Marco Truzzi | Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere

I reportage che si occupano di approfondire il nostro tempo interessano molto: non conosciamo tutto del mondo che ci circonda, ma possiamo informarci per imparare qualcosa di più. “Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere” di Marco Truzzi (fotografie di Ivano Di Maria, Exòrma edizioni, 158 pagine, 14.50 €) è uno di quei libri brevi, ma intensi, che aprono gli occhi su situazioni che spesso si tende ad ignorare.

Gli anni seguiti alla caduta del muro di Berlino, nel 1989, sembravano indicare una prospettiva, il riconoscimento dei diritti umani e un’Europa più inclusiva e solidale. Eppure ci troviamo oggi a fronteggiare il ritorno di istanze nazionaliste, protezionistiche, separatiste; intolleranza e spinte xenofobe, divaricazione della forbice nella distribuzione della ricchezza, economia interna a due velocità, crisi dei modelli delle politiche sociali. Cosa succede sulle frontiere? Che significato hanno oggi? Dove sono? E dove siamo noi? Quali fossili culturali si incontrano andando per confini? [Marco Truzzi, Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere]

Il giornalista Marco Truzzi e il fotografo Ivano Di Maria intraprendono un viaggio attraverso l’Europa alla ricerca di vecchi confini. L’idea di partenza è quella di raccontare, documentare e fotografare gli ex-confini tra gli Stati europei prima dell’avvento di Schengen, ma durante i primi viaggi entrambi si rendono conto che non si può parlare di confini caduti perché stiamo vivendo anni in cui i confini vengono anzi rimarcati in modo violento.

L’autore e il fotografo decidono quindi di viaggiare in Europa scegliendo di raccontare i luoghi dove vengono eretti muri, fili spinati, griglie, dove la polizia grida alla gente di stare indietro, di andarsene, lanciando lacrimogeni e spesso usando la violenza.

Il reportage di Truzzi, accompagnato dalle fotografie di Ivano Di Maria, inizia da Ceuta l’enclave spagnola che si trova in Africa; quanti disperati ogni giorno giungono al confine, ma non per entrare in Spagna, bensì per contrabbandare merci marocchine da vendere sul suolo spagnolo.

Giungono a Basilea, città svizzera dove si intrecciano tre confini nazionali; l’autore e il fotografo proseguono verso il Nord Europa, dalla Danimarca alla Svezia correndo in auto sul ponte dell’Øresund, un ponte che in teoria unisce due nazioni ma in sostanza no, poiché anche in Nord Europa i due italiani scopriranno quanto razzismo si annida tra le genti nordiche.

Quindi attraversano quelli che furono i confini della ex-Jugoslavia, infine fanno tappa a Ventimiglia e poi a Calais e infine a Idomeni, tutti luoghi tristemente noti per gli episodi di chiusura totale dei confini. A Ventimiglia gente accampata sugli scogli; a Calais nella “giungla” fatta di baracche e tende senz’acqua e senza luce; e Idomeni dove i tantissimi bambini giocano nella polvere mentre la polizia greca e quella macedone sparano proiettili di gomma ad altezza d’uomo.

È l’inferno. E in mezzo all’inferno, lì, seduta per terra, con un carrarmato alle spalle, mentre gli altri gridano e scalciano e corrono via e urlano ancora più forte, lì in mezzo una bimba gioca con alcuni rametti. Ivano allunga la mano, ma lei non si muove e lo guarda. Vuole solo giocare. Sono soltanto pochi secondi, che a lui sembrano un’eternità. E in quel tempo sospeso non ci sono più fotografie da fare, un progetto da raccontare, confini da descrivere. C’è solo la voglia di dire adesso ti prendo e ti porto via, lontano da qui, dove ci sono altri giochi da fare, dove ci sono la scuola e un compito e magari un cartone animato da guardare prima di andare a letto [Marco Truzzi, Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere]

I confini mi hanno sempre affascinata, perché in Europa posso attraversali in modo libero, senza controllo: dalla Grecia all’Estonia, nessuna autoritù mi ha chiesto di esibire i documenti. Questa è sempre stata la mia idea di Europa, un luogo accogliente dove poter girovagare liberamente e imparare frammenti della cultura del Vecchio Continente.

Logicamente, il controllo sugli extraeuropei va fatto, anche se non tutti avranno i documenti, dopo certi viaggi per mare o nel deserto… La soluzione, in ogni caso, non può essere quella di intrappolare, per settimane, mesi o addirittura anni, queste persone in campi profughi come Calais o Idomeni o peggio sugli scogli di Ventimiglia, e le ONG o i civili non possono sobbarcarsi tutte le responsabilità che spetterebbero ai governi europei.

L’autore e il fotografo come ultima tappa si prefiggono una visita ad Auschwitz, uno dei luoghi dove la follia razzista ha generato un vero e proprio inferno in terra. Auschwitz, come altri campi di prigionia e sterminio non solo nazista, dovrebbero semplicemente essere lì per ricordarci gli errori del passato, ma sempre di più al giorno d’oggi si sentono cose del tipo “riapriamo i lager“.

Sono cose che mi inquietano perché significa che il germe dell’odio e del razzismo non si sono estinti, ma sono scintille pronte a prendere fuoco. Inge, la donna svedese incontrata da Marco Truzzi e Ivano Di Maria, ne è un esempio: lei sostiene che la gente dovrebbe semplicemente stare a casa propria. Certo, se si abita in Svezia in una casa calda e con una cospicua pensione perché no?, anch’io starei a casa mia. Diversamente, se non si ha più una casa perché bombardata oppure se i militari hanno ucciso tutta la famiglia o se semplicemente quello che dovrebbe essere il mio Paese non mi rappresenta più. Perché dovrei restare, se non è più casa mia?

La direzione che ha preso l’Europa in questi ultimi anni non è in linea con i propri principi, con le idee originali che hanno permesso la stessa creazione dell’Unione Europea. Se la tendenza non verrà invertita, idee razziste e cruente prenderanno sempre più piede, assieme a populismo di vario genere, e si tenderà a diventare sempre più chiusi e a curare solo il proprio giardino, senza pensare che magari un giorno – in un futuro nemmeno troppo lontano – potremmo essere proprio noi a dovercene andare dal nostro Paese e a subire un’accoglienza tutt’altro che festosa.

