AA. VV. | Ombre. Racconti ispirati ai dipinti di Edward Hopper

– Quale pensi che sia la storia? – chiese lei.
– Cosa, la loro? Cosa ti fa credere che ce ne sia una?
– C’è sempre una storia. Dipingere è raccontare. Sai perché si intitola Nighthawks?
– Nel senso di “falchi nella notte”? No, in realtà.
– Be’, che sia notte è ovvio. Ma dài un’occhiata al becco di quello che sta con la donna.
Bosch lo fece. Se ne accorse per la prima volta. Il naso dell’uomo era appuntito e incurvato come quello di un uccello. Un falco nella notte. Ovvero un nottambulo. [Michael Connelly, Nighthawks, trad. L. Briasco, F. Deotto, L. Sacchini]

Una ballerina nuda. Un pierrot triste e una donna dalle gote rosse alle sue spalle. Una ragazza sola in un caffè, con un cappellino. Un uomo che legge il giornale e una donna che, annoiata, pigia un tasto del pianoforte. La vetrina curva del diner più noto d’America, dove un cameriere serve un uomo e una donna che appaiono molto intimi. S’intravede una ragazza ad una finestra. Una ragazza nuda, ad eccezione delle scarpe, guarda fuori dalla finestra. Una giovane donna sola in una stanza attigua ad un cinema affollato. 

Atmosfere cupe, personaggi in costante attesa e nessun volto sorridente. Questi sono gli ingredienti dell’arte di Edward Hopper (1882-1967), uno dei più noti e apprezzati pittori americani del Novecento, acclamati dal pubblico per la sua incredibile capacità di trasmettere l’America – quella che vive nel nostro immaginario – attraverso i suoi quadri; spesso definito come il pittore del silenzio, nelle scene rappresentate da Edward Hopper aleggia un senso di solitudine e di attesa. Hopper disegnava luoghi che non hanno nulla di caratteristico: interni di locali, tavole calde, case, fari, marine, uffici; Hopper riportava su tela scene quoditiane, luoghi raggiungibili da chiunque e soprattutto, senza inventare niente, esaltava la normalità. Osservando i suoi lavori, lo spettatore viene letteralmente catturato e analizzando i personaggi e i paesaggi hopperiani non è difficile che percepisca una storia.

I nottambuli, Edward Hopper (1942) Art Institute of Chicago

I dipinti di Edward Hopper non hanno mai lasciato indifferenti né lettori né scrittori, come Lawrence Block, che ha chiesto ad alcuni autori americani di scegliere un dipinto di Edward Hopper e di scrivere un racconto ad esso ispirato. Il materiale prodotto è stato raccolto da Lawrence Block per andare a comporre l’antologia “Ombre. Dipinti ispirati a Edward Hopper” (trad. L. Briasco, F. Deotto, L. Sacchini, Einaudi, 304 pagine, 18.50 €).

L’antologia è composta da tredici racconti che prendono spunto dal dipinto di Hopper scelto dall’autore. Il racconto inizia con il nome dell’autore, il titolo e una riproduzione del dipinto: quindi, con il quadro in mente, inizia il racconto e il lettore si sente più coinvolto. Si possono immaginare molte storie – partendo da un dipinto come Nighthawks o Sera d’estate – e ancora prima di iniziare a leggere il racconto aleggia la curiosità di scoprire in quale punto dello scritto l’autore sceglierà di descrivere la scena del dipinto; è un po’ come sapere già quale scena succederà, ma senza conoscere i nomi e le azioni dei protagonisti.

I racconti appartengono a generi diversi: prettamente narrativi – “Lo spogliarello“, “La storia di Caroline“, “Soir bleu“, “La donna alla finestra“, “Natura morta 1931“, “Finestre nella notte” e “Autunno, tavola calda” -, noir – “La verità su quanto è successo“, “Nighthawks“, “L’incidente del 10 novembre“, “Il proiezionista” -,  fantastico – “Stanze sul mare” -,  e horrorLa sala della musica“.

La casa aveva altre qualità che Carmen trovava inquietanti. Per esempio il fatto che ogni anno, senza l’intervento di nessuno, guadagnasse una stanza. Se n’erano accorti lo stesso anno che era arrivato Fabius, qualche mese prima che Klaus Ronson si ammalasse di cancro ai polmoni. Calleta non aveva dato peso alla coincidenza. E aveva sempre trovato normale che le stanze comparissero all’improvviso, come sorte dal mare. Il mondo è pieno di fenomeni che sfidano le leggi della fisica, ripeteva, solo che in genere passano inosservati [Nicholas Christopher, Stanze sul mare, trad. L. Briasco, F. Deotto, L. Sacchini]

“Cinema a New York”, Edward Hopper (1939), The Museum of Modern Art, New York

Diversi generi letterari, diversi autori e autrici: la raccolta è eterogenea e alcuni scritti non fanno altro che confermare il genio dello scrittore, altri stupiscono e necessariamente qualcuno delude; confermano i loro genio Stephen King (“La stanza della musica”) e Jeffery Deaver (“L’incidente del 10 novembre”). Avendo letto per la prima volta Lee Child (“La verità su quanto è successo”), Michael Connelly (“Nighthawks”) e Joe R. Landsdale (“Il proiezionista”) mi hanno stupita parecchio.

Tra gli autori che non conoscevo nemmeno di nome, sono rimasta folgorata dai racconti di Jill D. Block (“La storia di Caroline”, l’autrice è la figlia di Lawrence Block, curatore dell’edizione americana), da Nicholas Christopher (“Stanze sul mare”) e da Kris Nelscott (“Natura morta 1931”). Ecco, soprattutto il racconto di Kris Nelscott: ci avrei visto bene un romanzo, uno di quelli da leggere tutto d’un fiato.

A malincuore ammetto che a deludermi è stata l’ultima alla quale avrei pensato, ovvero Joyce Carol Oates: il suo “La donna alla finestra” mi è sembrato isterico, inconcludente e contorto sin dall’inizio.

Un’antologia eterogenea come questa per preziosa principalmente per tre motivi: primo, permette al lettore di scoprire nuovi autori e autrici ed è un modo ambizioso e originale per celebrare un genio dell’arte del Novecento (temevo un po’ l’effetto commerciale, ma per fortuna – quasi- tutti i racconti si sono rivelati all’altezza delle mie aspettative).

Infine, nell’introduzione di Lawrence Block spiega il motivo per cui nel libro c’è la riproduzione di un dipinto in più: i racconti sono tredici, ma avrebbero dovuto essere quattordici. Un autore (o autrice) all’ultimo non ha potuto consegnare il lavoro, ma ormai Block e la sua squadra avevano già acquistato i diritti per riprodurre “Mattina a Cape Cod“, così il curatore, nella prefazione, invita i lettori a mettersi alla prova: quale storia c’è in questa donna vestita di rosso chiaro che si sporge verso la finestra?

Voi che storia ci vedete? Io una la vedo, e chissà se un giorno mi metterò a raccontarvela.

