Elias Canetti | Le voci di Marrakech

Davvero in quel momento mi sembrò di essere altrove, di aver raggiunto la meta del mio viaggio. Da lì non volevo più andarmene, ci ero già stato centinaia di anni prima, ma lo avevo dimenticato, ed ecco che tutto ritornava in me. Trovavo nella piazza l’ostentazione della densità, del calore della vita che sento in me stesso. Mentre mi trovavo lì, io ero quella piazza. Credo di essere sempre quella piazza [dal racconto Visita nella Mellah, E. Canetti, trad. B. Nacci]

Le voci di Marrakech” di Elias Canetti (trad. B. Nacci, Adelphi) porta come sottotitolo “Note di viaggio” pur apparendo a prima vista un’antologia di racconti; sono tra loro collegati, i racconti di questa raccolta, e si trattano a tutti gli effetti di appunti e riflessioni riguardanti il viaggio che compì Canetti nel 1954 in Marocco.

Negli scritti di Canetti rivive l’anima più intima del Marocco, un luogo lontano e diverso da quello di provenienza dello scrittore. Attraverso le vicende di ciechi, cammellieri, donne velate misteriose, commercianti, mendicanti, impostori ed ebrei, Canetti porta il lettore nel cuore della città di Marrakech, descritta utilizzando parole a tratti poetiche e a tratti crude.

C’è aroma nei suk, e freschezza, e varietà di colori. L’odore, che è sempre piacevole, cambia a poco a poco secondo la natura delle merci. Non esistono nomi, né insegne, e neppure vetrine. Tutto ciò che si vende è in esposizione. Non si mai quanto costeranno gli oggetti, né essi hanno infilzati i cartellini dei prezzi, né i prezzi sono fissi [dal racconto I suk, E. Canetti, trad. B. Nacci]

Le mura, autore Nouaman Bentaj (fonte: Flickr, Dominio pubblico)

Sullo sfondo della confusionaria e affascinante città compaiono ora personaggi assillanti, ora cantastorie e ora scrivani. È un affresco corposo e interessante quello tratteggiato da Canetti a proposito della Marrakech degli anni ’50, forse non molto diverso da come si presenterebbe oggi agli occhi del viaggiatore. Canetti cammina lungo le vie, per le strade, appuntando mentalmente ciò che poi vorrà imprimere su carta.

Quando si viaggia si prende tutto come viene, lo sdegno rimane a casa. Si osserva, si ascolta, ci si entusiasma per le cose più atroci solo perché sono nuove. I buoni viaggiatori sono gente senza cuore [dal racconto Le grida dei ciechi, E. Canetti, trad. B. Nacci]

Le voci di Marrakech” di Elias Canetti è l’ideale guida sentimentale per percorrere – mentalmente o realmente – le strette e confuse vie della città marocchina che, in questi brevi racconti e voci, è l’assoluta protagonista.

Marrakech, autore Carlos (fonte: Flickr, Dominio pubblico)

Titolo: Le voci di Marrakech
L’Autore: Elias Canetti
Traduzione: Bruno Nacci
Editore: Adelphi
Perché leggerlo: per sognare il Marocco, con il suo fascino e le sue contraddizioni

(© Riproduzione riservata)

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Mohammad Hossein Mohammadi | I fichi rossi di Mazar-e Sharif

Hanno tirato fuori i nostri cadaveri dal pozzo e li hanno portati via. Ci eravamo svegliati qualche giorno dopo, quando avevamo sentito i passi dei loro piedi sopra di noi.
– Ci hanno trovato – ho detto.
– Stavamo in pace – ha detto mio padre – e adesso si ricomincia con la confusione.
(…) – Non capiscono che i morti non vanno svegliati – ha detto ancora mio padre.
– Noi non siamo morti – ho risposto io – siamo stati uccisi.
[Dal racconto “I morti”, M. Hosseni Mohammadi, trad. N. Samadi]

Parlare dell’Afghanistan è tutt’altro che facile. Come si può raccontare un Paese che da decenni conosce solo la guerra, la morte e la paura costante? L’autore afghano Mohammad Hossein Mohammadi prova a raccontare la sua terra martoriata da proiettili e autobombe, di bambini uccisi e di crudeltà, attraverso una serie di racconti raccolti ne “I fichi rossi di Mazar-e Sharif“, tradotti da Narges Samadi, per l’Associazione Culturale Ponte 33.

I protagonisti delle storie che compongono la raccolta sono civili, militari, uomini, donne e bambini. Sono vittime e carnefici, subiscono oppure infieriscono. Sullo sfondo c’è l’Afghanistan, terra contesa da secoli, già dai tempi del Grande Gioco tra l’Impero britannico e la Russia; una terra che nel corso della sua recente storia ha conosciuto più fatti di guerra che di pace; dall’intervento sovietico in Afghanistan, durato oltre dieci anni, all’arrivo dei talebani, fino all’intervento americano e agli strascichi post-bellici di oggi. Perché ancora oggi l’Afghanista è tutt’altro che un luogo sicuro dove vivere e crescere.

Gli ci volle un’ora buona per scavare una buca della taglia dell’uomo. Trascinò il cadavere sulla neve e così com’era, disteso sul fianco, lo buttò nella fossa. Mentre gettava sul corpo fango ghiacciato misto a neve, il suo sguardo fu attratto dagli stivali nuovi del soldato. Dai piedi ghiacciati, infilati in un paio di vecchie galosce, il freddo gli risaliva per tutto il corpo facendolo rabbrividire. Si accovacciò accanto ai piedi del morto, ma non riuscì a slacciare i lacci congelati. Allora tirò fuori dalla tasca il coltello e li tagliò. Poi con grande fatica sfilò gli stivali [dal racconto Non svegliamo i bambini!, M. Hosseni Mohammadi, trad. N. Samadi]

Mazar-i Sharif – Veduta

Moschea Blu di Mazar-e Sharif (fonte: Wikipedia)

I conflitti distruggono tutto: vite, case, averi, umanità. Soprattutto l’umanità, perché nel corso di una guerriglia il difficile è mantenersi umani, poiché l’istinto di sopravvivenza prende il sopravvento su tutto e non ci si fanno molti problemi a rubare oggetti ai morti oppure a fingere di non aver visto un sopruso o approfittare di una donna disperata che si prostuisce, rischiando la lapidazione, per quattro denari.