Il giorno dopo a Idomeni arrivano quelli di Alba Dorata a far casino. Arrivano in massa da Salonicco. Un tempo, Salonicco si chiamava Tessalonica. San Paolo scrisse ai Tessalonicesi due lettere. La prima è considerata la parte più antica del Nuovo Testamento. Parlava di carità [Marco Truzzi, Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere]

Titolo: Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere
L’Autore: Marco Truzzi
Fotografie: Ivano Di Maria
Editore: Exòrma editore
Perché leggerlo: per aprire gli occhi sulla realtà che stiamo vivendo, per farsi un’idea su cosa stia diventando l’Europa e su cosa potremmo fare noi per invertire questa tendenza

Anna Politkovskaja | Proibito parlare

Il 7 ottobre 2006 la giornalista russa Anna Politkovskaja rincasava nel suo appartamento a Mosca dopo aver fatto la spesa; il tempo di entrare nell’androne del palazzo dove abitava ed ecco un lampo accecante, anzi tre: colpi di pistola sparati in modo ravvicinato. Il primo, è quello letale, gli altri sono un in più, il sicario doveva essere sicuro che il lavoro fosse andato a buon fine. Senza fretta, senza correre, l’uomo (o la donna?) si allontana dal luogo del delitto, lasciandosi dietro il cadavere di Anna Politkovskaja.

Titolo: Proibito parlare

L’autrice: Anna Politkovskaja (New York 1958 – Mosca 2006) è stata una giornalista e attivista per i diritti umani in Russia e in Cecenia. Ha lavorato per molti giornali, in particolare la Novaja Gazeta, unico giornale indipendente in Russia. I suoi reportage dettagliati e documentati le hanno valso molti premi. Dopo aver ricevuto minacce di morte, dopo essere stata arrestata, dopo un tentativi di avvelenamento fallito, Anna è stata uccisa per mano di ignoti il 7 ottobre 2006, giorno del compleanno di Vladimir Putin, da lei sempre aspramente criticato nei suoi articoli

Traduzione: Erika Casali, Martina Cocchini e Davide Girelli

Editore: Mondadori

Il mio voto: 4/5

Io vivo la mia vita e scrivo di ciò che vedo. Anna Politkovskaja

Proibito parlare è una raccolta di articoli scritti da Anna Politkovskaja e che abbracciano una serie di argomenti che vanno dalle guerre in Cecenia, all’assedio del Teatro Dubrovka a Mosca, fino alla mattanza di Beslan e infine alcuni articoli sulla Russia di oggi.

Anna Politkovskaja era una giornalista che aveva deciso di denunciare soprusi e violazioni dei diritti umani, senza mai nascondersi dietro l’anonimato, ma firmando sempre i suoi articoli; in prima linea assieme ai più deboli, Anna Politkovskaja intervistò molte persone nel corso della sua carriera e fu tra i negoziatori durante l’assedio del Teatro a Mosca. La Politkovskaja piaceva ai lettori della Novaja Gazeta, perché aveva uno stile forte, chiaro e diretto. Avendo vissuto sulla propria pelle queste storie, le sapeva rendere in modo preciso ed efficace. Il linguaggio scelto da Anna Politkovskaja era chiaro e rigoroso, adatto per essere compreso da tutti i tipi di lettori. Ma Anna Politkovskaja nel corso della sua carriera si era fatta più di un nemico, sia tra i russi che tra i ceceni.

La raccolta “Proibito parlare” è suddivisa in quattro parti. Analizzerò ogni parte mettendoci anche qualche mio commento personale.

Cecenia, tra dittatura e guerra

La prima parte della raccolta, raccoglie gli articoli sulle guerre tra Russia e Cecenia. La Cecenia è attualmente uno stato federato della Federazione russa, sembrerebbe uno stato autonomo, ma è solo una farsa: in Cecenia governa un dittatore. I russi non possono cedere l’indipendenza ai ceceni, per motivi puramente economici: in Cecenia vi sono interessanti riserve di gas e combustibili fossili. Ogni giorno in Cecenia i più elementari diritti umani vengono calpestati, ignorati, e la gente vive nella povertà più assoluta, senza avere nessun tipo di sussidio né dal governo ceceno né da quello russo. Chi può dalla Cecenia fugge, ma in Russia la vita del profugo ceceno è ancora peggio.

I militari di istanza in Cecenia si prendono ogni sorta di libertà sulla gente; questo comporta che senza preavviso possano venire a prelevare uomini per interrogarli o torturarli, oppure possano violentare le ragazze o possano dar fuoco alle proprietà della gente e addirittura sparare ai cani e ai gatti senza motivo. Anna Politkovskaja si è da sempre interessata a queste questioni e grazie ai suoi articoli forti e illuminanti, molte persone sono venute a conoscenza di queste drammatiche realtà.

Metti una sera a teatro (con il gas…)

Nella seconda parte, si parla della crisi del teatro Dubrovka. Mosca, 23 ottobre 2002, al teatro Dubrovka va in scena uno spettacolo ma durante l’intervallo un commando di 40 militanti armati ceceni entra nella sala e tiene in ostaggio e sotto tiro circa 850 spettatori. I terroristi ceceni rivendicavano la fedeltà ai separatisti ceceni e chiedevano l’immediato ritiro delle forze invasori russe dalla Cecenia, nonché la fine della seconda guerra cecena.

L’assedio dura oltre due giorni e si conclude con una mattanza causata dalle forze russe, che pompano un misterioso gas chimico all’interno dei condotti di areazione del Teatro, prima di fare irruzione nell’edificio. Ben 39 combattenti ceceni muoiono, ma con essi anche 129 ostaggi, asfissiati e uccisi dal misterioso gas. Molte altre persone hanno riportato danni e invalità permanenti. Tutti ovviamente hanno riportato danni psicologici notevoli.

Il misterioso gas usato dalla polizia speciale russa per stordire il commando ceceno è, con buone probabilità, Fenanyl un forse analgesico oppioide sintetico che in dosi elevate causa la morte immediata. Qualcuno sostiene addirittura che il composto chimico usato fosse gas nervino. La vicenda non è ancora stata del tutto chiarita.

Niente fiori, solo bottiglie d’acqua

La terza parte è dedicata agli articoli sulla strage di Beslan, la parte più breve ma più intensa. Mi chiedevo perché dopo la strage la gente portasse bottiglie d’acqua e non fiori. Non capivo che senso potesse avere. Beslan, solo sentire il nome di quella cittadina cecena mi fa accapponare la pelle.

