Daniel Vogelmann | Piccola autobiografia di mio padre

Infine tornai a Firenze. Andai subito alla Tipografia Giuntina e fui accolto come un “eroe”: tutti piangevano e mi abbracciavano. Ci fu anche un articoletto di ben tornato sulla Nazione. Ora si trattava di ricominciare a vivere, di risorgere dopo quella morte [Piccola autobiografia di mio padre, Daniel Vogelmann]

Ci sono persone che vivono la Storia in modo più intenso rispetto agli altri. Sono coloro che si ritrovano, vuoi per caso oppure per motivi diversi, impigliati nelle strette maglie delle vicende che caratterizzano un’epoca intera.

Schulim Vogelmann la Storia l’ha vissuta sulla sua pelle e oggi suo figlio Daniel scrive in sua memoria l’autobiografia che Schulim avrebbe voluto scrivere, ma che la vita non gli ha dato l’opportunità di portarla a compimento. Inizia con un treno in corsa, questa storia, mentre la città brucia e la famiglia di Schulim scappa.

Dalla Galizia polacca alla Palestina, peregrinando per l’Europa, Schulim infine raggiunge Firenze e qui inizia a lavorare in una tipografia. A Firenze si sposa con Annetta e la nascita della figlia Sissel, chiamata col nome dell’amata madre prematuramente scomparsa, sembra il raggiungimento della vera felicità.

Purtroppo, quando i fascisti prendono il potere, si inizia a tollerare sempre meno gli ebrei sul suolo italiano, e il 6 febbraio 1944 Schulim Vogelmann, con la sua famiglia, si ritrova a varcare i cancelli di Auschwitz. Il drammatico ritorno in Polonia.

In questo luogo pregno d’orrore e privo di umanità, Schulim perde per sempre la moglie Annetta e l’adorata figlia Sissel. Gli viene tatuato un numero sul braccio, 173484, ma grazie alle sue conoscenze della lingua polacca e del mestiere di tipografo, viene assunto dai nazisti al campo di lavoro di Plaszow, un sobborgo di Cracovia.

A Plaszow conosce Oscar Schlinder che lo mette in salvo assieme a molti altri ebrei. Il rientro a Firenze sarà per Schulim un nuovo inizio, doloroso a causa delle importanti perdite affettive subite, ma necessario per risorgere la morte ad Auschwitz. E sarà una donna, anch’essa segnata dal dolore e dalla perdita, a mostrare a Schulim che il miracolo della vita può sconfiggere la morte e che questo miracolo si può perpetuare in eterno.

Questa, in breve, è stata la mia esistenza su questa terra. Vorrei soltanto aggiungere che la parola che ho ripetuto sempre in tutta la mia vita, soprattutto nelle ore più buie (e anche poco prima di morire), è stata una parola, paradossalmente, araba: maktùb, che vuol dire “era scritto”. Però che non saprò mai se c’è qualcuno che scrive il destino degli uomini o è tutto un caso [Piccola autobiografia di mio padre, Daniel Vogelmann]

Auschwitz (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0 de)

Piccola autobiografia di mio padre” di Daniel Vogelmann, Giuntina, è un libro molto breve, che si legge in fretta ma che contiene fatti e insegnamenti destinati a perdurare nell’animo del lettore.

Scritto in prima persona, è Schulim che ci racconta la sua vita attraverso la penna di Daniel, il figlio che dà voce al padre. In calce, c’è una serie di brevi ma intense poesie che Daniel ha composto per la sorellina Sissel, mai conosciuta.

Piccola autobiografia di mio padre” è un libretto piccolino che Daniel Vogelmann ha inizialmente scritto per le sue nipotine, affinché non dimentichino la storia del loro bisnonno e vengano a conoscenza delle loro origini. Poi, però, la piccola autobiografia è stata date alle stampe: così che tutti possano leggerla e riflettere su cosa accade alle persone che vivono la Storia più intensamente degli altri.