Ci si abitua alla morte, allo stesso modo ci si abitua all’essere più simili a bestie che a uomini dotati di una certa morale. I bambini nati in questi ultimi anni non hanno conosciuto altro che morte, hanno imparato subito ad aver paura dei velivoli che volano troppo vicini al suolo.

Si era svegliata per il rombo degli aeroplani. Da quando il padre non era più in casa, la mattina si svegliava sempre con il rombo degli aeroplani. Quando si affacciò nel cortile, il sole che era sorto dietro l’albero di fichi l’abbagliò [dal racconto I fichi rossi di Mazar-e Sharif, M. Hosseni Mohammadi, trad. N. Samadi]

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Herat, Afghanistan (fonte: Wikipedia)

Lo stile scelto da Mohammadi per parlare del suo Afghanistan lacerato è asciutto, duro, secco. Non vi è spazio per le descrizioni, spesso vengono riportati dialoghi secchi e frasi corte, incisive. La guerra non porta fronzoli, con sé; le parole tagliano come lame di coltello e non possono lasciare indifferente chi legge queste parole.

L’Afghanistan può sembrare una realtà molto distante da noi, ma non è così. Per me l’Afghanistan rappresenta quel luogo bellissimo ed incredibile, fatto di montagne altissime e steppe sconfinate, che tanto vorrei vedere coi miei occhi, ma che a causa dei conflitti e dei pericoli difficilmente vedrò mai.

C’è solo un modo per capire l’Afghanistan e la sua storia complessa: leggere racconti come questi che compongono la raccolta “I fichi rossi di Mazar-e Sharif” di M. Hosseni Mohammadi. Attraverso queste pagine che necessariamente colpiscono e trasudano morte, sangue e dolore, se si guarda con attenzione si legge anche la voglia degli afghani di vivere in un Paese in pace. Un Paese dove crescere, dove giocare, dove non avere più timore di rischiare la vita, sia per chi resta, sia per chi tenta di fuggire.

Titolo: I fichi rossi di Mazar-e Sharif
L’Autore: Mohammad Hosseni Mohammadi
Traduzione dal persiano: Narges Samadi
Editore: Ponte 33
Perché leggerlo: per capire l’Afghanistan e la sua storia complessa, perché nessuna realtà è davvero così lontana alla nostra

(© Riproduzione riservata)

Enrique González Tuñón | Letti da un soldo

Sono stato amico di ladri, biscazzieri, gente miserabile. Ho conosciuto gente spregevole, donne ipocrite, puttane. La vita è amara, pesante, difficile. Adesso penso che avrei dovuto morire quando mi operarono per non so quale malanno, venti e più anni fa. Ero un bambino, e mi avrebbero portato al cimitero in una cassa bianca. Invece di trascinarmi per il mondo starei molto più in alto delle nubi, nella purissima felicità che cantano gli angeli nel cielo limpido [dal racconto I cinque, Enrique González Tuñón, trad. M. Magliani e R. Ferrazzi]

La raccolta di racconti “Letti da un soldo” di Enrique González Tuñón uscì in Argentina nel 1932 ed è stato pubblicato in italiano dalla casa editrice Arkadia editore, con la traduzione di M. Magliani e L. Marfè, secondo volume della collana Xaimaca. I racconti presenti provengono da tre diverse raccolte di González Tuñón.

Letti da un soldo” comprende cinque racconti provenienti dall’opera orginale “Cama desde un peso“, cinque storie che si possono leggere quasi come un romanzo, dove i protagonisti portano nel cuore il personale carico di dolori e dispiaceri, e si ritrovano nella squallida e lurida locanda chiamata “La pignatta misteriosa“, un luogo dove i letti per dormire costano solo un peso, un soldo.

Sei racconti brevi provenienti da “El alma de las cosas inanimadas“, dove i protagonisti sono bizzarri e molteplici: un telefono epilettico, un gliptodonte, uno smilodonte e un uomo sui pattini; infine, due racconti provenienti da “La rueda del mulino mal pintado“, che hanno come protagonsiti uomini nuovamente sull’orlo del disagio sociale.

Enrique González Tuñón, fratello del celebre poeta argentino Raúl, nacque nel periferico quartiere di Once, a Buenos Aires, e fu scrittore di romanzi, racconti e giornalista. Entrambi non furono molto apprezzati in vita e subirono parecchie critiche legate, in particolare Enrique, all’essere romanticamente anarchico e bohémien.

Aspetto l’amore con il disperato desiderio dei vent’anni. Se tardasse a venire uscirei in strada ad annunciare come un banditore la mia disgrazia perché qualche donna mi consolasse con una carezza; andrei a bussare a tutte le porte fino a quando una mano gentile e sensibile mi chiamasse e una voce mai sentita, una voce appena nata, mi dicesse, vieni (…) L’avventura della mia gioventù non è altro che una meschina e interminabile scaramuccia [dal racconto La miseria permanente, Enrique González Tuñón, trad. M. Magliani e R. Ferrazzi]

Cama desde un peso“, titolo originale della raccolta, raccoglie quindi le storie di persone disagiate, perdenti della vita, ladri, ubriaconi, disperati, prostitute, spacciatori e vagabondi, affrescando la periferia di Buenos Aires degli anni Venti e dei primissimi anni Trenta del Novecento.

Anni in cui il cambiamento sociale fu importante: le periferie vennero quasi inglobate con la città vera e propria, la quale si ritrovò ad diventare una capitale grande e cosmopolita, abitata in particolar modo da migranti giunti da ogni dove e da persone di nazionalità argentina in cerca di fortuna e ricchezza.

Perché vivono in me tanti ricordi di epoche trapassate? Occorre credere per vivere (…) Il giorno in cui non ci crederai più finirai di esistere [dal racconto Lo smilodonte scettico, Enrique González Tuñón, trad. M. Magliani e R. Ferrazzi]

Si tratta di una raccolta di racconti completa, utile per scoprire una voce della letteratura argentina pressoché sconosciuta in Italia. I racconti sono inoltre interessanti per conoscere la situazione dell’Argentina a cavallo tra gli anni Venti e Trenta, con particolare riguardo verso i ceti sociali meno abbienti. I racconti proveniente dalle altre due raccolte originali offrono uno sguardo su quella che sarà una letteratura dell’assurdo e del grottesto.

“Letti da un peso” è una raccolta di racconti che consiglio a chi cerca una letteratura sudamericana di nicchia, una serie di storie scritte da autore sudamericano poco noto in Italia, una tipologia di storie che la collana Xaimaca della casa editrice Arkadia mira a proporre ai lettori italiani.

