Cristina Brondoni | Dietro la scena del crimine. Morti ammazzati per fiction e per davvero

Ve l’ho mai detto che da piccola il mio sogno era diventare detective? Questa malsana idea mi venne dopo aver visto molte serie TV e letto parecchi libri gialli, dapprima i classici dove le indagini sono meno scientifiche e più deduttive, fino ai moderni thriller dove la componente scientifica è fondamentale per incastrare il colpevole.

Dietro la scena del crimine. Morti ammazzati per fiction e per davvero” di Cristina Brondoni (Las Vegas edizioni, 164 pagine, 10 euro) è una lettura che mi è piaciuta molto, a metà strada tra un saggio e una guida per soddisfare alcune curiosità di chi non ha la più pallida idea di come si svolga un’indagine, un libro che mi ha permesso anzitutto di imparare cose nuove e di ricordarne altre che invece avevo scordato.

Titolo: Dietro la scena del crimine. Morti ammazzati per fiction e per davvero

L’Autrice: Cristina Brondoni vive a Milano, con il marito e due gatti. Giornalista e criminologa, è vittima della serialità televisiva e del fascino discreto di certi assassini. Collabora con il generale Luciano Garofano, tiene una rubrica mensile su “Armi e balistica” e scrive sul suo blog tutticrimini.com

Editore: Las Vegas edizioni

Il mio consiglio: il libro è un’agilissima guida per chi vuole scrivere un romanzo o un racconto giallo senza cadere in errore, oppure una lettura per chi vuole sapere come si svolgono le indagini nella realtà e quanto la fiction le sia fedele

I

Uno fa le indagini e l’altro fa le analisi. Inoltre non si ha a che fare con un solo scienziato forense che va bene per tutte le stagioni. Chi fa il biologo non si mette certo a comparare impronte digitali e a fare autopsie, e il medico legale fa le autopsie e dà i risultati a chi fa indagini e analisi, ma non si mette a fare congetture su cosa sia successo sulla scena del crimine e, meno che mai, si mette a dare la caccia al colpevole (…) Ogni omicidio, ogni crimine, per essere risolto ha bisogno di un complesso gioco di squadra. Da soli, nella realtà come nella fiction, non si va da nessuna parte. [Dietro la scena del crimine. Morti ammazzati per fiction e per davvero, C. Brondoni, citazione pagine 87-88]

Nel saggio “Dietro la scena del crimine. Morti ammazzati per fiction e per davvero” la criminologa e giornalista Cristina Brondoni fornisce una carrellata di informazioni a proposito di indagini e crimini, mescolando abilmente realtà e fiction. Lei stessa è vittima delle serie TV e ne presenta alcune, mostrando al lettore quando queste – seppur realizzate bene – si discostino dalla realtà. Racconta anche degli errori dettati dall’inesperienza nelle indagini vere che possono rendere complessa la ricostruzione del crimine commesso e di quelle indagini che invece si concludono con la cattura del colpevole in modo brillante.

La realtà investigativa è parecchio distante dalla fiction o dal cinema. Nella realtà i casi – soprattutto quelli complessi – non vengono risolti in tempi brevi, anche perché come ricorda la criminologa nel suo libro, prima di accusare una persona il detective o la polizia deve raccogliere parecchie prove che non siano “smontabili” anche da un avvocatuncolo di provincia.

Quindi, quando vediamo in TV o leggiamo in un libro che basta un po’ di saliva o un pezzetto di forfora per incastrare l’assassino, è vero ma solo in parte: prima di accusare servono certezze. A volte le prove si perdono o si danneggiano, a causa della fretta o dell’inesperienza di chi arriva per primo sulla scena del crimine; questo allunga i tempi dell’indagine e spesso la blocca del tutto.

Certi casi vengono risolti subito, sostanzialmente perché il colpevole cede agli interrogatori o confessa oppure non riesce a gestire il suo alibi. La Brondoni fa l’esempio del delitto di Novi Ligure, dove due ragazzini, Erika e Omar, uccisero ferocemente la madre e il fratellino di lei. All’inizio i due accusarono una banda di extracomunitari e inventarono una rapina finita male, ma crollarono nel giro di poche ore confessando l’orrore.