1° settembre 2004, nella scuola n.1 di Beslan, nell’Ossezia del Nord, è il primo giorno di scuola. Ad accompagnare i bambini e i ragazzi ci sono amici e genitori, è in programma una bella giornata di festa. Ma quello che sta per succedere, cambierà la vita di centinaia di persone. Quello che sta per succedere è qualcosa di incredibilimente crudele e inimmaginabile.

Infatti, in mattinata, un gruppo di 32 ribelli fondamentalisti islamici e separatisti ceceni occupa la scuola n.1 e prende in ostaggio 1200 persone, tra adulti e bambini. Alcuni, riescono a scappare subito approfittanto della confusione iniziale, ma per molti quello è l’inizio di un incubo senza fine. L’assedio dura tre giorni, in quei giorni costantemente tenuti sotto tiro, bambini e adulti non possono mangiare né bere; il 3 settembre 2004 le forze speciali russe irrompono nella palestra della scuola n.1, dopo aver udito delle esplosioni, e inizia il massacro: muoiono 186 bambini, vi sono oltre 700 feriti.

Tra i sopravvissuti, la maggior parte dei bambini fu curata per ustioni, colpi da arma da fuoco, ferite dai detriti dei proiettili a frammentazione (proibiti!). Molti bambini persero occhi, arti, diventando così invalidi più o meno gravi. Anna Politkovskaja denunciò soprattutto l’incapacità del governo russo di dare assistenza psicologica adeguata a questa povera gente.

Oggi chi si reca nel grande cimitero di Beslan, non porta solo fiori, ma anche bottiglie d’acqua, perché i piccoli ostaggi non ne avevano ricevuta neppure una goccia.

Diritti umani negati: la Russia di oggi

Nella quarta ed ultima parte, ci sono alcuni articoli di Anna Politkovskaja in cui vengono raccontate storie di persone russe ai quali vengono negati o sono violati i diritti umani. Racconta così dei profughi ceceni in Russia, senza nessuna assistenza sanitaria, senza lavoro e senza copertura assicurativa. Si parla del drammatico caso di Denis, ancora oggi non del tutto chiarito: un ragazzo che una notte fu trovato riverso in strada e due sbirri credendolo un tossicodipendente, hanno accantonato vicino ai bidono dell’immondizia. Denis soccorso dalla gente del quartiere è stato portato in ospedale, ma qui per trentatré ore è stato lasciato in pronto soccorso, pensando che fosse solo sbronzo o drogato. Denis non era né sbronzo né drogato, ma era stato aggredito e qualcuno gli aveva sfondato il cranio. Da quelle drammatiche ore Denis riporterà invalità permanenti e un osteomielite cronica alle ossa del cranio.

Ma si parla anche delle truffe ai danni dei poveri orfani russi da parte dei loro stessi educatori, che si sono impossessati dei titoli di Stato che spettavano ai ragazzi per rifarsi una vita quando sarebbero diventati maggiorenni.

Insomma, il ritratto della Russia dei primi anni 2000 quando si pensava che ormai fosse diventata una democrazia, ma sotto sotto il cuore della dittatura pulsa ancora forte.

Torino | Portici di Carta 8^ Edizione

All’indomani della conclusione dell’8^ edizione di Portici di Carta è tempo di bilanci: in due giorni il centro di Torino è stato letteralmente invaso da circa 10.000 persone che hanno passeggiato sotto i portici di Via Roma, seguendo l’allestimento di quella che è la libreria all’aperto più lunga del mondo.

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Che cos’è Portici di Carta?

Portici di Carta è un evento collaterale del Salone Internazionale del Libro, promosso dalla Città di Torino e Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura, realizzato con il sostegno di Regione Piemonte, Camera di Commercio di Torino, Fondazione CRT.

Nel week end del 4-5 ottobre 2014, i portici delle centralissime Via Roma, Piazza San Carlo e Piazza Carlo Felice si sono trasformate in una liberia lunga oltre due chilometri. Un percorso attraverso diciannove Vie del Libro, oltre cento liberie grandi e piccole, indipendenti o a catena, generaliste o specializzate. Tra le due chiese di Piazza San Carlo, è tornata la Via del Gusto, con alcuni maîtres chocolatier torinesi e piemontesi, che hanno presentato le loro creazioni.

Giunta all’ottava edizione, Portici di Carta ha riscosso un ottimo successo, confermando Torino come Capitale del Libro e come città che sostiene il rispetto al mondo della letteratura e della lettura.

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Come sono andate le vendite a Torino?

Come per la partecipazione, anche le complessive vendite forniscono dati positivi: alla libreria internazionale Luxemburg gli acquirenti sono rimasti fino in tarda serata per acquistare le copie di “Fall out the stars”; grande successo per i libri di Giorgio Faletti, autore piemontese scomparso di recente; ottime vendite per il nuovo volume del piemontese Enrico Camanni (che sabato alle 11.00 ha incontrato i suoi lettori); interessante anche i dati che arrivano dai librai che affermano una crescita nella vendita dei titoli che hanno come soggetto la storia e la cultura della città di Torino (a conferma del fatto che negli ultimi anni i turisti sono di gran lunga aumentati, nella piccola Capitale del Libro).

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Portici di Carta e i Social!

La diffusione dell’uso dei social network ha interessato anche Portici di Carta: tantissime le condivisioni di foto e video su Facebook e Twitter.

Gli utenti unici del sito sono stati, in solo una settimana dal lancio, 3.120 con 11.314 visualizzazioni di pagina. La timeline della pagina Facebook di Portici già da settimane prima della manifestazione è stata la bacheca elettronica dove condividere news, foto e commenti: dal 15 settembre (data di inizio della comunicazione mirata per #portici14) i «mi piace» sono passati da poco più di 600 ai quasi 2.300 a fine manifestazione, generando oltre 9.000 interazioni spontanee (condivisioni, commenti e like sui singoli post). Tutti gli eventi in programma sono stati seguiti in diretta multimediale con foto, commenti e post specifici sulla pagina Fb; su Twitter l’hashtag #portici14 ha generato un traffico di 320 tweet in due giorni, contro i 240 dell’anno scorso, visualizzati da circa 5000 account (fonte: http://www.porticidicarta.it).