Titolo: Piccola autobiografia di mio padre
L’Autore: Daniel Vogelmann
Editore: Giuntina
Perché leggerlo: perché è una storia destinata a perdurare nell’animo del lettore e apre una serie di riflessioni su cosa accade a chi vive la Storia più intensamente degli altri

(© Riproduzione riservata)

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Isaac Bashevis Singer | Nemici. Una storia d’amore

Lui intanto rifletteva su come fosse fantastico essere in America, in un paese libero, senza la paura dei nazisti, della polizia segreta russa, delle guardie di confine, degli informatori. Non aveva nemmeno portato con sé la carta di identità. Negli Stati Uniti non chiedevano i documenti a nessuno. Però non riusciva a dimenticare che in una strada tra Mermaid e Neptune Avenue Jadwiga lo stava aspettando (…) Quelle donne avevano diritti legittimi su di lui, non se ne sarebbe mai liberato [Nemici. Una storia d’amore, Isaac B. Singer, trad. M. Morpurgo]

Coney Island, anni Quaranta. Herman si sveglia nel suo asettico appartamento newyorkese, la sua seconda moglie Jadwiga lo attende in cucina con la colazione pronta e la tavola apparecchiata. Herman è un ebreo polacco, scampato ai nazisti proprio grazie a Jadwiga, la contadina polacca che lo ha tenuto nascosto nel fienile dei suoi padroni per tre lunghi anni.

Herman, una volta terminata la guerra, ha immediatamente fatto richiesta per entrare in America, il grande paese che ai suoi occhi da profugo polacco appariva come il migliore al mondo. Tamara, la prima moglie di Herman, è morta in un campo di concentramento, assieme ai loro due figli piccoli. Così, Herman ha deciso di ricominciare dall’America, riprendere tutto daccapo, compreso un nuovo matrimonio, con la donna polacca che lo ha salvato dalla furia dei nazisti.

Ma Herman, mentre era in Germania in attesa di imbarcarsi sul piroscafo che avrebbe portato lui e la nuova consorte in America, conosce Masha. Masha è una donna volitiva, capricciosa, ma tosta: è sopravvissuta ai campi di lavoro nazisti e anche lei ha tutte le migliori intenzioni per ricominciare da zero negli Stati Uniti.

Herman perde la testa per Masha, che diventa la sua amante. In America, Herman trova uno squallido lavoro presso un avido rabbino: Herman è il suo ghostwriter, ma per fare la spola tra Coney Islanda, dove vive, e il Bronx, dove vive la sua amante Masha, Herman spiega alla moglie Jadwiga che vende anche i libri del rabbino in giro per la costa orientale.

Così, Herman inizia la sua doppia vita, un’esistenza costellata di continue menzogne alla moglie Jadwiga e dei capricci di Masha, che si dimostra una donna prepotente, gelosa e volubile.

Mentre Herman si districa tra bugie e verità, tra lunghi viaggi tra Coney Island e il Bronx, tra le sgridate del rabbino e le scenate di Masha, un giorno riceve una telefonata da un lontano parente. C’è un’importante novità per Herman: la donna che lui credeva morta, la prima moglie ebrea Tamara, pare che sia viva e sembra proprio che sia a New York.

Nella tristezza si consuma la mia vita e i miei anni tra i sospiri, vien meno per mia colpa la mia forza e si consumano le mie ossa. Sono diventato un obbrobrio per tutti i miei nemici, una cosa spregevole per i miei vicini, e il terrore dei miei conoscenti [Nemici. Una storia d’amore, Isaac B. Singer, trad. M. Morpurgo]

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Skyline di New York (fonte: Wikipedia)

Nemici. Una storia d’amore” di Isaac Bashevis Singer (trad. M. Morpurgo, Adelphi) è il primo romanzo del premio Nobel per la Letteratura Isaac B. Singer che ho il piacere di leggere. Ciò che più di ogni altra cosa mi ha colpita, della penna di Isaac B. Singer, è la capacità di condurre il lettore nel cuore della storia. Qui, in questo romanzo, non si tratta solo di leggere belle descrizioni di luoghi o persone: in “Nemici. Una storia d’amore” si ha la vera sensazione di vivere la storia, perché essendo narrato in terza persona Singer illustra ed esprime in estremo dettaglio i pensieri, le paure, le gioie e le delusioni di tutti i suoi personaggi.

