Andonis Gheorghìu | Un album di storie

ti porterò a vedere anche i nostri album, quelli di famiglia, quei grandi album con la copertina spessa, sono interessanti, ci sono le fotografie tutte mescolate, quelle nuove insieme con quelle vecchie, (…) quelle “di gruppo” a scuola, alle feste di fidanzamento, ai matrimoni, ai battesimi, mescolate per età e periodi, alcuni in una fotografia sono bambini, nell’altra genitori, posano nello stesso album perfino da nonni (…) tutti insieme (…)
in una fotografia si ferma il tempo, lo si imprigiona per sempre in un pezzo di carta, la fotografia è un attimo di eternità (forse l’unico?), ti sembra poco? [Un album di storie, Andonis Gheorghìu, trad. V. Gilardi]

Un album di storie” di Andoni Gheorghìu, tradotto da Valentina Gilardi per Stilo Editrice, è un libro meraviglioso dove protagonista è l’isola di Cipro, raccontata attraverso le voci dei suoi abitanti, sia greco-ciprioti che turco-ciprioti, gli articoli di giornale, le immagini d’epoca, le tradizioni e le lettere; le storie sono come le fotografie di uno di quei grossi album che conservano gli attimi preziosi della nostra vita e li fissano per sempre sulla cellulosa lucida.

Gheorghìu è un avvocato che vive a Limassol e con il tempo ha raccolto testimonianze e ricordi dei ciprioti che hanno voluto confidargli le proprie storie personali. Si racconta qualcosa di sé affinché non cada tutto nell’oblio; si regala un’immagine di famiglia ad uno sconosciuto, o una lettera, o un ritaglio di giornale, perché costui scriva una storia collettiva e corale che spieghi al mondo cosa è successo e cosa succede sull’isola di Cipro.

Fotografia di una classe di scuola elementare di Màratha. Nessuno di questi bimbi è vivo, sono tutti sepolti nella fossa comune di Màratha. Nella fila dietro, a destra, il fratello di Hussein, Erbàin, al quale furono legate le mani dietro la schiena prima che venisse decapitato [Un album di storie, Andonis Gheorghìu, trad. V. Gilardi]

L’isola più orientale dell’Unione Europea è divisa da quarantaquattro anni; la linea verde separa la Repubblica Turca di Cipro del Nord dalla Repubblica di Cipro. La stessa capitale dell’isola, Nicosia, è l’ultima capitale al mondo divisa da un muro. Il settore greco-cipriota viene chiamato “zona libera“, l’area turco-cipriota è definita “zona occupata“.

Il confine tra le due Repubbliche si può attraversare solamente dal 2003 ed esclusivamente attraverso i varchi autorizzati: altrimenti, varcare i confini è non solo illegale e perseguibile penalmente, ma è pericoloso poiché tantissime zone non sono ancora state bonificate, ed è concreto il rischio di saltare in aria su una mina antiuomo.

dal 2004 la squadra di sminamento delle Nazioni Unite a Cipro ha rimosso e distrutto più di 14.000 mine, ripulito in totale 57 campi minati, per un’estensione di 6.500 chilometri quadrati [Un album di storie, Andonis Gheorghìu, trad. V. Gilardi]

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Pezzo di muro che divide Nicosia in due porzioni, l’una turca e l’altra greca (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0)

Il 1974 è l’anno cruciale per Cipro. Dopo dieci anni di tensione, il tentativo di colpo di Stato da parte dei greco-ciprioti ai danni dell’Arcivescovo Makarios III è il pretesto affinché il 20 luglio 1974 le truppe turche invadano Cipro con l’idea di instaurare un governo nelle aree che sarebbe riuscita a conquistare. Inizia il conflitto.

In “Un album di storie” il 1974 viene ricordato come l’anno in cui tutto cambia, da quel momento in nessuna famiglia nulla è più come prima. C’è chi perde un figlio, chi un padre. Altri perdono le tracce di una figlia, o di una sorella. A Cipro, ancora oggi, si celebrano i funerali tardivi: può darsi che in occasione di lavori dove si mobilizzano tonnellate di terra ci si imbatta in una fossa comune.

