Megan Mayhew Bergman | Paradisi minori

C’è posto per me nel paesino di porcellana? Per la mia casa cadente, i cani, le pecore? (…) Entrai a versarmi altra vodka e limonata. Pensai alle foglie di Gray nel cassetto del mio comodino e andai di sopra a prenderle. Il procione aveva fatto il nido nel mio cuscino. Sembrava così tenero, e dormiva tanto bene che non cacciai. Portai fuori l’album e mi sedetti sui gradini, con il coniglio sordo ai miei piedi, i cani accanto, le pecore che mi fissavano con le pupille a fessura. La gente dice sempre, Non abbandonare le cose che ami. Ma si può fare, e io l’ho fatto. [dal racconto Collezioni, Megan M. Bergam, trad. G. Guerzoni]

Sono dodici i racconti che compongono la raccolta “Paradisi minori” di Megan Mayhew Bergman, tradotti da Gioia Guerzoni per NN Editore, dove figure femmili e animali sono protagonisti.

Le donne vengono ritratte nei momenti cruciali della loro esistenza. Alcune quando devono prendere delle decisioni che cambieranno la loro vita, come tenere un bambino, abbandonare il proprio compagno, far operare il cane, lottare contro il senso di pietà che la gente manifesta dopo un grave incidente.

La sua sicurezza, che un tempo mi affascinava, era sgradevole, un ostacolo alla mia felicità (…) Adesso so cosa voglio fare, dissi. Abbassai lo sguardo e mentre cominciavo a spiegare vidi la speranza nel mio corpo, la mia stupida, grezza speranza [dal racconto Le balene di ieri, Megan M. Bergam, trad. G. Guerzoni]

Altre stanno per perdere qualcosa di importante: la madre, il compagno, l’affetto di una figlia, la memoria del padre; o vedono messe in discussione le loro convinzioni, trasformandole in donne più fragili, insicure e indecise.

Forse era solo il suo corpo, e non le sue idee, a essere in declino. Ero sorpresa che la nostra piccola tragedia personale facesse più male di un oceano morto, che quella sua vita troppo lunga mi desse angoscia, in quel momento (…) Ero sorpresa da quanto avevo fatto per proteggere la sua vita, per arricchirla, per prolungarla. Un istante dopo averlo ucciso con la fantasia, mi sentii di nuovo pronta a qualunque cosa per farlo star bene, per regalargli qualche attimo di felicità [dal racconto Il cuore artificiale, Megan M. Bergam, trad. G. Guerzoni]

Assieme alle donne, dicevo, gli altri protagonisti sono degli animali di diversa specie. C’è un pappagallo che custodisce un segreto molto importante e la protagonista corre a cercarlo; ci sono tre vecchi e acciaccati Golden Retriever che una giovane donna ama più delle persone; c’è un raro aye-aye accudito da una donna adulta vittima dell’alcool che grazie all’animale capisce gli errori che ha commesso con la figlia; c’è un coyote bianco che vuole proteggere i propri cuccioli dalla furia di una ragazza che presto perderà la madre.

Voglio chiamarla e dirle della notte in cui ho salvato un aye-aye (…) Voglio chiamarla e dirle che mi dispiace, che capisco, che il mondo non finirà (…) Voglio raccontarle della proscimmia in via di estinzione che ho nell’armadio. Voglio chiamarla e dirle che le voglio bene. Voglio raccontarle un’altra storia a cui lei non crederà [dal racconto Un’altra storia a cui lei non crederà, Megan M. Bergam, trad. G. Guerzoni]

Ci sono racconti davvero toccanti, come “Salvare la faccia“, “Le balene di ieri” o, il mio preferito, “Collezioni” (preferito perché la protagonista prende la decisione giusta e poi, sapete, io ho una passione per i Golden Retriever). Ci sono racconti che fanno riflettere e allo stesso tempo sono ben strutturati, come “Le arti della casalinga” e “Il cuore artificiale“, “Caccia notturna” e “Il calzino da duemila dollari” hanno un finale agrodolce perché spesso la vita non sempre va nella direzione che vogliamo. Non mi hanno convinta le storie racchiuse nei racconti “La mucca che si mungeva da sola” e “L’orto urbano“.

Ciò che ho sempre apprezzato, anche nei racconti che mi sono piaciuti meno, è lo stile della Bergman: avviare un racconto parlando del presente quindi prendere per mano il lettore e raccontargli i trascorsi delle protagoniste; l’ho trovato bello, questo modo di strutturare il racconto, perché è solo conoscendo il passato – con gli errori, le paure e i dubbi – di chi ci sta accanto che possiamo provare a comprendere le loro scelte.

Ma il sentimento più tangibile che provava era la rabbia, rabbia nei confronti di se stessa per aver sottovalutato un animale, rabbia nei confronti di Clay che rendeva le cose più difficili, tentando continuamente di strapparla alla solitudine in cui lei si sentiva al sicuro [dal racconto Salvare la faccia, Megan M. Bergam, trad. G. Guerzoni]

Titolo: Paradisi minori
L’Autrice: Megan Mayhew Bergman
Traduzione dall’inglese: Gioia Guerzoni
Editore: NN Editore
Perché leggerlo: perché al di là della storia- che può coinvolgere o meno – questi racconti sono tecnicamente perfetti

(© Riproduzione riservata)

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Amy Fusselman | Il medico della nave/8

La storia della mia vita non era una linea retta che mi lasciavo dietro come una scia, un avvenimento dopo l’altro, alcuni più vicini e altri più lontani. Era come se la storia della mia vita non fosse affatto collegata a me. Era una sfera sul tavolo di una biblioteca chissà dove, e le violenze che avevo subito erano finite sul suo fondo, una chiazza bianca come l’Antartide sul mappamondo. E non è un posto in cui ti viene voglia di andare, l’Antartide, se non per condurre ricerche [8, Amy Fusselman, trad. L. Taiuti]

Le storie intime sono difficili da raccontare. Pensate alla morte di un padre, alla voglia di una maternità che non arriva, ad un’infanzia profanata da un vecchio pedofilo. Pensate a quanto possa essere difficile riportare su carta questi sentimenti, quanto possa essere faticoso rielaborarli, anche se un lieto fine c’è stato.

Dall’elaborazione di questi eventi drammatici, Amy Fusselman ha scritto due lunghi racconti fortemente autobiografici, raccolti insieme nel volume “Il medico della nave/8” (trad. Leonardo Taiuti, Edizioni Black Coffee, 205 pagine, 13€). I racconti vanno letto nell’ordine di pubblicazione, prima “Il medico della nave”, quindi il racconto “8”.

Ne “Il medico della nave” Amy Fusselman racconta della morte del padre (che durante la seconda guerra mondiale fu apprendista medico su una nave militare ma che quando rientrò non completò gli studi in medicina) e del suo desiderio di maternità. Amy è una donna adulta e sposata, un’artista che vive a New York, ma sotto l’apparenza è fragile e preda di malinconie e dispiaceri.

Amy racconta del suo rapporto con il padre, della malattia, dell’agonia e della morte di quest’ultimo; intervalla questi racconti con i numerosi tentativi di riuscire a restare incinta; descrive i meccanismi che stanno dietro alla fecondazione artificiale, ai farmaci, ai trattamenti e alle delusioni di scoprire che neppure dopo l’ennesimo tentativo è rimasta incinta.

