’erba. [Dall’inferno si ritorna, Christiana Ruggeri, citazione pagina 111].

I demoni si manifestano in Ruanda il tra il 6 e il 7 aprile del 1994, quando dopo che l’aereo presidenziale viene abbattuto con un missile terra-aria, inizia la follia e la vendetta degli hutu contro i tutsi. Inizialmente, nessun governo straniero interviene. Né l’ONU, né la Croce Rossa internazionale, né l’Unicef. Nessuna ONG. I ruandesi sono lasciati soli, ad uccidersi tra di loro, con violenza inaudita.

L’unico regalo alla nostra infanzia distrutta era non capire che il Ruanda sarebbe diventato stato l’inferno per centouno giorni. E nessuno ci aveva avvertito: neanche quelli, come il nonno, che avevano intuito la pianificazione del genocidio e avevano provato a metterci in guardia. O chi aveve subodorato che un carnage di dimensioni apocalittiche avrebbe quasi annientato un’intera etnia e segnato per sempre ogni cosa, persino la geografia di questa verde perla africana. [Dall’inferno si ritorna, Christiana Ruggeri, citazione pagina 111].

La famiglia di Bibi non viene risparmiata: a colpi di machete gli hutu indemoniati massacrano tutti i parenti di Bibi. Colpiscono anche Bibi: le dilaniano il braccio con il machete e le sparano una raffica di colpi in pancia. Ma Bibi non molla, non muore anche se è davvero malconcia. Gli assassini scappano lasciandola agonizzante in terra, tra il sangue dei suoi cari.

Bibi viene salvata dalla sua grande forza di volontà e dalla carità di alcune persone che incontra sul suo cammino. Viene soccorsa dai vicini di casa, hutu moderati, che rischiano la vita per portarla all’ospedale. Incontra poi Mama Lucy, una donna forte di carattere, anch’essa hutu e moglie di un militare molto importante. Ma spesso Bibi viene lasciata sola a prendere delle decisioni che non si confanno ad una bambina di soli 5 anni.

Emaciata, affamata, provata dalla fatica fisica e psicologica, riesce a superare il confine tra Ruanda e Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo), dove la situazione è un poco più tranquilla e dove a Goma incontra Gerard e Asterelle, due persone caritatevoli che la accolgono come una figlia. Quando finalmente termina la follia hutu, dopo 101 giorni e quasi un milione di morti, Bibi torna in Ruanda per cercare di costruirsi una vita e per farsi aiutare e curare il braccio distrutto dai demoni.

Da parte mia avevo imparato a fotografare gli attimi importanti. Il genocidio era stato maestro, con la sua scia di rimpianti che avrebbe segnato tutta la mia vita. Mettevo in cornice i momenti da ricordare, quei passaggi dolci che la vita ti regala e poi ti porta via per sempre, come se la mente fosse un muro bianco da impreziosire con tanti quadretti di memoria. E così mi sforzavo a inserire nel cervello ogni dettaglio […] E quelle pillole di tenerezza mi avrebbero fatto compagnia, nel cuore oltre che nella memoria, insieme a quelle di chi amavo e avevo perso. Anzi, che continuavo a perdere. [Dall’inferno si ritorna, Christiana Ruggeri, citazione pagina 179].

Grazie alla generosità di una famiglia italiana, Bibi riesce a lasciare il Ruanda per studiare in Italia. Dato che durante il genocidio aveva ricevuto l’aiuto di molti medici (anche italiani), Bibi decide di diventare medico per aiutare gli altri. Ma Bibi non vuole restare in Italia, vuole tornare in Ruanda dopo la sua specializzazione perché la sua gente ha ancora tanto bisogno d’aiuto, sopratutto di pediatri e ginecologi. E poi, dice Bibi, ogni vero ruandese sogna tornare nelle verdi terre della perla centro-africana, quel piccolo stato reso fertile dai vulcani e dall’acqua del lago Kivu.

La storia di Bibi è drammatica e struggente, ricca di speranze e amore. Perché è vero che “quando c’è la guerra i sogni non ci sono“, ma quando la guerra finisce c’è di nuovo spazio per la vita e i desideri della gente.

 

Ishmael Beah | Memorie di un soldato bambino

Come molti stati dell’Africa, anche la storia della Sierra Leone è costellata da guerre civili, colonizzazioni, fame e morte. Il piccolo Stato affacciato sull’Oceano Atlantico, ricco di diamanti e altri minerali preziosi, negli anni trascorsi è stato una vera e propria polveriera che alla minima scintilla prendeva fuoco e veniva distrutta. Tutte le storie di guerra sono tristi da raccontare. Ma quando di mezzo ci sono dei bambini, soldato per di più, la faccenda assume dei contorni davvero drammatici.

