John Steinbeck | Diario russo. Un reportage culturale unico sulla Russia della Guerra Fredda

“Non dovete pensare che noi siamo venuti con idee già favorevoli o sfavorevoli (…) Siamo qui per un servizio giornalistico, se sarà possibile farlo. Intendiamo scrivere e fotografare esattamente quello che vediamo e sentiamo, senza nessun commento editoriale. Se c’è qualcosa che non ci piace, o non comprendiamo, diremo anche quello. Ma siamo venuti per scrivere qualche cosa. Se potremo scrivere ciò per cui siamo venuti, lo scriveremo. Se non potremo, avremo sempre da scrivere qualche cosa a questo proposito” [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

Se c’è un luogo che non esiste più ma che mi interessa in modo sproporzionato, è l’Unione Sovietica. Pertanto, appena mi imbatto in romanzi o, come in questo caso, in reportage degli anni sovietici, inizio a leggere con la mente aperta e la curiosità elevatissima. “Diario russo. Un reportage culturale unico sulla Russia della Guerra Fredda” di John Steinbeck, tradotto da Giorgio Monicelli per Bompiani, ha ampiamente soddisfatto la mia curiosità di lettrice.

All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, com’è noto, Stati Uniti e Unione Sovietica iniziano a guardarsi con notevole circospezione e sospetto; è calata la Cortina di Ferro, prendono a circolare notizie fasulle sull’Unione Sovietica in America, volte a demonizzare i comunisti e il popolo sovietico in generale.

John Steinbeck è uno scrittore americano affermato quando, nel 1947, ottiene i permessi necessari per entrare in Unione Sovietica e intraprendere un viaggio che, una volta compiuto, avrebbe dovuto fornirgli il materiale per un corposo reportage sull’URSS e suoi popoli. Poiché spesso le parole non sono sufficienti, Steinbeck si fa accompagnare dal noto fotografo Robert Capa.

L’idea è semplice: Steinbeck e Capa dovranno entrare in contatto col popolo sovietico, dovranno chiedergli come vivono, cosa mangiano, come si vestono, quali sono le loro idee sull’America, cosa è cambiato – in meglio o in peggio – dopo la guerra. Insomma, cercheranno di comprendere l’animo dei sovietici, anche se fin da principio sanno bene che non tutto sarà comprensibile alle loro mentalità occidentali.

Il viaggio incomincia da Helsinki, dove Steinbeck e Capa atterrano con il volo proveniente dagli Stati Uniti; il trasbordo sul velivolo sovietico è di per sé piuttosto avventuroso, premessa di ciò che i due americani vivranno nei giorni sovietici.

I C-47 sono un po’ malandati, per quel che riguarda arredi e parati, ma i motori sono ben tenuti e i piloti sembrano eccellenti. Hanno un equipaggio un po’ più numeroso dei nostri apparecchi, ma poiché non mettemmo piede in cabina di comando non sappiamo che cosa abbiano da fare (…) Ci sono usanze che sembrano un tantino bizzarre (…) Manca qualsiasi cintura di sicurezza (…) Non si vola di notte (…) Una volta seduti i passeggeri, il bagaglio viene accatastato nella corsia (…) [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

Raggiunta Mosca, il viaggio può iniziare. La burocrazia sovietica è farraginosa, complessa, macchinosa e necessita di innumerevoli passaggi di documenti, timbri, scartoffie che corrono di mano in mano. Ed è molto buffo che sia così complessa, agli occhi di Steinbeck sembra come quando i governi americani o inglesi emettono le leggi, mentre questi ardui passaggi di carte avvengono per esempio per ordinare un piatto al ristorante.

Mosca, capitale della Russia (fonte: Wikipedia)

Mosca è una città ancora ferita dalla guerra appena terminata. Gli abitanti hanno l’aria plumbea, cupa, si mettono in coda pazientemente per comprare generi di prima necessità che spariscono nei negozi quasi subito. Stenbeck e Capa incontrano diplomatici americani a Mosca, visitano i musei che celebrano la Rivoluzione e i suoi personaggi e cercano di farsi un’idea di questi moscoviti depressi e bui.

C’è davvero poca allegria nelle strade e di rado qualcuno sorride (…) C’è una grande serietà per le strade e forse è stato sempre così, non lo sappiamo [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

La seconda tappa del viaggio è molto più allegra: Kiev e le campagne ucraine. Qui Steinbeck e Capa incontrano ucraini molto più sorridenti, gioiosi e curiosi. Se è vero che l’Ucraina è stata, come Mosca, profondamente colpita e distrutta dagli attacchi aerei nazisti, è anche vero che il popolo ucraino ha reagito con molta più positività e, tra un ballo e una festa, benché siano ancora molte le macerie tra le città, si guarda al futuro con occhi colmi di speranza.

Kiev, capitale dell’Ucraina (fonte: Wikipedia)

In mezzo a quella musica lieve, alla luci, di fronte al pacifico scorrere del fiume, i nostri amici ricominciarono a parlare della guerra, come se fosse un pensiero assillante di cui non potevano liberarsene. Parlarono di cose terribili che non riuscivano a dimenticare [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

Terza tappa, Stalingrado. La città sul Volga è stata duramente colpita dalla guerra e l’assedio ha messo a dura prova le sue genti. Ma anche qui, a Stalingrado, i russi hanno due cose in mente: lavoro e ricostruzione. Lavorano tutti faticosamente e in maniera incessabile, mostrando un senso del dovere fuori dal comune.

Il mondo aveva preparato per Stalingrado una falsa medaglia, mentre ciò di cui aveva bisogno era una mezza dozzina di scavatrici [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

La tappa più attesa è la quarta, la visita al Paese che ha dato i natali all’uomo d’acciaio: la Georgia. Nel corso del viaggio attraverso la Russia e l’Ucraina, molti cittadini sovietici decantavano le glorie della Georgia, pertanto sia Steinbeck che Capa hanno aspettative altissime. Aspettative che, nel corso del viaggio tra Tbilisi, Gori e Batumi, verranno ampiamente soddisfatte.