Per altri casi ci va molto più tempo, tanto da diventare cold case per dirla all’americana, come la scomparsa e l’omicidio di Elisa Claps avvenuti nel 1993 e risolti nel 2011. Se l’omicidio di Elisa Claps fosse stato risolto subito, l’assassino Danilo Restivo non avrebbe ucciso anche in Inghilterra.

Ma dicevo che questo libro è anche un manuale per chi intende scrivere un romanzo o un racconto giallo. Per chi non conosce la realtà investigativa – italiana o estera – e si nutre esclusivamente di fiction l’errore madornale è sempre in agguato. La Brondoni spiega come funzionano le cose nella realtà e suggerisce spunti per l’approfondimento. Nessun editore vuole leggere un romanzo giallo dove l’assassino non conosce nemmeno come si procura e come si usa un veleno oppure quello di uno scrittore che non sa come si svolgono le indagini in Italia.

Insomma, un buon libro da leggere per tanti motivi: senza dubbio perché è ben scritto, perché offre molti spunti per la riflessione e ha il pregio di essere un saggio alla portata di ogni lettore. E poi, diciamocelo, il successo di libri gialli e thriller, delle serie TV, dei film e di certe trasmissioni come Chi l’ha visto? è proprio dovuto alla curiosità della gente che per qualche ora o per un giorno vuole calarsi nei panni dell’investigatore e dire la sua.

Come nel mio caso. Beh, ma ve l’avevo detto che da piccola il mio sogno era diventare detective, no? 

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Virginia Woolf | Una stanza tutta per sé

Il 2 giugno 1946 per gli italiani fu un momento molto importante: furono chiamati alle urne per un Referendum dove venne loro chiesto se volevano continuare ad avere una Monarchia oppure se volevano passare ad una Repubblica. Oltre al valore storico della scelta della Repubblica, fu una data importante perché le donne italiane votarono per la prima volta; sì, perché prima del 1946 alle donne italiane non era concesso diritto di voto.

Perché sono partita dalla storia del nostro Belpaese per parlare di un saggio di Virginia Woolf? Perché in questo saggio che ho appena terminato di leggere si parla soprattutto di donne e diritti, donne e scrittura. E ogni volta che penso ai diritti delle donne – ancora oggi negati in molti (troppi!) Paesi del mondo – non può che venirmi in mente che è vergognoso che noi italiane abbiamo votato per la prima volta poco più di sessant’anni fa.

Titolo: Una stanza tutta per sé

L’autrice: Virginia Woolf nacque a Londra nel 1882. Cresciuta in un ambiente culturalmente stimolante, da adulta fu a capo del circolo culturale Bloomsbury. Con il marito fondò una casa editrice – Hogarth Press – e divenne uno dei nomi più noti della narrativa inglese dell’epoca. Morì suicida nel 1941

Traduzione: Maura Del Serra

Editore: Newton & Compton Editori

Il mio voto: 4/5

Le stanze sono così diverse; sono tranquille o tempestose; aperte sul mare, o al contrario sul cortile di un carcere; c’è il bucato steso, oppure splendono di opali e sete; sono dure come il crine o soffici come le piume… basta entrare in una stanza qualunque di una qualunque strada perché ci salti agli occhi quella forza estremamente complessa della femminilità. [Una stanza tutta per sé, citazione pagina 97]

Simon, Vilma legge sul sofa

“Vilma legge sul sofà” (1912) Tavik František Šimon

Nel breve saggio “Una stanza tutta per sé” Virginia Woolf è chiamata a parlare della condizione della donne nel corso del tempo attraverso la scrittura. Ripercorrendo gli anni della pubblicazione dei primi romanzi, si osserva come la maggioranza delle opere fosse firmata da nomi maschili.