Ho apprezzato i numerosi rimandi alla cultura ebraica, presenti sottoforma di festività, prescrizioni sulla dieta e sulla vita quoditiana; al fondo del libro si trova un glossario molto interessante per approfondire o lasciarsi incuriosire dalla cultura ebraica, che è particolarmente complessa ma molto affascinante.

Ho amato parecchio le riflessioni su ciò che ha colpito e cambiato in modo irreparabile i protagonisti: la Seconda Guerra Mondiale e le sue dirette conseguenze, primo su tutti l’Olocausto, la morte di milioni di persone innocenti. E spesso i protagonisti riflettono sulla condizione di sopravvissutto e sulla vergogna di avercela fatta mentre parenti, amici e conoscenti sono spirati dopo numerosi stenti nei campi o durante le lunghe marce della morte.

Ognuno di loro ha incubi e preoccupazioni, ma le menti sono occupate sempre dai nazisti. Per Herman, i nazisti sono coloro che lo hanno costretto a vivere per tre anni nascosto in un fienile; per Jadwiga, cristiana al momento della Guerra, i nazisti sono stati coloro che le hanno fatto rischiare la vita quotidianamente per tenere nascosto Herman, l’ebreo. Per Masha i nazisti e i russi solo coloro che le hanno fatto vivere l’orrore dei campi di concentramento e di lavoro; per Tamana i nazisti sono coloro che le hanno ucciso i figlioletti davanti ai suoi occhi.

Mi è piaciuto leggere come i profughi polacchi, nella persone di Herman, Jadwiga, Masha e Tamara, hanno reagito all’arrivo in America. Herman continua a vedere nazisti ovunque, li sogna e li teme come se non fosse mai uscito dalla Polonia; Jadwiga si rifiuta di imparare l’inglese, ma vuole avvicinarsi alla cultura ebraica; Masha lavora in una tavola calda, vorrebbe lasciarsi alle spalle l’orrore ma non riesce, perché ciò che ha vissuto non è possibile che venga dimenticato; infine Tamara, la donna che in Polonia ha lasciato tutta la sua vita, i suoi figli, e per lei l’America è un posto come un altro.

Ciò che ho apprezzato meno, invece, è a tratti la lentezza della storia e i momenti in cui sembrava che, pagine dopo pagine, gli eventi si ripetessero nello stesso modo e che le vicende non procedessero. Le menzone di Herman si ripetevano spesso; talvolta i capricci di Masha erano davvero esagerati; ho provato pena per Jadwiga, la seconda moglie tradita e trattata come un’idiota da Herman. Herman stesso in certi punti mi ha irritato con la sua incapacità di prendere in mano la situazione e di decidere cosa fare per sistemare i guai originatisi a causa delle sue bugie.

Nel complesso lo giudico un buon romanzo, in particolare per l’approfondimento sulla condizione di profughi europei in America, sulla cultura ebraica e sulle riflessione storiche sulla Shoah.