“Mattino a Cape Cod”, Edward Hopper (1950) Smithsonian American Art Museum, Washington

Titolo: Ombre. Racconti ispirati ai dipinti di Edward Hopper
Autori: Megan Abbott, Jill D. Block, Robert O. Butler, Lee Child, Nicholas Christopher, Michael Connelly, Jeffery Deaver, Stephen King, Joe R. Lansdale, Joyce C. Oates, Kris Nelscott, Jonathan Santlofer, Lawence Block
Traduzione: Luca Briasco, Fabio Deotto, Letizia Sacchini
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché è un’antologia di racconti molto belli, appassionanti per chi ama i lavori di Edward Hopper

(© Riproduzione riservata)

Brian Friel | Tutto in ordine e al suo posto

Sulla via del ritorno venne preso da un senso di solitudine. Solo una volta cedette alla tentazione di guardare dallo specchietto, ma s’era ormai fatto buio ed Errigal era già stata inghiottita dall’oscurità alle sue spalle. Era stato un errore tornarci (…) Perché il passato è un miraggio: una dolce illusione nella quale uno entra per sfuggire al presente (…) Cosa si aspettava di trovare a Corradinna: il recupero della sua innocenza? La conferma di un sogno? Non se lo ricordava più. Ora sapeva solo che quel viaggio era stato uno sbaglio. Lo aveva derubato di una cosa preziosa, l’immagine idealizzata che lui s’era fatto del suo passato, e al posto di quella immagine ora non c’era niente: solo la verità [Brian Friel, dal racconto “Fra le rovine”, trad. D. Benati]

Nei dieci racconti raccolti in “Tutto in ordine e al suo posto” di Brian Friel (trad. Daniele Benati, marcos y marcos, pag. 236, 18 €) l’autore nordirlandese con abilità e ironia mette in scena un carosello di personaggi e situazioni che conquistano e divertono il lettore.

Ne “Il rabdomante” una vedova sposa in seconde nozze un uomo che appare integerrimo, mentre in realtà nasconde un segreto molto comune a tutti i nordirlandesi del paese; in “L’oro in fondo al mare” un ragazzo si unisce ad una nave che esce di notte per andare a pesca di salmoni, scoprendo amare verità.

Nel racconto “Il sistema della vedovanza” un uomo decide di allevare un colombo per farlo gareggiare in velocità con un metodo assai particolare. “I raccoglitori di patate” è un racconto amaro sulla questione del lavoro minorile e l’abbandono scolastico; “Foundry House” è uno scritto sulle disillusioni infantili quando si cresce; ne “Gli illusionisti” un bambino scoprirà la verità riguardo al mago che ogni anno visita la sua scuola elementare.

Anche in “Ginger l’Eroe” ci sono due uomini che allenano un gallo per farlo combattere; “Fra le rovine“, il miglior racconto della raccolta, è un bellissimo scritto sui sogni e le aspirazioni che abbiamo da bambini e che talvolta da adulti non si realizzano. “La valle delle allodole” nasconde incandevoli descrizioni dei paesaggi della costa ovest dell’Irlanda del Nord, un luogo bellissimo che si chiama Gleann-na-fuiseóg. Infine, il racconto che dà il titolo alla raccolta “Tutto in ordine e al suo posto“, ovvero la presa di coscienza di un uomo nei confronti del passato della famiglia della moglie e in parte anche di sé stesso.

Sullo sfondo di tutti i racconti, Friel presenta e descrive un’Irlanda del Nord senza un tempo preciso, ma bellissima e romantica, in grado di far sognare il lettore.

A settecendo metri dalla punta del promontorio, il sentiero scendeva a precipizio in una minuscola valle, un piattino di erba verde contornato da dune di sabbia giallastra, mentre il promontorio terminava in una collina alta e smussata che rompeva il vento dell’Atlantico. L’impeto del vento continuò per un po’ a risuonare nelle loro orecchie dopo che furono entrati nella valle (…) Poi si resero conto del silenzio e, non appena ne furono zittiti, udirono le allodole: non un paio, né una dozzina o una ventina, ma centinaia di allodole, tutti invisibili nella calura azzurra del cielo, come un ombrello di musica aperto su quel piccolissimo mondo [Brian Friel, dal racconto “La valle delle allodole”, trad. D. Benati]

Tempesta a Rossbeigh Beach, contea di Kerry, Irlanda (fonte: Sascha Müller, Flickr CC BY-NC-SA 2.0)

I personaggi di Friel provengono da ogni estrazione sociale e sono persone semplici: il maestro della piccola scuola elementare, le madri con nove o dieci marmocchi, gli uomini che sperperano la paga in scommesse e whisky. E ognuno di loro, nell’umiltà, conserva dei sogni e delle speranze: combattere l’analfabetismo, far crescere sani e robusti i marmocchi, allevare colombi o galli per vincere alle gare e guadagnare soldi, mentre i ragazzini sognano di diventare illusionisti, pescatori di salmoni o ‘ricchi’ contadini.

Eppure, nonostante lo humor con il quale Friel impregna le proprie storie arrivando quasi ad ironizzare su situazioni alquanto drammatiche, nelle vicende narrate lo svolgimento è molto simile: un personaggio umile ha dei sogni e dei progetti, ecco la grande occasione che si palesa e quindi i grandi sforzi per sfruttarla in meglio e infine il momento della disillusione o l’impatto con la realtà, spesso cruda e poco romantica.

Possono sembrare tristi, i racconti di Friel, invece trasmettono allegria, vivacità e brio nonostante qualche nota amara. Sono storie semplici da comprendere e facili da amare, sono lo specchio di un’epoca che forse non c’è più – o forse c’è ancora – nascosta in qualche piccolo paesino della verde, luminosa e piovosa Irlanda del Nord, una società fatta di persone che nonostante le avversità della vita riescono sempre a cogliere l’aspetto positivo e a sciogliersi in una risata liberatoria.

 Ma ora, per la prima volta, li vedeva sotto un’altra luce ed erano ridicoli: due uomini di mezz’età che sprecavano la loro vita ad aspettare che un colombo tornasse a casa! Cominciò a ridere sotto i baffi. La risatina si trasformò in una risata più grossa. Alla fine rise così tanto che gli vennero a far male i fianchi, e fiumi di lacrime gli colarono dagli occhi. E, nella stretta del suo braccio, Judith rideva anche lei, e piangeva pure. E per quella mezz’ora, con tutto quel piangere, furono la coppia più felice di tutta Mullaghduff [Brian Friel, dal racconto “Il sistema della vedovanza”, trad. D. Benati]

Titolo: Tutto in ordine e al suo posto
L’Autore: Brian Friel
Traduzione dell’inglese: Daniele Benati
Editore: marcos y marcos
Perché leggerlo: per conoscere aspetti dell’Irlanda del Nord, per affezionarsi ai personaggi che nonostante le difficoltà sorridono e perché sono racconti scorrevoli, divertenti e molto coinvolgenti, da leggere e rileggere

(© Riproduzione riservata)

Emilio Salgari | Alla conquista della Luna

Lo scrittore Emilio Salgari è soprattutto noto ai lettori per aver dato vita all’immortale personaggio di Sandokan, la Tigre della Malesia; ma l’autore veneto, oltre ad essere un romanziere prolifico e visionario, si è dedicato anche alla scrittura dei racconti: raccolti nel volume “Alla conquista della Luna” (Cliquot, 142 pagine, 16 €) ci sono sei racconti fantastici e fantascientifici in grado di divertire e far provare un po’ di nostalgia per un tempo in cui si immaginava un futuro molto diverso.