Come mai questo divario? Storicamente, si sa, alle donne erano concesse be poche libertà: una su tutte, ovviamente, la libertà di studio. Far studiare una bambina o una ragazza era tempo perso, soldi sprecati. La donna aveva pochi compiti precisi nelle società del passato: partorire nidiate di bambini, allevarli, rigovernare la casa e poi morire in santa pace. Pochissime donne nel Quattrocento e Cinquecento imparavano a leggere, era loro interdetta l’iscrizione alle università, e molti lavori non potevano svolgerli.

Ma qualche donna sfuggiva a questi “doveri-obblighi” e si metteva a studiare, a leggere e addirittura – scandalosamente – a scrivere. Molte scrittrici inglesi (ma non solo!) inizialmente pubblicarono i loro romanzi con degli pseudonimi maschili; la Woolf cita ad esempio le sorelle Bronte, che pubblicarono con i nomi di Currier, Acton ed Ellis Bell. Oppure, la nota George Elliot, al secolo Marion Evans, che ancora oggi viene riproposta dagli editori moderni con il nome maschile.

Ma il vero problema delle donne, per la Woolf, erano i soldi e l’avere una stanza tutta per sé. Con i soldi propri si guadagna l’indipendenza, non solo economica, e con l’avere una stanza tutta per sé… si guadagna la tranquillità per scrivere, leggere, dedicarsi a sé stesse. La Woolf ci ricorda che la nota scrittrice Jane Austen scriveva in un salotto comune: come riusciva a concentrarsi se era costantemente interrotta da ospiti, pranzi, tè e chiasso?

Auguste Renoir "La lettura"

Auguste Renoir “La lettura” (1890)

I libri scritti dagli uomini non sono uguali a quelli scritti dalle donne, perché le visioni del mondo dei sessi opposti sono chiaramente diversi, come sono diverse le sensibilità. Quindi donne che scrivono storie di altre donne saranno diametralmente diverse da uomini che scrivono storie di donne.

Anche se oggi in molte parti del mondo le donne sono ancora prive di istruzione o a malapena sanno leggere e scrivere, nel mondo Occidentale si verifica una sorta di “legge del contrappasso”: i lettori sono in maggior parte donne!

Infatti, il 48% dei lettori sono di sesso femminile, contro i 34,5% degli appartenenti al sesso maschile, e questo divario tra i due sessi inizia addirittura a partire dai 6 anni di età (fonte: dati ISTAT 2014 “La produzione e lettura di libri in Italia”).

Quando in futuro leggerai un romanzo classico scritto da una donna, pensa a tutte le difficoltà e i pregiudizi che essa ha dovuto superare perché venisse pubblicata la sua opera e potesse essere oggi letta da te, tu che leggi comodamente distesa sul divano nella tua stanza tutta per te.

AA. VV. | Pro Armenia Voci ebraiche sul genocidio armeno

Deve essere noioso leggere di questa crudeltà, ma sono state riportate così tante, centinaia, forse migliaia, di storie simili, che è impossibile mantenersi nei giusti limiti quando si chiede a qualcuno che ne è al corrente. Si prova una sorta di esplosione, e di bisogno fisico di raccontare alcune delle cose che si sono viste o di cui si è udito parlare. E, per concludere, chi scrive chiede che gli sia consentito di dire alcune parole su come questi maccacri hanno influito sugli armeni, su come essi hanno inciso sull’intero impero turco e su chi sono i veri responsabili di questo bagno di sangue senza pari. [Aaron Aaronsohn “Pro Armenia”, memorandum presentato al ministero della guerra a Londra, il 16 novembre 1916]

1915

Titolo: Pro Armenia Voci ebraiche sul genocidio armeno

Gli autori: Antonia Arslan (Prefazione), Lewis Einstein (I massacri armeni), André Mandelstam (La Turchia), Aaron Aaronsohn (Pro Armenia), Raphael Lemkin (Dossier sul genocidio armeno), Francesco Berti e Fulvio Cortese (Postfazione)

Traduzioni: Rossanella Volponi

Editore: Giuntina Casa Editrice

Il mio voto: 5/5

Metz Yeghérn. Ho appena scritto due parole che forse non vi dicono nulla. Grande Male. Forse a qualcuno può venire in mente qualcosa, ma ad altri ancora nulla. Genocidio armeno. Adesso ci siamo, molti avranno sentito parlare del grande Genocidio armeno, Metz Yeghérn, come lo definiscono ancora oggi i pronipoti degli armeni scampati al massacro perpetrato nel 1915 per mano dei Giovani Turchi.