Si parlava del Caucaso e della regione intorno al Mar Nero come di un paradiso in terra. Cominciammo addirittura a credere che la maggior parte dei russi sperasse, vivendo bene e virtuosamente, di finire dopo morti non in cielo, ma in Georgia [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

In Georgia, Steinbeck e Capa vengono trattati con i guanti bianchi. Invitati a vedere le meraviglie di questa terra, il pomposo museo dedicato a Stalin a Gori, le stazioni balneari di elevato prestigio sulla costa nel Mar Nero, le coltivazioni di tè e, dato il culto georgiano per il cibo e il bere, i due americani vengono rimpinzati di ogni sorta di ben di Dio.

Tbilisi – Veduta

Tbilisi, capitale della Georgia (fonte: Wikipedia)

La Georgia non è stata toccata più di tanto dalla guerra, grazie alla sua posizione un po’ defilata, laggiù tra le montagne e il Mar Nero. Non ci sono paesi distrutti, non c’è gente che ha perso tutto, cari e oggetti; qui non ci sono macerie per strada, né visi lugubri o musi lunghi. Il viaggio georgiano degli americani è scandito da brindisi, feste, banchetti e un po’ di cultura.

La Georgia è davvero una terra incantata e quando la lasciate rimane in voi come un sogno. Il suo popolo è un magico popolo. Vive in una delle più belle e più ricche terre del mondo e ne è assolutamente degno Finalmente comprendevamo perché i russi ci avevano sempre detto: “Finché non avrete visto la Georgia, non avrete visto nulla” [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

Il rientro a Mosca è esaltante: la città si sta preparando per le celebrazioni dell’anniversario della sua fondazione e presto ci saranno anche i festeggiamenti per l’anniversario della Rivoluzione. È settembre, inizia a far freddo: sembra quasi che cadano i primi fiocchetti di neve. Gli americani sono felici: Steinbeck ha molto materiale per il suo reportage, un reportage che si presenta coinvolgente, scorrevole e molto accattivante; privo di qualsiasi pregiudizio o giudizio, “Diario russo” è un volume che mostra il popolo sovietico così com’era, senza filtri occidentali e senza aggiunte né censure.

Il popolo sovietico, come scrive Steinbeck, è come tutti gli altri popoli del mondo. E’ indubbia la presenza di qualche individuo meschino e cattivo, ma secondo lo scrittore americano – data la sua esperienza – i sovietici buoni sono la stragrande maggioranza.

Titolo: Diario russo.Un reportage culturale unico sulla Russia della Guerra Fredda
L’Autore: John Steinbeck
Fotografie nel testo: Rober Capa
Traduzione dall’inglese: Giorgio Monicelli
Editore: Bompiani
Perché leggerlo: perché si tratta di uno straordinario affresco dell’Unione Sovietica nel 1947, perché è un viaggio attraverso l’umanità, i paesi, i paesaggi, gli usi e i costumi delle genti sovietiche

(© Riproduzione riservata)

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Cédric Gras | Vladivostok. Nevi e monsoni

Iniziamo con un gioco, ma non barate: se vi chiedo a quale latitudine si trova la città russa di Vladivostok, voi dove la collochereste, alle latitudini di Firenze oppure in prossimità di quelle di Helsinki? Mentre pensate alla risposta corretta senza usare Wikipedia, vi racconto le impressioni e le emozioni scaturite dalla lettura di “Vladivostok. Nevi e monsoni” di Cédric Gras (Voland, 209 pagine, 15 euro).

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Titolo: Vladivostok. Nevi e monsoni

L’Autore: Cédric Gras (1982) ha sempre alternato gli studi di geografia ai viaggi in terre lontane e alla pratica dell’alpinismo, attratto in particolare dall’America meridionale, dall’Himalaya e dall’Asia centrale. In Russia ha diretto la Alliance Française di Vladivostok e insegnato francese all’università. E’ stato tra i finalisti del Prix Bouvier nel 2014.

Traduzione dal francese: Gina Pigozzo Bernardi

Editore: Voland

Il mio consiglio: per chi ama la geografia, le culture diverse dalla nostra occidentale, per chi ama i viaggi e le descrizioni di scenari lontani – non senza un pizzico di ironia – “Vladivostok. Nevi e monsoni” è un libro imperdibile

Lo confesso, credevo che a Vladivostol terre innevate e mare ghiacciato si confondessero, formando una candida distesa spettacolare. Vladivostok era l’estremo limite della terra, ma fino a un certo punto, perché la costa veniva prolungata da alcuni specchi d’acqua circondati da terra. Con la fantasia, ho visto incessanti burrasche spazzare la città e sradicare la vegetazione. Per me era la città del freddo, abbarbicata alle latitudini nord della carta del globo, da qualche parte davanti all’Alaska, a 65° di latitudine nord. Anzi no, di fronte al nulla, fuori dal mondo. Vladivostok era l’ultima spiaggia ai confini della terra (…) Vladivostok era il trionfo degli estremi, la dolcezza di brezze ghiacciate, un libro aperto. [“Vladivostok. Nevi e monsoni” Cédric Gras, trad. G. Pigozzo Bernardi, citazione pagina 30]

Al giovane geografo francese Cédric Gras viene proposta la direzione di una sede della Alliance Française e lui non sceglie le destinazioni occidentali che agognano tutti i suoi colleghi: Cédric sceglie la città di Vladivostok perché quello che prova per la Russia è un qualcosa difficile da spiegare, che forse iniziò quando la madre lo portava alla biblioteca comunale e lui sceglieva spesso un libro di fiabe russe.

A Vladivostok il lavoro è fantastico: Cédric chiude la sede dell’Alliance alle 16.00, più o meno quando a Mosca aprono al mattino; la Russia è attraversata da otto fusi orari ed è quella nazione dove il messaggio di augurio del Presidente viene replicato otto volte la notte di Capodanno, una per ogni fuso orario, e quando a Mosca stappano la vodka per iniziare a festeggiare a Vladivostok stanno per svegliarsi.

Nelle pagine del libro di Cédric Gras, a metà strada tra un originale memoir e un taccuino di viaggio, pulsa una Russia moderna e nuova, che si è già lasciata alle spalle i postumi della lunga sbornia comunista e vive un Paese immenso – il più grande del mondoche vuole crescere guardando sia ad Est che ad Ovest.