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Lanciato sulla Terra a 9.500 metri. La nostra macchina funziona sempre perfettamente, mercé il calore proiettato dai nostri specchi e condensato nei nostri motori. Se nulla accade di contrario, noi fra tre ore avremo lasciato la zona d’aria respirabile e continueremo la nostra ascensione verso la Luna. Se non potremo più mai tornare sulla Terra o se il freddo ci assidererà come temiamo, chi vorrà sapere chi noi siamo e con quale macchina ci siamo innalzati, si rivolga all’alcalde di Allegranza (isole Canarie), a cui abbiamo rimesso i nostri documenti prima di lasciare definitivamente la Terra [estratto dal racconto Alla conquista della Luna, Emilio Salgari]

Ci sono navigatori norvegesi suggestionati e ossessionati dalla presenza del Maelström, un gorgo spaventoso e letale che risucchia le imbarcazioni al largo delle coste delle isole Lofoten. Spaventose creature simili a calamari giganteschi che emergono dagli abissi bui per saccheggiare le navi che solcano le acque della Cornovaglia. Un inventore crea la “Stella Filante” un prototipo di dirigibile in grado di fare il giro del mondo.

Dalle Azzorre parte una spedizione composta da scienziati che contano di raggiungere la Luna. In una zona paludosa della Florida un eccentrico riccone e il suo servitore di colore Ongro fanno una macabra scoperta, uno scheletro senza testa, e da qui si dipana una storia che sfuma quasi nell’orrore. Generazioni di navigatori portoghesi hanno cercato l’isola delle Sette Città, idealmente collocata tra le Azzorre e le Canarie.

E l’isola delle Sette Città? Mistero sempre. Che fosse però realmente esistita verso il finire del XV secolo, nessuno lo pose mai in dubbio. I marinai portoghesi e gl’isolani delle Canarie affermano anche oggidì che in mezzo al mare dei Sargassi, di quando in quando, vedono sorgere dal profondo delle acque dei getti intensi di vapore che fanno delle ecatombi di pesci, e che poi emergono dalle rupi che qualche tempo dopo tornano a scomparire. Sono le rive dell’isola delle Sette Città che in causa delle commozioni sotterranee vengono spinte verso la superficie? E’ probabile. [dal racconto L’isola delle Sette Città, Emilio Salgari]

Questi sono gli spunti su cui Emilio Salgari ha impostato i suoi sei racconti fantastici e fantascientifici. La scrittura può essere vista come un momento di evasione, di estraniazione dalla realtà, e leggendo i racconti di Salgari questa sensazione si ha spesso.

I racconti sono scritti in modo semplice, senza complessi intrecci narrativi o artifici, facili da seguire e decisamente godibili. Sono racconti piuttosto brevi, ma in pochi righe ci si sente trascinati dalla magia della penna salgariana. A tratti è un po’ come fare il giro del mondo, dato che nell’arco di poche pagine ci troviamo catapultati dalla gelida Norvegia alle calde isole Azzorre e Canarie, passando per la Cornovaglia e il soleggiato Portogallo, e con due tappe americane, una in Florida e una a San Francisco.

Se i personaggi e le situazioni immaginate dall’autore veneto lette un tempo potevano sembrare incredibili, a leggerle oggi – nel futuro dove dovrebbero essere idealmente ambientate – fanno sorridere ma non smettono di soprendere per l’incredibile fantasia utilizzata per scriverle.

Fantasia notevole per descrivere la macchina che deve condurre gli scienziati sulla Luna, e minuziose sono anche le descrizioni del decollo; incredibilmente, la storia della “Stella Filante” che dovrebbe portare i suoi passeggeri in giro per il mondo, assomiglia a quella del dirigibile Zeppelin o del trasatlantico Titanic, quasi fosse una profezia o un ammonimento nel non sfidare troppo la sorte. Più fantastici sono i racconti di “Lo scheletro nella foresta” e “Negli abissi dell’oceano“, che ammiccano il primo alla tradizione di Edgar Allan Poe e il secondo a quella di Jules Verne.

Storie, quelle di Salgari, che mettono in luce soprattutto la sfiducia dell’autore nel confronto del futuro: molte trame, infatti, non hanno il lieto fine e spesso i personaggi sono incompresi o non creduti o presi per pazzi. L’uomo tenta di volare, conquistare la Luna, sfidare i mostri degli abissi e la potenza dei fenomeni insipiegabili; ma l’uomo per natura fallibile e pieno di difetti. Emilio Salgari ci racconta questo: nonostante le idee geniali, l’uomo è fallibile e le sue storie ce lo ricordano nel caso volessimo sfidare troppo i nostri limiti umani.

*

I compagni di viaggio che hanno intrapreso questo giro del mondo con Salgari, sfidato mostri e gorghi marini, sono Fabrizia, Claudia e Fabio, e io vi invito a fare un salto nei loro blog perché hanno molte cose da raccontarvi sui visionari racconti di Emilio Salgari. Seguite tutte le tappe del nostro tour!

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Non è il mio genere | Chiacchierando di… Racconti

Sabato 14 gennaio alla Libreria Sulla Parola di Caluso (TO) Elisa La lettrice rampante, la libraia Stefania ed io abbiamo cercato di dimostrare che i racconti possono essere davvero molto belli e interessanti. Protagonista dell’incontro di sabato, infatti, è stato il racconto.

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Il racconto generalmente è un genere molto bistrattato e spesso si sente proprio dire che non è un genere apprezzato, anche all’interno della cerchia dei lettori forti. Forse un racconto lo si vede più come una storia per bambini o ragazzi, uno scritto troppo breve per essere apprezzato degnamente. Probabilmente, chi sostiene questo semplicemente non ha ancora trovato l’autore o l’autrice in grado di far cambiare idea. Oppure, non è in sintonia con questo stile narrativo, come me con i romanzi rosa (non possono piacere a tutti le stesse cose, avete idea che noia sarebbe, il mondo?).

In ogni caso, come sempre, l’incontro è stato ricco di spunti per la lettura e di riflessione, nonché sono sempre emersi gli aneddoti dei lettori legati a questa o a quest’altra raccolta di racconti. I suggerimenti arrivati sono forse un po’ meno rispetto le scorse volte: credo sia appunto dovuto al fatto che il racconto blocca un po’, anche il lettore più accanito.

Ecco i consigli di lettura che sono arrivati!

Anna – Niccolò Ammaniti (Einaudi)

La sognatrice di Ostenda – Eric-Emmanuel Schmidt (e/o)

Dieci dicembre – George Saunders (minimum fax)

Dodici racconti raminghi – Gabriel García Márquez (Mondadori)

Incubi e deliri – Stephen King (Mondadori)

Moby Dick e altri racconti brevi – Alessandro Sesto (Gorilla Sapiens editori)

Undici solitudini – Richard Yates (minimum fax)

Bugiardi e innamorati – Richard Yates (minimum fax)

Scusate il disordine – Luciano Ligabue (Einaudi)

Non ho ancora finito di guardare il mondo – David Thomas (marcos y marcos)

La pazienza dei bufali sotto la pioggia – David Thomas (marcos y marcos)

Il pappagallo che prevedeva il futuro – Luciano Lamberti (gran via)

Sono il guardiano del faro – Eric Faye (Racconti edizioni)

Alla conquista della luna – Emilio Salgari (Cliquot)

Tra cielo e colline – Antonella Saracco (Araba Fenice)

Nessuno accendeva le lampade – Felisberto Hernández (la Nuova frontiera)

Il viaggiatore – Stieg Dageman (Iperborea)

Il vento distante – Emilio Pacheco (SUR)

Ottaedro – Julio Cortázar (Einaudi)

Sessanta racconti – Dino Buzzati (Mondadori)

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Il prossimo appuntamento è per il 18 febbraio 2017 e ci incontreremo per chiacchierare e consigliare romanzi rosa, un genere che non è assolutamente nelle mie corde ma cercherò di mettermi in gioco e tenterò di leggerne uno (promesso!).