C’è la voce di Amy Fusselman, ne “Il medico dela nave“, c’è la sua voce emozionata quando parla del padre e quella distaccata quando racconta del difficile cammino per diventare madre. Oltre alla voce di Amy, ci sono stralci del diario che il padre teneva quando era medico apprendista sulla nave da guerra.

Prima che mio padre morisse, consideravo il mondo un luogo. Con luogo intendo uno spazio. Fisso. Lo spazio non si muovo, sono le persone a spostarsi al suo interno. Le persone e lo spazio possono toccarsi, ma solo superficialmente. Alla sua morte ho capito che persone e spazio sono compenetrabili, a differenza delle persone tra loro. Ho capito che lo spazio è come l’acqua. Le persone possono entrarci [Il medico della nave, Amy Fusselman, trad. L. Taiuti]

New York (Photo by ben o’bro on Unsplash)

Nel secondo racconto della raccolta, intitolato “8” come una delle figure che si realizzano nelle gare di pattinaggio artistico, Amy torna a parlare della sua famiglia, di suo marito Frank e dei loro figli King e Mick, e di un personaggio che ha cambiato la sua infanzia, colui che chiama “il mio pedofilo“.

I pedofili sono fuori di testa. Lo so perché ne ho avuto uno. Ho avuto il mio pedofilo personale. Era il marito della donna che mi faceva da baby-sitter. Di cognome faceva Dauth, ed era una patita di Gesù. Anche il pedofilo si chiamava Dauth. Di nome non so. Ormai sarà morto. [8, Amy Fusselman, trad. L. Taiuti]

Questa rivelazione può essere scioccante, e a tutti gli effetti lo è. Ma nel racconto “8” benché compaia spesso lo spettro del signor Dauth, Amy parla con entusiasmo della sua famiglia, della voglia di tornare a scuola guida per imparare a guidare una motocicletta, dei progressi dei suoi figli e della gioia che finalmente ha nel cuore essendo riuscita a diventare madre, anche se non è sempre uno spasso occuparsi di bambini piccoli.

Parla delle gare di pattinaggio artistico, una delle sue passioni, racconta dei trattamenti medici ai quali si sottopone per ritrovare equilibrio e rielaborare vecchi traumi. Parla di un segreto che la madre le ha sempre tenuto nascosto e del quale non vuole aggiungere molto. Parla del passato, del significato dell’infazia, del tempo che scorre in modo diverso tra bambini e adulti; parla del presente, della gioia, della musica.

Provavo gioia quando pattinavo. Adoravo accendere lo stereo e pattinare liberamente. Era come ballare con un motore attaccato, perché andavo più veloce, piroettavo più veloce e non pensavo, ascoltavo la musica con il corpo e mi abbandonavo a essa per parla entrare dentro di me (…) A volte cadevo e non mi importava, saltavo e cadevo e non mi importava. La felicità in tutto ciò sta nell’aprirsi a un qualcosa che è migliore di te [8, Amy Fusselman, trad. L. Taiuti]

New York (Photo by Karla Alexander on Unsplash)

I racconti della Fusselman sono caratterizzati da una forte componente autobiografica e non sono ascribili ad alcun genere, per questo vengono definiti non-fiction. La trama non si svolge in modo lineare, bensì da un perfetto collage di episodi distanti tra loro nel tempo. La scrittura di Amy Fusselman è fortemente magnetica e lucida, decisamente coinvolgente pur dando l’impressione di essere una voce monotonale.

Tra la vicenda del padre, quella della maternita, i traumi infantili e le successive rielaborazioni, Amy Fusselman trova lo spunto per porre il lettore di fronte a riflessioni sulla vita, sulla morte e sul tempo. Come se la Fusselman stoppasse l’andamento della storia – già trasformata in collage, con i suoi salti temporali annessi – e obbligasse con gentilezza il lettore a fermarsi e a pensare. E’ in questi punti che mi sono ritrovata, che mi sono fermata, che ho chiuso il libro e poi l’ho riaperto per sottolineare le frasi, per ricordarmele, per tornare a rifletterci su. Male non fa mai.

Se non è lo spazio, allora cosa separa le persone? Conoscevo la risposta: quello che separa le persone non è lo spazio ma il tempo [8, Amy Fusselman, trad. L. Taiuti]

Titolo: Il medico della nave/8
L’Autrice: Amy Fusselman
Traduzione dall’inglese: Leonardo Taiuti
Editore: Edizioni Black Coffee
Perché leggerlo: i due racconti di stampo autobiografico di Amy Fusselman sono magnetici, lucidi, coinvolgenti benché all’apparenza monotonali e forniscono notevoli spunti per riflettere. Quella della Fusselman è una voce interessante del panorama newyorkese, per la prima volta tradotta in lingua italiana.

(© Riproduzione riservata)

Mary Miller | Happy hour

È preoccupato che un giorno non la amerà più. Adesso la ama molto e questo lo spaventa, perché potrebbe non durare. Forse entrambi dovrebbero trovarsi qualcun altro da amare di meno. O forse, semplicemente, lei non è la ragazza che lui credeva, quella che desiderava che fosse. L’ha deluso. E deludendolo ha deluso se stessa, e non riesce a fare altro che deluderlo perché lei stessa è delusa di averlo deluso e via discorrendo. Va tutto bene, gli aveva detto quella notte, accarezzandogli i capelli e stringendogli il braccio. Siamo felici, l’aveva rassicurato. Nessuna tempesta in vista [Mary Miller, dal racconto Istruzioni, trad. S. Reggiani]

Sin dalla sua uscita, sono stata incuriosita dalla raccolta di racconti “Happy hour” di Mary Miller (trad. Sara Reggiani, Edizioni Black Coffee, 259 pagine, 15 €). Lette presentazione e un’intervista di approfondimento a cura della casa editrice stessa, nonché qualche recensione pubblicata a ridosso dell’uscita del volume, ho iniziato a leggere “Happy hourcon un misto di curiosità e angoscia.

Dall’idea che mi ero fatta del contenuto dei racconti immaginavo che le voci protagoniste dei sedici racconti appartenessero ad un mondo troppo distante dal mio per essere apprezzate a pieno, invece sono riuscita ad apprezzarli perché mi hanno fatta riflettere, e talvolta mentre leggevo mi sono fermata a pensare che alcune loro debolezze e fragilità, in passato, le ho provate anche io.

Vorrebbe un’amica accanto, ma ultimamente sembrano tutte scomparse o hanno troppo da fare, o forse è lei a esserersi accorta solo adesso di preferire di gran lunga le loro vite alla sua, perciò fa fatica a starci insieme [Mary Miller, dal racconto Orsetto, trad. S. Reggiani]

Primo, le donne di Mary Miller non vogliono essere chiamate donne e una di loro lo ribadisce chiaramente nel racconto “Sporca”: Non sopporto di essere chiamata donna. Sono una ragazza. Lo sarò sempre. Questa prima precisazione è necessaria per presentare le sedici voci che introducono il lettore in questo vortice di storie.

Le ragazze tratteggiate dalla Miller sono originarie del Sud degli Stati Uniti, sono inquiete, ansiose, preoccupate per un futuro che non riescono a costruirsi, o che immaginano ma che sanno perfettamente che non vivranno mai. Osservano le amiche o le altre donne e si rendono conto che non saranno mai come loro, ma forse non vogliono nemmeno esserlo.