Eppure, quando Cédric Gras giunge a Vladivostok un po’ ne resta deluso: si immaginava una città alla fine del mondo, una città di confine, sperduta, il capolinea della leggendaria linea ferroviaria Transiberiana. Invece trova una città dai palazzi grigi e con la nebbia persistente, l’unico porto russo sempre libero dai ghiacci di inverno, un luogo che confina con l’amica Cina, con l’ermetica Corea del Nord e con il Mar del Giappone. Ci sono chiese di ogni credo, si parlano russo, cinese, coreano e giapponese: in questa città portuale è difficile sentirsi stranieri tanto quanto è facile amarsi.

Ci si sforza di amarsi, al di là della taiga e delle steppe. Ci si può invaghire e abbandonare tutto, per seguire il nuovo marito a migliaia di chilometri. In Russia l’amore è più romantico che da qualunque altra parte. Perché è legato all’immensità. In Russia l’amore è questione di geografia. [“Vladivostok. Nevi e monsoni” Cédric Gras, trad. G. Pigozzo Bernardi, citazione pagina 71]

A Vladivostok il clima è estremo, le stagioni arrivano all’improvviso e se anche il 20 ottobre può sembrare che arrivi l’inverno, qualche giorno dopo ritorna il tepore dell’autunno. A Vladivostok i russi si sentono europei quando sono con gli asiatici, e si sentono asiatici quando sono gli europei; Vladivostok è quasi una trappola: per andare a Mosca ci sono più di novemila chilometri, è spesso consigliabile ubriacarsi prima di salire su certi trabiccoli aerei – meglio morire allegri! – oppure si può sempre affrontare una settimana di viaggio in treno, attraverso la taiga e migliaia di betulle apparentemente tutte uguali.

Si naviga per sette giorni in un mare di terra, arrivati al lago Bajkal è come incrociare l’equatore, tutti al finestrino: il treno corre sulla spiaggia. Per tutta la giornata sguardi sfuggenti si rifiugiano lontano. Fuori: neve o canicola. Verso sera il vagone si risveglia, le discussioni rompono il torpore generale, ci si corica tardi, la notte si va in giro, ci si sforza di vedere nel buio, si ascolta, il treno qualche volta oscilla, si ferma. Manca poco a Vladivostok, l’oltre-terra [“Vladivostok. Nevi e monsoni” Cédric Gras, trad. G. Pigozzo Bernardi, citazione pagina 45]

Suddiviso in capitoli che richiamano le quattro stagioni (con il ritorno finale della primavera e l’epilogo), il libro di Cédric Gras è uno strumento per sognare ad occhi aperti gli immensi spazi russi e per scalfire almeno un po’ l’animo di chi abita quei luoghi.

La Russia è un Paese che mi affascina e mi attrae, il lungo viaggio in treno da Mosca a Vladivostok lo supererei leggendo, giocando a scacchi con il mio compagno di viaggio, bevendo tè e contando le betulle, e restando per sei ore almeno incollata al finestrino a fissare l’immenso lago Bajkal. E poi chissà, forse Vladivostok grigia e nebbiosa deluderebbe anche me, ma avrei per lo meno la certezza che la Russia mi sia davvero entrata nel cuore.

La Russia vi segna e vi rimane per stagioni e ricomincia. Dopo le nevi, i monsoni e i vapori che incappucciano Vladivostok. Presto arriverà settembre con le belle giornate, le foreste rosse, una bufera precoce, in attesa di gustare la dolcezza sulle sponde del sud… [“Vladivostok. Nevi e monsoni” Cédric Gras, trad. G. Pigozzo Bernardi, citazione pagina 196]

Vasilij Grossman | Tutto scorre…

Se voi poteste sfogliare la mia copia de “Tutto scorre…” di Vasilij Grossman (Adelphi, 229 pagine, 11 euro) la trovereste piena di sottolineature, da una semplice riga a due pagine intere di concetti che mi hanno colpita. “Tutto scorre…” è stato un regalo di Natale che ho divorato entro la fine del 2015 e finalmente mi accingo a parlarvene. Credo che “Tutto scorre…” sia un’opera imporante, un caposaldo del realismo socialista, credo che sia fondamentale per lanciare uno sguardo sulla Russia del Dopoguerra e per capire come il sogno sovietico si sia infranto in mille pezzi o forse non sia mai nato.

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Titolo: Tutto scorre…

L’Autore: Vasilij Grossma (1905 – 1964) è stato uno scrittore russo, uno dei più importanti del realismo socialista. Oltre “Tutto scorre…”, Adelphi ha pubblicato altre opere quali “L’inferno di Treblinka”, “Vita e destino” e “Il bene sia con voi!”

Traduzione dal russo: Gigliola Venturi

Editore: Adelphi

Il mio consiglio: sì, è uno dei romanzi imprescindibili per capire il Novecento

Quella mattina si era svegliato, sul treno, con una sensazione di irremediabile solitudine. L’incontro del giorno precedente con il cugino lo aveva riempito di amarezza, e Mosca lo aveva assordato, soffocato. La mole degli altissimi edifici, il flusso delle macchine, i semafori, la folla che marciava sui marciapiedi, tutto gli era estraneo, inconsueto. La città gli era parsa un enorme meccanismo ammaestrato che ora s’immobilizzava al segnale rosso, ora ricominciava a muoversi col verde… Quante cose aveva visto la Russia in mille anni della sua storia. Negli anni sovietici poi, aveva veduto formidabili vittorie militari, grandiosi cantieri, nuove città, dighe che sbarravano il corso del Dnepr e della Volga, un canale che univa i mari, e possenti trattori, e grattacieli… Una cosa sola la Russia non aveva visto in mille anni: la libertà. [Tutto scorre…, V. Grossman, trad. G. Venturi, citazione pagine 58-59]

Un treno corre verso Mosca con il suo carico di esseri umani, pronti per essere scaricaricati nella capitale russa. Tra i passeggeri c’è anche Ivan Grigor’evic, che dopo quasi trent’anni di prigionia può assaporare nuovamente la libertà. Ivan Grigor’evic raggiunge la casa del cugino Nikolaj Andreevic, ma dopo così tanto tempo non si riconoscono quasi più.