Non vi resta che seguirci, sui rispettivi blog e sulle nostre pagine Facebook: Libreria Sulla Parola, La lettrice rampante e Il giro del mondo attraverso i libri.

A. B. Guthrie | L’ultimo serpente

Ci sono epoche che vorrei aver vissuto, periodi storici che mi affascinano così tanto che quando osservo un dipinto o una fotografia del tempo mi ritrovo a sognarlo ad occhi aperti. Leggendo “L’ultimo serpente” di A. B. Guthrie (trad. N. Manuppelli, 149 pagine, 16.90 €) e lasciandomi coinvolgere da ogni racconto mi pare averlo vissuto, almeno con l’immaginazione, emozioni e sentimenti, forti e aspri come le terre dell’ovest.

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A volte si lasciava andare ai ricordi e non vedeva né sentiva gli altri intorno a lui, e non rispondeva se qualcuno gli diceva qualcosa. Era tutto a posto. Non gli importava che dubitassero delle sue storie o che ridessero di lui o delle sue idee. Un uomo dopo aver passato abbastanza tempo da solo là dove nessun altro uomo bianco aveva mai messo piede, cominciava a pensare in modo differente (…) Si sentiva una cosa sola con quelle montagne e l’enorme cielo e i venti solitari, e anche con gli indiani e gli animali, ed era un po’ come condividere ciò che essi sapevano, come se non ci potesse essere segreto che non gli venisse sussurrato, come quelle cose segrete che stava sentendo anche adesso. [L’ultimo serpente, A. B. Guthrie, trad. N. Manuppelli]

Immaginate di scendere con un salto dalla carovana sulla quale avete viaggiato per giorni e notti interi. Sollevate una nuvola di polvere, togliete il cappello e abbassate il bavero; vi passate una mano sugli occhi che bruciano tanto sono abbagliati dal sole, vi guardate attorno e non avete nessun punto di riferimento. Qui non c’è nulla: né strade, né ferrovia, né sentieri, neppure montagne. Ci siete voi, i vostri compagni di ventura, due cavalli, qualche arma e una distesa piatta e sconfinata che si apre per miglia e miglia, fin dove i vostri occhi stanchi riescono a mettere a fuoco. Muovete un paio di passi, esitanti, e cercate di capire quanto ancora immenso possa essere l’ovest.

Quanto è immenso l’ovest? Che sensazione devono aver provato i primi coloni americani che decisero di avventurarsi in territori inespolorati? Partire, lasciare la sicurezza di un luogo dove si vive da molto tempo, per inseguire una sorta di chimera, che all’epoca ovviamente non veniva percepita come tale ma era semplicemente un viaggio di conquista, occasione di guadagno. Fu il prezioso metallo giallo a far salire la febbre di conquista negli anni Quaranta dell’Ottocento e, seppur Lewis e Clark avessero già intuito quanto immensi fossero gli Stati Uniti d’America, molti altri in quel periodo se ne resero conto.

A. B. Gurthie nacque nel 1901 quando buona parte delle piste per la conquista dell’ovest erano state aperte e battute. Dagli stati dell’est verso l’ovest, coltivatori, cacciatori, allevatori e cercatori d’oro avevano condotto numerose carovane e guidato spedizioni. Nei racconti di Guthrie della raccolta “L’ultimo serpente” l’ovest è mitizzato, come accade negli scrittori che non hanno vissuto direttamente la conquista del west. C’è infatti una buona differenza tra gli scrittori che hanno vissuto la conquista dell’ovest e chi non l’ha vissuta, e la descrive per immagini, per storie raccontate o addirittura filtrate dal grande schermo (è del 1903 il film The great train robbery di Porter).

La conquista dell’ovest come mito che ha il sapore di leggenda, di eroica impresa, anche se i protagonisti dei racconti di Guthrie sono uomini con mille difetti, che arrivano subito alle mani – anzi, alle pistole – e spesso fortemente dipendenti dall’alcool.

“Il whisky non fa male qui,” disse. “Questa terra è così aspra e asciutta che lo si brucia subito. Si smaltisce in fretta. Non come in quegli stati del sud, dove una volta ho spedito un carico di mustang. Se ti fai tre o quattro bicchieri con quel clima, il corpo non li assorbe, e prima ancora che te ne accorgi, sei sbronzo.” [L’ultimo serpente, A. B. Guthrie, trad. N. Manuppelli]

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“Donne indiane in marcia” Charles Russel (1898)

Nell’ovest ci sono spazi immensi e tutto è più grande e sconfinato, quasi infinito, e qui anche i sentimenti e le emozioni vengono amplificate. Leggendo i racconti lo si percepisce molto bene: alcune figure sembrano quasi esagerate e i fatti narrati quasi assurdi. Il mito del west viene raccontato attraverso storie brevi, incisive, con il finale spesso a sorpresa o che ribalta tutto ciò che abbiamo creduto sino a quel punto; capisaldi sono la voglia di avventura, di riscatto, di libertà e la possibilità di infrangere la legge e vivere quasi senza regole.

E senza regole e umanità i visi pallidi si sono interfacciati con i nativi americani. Nei racconti di Guthrie spesso emerge la figura del nativo americano visto quasi sempre con la classica connotazione da ‘nemico’ da combattere. I visi pallidi sono sempre in trepidazione, quando percepiscono la presenza degli indiani, e non si fanno grandi problemi nell’aprire il fuoco contro di loro.

Nel racconto “Il grande demone” non si legge la solita ostilità tra bianchi e indiani, ma l’abisso culturale sì: quando lo spettacolo ‘pirotecnico’ termina, il giudizio di Due Piume è lapidario: “Visi pallidi (…) e le loro imprese da somari.”

Sarà per la mia passione per i nativi americani, ma ho sempre provato fastidio nel vederli dipinti come i cattivi; furono durissime le guerre contro i nativi americane, le tribù registrarono notevoli perdite e si ritrovarono a tutti gli effetti invasi dai bianchi. Nonostante la schiacciante vittoria Lakota, Cheyenne e Arapaho contro il Generale Custer a Little Big Horn, i visi pallidi determinati e meglio armati vinsero le cosiddette Guerre Indiane. Fu poi con il Massacro di Wounded Knee, Sud Dakota, nel 1890, che si chiuse definitivamente la questione indiana. A favore dei bianchi, come tutti sappiamo.