Questa non è la mia vita, e non è neppure quella che in teoria dovrei vivere, perciò tanto vale fingere che lo sia. La verità è che più la vivo più questa vita diventa mia, diventa reale, mentre quella che dovrei vivere recede sullo sfondo e un giorno scomparirà per sempre dalla mia vista [Mary Miller, dal racconto Verso l’alto, trad. S. Reggiani]

Galveston, Texas (Photo by Rajiv Perera on Unsplash)

Le ragazze hanno dei mariti o compagni distratti, incapaci di dir loro ‘ti amo‘ o anche solo ‘ti voglio bene‘; alcune ragazze sono già divorziate, altre separate, altre meditano di lasciare il compagno, altre ancora sono insoddisfatte del proprio uomo e si chiedono perché non solo l’hanno sposato ma hanno anche fatto dei figli con lui.

(…) mi ritrovo a chiedermi come abbia fatto a finire con lui e ad averci vissuto insieme per tutti questi anni. Cosa avremo ancora da dirci fra qualche tempo? Non riesco a immaginare un futuro in cui siamo felici. In generale c’è una cosa che non capisco nella vita, e cioè perché nessuno stia mai con la persona che ama davvero [Mary Miller, dal racconto Prima classe, trad. S. Reggiani]

In questo vortice di paure verso il futuro e incertezze riguardo loro stesse, le ragazze dei racconti della Miller sono immobili, incapaci di prendere un decisione e di svoltare la propria vita. Nell’attesa di qualcosa che – forse – non arriverà mai, molte ragazze si stordiscono con droghe o l’alcool che in casa non manca mai, nonostante le difficoltà economiche. Curare una fragilità con una sostanza che rende ancora più fragili è il modo migliore per rischiare un vero e proprio crollo.

Lo capisco anch’io che l’unico modo che abbiamo di cavarcela è restare in mezzo a disabili e ubriaconi, legare le nostre vite alle tristi e inutili esistenze di gente messa peggio di noi [Mary Miller, dal racconto Sporca, trad. S. Reggiani]

La scrittura di Mary Miller è incisiva, asciutta e non di perde in descrizioni o in sbrodolature: è essenziale, ho apprezzato molto il fatto che in una semplice frase la scrittrice americana sia riuscita a condensare situazioni o frustrazioni o pensieri delle protagoniste.

Eppure basterebbero pochi minuti per riassumere quello che c’è stato fra noi [Mary Miller, dal racconto La casa di Main Street, trad. S. Reggiani]

Fun in the pool (Photo by Jesper Stechmann on Unsplash)

Sì, le protagoniste femminili dei racconti di Mary Miller non sono felici, non sono soddisfatte della loro vita, non sono capaci di svoltare, di cambiare la loro vita e di prendere in mano le situazioni che vengono loro offerte; le protagoniste di Mary Miller sono piene di difetti, paure, ansie e incapacità.

Eppure, mi sono piaciute nel loro mettersi a nudo, nel loro confessarsi senza pudore, nella loro presa di coscienza di essere quello che sono, cioè deboli; come mi è piaciuta la scrittura tagliente di Mary Miller, che mi ha letteralmente tenuta incollata ai suoi racconti e ho dovuto dosarne la lettura, per non finirli troppo in fretta e aspettare poi troppo tempo per rileggerla di nuovo.

Lei lo guarda e si sente felice, ma la felicità è una cosa pesante, e ha l’impressione di doverne fare qualcosa [Mary Miller, dal racconto Hamilton pool, trad. S. Reggiani]

Titolo: Happy hour
Autrice: Mary Miller
Traduzione dall’inglese: Sara Reggiani
Editore: Edizioni Black Coffee
Perché leggerlo: perché Mary Miller ha una scrittura tagliente e ipnotica, perché in poche parole condensa vite intere di frustrazioni e paure; perché le protagoniste sono deboli e sanno di esserlo eppure non fanno nulla per migliorarsi. Perché è una lettura che emoziona, nonostante tutto

(© Riproduzione riservata)

AA. VV. | Ombre. Racconti ispirati ai dipinti di Edward Hopper

– Quale pensi che sia la storia? – chiese lei.
– Cosa, la loro? Cosa ti fa credere che ce ne sia una?
– C’è sempre una storia. Dipingere è raccontare. Sai perché si intitola Nighthawks?
– Nel senso di “falchi nella notte”? No, in realtà.
– Be’, che sia notte è ovvio. Ma dài un’occhiata al becco di quello che sta con la donna.
Bosch lo fece. Se ne accorse per la prima volta. Il naso dell’uomo era appuntito e incurvato come quello di un uccello. Un falco nella notte. Ovvero un nottambulo. [Michael Connelly, Nighthawks, trad. L. Briasco, F. Deotto, L. Sacchini]

Una ballerina nuda. Un pierrot triste e una donna dalle gote rosse alle sue spalle. Una ragazza sola in un caffè, con un cappellino. Un uomo che legge il giornale e una donna che, annoiata, pigia un tasto del pianoforte. La vetrina curva del diner più noto d’America, dove un cameriere serve un uomo e una donna che appaiono molto intimi. S’intravede una ragazza ad una finestra. Una ragazza nuda, ad eccezione delle scarpe, guarda fuori dalla finestra. Una giovane donna sola in una stanza attigua ad un cinema affollato. 

Atmosfere cupe, personaggi in costante attesa e nessun volto sorridente. Questi sono gli ingredienti dell’arte di Edward Hopper (1882-1967), uno dei più noti e apprezzati pittori americani del Novecento, acclamati dal pubblico per la sua incredibile capacità di trasmettere l’America – quella che vive nel nostro immaginario – attraverso i suoi quadri; spesso definito come il pittore del silenzio, nelle scene rappresentate da Edward Hopper aleggia un senso di solitudine e di attesa. Hopper disegnava luoghi che non hanno nulla di caratteristico: interni di locali, tavole calde, case, fari, marine, uffici; Hopper riportava su tela scene quoditiane, luoghi raggiungibili da chiunque e soprattutto, senza inventare niente, esaltava la normalità. Osservando i suoi lavori, lo spettatore viene letteralmente catturato e analizzando i personaggi e i paesaggi hopperiani non è difficile che percepisca una storia.

I nottambuli, Edward Hopper (1942) Art Institute of Chicago

I dipinti di Edward Hopper non hanno mai lasciato indifferenti né lettori né scrittori, come Lawrence Block, che ha chiesto ad alcuni autori americani di scegliere un dipinto di Edward Hopper e di scrivere un racconto ad esso ispirato. Il materiale prodotto è stato raccolto da Lawrence Block per andare a comporre l’antologia “Ombre. Dipinti ispirati a Edward Hopper” (trad. L. Briasco, F. Deotto, L. Sacchini, Einaudi, 304 pagine, 18.50 €).

L’antologia è composta da tredici racconti che prendono spunto dal dipinto di Hopper scelto dall’autore. Il racconto inizia con il nome dell’autore, il titolo e una riproduzione del dipinto: quindi, con il quadro in mente, inizia il racconto e il lettore si sente più coinvolto. Si possono immaginare molte storie – partendo da un dipinto come Nighthawks o Sera d’estate – e ancora prima di iniziare a leggere il racconto aleggia la curiosità di scoprire in quale punto dello scritto l’autore sceglierà di descrivere la scena del dipinto; è un po’ come sapere già quale scena succederà, ma senza conoscere i nomi e le azioni dei protagonisti.