Titolo: Memorie di un soldato bambino

L’autore: Ishmael Beah è nato nel 1980 in Sierra Leone. Ha vissuto diversi conflitti nel suo Paese d’origine, fino a spostarsi e stabilirsi negli Stati Uniti. Laureato in Scienze Politiche, oltre a “Memorie di un soldato bambino”, ha scritto anche “Domani sorgerà il sole”, sempre edito in Italia da Neri Pozza

Traduttore: Luca Fusari

Editore: Neri Pozza

Il mio voto: 4/5

I villaggi conquistati e trasformati in basi e le foreste in cui dormivamo diventarono la mia casa. La squadra era una famiglia, il fucile il mio custode e protettore, l’unica regola era uccidere o restare uccisi. I miei pensieri non andavano oltre. Combattevamo da più di due anni, ammazzare era ormai diventato un gesto quotidiano. Non provavo pietà per nessuno. La mia infanzia se n’era andata senza che me ne accorgessi, il mio cuore oramai somigliava a un pezzo di ghiaccio. [Memorie di un bambino soldato, citazione pagina 136]

Mogbewemo 1993, Sierra Leone. Ishmael vive con la sua famiglia e i suoi amici in questa città non ancora toccata dalla guerra, della quale si sente parlare colo per sentito dire. Ma un giorno, drammaticamente, la sua vita cambia. La guerra civile arriva anche alle porte di casa sua e lui e il fratello Junior miracolosamente riescono a scamparla. Assieme al fratello e ai suoi amici, si nascondono nella foresta e vagano di villaggio in villaggio alla ricerca di qualcosa da mangiare. Quando finalmente giungono in prossimità di un villaggio, un signore dice a Ishmael e a Junior che i genitori sono poco distanti, al sicuro in un villaggio vicino. I fratelli vorrebbero subito raggiungere i genitori, ma l’uomo li obbliga a fermarsi per la notte. La mattina dopo, con entusiasmo, i fratelli corrono al villaggio vicino ma scoprono solo macerie, morte, roghi, sangue e raffiche di mitra. I ribelli hanno devastato tutto. I loro genitori sono morti.

E’ facile per gli uomini dell’esercito arruolare Ishmael e Junior, li allettano con la vendetta. Potranno uccidere chi ha ucciso i loro genitori. E così, i due fratelli poco più che tredicenni, vengono addestrati per combattere e uccidere. Intossicati da cocaina, brown brown e marijuana, ai ragazzi vengono dati AK47 e viene spiegato loro il funzionamento. Unica missione: tagliare gole, appiccare fuoco, rubare provviste nei villaggi, sparare.

Ishmael viene catturato in un vero e proprio vortice di droga, morte e follia. Torturato dagli incubi e dalle forti emicranie, per Ishmael è tempo di riscatto, se vorrà. Il percorso per riabilitarsi non sarà facile: è molto più facile sparare al prossimo credendolo l’assassino dei genitori, piuttosto che ammettere le proprie debolezze.

Memorie di un soldato bambino” è un romanzo difficile da leggere, non per la prosa che è anzi molto scorrevole e iptonica; è un romanzo difficile da leggere perché è difficile accettare che un ragazzo di tredici anni imbracci un mitra e uccida altri ragazzi. Un ragazzino dovrebbe solo andare a scuola e preoccuparsi di studiare e imparare, i bambini della Sierra Leone non sono stati così fortunati come i ragazzi occidentali.

Oggi la guerra in Sierra Leone è terminata e molti dei soldati bambini, come Ishmael Beah, sono riusciti ad uscire dall’incubo, ma non senza fatica e dolore. Eppure, in molte zone del mondo, ancora oggi ci sono uomini senza scrupoli che rapiscono e obbligano i bambini e i ragazzini a seguirli nelle foreste e nei deserti, dove dopo averli drogati, insegnano loro a diventare macchine della guerra.

Testimonianze come quella di Ishmael Beah dovrebbe far riflettere tutti, a proposito di questa drammatica piaga.

Approfondimento sulla condizione dei bambini soldato nel mondo (fonte UNICEF)

L’UNICEF stima che 250.000 bambini siano coinvolti in conflitti in tutto il mondo. Sono usati come combattenti, messaggeri, spie, facchini, cuochi, e le ragazze, in particolare, sono costrette a prestare servizi sessuali, privandole dei loro diritti e dell’infanzia.

Oltre un miliardo di bambini vivono in 42 paesi colpiti, tra il 2002 e oggi, da violenti conflitti. Ma l’impatto dei conflitti armati sui bambini è difficile da stimare a causa della mancanza di informazioni affidabili e aggiornate.

Si stima siano 14,2 milioni i rifugiati in tutto il mondo, di cui il 41 % di età inferiore a 18 anni. E sono 24,5 milioni gli sfollati a causa dei conflitti, di cui il 36 % sono minorenni. Non ci sono dati attendibili sul numero dei bambini associati a forze armate, ma oltre 100.000 bambini sono stati smobilitati e reintegrati dal 1998, come Ishmael Beah.

Jan Brokken | Anime baltiche

La neve inizia a cadere fitta, la luce del sole che muore all’orizzonte allunga le ombre delle betulle e degli abeti sui prati candidi. Qualche stella compare in cielo. All’improvviso, la cupola a cipolla di una chiesa russa-ortodossa; il fiato che si ghiaccia contro il finestrino dell’autobus e mentre la notte avanza, le luci di una città lontana iniziano a brillare.