Come sempre mi succede, tra uno scatto e una riflessione, ho acquistato un romanzo e una guida di viaggio. Il romanzo mi è stato consigliato da un’amica che afferma che “Un albero cresce a Brooklyn” di Betty Smith è il suo romanzo del cuore. Spero di portarlo nel cuore anche io. La guida di viaggio è dedicata ad una città che visiterò tra qualche mese… per ora un po’ di suspanse ma sappiate che le mie letture nei prossimi mesi saranno incentrate su questa città e sugli scrittori ai quali ha dato i natali…!

…. Se vuoi vedere l’intera Gallery di Portici di Carta 8^ Edizione passa sulla mia Pagina Facebook Il giro del mondo attraverso i libri!

 

Dominique Lapierre | C’era una volta l’URSS

“Arcipelago gulag” è un libro che vorrei leggere ma la sua mole mi spaventa parecchio. Cercando su Internet consigli per leggere libri ambientati in Russia dopo la II Guerra Mondiale, trovo questo reportage di Dominique Lapierre, famoso giornalista di Paris Match. In biblioteca ne hanno una copia e in poche ore lo divoro, letteralmente. Le fantastiche avventure di queste due coppie di francesi in giro per le dissestate strade sovietiche mi hanno coinvolta ed emozionata moltissimo.

Titolo: C’era una volta l’URSS

L’autore: Dominque Lapierre è un giornalista francese che da sempre percorre le strade del mondo per lanciarsi in aiuto dei più poveri.

Editore: Il Saggiatore

Il mio consiglio: leggetelo, sopratutto se siete ragazzi giovani e a scuola non siete arrivati a studiare oltre il 1945

Non ci siamo mai posti il problema che piacessero o non ci piacessero la Russia e il suo regime. Queste pagine raccontano con assoluta obiettività la vita dei cittadini russi che ci hanno accolti spontaneamente, spalancandoci le porte, lungo i tredicimila chilometri di strada che non appartenevano né all’inferno né al paradiso, ma alla storia degli uomini.

Due ragazzi francesi, un reporter e un fotografo, ottengono nell’estate del 1956 il permesso di entrare in URSS per realizzare una serie di articoli giornalistici, reportage e interviste. Chruscev ha appena sconvolto il mondo annunciando i crimini commessi dall’uomo d’acciaio, Stalin, durante il suo regime e il nuovo governatore dell’URSS firma i visti per far entrare i due francesi accompagnati dalle loro consorti. Inizia così un viaggio lungo tre mesi percorrendo circa 13.000 km con una raffinata autovettura americana – la Simca Maryl – che si vedrà incrostare i cilindri dallo scadente carburante sovietico; i francesi vengono accompagnati, durante il loro lungo viaggio, da una coppia di giovani ragazzi sovietici: Slava, un reporter della Pravda, e sua moglie Vera, una bella insegnante di musica.

Lapierre e Pedrazzini documentano e fotografano ogni loro avventura; conducono interessanti interviste ai figli del partito; viaggiano attraverso le città principali (Brest-Litovsk, Minks, Mosca, Charkov, Rostov, Jalta, Krasnodar, Soci, Gori e Tiflis) incontrando operai, contadini, studenti tutti gentilissimi e curiosi di conoscere questi bislacchi francesi. Lungo i 13.000 chilometri non saranno poche le difficoltà che la macchina capitalista dovrà affrontare: la benzina, ad esempio, sarà un loro incubo costante. I sovietici infatti non possiedono automobili private, si spostano su grandi camion o sui tram pubblici per cui in URSS le stazioni con la benzina raffinata sono pochissime. Inoltre, nei lunghi tragitti in mezzo al nulla tra una città e l’altra, Dominique e Jean-Pierre dovranno arraggiare la loro Simca Maryl come macchina anfibia per guadare i torrenti impetuosi, poiché non esistono ponti.

Ciò che emerge dal reportage è la fotografia di un popolo immenso, con radici culturali molto diverse (dai contadini della Georgia ai cittadini di Mosca), tutti uniti sotto la falce e il martello. Torreggiano statue di Lenin e Stalin con i pugni alzati in aria e lo sguardo fiero; campeggiano scritte che osannano il lavoro, la fatica, lo sforzo e parlano soprattutto di pace (magari a pochi km si svolgono i tes nucleari).

L’immagine è quella di un paese che vive o cerca di vivere in quella che dall’esterno tutti ammirano come il paese delle libertà, ma in realtà a me puzza più di prigione. I cittadini sovietici hanno di fatto parecchi divieti: uno su tutti quello di non poter uscire dai confini dell’URSS. Poi non possono leggere quotidiani stranieri, le loro primitive tv trasmettono solo un canale, quello ufficiale e le notizie sono accuratamente filtrate dal Partito. I russi possono andare al mare, il Mar Nero è una famosa località balneare, ma le guardie pattugliano le acque territoriali affinché nessun bagnante o natate cerchi di avvicinarsi alla Turchia.

E’ però sorprendente che quasi nessun cittadino sovietico si lamenta con i francesi; benché vivano in alloggi di 18 m quadrati in cinque o sei, dividendo bagni e cucine con altri cittadini, essi preparano lauti banchetti per i giornalisti e le loro mogli. C’è però chi si lamenta, dicendo una frase che mi ha colpita in  modo particolare: “Anziché dire ‘Va all’inferno!’ bisognerebbe dire ‘Va in Unione Sovietica!’.

Oggi ho visto una signora alla quale piace molto leggere; mi ha chiesto cosa stavo leggendo io, sapendo che amo leggere. Le ho risposto con toni entusiastici che avevo appena terminato “C’era una volta l’URSS”. Le ho raccontato alcune cose che mi avevano colpita in modo particolare; lei, annuendo, mi ha detto: “Questi sono libri che dovreste leggere voi giovani per capire meglio la Storia”.

Romesh Gunesekera | La luna del pesce monaco

Quanto ho tribolato per entrare in possesso di questa raccolta di racconti. Volendo fare il giro del mondo attraverso i libri, mi sono ritrovata a cercare autori singalesi e un testo che mi ispirava era ‘La luna del pesce monaco’ di Romesh Gunesekera; Feltrinelli non lo ristampa da anni e l’unica possibilità di poterlo leggere era trovarlo in biblioteca. Solo una biblioteca del circuito che frequento di solito ce l’aveva, ma essendo una città distante, avrei speso più di carburante che quello che valeva il libro. Che fare? Comprarlo usato, visto che nessuno dei miei amici ce lo aveva (“Gunese…kecosa?? Mai sentito, ma che ti leggi?!”). Così lo compro usato sul Libraccio; 13 giorni di attesa e ‘La luna del pesce monaco’ è con me.