I racconti appartengono a generi diversi: prettamente narrativi – “Lo spogliarello“, “La storia di Caroline“, “Soir bleu“, “La donna alla finestra“, “Natura morta 1931“, “Finestre nella notte” e “Autunno, tavola calda” -, noir – “La verità su quanto è successo“, “Nighthawks“, “L’incidente del 10 novembre“, “Il proiezionista” -,  fantastico – “Stanze sul mare” -,  e horrorLa sala della musica“.

La casa aveva altre qualità che Carmen trovava inquietanti. Per esempio il fatto che ogni anno, senza l’intervento di nessuno, guadagnasse una stanza. Se n’erano accorti lo stesso anno che era arrivato Fabius, qualche mese prima che Klaus Ronson si ammalasse di cancro ai polmoni. Calleta non aveva dato peso alla coincidenza. E aveva sempre trovato normale che le stanze comparissero all’improvviso, come sorte dal mare. Il mondo è pieno di fenomeni che sfidano le leggi della fisica, ripeteva, solo che in genere passano inosservati [Nicholas Christopher, Stanze sul mare, trad. L. Briasco, F. Deotto, L. Sacchini]

“Cinema a New York”, Edward Hopper (1939), The Museum of Modern Art, New York

Diversi generi letterari, diversi autori e autrici: la raccolta è eterogenea e alcuni scritti non fanno altro che confermare il genio dello scrittore, altri stupiscono e necessariamente qualcuno delude; confermano i loro genio Stephen King (“La stanza della musica”) e Jeffery Deaver (“L’incidente del 10 novembre”). Avendo letto per la prima volta Lee Child (“La verità su quanto è successo”), Michael Connelly (“Nighthawks”) e Joe R. Landsdale (“Il proiezionista”) mi hanno stupita parecchio.

Tra gli autori che non conoscevo nemmeno di nome, sono rimasta folgorata dai racconti di Jill D. Block (“La storia di Caroline”, l’autrice è la figlia di Lawrence Block, curatore dell’edizione americana), da Nicholas Christopher (“Stanze sul mare”) e da Kris Nelscott (“Natura morta 1931”). Ecco, soprattutto il racconto di Kris Nelscott: ci avrei visto bene un romanzo, uno di quelli da leggere tutto d’un fiato.

A malincuore ammetto che a deludermi è stata l’ultima alla quale avrei pensato, ovvero Joyce Carol Oates: il suo “La donna alla finestra” mi è sembrato isterico, inconcludente e contorto sin dall’inizio.

Un’antologia eterogenea come questa per preziosa principalmente per tre motivi: primo, permette al lettore di scoprire nuovi autori e autrici ed è un modo ambizioso e originale per celebrare un genio dell’arte del Novecento (temevo un po’ l’effetto commerciale, ma per fortuna – quasi- tutti i racconti si sono rivelati all’altezza delle mie aspettative).

Infine, nell’introduzione di Lawrence Block spiega il motivo per cui nel libro c’è la riproduzione di un dipinto in più: i racconti sono tredici, ma avrebbero dovuto essere quattordici. Un autore (o autrice) all’ultimo non ha potuto consegnare il lavoro, ma ormai Block e la sua squadra avevano già acquistato i diritti per riprodurre “Mattina a Cape Cod“, così il curatore, nella prefazione, invita i lettori a mettersi alla prova: quale storia c’è in questa donna vestita di rosso chiaro che si sporge verso la finestra?

Voi che storia ci vedete? Io una la vedo, e chissà se un giorno mi metterò a raccontarvela.

“Mattino a Cape Cod”, Edward Hopper (1950) Smithsonian American Art Museum, Washington

Titolo: Ombre. Racconti ispirati ai dipinti di Edward Hopper
Autori: Megan Abbott, Jill D. Block, Robert O. Butler, Lee Child, Nicholas Christopher, Michael Connelly, Jeffery Deaver, Stephen King, Joe R. Lansdale, Joyce C. Oates, Kris Nelscott, Jonathan Santlofer, Lawence Block
Traduzione: Luca Briasco, Fabio Deotto, Letizia Sacchini
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché è un’antologia di racconti molto belli, appassionanti per chi ama i lavori di Edward Hopper

(© Riproduzione riservata)

Brian Friel | Tutto in ordine e al suo posto

Sulla via del ritorno venne preso da un senso di solitudine. Solo una volta cedette alla tentazione di guardare dallo specchietto, ma s’era ormai fatto buio ed Errigal era già stata inghiottita dall’oscurità alle sue spalle. Era stato un errore tornarci (…) Perché il passato è un miraggio: una dolce illusione nella quale uno entra per sfuggire al presente (…) Cosa si aspettava di trovare a Corradinna: il recupero della sua innocenza? La conferma di un sogno? Non se lo ricordava più. Ora sapeva solo che quel viaggio era stato uno sbaglio. Lo aveva derubato di una cosa preziosa, l’immagine idealizzata che lui s’era fatto del suo passato, e al posto di quella immagine ora non c’era niente: solo la verità [Brian Friel, dal racconto “Fra le rovine”, trad. D. Benati]

Nei dieci racconti raccolti in “Tutto in ordine e al suo posto” di Brian Friel (trad. Daniele Benati, marcos y marcos, pag. 236, 18 €) l’autore nordirlandese con abilità e ironia mette in scena un carosello di personaggi e situazioni che conquistano e divertono il lettore.

Ne “Il rabdomante” una vedova sposa in seconde nozze un uomo che appare integerrimo, mentre in realtà nasconde un segreto molto comune a tutti i nordirlandesi del paese; in “L’oro in fondo al mare” un ragazzo si unisce ad una nave che esce di notte per andare a pesca di salmoni, scoprendo amare verità.

Nel racconto “Il sistema della vedovanza” un uomo decide di allevare un colombo per farlo gareggiare in velocità con un metodo assai particolare. “I raccoglitori di patate” è un racconto amaro sulla questione del lavoro minorile e l’abbandono scolastico; “Foundry House” è uno scritto sulle disillusioni infantili quando si cresce; ne “Gli illusionisti” un bambino scoprirà la verità riguardo al mago che ogni anno visita la sua scuola elementare.

Anche in “Ginger l’Eroe” ci sono due uomini che allenano un gallo per farlo combattere; “Fra le rovine“, il miglior racconto della raccolta, è un bellissimo scritto sui sogni e le aspirazioni che abbiamo da bambini e che talvolta da adulti non si realizzano. “La valle delle allodole” nasconde incandevoli descrizioni dei paesaggi della costa ovest dell’Irlanda del Nord, un luogo bellissimo che si chiama Gleann-na-fuiseóg. Infine, il racconto che dà il titolo alla raccolta “Tutto in ordine e al suo posto“, ovvero la presa di coscienza di un uomo nei confronti del passato della famiglia della moglie e in parte anche di sé stesso.

Sullo sfondo di tutti i racconti, Friel presenta e descrive un’Irlanda del Nord senza un tempo preciso, ma bellissima e romantica, in grado di far sognare il lettore.