Morti che attendono di riavere il nome che portavano in vita. C’era il piccolo Dimitris che giocava con delle letterine di plastica quando sono arrivati i turchi; quando hanno ritrovato le ossa di Dimitris accanto aveva ancora le letterine di plastica.

Dopo il 1974 la separazione è stata netta, senza scampo. I turco-ciprioti a nord, i greco-ciprioti a sud. Poco importa se un greco-cipriota viveva a Kyrenia, nel nord. Profughi verso nord, profughi verso sud. Persone che hanno abbandonato tutto, sono stati rinchiusi dentro la propria Repubblica, separati dagli altri da un muro per impedire alla gente di passare. Ognuno deve stare solo con la sua gente.

Immaginate cosa voglia dire poter tornare a casa anni e anni dopo. Rivedere la propria casa oggi occupata dai turchi, o viceversa dai greci. C’è un padre che è morto senza poter rivedere la propria abitazione, essendo stato deportato a sud, così la figlia torna a casa e raccoglie un po’ di terra: la porterà sulla tomba del genitore, gli darà l’illusione di essere tornato a casa.

oltre 24.000 greco-ciprioti si sono recati martedì nei territori occupati attraverso i varchi di Lidra Palace, d Pèrgamos e di Strovìlia, e 2050 turco-ciprioti sono entrati nelle zone libere dal varco di Lidra Palace
molti di quelli che hanno visto la propria casa per la prima volta dopo ventinove anni erano commossi. Alcuni l’hanno trovata completamente distrutta, altri in condizioni fatiscenti. Altri hanno dichiarato che avrebbero preferito rimanere con il ricordo del 1974 [Un album di storie, Andonis Gheorghìu, trad. V. Gilardi]

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Unbuffer Zone, Cipro (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0)

Le storie degli abitanti di Cipro, oltre di guerra, parlano di temi più attuali. Fino poco tempo fa l’omossesualità era vista di cattivo occhio: c’era un uomo che dopo aver manifestato la sua natura ha subito un pestaggio violento da parte del fratello maggiore; l’uomo ha dovuto emigrare in Australia, a Cipro lo avrebbero di certo ucciso. Con la terra natia è rimasto in contatto grazie ad una nipote: lei inviava allo zio le foto di Cipro e della famiglia, lo zio inviava le immagini di Sydney e della sua vita in Australia.

Ci sono le storie dei ciprioti che emigrano all’estero, per lavorare e costruirsi un futuro migliore. Quando si torna dall’estero ci si ritrova tutti assieme in famiglia, si presentano i nuovi nati e si commemora chi nel frattempo è mancato. Si ascoltano le storie, i pettegolezzi di paese.

Ci sono le storie degli immigrati che giungono a Cipro: africani, iracheni, iraniani, siriani, uzbeki, filippini, ucraini, russi, thailandesi. Loro sono qui per rubare il lavoro ai ciprioti, quei lavori che nessun cipriota però vorrebbe fare: le badanti o gli uomini delle squadre di sminamento. Lavoro, quest’ultimo, decisamente ad alto rischio.

“avete avuto anche voi la guerra e i profughi, nemmeno molto tempo fa, eppure non ci volete; dovreste capirci un pochino, siamo anche noi profughi” [Un album di storie, Andonis Gheorghìu, trad. V. Gilardi]

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Zona di confine a Nicosia. Passare il confine tra le due Repubbliche al di fuori dei varchi autorizzati è tuttora illegale (fonte: Wikipedia: CC BY-SA 3.0)

Un album di storie” è un libro scritto con uno stile accattivante e colloquiale, con una punteggiatura tutta particolare, spesso senza maiuscole all’inizio delle frasi e senza punto al termine del periodo. È un libro a mio avviso bellissimo: leggendo ci si sente ospite ora in una casa turco-cipriota e ora in una greco-cipriota, mentre le famiglie ci mostrano le foto e raccontano aneddoti tristi, allegri e tragicomici.

Un libro nel quale non esistono buoni o cattivi: gli uomini sono tutti sullo stesso piano, vittime inconsapevoli di un disegno più grande di loro. Un libro con una raccolta di storie universali perché parla di tutti noi e di cosa succede quando qualcuno ti insegna ad odiare gli altri e ti porta sulla strada della violenza.