Il Novecento è stato il secolo dei genocidi e quello armeno è stato il primo di tutti in ordine temporale. Perpetrato a cavallo della Prima Guerra Mondiale, il genocidio armeno fu un vero e proprio massacro che ancora oggi le autorità dello Stato turco nega con presunzione. Per i turchi queste persone non sono mai state allontanate dalla Turchia, non sono mai state obbligate alle marce della morte nel deserto, queste persone per lo Stato turco non sono mai esistite, semplicemente: questi armeni non ci sono mai stati.

A cento anni esatti dall’inizio del genocidio armeno, escono per la prima volta tradotti in italiano quattro saggi che sono stati raccolti nel volume “Pro Armenia Voci ebraiche sul genocidio armeno” e sono stati scritti da autori di origini ebraiche ma di nazionalità differente: Lewis Einstein, americano (1877 – 1967) ha contribuito con I massacri armeni, scritto nel 1917; André Mandelstam, russo (1869 – 1948) autore del saggio La Turchia scritto nel 1918; Aaron Aaronsohn, romeno (1876 – 1919) ha scritto Pro Armenia nel 1916; infine, Raphael Lemkin, polacco, (1900 – 1959) scrive Dossier sul genocidio armeno.

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Le marce della morte

Attraverso i lucidi saggi dei quattro autori, si ripercorrono le cause predisponenti quello che passò alla storia come il Metz Yeghérn, il genocidio vero e proprio. Se un primo blando tentativo di eliminare gli armeni iniziò già tra il 1894 e il 1896 ad opera del sultano ottomano Abdul Hamid, è con l’avvento dei fanatici Giovani Turchi che il massacro diventa una vera e propria opera di sterminio pianificata nei minimi dettagli. Grazie al silenzio della Germania e ai disordini scatenati dalla Prima Guerra Mondiale, i Giovani Turchi puntano il dito contro gli armeni e li accusano di colpe che non hanno.

Gli armeni erano un pericolo per i Giovani Turchi che volevano creare uno Stato completamente omogeneo, sia dal punto di vista religioso che etnico. Gli armeni erano cristiani e avevano dei valori culturali differenti e richieste di autonomia, tutto ciò agli occhi dei Giovani Turchi era inaccettabile. I turchi non volevano solo cancellare il popolo armeno, con la sua religione e la sua cultura, ma avevano anche intenzione di rubar loro le terre e gli averi.

I Giovani Turchi allontanano gli armeni dalla penisola anatolica; promettono loro terre nuove e fertili da coltivare lungo il corso del Fiume Eufrate. Iniziano le “marce della morte“, perché durante il cammino per arrivare a quella sorta di terra promessa, i curdi assoldati dai turchi, attaccano e uccidono gli armeni. Gli armeni vengono spinti nei deserti e nei sentieri di montagna. Attendono estenuati i treni che portano l’acqua, ma quando questi convogli arrivano, i turchi li tengono indietro con le fruste e i macchinisti aprono i rubinetti  e la preziosa acqua viene gettata via, assorbita dal terreno, mentre gli armeni continuano a morire di sete.

Armeni crocifissi lungo le strade. Donne e ragazze violentate o comprate come schiave dai turchi e dai curdi. Bambini nati morti lungo il percorso. Cadaveri e cadaveri ammucchiati lungo i sentieri, mangiati dai cani randagi e dagli avvoltoi. Agguati all’improvviso e crudeli uccisioni di fronte agli occhi innocenti dei bambini superstiti.