A volte, nello stordimento generale e con tutte quelle domande che lo tormentavano, arrivava a dubitare di se stesso. Si chiese se un uomo potesse commettere un crimine senza averne poi alcun ricordo, e a forza di domande, al di là della memoria, arrivare al punto di convincersi [L’ultimo serpente, A. B. Guthrie, trad. N. Manuppelli]

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“Sul sentiero di guerra” Charles Russsel (1895)

Il mito della conquista dell’ovest americano è costellato di imprese eroiche, personaggi bislacchi e alticci, capitani di ventura, fiumi d’alcool e centinaia di frecce e proiettili; l’ovest degli spazi aperti, delle libertà, dei fuorilegge che rappresentano la legge; è un periodo storico fatto di contraddizioni e contrasti, di battaglie e di armistizi. Ma il mito della conquista dell’ovest che ci è stato trasmesso non è ciò davvero fu, ma è quello degli ideali, di quello che avrebbe dovuto essere.

Un ulteriore interessante approfondimento a proposito dei racconti di A. B. Guthrie lo potete trovare sul blog Il mondo urla dietro la porta di Fabrizia: lei è stata la compagna di viaggio di questa bella lettura condivisa!

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Titolo: L’ultimo serpente

L’Autore: A. B. Guthrie (1901 – 1991)

Traduzione dall’inglese: Nicola Manuppelli

Editore: Mattioli 1885

Perché leggerlo: sono racconti intensi seppur brevi, ricchi di fascino, nostalgia e un pizzico di ironia; ideali per chi si ritrova spesso a sognare il vecchio west, per chi vorrebbe indossare degli stivali di pelle e cavalcare senza sella, per chi vuole immaginarsi tra gli indiani o nascosto dentro la tana di un castoro

Andrés Neuman | Le cose che non facciamo

Le cose che non facciamo” di Andrés Neuman (SUR edizioni, 152 pagine, 15 €) è uno di quei libri che necessariamente colpiscono per la copertina: di colore rosa shocking, con un ombrellone e una racchetta da pingpong stilizzati mi hanno immediatamente incuriosita. Scoprire che si trattava di una raccolta di brevi (e brevissimi) racconti, un po’ sperimentali, scritti da un prolifico autore argentino, ha fatto sì che mi ritrovassi a leggerlo e ad essere qui a parlarne.

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Titolo: Le cose che non facciamo

L’Autore: Andrés Neuman è nato in Argentina nel 1977. Autore di romanzi, poesie e racconti, in Italia sono stati pubblicati Parlare da soli, Frammenti della notte e Il viaggiatore del secolo, tutti editi da Il Ponte delle Grazie

Traduzione dallo spagnolo: Silvia Sichel

Editore: SUR edizioni

Il mio consiglio: la raccolta di brevi e brevissimi racconti di Neuman la consiglio agli appassionati del genere narrativo breve, a chi piace leggere qualcosa di sperimentale e assurdo, a chi cerca qualcosa di decisamente innovativo

Io? Se mi contraddico? Se mi rendo conto di fare sempre gli stessi errori? Spesso. Spessissimo. Cosa credi. Tanto per cominciare, sono una stupida. E una fifona. E una rinunciataria. E fingo che potrei vivere una vita che non avrò mai. Pensandoci bene, non so cosa sia più grave: non accorgersi di certe cose o accorgersene e non fare niente. Proprio per questo, capisci, ho tirato questa riga. Sì. È infantile. È brutta e piccolina. Ed è la cosa più importante che io abbia fatto quest’estate. [dal racconto Una riga sulla sabbia, Andrés Neuman]

Al termine dell’estate una ragazza traccia una riga sulla sabbia e vieta al compagno di valicarla; un uomo si trova in una clinica e si accinge a partorire suo figlio; un ragazzino sfida se stesso e nuota verso uno scoglio lontano assieme alla ragazza oggetto del suo desiderio. E poi, un poeta scopre che le sue poesie sono andate perdute durante un incidente; un aspirante suicida telefona alla psichiatra per comunicarle la sua drammatica decisione; di un padre, ad un ragazzo, restano solo le scarpe.

I racconti di Andrés Neuman sono rapidi sprazzi di luce che si aprono sulle vite di sconosciuti: iniziano in modo rocambolesco, a volte è necessario leggerli due volte per capire cosa sta succedendo e dove l’autore voglia andare a parare. Quasi sempre il racconto si conclude senza una vera conclusione, e chi legge resta col fiato sospeso. A volte, invece, c’è quel finale “a sorpresa” che inquieta perché la conclusione – dove c’è – è torbida.

Alcuni brani sono dei piccoli capolavori, uno su tutti il racconto che dà il titolo all’intera raccolta Le cose che non facciamo, appunto.

Mi piacciono le lingue che vorremmo parlare e sogniamo di imparare l’anno prossimo, mentre ci sorridiamo sotto la doccia. Ascolto dalle tue labbra quei dolci idiomi ipotetici, le loro parole mi riempiono di stimoli. Mi piacciono tutti i propositi, dichiarati e segreti, che disattendiamo insieme. È questo che preferisco della vita a due. La meraviglia aperta sull’altrove. Le cose che non facciamo. [dal racconto Le cose che non facciamo, Andrés Neuman]

Altri racconti, come scrivevo, sono brevissimi ma intesi, altri sono degli esercizi di stile, per esempio il racconto Dare alla luce dove in tutto il racconto c’è un solo punto, il resto è una foresta di virgole.

(…) è difficile amare per gli uomini, è un rischio essere i primi a commuoversi, a lanciarsi nel vuoto senza sapere quale sarà la risposta o dove si dirigerà la bicicletta, essere amati è diversi, ci osservano, tutto è comodo e gelido, in terza persona, lei mi ama, e una terza persona era proprio ciò che da quella notte si stava generando come una ragnatela microscopica, così, (…) [dal racconto Dare alla luce, Andrés Neuman]

Infine, in appendice ci sono quattro dodecaloghi, imperativi e regole su come dovrebbe essere scritto un racconto ad effetto secondo Andrés Neuman. La trovo una cosa molto originale e molte regole dettate dall’autore riflettono fortemente il suo stile, innovativo e stravagante, la degna conclusione di una raccolta di racconti così particolare. Una norma su tutte? Questa!

XI. Nel racconto, un minuto può essere eterno e l’eternità durare lo spazio di un minuto. [Andrés Neuman]

AA. VV. | Sul mare. Racconti di sole e di vento

Abito distante dal mare e ogni volta che lo raggiungo sono sempre emozionata. Quando devo andare via mi sento molto nostalgica perché non ho mai idea di quando lo rivedrò. Ogni secondo passato al mare per me è prezioso: mi siedo sul bagnasciuga, ammiro le onde, inalo salsedine, attendo il tramonto. “Sul mare. Racconti di sole e di vento” (AA. VV., 177 pagine, 14 €) è una bella raccolta di vari autori, italiani e stranieri, che ha come soggetto principale il mare e i personaggi che hanno la fortuna di poterlo vivere.