Titolo: Nemici. Una storia d’amore
Autore: Isaac Bashevis Singer
Traduzione dall’inglese: Marina Morpurgo
Editore: Adelphi
Perché leggerlo: è un buon romanzo, in particolare per l’approfondimento sulla condizione di profughi europei in America, sulla cultura ebraica e sulle riflessione storiche sulla Shoah

 

Elmar Grin | Vento del Sud

C’è una nazione, lassù nel Nord, un Paese che pare una fiaba, tutto neve, boschi e foreste, notti luminose in estate e abbaglianti aurore boreali in inverno. Il romanzo “Vento del Sud” di Elmar Grin (marcos y marcos, 252 pagine, 18 €) parla della Finlandia, dei suoi vicini bellicosi, l’Unione Sovietica, e racconta delle sue genti, timorose e remissive come Einari e forti e accese come Vilho. A unire tutti gli animi c’è la voglia di essere uomini liberi.

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Titolo: Vento del Sud

L’Autore: Elmar Grin è lo pseudonimo di Aleksander Vasil’evič Jakimov, nato nel 1909 nella campagna russa ai confini con la Finlandia. Poeta e autore di diversi romanzi, ha vinto il premio Stalin con il libro “Vento del Sud”

Traduzione: Pietro Zveteremich

Editore: marcos y marcos

Il mio consiglio: per chi sogna il Nord, per chi crede che i sogni si realizzino credendoci e combattendo, per chi riesce ad aprire gli occhi e a capire come non farsi mettere i piedi in testa e per chi cerca di diventare una persona coraggiosa.

La neve non frusciava, non cigolava, ma davvero suonava e cantava sotto i nostri piedi e i pattini della slitta. E quella che si rovesciava dall’alto era fine e asciutta come cipria. Si capiva perché i russi che erano all’offensiva sul fronte si fossero fermati. Li aveva fermati il nostro gelo finnico, la neve li aveva fermati. Ce n’era molta in quell’inverno terribile. Aveva schiacciato ogni cosa a terra e innalzato sulla sua superficie grossi ostacoli friabili. Quando la strada arrivava alla discesa dell’avvallamento, non vedevamo un intero mare di neve che inondava di bianche ondate i boschi che crescevano in basso. Prova ad attraversare quel mare in cui alberi enormi insieme ai loro rami frondosi sono affondati sino a metà tronco. Mentre ti dibatti in quel mare, la mitragliatrice o il mitra finlandese ti ha trapassato tre volte [Vento del Sud, Elmar Grin, P. Zveteremich]

Einari è una brava persona, padre e marito affettuoso, gran lavoratore stacanovista. Vive umilmente nella campagna finlandese, in una casetta molto piccola, esposta a Nord, dove la luce non arriva quasi mai poiché una grande roccia la scherma. Einari non si lamenta: lavora da più di venticinque anni per il signor Kurkimiaki, ricco proprietario terriero.

Il fratello di Einari, Vilho, è invece una persona che non vuole accettare la sua condizione di operaio al servizio di un ricco sfruttatore che possiede un grande caseificio, ha idee sovversive e molto vicine a quelle comuniste e il suo orgoglio è tanto forte da rinunciare all’amore della figlia del signor Kurkimiaki, per non “contaminarsi” con i padroni.

Quando nel 1939 l’URSS bombarda un villaggio russo e accusa la Finlandia, inizia la Guerra d’Inverno. Il padrone di Vilho, per liberarsi di quest’operaio scomodo e sovversivo, ritiene che il ragazzo non sia indispensabile per la produzione e lo manda al fronte a combattere contro l’Unione Sovietica.

Per molto tempo Einari non conosce il destino del fratello ribelle. Alcuni gli dicono che è morto, altri che è stato fatto prigioniero e torturato. Qualche tempo dopo, anche per Einari è ora di andare al fronte, di lasciare la sua casetta, le sue aiuole di girasoli e il lavoro dal signor Kurkimiaki. La guerra farà capire molte cose a Einari e al ritorno il mite contadino finlandese non sarà più lo stesso.