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Donne armene crocifisse lungo le strade ad opera dei Giovani Turchi

E infine, l’arrivo alle paludi nei pressi dell’Eufrate per i pochi sopravvissuti. In questi spazi non vi sono terre fertili, il deserto è di giorno rovente, di notte gelido, non vi è riparo ma vi sono solo acquitrini che pullulano di zanzare portatrici di malaria.

Gli autori dei saggi scrivono con parole affilate come lame di bisturi una storia che a noi occidentali non può che colpire e inorridire, ma che deve penetrare nella nostra memoria e deve farci riflettere. Senza risparmiarsi i dettagli più dolorosi, questi lavori ci spiegano le origini e le cause di quello che passò alla storia come Metz Yeghérn, o il Grande Male. Spaventati, disgustati, attoniti, increduli, gli autori scrivono dei tormenti degli armeni senza sospettare minimamente che anche il loro popolo da sempre tormentato e umiliato – il popolo ebraico – sarà vittima poche decine di anni dopo, quando il popolo tedesco approfitterà della confusione della Seconda Guerra Mondiale per dare origine ad un nuovo atto di sterminio, un nuovo genocidio del Novecento: la Shoah, o l’Olocausto.

I romanzi che mi hanno consigliato

Spesso grazie al consiglio degli amici, si scoprono romanzi davvero molto belli. Allora, oggi vi parlo di cinque romanzi che ho amato moltissimo e che senza un suggerimento forse non avrei trovato o letto nell’immediato.

1- Ragazzo negro di Richard Wright

imagesConsigliato dalla mia amica Simona, appassionatissima lettrice e traduttrice, ho iniziato a leggere “Ragazzo negro” senza potermi staccare un’attimo dalla vicenda e pensando a Richard nei momenti in cui non potevo leggere. La questione razziale mi interessa da sempre, perché non capisco come si possa odiare una persona o un gruppo di persone solo perché hanno la pelle di un altro colore o appartengono ad un’altra cultura; “Ragazzo negro” non è solo un romanzo per riflettere sul razzismo, ma è anche uno spaccato molto crudo e disincantato di una dura realtà, non molto lontana dal nostro tempo.

Consigliato per: chi vuole riflettere su temi importanti.

2- Le ceneri di Angela – Frank McCourt

ceneriConsigliato dai lettori di un gruppo di lettura, sono venuta a conoscenza di Frank McCourt e del suo primo romanzo “Le ceneri di Angela”. Questo libro – che è un Adelphi quindi una garanzia di qualità – racconta le vicende della famiglia di Frank nell’Irlanda degli anni ’50 e ’60. La famiglia di Frank è povera e costellata di lutti e sfortune, ma Frank non si abbatte mai e ci racconta il tutto con sarcasmo, ironia e simpatia.

Consigliato per: chi ama i romanzi di famiglie, ama sorridere durante la lettura ma anche un po’ commuoversi.

3- Lo sguardo del leone – Maaza Megiste indexQuando comprai “Lo sguardo del leone” l’idea di fare il giro del mondo attraverso i libri era ancora molto lontana. Sono venuta a conoscenza di questo romanzo durante un festival culturale ospitato nel mio paese, ma che non riscuotendo un grandissimo successo purtroppo non è più stato riproposto (ne restano qui sulla pagina Facebook i miseri resti, mentre il sito è ora tutto in giapponese con ragazze equivoche!). In ogni caso, “Lo sguardo del leone” è un imponente ed epico romanzo delle vicende travagliate di una famiglia etiope, sullo sfondo della guerra e della dittatura degli anni ’70. Io ho letteralmente amato questo romanzo e ho aggiunto l’Etiopia ai miei Paesi visitati con i libri.