Un album di storie” fa riflettere, sorridere, arrabbiare e soprattutto commuovere. È uno di quei libri che io consiglio di leggere davvero di cuore.

ma anche la nostra vita, a pensarci bene, cos’è se non un gomitolo di storie? a volte le ricordiamo, le raccontiamo, le scriviamo, ci mettiamo un titolo, Un album di storie, e diventano come una storia unica, storia di ognuno di noi o storia di tutti noi; forse tutta la nostra vita non è altro che un album di storie? [Un album di storie, Andonis Gheorghìu, trad. V. Gilardi]

Titolo: Un album di storie
L’Autore: Andonis Gheorghìu, vincitore del Premio Europeo per la Letteratura nel 2016
Traduzione dal greco: Valentina Gilardi
Editore: Stilo Editrice
Perché leggerlo: perché è un libro bellissimo che parla di Cipro e della sua gente, ma allo stesso tempo è un libro universale che racconta di tutti noi

(© Riproduzione riservata)

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Beka Kurkhuli | La città nella neve

È caduta una grande quantità di neve che ha imbiancato tutto il quartiere. Il cielo incombente sembrava non volersi aprire mai alla primavera e i fiocchi ghiacciati sull’asfalto non sciogliersi più. Il vento turbinava ammassando cumuli di neve. Quel giorno il vento era sparito e il sole pareva sfuggito alla prigionia delle nubi cupe e buie. Tra la neve candida baluginava curioso del ghiaccio azzurro intenso (…) In via Sebastopoli, nei dintorni del cimitero di Vere, tra le case arroccate sul versante di un colle, la gente si muoveva con prudenza, a passi brevi e misurati, come se camminasse in punta di piedi [dal racconto La città nella neve, Beka Kurkhuli, trad. N. Geladze Fusco]

La città nella neve” di Beka Kurkhuli (trad. N. Geladze Fusco, Stilo editrice, 14 €) è una raccolta di cinque racconti, due lunghi e tre brevi, che come obiettivo ha quello di condurre il lettore all’interno della società georgiana, descrivendo i momenti salienti e drammatici della storia più recente dello Stato caucasico.

Nel primo racconto intitolato Assassino un uomo che ha combattuto la guerra tra georgiani e abcasi si ritrova a doversi nascondere con la famiglia a causa del suo passato militare. La moglie lo mette in difficoltà perché gli rifaccia il suo passato da combattente e perché desidera un paio di scarpe per andare al funerale di un cugino, ma l’uomo non ha nemmeno un lari per cui incomincia a vagare al di qua e al di là del confine tra Abcasia e Georgia per cercare di procurarsi del denaro; cercando di recuperare dei materiali da rivendere in un’abitazione abbandonata, incontrerà delle persone che lo porteranno a compiere un gesto drammatico.

“Non potevi startene alla larga, no?! Ora saresti a Nabakevi, avresti racimolato un po’ di mandarini e nocciole, seppur malvolentieri alcuni li avresti ceduti a loro, ma qualcosa sarebbe rimasto anche a te. Tutta la gente di Gali attraversa quel territorio e nessun abcaso vi fa più caso. La gente lavora, si busca qualche cocuzza; sa che la famiglia di Kishmaria si è messa ad allevare bestiame?” [dal racconto Assassino, Beka Kurkhuli, trad. N. Geladze Fusco]

Ne “La cità della neve“, racconto che dà il titolo alla raccolta, vengono narrate le vicende legate alla storia d’amore consumata negli anni Novanta tra due giovani georgiani. Lei, bellissima georgiana ricca che ha avuto l’opportunità di studiare a Londra, e lui, squattrinato georgiano che si barcamena tra un’occupazione e l’altra. Sullo sfondo, la crisi energetica di quegli anni difficili. Anni dopo i due, ormai adulti, si incontreranno di nuovo in una Tbilisi innevata.