Titolo: Letti da un soldo
L’Autore: Enrique González Tuñón
Traduzione dallo spagnolo: Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi
Editore: Arkadia Editore
Perché leggerlo: perché si tratta di un autore poco noto in Italia, pubblicato per la prima volta in traduzione italiana, utile a scoprire una letteratura sudamericana più di nicchia

(© Riproduzione riservata)

A. Igoni Barrett | L’amore è potere, o almeno gli somiglia molto

L’ultima volta che abbiamo litigato le avevo appena detto che l’amavo. Lei ha detto “fatti, non parole”, e che se l’amavo sul serio le avrei dato un bambino, non l’avrei mai lasciata in quel modo, neanche per sogno.
“Amore significa che torni anche quando non puoi”.
A quel punto abbiamo litigato. Ho raccattato le mie cose e me ne sono andato [dal racconto Una storia tira e molla a Nairobi, A. Igoni Barrett, trad. M. Martino]

Amore significa che torni anche quando non puoi: in questa frase è contenuto il denominatore comune dei nove, bellissimi racconti di A. Igoni Barrett raccolti ne “L’amore è potere, o almeno gli somiglia molto“, tradotti da Michele Martino per 66thand2nd editore. L’amore come sentimento è il protagonista dei nove racconti e viene declinato in ogni sua sfaccettatura; nel contempo, per i personaggi creati da A. Igoni Barrett, amore significa tornare sempre, o quasi, anche e soprattutto quando è impossibile.

Un figlio torna dalla madre alcolizzata e tossicodipendente. Una moglie continua a restare con il marito per mantenere l’onore della famiglia, benché sia gelosa dell’affetto che il consorte regala alla figlia. Un uomo innamorato di una bellissima donna ritorna sempre, dopo ogni litigata, nonostante il pessimo carattere di lei.

È sempre la Nigeria – ad eccezione di un racconto ambientato in Kenya, Una storia tira e molla a Nairobi – a far da sfondo alle storie di Igoni Barrett, una nazione descritta in modo sincero e priva di imbarazzo, rappresentata senza mezze misure, con difetti e pregi compresi.

Nei racconti vengono descritti gli ingorghi quotidiani di un traffico caotico e ingestibile; l’estrema povertà contrapposta al lusso sfrenato di chi lavora per il governo nigeriano; parte della recente storia della Nigeria, con i numerosi colpi di stato che si sono susseguiti nel tempo; le discriminazioni tra chi è bianco e chi è nero; la corruzione dei politici e l’abuso di potere da parte dei militari.

Benché si tratti di racconti più o meno brevi, A. Igoni Barrett ha la notevole capacità di descrivere in modo perfetto i protagonisti, evidenziando le caratteristiche positive e negative che li rendono realistici; i suoi personaggi non sono mai solo buoni o solo cattivi: sono esseri umani, persone comuni provenienti da differenti classi sociali, per cui fallibili.

Il tutto è sempre raccontato con un taglio a tratti ironico, a volte commovente o addirittura tragico, utilizzando uno stile semplice e coinvolgente allo stesso tempo, capace di trascinare con estrema facilità il lettore nelle vicende narrate.

Perpetua era confusa. Ciò che vedeva nel visto di Tene non somigliava affatto a quello che si aspettava. Cercava segni tangibili di un’emozione posticcia, ma non riusciva a coglierne nemmeno uno. Voleva gioia, ma trovava solo compassione. Eppure, ragionò, il fatto di non riuscire a vedere quello che aveva immaginato non faceva che confermare che la sua rivale era più scaltra del previsto [dal racconto Godspeed e Perpetua, A. Igoni Barrett, trad. M. Martino]

Lagos, Nigeria (fonte: Wikipedia CC BY 2.0)

L’amore è potere, o almeno gli somiglia molto” è una raccolta di racconti entusiasmante e piacevole da leggere, dove l’amore, in ogni sua forma, corre tra le polverose strade della Nigeria, sempre pronto a costruire o distruggere speranze e gioie nel cuore degli uomini.

Se siete curiosi, qui potete leggere gli incipit dei nove racconti.

Titolo: L’amore è potere, o almeno gli somiglia molto
L’Autore: A. Igoni Barrett
Traduzione dall’inglese: Michele Martino
Editore: 66thand2nd
Perché leggerlo: perché si tratta di una raccolta di racconti coinvolgenti e piacevoli da leggere dove il sentimento preponderante è l’amore mostrato in ogni sua declinazione, e allo stesso tempo è un sincero e vivido ritratto della Nigeria di oggi

(© Riproduzione riservata)

Prabda Yoon | Feste in lacrime

(…) è la pagina di un quaderno di seconda media. Le righe azzurre cominciano a sbiadire. C’è una frase solo nella pagina, alla terza riga dall’alto. Scrivevo bene, in nero, e a sorpresa le lettere sono ancora molto leggibili. La frase è: “Non cambierò mai”. Che cosa non volessi diventare non lo ricordo più. Non so se ho mantenuto la parola (…) Qualunque cosa mi fossi inventato, dovevo crederci tantissimo [dal racconto Penna tra parentesi, Prabda Yoon, trad. L. Fusari]

Feste in lacrime” di Prabda Yoon (trad. L. Fusari, add editore) è la prima raccolta pubblicata in Italia e costituita da  dieci racconti dello scrittore, traduttore, editore, grafico, regista e sceneggiatore thailandese. Nei racconti di Prabda Yoon si legge una Thailandia molto lontana dall’ideale di luogo turistico dallo splendido oceano cristallino.

I protagonisti dei racconti sono persone comuni, a tratti tanto anonime da non avere nemmeno un nome ad identificarli. Ci sono quattro amici che, dopo il suicidio di un’amica comune, vorrebbero ricominciare a dare le feste in lacrime; un giovane grafico che, guardando un foglio scritto a mano ai tempi delle scuole medie, si lascia andare ad una serie di ricordi. C’è un uomo che incontra una donna che scrive sempre sull’autobus, e una donna che spende tutti i suoi risparmi per portare il figlio disabile a vedere la neve in “Alasaka”.

C’è Marut che si ribella a Prabda Yoon stesso, dicendo che non ci sta a guardare il mare senza motivo. Ci sono due amanti che assistono ad un incidente tragicomico, e una scolara che viene presa in giro dai compagni. Un ragazzo spiega il suo rapporto con un uomo più anziano, che gli ha permesso di usare un nome meno formale; c’è un uomo che sta per rivelare al mondo intero un segreto incredibile.