Consigliato per: chi ama le saghe famigliari, la storia, l’esotismo

4- Le irregolari. Buenos Aires Horror Tour – Massimo Carlotto

9788876413827gQuando è i cardinali hanno eletto Papa Francesco io mi sono resa conto di non sapere niente sull’Argentina: mi sono diretta in biblioteca e ho chiesto alla bibliotecaria di consigliarmi un libro che parlasse dei desaparecidos. Ricordo che lei aveva annuito con l’aria di saperla lunga, e mi aveva consegnato questo libretto rosso tutto sgualcito “Le irregolari. Buenos Aires Horror Tour” un lungo monologo sulla questione dei desaparecidos. Con Carlotto ho imparato molto e non nego che certe immagini mi abbiano spaventata. Ma questa è la storia e chi ha commesso quei crimini, purtroppo, è umano come me.

Consigliato per: chi vuole conoscere, chi ha sete di sapere, chi non si vuole fermare alle apparenze

5- Cime tempestose – Emily Bronte

Cime-tempestoseArriviamo al romanzo che ho attualmente in lettura (e di cui presto scriverò un commento sul blog); dopo aver letto Charlotte e Anne, ecco che leggo Emily Bronte, la sorella minore, ma che a quanto pare ha scritto il romanzo migliore. “Cime tempestose”, il suo unico lavoro, mi è stato consigliato da Federica che ha letteralmente adorato questo libro, tanto da confessarmi che si tratta del suo classico preferito. Come darle torto? Sin dalle prime pagine mi sono immersa in una cupa e tetra brughiera inglese, nella quale si scatenano dei sentimenti così forti e violenti che è divorante la mia curiosità di saperne di più. Grazie Federica, un altro bel romanzo sul mio scaffale!

Consigliato per: i romanticoni, gli amanti della tetraggine, gli appassionati di storie d’amore

Jung Chang | Cigni selvatici

Cigni selvatici” è un romanzo che mi ha tenuto compagnia per quasi tre settimane: la sua mole e la notevole quantità di informazioni in esso contenute hanno avuto bisogno di tempo per sedimentare nella mia memoria.

Titolo: Cigni selvatici

L’autrice: Jung Chang è nata a Yibin, nella provincia cinese del Sichuan, nel 1952. Ha lasciato il suo Paese nel 1978, trasferendosi in Gran Bretagna, dove è stata la prima cittadina cinese a conseguire un dottorato. Oggi vive a Londra e Cigni selvatici – il suo primo romanzo – è stato un vero e proprio caso letterario, tradotto in 26 lingue. Cigni selvatici è tutt’oggi un libro proibito in Cina.

Editore: TEA

Il mio consiglio: sì, è un romanzo magnifico, fluviale, che racconta la storia di tre generazioni di donne cinesi sullo sfondo della storia della nazione

Quando hai un romanzo sul comodino da tre settimane – e lo hai anche portato in gita con te in Veneto – è difficile salutare i protagonisti e i personaggi che per così tanto tempo ti hanno fatto compagnia. La scrittura di Jung Chang è coinvolgente e le fotografie nel centro del libro aiutano ad entrare nel vivo del romanzo.

Yu Fang, Bao Qin e Jung Chang: nonna, mamma e figlia

Jung Chang, come ho scritto nella nota biografica, è stata la prima cittadina cinese a conseguire un dottorato, all’estero per di più; quando la Cina ha aperto le frontiere e permesso ai cittadini di viaggiare in giro per il mondo (non senza pesanti sessioni di indottrinamento,  prima di uscire), Jung appunto si è trasferita in Gran Bretagna. Quando la madre di Jung, Bao Qin, vola a Londra per andare a trovare la figlia, in realtà ha molto da raccontarle. Bao Qin inizia a raccontare la storia della vita della nonna dell’autrice, Yu Fang che fu concubina di un nobile cinese all’inizio del Novecento, passando poi a raccontare la storia della sua stessa infanzia. Jung Chang è impressionata dalla quantità di informazioni che la madre le sta raccontando, così decide di scrivere un romanzo epico, dove parlerà di Yu Fang e di Bao Qin.