A settecendo metri dalla punta del promontorio, il sentiero scendeva a precipizio in una minuscola valle, un piattino di erba verde contornato da dune di sabbia giallastra, mentre il promontorio terminava in una collina alta e smussata che rompeva il vento dell’Atlantico. L’impeto del vento continuò per un po’ a risuonare nelle loro orecchie dopo che furono entrati nella valle (…) Poi si resero conto del silenzio e, non appena ne furono zittiti, udirono le allodole: non un paio, né una dozzina o una ventina, ma centinaia di allodole, tutti invisibili nella calura azzurra del cielo, come un ombrello di musica aperto su quel piccolissimo mondo [Brian Friel, dal racconto “La valle delle allodole”, trad. D. Benati]

Tempesta a Rossbeigh Beach, contea di Kerry, Irlanda (fonte: Sascha Müller, Flickr CC BY-NC-SA 2.0)

I personaggi di Friel provengono da ogni estrazione sociale e sono persone semplici: il maestro della piccola scuola elementare, le madri con nove o dieci marmocchi, gli uomini che sperperano la paga in scommesse e whisky. E ognuno di loro, nell’umiltà, conserva dei sogni e delle speranze: combattere l’analfabetismo, far crescere sani e robusti i marmocchi, allevare colombi o galli per vincere alle gare e guadagnare soldi, mentre i ragazzini sognano di diventare illusionisti, pescatori di salmoni o ‘ricchi’ contadini.

Eppure, nonostante lo humor con il quale Friel impregna le proprie storie arrivando quasi ad ironizzare su situazioni alquanto drammatiche, nelle vicende narrate lo svolgimento è molto simile: un personaggio umile ha dei sogni e dei progetti, ecco la grande occasione che si palesa e quindi i grandi sforzi per sfruttarla in meglio e infine il momento della disillusione o l’impatto con la realtà, spesso cruda e poco romantica.

Possono sembrare tristi, i racconti di Friel, invece trasmettono allegria, vivacità e brio nonostante qualche nota amara. Sono storie semplici da comprendere e facili da amare, sono lo specchio di un’epoca che forse non c’è più – o forse c’è ancora – nascosta in qualche piccolo paesino della verde, luminosa e piovosa Irlanda del Nord, una società fatta di persone che nonostante le avversità della vita riescono sempre a cogliere l’aspetto positivo e a sciogliersi in una risata liberatoria.

 Ma ora, per la prima volta, li vedeva sotto un’altra luce ed erano ridicoli: due uomini di mezz’età che sprecavano la loro vita ad aspettare che un colombo tornasse a casa! Cominciò a ridere sotto i baffi. La risatina si trasformò in una risata più grossa. Alla fine rise così tanto che gli vennero a far male i fianchi, e fiumi di lacrime gli colarono dagli occhi. E, nella stretta del suo braccio, Judith rideva anche lei, e piangeva pure. E per quella mezz’ora, con tutto quel piangere, furono la coppia più felice di tutta Mullaghduff [Brian Friel, dal racconto “Il sistema della vedovanza”, trad. D. Benati]

Titolo: Tutto in ordine e al suo posto
L’Autore: Brian Friel
Traduzione dell’inglese: Daniele Benati
Editore: marcos y marcos
Perché leggerlo: per conoscere aspetti dell’Irlanda del Nord, per affezionarsi ai personaggi che nonostante le difficoltà sorridono e perché sono racconti scorrevoli, divertenti e molto coinvolgenti, da leggere e rileggere

(© Riproduzione riservata)

Emilio Salgari | Alla conquista della Luna

Lo scrittore Emilio Salgari è soprattutto noto ai lettori per aver dato vita all’immortale personaggio di Sandokan, la Tigre della Malesia; ma l’autore veneto, oltre ad essere un romanziere prolifico e visionario, si è dedicato anche alla scrittura dei racconti: raccolti nel volume “Alla conquista della Luna” (Cliquot, 142 pagine, 16 €) ci sono sei racconti fantastici e fantascientifici in grado di divertire e far provare un po’ di nostalgia per un tempo in cui si immaginava un futuro molto diverso.

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Lanciato sulla Terra a 9.500 metri. La nostra macchina funziona sempre perfettamente, mercé il calore proiettato dai nostri specchi e condensato nei nostri motori. Se nulla accade di contrario, noi fra tre ore avremo lasciato la zona d’aria respirabile e continueremo la nostra ascensione verso la Luna. Se non potremo più mai tornare sulla Terra o se il freddo ci assidererà come temiamo, chi vorrà sapere chi noi siamo e con quale macchina ci siamo innalzati, si rivolga all’alcalde di Allegranza (isole Canarie), a cui abbiamo rimesso i nostri documenti prima di lasciare definitivamente la Terra [estratto dal racconto Alla conquista della Luna, Emilio Salgari]

Ci sono navigatori norvegesi suggestionati e ossessionati dalla presenza del Maelström, un gorgo spaventoso e letale che risucchia le imbarcazioni al largo delle coste delle isole Lofoten. Spaventose creature simili a calamari giganteschi che emergono dagli abissi bui per saccheggiare le navi che solcano le acque della Cornovaglia. Un inventore crea la “Stella Filante” un prototipo di dirigibile in grado di fare il giro del mondo.

Dalle Azzorre parte una spedizione composta da scienziati che contano di raggiungere la Luna. In una zona paludosa della Florida un eccentrico riccone e il suo servitore di colore Ongro fanno una macabra scoperta, uno scheletro senza testa, e da qui si dipana una storia che sfuma quasi nell’orrore. Generazioni di navigatori portoghesi hanno cercato l’isola delle Sette Città, idealmente collocata tra le Azzorre e le Canarie.

E l’isola delle Sette Città? Mistero sempre. Che fosse però realmente esistita verso il finire del XV secolo, nessuno lo pose mai in dubbio. I marinai portoghesi e gl’isolani delle Canarie affermano anche oggidì che in mezzo al mare dei Sargassi, di quando in quando, vedono sorgere dal profondo delle acque dei getti intensi di vapore che fanno delle ecatombi di pesci, e che poi emergono dalle rupi che qualche tempo dopo tornano a scomparire. Sono le rive dell’isola delle Sette Città che in causa delle commozioni sotterranee vengono spinte verso la superficie? E’ probabile. [dal racconto L’isola delle Sette Città, Emilio Salgari]

Questi sono gli spunti su cui Emilio Salgari ha impostato i suoi sei racconti fantastici e fantascientifici. La scrittura può essere vista come un momento di evasione, di estraniazione dalla realtà, e leggendo i racconti di Salgari questa sensazione si ha spesso.

I racconti sono scritti in modo semplice, senza complessi intrecci narrativi o artifici, facili da seguire e decisamente godibili. Sono racconti piuttosto brevi, ma in pochi righe ci si sente trascinati dalla magia della penna salgariana. A tratti è un po’ come fare il giro del mondo, dato che nell’arco di poche pagine ci troviamo catapultati dalla gelida Norvegia alle calde isole Azzorre e Canarie, passando per la Cornovaglia e il soleggiato Portogallo, e con due tappe americane, una in Florida e una a San Francisco.

Se i personaggi e le situazioni immaginate dall’autore veneto lette un tempo potevano sembrare incredibili, a leggerle oggi – nel futuro dove dovrebbero essere idealmente ambientate – fanno sorridere ma non smettono di soprendere per l’incredibile fantasia utilizzata per scriverle.