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Titolo: Sul mare. Racconti di sole e di vento

Autrici e Autori: H. Lawrence, Grazia Deledda, L. Capuana, F.Tozzi, K. Mansfield, L. Pirandello, G. D’Annunzio, J. M. Machado de Assis, G. Arpino, C. Salvago Raggi

Traduzioni: dal portoghese Giuliana Segre Giorgis (Machado de Assis), dall’inglese Sergio Daneluzzi (H. D. Lawrence) e Franca Genta Bonelli (K. Mansfield)

Editore: Lindau edizioni

Il mio consiglio: “Sul mare. Racconti di sole e di vento” è una bella e suggestiva raccolta di racconti che include classici contemporanei; consigliato a chi ama il mare in ogni sua forma, anche quando è burrascoso, a chi vuole sognare ad occhi aperti i ricordi che ha vissuto e custodisce con gelosia

Aveva smesso di lavorare al suo libro. L’interesse era svanito. Gli piaceva sedersi sulla bassa sommità dell’isola e vedere il mare; null’altro che il mare, pallido e quieto. E sentire la propria mente farsi sofficie e caliginosa, come la foschia sull’oceano. Talvolta vedeva sollevarsi come un miraggio in direzione nord la sagoma lontana della grande isola. Ma era del tutto priva di consistenza. [dal racconto: L’uomo che amava le isole, H. D. Lawrence]

Ho scelto di iniziare la recensione della raccolta con la citazione di uno dei racconti che più mi è piaciuto. “L’uomo che amava le isole” di H. D. Lawrence è un racconto terribilmente romantico, con un incipit che affascina e trascina, proprio come un’onda durante una giornata di vento. Le isole sono lembi di terra per la quale ho una grande passione e leggendo il racconto di quest’uomo che le ama così tanto a tratti mi ci sono ritrovata. Sarebbe bello possedere un’isola, piccolina, un pezzo di terra accarezzato dal mare, un luogo sicuro, un rifugio dove il grande blu la circonda con un abbraccio.

Leggendo, ci si accorge come il mare sia sfondo e protagonista, sempre descritto con grande sensibilità e romanticismo, anche quando ulula sospinto dalla bonaccia oppure cerca di capovolgere una barchetta con due novelli sposi a bordo.

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Carlo Carrà, “Barcaiolo” (1939)

Gli autori e le autrici scelti per comporre il volume, sono soprattutto autori classici. Confesso che quando ho letto il nome di Gabriele D’Annunzio tra gli autori ho sospirato: l’autore abruzzese non mi è mai stato simpatico, ma dopo aver superato l’iniziale diffidenza, mi ha regalato parole come queste:

Ma l’odore del mare li ubriacava quei due. A volte stavano a guardarsi dentro gli occhi lungamente, come ammaliati, lei seduta su l’orlo della barca, lui disteso su le tavole del fondo a’ suoi piedi; mentre il flutto li cullava e cantava per loro, il flutto verde come un immenso prato a maggio mosso dal vento [dal racconto: Dalfino, G. D’Annunzio]

Oltre al racconto di Lawrence, ho apprezzato moltissimo i racconti di Grazia Deledda, magnetici e scorrevoli. Originalissimo e divertente, con finale più che a sorpresa, “Le lumache di mare” di G. Arpino; molto sudamericano e immancabile dove si parli di mare, “La notte dell’ammiraglio” del brasiliano Machado de Assis. Particolare e fortemente nostalgico “Incontro a Bordighera” della genovese C. Salvago Raggi.

Il mio preferito è  certamente “Alla baia” di Katherine Masfield: un caleidoscopio di personaggi più o meno bizzarri, alcuni freddi e senza cuore, nonne che lavorano a maglia in spiaggia e bambini che adorano l’acqua.  Un po’ mi ha ricordato le suggestione di “Gita al faro” di Virginia Woolf, questa attesa che prosegue, che non finisce mai, il sentirsi costantemente alla ricerca di qualcosa o di qualche evento che smuova l’esistenza, come quando si getta un sasso in acqua.

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Ignacio Olano, Figlia al porto (c 1932)

Sul mare. Racconti di sole e di ventoè una bella raccolta ideale da leggere in estate, ma forse è soprattutto un balsamo per l’inverno, quando avrete quella strana nostalgia del mare, delle onde, dei bagni mattutini e dei tramonti rosa.

Rebecca Lee | Lince rossa e altre storie

I racconti che compongono la raccolta “Lince rossa e altre storie” di Rebecca Lee (Edizioni Clichy, 223 pagine, 15 euro) sono stati scritti tra la fine degli anni Settanta e il primo decennio del Duemila, e contengono storie di persone ordinarie e spesso insicure, sullo sfondo di un’America e di un Canada che si evolvono con loro, dove non mancano i richiami storici del periodo appena trascorso o di quello che stanno vivendo.

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Titolo: Lince rossa e altre storie

L’Autrice: di origini canadesi, Rebecca Lee insegna scrittura creativa alla University of North Carolina e i suoi racconti sono apparsi su numerose riviste letterarie tra cui Atlantic Monthly e Zoetrope; tra questi, Fialta ha vinto il National Magazine Award for fiction. Lince rossa e altre storie si è aggiudicato nel 2013 il Believer Book Award

Traduzione dall’inglese: Sara Reggiani

Editore: Edizioni Clichy

Il mio consiglio: “Lince rossa e altre storie” è una raccolta che consiglio a chi ama il genere dei racconti – e anche a chi non lo ama perché potrebbe provare a conoscerlo partendo da questi -, storie per chi ama l’America e il Canada, per chi è curioso di scoprire la complessità dei rapporti umani.

Ecco, pensai, sono finite le zattere. Guardai giù e alla mia sinistra c’era il Nord America, vasto e frastagliato, cinto dagli oceani. Il suo volto era bellissimo – rugoso, accidentato, segnato dai fiumi. Trovai la mia parte di continente, un rettangolo piatto e dorato nella zona centrale, in alto. Vidi che aspetto aveva la mia vita quotidiana da lontano: il mio furgone che avanzava come uno scarafaggio attraverso le praterie, la polvee che si levava dalle ruote come si leva il desiderio, migliaia di frammenti di pietra che prendevano il volo. E quando il furgone si fermava e io scendevo sui luminosi campi desolati, la mia solitudine diventava totale. Riuscivo quasi a vederlo, il desiderio per Rezvan nascermi dentro, come un albero nasce dal suo tronco. Capii in un istante cosa avrei dovuto fare di preciso per tenermelo [dal racconto “Da qui al sole”, Rebecca Lee, trad. S. Reggiani, citazione pagina 103]

Una cena tra amici si trasforma in un momento per ricordare un incidente occorso in Himalaya con una lince rossa e un’occasione per riflettere sui matrimoni che stanno morendo. Una giovane studentessa copia un saggio pro sovietico e lo propone al professore di origini polacche, anti sovietico, subendone poi le conseguenze. Una biologa dalla depressione facile si innamora di un geologo rumeno sposato e fa di tutto perché lui dimentichi la moglie prigioniera in Romania.

Una studentessa americana vola ad Hong Kong dalla famiglia del suo amico milionario per svolgere un lavoro molto particolare. Una docente divorziata deve decidere se votare a favore o contro una protesta studentesca che sta prendendo una brutta piega. Un giovane studente infrange le regole del viver comune nella casa di un noto professore di architettura. Una cena tra colleghi e amici diventa l’occasione per riflettere sulla quoditianità e sulla propria esistenza.