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Tramonto in Finlandia (fonte: Hillosensalmi, Wikipedia, pubblico dominio)

Era come se sognassi. Tutto andava sottosopra per me nel mondo, e cessai di rammentare chi fossi e dove. Ma se quello era un sogno, era un sogno tremendo, affatto somigliante a quello in cui una piccola casetta rossa con le finestre bianche se ne sta tranquilla e silenziosa all’ombra di una roccia, su un poggio pietroso e scosceso (…) Non potevo capire nulla e neppure cercavo. Pensavo soltanto a fare in modo che non si accorgessero di me. Ma chi avrebbe dovuto accorgersi di me? Che cosa contavo io in mezzo a quella frastornante zuppa di fuoco e ferro, che l’obliqua, gelida pioggia sferzava in silenzio? [Vento del Sud, Elmar Grin, P. Zveteremich]

Vento del Sud” è narrato in prima persona da Einari con un tono disincantato e quasi fiabesco anche quando si parla di guerra, una storia a tratti appassionante e scorrevole e a tratti è decisamente più lenta. E’ un romanzo che anzitutto celebra la patria di Suomi attraverso gli occhi di due fratelli, con caratteri e idee diametralmente opposti: quanto Vilho è combattivo, tanto Einari è remissivo.

Entrambi i fratelli conosceranno la crudeltà della guerra, in due momenti diversi: Vilho partecipa alla Guerra d’Inverno tra il 1939 e il 1940 combattuta tra URSS e Finlandia, mentre Einari viene arruolato per la Guerra di Continuazione dal 1940 al 1944, sempre contro i Russi. Se a Vilho la guerra appassiona – benché parrebbe quasi preferire i russi ai finlandesi – a Einari della guerra interessano solo i marchi di paga. Delle idee, Einari non sa che farsene, con i marchi guadagnati sogna di acquistare una mucca.

Ma durante i mesi trascorsi nelle trincee gelide e fangose nel cuore e nella mente di Einari scatta qualcosa, e non è solo l’odio per il nemico o quella sgradevole sensazione di dover uccidere un uomo: Einari al ritorno della Guerra di Continuazione è una persona diversa, più consapevole, più matura. E si rende conto di tutto il tempo che ha trascorso lasciandosi vivere dagli altri, senza mai prendere sul serio le redini della sua esistenza, affermando le sue volontà.

Ho ancora bisogno di indicazioni e di maestri. Per ora ho capito una sola cosa, che i doveri di un uomo di fronte alla propria patria non stanno soltanto nel lavorare tranquillo, nel mangiare e nel bere. Di questo è capace anche un uomo che non ha patria (…) La nostra Suomi ha da inghiottire ancora non poche fatiche e affanni, prima di poter respirare soddisfatta a pieni polmoni e di poter allargare di sollievo le spalle. Ma se hanno già cominciato a esserci degli uomini come te, questo tempo non è più lontano (…) [Vento del Sud, Elmar Grin, P. Zveteremich]

Vento del Sud” di Elmar Grin racconta cosa accade ad un uomo quando prende coscienza di sé: per Einari serve la guerra a fargli capire quanto suo fratello Vilho avesse ragione. Essere schiavi di un padrone che si finge gentile ma in realtà è crudele, non possere nulla di proprio e sentirsi minacciati da uno scomodo e bellicoso vicino di casa – l’Unione Sovietica – non è la vera vita, non è quello che Einari si è sempre auspicato. Ma nell’esistenza tutto può cambiare, anche all’improvviso, e ci sono eventi che fanno mutare opinioni e aiutano a trovare il coraggio per iniziare finalmente a vivere.

Vi sono dei giorni nella vita in cui per qualche segreto motivo, si vuole cantare o gridare a gola piena qualcosa. Ma perché far chiasso inutilmente? Se si ascolta e si guarda attentamente quel che c’è in giro, si capisce che nella rigida Suomi tutto canta in giornate come queste, quando soffia il vento del Sud. [Vento del Sud, Elmar Grin, P. Zveteremich]

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Kevo Strick Nature Reserve in Finlandia (fonte: Ilona Simomaa, Wikipedia Commons, CC BY-SA 3.0)