Titolo: La luna del pesce monaco

L’autore: Romesh Gunesekera è nato a Colombo nel 1954, ha vissuto tra lo Sri Lanka e le Filippine prima di trasferirsi in Inghilterra. ‘La luna del pesce monaco’ è il suo primo libro, una raccolta di racconti. Con “Barriera di coralli” (ed. italiana Feltrinelli) ha vinto il Booker Prize

Editore: Feltrinelli (fuori stampa, la mia è un’edizione del 1994)

Il mio consiglio: è un buon punto di partenza per conoscere Gunesekera

 

Un’isola sperduta in mezzo all’Oceano Indiano, una terra con una forma simile ad una lacrima: questa è l’isola di Sri Lanka, la vecchia Ceylon. Dove i paesaggi sembrano paradisi, dove gli elefanti pascolano dei grandi parchi nazionali e i Budda riposano nelle grotte sotterranee. Un’isola che non è, però, solo un paradiso di spiagge impalpabili e mari cristallini; ma un’isola che è stata il teatro di cruente battaglie sia per l’indipendenza, sia per la conquista del potere tra due gruppi etnici, i singalesi e i tamil.

Nei nove racconti raccolti in ‘La luna del pesce monaco”, Gunesekera indaga ogni punto della sua isola, inscenando dialoghi e situazioni che incuriosiscono il lettore a scoprire di più della storia del suo Paese. I racconti abbracciano un arco temporale che va dall’indipendenza dall’Inghilterra del 1948 fino alla guerra civile tra singalesi e tamil.

I personaggi di Gunesekera sono in bilico tra la speranza di un nuovo Paese e la tristezza amara della sconfitta; i governi si alternano, gli atti terroristici proseguono; negozi incendiati, bombe sulle spiagge, attentati, rapimenti e omicidi; fiumi che si tingono di rosso, tanto è il sangue che scorre. Gunesekera ce lo descrive con un tono asciutto ma cruento, ecco una citazione:

Il sole era caldo. CK ripercorreva tutte le tappe del proprio sogno. Ma di lì a due mesi l’intera isola sarebbe stata avvolta dalle fiamme: e la costa orientale, così come il nord, si sarebbe trasformata in un campo di battaglia infuocato. La spiaggia di CK minata, mitragliata, bombardata, devastata, la macchia della zona arida – madre terra contesa – divelta, incendiata, esumata. La carneficina a Colombo, i massacri a Vavuniya, la battaglia del Passo dell’Elefante erano ancora di là da venire. Quel giorno di metà maggio, nel cuore di Londra, non potevamo saperlo.

Ci sono personaggi che vogliono tornare in Sri Lanka, dopo aver trascorso molto tempo all’estero, in India o in Inghilterra; ci sono personaggi che vogliono scappare dallo Sri Lanka, non ne possono più della guerra e dell’odio che affligge quel paradiso. C’è voglia di rinascita, l’isola è magnifica, potrebbe attirare il turismo internazionale, se fosse più stabile dal punto di vista politico; c’è voglia di costruire case, palazzi, alberghi e pensioni. C’è voglia di vivere, in quell’isola che assomiglia ad una lacrima, la lacrima dell’India; la lacrima di tristezza, mai di gioia.

Nei nove racconti Gunesekera ci racconta tutto ciò che c’è di positivo, sulla sua isola, parlandoci delle bellezze naturalistiche e archeologiche; ma non si risparmia le tensioni forti e violente tra i gruppi opposti.

I racconti sono brevi, ma intensi, scorrevoli ma complessi; non è necessario conoscere tutta la storia dell’isola per capire gli eventi, che fanno da sfondo ai racconti. Mi piacerebbe leggere anche ‘Barriera di coralli’, ma temo che anche quello sarà difficile da reperire. E’ un peccato che un libro così bello e così intenso non venga più stampato.

Wojciech Tochman | Come se mangiassi pietre

Mentre i serbi massacravano i mussulmani bosniaci a Srebrenica, senza che l’ONU opponesse resistenza, io frequentavo le scuole elementari e le lezioni di pianoforte. Un giorno arrivai a lezione e, oltre ai miei compagni di pianoforte, c’erano dei ragazzi molto più grandi. Non parlavano l’italiano, ma uno di loro sapeva suonare benissimo il pianoforte.

Il maestro disse a noi bambini che questi ragazzi arrivavano da lontano, dalla Jugoslavia, ed erano arrivati qui perché nel loro Paese c’era la guerra. Non so se oggi quei ragazzi siano ancora in Italia, o siano tornati a casa loro alla fine della guerra o siano andati a vivere in un altro Paese europeo. Di loro ricordo solo solo il ragazzo che suonava benissimo il pianoforte: capelli scuri tagliati a spazzola e occhi azzurri, chiarissimi. Pensavo che suonava così bene il pianoforte, musica classica tutta a memoria, non guardava mai lo spartito. Pensavo che era così bravo e volevo diventare come lui.

Titolo: Come se mangiassi pietre

L’autore: Wojciech Tochman nato a Cracovia nel 1969 è un noto giornalista e scrittore polacco. Il reportage Come se mangiassi pietre è il primo di una serie di progetti che si propongono di analizzare e illustrare le devastanti conseguenze sociali della violenza bellica, dai genocidi ai crimini di guerra. Oltre questo reportage, ha lavorato in Rwanda per commemorare i 20 anni dal genocidio dei rwandesi (libro a breve in uscita anche in Italia) e oggi sta lavorando nelle Filippine per un reportage sulle baraccopoli di Manila

Editore: Keller Edizioni

Il mio consiglio: non può mancare nella vostra libreria, soprattutto se siete nati negli anni ’80 e ’90 e della guerra dei Balcani sapete poco e niente

La dottoressa Eva li riesumò nel dicembre del 1998. Quel giorno faceva un freddo da lupi (venti gradi sottozero, a tratti di più), ma in fondo alla grotta si stava bene (otto gradi sopra). Una settimana abbondante di lavoro, dalla mattina alla sera. Non era stato facile calcolare il numero delle vittime. Non se ne veniva a capo. Un po’ per via del tempo trascorso (sei anni dal massacro), e un po’ perché il fondo della grotta (sei metri per otto) era in pendenza. Man mano che i muscoli e la cartilagine degli uomini uccisi scomparivano, le ossa scivolavano in giù mischiandosi tra loro. A partire da questo miscuglio di ossa la dottoressa Eva ricompone le persone. Si direbbe che nessuno in Bosnia sappia farlo meglio di lei.