I due cugini non potrebbero essere più diversi: Nikolaj è uno scienziato, ha conseguito un dottorato e ha un posto di lavoro di prestigio solamente perché ha sempre asservito e assecondato il potere come un vigliacco, votando consapevolmente contro degli innocenti che sono stati spediti nei lager della Siberia.

Ivan Grigor’evic, invece, è un uomo che sin da giovane non ha mai voluto piegarsi al potere, non ha mai voluto essere uno schiavo dello Stato, un automa, un uomo senza pensiero proprio e aveva difeso il diritto alla libertà, pagando queste affermazioni fatte durante un seminario di filosofia all’università con trent’anni di lavori forzati, nella gelida e insopitale Siberia.

Ivan Grigor’evic rifiuta l’invito di Nikolaj di fermarsi da lui a Mosca, si sposta a Leningrado dove incontra la persona che lo aveva denunciato, inizia a vagare prima per la città e poi spostandosi in periferia. Trova alloggio in affitto presso una donna di nome Anna Sergeeva, una vedova che lavora in una mensa e che si occupa del nipotino mentre suo figlio è lontano a servire l’esercito nelle truppe di riserva. Ivan Grigor’evic inizia a lavorare in un artel, una cooperativa di lavoro, ma i guadagni son molto bassi e il lavoro davvero duro, e spesso rievoca i ricordi dei lager e del lavoro nella Kolyma, in Siberia.

D’un tratto Ivan Grigor’evic rifletté: chissà, era quella magari la mia strada, il mio destino. Sì, con quei carri merci mi sono messo per via. Ed ecco, adesso il viaggio è finito. Quei ricordi del lager, che spesso si risvegliavano in lui senza un nesso specifico, lo tormentavano con la loro caoticità. Egli sentiva, ricordava che si può venire a capo del caos, che esistevano in lui le forze per farlo e che adesso, finita la strada del lager, era venuto il momento di vedere l’evidenza, di distinguere quali erano le regole in quel caos di sofferenze, quali le contraddizioni fra colpa e santa innocenza, tra il falso riconoscimento dei propri delitti e la devozione fanatica, tra l’assurdità dell’assassinio di milioni di persone innocenti e di gente devota al partito, e il ferreo significato di quegli assassinii. [Tutto scorre…, V. Grossman, trad. G. Venturi, citazione pagine 108]

Posso affermare senza tanti giri di parole che la lettura di “Tutto scorre…” di Grossman mi ha profondamente turbata ma nello stesso tempo ha rafforzato fermamente alcune mie convinzioni, che ora trovano fondamento nelle affermazioni di Grossman, giacché l’Unione Sovietica l’ha vissuta.

Se la grama realtà della privazione dei diritti umani fondamentali nei lager e nei gulag sovietici in Siberia la conoscevo già grazie ad altre letture, posso dire che sono rimasta fortemente sconvolta nell’apprendere che nello Stato socialista impediva gli scioperi ai lavoratori; lucrava sul lavoro dei miserabili (se un fabbro per una riparazione avrebbe preso 25 rubli, lavorando per lo Stato ne avrebbe percepiti 2, i restanti avrebbero ingrassato le casse sovietiche); e soprattutto tra gli anni Venti e Trenta lo Stato sovietico aveva confiscato le terre appartenenti ai kulaki, i contadini porprietari di terre, riducendoli alla miseria, alla fame e alla morte (e vi assicuro che i capitoli dedicati alla spiegazione della dekulakizzazione sono terribili da leggere, alla descrizione della morte dei bambini non mi ci abituerò mai).

Ci sono poi i capitoli dedicati all’ideale padre dell’Unione Sovietica, Lenin, e quelli che spiegano la presa di potere del “butterato figlio di un ciabattino di Gori“, il georgiano meglio noto con il suo soprannome inquietante, uomo d’acciaio, Stalin.

L’intolleranza, l’insistenza, l’irremovibilità di Lenin verso chi la pensava diversamente, il disprezzo per la libertà, il fanatismo della sua fede, la crudeltà verso i nemici – tutto quello che portò alla vittoria la causa di Lenin – è stato generato, forgiato negli abissi millenari della vita schiavistica russa, nella non-libertà russa. E’ questa la ragione per cui la vittoria di Lenin rese servizio alla non-libertà. [Tutto scorre…, V. Grossman, trad. G. Venturi, citazione pagine 201]

Come ho scritto nell’introduzione, la lettura del breve “Tutto scorre…” di Vasilij Grossman è una lettura imprescindibile per comprendere il Novecento. Non ci si può fare un’idea completa di cosa è stata l’Unione Sovietica se non si leggono libri come questo. Nelle scuole italiane si parla solo dei lager dove i tedeschi sterminavano senza pietà gli ebrei, mentre vengono quasi del tutto ignorati i lager siberiani dove i nemici dello Stato sovietico andavano a morire. E l’ignoranza dei lager siberiani è sbagliata, secondo me, perché come scrive Grossman “un cupo e tetro male snaturava la gente dei lager, cancellandone l’umanità” e questa affermazione vale per tutti i prigionieri, nessuno escluso.

Così come in Italia esiste – giustamente! – il reato di apologia del fascismo, esiste nel mondo il reato di apologia del comunismo e la costituzione dei partiti comunisti vigente nei seguenti Paesi: Estonia, Lettonia, Lituania, Bulgaria (dove il comunismo ha portato alla catastrofe nazionale) e Romania. Mentre esiste il reato di apologia del comunismo e dei suoi simboli nei seguenti Paesi: Polonia (dove vige anche il divieto di commercializzare e riprodurre simboli fascisti e totalitaristi anche attraverso Internet), Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria (valevole anche per i simboli fascisti e in generale i regimi totalitari del Novecento), Georgia e Ucraina (che mette sullo stesso piano i simboli nazisti e comunisti, accomunandoli con il loro carattere criminale).