E’ così che immagino l’inizio del viaggio che Jan Brokken racconta in “Anime baltiche“, viaggio per me immaginario ma bellissimo. Prima di leggere il mio articolo, consiglio l’ascolto delle suggestive musiche “Spiegel Im Spiegel” e “Fur Alina” del compositore estone Arvo Pärt.

Titolo: Anime baltiche

L’autore: Jan Brokken (1949) scrittore e viaggiatore olandese è famoso per la sua capacità di raccontare i grandi protagonisti del mondo letterario e musicale. Ha pubblicato numerosi romanzi di successo. In Italia, oltre ad “Anime baltiche” è uscito “Nella casa del pianista” (2011) sempre edito da Iperborea.

Traduttrici: Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo

Editore: Iperborea (2014)

Il mio consiglio: lo consiglio agli appassionati di viaggi, d’arte, di letteratura e a chi vuole scoprire la magia delle Repubbliche baltiche. Perché “viaggiare, insieme a leggere e ascoltare, è la via più breve per arrivare a se stessi

Fummo costretti a presentarci uno alla volta ai doganieri. Il mio interrogatorio fu il più lungo; delle nove persone a bordo ero l’unico passeggero. “Che cosa ci fa su questa nave?” mi chiese in inglese  uno dei doganieri. “Volevo vedere il Mar Baltico”, risposi assonnato. “Perché, cos’ha di speciale?” “Secondo i marinai è il più bello di tutti.” “Mai notato”. “E’ la luce a essere speciale. Morbida e calda”. “La luce?” gli uomini si scambiarono un’occhiata. “In autunno s’infiamma.” “Lei che cosa fa di lavoro?” “Lo scrittore.” “Ah!” Un pazzo, ma non pericoloso. Mi sembrò di cogliere una punta di sarcasmo nel modo in cui mi timbrò il passaporto [cit. Anime baltiche, pagina 17]

Grazie alla magistrale penna di Jan Brokken rivive la storia delle piccole Repubbliche Baltiche. Brokken ha viaggiato dieci anni tra Estonia, Lettonia e Lituania, durante i quali ha raccolto immagini, testimonianze, storie e interviste utili per ricostruire le vicissitudini di questo lembo d’Europa, piccolo ma sempre conteso tra oriente e occidente, tra la Germania, Svezia, Finalandia e la grande Unione Sovietica.

Nei dodici capitoli che costituiscono il libro, Brokken presenta artisti, musicisti, pittori, scrittori o semplici uomini e donne che nel loro piccolo hanno fatto la storia, rappresentando la Lituania, la Lettonia e l’Estonia nel mondo. Quelle terre dove i boschi si susseguono lungo le colline, dove la neve copre il paesaggio come una coperta avvolgente, dove il calore di un fuoco può essere fonte di gioia quando d’inverno i laghi gelano; quelle terre spesso invase e occupate, tanto che per alcuni periodi della storia era addirittura vietato parlare in estone, lettone o lituano. Quelle terre di confine, affacciate sul gelido Mar Baltico, hanno dato vita a persone che hanno combattuto la violenza con l’arte, la guerra con la letteratura, gli eccidi con la musica, creando un immenso patrimonio culturale che oggi Jan Brokken racconta nei capitoli del libro.

Tra le prime anime baltiche che Brokken descrive, ecco il libraio di Riga Janis Roze, costretto dai sovietici a chiudere la libreria per poi darla in gestione ai proletari russi, e solo molti anni dopo il negozio avrebbe potuto riprendere il vecchio nome del fondatore. L’architetto Ejzenstejn è un altro personaggio lettone, l’artista che ha progettato molti palazzi di Riga secondo lo Jugendstil in voga a Vienna. Ma l’architetto Ejzestjn era anche il padre di Sergej, il regista divenuto famoso per film quali La corazzata Potemkin, Ottobre e Sciopero!; benché Sergej disapprovasse lo stile di vita del padre, si troverà ad essergli molto simile una volta divenuto adulto.

Sempre in Lettonia, Brokken ci presenta Gidon Kremer, il noto violinista divenuto tale per volontà di suo padre. Mentre in Lituania, spicca tra i letterati Roman Kacev, che diverrà uno scrittore famoso con il nome d’arte di Romain Gary. Gary ebbe una vita molto difficile, durante la quale cercò anche di nascondere le sue origini lituane, tanto appunto da cambiarsi addirittura il cognome. Dopo una carriera nell’aviazione, nel 1944 si salvò per miracolo da un grave incidente dove morì il suo copilota. L’esperienza militare e il rapporto con la madre, Mina, segneranno profondamente la sua vita di scrittore.

Loreta era solo una giovane ragazza, quando la notte tra il 12 e il 13 gennaio del 1991 scese in piazza per manifestare contro i sovietici. La sua avventura finì molto male, tanto che si dice che il suo sguardo ripreso dalle telecamere dopo l’incidente con il carro armato intenerì Gorbacev in persona.

Chaim Jacob Lipchiz, come Loreta e Gary, era originario della Lituania. A causa delle invasioni nemiche dovette fuggire dalla sua terra. Diventò uno scultore famoso, “Il grido” (1928-1929) è la sua opera più nota ma anche la più discussa.