Fantasia notevole per descrivere la macchina che deve condurre gli scienziati sulla Luna, e minuziose sono anche le descrizioni del decollo; incredibilmente, la storia della “Stella Filante” che dovrebbe portare i suoi passeggeri in giro per il mondo, assomiglia a quella del dirigibile Zeppelin o del trasatlantico Titanic, quasi fosse una profezia o un ammonimento nel non sfidare troppo la sorte. Più fantastici sono i racconti di “Lo scheletro nella foresta” e “Negli abissi dell’oceano“, che ammiccano il primo alla tradizione di Edgar Allan Poe e il secondo a quella di Jules Verne.

Storie, quelle di Salgari, che mettono in luce soprattutto la sfiducia dell’autore nel confronto del futuro: molte trame, infatti, non hanno il lieto fine e spesso i personaggi sono incompresi o non creduti o presi per pazzi. L’uomo tenta di volare, conquistare la Luna, sfidare i mostri degli abissi e la potenza dei fenomeni insipiegabili; ma l’uomo per natura fallibile e pieno di difetti. Emilio Salgari ci racconta questo: nonostante le idee geniali, l’uomo è fallibile e le sue storie ce lo ricordano nel caso volessimo sfidare troppo i nostri limiti umani.

*

I compagni di viaggio che hanno intrapreso questo giro del mondo con Salgari, sfidato mostri e gorghi marini, sono Fabrizia, Claudia e Fabio, e io vi invito a fare un salto nei loro blog perché hanno molte cose da raccontarvi sui visionari racconti di Emilio Salgari. Seguite tutte le tappe del nostro tour!

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Non è il mio genere | Chiacchierando di… Racconti

Sabato 14 gennaio alla Libreria Sulla Parola di Caluso (TO) Elisa La lettrice rampante, la libraia Stefania ed io abbiamo cercato di dimostrare che i racconti possono essere davvero molto belli e interessanti. Protagonista dell’incontro di sabato, infatti, è stato il racconto.

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Il racconto generalmente è un genere molto bistrattato e spesso si sente proprio dire che non è un genere apprezzato, anche all’interno della cerchia dei lettori forti. Forse un racconto lo si vede più come una storia per bambini o ragazzi, uno scritto troppo breve per essere apprezzato degnamente. Probabilmente, chi sostiene questo semplicemente non ha ancora trovato l’autore o l’autrice in grado di far cambiare idea. Oppure, non è in sintonia con questo stile narrativo, come me con i romanzi rosa (non possono piacere a tutti le stesse cose, avete idea che noia sarebbe, il mondo?).

In ogni caso, come sempre, l’incontro è stato ricco di spunti per la lettura e di riflessione, nonché sono sempre emersi gli aneddoti dei lettori legati a questa o a quest’altra raccolta di racconti. I suggerimenti arrivati sono forse un po’ meno rispetto le scorse volte: credo sia appunto dovuto al fatto che il racconto blocca un po’, anche il lettore più accanito.

Ecco i consigli di lettura che sono arrivati!

Anna – Niccolò Ammaniti (Einaudi)

La sognatrice di Ostenda – Eric-Emmanuel Schmidt (e/o)

Dieci dicembre – George Saunders (minimum fax)

Dodici racconti raminghi – Gabriel García Márquez (Mondadori)

Incubi e deliri – Stephen King (Mondadori)

Moby Dick e altri racconti brevi – Alessandro Sesto (Gorilla Sapiens editori)

Undici solitudini – Richard Yates (minimum fax)

Bugiardi e innamorati – Richard Yates (minimum fax)

Scusate il disordine – Luciano Ligabue (Einaudi)

Non ho ancora finito di guardare il mondo – David Thomas (marcos y marcos)

La pazienza dei bufali sotto la pioggia – David Thomas (marcos y marcos)

Il pappagallo che prevedeva il futuro – Luciano Lamberti (gran via)

Sono il guardiano del faro – Eric Faye (Racconti edizioni)

Alla conquista della luna – Emilio Salgari (Cliquot)

Tra cielo e colline – Antonella Saracco (Araba Fenice)

Nessuno accendeva le lampade – Felisberto Hernández (la Nuova frontiera)

Il viaggiatore – Stieg Dageman (Iperborea)

Il vento distante – Emilio Pacheco (SUR)

Ottaedro – Julio Cortázar (Einaudi)

Sessanta racconti – Dino Buzzati (Mondadori)

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Il prossimo appuntamento è per il 18 febbraio 2017 e ci incontreremo per chiacchierare e consigliare romanzi rosa, un genere che non è assolutamente nelle mie corde ma cercherò di mettermi in gioco e tenterò di leggerne uno (promesso!).

Non vi resta che seguirci, sui rispettivi blog e sulle nostre pagine Facebook: Libreria Sulla Parola, La lettrice rampante e Il giro del mondo attraverso i libri.

A. B. Guthrie | L’ultimo serpente

Ci sono epoche che vorrei aver vissuto, periodi storici che mi affascinano così tanto che quando osservo un dipinto o una fotografia del tempo mi ritrovo a sognarlo ad occhi aperti. Leggendo “L’ultimo serpente” di A. B. Guthrie (trad. N. Manuppelli, 149 pagine, 16.90 €) e lasciandomi coinvolgere da ogni racconto mi pare averlo vissuto, almeno con l’immaginazione, emozioni e sentimenti, forti e aspri come le terre dell’ovest.

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A volte si lasciava andare ai ricordi e non vedeva né sentiva gli altri intorno a lui, e non rispondeva se qualcuno gli diceva qualcosa. Era tutto a posto. Non gli importava che dubitassero delle sue storie o che ridessero di lui o delle sue idee. Un uomo dopo aver passato abbastanza tempo da solo là dove nessun altro uomo bianco aveva mai messo piede, cominciava a pensare in modo differente (…) Si sentiva una cosa sola con quelle montagne e l’enorme cielo e i venti solitari, e anche con gli indiani e gli animali, ed era un po’ come condividere ciò che essi sapevano, come se non ci potesse essere segreto che non gli venisse sussurrato, come quelle cose segrete che stava sentendo anche adesso. [L’ultimo serpente, A. B. Guthrie, trad. N. Manuppelli]

Immaginate di scendere con un salto dalla carovana sulla quale avete viaggiato per giorni e notti interi. Sollevate una nuvola di polvere, togliete il cappello e abbassate il bavero; vi passate una mano sugli occhi che bruciano tanto sono abbagliati dal sole, vi guardate attorno e non avete nessun punto di riferimento. Qui non c’è nulla: né strade, né ferrovia, né sentieri, neppure montagne. Ci siete voi, i vostri compagni di ventura, due cavalli, qualche arma e una distesa piatta e sconfinata che si apre per miglia e miglia, fin dove i vostri occhi stanchi riescono a mettere a fuoco. Muovete un paio di passi, esitanti, e cercate di capire quanto ancora immenso possa essere l’ovest.

Quanto è immenso l’ovest? Che sensazione devono aver provato i primi coloni americani che decisero di avventurarsi in territori inespolorati? Partire, lasciare la sicurezza di un luogo dove si vive da molto tempo, per inseguire una sorta di chimera, che all’epoca ovviamente non veniva percepita come tale ma era semplicemente un viaggio di conquista, occasione di guadagno. Fu il prezioso metallo giallo a far salire la febbre di conquista negli anni Quaranta dell’Ottocento e, seppur Lewis e Clark avessero già intuito quanto immensi fossero gli Stati Uniti d’America, molti altri in quel periodo se ne resero conto.