Da una lettura come questa, io ne esco profondamente sconvolta e incredula: nella mia mente stridono i connubi “comunismo e libertà” e “fascismo e libertà“, perché in ogni dittatura – di qualsiasi orientamento politico – la libertà è la prima cosa che si sopprime per mantenere il regime del terrore.

Anna Politkovskaja | Proibito parlare

Il 7 ottobre 2006 la giornalista russa Anna Politkovskaja rincasava nel suo appartamento a Mosca dopo aver fatto la spesa; il tempo di entrare nell’androne del palazzo dove abitava ed ecco un lampo accecante, anzi tre: colpi di pistola sparati in modo ravvicinato. Il primo, è quello letale, gli altri sono un in più, il sicario doveva essere sicuro che il lavoro fosse andato a buon fine. Senza fretta, senza correre, l’uomo (o la donna?) si allontana dal luogo del delitto, lasciandosi dietro il cadavere di Anna Politkovskaja.

Titolo: Proibito parlare

L’autrice: Anna Politkovskaja (New York 1958 – Mosca 2006) è stata una giornalista e attivista per i diritti umani in Russia e in Cecenia. Ha lavorato per molti giornali, in particolare la Novaja Gazeta, unico giornale indipendente in Russia. I suoi reportage dettagliati e documentati le hanno valso molti premi. Dopo aver ricevuto minacce di morte, dopo essere stata arrestata, dopo un tentativi di avvelenamento fallito, Anna è stata uccisa per mano di ignoti il 7 ottobre 2006, giorno del compleanno di Vladimir Putin, da lei sempre aspramente criticato nei suoi articoli

Traduzione: Erika Casali, Martina Cocchini e Davide Girelli

Editore: Mondadori

Il mio voto: 4/5

Io vivo la mia vita e scrivo di ciò che vedo. Anna Politkovskaja

Proibito parlare è una raccolta di articoli scritti da Anna Politkovskaja e che abbracciano una serie di argomenti che vanno dalle guerre in Cecenia, all’assedio del Teatro Dubrovka a Mosca, fino alla mattanza di Beslan e infine alcuni articoli sulla Russia di oggi.

Anna Politkovskaja era una giornalista che aveva deciso di denunciare soprusi e violazioni dei diritti umani, senza mai nascondersi dietro l’anonimato, ma firmando sempre i suoi articoli; in prima linea assieme ai più deboli, Anna Politkovskaja intervistò molte persone nel corso della sua carriera e fu tra i negoziatori durante l’assedio del Teatro a Mosca. La Politkovskaja piaceva ai lettori della Novaja Gazeta, perché aveva uno stile forte, chiaro e diretto. Avendo vissuto sulla propria pelle queste storie, le sapeva rendere in modo preciso ed efficace. Il linguaggio scelto da Anna Politkovskaja era chiaro e rigoroso, adatto per essere compreso da tutti i tipi di lettori. Ma Anna Politkovskaja nel corso della sua carriera si era fatta più di un nemico, sia tra i russi che tra i ceceni.

La raccolta “Proibito parlare” è suddivisa in quattro parti. Analizzerò ogni parte mettendoci anche qualche mio commento personale.

Cecenia, tra dittatura e guerra

La prima parte della raccolta, raccoglie gli articoli sulle guerre tra Russia e Cecenia. La Cecenia è attualmente uno stato federato della Federazione russa, sembrerebbe uno stato autonomo, ma è solo una farsa: in Cecenia governa un dittatore. I russi non possono cedere l’indipendenza ai ceceni, per motivi puramente economici: in Cecenia vi sono interessanti riserve di gas e combustibili fossili. Ogni giorno in Cecenia i più elementari diritti umani vengono calpestati, ignorati, e la gente vive nella povertà più assoluta, senza avere nessun tipo di sussidio né dal governo ceceno né da quello russo. Chi può dalla Cecenia fugge, ma in Russia la vita del profugo ceceno è ancora peggio.

I militari di istanza in Cecenia si prendono ogni sorta di libertà sulla gente; questo comporta che senza preavviso possano venire a prelevare uomini per interrogarli o torturarli, oppure possano violentare le ragazze o possano dar fuoco alle proprietà della gente e addirittura sparare ai cani e ai gatti senza motivo. Anna Politkovskaja si è da sempre interessata a queste questioni e grazie ai suoi articoli forti e illuminanti, molte persone sono venute a conoscenza di queste drammatiche realtà.

Metti una sera a teatro (con il gas…)

Nella seconda parte, si parla della crisi del teatro Dubrovka. Mosca, 23 ottobre 2002, al teatro Dubrovka va in scena uno spettacolo ma durante l’intervallo un commando di 40 militanti armati ceceni entra nella sala e tiene in ostaggio e sotto tiro circa 850 spettatori. I terroristi ceceni rivendicavano la fedeltà ai separatisti ceceni e chiedevano l’immediato ritiro delle forze invasori russe dalla Cecenia, nonché la fine della seconda guerra cecena.

L’assedio dura oltre due giorni e si conclude con una mattanza causata dalle forze russe, che pompano un misterioso gas chimico all’interno dei condotti di areazione del Teatro, prima di fare irruzione nell’edificio. Ben 39 combattenti ceceni muoiono, ma con essi anche 129 ostaggi, asfissiati e uccisi dal misterioso gas. Molte altre persone hanno riportato danni e invalità permanenti. Tutti ovviamente hanno riportato danni psicologici notevoli.

Il misterioso gas usato dalla polizia speciale russa per stordire il commando ceceno è, con buone probabilità, Fenanyl un forse analgesico oppioide sintetico che in dosi elevate causa la morte immediata. Qualcuno sostiene addirittura che il composto chimico usato fosse gas nervino. La vicenda non è ancora stata del tutto chiarita.

Niente fiori, solo bottiglie d’acqua

La terza parte è dedicata agli articoli sulla strage di Beslan, la parte più breve ma più intensa. Mi chiedevo perché dopo la strage la gente portasse bottiglie d’acqua e non fiori. Non capivo che senso potesse avere. Beslan, solo sentire il nome di quella cittadina cecena mi fa accapponare la pelle.