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Konigsberg, la città di Hannah Arendt in un dipinto di Ludwig Hermann

La scrittrice e filosofa Hannah Arendt crebbe a Konigsberg, una città che oggi non esiste più, e anche dopo aver viaggiato in tutta Europa e negli Stati Uniti, la Arendt conservò sempre la sua terra natale nel cuore. Brokken visita la Curlandia, antica regione storica della Lituania, per raccontare l’ascesa e la caduta dei baroni baltici, ricchi proprietari terrieri che tennero in scacco la terre baltiche per molti secoli. Nel capitolo “La cacciata da Moisamaa“, Brokken racconta l’appassionante storia della madre di Karim, una sua compagna di studi. Infine, negli ultimi capitoli, vengono presentati due grandi artisti: il pittore astratto Mark Rothko, che dipinse fratture in ogni suoi quadri per esprimere il disagio della fuga dal suo paese, e il compositore Arvo Pärt, che scrisse musiche di una bellezza struggente.

Tutti questi personaggi hanno in comune la passione e l’amore per la propria terra, anche se, a prima vista, sembrerebbe che alcuni di loro abbiano cercato di dimenticare la propria patria e addirittura la propria lingua. E’ impossibile dimenticare le origini: alle proprie radici necessariamente prima o poi si torna.

Il viaggio che per caso mi aveva portato in una piccola città portuale del golfo di Riga, risvegliò la mia curiosità per quei paesi situati nell’angolo meno definito d’Europa. La calma del Baltico, l’orgoglio dei baltici, quella fierezza che Huig, con l’occhio accorto dell’uomo di mare, aveva saputo cogliere con tanta sicurezza al primo sguardo mi hanno dato voglia di saperne di più. L’orgoglio non ha niente a che vedere con il nazionalismo, lo sciovinismo o l’arroganza. Essere orgogliosi del proprio paese significa credere in tutto ciò che lo rende speciale, diverso, unico. Segnifica avere fiducia nella propria lingua, nella propria cultura, nelle proprie capacità e nella propria originalità. Quest’orgoglio è la sola risposta adeguata alla violenza e all’oppressione. [cit. Anime baltiche, pagina 23]

 

I romanzi che mi hanno consigliato

Spesso grazie al consiglio degli amici, si scoprono romanzi davvero molto belli. Allora, oggi vi parlo di cinque romanzi che ho amato moltissimo e che senza un suggerimento forse non avrei trovato o letto nell’immediato.

1- Ragazzo negro di Richard Wright

imagesConsigliato dalla mia amica Simona, appassionatissima lettrice e traduttrice, ho iniziato a leggere “Ragazzo negro” senza potermi staccare un’attimo dalla vicenda e pensando a Richard nei momenti in cui non potevo leggere. La questione razziale mi interessa da sempre, perché non capisco come si possa odiare una persona o un gruppo di persone solo perché hanno la pelle di un altro colore o appartengono ad un’altra cultura; “Ragazzo negro” non è solo un romanzo per riflettere sul razzismo, ma è anche uno spaccato molto crudo e disincantato di una dura realtà, non molto lontana dal nostro tempo.

Consigliato per: chi vuole riflettere su temi importanti.

2- Le ceneri di Angela – Frank McCourt

ceneriConsigliato dai lettori di un gruppo di lettura, sono venuta a conoscenza di Frank McCourt e del suo primo romanzo “Le ceneri di Angela”. Questo libro – che è un Adelphi quindi una garanzia di qualità – racconta le vicende della famiglia di Frank nell’Irlanda degli anni ’50 e ’60. La famiglia di Frank è povera e costellata di lutti e sfortune, ma Frank non si abbatte mai e ci racconta il tutto con sarcasmo, ironia e simpatia.

Consigliato per: chi ama i romanzi di famiglie, ama sorridere durante la lettura ma anche un po’ commuoversi.

3- Lo sguardo del leone – Maaza Megiste indexQuando comprai “Lo sguardo del leone” l’idea di fare il giro del mondo attraverso i libri era ancora molto lontana. Sono venuta a conoscenza di questo romanzo durante un festival culturale ospitato nel mio paese, ma che non riscuotendo un grandissimo successo purtroppo non è più stato riproposto (ne restano qui sulla pagina Facebook i miseri resti, mentre il sito è ora tutto in giapponese con ragazze equivoche!). In ogni caso, “Lo sguardo del leone” è un imponente ed epico romanzo delle vicende travagliate di una famiglia etiope, sullo sfondo della guerra e della dittatura degli anni ’70. Io ho letteralmente amato questo romanzo e ho aggiunto l’Etiopia ai miei Paesi visitati con i libri.

Consigliato per: chi ama le saghe famigliari, la storia, l’esotismo

4- Le irregolari. Buenos Aires Horror Tour – Massimo Carlotto

9788876413827gQuando è i cardinali hanno eletto Papa Francesco io mi sono resa conto di non sapere niente sull’Argentina: mi sono diretta in biblioteca e ho chiesto alla bibliotecaria di consigliarmi un libro che parlasse dei desaparecidos. Ricordo che lei aveva annuito con l’aria di saperla lunga, e mi aveva consegnato questo libretto rosso tutto sgualcito “Le irregolari. Buenos Aires Horror Tour” un lungo monologo sulla questione dei desaparecidos. Con Carlotto ho imparato molto e non nego che certe immagini mi abbiano spaventata. Ma questa è la storia e chi ha commesso quei crimini, purtroppo, è umano come me.