Nei racconti, i protagonisti sono sempre in bilico tra il passato e il presente, guardandosi intietro con pesante nostalgia. Il sentimento della nostalgia è, infatti, un denominatore comune che permea i racconti. C’è anche una componente surreale, negli scritti, e alcuni personaggi sono a metà tra modernità e credenze ancestrali – ben sviluppate nella storia della vampira di Pattaya -, dove il contrasto tra le due cose rispecchia molto bene i veloci cambiamenti della società thailandese (e in generale, asiatica) al passaggio tra gli anni Novanta e i primi Duemila.

Siccome non era originaria di Pattaya, i vampiri del posto la consideravano una specie di ultima arrivata, una succhia-sangue qualunque che aveva invaso il territorio. Era un po’ una questione di snobismo e un po’ di invidia (…) A ogni modo, si era guadagnata il rispetto e persino l’adorazione di un gruppo di vampiri delle nuove generazioni [dal racconto Scomparsa di una vampira a Pattaya, Prabda Yoon, trad. L. Fusari]

Bangkok (fonte: Wikipedia CC BY-SA 4.0)

Feste in lacrime” di Prabda Yoon (trad. Luca Fusari, add editore, 18 €) è un’interessante raccolta di storie molto coinvolgenti e ben scritte che raccontano di personaggi e luoghi molto distanti dalla nostra cultura occidentale. E come sempre, è per questo motivo che voglio leggere autori e autrici appartenenti a culture diverse, per imparare e farmi un’idea sia del loro modo di scrivere – nel caso di Prabda Yoon molto occidentale – ma soprattutto di viaggiare in mondi lontani.

Titolo: Feste in lacrime
L’Autore: Prabda Yoon
Traduzione dall’inglese all’italiano: Luca Fusari
Traduzione dal thailandese all’inglese: Mui Poopoksakul
Editore: add editore
Perché leggerlo: per ascoltare voci originali e lontane dalla nostra cultura, per entrare nella società thailandese e scoprirne qualcosa in più

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Elia Gonella | Tenebre

L’appartamento l’aggredì fin dalla soglia. Sulla porta d’ingresso, una zaffata d’aria calda, pesante di polvere, d’acqua stagnante, la colpì al volto (…) Alcuni drammi si consumano in un istante, altri in una vita intera (…) Forse era un’ospite indesiderata, forse la casa l’avrebbe trattata come tale. A inquietarla più di tutto era il silenzio incompleto. Là dentro non c’era nessuno, eppure dagli angoli bui, dagli insterstizi tra le assi imbarcate del pavimento salivano i crepitii, gli schiocchi di una presenza invisibile che operava nell’oscurità [dal racconto L’ospite, Elia Gonella]

Una donna si ritrova nel vecchio appartamento disabitato del padre per mettere in ordine alcuni ricordi. Un uomo cancella le immagini della sua vita passata, pronto ad indossare una nuova maschera. Un uomo di mezz’età incontra un vecchio amico e si lascia andare ad un flusso di pensieri che risalgono ai tempi dell’ultima colonia estiva. Un bambino in età scolare scopre che il suo idolo in realtà è una persona crudele e senza cuore. Un marito incontra la moglie in un luogo dove non si sarebbe mai aspettato di trovarla. Una donna attende la distruzione del quartiere Futura.

Una donna indossa un vecchio maglione e in una casa in riva al mare in burrasca ricorda la sua vita passata. Un uomo disagiato fa affari con un misterioso Tukor, ma c’è un oggetto che non può proprio scambiare, benché non lo usi più da molti anni. Un ex-soldato riacquista la vista, ma non può più tornare quello che era un tempo. Un bambino e la sua famiglia trovano una civetta intrappolata nel camino la notte di Natale e cercano di fare di tutto per liberarla e far passare Babbo Natale.

Nei racconti della raccolta “Tenebre” di Elia Gonella (Las Vegas edizioni) è notte, il buio avvolge ogni cosa, l’oscurità ammanta ogni sentimento. Buona parte dei racconti sono ambientati in una città dove un quartiere di nome Futura – un ammasso di palazzi che doveva essere il progresso, il futuro apppunto – è ormai disabitato e sta per essere abbatuto. I protagonisti vedono le torri di Futura e in esse si rispecchiano: Futura sta per essere distrutta, loro stanno per essere distrutti.

Le torri di Futura erano condomini popolari fatiscenti: sciacalli aspettavano che i vecchi inquilini morissero in solitudine per forzare le porte e trasformare ogni stanza in una camera doppia, tripla, quadrupla. Nelle case, le pareti erano impregnate dall’odore di cento cucine, i pavimenti erano frusti come cuoio vecchio. L’acqua e l’elettricità saltavano di continuo, gli ascensori dalle porte sfondate erano usati come pisciatoi, gli specchi rotti restituivano grappoli di immagini confuse e incomplete [dal racconto Lo scambio, Elia Gonella]

Se lo spazio è quasi sempre la città dove ai margini sorge il fatiscente quartiere di Futura, il tempo è incerto, evanescente. Non ci sono riferimenti storici che possono aiutarci nella collocazione dei racconti in un dato momento, potrebbe essere un passato appena trascorso oppure un futuro che deve ancora arrivare.

Gioca col tempo, Elia Gonella: se apre il racconto parlando del presente, immediatamente avvia un flashback; se il racconto incomincia in un punto del passato, si torna al presente e di nuovo al passato per sbrogliare le matasse di eventi e ricordi.

I protagonisti si trovano a dover affrontare i loro personali fantasmi: il passato ingombrante, la risoluzione di un mistero nel presente o l’immaginare un futuro. La donna che cerca di liberarsi dei ricordi del defunto padre, il ragazzino che scopre chi è davvero il suo idolo e il giovane uomo che scambia oggetti con gli sconosciuti e non riesce ad ammettere di aver fallito nella sua carriera da studente di musica.

Con uno stile ricercato ma essenziale, i dieci racconti di Elia Gonella scorrono come tanti piccoli lampi su uno schermo televisivo, sempre in bilico tra passato e futuro.