Gli italiani nati negli anni ’80 e ’90 della ex-Jugoslavia ne sanno poco. Per alcuni persino l’attuale geografia è nebbiosa. In fondo, non è meta di vacanze, non si va al mare né si va a sciare. Non c’è niente da vedere, nessuna città d’arte né museo. Sono paesi dai nomi impronunciabili e ingombri di macerie e disoccupati.

A scuola ci insegnano che i tedeschi sono stati il popolo più cattivo del mondo che ha mandato a morire milioni di persone nei campi di prigionia e concentramento; mediamente, lo studente esce dal liceo e pensa che i più bastardi di tutti sono stati i nazisti e in secondo luogo il duce. Non è solo così. La storia è variopinta, ha molte sfumature, i crimini di guerra non si possono risolvere con Mauthausen o la Notte dei Lunghi Coltelli.

Nella polveriera del Balcani sono successe cose, oso, forse anche peggiori che nei campi della Germania del III Reich. Tra serbi e bosniaci mussulmani il sangue scorreva senza sosta, mentre sui cieli sfrecciavano aerei NATO a volte per bombardare a volte per gettare viveri di prima necessità. Città sotto assedio, pullman carichi di prigionieri diretti nei campi o di prigionia o di concentramento, bambini separati dalle madri che venivano stuprate senza pietà, ragazzini alti più di un metro e cinquanta che venivano condotti nei campi con i genitori maschi per essere fucilati all’istante. Corpi gettati nelle cavità carsiche che punteggiano l’area balcanica.

Pulizia etnica. Genocidio. Campi di concentramento. Supremazia della razza. Pensavate che fatti fuori i gerarchi nazisti tutte queste parole fossero obsolete? Mai più capiterà una cosa simile, si diceva all’indomani di Norimberga. Mai più. Ne siamo sicuri?

Tochman in questo superbo reportage segue la dottoressa Eva Klonowski – antropologa forense di origine polacca – che si occupa di scavare nelle cavità carsiche e nei terreni, su segnalazione dei testimoni o dei pentiti, per dare un volto e un nome a questi miseri resti, per poi consegnarli alle famiglie. Ci sono persone che ancora attendono di sapere cosa successe ai loro cari a Omarska, a Srebrenica, a Mostar, a Tuzla.

Con Tochman ed Eva entriamo nelle grotte alla ricerca di resti umani, abiti, oggetti tutto ciò che possa servire per identificare uno scheletro e poter dare una solenne sepoltura. Incontriamo madri, sorelle, amiche, genitori che cercano i loro cari scomparsi. C’è chi cerca un padre. C’è chi cerca il figlioletto di tre anni. Chi cerca la bambina di soli quattro mesi.

Oggi serbi e bosniaci mussulmani vivono fianco a fianco, forse l’assassino di tuo padre oggi è il vicino di casa, quello che coltiva pomodori. Senza prove o testimoni gli assassini non possono finire all’Aja, e quindi vivono con i parenti delle vittime che ancora cercano, disperatamente, i loro cari, i loro amici.

Il reportage è scritto con un tono asciutto, quasi distaccato. Tochman non si lascia prendere dalle emozioni, non giudica nessuno, nemmeno i carnefici. Si limita a narrare con occhio critico ciò che vede, chi incontra e i dialoghi a cui prende parte. Sta al lettore capire, commentare, eventualmente – se se la sente – giudicare. Io non vorrei giudicare nessuno, la guerra è un demonio che acceca le persone, le fa mutare, fa fare loro cose cruente e orribili. In guerra non ci sono mai né santi, né eroi. Non ci sono vincitori, ma solo vinti. Vinti perché anche coloro che pensano di aver vinto la guerra oggi versano nella miseria, nella disoccupazione e nella fame.

E Tochman ci riporta un dialogo, con una donna di Sarajevo che si chiede a che cosa sia servito tutto questo. Già: a che cosa è servito tutto questo?

Ajla Ploskic (nove mesi). Oggi avrebbe dieci anni. Jasna calcola l’età dei suoi bambini. Non ha nessuna foto della figlia. Non hanno fatto in tempo a farne. Amar Ploskic (quattro anni), con le galosce rosse. Oggi avrebbe tredici anni. Nella foto è seduto su una biciclettina. Jasna è l’unica madre sopravvissuta allo scantinato della centrale di riscaldamento. Le altre madri hanno avuto più fortuna: sono morte insieme ai loro figli.

Laura Boldrini | Solo le montagne non si incontrano mai

Questo romanzo era sullo scaffale della biblioteca e ricordando di aver sentito la storia di Murayo alla trasmissione “Chi l’ha visto?” ho deciso di prenderlo in prestito e leggerlo. Immaginavo fosse un polpettone sulla storia della ragazza somala e sull’incontro con il padre,  anzi a dirla tutta, non pensavo nemmeno che sarei arrivata alla fine della storia. E invece… non si giudica un libro dalla copertina, né una storia prima di averla letta, ma soprattutto non si giudica una persona prima di averla “conosciuta”. Anche se purtroppo non conoscerò mai di persona Laura Boldrini, che grazie a questo romanzo ho rivalutato come una donna straordinaria.

Titolo: Solo le montagne non si incontrano mai

L’autrice: Laura Boldrini (Macerata, 28 aprile 1961) è una giornalista, funzionaria e politica italiana, dal 16 marzo 2013 è Presidente della Camera dei Deputati della XVIII legislatura. Dal 1998 al 2012 ha ricoperto l’incarico di portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR, Regional Representation Southern Europe)

Editore: Rizzoli

Il mio consiglio: sì, perchè la storia è scritta in modo scorrevole e interessante e la vicenda narrata è decisamente coinvolgente

Questo è un romanzo bellissimo sulla speranza – mai perduta – di ritrovare una figlia scomparsa, sulla diversità tra culture e sulla dimostrazione che comunque possono convivere. Scritto da Laura Boldrini, da sempre impegnata ad aiutare i più deboli, questo romanzo non solo racconta la storia di Murayo e dei suoi ‘due’ papà, ma per me è anche stata occasione per avere qualche notizia sulla drammatica storia della Somalia e sulla situazione del più grande campo profughi al mondo, quello di Dadaab.
Grazie a questo romanzo ho rivalutato la figura di Laura Boldrini e sono rimasta piacevolmente ammirata nell’apprendere quanto davvero questa straordinaria donna fa per chi ha bisogno.