Consigliato per: chi vuole conoscere, chi ha sete di sapere, chi non si vuole fermare alle apparenze

5- Cime tempestose – Emily Bronte

Cime-tempestoseArriviamo al romanzo che ho attualmente in lettura (e di cui presto scriverò un commento sul blog); dopo aver letto Charlotte e Anne, ecco che leggo Emily Bronte, la sorella minore, ma che a quanto pare ha scritto il romanzo migliore. “Cime tempestose”, il suo unico lavoro, mi è stato consigliato da Federica che ha letteralmente adorato questo libro, tanto da confessarmi che si tratta del suo classico preferito. Come darle torto? Sin dalle prime pagine mi sono immersa in una cupa e tetra brughiera inglese, nella quale si scatenano dei sentimenti così forti e violenti che è divorante la mia curiosità di saperne di più. Grazie Federica, un altro bel romanzo sul mio scaffale!

Consigliato per: i romanticoni, gli amanti della tetraggine, gli appassionati di storie d’amore

Jung Chang | Cigni selvatici

Cigni selvatici” è un romanzo che mi ha tenuto compagnia per quasi tre settimane: la sua mole e la notevole quantità di informazioni in esso contenute hanno avuto bisogno di tempo per sedimentare nella mia memoria.

Titolo: Cigni selvatici

L’autrice: Jung Chang è nata a Yibin, nella provincia cinese del Sichuan, nel 1952. Ha lasciato il suo Paese nel 1978, trasferendosi in Gran Bretagna, dove è stata la prima cittadina cinese a conseguire un dottorato. Oggi vive a Londra e Cigni selvatici – il suo primo romanzo – è stato un vero e proprio caso letterario, tradotto in 26 lingue. Cigni selvatici è tutt’oggi un libro proibito in Cina.

Editore: TEA

Il mio consiglio: sì, è un romanzo magnifico, fluviale, che racconta la storia di tre generazioni di donne cinesi sullo sfondo della storia della nazione

Quando hai un romanzo sul comodino da tre settimane – e lo hai anche portato in gita con te in Veneto – è difficile salutare i protagonisti e i personaggi che per così tanto tempo ti hanno fatto compagnia. La scrittura di Jung Chang è coinvolgente e le fotografie nel centro del libro aiutano ad entrare nel vivo del romanzo.

Yu Fang, Bao Qin e Jung Chang: nonna, mamma e figlia

Jung Chang, come ho scritto nella nota biografica, è stata la prima cittadina cinese a conseguire un dottorato, all’estero per di più; quando la Cina ha aperto le frontiere e permesso ai cittadini di viaggiare in giro per il mondo (non senza pesanti sessioni di indottrinamento,  prima di uscire), Jung appunto si è trasferita in Gran Bretagna. Quando la madre di Jung, Bao Qin, vola a Londra per andare a trovare la figlia, in realtà ha molto da raccontarle. Bao Qin inizia a raccontare la storia della vita della nonna dell’autrice, Yu Fang che fu concubina di un nobile cinese all’inizio del Novecento, passando poi a raccontare la storia della sua stessa infanzia. Jung Chang è impressionata dalla quantità di informazioni che la madre le sta raccontando, così decide di scrivere un romanzo epico, dove parlerà di Yu Fang e di Bao Qin.

La Cina feudale: per le donne piedi fasciati, per gli uomini concubine

Il romanzo infatti inizia con i racconto di una Cina feudale, dove molte donne – specialmente le più belle – hanno i piedi fasciati e come massima aspirazione hanno quella di diventare delle concubine. Questa è la sorte che tocca alla nonna di Jung Chang, tanto che viene costretta dal padre a sposare un generale, dalla cui unione nascerà Bao Qin.

Le vicende di queste tre donne – nonna, madre e figlia – di avvicendano sullo sfondo di una Cina che vuole cambiare, un Paese che cresce a dismisura, che ha fame di cibo, energia e libertà e non vuole più sottostare alle regole e ai soprusi dei nobili. Inizia una vera e propria Rivoluzione, campeggiata dai comunisti, vicini alle idee di Marx e Lenin e capitanati da alcuni cinesi, tra cui Mao Zedong.

La nuova Cina: arrivano i comunisti

E’ attraverso il Partito che Bao Qin conosce Wang Yu, l’uomo che diventerà suo marito e i padre dei suoi figli; la Rivoluzione è qualcosa di faticoso, fatta di privazioni, marce senza fine, sacrifici e combattimenti per scacciare i nobili cinesi. Bao Qin si unisce senza esitare perché, come il marito, crede fortemente nel comunismo e nella nuova Cina.

I comunisti vincono: una ad una cadono le città fortezza del Kuomintang, i conservatori, e Mao entra in Pechino come un salvatore. Iniziano gli anni della Cina comunista e le riforme di Mao, tra cui la riassegnazione della terra ai contadini e l’abolizione di ogni proprietà privata. Mao vieta persino di mangiare in casa propria, spronando la gente a mangiare nelle mense, tutti assieme.