Quarantotto ore dopo, Futura fu rasa al suolo. Le cariche d’esplosivo minarono i pilastri alle basi, e le torri di comento si ripiegarono su loro stesse, inghiottite da una nuvola di polvere. Le strade circostanti, chiuse al traffico, si erano riempite di telecamere e di curiosi. Ma la donna non era là. Aveva lasciato la città per non tornare mai più [dal racconto Addio, Elia Gonella]

Titolo: Tenebre
L’Autore: Elia Gonella
Editore: Las Vegas Edizioni
Perché leggerlo: perché si tratta di racconti ben scritti, in bilico tra passato, presente e futuro, immersi in un’atmosfera incerta e infestata da fantasmi

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Beka Kurkhuli | La città nella neve

È caduta una grande quantità di neve che ha imbiancato tutto il quartiere. Il cielo incombente sembrava non volersi aprire mai alla primavera e i fiocchi ghiacciati sull’asfalto non sciogliersi più. Il vento turbinava ammassando cumuli di neve. Quel giorno il vento era sparito e il sole pareva sfuggito alla prigionia delle nubi cupe e buie. Tra la neve candida baluginava curioso del ghiaccio azzurro intenso (…) In via Sebastopoli, nei dintorni del cimitero di Vere, tra le case arroccate sul versante di un colle, la gente si muoveva con prudenza, a passi brevi e misurati, come se camminasse in punta di piedi [dal racconto La città nella neve, Beka Kurkhuli, trad. N. Geladze Fusco]

La città nella neve” di Beka Kurkhuli (trad. N. Geladze Fusco, Stilo editrice, 14 €) è una raccolta di cinque racconti, due lunghi e tre brevi, che come obiettivo ha quello di condurre il lettore all’interno della società georgiana, descrivendo i momenti salienti e drammatici della storia più recente dello Stato caucasico.

Nel primo racconto intitolato Assassino un uomo che ha combattuto la guerra tra georgiani e abcasi si ritrova a doversi nascondere con la famiglia a causa del suo passato militare. La moglie lo mette in difficoltà perché gli rifaccia il suo passato da combattente e perché desidera un paio di scarpe per andare al funerale di un cugino, ma l’uomo non ha nemmeno un lari per cui incomincia a vagare al di qua e al di là del confine tra Abcasia e Georgia per cercare di procurarsi del denaro; cercando di recuperare dei materiali da rivendere in un’abitazione abbandonata, incontrerà delle persone che lo porteranno a compiere un gesto drammatico.

“Non potevi startene alla larga, no?! Ora saresti a Nabakevi, avresti racimolato un po’ di mandarini e nocciole, seppur malvolentieri alcuni li avresti ceduti a loro, ma qualcosa sarebbe rimasto anche a te. Tutta la gente di Gali attraversa quel territorio e nessun abcaso vi fa più caso. La gente lavora, si busca qualche cocuzza; sa che la famiglia di Kishmaria si è messa ad allevare bestiame?” [dal racconto Assassino, Beka Kurkhuli, trad. N. Geladze Fusco]

Ne “La cità della neve“, racconto che dà il titolo alla raccolta, vengono narrate le vicende legate alla storia d’amore consumata negli anni Novanta tra due giovani georgiani. Lei, bellissima georgiana ricca che ha avuto l’opportunità di studiare a Londra, e lui, squattrinato georgiano che si barcamena tra un’occupazione e l’altra. Sullo sfondo, la crisi energetica di quegli anni difficili. Anni dopo i due, ormai adulti, si incontreranno di nuovo in una Tbilisi innevata.

Vecchia Tbilisi (fonte: Ilya Platonov, Flickr, immagine di dominio pubblico)

I racconti centrali sono i più brevi. Nel terzo racconto dal titolo “In sogno vidi” un uomo non vedente riporta in vita l’agrodolce ricordo dei suoi momenti felici, conditi da una forte nostalgia; nel quarto racconto, “Una sera“, un uomo seduto su una panchina in un parco di Tbilisi è indeciso su quale tipologia di caffè prendere, stupendosi che quando era più giovane ne esisteva un tipo solo. Questo è l’espediente per ricordare la sua giovinezza in una Tbilisi sovietica, dove si incrociavano più popolazioni diverse, derivanti da culture differenti, tutte unite sotto la bandiera dell’URSS.

Che cosa successe in realtà – che fosse uno, o alcuni, o nessuno – era una questione senza risposta, benché il sogno si ripetesse ostinato, con la sua casa e con i suoi coinquilini, con le sue proprietà vicine, evanescenti e capricciose, con il suo buio e gli alberi neri dai rami neri, con la sua inquietante misteriosità (…) [dal racconto In sogno vidi, Beka Kurkhuli, trad. N. Geladze Fusco]

Infine, nell’ultimo, lungo racconto dal titolo “Musakala”, Kukhuli narra senza filtri e in modo romanzato il ruolo dei mujahedddin afghani durante la guerra a cavallo tra gli anni Novanta e i primi anni del Duemila. La vicenda prende avvio dalla resa dei sovietici in Afghanistan nel 1989, anni concitati durante i quali entrano in scena i mujaheddin e la presa di potere dei talebani, che per prima cosa impongono la sharia in Afghanistan. Si arriva fino ai primi Duemila, con l’attacco terroristico alle Torri Gemelle e alla distruzione dei Buddha di Bamiyan. Protagonista del racconto è Abdel Hamid, uno dei combattenti.

Dopo qualche anno, la guerra finì e le truppe sovietiche si ritirarono dall’Afghanistan. Pareva che tutti i guai fossero giunti al termine, ma ad attendere il paese vi erano disgrazie e disastri non minori (…) Abdel ricevette da Dio la grazia bramata da ogni mussulmano: l’invito a compiere il pellegrinaggio alla sacra città di Mecca per il rituale dello Hajj in compagnia di alcuni insigni mujaheddin, oltre al privilegio di essere invitato dal Mullah Omar in persona [dal racconto Musakala, Beka Kurkhuli, trad. N. Geladze Fusco]

Ushguli Lamaria, Svaneti, Georgia (fonte: Wikipedia CC BY-SA 4.0)

Come dicevo, i cinque racconti di Beka Kurkhuli hanno la capacità di trasportare chi legge all’interno della società georgiana, dove i protagonisti appartengono a diverse classi sociali, rappresentando differenti categorie di persone, da ex-combattenti a uomini anziani e nostalgici; sullo sfondo si possono leggere alcuni momenti salienti della Storia recente della Georgia.

I racconti di Kurkhuli incominciano nel presente, quindi prendono avvio dei flashback, e si ritorna al presente, chiudendo il ciclo. La scrittura di Kurkhuli è ricercata e raffinata, in particolare quando descrive e racconta gli aspetti geografici e i paesaggi della Georgia; Kurkhuli sembra non lasciare nulla al caso e le note della traduttrice a fine racconto aiutano a comprendere i termini, gli aspetti della cultura georgiana e la Storia dello Stato caucasico.