A. B. Gurthie nacque nel 1901 quando buona parte delle piste per la conquista dell’ovest erano state aperte e battute. Dagli stati dell’est verso l’ovest, coltivatori, cacciatori, allevatori e cercatori d’oro avevano condotto numerose carovane e guidato spedizioni. Nei racconti di Guthrie della raccolta “L’ultimo serpente” l’ovest è mitizzato, come accade negli scrittori che non hanno vissuto direttamente la conquista del west. C’è infatti una buona differenza tra gli scrittori che hanno vissuto la conquista dell’ovest e chi non l’ha vissuta, e la descrive per immagini, per storie raccontate o addirittura filtrate dal grande schermo (è del 1903 il film The great train robbery di Porter).

La conquista dell’ovest come mito che ha il sapore di leggenda, di eroica impresa, anche se i protagonisti dei racconti di Guthrie sono uomini con mille difetti, che arrivano subito alle mani – anzi, alle pistole – e spesso fortemente dipendenti dall’alcool.

“Il whisky non fa male qui,” disse. “Questa terra è così aspra e asciutta che lo si brucia subito. Si smaltisce in fretta. Non come in quegli stati del sud, dove una volta ho spedito un carico di mustang. Se ti fai tre o quattro bicchieri con quel clima, il corpo non li assorbe, e prima ancora che te ne accorgi, sei sbronzo.” [L’ultimo serpente, A. B. Guthrie, trad. N. Manuppelli]

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“Donne indiane in marcia” Charles Russel (1898)

Nell’ovest ci sono spazi immensi e tutto è più grande e sconfinato, quasi infinito, e qui anche i sentimenti e le emozioni vengono amplificate. Leggendo i racconti lo si percepisce molto bene: alcune figure sembrano quasi esagerate e i fatti narrati quasi assurdi. Il mito del west viene raccontato attraverso storie brevi, incisive, con il finale spesso a sorpresa o che ribalta tutto ciò che abbiamo creduto sino a quel punto; capisaldi sono la voglia di avventura, di riscatto, di libertà e la possibilità di infrangere la legge e vivere quasi senza regole.

E senza regole e umanità i visi pallidi si sono interfacciati con i nativi americani. Nei racconti di Guthrie spesso emerge la figura del nativo americano visto quasi sempre con la classica connotazione da ‘nemico’ da combattere. I visi pallidi sono sempre in trepidazione, quando percepiscono la presenza degli indiani, e non si fanno grandi problemi nell’aprire il fuoco contro di loro.

Nel racconto “Il grande demone” non si legge la solita ostilità tra bianchi e indiani, ma l’abisso culturale sì: quando lo spettacolo ‘pirotecnico’ termina, il giudizio di Due Piume è lapidario: “Visi pallidi (…) e le loro imprese da somari.”

Sarà per la mia passione per i nativi americani, ma ho sempre provato fastidio nel vederli dipinti come i cattivi; furono durissime le guerre contro i nativi americane, le tribù registrarono notevoli perdite e si ritrovarono a tutti gli effetti invasi dai bianchi. Nonostante la schiacciante vittoria Lakota, Cheyenne e Arapaho contro il Generale Custer a Little Big Horn, i visi pallidi determinati e meglio armati vinsero le cosiddette Guerre Indiane. Fu poi con il Massacro di Wounded Knee, Sud Dakota, nel 1890, che si chiuse definitivamente la questione indiana. A favore dei bianchi, come tutti sappiamo.

A volte, nello stordimento generale e con tutte quelle domande che lo tormentavano, arrivava a dubitare di se stesso. Si chiese se un uomo potesse commettere un crimine senza averne poi alcun ricordo, e a forza di domande, al di là della memoria, arrivare al punto di convincersi [L’ultimo serpente, A. B. Guthrie, trad. N. Manuppelli]

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“Sul sentiero di guerra” Charles Russsel (1895)

Il mito della conquista dell’ovest americano è costellato di imprese eroiche, personaggi bislacchi e alticci, capitani di ventura, fiumi d’alcool e centinaia di frecce e proiettili; l’ovest degli spazi aperti, delle libertà, dei fuorilegge che rappresentano la legge; è un periodo storico fatto di contraddizioni e contrasti, di battaglie e di armistizi. Ma il mito della conquista dell’ovest che ci è stato trasmesso non è ciò davvero fu, ma è quello degli ideali, di quello che avrebbe dovuto essere.

Un ulteriore interessante approfondimento a proposito dei racconti di A. B. Guthrie lo potete trovare sul blog Il mondo urla dietro la porta di Fabrizia: lei è stata la compagna di viaggio di questa bella lettura condivisa!

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Titolo: L’ultimo serpente

L’Autore: A. B. Guthrie (1901 – 1991)

Traduzione dall’inglese: Nicola Manuppelli

Editore: Mattioli 1885

Perché leggerlo: sono racconti intensi seppur brevi, ricchi di fascino, nostalgia e un pizzico di ironia; ideali per chi si ritrova spesso a sognare il vecchio west, per chi vorrebbe indossare degli stivali di pelle e cavalcare senza sella, per chi vuole immaginarsi tra gli indiani o nascosto dentro la tana di un castoro

Andrés Neuman | Le cose che non facciamo

Le cose che non facciamo” di Andrés Neuman (SUR edizioni, 152 pagine, 15 €) è uno di quei libri che necessariamente colpiscono per la copertina: di colore rosa shocking, con un ombrellone e una racchetta da pingpong stilizzati mi hanno immediatamente incuriosita. Scoprire che si trattava di una raccolta di brevi (e brevissimi) racconti, un po’ sperimentali, scritti da un prolifico autore argentino, ha fatto sì che mi ritrovassi a leggerlo e ad essere qui a parlarne.

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Titolo: Le cose che non facciamo

L’Autore: Andrés Neuman è nato in Argentina nel 1977. Autore di romanzi, poesie e racconti, in Italia sono stati pubblicati Parlare da soli, Frammenti della notte e Il viaggiatore del secolo, tutti editi da Il Ponte delle Grazie

Traduzione dallo spagnolo: Silvia Sichel

Editore: SUR edizioni

Il mio consiglio: la raccolta di brevi e brevissimi racconti di Neuman la consiglio agli appassionati del genere narrativo breve, a chi piace leggere qualcosa di sperimentale e assurdo, a chi cerca qualcosa di decisamente innovativo

Io? Se mi contraddico? Se mi rendo conto di fare sempre gli stessi errori? Spesso. Spessissimo. Cosa credi. Tanto per cominciare, sono una stupida. E una fifona. E una rinunciataria. E fingo che potrei vivere una vita che non avrò mai. Pensandoci bene, non so cosa sia più grave: non accorgersi di certe cose o accorgersene e non fare niente. Proprio per questo, capisci, ho tirato questa riga. Sì. È infantile. È brutta e piccolina. Ed è la cosa più importante che io abbia fatto quest’estate. [dal racconto Una riga sulla sabbia, Andrés Neuman]

Al termine dell’estate una ragazza traccia una riga sulla sabbia e vieta al compagno di valicarla; un uomo si trova in una clinica e si accinge a partorire suo figlio; un ragazzino sfida se stesso e nuota verso uno scoglio lontano assieme alla ragazza oggetto del suo desiderio. E poi, un poeta scopre che le sue poesie sono andate perdute durante un incidente; un aspirante suicida telefona alla psichiatra per comunicarle la sua drammatica decisione; di un padre, ad un ragazzo, restano solo le scarpe.