Il Grande Balzo in Avanti e la Rivoluzione culturale: come distruggere un Paese

A cavallo tra gli anni ’50 e ’60 Mao inventa una “caccia alle streghe” dietro l’altra: molti letterati vengono imprigionati, molti presunti nemici del partito vengono deportati nei gulag cinesi (eh, sì! E tra l’altro i gulag cinesi esistono ancora, purtroppo!). Ma il vero e proprio disastro avviene alla fine degli anni ’50, quando Mao avvia il Grande Balzo in Avanti: tutti vengono costretti a lavorare in fabbrica per produrre acciaio, le campagne si spopolano, i pochi contadini che restano in campagna vengono costretti a seminare i cereali e le verdure senza rispettare i ritmi della natura e in poco tempo la situazione precipita: è l’epoca della grande carestia, si stima che in questi anni siano morti circa 30 milioni di cinesi.

Mentre Jung Chang inizia le scuole, Mao dopo la grande carestia lancia l’ennesima campagna, quella che porterà il Paese al completo sfacelo: la Rivoluzione Culturale cinese. In realtà di culturale ha ben poco, perché come ci racconta l’autrice, è in questo periodo che vengono chiuse le scuole e il libri vengono dati alle fiamme. Questo periodo di tensione durerà fino alla morte del dittatore, nel 1976.

I genitori di Jung Chang durante tutto questo periodo di incertezza e guerre, carestie e caccia alle streghe, conoscono non solo il potere ma anche la disgrazia: vengono spesso imprigionati, costretti alle famose autocritiche, e alle pesanti sessioni di denuncia, dove bastonate e frustate non si risparmiavano.

Quando Orwell anticipò Mao: inquietanti analogie tra 1984 e la Cina maoista

Leggere un romanzo così intenso e ricco di informazioni e nozioni non può che appassionare, ma anche confondere, fuorviare. Quando si leggono romanzi come questo ci si rende conto che ogni popolo, a modo suo, ha sofferto. Quando in un Paese si instaura una dittatura non ci sono speranze, spiragli, concessioni. No, si può solo vivere nel terrore e nella paura. La paura di morire o di venire denunciati e portati nei campi di lavoro.

Ciò che più mi ha colpito è che nel 1948 il grande scrittore George Orwell ha descritto in 1984 (di cui potete leggere la mia recensione cliccando qui) una società traviata dalle menzogne e dalla paura. Ecco, io tutto questo l’ho trovato qui, durante il Grande Balzo in Avanti di Mao. Il bellissimo romanzo di Orwell è stato scritto nel 1948 e la politica del Grande Balzo in Avanti è del 1958, successiva di ben dieci anni. Eppure, con una veridicità pazzesca, Orwell anticipa le menzogne e le bugie che Mao rifilerà al suo popolo anni dopo. Nell’Oceania di Orwell i giornali sono controllati, le informazioni vagliate, modificate a piacimento. Proprio ciò che succederà nella Cina maoista e in generale in tutte le dittature.

Dominique Lapierre | C’era una volta l’URSS

“Arcipelago gulag” è un libro che vorrei leggere ma la sua mole mi spaventa parecchio. Cercando su Internet consigli per leggere libri ambientati in Russia dopo la II Guerra Mondiale, trovo questo reportage di Dominique Lapierre, famoso giornalista di Paris Match. In biblioteca ne hanno una copia e in poche ore lo divoro, letteralmente. Le fantastiche avventure di queste due coppie di francesi in giro per le dissestate strade sovietiche mi hanno coinvolta ed emozionata moltissimo.

Titolo: C’era una volta l’URSS

L’autore: Dominque Lapierre è un giornalista francese che da sempre percorre le strade del mondo per lanciarsi in aiuto dei più poveri.

Editore: Il Saggiatore

Il mio consiglio: leggetelo, sopratutto se siete ragazzi giovani e a scuola non siete arrivati a studiare oltre il 1945

Non ci siamo mai posti il problema che piacessero o non ci piacessero la Russia e il suo regime. Queste pagine raccontano con assoluta obiettività la vita dei cittadini russi che ci hanno accolti spontaneamente, spalancandoci le porte, lungo i tredicimila chilometri di strada che non appartenevano né all’inferno né al paradiso, ma alla storia degli uomini.

Due ragazzi francesi, un reporter e un fotografo, ottengono nell’estate del 1956 il permesso di entrare in URSS per realizzare una serie di articoli giornalistici, reportage e interviste. Chruscev ha appena sconvolto il mondo annunciando i crimini commessi dall’uomo d’acciaio, Stalin, durante il suo regime e il nuovo governatore dell’URSS firma i visti per far entrare i due francesi accompagnati dalle loro consorti. Inizia così un viaggio lungo tre mesi percorrendo circa 13.000 km con una raffinata autovettura americana – la Simca Maryl – che si vedrà incrostare i cilindri dallo scadente carburante sovietico; i francesi vengono accompagnati, durante il loro lungo viaggio, da una coppia di giovani ragazzi sovietici: Slava, un reporter della Pravda, e sua moglie Vera, una bella insegnante di musica.