La città nella neve” è uno di quei libri che permettono di viaggiare e di conoscere una realtà relativamente vicina a noi ma poco conosciuta, una sorta di Europa di periferia. Il libro di Beka Kurkhuli è stato pubblicato in Italia grazie al sostegno del Georgian National Book Center e del Ministero della Cultura e dello Sport della Georgia, e fa parte del progetto Voices from European peripheries. Literatures, lost and rediscovered identity, che “si propone, attraverso la loro diffusione, di promuovere in Italia la questione della ricerca di identità, in tutte le sue sfaccettature“.

Titolo: La città nella neve
L’Autore: Beka Kurkhuli
Traduzione dal georgiano: Nunu Geladze Fusco
Editore: Stilo Editrice
Perché leggerlo: per conoscere una realtà molto diversa dalla nostra, per scoprire uno Stato a cavalo tra Europa e Asia

(© Riproduzione riservata)

Miroslav Penkov | A est dell’Occidente

Ho trovato le lettere che ha scritto a mia moglie molto prima che ci conoscessimo, quando lei aveva sedici anni. Una di quelle scoperte stupide, da romanzo rosa, niente a che vedere con la realtà e la vecchiaia (…) Non riesco neanche a immaginare di essere capace di scrivere lettere che una donna voglia conservare per sessant’anni. Vorrei essere stato io ad aver conosciuto Nora quant’era più vicina all’inizio della sua vita che alla fine. Perché questa è la semplice verità: siamo prossimi alla fine. E io non voglio. Io voglio vivere per sempre. Voglio rinascere nel corpo di un giovane e con la mente di un giovane, diversi dal mio corpo e dalla mia mente. Voglio vivere di nuovo, essere qualcuno che non conserva alcun ricordo di me. Voglio essere quell’uomo [dal racconto Makedonija, Miroslav Penkov, trad. A. Arduini]

Negli otto racconti che compongono la raccolta “A est dell’Occidente” dello scrittore bulgaro Miroslav Penkov (trad. Ava Arduini, Neri Pozza) i protagonisti sono giovani e vecchi bulgari alle prese con i ricordi, le speranze e gli insuccessi, sempre divisi tra due mondi: l’Est, dove sono intrappolati, e l’Ovest, che sognano ad occhi aperti.

Nel racconto “Makedonija” un uomo anziano parcheggiato in una casa di riposo scopre una serie di lettere nel portagioie della moglie Nora: si tratta di lettere scritte dall’amore giovanile di Nora, morto durante la guerra contro i turchi, nel tentativo di difendere i confini della Bulgaria. Per l’uomo, la scoperta delle lettere diventa l’occasione per pensare con nostalgia al suo passato.

In “Ad est dell’Occidentedue sfortunate coppie di amanti sono divise da un fiume e da un confine, quello serbo-bulgaro. Una storia d’amore finirà tragicamente, con un respiro quasi shakespeariano, l’altra terminerà in modo imprevedibile ma triste.

Comprando Lenin” è senza dubbio il racconto che ho preferito: un giovane bulgaro decide di lasciare la sua terra perché ha vinto una carta verde per gli Stati Uniti. Il nonno, fervente comunista devoto a Lenin benché l’Unione Sovietica sia ormai andata in mille pezzi, disapprova che il nipote decida di andare nel cuore dei “porci capitalisti“. Nel bel racconto viene sviscerato il rapporto tra nonno e nipote, condito con una bella dose di storia bulgara.

Il racconto “La lettera” indaga il rapporto tra una ragazzina bulgara, molto sveglia e lesta di mano, con Magda, la sorella gemella affetta da un ritardo mentale; qualcuno approfitterà del buon cuore di Magda e toccherà alla sorella trovare una soluzione al problema.

Una fotografia con Yuki” è un altro bel racconto: un bulgaro emigrato in America sposa una giapponese che sognava di disegnare cartoni animati. Tornano in Bulgaria per vacanza e per fare una serie di visite mediche quando si troveranno coinvolti in un drammatico incidente che avrà ripercussioni importanti soprattutto su Yuki.

In “Ladri di croci” ci sono due amici che vogliono rubare una croce d’oro nella Chiesa dei Sette Apostoli a Sofia: nella cripta dell’edificio religioso, però, faranno una scoperta veramente inquetante. Ne “Devshirmeh” un bulgaro giunto in America con la famiglia – moglie e figlia – si scontrerà con la cultura occidentale, diviso tra la voglia di diventare qualcuno in America e la voglia di non dimenticare le proprie radici.

L’orizzonte notturno” è un altro racconto che mi ha colpito molto. Ambientato all’indomani dell’avvento del comunismo in Bulgaria, il governo appena insediato costringe tutti i bulgari con origini turche a lasciare i propri nomi e a scegliersi nomi e cognomi bulgari. Kemal, la figlia di Kemal il fabbricante di cornamuse, deve affrontare questo dramma assieme alla malattia della madre e all’arresto del padre.

Nel quartier generale della milizia la coda copriva tre piani di scale. Kemal fu costretta ad aspettare accanto alla madre (…) tra le mani teneva un quaderno che le aveva dato qualcuno, un quaderno che conteneva pagine e pagine di nomi. Nomi come si deve. Bulgari. Aleksandra, Anelia, Anna, Burislava, Borjana, Vanja, Vesselina, Vjara (…) “Qualunque cosa accada là dentro” disse suo padre, “te la dovrai dimenticare” [dal racconto Makedonija, Miroslav Penkov, trad. A. Arduini]

Cattedrale di Aleksandr Nevskj, uno dei monumenti più noti di Sofia, la capitale della Bulgaria (foto: Nikolai Karaneschev, Wikipedia CC BY 3.0)

Nei racconti di Penkov, come dicevo nell’introduzione, i protagonisti vengono descritti con leggerezza e naturalezza. Sono sempre alla ricerca di loro stessi, cercano di migliorare la loro condizione, sognano l’occidente e in particolare l’America. Sono personaggi che spesso si cacciano nei guai, ma altre volte sono i guai ad arrivare da loro; alcuni racconti fanno sorridere, altri passaggi fanno riflettere.