“Solo le montagne non si incontrano mai” lo scrive un uomo in una lettera indirizzata alla figlia che non vede da vent’anni. Questo romanzo è la storia di una ragazza somala che a causa di particolari circostanze si ritrova ad avere due padri. Murayo nasce in Somalia alla fine degli anni ’80, ma ben presto la sfortuna si abbatte sulla sua famiglia: muore infatti la madre e una sanguinosa guerra civile infuoca il suo paese e lei si ritrova a dover fuggire. La cagionevole salute di Murayo fa sì che il padre debba lasciarla in un ospedale militare italiano, affinchè venga assistita, poichè senza cure la bimba sarebbe destinata a morire. Improvvisamente, la situazione somala precipita ancora, la famiglia di Murayo si ritrova nel pieno di una vera e propria crisi umanitaria, e così anche il contingente italiano impegnato in Somalia ha l’ordine di rintrare. Il padre di Murayo a causa delle difficoltà logistiche non riesce a raggiungere in tempo l’ospedale italiano e quando vi arriva questo è già stato smantellato e di Murayo nessuna traccia.
Murayo viene adottata da un militare italiano, e dopo una breve tappa a Novara (in Piemonte) si stabilisce con la nuova famiglia a Piazza Armerina (in Sicilia).
Il vero padre di Murayo non si dà pace. Cerca la figlia ogni giorno e lo fa per vent’anni, ma il pover padre di Murayo non può uscire dal grande campo di Dadaab, in Kenya, dove vi risiedono circa 500.000 profughi somali.
Un colpo di fortuna e due ricercatrici inglesi, conducendo una ricerca proprio a Dadaab, apprendono la storia di questo padre distrutto e scrivono al programma TV italiano Chi l’ha visto?, riuscendo a trovare Murayo.

Laura Boldrini viene chiamata da Federica Sciarelli di Chi l’ha visto? e si occupa di accompagnare Murayo in Africa.
Murayo si scontra con una civiltà diversa da quella dove è stata cresciuta. Adottata all’età di 8 anni Murayo ha pochissimi ricordi dell’Africa e certe scoperte la scuotono nel profondo dell’animo. Apprendere l’analfabetismo femminile, per esempio, per lei iscritta all’università, è sconcertante; come lo è anche scoprire che la sorella Ambyo ha subito una tremenda e rituale mutilazione genitale e oggi ha già 5 figlie benchè abbia solo 25 anni.
Il padre di Murayo non vuole riportare la figlia in Africa, non gli interessa che sia stata battezzata, che sia diventata cattolica, che non porti il chador e che non conosca una parola di somalo; per il padre di Murayo quel che conta è che la figlia stia bene in Sicilia, sia viva, e che lo perdoni per non essere arrivato in tempo all’ospedale a prenderla.

Katherine Boo | Belle per sempre

Il mio interesse per i reportage mi ha portata alla lettura del romanzo di Katherine Boo, giornalista americana e autrice di “Belle per sempre”. Per scrivere questo libro la donna ha compiuto molti viaggi in India, nello slum di Annawadi, alle porte di Mumbai e ha lavorato con la gente dello slum dal 2007 al 2011.

Il lavoro le è valso il prestigioso National Book Award nel 2012.

Titolo: Belle per sempre

L’autrice: Katherine Boo è una giornalista e scrittrice statunitense

Editore: Piemme

Il mio consiglio: per chi vuole comprendere la dinamica dell’India oggi e per chi vuole conoscere le effettive condizioni di vita presso una baraccopoli

Tutto in televisione annunciava un’India nuova e migliore per le donne. […] Questa nuova India di donne allegre che sfidavano le convenzioni era un luogo che Meena non sapeva come ragggiungere. Forse Manju con il suo diploma ce l’avrebbe fatta, ma non poteva dirlo con certezza, dato che non conosceva nessuna che si fosse laureata. […] Lei subiva sempre le stesse cose: le botte regolari, il nuovo fidanzamento imposto e il futuro matrimonio. E del resto, cosa aveva mai potuto decidere?

In India si chiamano slum, in Brasile favelas e in Italia campi nomadi; nomi diversi per parlare della stessa cosa: zone prive di acqua potabile corrente, di elettricità o di servizi fondamentali quali luce, gas o linea telefonica. Ad abitarli sono persone povere, che non conoscono altro se non una miseria dura e tirare avanti ogni giorno è una sfida che si gioca tra la vita e la morte.

La giornalista americana Katherine Boo ha documentato accuratamente la vita di alcune persone nello slum di Annawadi a Mumbai (nel romanzo i nomi e i fatti narrati sono veri). Ci parla così di ragazzi volenterosi e gran lavoratori, che però si vedono negato ogni sorta di diritto. Racconta di donne tanto disperate da darsi fuoco; di come l’istruzione – se venisse garantita per tutti – potrebbe costituire una via di fuga da un mondo sporco e malfamato come la baraccopoli; e di quali lavori precari e pericolosi svolgono queste genti, anche i bambini: la raccolta della spazzatura. Conosciamo così Sunil e Abdul, due giovani che gestiscono il commercio della spazzatura: ogni giorno si lanciano verso i rifiuti accanto all’aeroporto, prima che i camion della nettezza urbana portino via i loro tesori. La Boo non si risparmia i dettagli quando racconta al lettore a quali pericoli i bambini vanno incontro, malattie, ferite che si infettano, topi che trasmettono le più strane patologia e la TBC che colpisce chiunque.

L’autrice si sofferma in particolare su come i protagonisti della sua storia si interfacciano con le autorità, i poliziotti in particolare sono tutti corrotti. Quando una donna che si è data fuoco viene portata in ospedale, sono i suoi parenti che devono procurare le medicine – a prezzi esagerati – e portarle ai medici, che non dispongono di strumenti per curare gratis i pazienti. Vengono messe in luce le grandi contraddizioni di un’India che sta cercando di emergere nei mercati mondiali, un’India dove i poveri vengono lasciati indietro e i ricchi diventano sempre più ricchi alle loro spalle.