Lapierre e Pedrazzini documentano e fotografano ogni loro avventura; conducono interessanti interviste ai figli del partito; viaggiano attraverso le città principali (Brest-Litovsk, Minks, Mosca, Charkov, Rostov, Jalta, Krasnodar, Soci, Gori e Tiflis) incontrando operai, contadini, studenti tutti gentilissimi e curiosi di conoscere questi bislacchi francesi. Lungo i 13.000 chilometri non saranno poche le difficoltà che la macchina capitalista dovrà affrontare: la benzina, ad esempio, sarà un loro incubo costante. I sovietici infatti non possiedono automobili private, si spostano su grandi camion o sui tram pubblici per cui in URSS le stazioni con la benzina raffinata sono pochissime. Inoltre, nei lunghi tragitti in mezzo al nulla tra una città e l’altra, Dominique e Jean-Pierre dovranno arraggiare la loro Simca Maryl come macchina anfibia per guadare i torrenti impetuosi, poiché non esistono ponti.

Ciò che emerge dal reportage è la fotografia di un popolo immenso, con radici culturali molto diverse (dai contadini della Georgia ai cittadini di Mosca), tutti uniti sotto la falce e il martello. Torreggiano statue di Lenin e Stalin con i pugni alzati in aria e lo sguardo fiero; campeggiano scritte che osannano il lavoro, la fatica, lo sforzo e parlano soprattutto di pace (magari a pochi km si svolgono i tes nucleari).

L’immagine è quella di un paese che vive o cerca di vivere in quella che dall’esterno tutti ammirano come il paese delle libertà, ma in realtà a me puzza più di prigione. I cittadini sovietici hanno di fatto parecchi divieti: uno su tutti quello di non poter uscire dai confini dell’URSS. Poi non possono leggere quotidiani stranieri, le loro primitive tv trasmettono solo un canale, quello ufficiale e le notizie sono accuratamente filtrate dal Partito. I russi possono andare al mare, il Mar Nero è una famosa località balneare, ma le guardie pattugliano le acque territoriali affinché nessun bagnante o natate cerchi di avvicinarsi alla Turchia.

E’ però sorprendente che quasi nessun cittadino sovietico si lamenta con i francesi; benché vivano in alloggi di 18 m quadrati in cinque o sei, dividendo bagni e cucine con altri cittadini, essi preparano lauti banchetti per i giornalisti e le loro mogli. C’è però chi si lamenta, dicendo una frase che mi ha colpita in  modo particolare: “Anziché dire ‘Va all’inferno!’ bisognerebbe dire ‘Va in Unione Sovietica!’.

Oggi ho visto una signora alla quale piace molto leggere; mi ha chiesto cosa stavo leggendo io, sapendo che amo leggere. Le ho risposto con toni entusiastici che avevo appena terminato “C’era una volta l’URSS”. Le ho raccontato alcune cose che mi avevano colpita in modo particolare; lei, annuendo, mi ha detto: “Questi sono libri che dovreste leggere voi giovani per capire meglio la Storia”.

Wojciech Tochman | Come se mangiassi pietre

Mentre i serbi massacravano i mussulmani bosniaci a Srebrenica, senza che l’ONU opponesse resistenza, io frequentavo le scuole elementari e le lezioni di pianoforte. Un giorno arrivai a lezione e, oltre ai miei compagni di pianoforte, c’erano dei ragazzi molto più grandi. Non parlavano l’italiano, ma uno di loro sapeva suonare benissimo il pianoforte.

Il maestro disse a noi bambini che questi ragazzi arrivavano da lontano, dalla Jugoslavia, ed erano arrivati qui perché nel loro Paese c’era la guerra. Non so se oggi quei ragazzi siano ancora in Italia, o siano tornati a casa loro alla fine della guerra o siano andati a vivere in un altro Paese europeo. Di loro ricordo solo solo il ragazzo che suonava benissimo il pianoforte: capelli scuri tagliati a spazzola e occhi azzurri, chiarissimi. Pensavo che suonava così bene il pianoforte, musica classica tutta a memoria, non guardava mai lo spartito. Pensavo che era così bravo e volevo diventare come lui.

Titolo: Come se mangiassi pietre

L’autore: Wojciech Tochman nato a Cracovia nel 1969 è un noto giornalista e scrittore polacco. Il reportage Come se mangiassi pietre è il primo di una serie di progetti che si propongono di analizzare e illustrare le devastanti conseguenze sociali della violenza bellica, dai genocidi ai crimini di guerra. Oltre questo reportage, ha lavorato in Rwanda per commemorare i 20 anni dal genocidio dei rwandesi (libro a breve in uscita anche in Italia) e oggi sta lavorando nelle Filippine per un reportage sulle baraccopoli di Manila

Editore: Keller Edizioni

Il mio consiglio: non può mancare nella vostra libreria, soprattutto se siete nati negli anni ’80 e ’90 e della guerra dei Balcani sapete poco e niente

La dottoressa Eva li riesumò nel dicembre del 1998. Quel giorno faceva un freddo da lupi (venti gradi sottozero, a tratti di più), ma in fondo alla grotta si stava bene (otto gradi sopra). Una settimana abbondante di lavoro, dalla mattina alla sera. Non era stato facile calcolare il numero delle vittime. Non se ne veniva a capo. Un po’ per via del tempo trascorso (sei anni dal massacro), e un po’ perché il fondo della grotta (sei metri per otto) era in pendenza. Man mano che i muscoli e la cartilagine degli uomini uccisi scomparivano, le ossa scivolavano in giù mischiandosi tra loro. A partire da questo miscuglio di ossa la dottoressa Eva ricompone le persone. Si direbbe che nessuno in Bosnia sappia farlo meglio di lei.