Quando ho deciso di legggere “Ad est dell’Occidente” cercavo un libro che mi raccontasse la Bulgaria – la sua storia, i suoi contrasti – e qualcosa dei suoi abitanti: ho trovato otto racconti tragicomici, scorrevoli, decisamente ben scritti e coinvolgenti. Per questo suggerisco la raccolta “Ad est dell’Occidente” di Miroslav Penkov a chi ha voglia di scoprire l’Europa dell’Est attraverso le voci e le speranze, i dolori e le soddisfazioni dei suoi abitanti.

Titolo: Ad est dell’Occidente
L’Autore: Miroslav Penkov
Traduzione dall’inglese: Ada Arduini
Editore: Neri Pozza
Perché leggerlo: per scoprire l’Europa dell’Est attraverso le voci e le speranze, i dolori e le soddisfazioni dei suoi abitanti
Leggilo se: ti sono piaciuti i romanzi di Jonathan Safran Foer

(© Riproduzione riservata)

Megan Mayhew Bergman | Paradisi minori

C’è posto per me nel paesino di porcellana? Per la mia casa cadente, i cani, le pecore? (…) Entrai a versarmi altra vodka e limonata. Pensai alle foglie di Gray nel cassetto del mio comodino e andai di sopra a prenderle. Il procione aveva fatto il nido nel mio cuscino. Sembrava così tenero, e dormiva tanto bene che non cacciai. Portai fuori l’album e mi sedetti sui gradini, con il coniglio sordo ai miei piedi, i cani accanto, le pecore che mi fissavano con le pupille a fessura. La gente dice sempre, Non abbandonare le cose che ami. Ma si può fare, e io l’ho fatto. [dal racconto Collezioni, Megan M. Bergam, trad. G. Guerzoni]

Sono dodici i racconti che compongono la raccolta “Paradisi minori” di Megan Mayhew Bergman, tradotti da Gioia Guerzoni per NN Editore, dove figure femmili e animali sono protagonisti.

Le donne vengono ritratte nei momenti cruciali della loro esistenza. Alcune quando devono prendere delle decisioni che cambieranno la loro vita, come tenere un bambino, abbandonare il proprio compagno, far operare il cane, lottare contro il senso di pietà che la gente manifesta dopo un grave incidente.

La sua sicurezza, che un tempo mi affascinava, era sgradevole, un ostacolo alla mia felicità (…) Adesso so cosa voglio fare, dissi. Abbassai lo sguardo e mentre cominciavo a spiegare vidi la speranza nel mio corpo, la mia stupida, grezza speranza [dal racconto Le balene di ieri, Megan M. Bergam, trad. G. Guerzoni]

Altre stanno per perdere qualcosa di importante: la madre, il compagno, l’affetto di una figlia, la memoria del padre; o vedono messe in discussione le loro convinzioni, trasformandole in donne più fragili, insicure e indecise.

Forse era solo il suo corpo, e non le sue idee, a essere in declino. Ero sorpresa che la nostra piccola tragedia personale facesse più male di un oceano morto, che quella sua vita troppo lunga mi desse angoscia, in quel momento (…) Ero sorpresa da quanto avevo fatto per proteggere la sua vita, per arricchirla, per prolungarla. Un istante dopo averlo ucciso con la fantasia, mi sentii di nuovo pronta a qualunque cosa per farlo star bene, per regalargli qualche attimo di felicità [dal racconto Il cuore artificiale, Megan M. Bergam, trad. G. Guerzoni]

Assieme alle donne, dicevo, gli altri protagonisti sono degli animali di diversa specie. C’è un pappagallo che custodisce un segreto molto importante e la protagonista corre a cercarlo; ci sono tre vecchi e acciaccati Golden Retriever che una giovane donna ama più delle persone; c’è un raro aye-aye accudito da una donna adulta vittima dell’alcool che grazie all’animale capisce gli errori che ha commesso con la figlia; c’è un coyote bianco che vuole proteggere i propri cuccioli dalla furia di una ragazza che presto perderà la madre.

Voglio chiamarla e dirle della notte in cui ho salvato un aye-aye (…) Voglio chiamarla e dirle che mi dispiace, che capisco, che il mondo non finirà (…) Voglio raccontarle della proscimmia in via di estinzione che ho nell’armadio. Voglio chiamarla e dirle che le voglio bene. Voglio raccontarle un’altra storia a cui lei non crederà [dal racconto Un’altra storia a cui lei non crederà, Megan M. Bergam, trad. G. Guerzoni]

Ci sono racconti davvero toccanti, come “Salvare la faccia“, “Le balene di ieri” o, il mio preferito, “Collezioni” (preferito perché la protagonista prende la decisione giusta e poi, sapete, io ho una passione per i Golden Retriever). Ci sono racconti che fanno riflettere e allo stesso tempo sono ben strutturati, come “Le arti della casalinga” e “Il cuore artificiale“, “Caccia notturna” e “Il calzino da duemila dollari” hanno un finale agrodolce perché spesso la vita non sempre va nella direzione che vogliamo. Non mi hanno convinta le storie racchiuse nei racconti “La mucca che si mungeva da sola” e “L’orto urbano“.

Ciò che ho sempre apprezzato, anche nei racconti che mi sono piaciuti meno, è lo stile della Bergman: avviare un racconto parlando del presente quindi prendere per mano il lettore e raccontargli i trascorsi delle protagoniste; l’ho trovato bello, questo modo di strutturare il racconto, perché è solo conoscendo il passato – con gli errori, le paure e i dubbi – di chi ci sta accanto che possiamo provare a comprendere le loro scelte.

Ma il sentimento più tangibile che provava era la rabbia, rabbia nei confronti di se stessa per aver sottovalutato un animale, rabbia nei confronti di Clay che rendeva le cose più difficili, tentando continuamente di strapparla alla solitudine in cui lei si sentiva al sicuro [dal racconto Salvare la faccia, Megan M. Bergam, trad. G. Guerzoni]

Titolo: Paradisi minori
L’Autrice: Megan Mayhew Bergman
Traduzione dall’inglese: Gioia Guerzoni
Editore: NN Editore
Perché leggerlo: perché al di là della storia- che può coinvolgere o meno – questi racconti sono tecnicamente perfetti

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Amy Fusselman | Il medico della nave/8

La storia della mia vita non era una linea retta che mi lasciavo dietro come una scia, un avvenimento dopo l’altro, alcuni più vicini e altri più lontani. Era come se la storia della mia vita non fosse affatto collegata a me. Era una sfera sul tavolo di una biblioteca chissà dove, e le violenze che avevo subito erano finite sul suo fondo, una chiazza bianca come l’Antartide sul mappamondo. E non è un posto in cui ti viene voglia di andare, l’Antartide, se non per condurre ricerche [8, Amy Fusselman, trad. L. Taiuti]

Le storie intime sono difficili da raccontare. Pensate alla morte di un padre, alla voglia di una maternità che non arriva, ad un’infanzia profanata da un vecchio pedofilo. Pensate a quanto possa essere difficile riportare su carta questi sentimenti, quanto possa essere faticoso rielaborarli, anche se un lieto fine c’è stato.