Se fossi stata capace, come lo era stata la nonna di Min, di interpretare i gesti delle donne, di comprendere la loro natura e vedere il futuro in un solo movimento del capo o della mano, avrei visto, mentre Rapti s’inchinava, il presente squarciarsi per un istante e rivelare il futuro (…) Ma allora niente di tutto questo mi fu rivelato. Mentre ce ne stavamo lì, sotto quella pioggia profumata, a guardare Albert ripetere il suo inchino perpetuo, disperato, frutto di un senso di colpa insopportabile, di una tristezza inconsolabile, non riuscivo nemmeno a concepire che l’equilibrio del mondo – due terzi soddisfazione, un terzo passione – potesse mai essere restaurato. [dal racconto “Min”, Rebecca Lee, trad. S. Reggiani, citazione pagine 139-140]

In diversi racconti di Rebecca Lee viene rappresentata la vita del college, dal punto di vista degli studenti e di quello dei docenti. Ma si parla anche di rapporti tra amici e coniugi, come nel primo e nell’ultimo racconto della raccolta. Rebecca Lee parla di persone assolutamente normali ma mettendo in luce gli aspetti straordinari che sono insiti in ognuno di noi, ma che spesso neppure noi conosciamo.

E’ nell’incedere del racconto che vengono fuori le particolarità dei protagonisti, senza scordare anche l’interessante aspetto psicologico dell’animo umano. Come quando si cerca di distendere un tappeto arricciato e pieno di pieghe: man mano che le pieghe vengono lisciate il tappeto svela la sua trama, e quando si giunge alla fine della storia si ha il quadro – il disegno del tappeto – completo.

Scritti dagli Anni Settanta ad oggi, alcuni racconti sono ambientati a cavallo di quel periodo e spesso viene citato l’immediato passato o il loro presente, regalando al lettore frammenti di storia recente che magari non si conosceva (nel mio caso, non conoscevo l’invasione dei profughi vietnamiti ad Hong Kong negli anni successivi alla resa di Saigon).

Dei racconti di Rebecca Lee mi sono piaciute le storie e le vicende che si intrecciano, la caratterizzazione dei personaggi – soprattutto quelli più insicuri e paurosi, ma anche quelli spavaldi come la studentessa che ha copiato il compito. Ho apprezzato le descrizioni poetiche e quelle frasi messi qui e là che sembrano delle vere e proprie perle, che quasi da sole valgono il racconto. Grazie a questo stile intimista e preciso mi sono decisamente calata nelle storie, specialmente nei due racconti che ho preferito “Min”, “Da qui al sole” e l’originale “Fialta”.

Lince rossa e altre storie” è una raccolta di racconti che consiglio a chi ama il genere dei racconti – e anche a chi non lo ama perché potrebbe provare a conoscerlo partendo da questi -, storie per chi ama l’America e il Canada, per chi è curioso di scoprire la complessità dei rapporti umani, e non da ultimo per chi ama i libri che hanno bellissime copertine.

David James Poissant | Il paradiso degli animali

Ci sono libri che quando li hai terminati ti senti come dopo aver mangiato un buon cioccolatino giandujotto, in bocca ti resta un sapore dolce che sa di nocciole, ma all’improvviso ti viene sete e tu non vuoi bere per non sciacquare via quel retrogusto cioccolatoso. Ecco quello che è succeso a me dopo aver finito “Il paradiso degli animali” di James Poissant (NN Editore, 302 pagine, 17 euro) il pomeriggio di Natale: mi sono resa conto di aver finito troppo in fretta questa bellissima raccolta di racconti, e pur volendo leggere un altro libro – come sempre – mi dispiaceva lasciarlo andare così e sciacquare il ricordo di questi racconti intensi ed indimenticabili.

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Titolo: Il paradiso degli animali

L’Autore: David James Poissant, americano, ha visto i suoi racconti pubblicati in diverse riviste e nell’antologia Best News America Voices, vincendo numerosi premi letterari. Con Il paradiso degli animali ha vinto il Florida Book Award 2014

Traduzione dall’inglese: Gioia Guerzoni

Editore: NN Editore

Il mio consiglio: assolutamente sì, questa raccolta di racconti è intensa e bellissima

Dan Lawson aveva già fatto quel viaggio. Dopo aver scoperto che suo figlio Jack era gay e averlo lanciato contro la finestra del soggiorno, dopo essere stato abbandonato dalla famiglia, dopo aver ripreso la retta via e lavorato anni per redimersi agli occhi di suo figlio – la lingua del rimorso trasformata in assegni che coprivano i suoi studi – aveva fatto quel viaggio. Jack si era diplomato in biologia marina e aveva trovato lavoro come ricercatore sulla West Coast. Dan aveva noleggiato un furgone e, con l’auto di Jack al traino, erano andati in California. Ora, dieci anni dopo, avrebbe fatto quel viaggio da solo. Quel pomeriggio Jack l’aveva chiamato da La Jolla per dirgli che aveva pochi giorni di vita. C’era qualcuno con lui, ma quello che davvero desiderava era che ci fosse Dan e… poteva andare da lui in fretta? [estratto dal racconto “Il paradiso degli animali”, D. J. Poissant, trad. G. Guerzoni, citazione pagina 253]

Ho deciso di iniziare a parlarvi dei racconti di David James Poissant proprio dal racconto che dà il titolo alla raccolta, ovvero “Il paradiso degli animali“, a mio avviso il più bello di tutti. In questo racconto ritroviamo due personaggi conosciuti già nel racconto “L’Uomo Lucertola” – il primo della raccolta – ma se ne “L’Uomo Lucertola” Dan accompagnava l’amico Cam a casa del vecchio padre dispotico oramai morto, ne “Il paradiso degli animali” è Dan – in veste di padre – a correre sulla West Coast per rivedere Jack – il figlio – vivo ancora una volta.

Dan corre su una macchina scassata, attraversando la Florida, la Louisiana, il Texas, il New Mexico per arrivare in fretta e furia in California, da dove arrivano le telefonate di Jack, che implora il padre di arrivare velocemente. Anche quando le telefonate di Jack si interrompono e subentrano quelle di Marcus, l’amico di Jack, Dan non ha il benché minimo dubbio che riuscirà ad arrivare a La Jolla in tempo per salutare il figlio e chiedere a parole, a voce, la redenzione…

Negli altri quindici racconti che compongono la raccolta, si incontrano personaggi tratteggiati in modo impeccabile anche se vengono descritti in poche pagine; quasi sempre i protagonisti di trovano in bilico tra due o più scelte e la vita chiede loro di agire, anche se non risponderanno in modo sempre ortodosso o giusto, e quasi sempre si incontrano animali, normali come cani Beagle o più strani come alligatori.

C’è Cam, protagonista de “L’uomo lucertola“, che ritorna a casa del padre solo dopo aver avuto la notizia che fosse morto, perché un alligatore quando è in gabbia e ha le mascelle chiuse non può mordere. Ne “Il braccio” ci sono Bring, un trentenne divorziato, che una notte incontra Lily, una diciassettenne senza un braccio perché a detta sua è stata morsa da un ferro di lancia in Brasile. In “100% cotone” c’è un uomo che vuole farsi rapinare a tutti i costi, mentre ne “La fine di Aaron” la dolce e paziente Grace racconta l’odissea di Aaron, un ragazzo che quando interrompe la terapia psicologica è ossessionato dalle api e dalla fine del mondo.