Gli italiani nati negli anni ’80 e ’90 della ex-Jugoslavia ne sanno poco. Per alcuni persino l’attuale geografia è nebbiosa. In fondo, non è meta di vacanze, non si va al mare né si va a sciare. Non c’è niente da vedere, nessuna città d’arte né museo. Sono paesi dai nomi impronunciabili e ingombri di macerie e disoccupati.

A scuola ci insegnano che i tedeschi sono stati il popolo più cattivo del mondo che ha mandato a morire milioni di persone nei campi di prigionia e concentramento; mediamente, lo studente esce dal liceo e pensa che i più bastardi di tutti sono stati i nazisti e in secondo luogo il duce. Non è solo così. La storia è variopinta, ha molte sfumature, i crimini di guerra non si possono risolvere con Mauthausen o la Notte dei Lunghi Coltelli.

Nella polveriera del Balcani sono successe cose, oso, forse anche peggiori che nei campi della Germania del III Reich. Tra serbi e bosniaci mussulmani il sangue scorreva senza sosta, mentre sui cieli sfrecciavano aerei NATO a volte per bombardare a volte per gettare viveri di prima necessità. Città sotto assedio, pullman carichi di prigionieri diretti nei campi o di prigionia o di concentramento, bambini separati dalle madri che venivano stuprate senza pietà, ragazzini alti più di un metro e cinquanta che venivano condotti nei campi con i genitori maschi per essere fucilati all’istante. Corpi gettati nelle cavità carsiche che punteggiano l’area balcanica.

Pulizia etnica. Genocidio. Campi di concentramento. Supremazia della razza. Pensavate che fatti fuori i gerarchi nazisti tutte queste parole fossero obsolete? Mai più capiterà una cosa simile, si diceva all’indomani di Norimberga. Mai più. Ne siamo sicuri?

Tochman in questo superbo reportage segue la dottoressa Eva Klonowski – antropologa forense di origine polacca – che si occupa di scavare nelle cavità carsiche e nei terreni, su segnalazione dei testimoni o dei pentiti, per dare un volto e un nome a questi miseri resti, per poi consegnarli alle famiglie. Ci sono persone che ancora attendono di sapere cosa successe ai loro cari a Omarska, a Srebrenica, a Mostar, a Tuzla.

Con Tochman ed Eva entriamo nelle grotte alla ricerca di resti umani, abiti, oggetti tutto ciò che possa servire per identificare uno scheletro e poter dare una solenne sepoltura. Incontriamo madri, sorelle, amiche, genitori che cercano i loro cari scomparsi. C’è chi cerca un padre. C’è chi cerca il figlioletto di tre anni. Chi cerca la bambina di soli quattro mesi.

Oggi serbi e bosniaci mussulmani vivono fianco a fianco, forse l’assassino di tuo padre oggi è il vicino di casa, quello che coltiva pomodori. Senza prove o testimoni gli assassini non possono finire all’Aja, e quindi vivono con i parenti delle vittime che ancora cercano, disperatamente, i loro cari, i loro amici.

Il reportage è scritto con un tono asciutto, quasi distaccato. Tochman non si lascia prendere dalle emozioni, non giudica nessuno, nemmeno i carnefici. Si limita a narrare con occhio critico ciò che vede, chi incontra e i dialoghi a cui prende parte. Sta al lettore capire, commentare, eventualmente – se se la sente – giudicare. Io non vorrei giudicare nessuno, la guerra è un demonio che acceca le persone, le fa mutare, fa fare loro cose cruente e orribili. In guerra non ci sono mai né santi, né eroi. Non ci sono vincitori, ma solo vinti. Vinti perché anche coloro che pensano di aver vinto la guerra oggi versano nella miseria, nella disoccupazione e nella fame.

E Tochman ci riporta un dialogo, con una donna di Sarajevo che si chiede a che cosa sia servito tutto questo. Già: a che cosa è servito tutto questo?

Ajla Ploskic (nove mesi). Oggi avrebbe dieci anni. Jasna calcola l’età dei suoi bambini. Non ha nessuna foto della figlia. Non hanno fatto in tempo a farne. Amar Ploskic (quattro anni), con le galosce rosse. Oggi avrebbe tredici anni. Nella foto è seduto su una biciclettina. Jasna è l’unica madre sopravvissuta allo scantinato della centrale di riscaldamento. Le altre madri hanno avuto più fortuna: sono morte insieme ai loro figli.