Dall’elaborazione di questi eventi drammatici, Amy Fusselman ha scritto due lunghi racconti fortemente autobiografici, raccolti insieme nel volume “Il medico della nave/8” (trad. Leonardo Taiuti, Edizioni Black Coffee, 205 pagine, 13€). I racconti vanno letto nell’ordine di pubblicazione, prima “Il medico della nave”, quindi il racconto “8”.

Ne “Il medico della nave” Amy Fusselman racconta della morte del padre (che durante la seconda guerra mondiale fu apprendista medico su una nave militare ma che quando rientrò non completò gli studi in medicina) e del suo desiderio di maternità. Amy è una donna adulta e sposata, un’artista che vive a New York, ma sotto l’apparenza è fragile e preda di malinconie e dispiaceri.

Amy racconta del suo rapporto con il padre, della malattia, dell’agonia e della morte di quest’ultimo; intervalla questi racconti con i numerosi tentativi di riuscire a restare incinta; descrive i meccanismi che stanno dietro alla fecondazione artificiale, ai farmaci, ai trattamenti e alle delusioni di scoprire che neppure dopo l’ennesimo tentativo è rimasta incinta.

C’è la voce di Amy Fusselman, ne “Il medico dela nave“, c’è la sua voce emozionata quando parla del padre e quella distaccata quando racconta del difficile cammino per diventare madre. Oltre alla voce di Amy, ci sono stralci del diario che il padre teneva quando era medico apprendista sulla nave da guerra.

Prima che mio padre morisse, consideravo il mondo un luogo. Con luogo intendo uno spazio. Fisso. Lo spazio non si muovo, sono le persone a spostarsi al suo interno. Le persone e lo spazio possono toccarsi, ma solo superficialmente. Alla sua morte ho capito che persone e spazio sono compenetrabili, a differenza delle persone tra loro. Ho capito che lo spazio è come l’acqua. Le persone possono entrarci [Il medico della nave, Amy Fusselman, trad. L. Taiuti]

New York (Photo by ben o’bro on Unsplash)

Nel secondo racconto della raccolta, intitolato “8” come una delle figure che si realizzano nelle gare di pattinaggio artistico, Amy torna a parlare della sua famiglia, di suo marito Frank e dei loro figli King e Mick, e di un personaggio che ha cambiato la sua infanzia, colui che chiama “il mio pedofilo“.

I pedofili sono fuori di testa. Lo so perché ne ho avuto uno. Ho avuto il mio pedofilo personale. Era il marito della donna che mi faceva da baby-sitter. Di cognome faceva Dauth, ed era una patita di Gesù. Anche il pedofilo si chiamava Dauth. Di nome non so. Ormai sarà morto. [8, Amy Fusselman, trad. L. Taiuti]

Questa rivelazione può essere scioccante, e a tutti gli effetti lo è. Ma nel racconto “8” benché compaia spesso lo spettro del signor Dauth, Amy parla con entusiasmo della sua famiglia, della voglia di tornare a scuola guida per imparare a guidare una motocicletta, dei progressi dei suoi figli e della gioia che finalmente ha nel cuore essendo riuscita a diventare madre, anche se non è sempre uno spasso occuparsi di bambini piccoli.

Parla delle gare di pattinaggio artistico, una delle sue passioni, racconta dei trattamenti medici ai quali si sottopone per ritrovare equilibrio e rielaborare vecchi traumi. Parla di un segreto che la madre le ha sempre tenuto nascosto e del quale non vuole aggiungere molto. Parla del passato, del significato dell’infazia, del tempo che scorre in modo diverso tra bambini e adulti; parla del presente, della gioia, della musica.

Provavo gioia quando pattinavo. Adoravo accendere lo stereo e pattinare liberamente. Era come ballare con un motore attaccato, perché andavo più veloce, piroettavo più veloce e non pensavo, ascoltavo la musica con il corpo e mi abbandonavo a essa per parla entrare dentro di me (…) A volte cadevo e non mi importava, saltavo e cadevo e non mi importava. La felicità in tutto ciò sta nell’aprirsi a un qualcosa che è migliore di te [8, Amy Fusselman, trad. L. Taiuti]

New York (Photo by Karla Alexander on Unsplash)

I racconti della Fusselman sono caratterizzati da una forte componente autobiografica e non sono ascribili ad alcun genere, per questo vengono definiti non-fiction. La trama non si svolge in modo lineare, bensì da un perfetto collage di episodi distanti tra loro nel tempo. La scrittura di Amy Fusselman è fortemente magnetica e lucida, decisamente coinvolgente pur dando l’impressione di essere una voce monotonale.

Tra la vicenda del padre, quella della maternita, i traumi infantili e le successive rielaborazioni, Amy Fusselman trova lo spunto per porre il lettore di fronte a riflessioni sulla vita, sulla morte e sul tempo. Come se la Fusselman stoppasse l’andamento della storia – già trasformata in collage, con i suoi salti temporali annessi – e obbligasse con gentilezza il lettore a fermarsi e a pensare. E’ in questi punti che mi sono ritrovata, che mi sono fermata, che ho chiuso il libro e poi l’ho riaperto per sottolineare le frasi, per ricordarmele, per tornare a rifletterci su. Male non fa mai.

Se non è lo spazio, allora cosa separa le persone? Conoscevo la risposta: quello che separa le persone non è lo spazio ma il tempo [8, Amy Fusselman, trad. L. Taiuti]

Titolo: Il medico della nave/8
L’Autrice: Amy Fusselman
Traduzione dall’inglese: Leonardo Taiuti
Editore: Edizioni Black Coffee
Perché leggerlo: i due racconti di stampo autobiografico di Amy Fusselman sono magnetici, lucidi, coinvolgenti benché all’apparenza monotonali e forniscono notevoli spunti per riflettere. Quella della Fusselman è una voce interessante del panorama newyorkese, per la prima volta tradotta in lingua italiana.

(© Riproduzione riservata)