1° settembre 2004, nella scuola n.1 di Beslan, nell’Ossezia del Nord, è il primo giorno di scuola. Ad accompagnare i bambini e i ragazzi ci sono amici e genitori, è in programma una bella giornata di festa. Ma quello che sta per succedere, cambierà la vita di centinaia di persone. Quello che sta per succedere è qualcosa di incredibilimente crudele e inimmaginabile.

Infatti, in mattinata, un gruppo di 32 ribelli fondamentalisti islamici e separatisti ceceni occupa la scuola n.1 e prende in ostaggio 1200 persone, tra adulti e bambini. Alcuni, riescono a scappare subito approfittanto della confusione iniziale, ma per molti quello è l’inizio di un incubo senza fine. L’assedio dura tre giorni, in quei giorni costantemente tenuti sotto tiro, bambini e adulti non possono mangiare né bere; il 3 settembre 2004 le forze speciali russe irrompono nella palestra della scuola n.1, dopo aver udito delle esplosioni, e inizia il massacro: muoiono 186 bambini, vi sono oltre 700 feriti.

Tra i sopravvissuti, la maggior parte dei bambini fu curata per ustioni, colpi da arma da fuoco, ferite dai detriti dei proiettili a frammentazione (proibiti!). Molti bambini persero occhi, arti, diventando così invalidi più o meno gravi. Anna Politkovskaja denunciò soprattutto l’incapacità del governo russo di dare assistenza psicologica adeguata a questa povera gente.

Oggi chi si reca nel grande cimitero di Beslan, non porta solo fiori, ma anche bottiglie d’acqua, perché i piccoli ostaggi non ne avevano ricevuta neppure una goccia.

Diritti umani negati: la Russia di oggi

Nella quarta ed ultima parte, ci sono alcuni articoli di Anna Politkovskaja in cui vengono raccontate storie di persone russe ai quali vengono negati o sono violati i diritti umani. Racconta così dei profughi ceceni in Russia, senza nessuna assistenza sanitaria, senza lavoro e senza copertura assicurativa. Si parla del drammatico caso di Denis, ancora oggi non del tutto chiarito: un ragazzo che una notte fu trovato riverso in strada e due sbirri credendolo un tossicodipendente, hanno accantonato vicino ai bidono dell’immondizia. Denis soccorso dalla gente del quartiere è stato portato in ospedale, ma qui per trentatré ore è stato lasciato in pronto soccorso, pensando che fosse solo sbronzo o drogato. Denis non era né sbronzo né drogato, ma era stato aggredito e qualcuno gli aveva sfondato il cranio. Da quelle drammatiche ore Denis riporterà invalità permanenti e un osteomielite cronica alle ossa del cranio.

Ma si parla anche delle truffe ai danni dei poveri orfani russi da parte dei loro stessi educatori, che si sono impossessati dei titoli di Stato che spettavano ai ragazzi per rifarsi una vita quando sarebbero diventati maggiorenni.

Insomma, il ritratto della Russia dei primi anni 2000 quando si pensava che ormai fosse diventata una democrazia, ma sotto sotto il cuore della dittatura pulsa ancora forte.

Torino | Avanguardia Russa Mostra Costakis

Per la prima volta in Italia, è stata inaugurata il 3 ottobre la Mostra Costakis, ospitata presso Palazzo Chiablese a Torino, e ci sarà tempo fino al 15 febbraio 2015 per ammirarla. Sono appassionata d’arte e sono sempre curiosa di vedere mostre che espongono opere di artisti che conosco poco o non conosco affatto: la Mostra Costakis mi è piaciuta moltissimo e ne sono rimasta entusiasta.

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Il manifesto della Mostra Avaguardia Russa all’esterno del Palazzo Chiablese (foto: Claudia)

Chi era George Costakis?

“Un giorno la gente avrà bisogno e imparerà ad apprezzare quest’arte”

George Costakis, figlio di emigranti greci nacque a Mosca nel 1913, fu l’autista dell’Ambasciata greca fino al 1940. Privo di istruzione artistica, Costakis era però dotato di un notevole gusto artistico e venendo in contatto con l’arte moderna russa, rimase fortemente colpito dalle opere degli artisti di quel tempo. Costakis riuscì ad acquistare molte opere dell’Avanguardia Russa, creando una collezione straordinaria che riuscì a salvarsi dalla distruzione ordinato dal regime dittatoriale russo. Fortemente convinto che “un giorno la gente avrà bisogno e impararerà ad apprezzare quest’arte”, la casa russa di Costakis negli anni ’60 e ’70 era un vero e proprio museo d’arte. Nel 1977 Costakis donò una parte della collezione alla galleria Tret’jakov di Mosca, mentre la restante parte – dopo la sua morte avvenuta ad Atene nel 1990 – fu acquistata dallo Stato greco e divenne parte del museo statale di arte moderna di Salonicco.

Le correnti artistiche del’Avanguardia Russa

Un po’ come Costakis, anche io sono a digiuno dallo studio delle Avanguardie Russe – dimenticate dai nostri programmi statali scolastici; come Costakis anche io mi sono affidata al mio istinto e al mio gusto artistico personale, quando con viva curiosità ho varcato l’ingresso alla mostra. Con la fedele Moleskine rossa e la penna biro, mi sono segnata le opere e gli artisti che mi hanno più colpita, per parlarne in questo articolo.

Nella prima sala si trovano gli esponenti di spicco del Nuovo impressionismo e del Simbolismo. All’inizio del Ventesimo secolo, gli artisti russi erano decisamente influenzati dall’arte di Parigi: il fauvismo, il primitivismo di Gauguin, il simbolismo, il cubismo di Cézanne e l’Orfismo. I russi, studiando gli artisti francesi, si avvicinano a quello che farà caposaldo della propria arte: il requisito essenziale per passare da una forma geometrica pura alla liberazione completa dell’oggetto (come vedremo in Nikrtin, espondente del Proiezionismo).

Nella seconda sala, si possono ammirare i Manifesti di propanga alla Prima Guerra Mondiale, tra essi senza dubbio spicca Aristarch Lentulov.