La Cina feudale: per le donne piedi fasciati, per gli uomini concubine

Il romanzo infatti inizia con i racconto di una Cina feudale, dove molte donne – specialmente le più belle – hanno i piedi fasciati e come massima aspirazione hanno quella di diventare delle concubine. Questa è la sorte che tocca alla nonna di Jung Chang, tanto che viene costretta dal padre a sposare un generale, dalla cui unione nascerà Bao Qin.

Le vicende di queste tre donne – nonna, madre e figlia – di avvicendano sullo sfondo di una Cina che vuole cambiare, un Paese che cresce a dismisura, che ha fame di cibo, energia e libertà e non vuole più sottostare alle regole e ai soprusi dei nobili. Inizia una vera e propria Rivoluzione, campeggiata dai comunisti, vicini alle idee di Marx e Lenin e capitanati da alcuni cinesi, tra cui Mao Zedong.

La nuova Cina: arrivano i comunisti

E’ attraverso il Partito che Bao Qin conosce Wang Yu, l’uomo che diventerà suo marito e i padre dei suoi figli; la Rivoluzione è qualcosa di faticoso, fatta di privazioni, marce senza fine, sacrifici e combattimenti per scacciare i nobili cinesi. Bao Qin si unisce senza esitare perché, come il marito, crede fortemente nel comunismo e nella nuova Cina.

I comunisti vincono: una ad una cadono le città fortezza del Kuomintang, i conservatori, e Mao entra in Pechino come un salvatore. Iniziano gli anni della Cina comunista e le riforme di Mao, tra cui la riassegnazione della terra ai contadini e l’abolizione di ogni proprietà privata. Mao vieta persino di mangiare in casa propria, spronando la gente a mangiare nelle mense, tutti assieme.

Il Grande Balzo in Avanti e la Rivoluzione culturale: come distruggere un Paese

A cavallo tra gli anni ’50 e ’60 Mao inventa una “caccia alle streghe” dietro l’altra: molti letterati vengono imprigionati, molti presunti nemici del partito vengono deportati nei gulag cinesi (eh, sì! E tra l’altro i gulag cinesi esistono ancora, purtroppo!). Ma il vero e proprio disastro avviene alla fine degli anni ’50, quando Mao avvia il Grande Balzo in Avanti: tutti vengono costretti a lavorare in fabbrica per produrre acciaio, le campagne si spopolano, i pochi contadini che restano in campagna vengono costretti a seminare i cereali e le verdure senza rispettare i ritmi della natura e in poco tempo la situazione precipita: è l’epoca della grande carestia, si stima che in questi anni siano morti circa 30 milioni di cinesi.

Mentre Jung Chang inizia le scuole, Mao dopo la grande carestia lancia l’ennesima campagna, quella che porterà il Paese al completo sfacelo: la Rivoluzione Culturale cinese. In realtà di culturale ha ben poco, perché come ci racconta l’autrice, è in questo periodo che vengono chiuse le scuole e il libri vengono dati alle fiamme. Questo periodo di tensione durerà fino alla morte del dittatore, nel 1976.

I genitori di Jung Chang durante tutto questo periodo di incertezza e guerre, carestie e caccia alle streghe, conoscono non solo il potere ma anche la disgrazia: vengono spesso imprigionati, costretti alle famose autocritiche, e alle pesanti sessioni di denuncia, dove bastonate e frustate non si risparmiavano.

Quando Orwell anticipò Mao: inquietanti analogie tra 1984 e la Cina maoista

Leggere un romanzo così intenso e ricco di informazioni e nozioni non può che appassionare, ma anche confondere, fuorviare. Quando si leggono romanzi come questo ci si rende conto che ogni popolo, a modo suo, ha sofferto. Quando in un Paese si instaura una dittatura non ci sono speranze, spiragli, concessioni. No, si può solo vivere nel terrore e nella paura. La paura di morire o di venire denunciati e portati nei campi di lavoro.