Ne “Il rimborso” il lettore assiste ad una diatriba tra una mamma e un papà e un figlio genio, la madre vorrebbe sfruttare le potenzialità del bambino mentre il padre vorrebbe solo lasciarlo vivere come ogni bambino di sei anni. In “L’ultimo dei grandi mammiferi” ci sono due cugini che covano un segreto e sono incuriositi dai grandi mammiferi sopravvissuti all’ultima glaciazione. L’inquietante “Il lupo” è un racconto brevissimo dove uno strano lupo viene a chiedere il conto ad un umano, mentre nei due episodi de “Geometria della disperazione” due coniugi condividono un dolore molto grande e una serie di ossessioni che potrebbero provocare la rottura della coppia, mentre in “Nudisti” viene raccontato del rapporto conflittuale e strano tra due fratelli, Joshua e Mark.

Acqua scura, cielo blu, il sole che tramontava già e la luce appena sufficiente a schiarire la sabbia. Pochi rimanevano sulla spiaggia, con gli ombrelloni inclinati per bloccare il vento […] Mark era vicino all’acqua. A sinistra la terra si riduceva a un punto. A destra c’era un affioramento roccioso, probabilmente i massi di cui parlava suo fratello. Al di là dei massi, c’erano le gambe giganti del Golden Gate. Contò le macchine. Erano centinaia, tante viaggiavano veloci, ordinate e sicure in singole file. [estratto dal racconto “Nudisti”, D. J. Poissant, trad. G. Guerzoni, citazione pagina 225]

Come aiutare tuo marito a morire” è un racconto intensissimo e incredibile, di cui non dico nulla per non rovinarvi nessuna sorpresa; mentre “Io e James Dean” è il racconto che più mi ha turbata perché mi ha fatto riaffiorare alla mente un episodio drammatico e spiacevole della mia vita. “Il bambino che brilla” è pura fantasia e “Il ragazzo che sparisce” racconta intensamente di un’amicizia che termina in modo anomalo e misterioso. Chiude la raccolta il mio racconto preferito “Il paradiso degli animali“, di cui ho già parlato all’inizio.

Come valutare un libro con dei contenuti così eterogenei tra loro, dove il lettore entra in tante vite, in tante menti, cambiando spazio-tempo dopo poche pagine? Complessivamente direi eccezionale, perché scrivere un racconto credo sia molto più difficile che scrivere un romanzo, giacché in poche pagine deve emergere il succo del discorso, senza perdersi in troppe parole. E David James Poissant ci riesce in modo a dir poco magistrale, dando vita ad un carosello di personaggi e situazioni indimenticabili. Assolutamente da leggere.

Portalo in spiaggia. Portalo perché è bello. Portalo perché puoi farlo. Portalo a metà mattina, avvolto nelle coperte, perché è primavera e fa ancora freddo prima di mezzogiorno. Siediti sulla spiaggia e disegna le vostre iniziali intrecciate sulla sabbia, come due ragazzini innamorati. Gioca a tris e lascialo vincere. Stringilo quando tossisce e non riesce a  smettere. Scricchiolerà come uno scheletro tra le tue braccia. Scava una buca nella sabbia perché possa sputarci dentro. Spargi la sabbia sulla bile giallastra. Rimanete seduti come turisti a guardare l’acqua e a chiedervi perché non lo avete mai fatto prima. Abitate a venti chilometri dalla spiaggia e in vent’anni non ci siete mai venuti insieme, nemmeno una volta. Pensaci, ma senza soffermarti troppo. [estratto dal racconto “Come aiutare tuo marito a morire”, D. J. Poissant, trad. G. Guerzoni, citazione pagina 185]

AA. VV. | Intanto, da qualche parte nello spazio…

Alle scuole medie  io e la mia vicina di banco avevamo deciso di scrivere un audace romanzo ambientato su Titano, il più grande satellite di Saturno: le protagoniste eravamo noi due, la nostra missione spaziale era fallita e ci eravamo perse sul desolato satellite saturnino, destreggiandoci tra laghi di metano liquido e atmosfere prive di ossigeno.

A volte i libri che leggiamo ci fanno tornare in mente episodi della nostra vita che avevamo apparentemente dimenticato. Leggendo l’agile raccolta di racconti dall’oscuro titolo “Intanto, da qualche parte nello spazio…” (AA.VV., Gorilla Sapiens Edizioni, 144 pp., 13 euro) mi si è aperto un cassettino della memoria e mi è tornato in mente di quei mesi in cui sognavo di diventare una scrittrice di fantascienza, da qualche parte nei corridoi della scuola media…

Titolo: Intanto, da qualche parte nello spazio…

Autori: Alessandro Sesto, Carlo Sperduti, Massimo Eternauta, Andrea Paolucci, Leonardo Battisti, Filippo Balestra, Pee Gee Daniel, Cristina Caloni, Marco Montozzi, Luigi Lorusso, Alessandro Dezi, Alberto Rafael Colombo Pastran, Davide Predosin, Paolo De Caro e Carlo Zambotti

Editore: Gorilla Sapiens Edizioni

Il mio consiglio: agli appassionati di fantascienza questa raccolta di racconti piacerà, garantisco!

Acquista sul sito dell’editore

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Giorno 2 OB Siamo in piena emergenza. L’elettricità va e viene. In plancia si accendono solo le luci. Quando cerchiamo di avviare i sistemi di computo di nuovo cade l’oscurità. La maggior parte dei mondi che abbiamo visitato, per lo più disabitati, si presentava con un clima mite, simile al nostro. Certo, ogni viaggio presenta delle incognite a sé, ma l’eventualità di incontrare condizioni avverse come questa sono sempre state al di sotto della più misera soglia percentuale. I problemi continuano ad aumentare. [citazione dal racconto “Vaucanson” di Marco Montorozzi]

Per parlarvi di questa raccolta di racconti, inizio con una citazione tratta da “Vaucanson” di Marco Montorozzi perché proprio questa storia mi ha riportata indietro nel tempo, quando alle medie avevamo iniziato a scrivere un romanzo di fantascienza sui fogli protocollo a righe.

I racconti che compongono la raccolta sono ambientati tra Terra e spazio e sono originali scritti sperimentali molto creativi. Alcuni, come appunto il mio preferito “Vaucanson”, si leggono tutto d’un fiato, presi dalla febbre di scoprire se lo sfortunato equipaggio si salverà.

Altre storie sono visionarie ed eclettiche, raccontano di umani che si fingono robot per fregare ai concorsi pubblici, o tossici che credono di andare nello spazio, passando per battaglie navali spaziali o pesanti coprifuoco di una Terra ormai esausta.

Quando iniziò il coprifuoco si era capito che sarebbe stata una cosa lunga. Qualcuno già parlava di mesi e anni. Io non ci credevo. Anzi ero quasi contento del fatto che il Governo provvedesse a portarmi le razioni giornaliere senza dover uscire di casa. Era una comodità, obiettivamente. Faceva già un gran caldo, medie annuali di 20 gradi. Parliamo di 30 anni fa e più. Non ricordo l’ultima volta che ho messo piede fuori dalla porta. Ero già vecchio. Ma io ero ottimista. Già pregustavo l’idea che nel giro di qualche stagione mi sarei ritrovato il mare davanti casa per lo scioglimento degli ultimi blocchi di calotta artica [citazione dal racconto “Coprifuoco” di Leonardo Battisti]

Benché brevi, a volte questi racconti necessitano di una lettura molto attenta, data la loro complessità sperimentale: ma chi ha mai detto che un libro per essere bello sia semplice da leggere?, io trovo le sfide difficili più interessanti delle banalità e senza dubbio la sfida dei Gorilla Sapiens è promossa a pieni voti.