Nella sala terza, ritroviamo Ljubov Popova, una delle pittrici di spicco dell’Avanguardia Russa (sono sempre felice quando scopro una pittrice donna, perché nella Storia dell’arte sono così poche!); in questa sezione siamo ad un passaggio di ricerca per un nuovo linguaggio artistico e ne è un esempio “Ritratto cubo-futurista” (1915) proprio di Ljubov Popova.

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Ljubov Popova “Ritratto cubo futurista” (1914)

Un nuovo approccio alla natura si intravede nella quarta sala, dove prende piede tra gli artisti la Cultura organica, ovvero l’interpretazione realistica, non solo della realtà stessa, ma anche del microcosmo e del macrocosmo, teoria che quindi spiega come il tutto – compresi gli oggetti all’apparenza inanimati – “sono inclusi nel sistema rigidamente strutturato e governato da leggi, in movimento perpetuo secondo il proprio ritmo biologico.” Michail Matjušin è il creatore della teoria appena espressa.

Nella quinta sala di passaggio si possono leggere le poesie di Aleksej Krucenyoz dipinte da Olga Rozonova.

Il Suprematismo è la superiorità del colore e della forma, in sostituzione agli altri componenti: opere di questa corrente si possono ammirare nella sesta sala; fu Kazimir Malevič  uno degli artisti più versatili e radicali nel panorama dell’avanguardia russa: giungendo al cubo-futurismo e con l’influenza del “linguaggio sovra-logico” dei futuristi russi, sviluppò successivamente la sua teoria di pittura non-oggettiva, a cui diede il nome appunto di Suprematismo.

Nella settima sala, una delle più grandi, troviamo i dipinti degli esponenti dell’Istituto di Cultura arstica di Mosca (INChUK) che fu attiva solo per quattro anni, dal 1920 al 1924. Tra i suoi esponenti, Ivan Puni e Ljubov Popova.

Nell’ottava sala ecco una delle maggiori correnti artistiche delle Avanguardie Russe: il Costruttivismo. Una delle tendenze più importanti – che coincide anche con l’ultimo significativo delle Avanguardie – compare negli ’20. Alexej Gan, teorico del movimento, intende “creare nuove condizioni per la vita del popolo, come una nuova etica basata sulla creazione di forme e costruzioni semplici, logiche e funzionali.”

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Aleksandr Rodcenko “Pagliaccio Pierrot” (1919)

La luce artificiale è la protagonista indiscussa del progresso che avanza, dell’energia che scorre, della cultura della vita: è la protagonista della nona sala della Mostra Costakis. Gli esponenti che seguono l’Elettro-Organismo erano affascinati dal rappresentare la vita attraverso la luce. Secondo Kliment Red’ko “il successo delle arti visive dipende dal modo in cui l’individuo creativo reagisce ai risultati della scienza e della tecnologia contemporanee”. Le arti visive sono misurate in confronto con la velocità della luce e si possono ridurre alle caratteristiche dell’elettricità. E’ tutta questione di energia, la cultura della vita.

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Kliment Red’ko “Luminismo. Sviluppo sintetico della luce” (1923)

Il Cosmismo – quello che mi ha affascinato di più, sarà perché in quel periodo stavo leggendo “Cronache marziane” di R. Bradbury – è pittura spaziale che si interessa alla conquista dello spazio e allo studio dell’Universo. Il suo sviluppo deriva dalle visite di Ivan Kudriašev al laboratorio dell’ingegnere spaziale Kostantin Tsiol’kovksij: queste visite affascinarono l’artista al punto di sviluppare una nuova corrente artistica. Le composizioni di un altro artista, Ivan Kljum, Luce rossa, costruzione sferica, riflette perfettamente il fascino che i fenomeni cosmici, la conquista dello spazio e lo studio dell’Universo e astronomici esercitavano sull’Avanguardia Russa.

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Ivan Kljun “Senza titolo (Sfere nello spazio)” (1923)

L’undicesima sala ospita il Proiezionismo, con opere di Solomon Nikritin e Sergej Luciškin. Nikritin realizzò opere d’arte con materiali diversi da tela e carta, e la sua teoria era quella di formare l’immagine dell’opera direttamente nella mente dell’osservatore: la recezione dell’opera era un aspetto fondamentale sulla quale lavorò per tutta la vita.

L’oppressione del regime comunista

Sotto la dittatura di Stalin molti artisti che rappresentavano le Avanguardie Russe vengono esiliati, condannati, imprigionati e in alcuni casi addirittura giustiziati. Le arti ammesse dal regime stalinista potevano solo celebrare il dittatore o qualche eroe del passato, sempre autorizzato dal regime stesso; le Avanguardie erano sperimentazione, colore, forme: per Stalin l’arte doveva essere conforme alle regole di un regime oppressivo, dove il singolo viene sostituito dalla massa, dove la creatività viene sostituita dal conformismo, dove nessuno può manifestare la propria idea.

Se non fosse stato per la meticolosa pazienza di George Costakis e il suo istinto artistico, è probabile che delle Avanguardie Russe del primo Novecento non sarebbe rimasto nulla, o quasi. Le Avanguardie Russe mi hanno affascinata e interessata, trovo che ammirare quadri di questo genere non sia semplice e per alcuni quest’arte rappresenta “un qualcosa di incomprensibile”, se paragonato ad un Caravaggio o un Leonardo. Ma l’arte non è mai uguale a se stessa, è necessario che si evolva, che cambi, che muti. Le Avanguardie Russe permettono di aprire le nostre menti verso concetti rappresentati in modo complesso sulle tele. Ma una volta compresi, lasciano al visitatore la sensazione di aver ammirato una vera e propria opera d’arte.

Informazioni sulla Mostra Costakis

Rosa Liksom | Scompartimento n.6

Le motivazioni che mi spingono a leggere un romanzo piuttosto che un altro sono molteplici. Spesso vengo attratta dal titolo, a volte dalla copertina, intrigata dalla trama oppure interessata in funzione della nazionalità dell’autore. Nel caso di “Scompartimento n.6” sono stata incuriosita dalla trama, in particolar modo ero curiosa di capire come l’autrice finlandese Rosa Liksom riuscisse a mantenere alta l’attenzione del lettore, senza mai annoiare o cadere nel banale, descrivendo un “semplice” viaggio in treno.