Ciò che più mi ha colpito è che nel 1948 il grande scrittore George Orwell ha descritto in 1984 (di cui potete leggere la mia recensione cliccando qui) una società traviata dalle menzogne e dalla paura. Ecco, io tutto questo l’ho trovato qui, durante il Grande Balzo in Avanti di Mao. Il bellissimo romanzo di Orwell è stato scritto nel 1948 e la politica del Grande Balzo in Avanti è del 1958, successiva di ben dieci anni. Eppure, con una veridicità pazzesca, Orwell anticipa le menzogne e le bugie che Mao rifilerà al suo popolo anni dopo. Nell’Oceania di Orwell i giornali sono controllati, le informazioni vagliate, modificate a piacimento. Proprio ciò che succederà nella Cina maoista e in generale in tutte le dittature.

Giovanni Falcone | Cose di Cosa Nostra

Non sempre quando si fa pulizia negli scaffali dei genitori ci si annoia. Anzi. A volte si possono fare delle piacevoli scoperte. Mentre sistemavo i libri di scuola appartenuti a mio padre, ecco che spunta questo libretto snello e compatto, un’edizione del 1992. Ovviamente, so chi era Giovanni Falcone: il suo nome resta indissolubilmente legato a quello di Paolo Borsellino, due uomini che hanno combattuto strenuamente contro la mafia, tanto da rimetterci la loro stessa vita.

Poso il piumino della polvere e sistemo i libri scolastici in fretta e furia. Inizio a leggere il saggio di Falcone – scritto in collaborazione con Marcelle Padovani. E in poche righe mi sembra che Giovanni si qui, a fianco a me, a raccontarmi questa storia.

Titolo: Cose di Cosa Nostra

L’autore: Giovanni Falcone (Palermo 1939 – Capaci 1992) è stato un magistrato italiano. Fu assassinato con la moglie Francesca Morvillo e alcuni uomini della scorta nella strage di Capaci ad opera di Cosa Nostra. Assieme all’amico e collega Paolo Borsellino è considerato uno fra gli eroi simbolo della lotta alla mafia in Italia e a livello internazionale.

L’autrice: Marcelle Padovani è una giornalista francese.

Editore: Rizzoli

Il mio commento: sì perché è una storia recente che ci appartiene e che non è ancora chiusa

Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non di dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.

Tutte le volte che vedo la foto che ho postato qui sopra, mi vengono le lacrime agli occhi. Giovanni e Paolo, colleghi di lavoro e amici nella vita, due uomini siciliani che avevano un progetto in comune: smascherare e arrestare tutti i componenti di Cosa Nostra. Sin dagli anni del pool antimafia costituito da Rocco Chinnici (lui stesso ucciso da Cosa Nostra), i due si trovano a lavorare fianco a fianco, e continueranno fino alla fine, fin quando per loro era impossibile uscire di casa senza una scorta armata.

Dal 1983 fino al 1992 Falcone e Borsellino, assieme ad altri magistrati del pool, lavorano assiduamente e pian piano iniziano a scoprire un metodo per parlalre con i pentiti e a reperire fondi per alimentari le indagini. Il loro durissimo lavoro li porta a quello che la stampa soprannominò il Maxiprocesso di Palermo, iniziato nel 1986 e terminato con la sentenza finale il 30 gennaio 1992. A detta della stampa, questo fu il processo con il maggior numero di imputati di tutta la storia dell’umanità; gli imputati erano 475, gli avvocati 200. Alla fine vennero dati da scontare 19 ergastoli e pene per circa 2665 anni di prigionia.

Il libro è suddiviso in sei capitoli – sei interviste che la Padovani ha condotto a Falcone – nei quali si parla del loro metodo, delle loro scoperte, dei pentiti, del maxiprocesso e dell’attentato fallito del 1989. La scrittura è decisamente scorrevole e gli argomenti sono molto interessanti.

Penso che sia importante conoscere questi aspetti della nostra storia recente. I fatti narrati nel libro sono accaduti soltano 20 anni fa, e oggi se ne risentono ancora le conseguenze. Questo dovrebbe essere un libro da leggere nelle scuole, con l’aiuto degli insegnanti o di associazioni come “Libera” per far capire ai ragazzi l’importanza di chi ha combattuto e ha perso la vita per i suoi ideali.