I racconti di Andrés Neuman sono rapidi sprazzi di luce che si aprono sulle vite di sconosciuti: iniziano in modo rocambolesco, a volte è necessario leggerli due volte per capire cosa sta succedendo e dove l’autore voglia andare a parare. Quasi sempre il racconto si conclude senza una vera conclusione, e chi legge resta col fiato sospeso. A volte, invece, c’è quel finale “a sorpresa” che inquieta perché la conclusione – dove c’è – è torbida.

Alcuni brani sono dei piccoli capolavori, uno su tutti il racconto che dà il titolo all’intera raccolta Le cose che non facciamo, appunto.

Mi piacciono le lingue che vorremmo parlare e sogniamo di imparare l’anno prossimo, mentre ci sorridiamo sotto la doccia. Ascolto dalle tue labbra quei dolci idiomi ipotetici, le loro parole mi riempiono di stimoli. Mi piacciono tutti i propositi, dichiarati e segreti, che disattendiamo insieme. È questo che preferisco della vita a due. La meraviglia aperta sull’altrove. Le cose che non facciamo. [dal racconto Le cose che non facciamo, Andrés Neuman]

Altri racconti, come scrivevo, sono brevissimi ma intesi, altri sono degli esercizi di stile, per esempio il racconto Dare alla luce dove in tutto il racconto c’è un solo punto, il resto è una foresta di virgole.

(…) è difficile amare per gli uomini, è un rischio essere i primi a commuoversi, a lanciarsi nel vuoto senza sapere quale sarà la risposta o dove si dirigerà la bicicletta, essere amati è diversi, ci osservano, tutto è comodo e gelido, in terza persona, lei mi ama, e una terza persona era proprio ciò che da quella notte si stava generando come una ragnatela microscopica, così, (…) [dal racconto Dare alla luce, Andrés Neuman]

Infine, in appendice ci sono quattro dodecaloghi, imperativi e regole su come dovrebbe essere scritto un racconto ad effetto secondo Andrés Neuman. La trovo una cosa molto originale e molte regole dettate dall’autore riflettono fortemente il suo stile, innovativo e stravagante, la degna conclusione di una raccolta di racconti così particolare. Una norma su tutte? Questa!

XI. Nel racconto, un minuto può essere eterno e l’eternità durare lo spazio di un minuto. [Andrés Neuman]

AA. VV. | Sul mare. Racconti di sole e di vento

Abito distante dal mare e ogni volta che lo raggiungo sono sempre emozionata. Quando devo andare via mi sento molto nostalgica perché non ho mai idea di quando lo rivedrò. Ogni secondo passato al mare per me è prezioso: mi siedo sul bagnasciuga, ammiro le onde, inalo salsedine, attendo il tramonto. “Sul mare. Racconti di sole e di vento” (AA. VV., 177 pagine, 14 €) è una bella raccolta di vari autori, italiani e stranieri, che ha come soggetto principale il mare e i personaggi che hanno la fortuna di poterlo vivere.

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Titolo: Sul mare. Racconti di sole e di vento

Autrici e Autori: H. Lawrence, Grazia Deledda, L. Capuana, F.Tozzi, K. Mansfield, L. Pirandello, G. D’Annunzio, J. M. Machado de Assis, G. Arpino, C. Salvago Raggi

Traduzioni: dal portoghese Giuliana Segre Giorgis (Machado de Assis), dall’inglese Sergio Daneluzzi (H. D. Lawrence) e Franca Genta Bonelli (K. Mansfield)

Editore: Lindau edizioni

Il mio consiglio: “Sul mare. Racconti di sole e di vento” è una bella e suggestiva raccolta di racconti che include classici contemporanei; consigliato a chi ama il mare in ogni sua forma, anche quando è burrascoso, a chi vuole sognare ad occhi aperti i ricordi che ha vissuto e custodisce con gelosia

Aveva smesso di lavorare al suo libro. L’interesse era svanito. Gli piaceva sedersi sulla bassa sommità dell’isola e vedere il mare; null’altro che il mare, pallido e quieto. E sentire la propria mente farsi sofficie e caliginosa, come la foschia sull’oceano. Talvolta vedeva sollevarsi come un miraggio in direzione nord la sagoma lontana della grande isola. Ma era del tutto priva di consistenza. [dal racconto: L’uomo che amava le isole, H. D. Lawrence]

Ho scelto di iniziare la recensione della raccolta con la citazione di uno dei racconti che più mi è piaciuto. “L’uomo che amava le isole” di H. D. Lawrence è un racconto terribilmente romantico, con un incipit che affascina e trascina, proprio come un’onda durante una giornata di vento. Le isole sono lembi di terra per la quale ho una grande passione e leggendo il racconto di quest’uomo che le ama così tanto a tratti mi ci sono ritrovata. Sarebbe bello possedere un’isola, piccolina, un pezzo di terra accarezzato dal mare, un luogo sicuro, un rifugio dove il grande blu la circonda con un abbraccio.

Leggendo, ci si accorge come il mare sia sfondo e protagonista, sempre descritto con grande sensibilità e romanticismo, anche quando ulula sospinto dalla bonaccia oppure cerca di capovolgere una barchetta con due novelli sposi a bordo.

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Carlo Carrà, “Barcaiolo” (1939)

Gli autori e le autrici scelti per comporre il volume, sono soprattutto autori classici. Confesso che quando ho letto il nome di Gabriele D’Annunzio tra gli autori ho sospirato: l’autore abruzzese non mi è mai stato simpatico, ma dopo aver superato l’iniziale diffidenza, mi ha regalato parole come queste:

Ma l’odore del mare li ubriacava quei due. A volte stavano a guardarsi dentro gli occhi lungamente, come ammaliati, lei seduta su l’orlo della barca, lui disteso su le tavole del fondo a’ suoi piedi; mentre il flutto li cullava e cantava per loro, il flutto verde come un immenso prato a maggio mosso dal vento [dal racconto: Dalfino, G. D’Annunzio]

Oltre al racconto di Lawrence, ho apprezzato moltissimo i racconti di Grazia Deledda, magnetici e scorrevoli. Originalissimo e divertente, con finale più che a sorpresa, “Le lumache di mare” di G. Arpino; molto sudamericano e immancabile dove si parli di mare, “La notte dell’ammiraglio” del brasiliano Machado de Assis. Particolare e fortemente nostalgico “Incontro a Bordighera” della genovese C. Salvago Raggi.

Il mio preferito è  certamente “Alla baia” di Katherine Masfield: un caleidoscopio di personaggi più o meno bizzarri, alcuni freddi e senza cuore, nonne che lavorano a maglia in spiaggia e bambini che adorano l’acqua.  Un po’ mi ha ricordato le suggestione di “Gita al faro” di Virginia Woolf, questa attesa che prosegue, che non finisce mai, il sentirsi costantemente alla ricerca di qualcosa o di qualche evento che smuova l’esistenza, come quando si getta un sasso in acqua.

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Ignacio Olano, Figlia al porto (c 1932)

Sul mare. Racconti di sole e di ventoè una bella raccolta ideale da leggere in estate, ma forse è soprattutto un balsamo per l’inverno, quando avrete quella strana nostalgia del mare, delle onde, dei bagni mattutini e dei tramonti rosa.