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Titolo: Scompartimento n.6

L’autrice: Rosa Liksom, nome d’arte di Anni Ylavaara, nasce in Lapponia nel 1958. Ex punk, ex giramondo, oggi Rosa Liksom è una delle scrittici più originali e influenti della Finlandia. Dopo gli studi di antropologia tra Helsinki e Mosca, il mondo russo è entrato nei suoi racconti e nei suoi romanzi. Scompartimento n.6 ha vinto il Premio Finlandia, il più alto riconoscimento letterario in patria.

Editore: Iperborea

Il mio consiglio: per chi ama i viaggi in treno, l’inverno, la Russia, la poesia, la Storia

La ragazza tornò a rifugiarsi in corridoio. Il treno avanzava pulsando il suo ritmo regolare. Non lontano dalla ferrovia, un vecchio spalava neve dal tetto di una casa collassata su un fianco. Dietro la casa un torrente arrugginito serpeggiava nel candore della piana innevata fino a perdersi nell’ombra di un’estenuata foresta secolare. Presto la possente taiga avrebbe divorato tutto il resto. […] Immaginò quel paesaggio in estate, vide un prato giallo canarino, i contorni caldi e azzurrati della foresta, i boschi di betulle imporporati al tramonto, le ombre scure e fresche dei campi e una nuvoletta riccia. Alla fine si avvicinà controvoglia alla porta dello scompartimento e la dischiuse piano. Il russo era abbandonato sul suo letto come un animale morto.

Nel lungo racconto di Rosa Liksom ci sono solo due personaggi, che per due settimane devono convivere all’interno dello scompartimento n.6 del treno. L’uomo russo, Vadim, è un carpentiere russo che beve vodka come se fosse acqua, che viaggia da un posto all’altro della Grande Russia per lavorare; partito da Mosca con la Transiberiana, deve raggiungere un cantiere di lavoro a Ulan Bator, in Mongolia. La ragazza finlandese, della quale non viene mai detto il nome, è una studentessa di archeologia che si mette in viaggio per andare in Mongolia a vedere delle incisioni rupestri, ma anche per lasciarsi alle spalle un dolore sentimentale: Mitka, il suo ragazzo che si è finto pazzo per non andare a combattere in Afghanistan.

Compressi nello scompartimento e costretti a convivere fianco a fianco, il tempo viene ammazzato giocando a dama, bevendo, mangiando, dormento e parlando, anche se a parlare è solo Vadim. La ragazza ascolta senza mai intervenire nel discorso, senza mai manifestare una propria idea, una propria visione delle cose che la circondano.

Lo scompartimento è l’ambientazione del racconto, quello spazio chiuso e immobile che, se visto con un’ottica più ampia, è in realtà in perenne movimento perché il treno viaggia giorno e notte. Il racconto si svolge negli anni ’80, quando l’Unione Sovietica sta per sgretolarsi. Quell’immenso gigante che sin dagli anni ’20 incuteva timore all’Europa per la sua potenza, sta iniziando a perdere colpi e le proprie popolazioni iniziano a manifestare i disagi di un regime totalitario eccessivamente opprimente.

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La Ferrovia Circolare in prossimità di Angasolka (fonte: Francorov, CC BY-SA 3.0)

La Transiberiana è la protagonista del racconto, assieme al paesaggio siberiano e alle città attraversate. In alcune occasioni, il treno sosta in una città e Vadim e la ragazza possono sgranchirsi le gambe passeggiando. Le città sono descritte magistralmente: gli odori, i colori, il degrado, le genti, i tramonti, i suoni, gli alberi, la neve. Ad un lettore che come me non è mai stato in Russia, la potente scrittura di Rosa Liksom fa sì che questi paesaggi entrino nel cuore di chi sta leggendo la frase.

Ad una ad una sfilano le città industriali, quelle città nate nel nulla attorno ad un pozzo petrolifero o ad una miniera di qualche prezioso elemento; sfilano le foreste, immense, innevate, immobili; si susseguono albe e tramonti, che fanno fiammeggiare la neve, che la colorano con romantiche tonalità e gradazioni che l’occhio umano non riesce neppure a cogliere.

Il treno corre lungo i binari di ferro come i pensieri dell’uomo russo e della ragazza finlandese corrono senza un ordine preciso; all’interno della narrazione, spesso la Liksom introduce i ricordi della ragazza come dei piccoli flashback, ma questi non disturbano la lettura, anzi: sembra ancora più reale, mi sono sentita ancora di più immersa nel racconto. Chi viaggia in treno lo sa bene: quante volte guardando fuori dal finestrino, un colore, un oggetto, un soggetto che vediamo ci fanno venire in mente qualcosa del nostro passato.

Il treno avanza pulsando attraverso il paese innevato, deserto. Tutto è in movimento: la neve, l’acqua, l’aria, gli alberi, le nuvole, il vento, le città, i villaggi, gli uomini e i pensieri.

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Foresta vicino a Akademgorodok, Oblast Novosibirsk (fonte: Pather alexiy, CC BY-SA 4.0)

Rosa Liksom descrive così bene la Transiberiana, la Siberia, le città, i sentimenti dei viaggiatori perché nel 1986 fece un viaggio da Mosca a Ulan Bator, un viaggio senza dubbio formativo e illuminante per chi vuole conoscere il mondo, le culture lontane dalla nostra e vuole vedere dei paesaggi differenti.

Scompatimento n.6” è un libro bellissimo, intenso, evocativo, che vi farà innamorare della Siberia, dei suoi paesaggi, dei suoi colori, delle sue città; vi farà innamorare dell’ex-Unione Sovietica, delle sue genti, della varietà dei popoli, culture, lingue e dialetti. Un viaggio sulla Transiberiana per noi occidentali credo che sia un’esperienza magnifica, anche se molto difficile per chi come noi è abituato a tutte le comodità. Per chi pensa di non poter sopportare un viaggio del genere, Rosa Liksom ci regala tutte queste emozioni in “Scompartimento n.6“, un libro da leggere per chi ama i treni, i viaggi, l’inverno e la Russia.