Vecchia Tbilisi (fonte: Ilya Platonov, Flickr, immagine di dominio pubblico)

I racconti centrali sono i più brevi. Nel terzo racconto dal titolo “In sogno vidi” un uomo non vedente riporta in vita l’agrodolce ricordo dei suoi momenti felici, conditi da una forte nostalgia; nel quarto racconto, “Una sera“, un uomo seduto su una panchina in un parco di Tbilisi è indeciso su quale tipologia di caffè prendere, stupendosi che quando era più giovane ne esisteva un tipo solo. Questo è l’espediente per ricordare la sua giovinezza in una Tbilisi sovietica, dove si incrociavano più popolazioni diverse, derivanti da culture differenti, tutte unite sotto la bandiera dell’URSS.

Che cosa successe in realtà – che fosse uno, o alcuni, o nessuno – era una questione senza risposta, benché il sogno si ripetesse ostinato, con la sua casa e con i suoi coinquilini, con le sue proprietà vicine, evanescenti e capricciose, con il suo buio e gli alberi neri dai rami neri, con la sua inquietante misteriosità (…) [dal racconto In sogno vidi, Beka Kurkhuli, trad. N. Geladze Fusco]

Infine, nell’ultimo, lungo racconto dal titolo “Musakala”, Kukhuli narra senza filtri e in modo romanzato il ruolo dei mujahedddin afghani durante la guerra a cavallo tra gli anni Novanta e i primi anni del Duemila. La vicenda prende avvio dalla resa dei sovietici in Afghanistan nel 1989, anni concitati durante i quali entrano in scena i mujaheddin e la presa di potere dei talebani, che per prima cosa impongono la sharia in Afghanistan. Si arriva fino ai primi Duemila, con l’attacco terroristico alle Torri Gemelle e alla distruzione dei Buddha di Bamiyan. Protagonista del racconto è Abdel Hamid, uno dei combattenti.

Dopo qualche anno, la guerra finì e le truppe sovietiche si ritirarono dall’Afghanistan. Pareva che tutti i guai fossero giunti al termine, ma ad attendere il paese vi erano disgrazie e disastri non minori (…) Abdel ricevette da Dio la grazia bramata da ogni mussulmano: l’invito a compiere il pellegrinaggio alla sacra città di Mecca per il rituale dello Hajj in compagnia di alcuni insigni mujaheddin, oltre al privilegio di essere invitato dal Mullah Omar in persona [dal racconto Musakala, Beka Kurkhuli, trad. N. Geladze Fusco]

Ushguli Lamaria, Svaneti, Georgia (fonte: Wikipedia CC BY-SA 4.0)

Come dicevo, i cinque racconti di Beka Kurkhuli hanno la capacità di trasportare chi legge all’interno della società georgiana, dove i protagonisti appartengono a diverse classi sociali, rappresentando differenti categorie di persone, da ex-combattenti a uomini anziani e nostalgici; sullo sfondo si possono leggere alcuni momenti salienti della Storia recente della Georgia.

I racconti di Kurkhuli incominciano nel presente, quindi prendono avvio dei flashback, e si ritorna al presente, chiudendo il ciclo. La scrittura di Kurkhuli è ricercata e raffinata, in particolare quando descrive e racconta gli aspetti geografici e i paesaggi della Georgia; Kurkhuli sembra non lasciare nulla al caso e le note della traduttrice a fine racconto aiutano a comprendere i termini, gli aspetti della cultura georgiana e la Storia dello Stato caucasico.

La città nella neve” è uno di quei libri che permettono di viaggiare e di conoscere una realtà relativamente vicina a noi ma poco conosciuta, una sorta di Europa di periferia. Il libro di Beka Kurkhuli è stato pubblicato in Italia grazie al sostegno del Georgian National Book Center e del Ministero della Cultura e dello Sport della Georgia, e fa parte del progetto Voices from European peripheries. Literatures, lost and rediscovered identity, che “si propone, attraverso la loro diffusione, di promuovere in Italia la questione della ricerca di identità, in tutte le sue sfaccettature“.

Titolo: La città nella neve
L’Autore: Beka Kurkhuli
Traduzione dal georgiano: Nunu Geladze Fusco
Editore: Stilo Editrice
Perché leggerlo: per conoscere una realtà molto diversa dalla nostra, per scoprire uno Stato a cavalo tra Europa e Asia

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