Kathrine Boo si chiede quali possano essere oggi le reali opportunità di scampo per un ragazzo o una ragazza che nasce ad Annawadi, ma anche in un altro slum qualunque dell’India. Con un governo che non combatte la corruzione e in un mondo dove le leggi del mercato creano un mondo assurido, si assiste alla scena di poveri che accusano altri poveri per le scelte di governo. I ritratti degli abitanti dello slum sono tracciati con precisione, dovizia di particolari e senza pietismi, perchè nessun povero vuole la pietà o il buonismo, vorrebbe semplicemente essere aiutato a costruirsi un futuro.

Come dice Abdul, uno dei ragazzi protagonisti: “se la casa è storta e cadente, e il terreno su cui è costruita è irregolare, com’è possibile fare una cosa dritta?”

Tina Merlin | Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont

Al Vajont sono salita due volte e per due volte mi sono commossa. Il mostro di cemento s’innalza, ora non più minaccioso, dominando quel tratto della Valle del Piave, proprio di fronte all’abitato veneto Longarone. Quei migliaia di metri cubi di cemento oggi restano lì immobili, come scrisse la Merlin, un monumento a vergogna perenne, in bilico tra il Veneto e il Friuli Venezia Giulia. In bilico tra due terre, tra due culture. In bilico tra i montanari friulani e gli abitanti della piana veneta.
Arrivata su in cima, di fronte alla diga del Vajont, non ho potuto che rimanere incredula che dopo 50 anni la terra della frana fosse ancora dentro l’invaso e sopratutto che fosse così tanta. Quanti camion servirebbero per svuotarla? E la nicchia di distacco della frana, ancora così visibile, dove nemmeno gli alberi osano crescere. Ma sopratutto, quel senso irreale di silenzio, che diventa quasi insopportabile se si entra nel cimitero di Fortogna, vicino a Longarone, dove i cadaveri recuperati sotto le macerie o nel letto del Piave, cercano di riposare in pace.

8279_sulla-pelle-viva-come-si-costruisce-una-catastrofe-ilcasovajont_1295028081Titolo: Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont

L’autrice: Clementina Merlin detta Tina (Trichiana, 19 agosto 1926 – Belluno, 22 dicembre 1991) è stata una giornalista, scrittrice e partigiana italiana.

Editore: Cierre edizioni

Il mio consiglio: per chi vuole approfondire e non vuole dimenticare la tragedia del Vajont

Il libro inchiesta di Tina Merlin vuole ricordare e far vivere a tutti la storia dietro la tragedia del Vajont, una catastrofe costruita, evitabile certo, ma voluta dagli uomini della SADE con la compiacenza dello Stato italiano del Dopoguerra.

In ogni riga che Tina scrive, si legge rabbia, voglia di essere ascoltati, voglia di difendere i deboli, di sanare le ingiustizie, di verità e di certezze. Ma queste cose, al Vajont, non si possono avere. Tina scriveva spesso piangendo, sulla sua macchina da scrivere, e cercava di dare voce a chi per colpa della SADE stava perdendo praticamente tutto.

Tina dà voce ai contadini di Erto e Casso, che si vedono strappare la propria terra e vedono le proprie case andare a mollo, durante gli invasi della diga; Tina scrive e pubblica articoli nei quali cerca di spiegare la paura e la rabbia degli ertani. Non si risparmia, Tina, quando scrive, tanto che finirà addirittura ad un processo per diffamazione e calunnia, dal quale ne uscirà innocente.

La giornalista denuncia ogni cosa e ogni sorta di pericolo: la montagna in sinistra orografica del bacino artificiale si muove, cammina, è pericoloso, potrebbe cadere. E se cadesse? Nessun problema, ci rassicura la SADE, al massimo qualche onda azzurrina.

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Il campanile di Pirago di Longarone, il 10 ottobre 1963 (fonte: Wikipedia)

E invece, sappiamo che non è così. L’onda è alta centinaia di metri, la frana crolla tutta assieme e all’improvviso, la notte del 9 ottobre 1963 alle 22.39, mentre le TV trasmettono la partita Real Madrid – Ranger Glasgow.
L’onda spazza via alcune frazioni di Erto, ma è nel fondo valle che genera l’olocausto. E’ a Longarone dove ci saranno più vittime. Duemila, forse. Il numero esatto non si saprà mai. Ora che la frana è caduta, dopo quel tanto bagnare i piedi al Toc, ecco che arriva la compassione, la pena, la carità verso gli abitanti della valle e dei sopravvissuti. Così l’ENEL (che rilevò la diga quando la SADE venne incamerata, appunto, all’ENEL) paga i danni: 1.500.000 di lire per un figlio, 1.000.000 di lire per un genitore, e così via. Le persone hanno un prezzo, c’è chi vale di più e chi di meno.

Arrivano i contribuiti a fondo perduto, i giochetti per le licenze commerciale, i referendum per spostare i paesi delle valli friulane colpiti, e miliardi di lire per ricostruire Longarone.L’ENEL non vuole che la gente torni ad Erto, eppure i valligiani hanno le teste dure e ritornano, almeno per cercare i propri morti.
Quindi, prima gli espropri, poi la tragedia e infine la beffa. Il processo si tiene all’Aquila così nessun valligiano può andare a presentarsi come testimone a creare disordini. Molti testimoni sono stati zittiti dall’ENEL, dando loro dei soldi.

Il processo si conclude nel 1982, quasi vent’anni dopo quella tragica notte. Colpevoli o innocenti, come in guerra, anche qui non ci sono né santi né eroi. Ci sono uomini che hanno perso figli, mogli, sorelle, nonni, la casa, le terre, gli animali. Donne che hanno perso i mariti. Bambini che hanno perso i genitori, gli amichetti, i maestri di scuola. Qui c’è una comunità segnata da una delle più grandi tragedie italiane e se sappiamo tutto questo, gli intrallazzi, i ricatti, gli accordi tra le parti, lo dobbiamo anche a gente straordinaria come Tina Merlin.

Perchè, come scrive Marco Paolini: le storie non esistono, se non c’è nessuno a raccontarle.

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La Diga del Vajont, il 10 ottobre 1963 (fonte: Wikipedia)